Ora siamo tutti marinai (di Valentina Morsiani)

Le prime pagine dei quotidiani e il bombardamento televisivo ci donano periodicamente l’illusione trascendente di divenire esperti criminologi, politici, economisti.

Ora siamo tutti marinai.

Questa non è un’analisi tecnica di ciò che è avvenuto nel nostro Tirreno, non è un’ennesima teoria sul come un gigante di tali proporzioni si inabissi: è semplicemente una riflessione fatta a bassa voce e col capo chino rivolto alle vittime.

Il mondo blu è fatto di leggi scritte e di leggi non scritte, va conosciuto e diventa la grande metafora dell’esistenza. Come quando si dà inizio ad un’avventura, che sia un nuovo lavoro, una nuova esperienza, una nuova amicizia, un nuovo amore, quando si lasciano gli ormeggi si deve essere certi che ci siano le giuste condizioni. Si parte per un viaggio in cui ci si trova protagonisti di una società dai confini ben precisi, ogni azione ha una sua importanza, ci si deve affidare l’un l’altro, si devono rispettare i ruoli e si deve tener sempre presente con lucidità, prontezza e prudenza che si ha a che fare con un essere potente, che può ammaliarti e distruggerti come le sirene di Ulisse.

L’acqua salata è una, unica, assume sembianze e caratteristiche differenti a seconda dell’ambiente in cui si trova, proprio come noi esseri umani. A volte è silenziosa, a volte grida a squarciagola, è in continuo movimento ed è piena di vita: alcune specie non si incontrano mai, altre dialogano durante le migrazioni, che in questo momento storico sono parecchie, così come avviene sulla terraferma.

Il mare è un mondo fatto di doveri e disciplina, che in cambio ti regala la magia di toccare la sensazione dell’infinito; per poterci vivere devi distogliere l’attenzione dalla visione antropocentrica di cui ci facciamo portatori, devi ricollocarti, ridimensionarti e devi saperti porre al di sotto di lui.

Il rispetto è ciò che governa la navigazione.

Il rispetto per l’elemento acqua e per i suoi abitanti, per l’elemento fuoco perché rappresenta la diversità, per l’elemento aria che è ciò che ti circonda e che da sempre permette alle vele di gonfiarsi e salpare, e per l’elemento terra, il punto d’arrivo.

Il rispetto del codice e della gerarchia presente su ogni imbarcazione, il rispetto verso chi incontri, soprattutto se è più piccolo e meno forte di te, e il rispetto verso il dovere di aiutare, chiunque, in qualsiasi circostanza.

italia isola del giglio


Culture e Poteri. Un approccio antropologico di Stefano Boni

Stefano Boni

CULTURE E POTERI. Un approccio antropologico
Elèuthera, Milano

Presentazione presso CASA CORSINI
via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese (MO)

Martedi 24 Gennaio ore 21.00.

Stefano Boni in dibattito con Simone Ghiaroni

Staccandosi dai tradizionali compendi di Antropologia Politica, Boni mette a fuoco studi e autori ancora poco nitidi nel panorama delle scienze sociali e incastra ambiti disciplinari differenti (antropologia, storia, politica, sociologia). Riesce cosi a veicolare un dialogo tra studiosi e a ridefinire concetti-chiave come standardizzazioneselezionedominio pubblico, nell’analisi di ciò che definisce sociopotere.

Nella prima e nella seconda parte del saggio, l’autore delinea il quadro teorico entro cui inserire la propria analisi sui rapporti tra antropologie e poteri. In una prima fase, definisce i processi di selezione di ciò che entra a far parte della cultura e la forza con cui le soggettività sono vincolate alle norme dominanti. Successivamente, indaga in che modo le procedure decisionali che determinano gli ambiti su cui ogni circuito culturale esercita una forma di controllo, possono essere considerati espressioni del potere.

