Durante tutto quest’anno sono stato in viaggio. Non ho visitato posti esotici, né ho avuto a che fare con cose al limite della fantasia.
C’è qualcosa nel nostro immaginario che associa il concetto di viaggio alle esplorazioni che gli etnografi, i naturalisti o intellettuali in genere affrontavano nell’800, sull’onda lunga delle scoperte e delle conquiste coloniali che da Colombo in poi avevano introdotto la categoria di “Vecchio” o “Nuovo” nella definizione dei continenti, come se l’America fosse nata dopo, una sorella minore (e forse per questo più attraente) delle rugose, Europa, Asia e Africa.
Ogni navgante, esploratore, o semplice viaggiatore è anche mosso da motivazioni concrete, spesso meramente economiche. Così facevano quegli esploratori dell’800: prima che perseguire l’intersse scientifico si cercavano terre e risorse; si andava sì a caccia di culture lontane rimaste sospese in un tempo anch’esso lontano, ma con l’intento di scambiare oggetti curiosi e preziosi da riportare in patria e vendere ai borghesi collezionisti.
In un certo senso, anche il mio viaggio ha avuto, e ancora conserva uno scopo materiale. Voglio finirlo con il maggior numero di oggetti nel sacco, mi darete del collezionista, ma non importa, a volte il collezionismo è il milgior antidoto al consumismo. No, è un’esperienza che vale molto di più che un’etichetta. E’ il mio viaggio nell’arcipelago sconfinato dell’indie.
***
Devo premettere che non si tratta di un viaggio programmato, ma direi piuttosto che è stato l’indie stesso ad aver investito in maniera prorompente la mia esistenza e forse anche il mio modo di osservare e valutare i suoi prodotti, perciò non ho la pretesa di affrontare l’argomento in modo scientifico e approfondito come forse meriterebbe; questo compito forse è giusto lasciarlo agli antropologi, ai sociologi, ai filosofi o agli storici che verranno dopo di noi e analizzeranno il fenomeno indie nella sua incalcolabile vastità e nei suoi tratti multiformi. Basti ricordare che “Indie” è un aggettivo dato per primo al Rock, (Indie-Rock, appunto), per identificare tutti gli autori che uscivano dal mainstream della cultura di massa, fuori dal selciato delle grandi major che controllano il mercato discografico, insomma erano o sono Indie-pendenti. Si può però applicare l’aggettivo Indie anche ad altro tipo di produzioni, editoriali, giornalistiche, artistiche in genere o addirittura scientifiche?
Tutto, almeno per me, è cominciato con questo blog, il Rasoio, che si poneva lo scopo di esprimere e far circolare idee rimanendo indipendente dall’universo della comunicazione istituzionale, dell’informazione di partito, e dell’editoria acriticamente schierata, che per come sono attualmente organizzate sono di certo un ecosistema più idoneo a specie di professionisti del settore che a me. Dopo due anni di attività fuori da qualsiasi logica, metodi e scopi univoci e precostituiti, continuare ad espletare il proprio ruolo di propulsore di idee risulta un compito parecchio duro, perché il sistema editoriale –soprattutto italiano, ma non solo- prevede che i fondi elargiti alle testate siano erogati se e solo a condizione che la testata in questione sia promossa nelle commissioni parlamentari preposte da un gruppo di almeno due deputati/senatori (legge 7 marzo 2001, n. 62; D.P.R. 25 novembre 2010, n. 223; ma si ricorderà anche l’esortazione telefonica di Walter Lavitola all’ex-premier a sbloccare i fondi per il suo giornale, l’Avanti). Come chiunque può immaginare, è difficile rimanere indipendenti se ricevi fondi dai vari organismi di potere, almeno tanto quanto sia faticoso rimanere perfettamente concentrati ed efficienti quando ciò che fai è spinto dalla sola passione, e non ha padrini o padroni di nessun tipo.
Fra le varie isole dell’arcipelago indie, ce ne sono alcune che durante questo viaggio hanno avuto un significato per me importante e ve ne voglio parlare. Sono Modena al Cubo, gli Tsar e Indidee. Ne abbiamo parlato sul Rasoio in più occasioni, come fossero “isole” separate, diverse nella forma (espressiva), nell’ambiente (ambito produttivo) e nelle dimensioni (eco e distribuzione), ma oggi vale la pena mettere in luce le due caratteristiche che esse hanno in comune: primo, gravitano nell’orbita della città di Modena; secondo, sono indie.