La terza parte del saggio è un tentativo di applicazione dei criteri delineati all’Italia attuale per identificare le forme di dispiegamento del sociopotere. Ripensa le delimitazioni e le caratteristiche del campo del “politico” distinguendo due accezioni. Chiama la prima politica-retorica definendola come il campo discorsivo ufficiale, rispecchiato dal senso comune e contenente la produzione di immaginari concernenti la delimitazione, caratterizzazione e legittimazione pubblica del potere istituzionale attraverso sette tesi:

1) la politica retorica si caratterizza come ambito supremo della legalità e quindi esclude la violenza.

2) Società e politica sono scisse, la politica-retorica è non solo legata alle, ma indissolubilmente incorporata nelle istituzioni.

3) la politica-retorica riflette, aggiorna, contestualizza e sostiene i tratti principali dell’ideologia contemporanea.

4) Lo spazio sociale della politica-retorica sono i media.

5) Il linguaggio della politica è la retorica.

6) La politica-retorica declina l’immaginario pubblico per suscitare un sentimento di identificazione differenziato tra i votanti.

7) Uno dei principali obiettivi della politica-retorica è di normalizzare l’esistente, sia dando credibilità al campo “politico”, sia inibendo proposte alternative di distribuzione del potere.

Quindi, la retorica che si sprigiona a livello mediatico e istituzionale, riesce a egemonizzare emozioni e identificazioni nel sentire comune, ma sposa una definizione di politica che non solo è inadeguata a individuare i reali rapporti di condizionamento, ma li occulta. Boni sostiene che la politica-retorica, attraverso un meccanismo cacofonico che distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica dall’analisi dei poteri che plasmano la società, cerca di far passare in sordina gli effetti realmente imposti dalla sociopolitica (seconda accezione). La critica alla politica-retorica permette di rileggere l’utilizzo del sociopotere nel quotidiano e di riconoscerne struttura, motivazioni, ampiezza e capillarità dell’intervento di condizionamento e di repressione.

La quarta parte del saggio è “strettamente” antropologica, sempre che ad essa si possano accostare parole delimitanti e di margine. Partendo da una definizione di antropologo che ha l’odore di un manifesto personale, Boni nega l’appartenenza strettamente accademica della disciplina e allarga il termine “antropologia” alle interpretazioni che ciascun circuito culturale elabora rispetto alle convergenze tra soggettività che condividono ideologie di riferimento e modelli di prassi, sia quelle che riconosce come proprie, sia quelle che classifica come più o meno distanti. Nel processo socio-politico di standardizzazione dell’immaginario, un posto centrale è riservato a quelle che l’autore chiama antropologie di senso comune, le credenze diffuse in un circuito culturale. Il punto di partenza è il proposito di individuare nella capacità di svincolarsi dalle antropologie di senso comune, ovvero l’immaginario sull’umanità diffuso nei vari circuiti culturali, il presupposto epistemologico che ha permesso il consolidarsi della disciplina accademica: l’estraniamento diventa l’arma per la messa in discussione delle rappresentazioni dell’antropologia di senso comune e la produzione di un’antropologia che rivendica e si impegna ad aderire a canoni di scientificità. La fine è un auspicio che la coscienza dei meccanismi di deformazione si diffonda, come premessa per un’umanità antropologicamente consapevole e in grado di distribuire il potere in maniera egualitaria, orizzontale e diffusa.

 

Stefano Boni (Roma, 1970) si è dottorato a Oxford in antropologia e ha svolto ricerche sul campo dapprima in Ghana, poi in Venezuela e Italia. Attualmente insegna Antropologia culturale e Antropologia politica presso le Università di Modena e Reggio Emilia. Ha pubblicato saggi in antologie e riviste specialistiche ed è autore, tra l’altro, di Le strutture della disuguaglianza (Angeli, 2003).


Il volto di un viaggiatore

Questo non è solo l’invito ai lettori del Rasoio a visitare il sito di un amico, ma è anche e soprattutto un tributo ad un compagno di viaggio. Compagno perché abbiamo condiviso lo spazio infimo di una giornata assieme ma è stato come rivederci dopo anni di lontananza, anche se quella era la prima volta che ci incontravamo. compagno di viaggio perché, anche se lontani, so che stiamo tutti e due viaggiando, in qualche modo, nella stessa direzione. Oggi, a distanza di sei mesi, ho trovato il suo sito, e sono tornata con una disarmante vertigine a quest’estate: Santarcangelo di Romagna, il campo dei Mutoidi accanto al Rubicone che aveva ormai abbandonato il suo letto lasciandoci solo nuvole nere di zanzare, tre ragazzi in viaggio verso sud con la loro tenda e i loro occhi spinti oltre l’orizzonte livido del cielo della torrida provincia di Rimini. Il mio compagno di viaggio per un giorno si chiama Nudo Ma Felice, così si è presentato, e così l’ho ritrovato, oggi, come un lampo improvviso, uno squarcio nella tela precisa e minuziosamente compatta della mia città, uno strappo nella sciarpa tirata fin sopra al naso, un vento freddo e piacevolmente diverso. Nudo Ma Felice fa sorridere, perchè non ha la pretesa di essere capito, ascoltato, divulgato, si lascia squadrare con lo sguardo che i ‘grandi’ rivolgono ai ‘piccoli’, e lo fa volentieri. Le mie parole vanno a lui perché ha abbandonato con una carezza ogni intesa, ogni assunzione indebita ed ogni convenzione per una naturale fratellanza con il mondo: una delle cose più coraggiose che si possano fare. Credo. È il più esposto di tutti noi a quegli sguardi paterni (o materni, a seconda dei casi) che tanto possono avvilire e destituire, erodendo nello spazio di tempo di un battito di ciglia un sogno immenso e ammirevolmente sproporzionato. Non è un giornalista, che mal che vada può sentirsi dire di non essere stato obiettivo, o di aver scritto in modo troppo elementare, non parla a sé stesso ma a tutti coloro che incroceranno la sua strada. Corre il rischio di vedersi capovolgere il mondo sotto i piedi, ogni istante, perché in quello che scrive, disegna, fotografa o canta a squarciagola non c’è una parte, una parentesi della sua vita, un settore con le sue regole e le sue limitate (per quanto grandi pur sempre limitate) influenze sulla sua persona. Non c’è distacco, non c’è divisione, ma un flusso di vita, morte e rinascita che evade inesorabilmente e senza presunzione da ogni parte. Siamo afflitti dal relativismo cronico, e per questo Nudo Ma Felice è un eroe.

“L’assenza totale
di prevenzioni
è la vera essenza
della fragilità!”

Un eroe fragile: non è facile credere nella semplice limpidezza delle parole, nel loro primo archetipico significato esplosivo di senso. Il suo stesso nome scatena inevitabili espressioni da vecchi navigati conoscitori della vita e delle sue multiformi sembianze, ma questo nome, da solo, risponde sorridendo a viso aperto, mostrando la pienezza del suo senso nella dritta arcata dei suoi denti bianchi.

“Non esiste il trucco,
c’è solo il saperlo fare”

A Gio, Tommaso, Umberto e Jack, con l’augurio che il loro viaggio non termini mai.


C’è festa e festa

Nella prima settimana di gennaio, come ormai da alcuni anni, Reggio Emilia ha ricordato la nascita del vessillo nazionale avvenuta in questa città nel lontano 1797. Ciononostante la Festa del Tricolore è un appuntamento giovane, tanto che quella dello scorso 7 gennaio è stata appena la 16° celebrazione.

Inizialmente credo non se la filasse nessuno. La consapevolezza che la nostra città diede i natali alla bandiera è sempre stata scarsa, tantoché lo stesso Museo del Tricolore, ospitato nei locali del Comune, è ben lontano dalla top ten dei luoghi più visitati della città. Nonostante però sia una festa recente possiede già una consolidata tradizione: attira spesso più contestatori che partecipanti e poche delle ultime edizioni sono passate indenni dal carosello delle proteste di piazza animate da uno o dall’altro motivo, serio e meno che fosse. Di certo vi è che in anni recenti la qualità degli invitati d’onore, prima Fini e poi Schifani, non ha contribuito molto a far si che la tradizionale e calorosa ospitalità reggiana desse il meglio di se.