Modena al Cubo
L’ondata di cementificazione che ha interessato la città di Modena nell’arco delle ultime due legislature, coincidenti con il mandato alle politiche urbanistiche dell’assessore Daniele Sitta, ha prodotto forti mal di pancia nella cittadinanza, e da quanto trapela dai giornali e non solo anche all’interno del locale partito di maggioranza.
Gabriele Veronesi, un giovane giornalista di 25 anni, ha deciso di documentare e mettere assieme i pezzi di questo gigantesco puzzle di affari, accordi e poltrone. Lo ha fatto in assoluta autonomia finanziaria. Fuori da qualsiasi redazione o apparato editoriale. E se gli chiedete cosa abbia spinto il suo sguardo nel mondo ombroso dell’edilizia e degli affari ad essa connessi, vi risponderà che è molto sensibile ai temi ambientali e che ovviamente è per lui un’esperienza professionale formativa, benché assolutamente autoprodotta. Possiamo quindi iscrivere a buon titolo Modena al Cubo nel variegato mondo dell’indie.
E’ stato contestato in più occasioni a Gabriele Veronesi che manca il contraddittorio, l’opinione della attuale maggioranza politica, fra le voci che sfilano nel suo documentario. Lui risponde che Sitta, colleghi e sodali godono di molto spazio su quotidiani e televisioni locali, uno spazio sufficiente a far conoscere diffusamente e approfonditamente la loro linea. Risulta difficile sostenere il contrario, in effetti; basta aprire il sito della Gazzetta di Modena. Recentemente ad un dibattito piuttosto molle organizzato a Formigine per la proiezione di Modena al Cubo, il professor Gabriele Giacobazzi dell’Alma Mater Studiorum di Bologna ha posto la medesima, ormai poco originale obiezione, dimostrando di fare parte della nutrita schiera di intellettuali organici al partito e alla sua proposta di sviluppo urbanistico. Al suo fianco altri relatori più giovani hanno appoggiato la tesi poco approfondite dell’esperto professore, dimostrando maggiore solidarietà a lui che all’ardito autore di Modena al Cubo. Schierarsi dalla parte dell’indie, su certe questioni scottanti e quando forse si hanno ambizioni politiche in Emilia Romagna evidentemente appare a molti un opzione pericolosa. Più prudente dare ragione al professore.
Rilevo quanto sia ironico pretendere dall’indiano Veronesi, imparzialità e contraddittorio, quando il suo prodotto non ha altri padroni, né finanziatori, se non lui medesimo. Modena al Cubo, fa parte della libera e indipendente espressione, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. E’ ironico perché non ci sono calunnie, né notizie false o comportamenti penalmente rilevanti nel prodotto. E’ ancora più ironico se si considera come l’amministrazione comunale di Modena è abituata a trattare il contraddittorio. Citiamo, ad esempio, il caso della demolizione di alcuni edifici dell’ex-AMCM avvenuta nella settimana di ferragosto del 2010, nel mezzo di una città semideserta e quindi non molto incline ad impressionarsi, né tantomeno ad opporsi; la distruzione, per altro, fu operata con tale alacrità che le ruspe erano costrette a lavorare anche durante la notte. Tutto ciò accadeva proprio mentre la magistratura, su esposto di Italia Nostra, ordinava di bloccare immediatamente i lavori, perché si stava procedendo alla demolizione di edifici sottoposti a tutela. Forse la magistratura non rappresenta un contraddittorio abbastanza autorevole per l’amministrazione, verrebbe da rispondere al professor Gabriele Giacobazzi dell’Alma Mater Studiorum e a tutti gli altri accademici e intellettuali organici.
Dodici cose divertenti che non devo fare mai più
Vent’anni fa un prodotto come questo l’avremmo trovato in un negozio e sarebbe costato forse 20 o 25.000 lire. Oggi, per averlo, bisogna andarselo a scovare in una saletta dispersa da qualche parte a Modena Est, o ad un concerto di chi l’ha realizzato e spendere circa la metà. Tra i numerosi pregi dell’indie, in effetti, c’è anche l’abbattimento dei prezzi, attenuati per l’assenza dei costi per la post-produzione e per la grande distribuzione. Tutto o quasi è home-made, e stai sicuro che valido o meno quel prodotto è puro e incontaminato. “Dodici cose divertenti che non devo fare mai più”, è il primo (e per ora unico, ma pare ne sia in arrivo un altro nel 2012) album degli TSAR, una band di Modena, poco conosciuta nel suo nome collettivo, ma molto familiare per quanto concerne i singoli componenti ormai da anni sulla scena del Rock’n’Roll italiano.