Quest’anno è toccato a Monti e a qualcuno l’evento è sicuramente piaciuto, complice la mattinata di sole, la guardia civica in costume d’epoca, le trombe della banda e certamente anche le speranze che molti ripongono nel Governo dei professori. Ma marce e orazioni non hanno potuto nascondere i tanti movimenti scesi in piazza a contestarne le scelte: dalla lega (la minuscola è d’obbligo) agli indignados, dagli amici di Beppe Grillo  ai centri sociali, dalle bandiere rosse agli skinheads, in città si è respirata per una mattina l’aria di sbandamento e inquietudine che attraversa il paese.

Ma non è alle patrie sfortune che voglio dedicare questo post. Erano tutte cose già attese e già viste, quello che mi ha colpito, non per la prima volta, è stato il cerimoniale della manifestazione, il suo svolgimento nel quasi completo distacco tra governanti e governati, eccezion fatta solo dalla breve cerimonia formale in piazza Prampolini delle autorità, immediatamente dopo ritiratesi nel palazzo, prima del Comune e poi del teatro Valli per proseguire a porte chiuse.

Certo ci saranno stati in gioco i tempi stretti, ci saranno state le esigenze di sicurezza e forse Monti di fare due passi a piedi per salutare la folla, e prendersi un po’ di inevitabili fischi, poteva non averne nessuna voglia, ma non è passata inosservata l’arroganza del corteo di berline blindate e luccicanti messo in moto solo per coprire i pochi metri tra il Comune e il teatro. I discorsi importanti, quelli che valeva la pena ascoltare dopo i peana sulla bandiera, quelli che poi i giornali hanno riportato, sono stati pronunciati a porte chiuse. La diretta un lusso riservato a pochi selezionati.

Dentro al teatro non c’ero, in Comune nemmeno e non mi interessa commentare cosa vi sia stato detto, voglio invece chiedermi perché nelle campagne elettorali le piazze vengono occupate per comizi sul nulla e in occasione di eventi sicuramente più interessanti – parlava quello che da più parti viene visto come l’uomo della provvidenza, fattosi carico dell’ingrato compito di tenere unito il Paese e traghettarlo fuori dalla crisi – tutto avviene tra quattro mura a favore di pochi. La piazza su cui si affaccia il Valli è la stessa dove si tiene il discorso ufficiale del 25 aprile davanti a migliaia di partecipanti. Perché, invece, la Festa del Tricolore viene confinata alla platea del teatro, come se le tante persone venute in centro per l’occasione non fossero state interessate ad ascoltare quel che il presidente aveva da dire?

Torno con la memoria alla mia felice estate in Nicaragua, due anni fa, durante la quale ebbi la fortuna di trovarmi nella capitale proprio il giorno di una importante festa nazionale officiata dal presidente: l’anniversario dell’alfabetizzazione del paese ad opera della Rivoluzione sandinista, appena giunta al potere nel 1980. Agli occhi di un italiano medio, non necessariamente becero, sarebbe una ricorrenza del tutto secondaria, si e no meritevole di un trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani o dei titoli di coda del TG, nessuno uscirebbe di casa per una cosa cosi. Come posso allora rievocare le emozioni di quella piazza caraibica gremita di folla, dove le autorità, ministri e presidente, si accomodano su un semplice palco a pochi metri dalla folla senza alcun cordone di sicurezza in mezzo, dove le personalità si aggirano come se nulla fosse in mezzo alla folla festante che improvvisa piramidi umane, mentre gli altoparlanti intramezzano gli inni nazionali a moderni pezzi rock, in un’atmosfera sacra e profana che fonde assieme la festa popolare con la solenne celebrazione?

Che differenza dalla piazza composta (leghisti a parte) e fiacca di Reggio! Dove appena provo a mettermi in piedi su un gradone per vedere meglio arriva il solerte questurino, “si deve stare seduti li!” e di Monti vedo a malapena la chioma bianca mentre scende dall’auto per entrare in teatro, con la grande piazza dei Martiri del 7 luglio transennata e vuota, percorsa solo da reggimenti di polizia e carabinieri e la popolazione confinata ai margini contro i palazzi, obbligata ad aggirare mezza città per arrivare dall’altro lato.  Monti, come ho detto, l’ho visto di sfuggita, del suo intervento ho letto sui giornali il giorno dopo.