A qualcuno ricordano gli Afterhours, ad altri i Litfiba, i Soundgarden, gli Stone Temple Pilots. L’indie, quando si manifesta in una forma d’arte, non è privo di influenze e ispirazioni. Al contrario, deve iscriversi in una storia, in un solco già tracciato che si intende perpetrare facendolo proprio, mischiandolo, shakerandolo e riproponendolo in forma originale. Semplicemente non ha padroni, né padrini, né promotori diversi dagli autori stessi. Potremo stare perciò sicuri che tanto nella musica, quanto negli arrangiamenti e nei testi, l’album degli TSAR sarà un capitolo delle cronache del Rock’n’Roll di casa nostra e potrà forse anche rappresentare una preziosa fonte di ispirazione per altre band.
Indidee
A sdoganare definitivamente l’Indie è stato certamente Internet. Prima di Internet la “rete” (di conoscenze, di informazione, di comunicazione professionale, di intrattenimento) era gestita dalle istituzioni repubblicane e da organi privati certificati (ad esempio i quotidiani) ai quali lo Stato concedeva di svolgere quei compiti. Da qualche anno non è più così. Il sistema e le leggi in esso incorporate sono stati completamente superati dai fenomeni mediatici, sociali ed economici innescati da Internet, non riuscendo in alcun modo a stare al passo. La burocrazia è lenta e farraginosa nella misura in cui chi produce leggi, ha l’interesse a produrre più che norme, eccezioni. La rete ha invece consentito una produzione e una circolazione di idee in tempi pressoché istantanei, oltre che in modi praticamente “anarchici” cioè in quasi assoluta assenza di un sistema di norme condiviso ad un livello sovranazionale, come tale è il web. Questo contesto si è dimostrato un terreno fertilissimo per le idee indipendenti. Così, anche a Modena, mai emancipatasi dall’etichetta politica, economica e culturale di provincia assegnatagli dal Senatus Popolusque Romanus circa 22 secoli fa, sono proliferate testate, giornali, blog in un clima di fermento “da capitale”, un dinamismo che in città non si vedeva da decenni.
Da ormai due anni, a fine estate si tiene Indidee, un raduno di tutte queste realtà espressive di Modena e non solo. Partecipano diverse redazioni di testate indipendenti che si occupano di informazione, ma anche di arte, letteratura, musica, in altre parole si occupano di portare alla luce il mondo sommerso dell’indie, delle produzioni locali di valore in diversi ambiti, cercando di inserirle in un circuito più ampio (ahimé finora solamente locale). Tra queste, Appunto (Formigine), Formizine (Formigine), il Sassolino (Sassuolo), Art Commitee (San Prospero), Sottobosco (Bologna), lo stesso Rasoio (Modena) e Mumble (Camposanto e bassa modenese). Qualcuno dirà che la redazione di Mumble, primo promotore della manifestazione, vanta legami con il PD (non a caso la prima edizione di Indidee si è svolta alla Festa Provinciale del PD a Ponte Alto) e con l’ARCI, e quindi non si può iscrivere nel multiverso indie. Sì, questo effettivamente non si può negare. Per Mumble, quindi la storia è un po’ diversa. Ma per gli altri sembrerebbe valere quanto detto in precedenza.
Qualcuno potrebbe domandarsi perché continuino tutte queste redazioni a rimanere cristallizzate nei loro piccoli feudi e non decidano attraverso accordi, collaborazioni e fusioni di assurgere ad un ruolo più eminente ed attrattivo. E la domanda non sarebbe fuori luogo in un momento storico critico come questo. Perché questi progetti editoriali ormai riconosciuti dalla collettività non aspirano a misurarsi col sistema dal quale si sono emancipate? Essere indipendenti, non significa scappare sul web o rinchiudersi nel proprio paesello. Non significa nemmeno dimenticare che il mondo verticale della gerarchia e delle istituzioni esiste, è strutturato e che –stando ai sintomi di crisi ormai piuttosto palesi- necessiterebbe sia di impulsi epidermici sia di una riforma profonda e radicale, a meno di trascinarci tutti nel baratro della recessione economica, della regressione culturale e sociale. Indidee è un bell’esperimento, ma grandi si diventa o nanetti si muore.