Siamo ancora in viaggio

Roma, via Nazionale. Sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni campeggia il grande manifesto della mostra “Homo Sapiens”. Quando la sede è così prestigiosa non può che trattarsi di un evento fuori dall’ordinario e a giudicare dall’eco che sta avendo sulla stampa e le televisioni nazionali, vale la pena esplorarlo. A chi ha assistito nell’ultimo decennio al violento riaccendersi del dibattito sulle origini della nostre specie, risulteranno noti gli attacchi e i tentativi di messa all’indice delle teorie evoluzionistiche da parte dei neo-creazionisti (si pensi ad esempio alle posizioni dell’ex ministro della pubblica istruzione italiano Letizia Moratti o dell’attuale vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Roberto De Mattei, o ai neo-con statunitensi). Si parla quindi di evoluzionismo, in questa mostra. E ora vediamo come se ne parla.

Se prima di entrare incrociate un addetto ai lavori lo sentirete commentare “nella prima parte del percorso ci sono alcune datazioni imprecise”, “le didascalie sono troppo lunghe”, “troppe copie, ci sono pochi oggetti originali”. E su questi aspetti avrebbe forse ragione, ma dopo che ne sarete usciti se avrete colto il significato del percorso, vi verrebbe voglia di rintracciare quell’addetto per spiegargli cosa non ha capito. E cosa non ha capito il biologo, il paleoantropologo, il genetista, o l’archeologo?

Per prima cosa gli è sfuggito un fatto fondamentale: la mostra è stata curata da Telmo Pievani e Luigi Luca Cavalli Sforza. Quest’ultimo è sì, un genetista di fama internazionale, il cui compito è principalmente quello di dare un profilo scientificamente consistente alla mostra; ma la faccia giovane e operativa (l’avrete forse visto intervistato anche da Corrado Augias su Rai Tre) è quella di Telmo Pievani, il quale non proviene dal fronte delle cosiddette scienze esatte, ma dalle loro “retrovie”, da quella disciplina che osserva e interpreta la storia del pensiero scientifico in divenire, che propriamente si chiama filosofia della scienza. I filosofi della scienza sono un po’ come i cronisti di guerra: si infilano fra la linee e riportano al grande pubblico quelle che sono le mosse, le tattiche, le battaglie cruciali dei contendenti, dove i contendenti sono una nutritissima schiera di accademici in questo caso, che fanno riferimento da un lato all’evoluzionismo di derivazione darwiniana e dall’altro al creazionismo, e alle relativi neofondazioni di entrambe le scuole. Homo Sapiens siamo noi, quindi questa è una mostra che parla di noi, e come scrivono gli stessi curatori nell’introduzione al catalogo, del nostro viaggio iniziato due milioni di anni fa. Non si vada perciò alla ricerca del dato o dell’oggetto da museo in sé, ma si colga l’impostazione del filosofo che mira a decostruire, tecnicamente a destrutturare, il nostro modo di pensare e il nostro common sense per spiegare a tutti “Perché la pensiamo così?” e di conseguenza “Quanto sono vere le nostre convinzioni su noi stessi e sulla nostra specie?”

Il percorso inizia con uno schermo interattivo. Sul touchscreen ci sono 36 volti umani di diverse etnie. Prova a suddividerle fino ad un massimo di dieci gruppi, di dieci “razze”, invita lo schermo.  Il risultato di questo test, che non si vuole qui anticipare,  è un indizio già molto chiaro sull’impatto destrutturante che la mostra vuole pereguire, non con strumenti retorici ma attraverso solide premesse scientifiche.

La prima parte infatti sembra un classico “Materiali e Metodi”, cioè il capitolo che sugli articoli scientifici è destinato a spiegare la tematica trattata e le premesse metodologiche, in altre parole “di cosa” si parla e il “come” se ne parla. E’ ricca di dati sull’origine africana del genere homo dalle scimmie antropomorfe, di come, quando è grazie a cosa ci siamo evoluti fino ad emanciparci da quello che una volta veniva definito lo “stato di natura”, raggiungendo poi i diversi continenti attraverso più ondate “out of Africa”.