***
A questo punto del viaggio nell’indie (avrebbe potuto dirlo anche Cristoforo Colombo), mi restano più interrogativi di quanti ne avevo cominciandolo. Successe la stessa cosa ad Alan Lomax quando negli anni’40 andò nel Delta con un registratore magnetico a campionare il blues. Oggi ancora mi domando se l’assenza totale di logiche, strutture, padroni, promotori prezzolati, e distributori di massa sia un bene o un male. E’ un bene o un male che ci siano sempre meno filtri di selezione dei prodotti d’arte, scientifici, giornalistici? Sarà l’indie il virus letale del mercato, inteso come autorità impositiva dei sistemi e mezzi di produzione, gestione e vendita dei manufatti e delle idee in essi infusi? Si sta avverando il principio leninista che “la classe rivoluzionaria, per adempiere al suo compito deve sapersi rendere padrona di tutte le forme o di tutti i lati, senza la minima eccezione, dell’attività sociale”? Saremo capaci essere produttori e al contempo pubblico? Saremo in grado di abbandonare il downloading compulsivo, la dispersione e il consumo indistinto di beni e conoscenze, per dedicarci alla ricerca di isole misteriose nel vasto arcipelago dell’indie? Dovremo trasformarci in qualcosa di simile ai talent scout, a quelli che adesso si chiamano“head-hunters”? Quanto questa dinamica influenzerà i prezzi, il lavoro, la qualità dei prodotti?
Insomma una giungla di domande che ne generano in continuazione di nuove. Staremo a vedere. L’aspetto più positivo di tutta questa storia, ancora priva di epilogo, è che a dispetto della crisi dei mercati tradizionali, delle strutture di potere, della politica, dell’economia reale, dei consumi e chi più ne ha più ne metta, qualcuno non ha aspettato il vecchio treno dei concorsi che una volta a cadenza regolare arrivavano a togliere le castagne dal fuoco e a sistemare tanto i personaggi scomodi, tanto i “figli di”. Qualcuno non ha smesso di generare bellezza, di produrre utilità, stimolare la curiosità. Solamente ha deciso o è stato costretto a farlo senza tutela, vincoli o limiti esterni, come Gabriele Veronesi, gli TSAR o le redazioni di Indidee (a parte Mumble) o come ciascuno di noi sempre di più e con sempre maggiore perizia fa individualmente, come nell’ambito professionale. Forse per questo, proprio perché priva di vincoli e confini, questa generazione è stata definita dei bamboccioni e degli sbandati. E’ la verità assoluta? O è forse anche un tentativo che il potere in crisi attua per definire qualcosa che è sfuggito al suo controllo, alle sue norme e alla sua autorità? E’ la reazione del tabù che si manifesta non meno intensamente nelle società primitive quando si deve emarginare qualcosa che può diventare un problema? Può darsi, ma chi non è indiependente, negherebbe comunque qualsiasi strategia di delegittimazione di chi è indie per natura e troverebbe tecnicismi e distinguo vari per infinocchiarvi.
Vediamola anche sotto quest’ottica. In effetti diverse leggi, ad esempio la discussa legge n.30/2003 in materia di occupazione e mercato del lavoro, hanno quasi azzerato la possibilità del posto fisso, che però inspiegambilmente è rimasto riservato a pochi predestinati, ma pazienza, tale è la realtà. Non è più pensabile avere il posto da dipendente entro i 40 anni, salvo eccezionalissimi casi. Bene, se lo Stato non vuole una generazione di dipendenti, perché costano troppo e un giorno vecchi potrebbero risultare un peso, allora vorrà una generazione di autonomi.
Ma forse proprio quando lo Stato preparava la dissoluzione di un modello socialmente forte e statico (lavoro dipendente) per crearne uno più debole e ricattabile (lavoro autonomo o parasubordinato) ma nelle sue intenzioni forse più dinamico, non si rendeva conto che con esso produceva anche una quota consistente di autonomia e indipendenza umana, forse eccedente rispeto ai confini del suo totale controllo.
Per questo e per mille altri motvi, se dobbiamo dare un nome oggettivo a questa generazione, privo di ogni retorica, edonismo, interesse e giudizio morale possiamo chiamarla così. Indie.
“L’idea che la conoscenza possa e debba essere in accordo con leggi fisse e universali è tanto irrealistica, quanto perniciosa. E’ irrealistica in quanto considera in modo troppo semplicistico le doti dell’uomo e le circostanze che ne incoraggiano, o causano, l’agire. Ed è perniciosa in quanto un tentativo di imporre regole è destinato ad aumentare le nostre qualificazioni professionali a scapito della nostra umanità”. Paul K. Feyerabend, “Against method”, 1975.