In una delle prime sale qualcuno potrebbe rimanere scioccato dal modello plastico di “Eva”, cioè della prima femmina della nostra specie; modello al quale si è giunti ripercorrendo a ritroso la storia del nostro DNA mitocondriale. Eva ha gli occhi stretti, le labbra voluminose, il naso appiattito, i capelli rasta… ed è nera. E se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza…(vedi la forza nell’implicito sillogismi aristotelici?).

Ancora un dato che tarda a entrare nel nostro senso comune: le varie ondate africane hanno determinato spostamenti differenziati nel tempo e nello spazio e conseguenti isolamenti, tali per cui nello stesso momento hanno convissuto diverse specie (quindi non interfeconde, o forse sì?) anche nel medesimo continente, come ad esempio Sapiens e Neanderthalensis, ma anche altre. Insomma non siamo sempre stati tutti fratelli, ma abbiamo convissuto con dei cugini, che poi si sono estinti, lasciandoci definitivamente soli (a competere con noi stessi, inventandoci differenze fantasiose per giustificare tale competizione).

Altre cose emozionanti si incontrano più avanti nel percorso, dettagli che molti addetti potrebbero aver tralasciato. In una vetrina ci sono quattro punte di freccia provenienti dall’Australia, realizzate per scheggiatura da Aborigeni attuali. Ebbene due di queste sono come tradizione in pietra, come quelle preistoriche in selce che potremmo vedere a decine nei nostri musei, altre due sono invece di porcellana e di vetro di bottiglia. Se gli Aborgeni producono con materiali moderni oggetti preistorici, significa che a dispetto del mondo globalizzato in cui noi occidentali crediamo spesso di vivere, siamo coinquilini di intere popolazioni di simili, ma diversi, anche nell’emisfero opposto, anche a migliaia di anni di distanza.

La seconda parte della mostra, forte delle fondamenta scientifiche date dalla prima, si occupa di un passato meno remoto della nostra specie, fino ad arrivare a noi. Da pelle d’oca, la copia del Milione di Marco Polo posseduta da Cristoforo Colombo. Qui i curatori hanno voluto sottolineare con le figure degli esploratori che siamo in viaggio, che la nostra caratteristica principale è la curiosità, la nostra capacità di migrare, adattarci e fondare nuove “colonie” negli angoli anche più reconditi del pianeta. E ciò è tanto evidente due milioni di anni fa nei vari “out of Africa”, quanto nell’intento di Marco Polo, di Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano.

C’è poi un video con due count-down accostati (o sarebbe meglio dire “count-up”). Uno è la cronologia da due milioni di anni fa ad oggi, l’altro è la popolazione mondiale; il tutto è corredato da un planisfero in cui si accendono e si amplificano progressivamente le aree del pianeta che vanno via via popolandosi avvicinandosi ai nostri giorni. Ebbene, l’impressione è che negli ultimi due secoli e mezzo, l’uomo abbia colonizzato le terre emerse come un parassita farebbe con un organismo ospitante, in modo cioè esponenziale. Difficile pensare che un simile trend possa essere sostenuto a lungo.

Sul finale anche un po’ di ironia molto mascherata. Una sala interattiva mostra la nostra affinità genetica con altri organismi: con la banana abbiamo un patrimonio di geni comune al 50%, con il topo a circa il 94% e con la trota? (una stoccata a qualche consigliere regionale reazionario del Pirellone?).

Infine una piccola sala, tutta dedicata all’Italia, e alla ricerca archeologica e antropologica che essa porta avanti sul suo ricchissimo territorio. Ricerca? Se si eccettuano le ultime scoperte neandertaliane alla grotta di Fumane, non è stato messo molto altro, a parte qualche stranoto pezzo da museo la chimera etrusca di Arezzo (tributo agli archeologi), le laminette auree di Pyrgi e il vocabolario d’italiano dell’Accademia della Crusca (tributo ai linguisti). I visitatori potrebbero pensare che in Italia la ricerca sia agonizzante…La sala Italia: forse più un “suggerimento” politico, che un pallino dei curatori.

Merita quindi una visita la mostra “Homo Sapiens”? Sì, ma solo se accurata. E se affrontata disarmati di preconcetti. E ciò vale tanto per  il grande pubblico quanto per gli addetti ai lavori.

Si potrebbe dire che fare una mostra di questo tipo a due passi dal Vaticano sia stata un’operazione audace. In Germania, in Francia, o in Giappone non lo sarebbe, ma nell’Italia oggi lo è. Veniamo da tanti anni di rincoglionimento collettivo –ammettiamolo-, dove la scienza e la sua “narrazione”, per dirla alla Giorgio Manzi, non hanno goduto di grande credito e trasmissione. Uno degli scopi di questa mostra è anche affermare che tutto quel discredito era di fatto immeritato. Tagliando la ricerca non si fa altro che escludere il nostro paese dall’avere una voce autorevole in quel dibattito sovranazionale sulle origini e sul destino della nostra specie.

Ma il fine principale di Pievani e Cavalli Sforza, mai perseguito con la retorica del politico ma sempre con la freddezza analitica dello scienziato, è certamente quello filosofico di renderci più coscienti del nostro essere umani, del nostro esserlo in questo pianeta e nel nostro viaggio ancora in corso.

A Matteo Romandini

e Nicola Nannini.

che come me sono ancora in  viaggio.


Siamo tutti Giovanni Tizian

Oggi volevo approfittare del nostro libero spazio per “rimbalzare” una notizia che ieri è uscita sui giornali locali: un giovane giornalista, che da anni collabora con la Gazzetta di Modena, da venti giorni si muove sotto scorta a causa delle minacce ricevute per colpa delle parole che ha scritto, delle inchieste che ha portato avanti su giornali e riviste.

Sul Rasoio avevo già scritto di come la criminalità organizzata sia ben radicata nel nostro territorio – Cose di casa nostra, 8 dicembre 2010 – proprio grazie alle parole di giornalisti come Giovanni Tizian; articoli che mi hanno aiutato a capire meglio il luogo in cui viviamo, lavori che mi hanno ricordato che la nostra “isola felice” è in realtà un territorio di caccia per ogni genere di malaffare.

Per chi non avesse avuto la possibilità di leggerlo sulla Gazzetta di oggi, vorrei lasciarvi qui sotto l’articolo con cui il giovane giornalista traccia i contorni della vicenda.

VADO AVANTI – di Giovanni Tizian – Gazzetta di Modena, 12 gennaio 2012

Un giorno come tanti, caffè, rassegna stampa e la solita corsa per chiudere il pezzo e guadagnarmi la giornata. Ma poi arriva una telefonata, ero fuori città. “Abbiamo deciso di tutelarti”, il giorno dopo avevo già la scorta assegnata. E’ diventata fissa pochi giorni fa. Stai tranquillo, mi hanno detto, fai quello che ti dicono e segui le nostre direttive. Cambia la quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno si avverte il cambiamento. Dalla spesa all’organizzazione del lavoro, programmare le interviste, pianificare la propria vita con minuziosa attenzione. Ma la voglia di andare avanti è più forte. Raccontare il potere delle mafie al Nord vuol dire raccontare il lavoro oscuro del Paese. Da anni collaboro con la Gazzetta di Modena, da anni mi occupo di mafie al Nord. Delle cosche dell’Emilia. Quelle stesse cosche che negli anni in cui emigravo verso Modena raccoglievano quanto seminato decenni prima. Un raccolto fatto di patrimoni enormi, un fiume di denaro accumulato sulla pelle degli onesti.

Erano gli anni ’90 quando ci trasferimmo in Emilia, qui ho iniziato a scrivere. A raccontare di come i clan si muovono e impongono servizi alle imprese, obbligano commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. E’ quanto racconto nel libro, appena pubblicato da Round Robin, “Gotica”. Un libro inchiesta in cui raccolgo la mia attività di cronista di giudiziaria e inchieste giornalistiche realizzate anche con il mensile Narcomafie e Linkiesta.it.

Era il 1989 quando mio padre venne ucciso a Locri mentre tornava a casa dal lavoro. Era un funzionario di banca, a sparargli mani ignote, ma armate da ‘ndrangheta. Il suo omicidio è rimasto irrisolto, come tanti in Calabria. Io avevo sette anni e lo aspettavo come tutte le sere. Da quel 23 ottobre non tornò più.

Da quando lavoro a Modena ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano in Emilia Romagna come se fossero a casa loro. Nell’ultimo anno le indagini che hanno riguardato il territorio emiliano romagnolo sono state numerose. Arresti, sequestri, processi. Da Rimini a Piacenza le cosche corrono rapide di cantiere in cantiere e consolidano il loro potere. Autotrasporto, edilizia, azzardo legale e illegale, facchinaggio. Parlare di narcotraffico e di pizzo è parlare, in fondo, di una questione di ordine pubblico. Ricostruire i percorsi del denaro mafioso vuol dire demolire la facciata di legalità creata con la complicità dei cosiddetti “colletti bianchi”. Rapporti che rendono i boss invisibili e socialmente accettati. E succede così che l’apertura di un negozio etnico suscita più allarme sociale rispetto alla colonizzazione dei territori da parte delle cosche. Che in questi territori, oltre la linea Gotica si sentono forti, e perfette. Tanto che vorrebbero con le loro intimidazioni bloccare i giornalisti che fanno inchieste sui loro affari. Giovani giornalisti, precari ma con una passione immensa. Che rischiano e amano il proprio lavoro, che per pochi euro, al Sud come al Nord, mettono in gioco la propria vita per far conoscere a tutti questa realtà. Giovani cronisti che vivono una doppia vulnerabilità, fisica ed economica. Per questo uno degli attestati di solidarietà che mi ha commosso maggiormente è la campagna lanciata dall’associazione daSud e da Stop’ndrangheta.it, “Io mi chiamo Giovanni Tizian”. Un appello per tutelare me, ma anche tutti i giovani giornalisti precari di questo strano paese.

 

Vorrei chiudere con un piccolo ma importante ringraziamento, il motivo per cui ho scritto queste poche e semplici parole. Grazie a Giovanni e a tutte quelle persone che fanno una scelta ben precisa: da che parte stare.


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


La scoperta dell’Indie. Il virus che cambierà il mondo?

Durante tutto quest’anno sono stato in viaggio. Non ho visitato posti esotici, né ho avuto a che fare con cose al limite della fantasia.

C’è qualcosa nel nostro immaginario che associa il concetto di viaggio alle esplorazioni che gli etnografi, i naturalisti o intellettuali in genere affrontavano nell’800, sull’onda lunga delle scoperte e delle conquiste coloniali che da Colombo in poi avevano introdotto la categoria di “Vecchio” o “Nuovo” nella definizione dei continenti, come se l’America fosse nata dopo, una sorella minore (e forse per questo più attraente) delle rugose, Europa, Asia e Africa.

Ogni navgante, esploratore, o semplice viaggiatore è anche mosso da motivazioni concrete, spesso meramente economiche. Così facevano quegli esploratori dell’800: prima che perseguire l’intersse scientifico si cercavano terre e risorse; si andava sì a caccia di culture lontane rimaste sospese in un tempo anch’esso lontano, ma con l’intento di scambiare  oggetti curiosi e preziosi da riportare in patria e vendere ai borghesi collezionisti.

In un certo senso, anche il mio viaggio ha avuto, e ancora conserva uno scopo materiale. Voglio finirlo con il maggior numero di oggetti nel sacco, mi darete del collezionista, ma non importa, a volte il collezionismo è il milgior antidoto al consumismo. No, è un’esperienza che vale molto di più che un’etichetta. E’ il mio viaggio nell’arcipelago sconfinato dell’indie.

***

Devo premettere che non si tratta di un viaggio programmato, ma direi piuttosto che è stato l’indie stesso ad aver investito in maniera prorompente la mia esistenza e forse anche il mio modo di osservare e valutare i suoi prodotti, perciò non ho la pretesa di affrontare l’argomento in modo scientifico e approfondito come forse meriterebbe; questo compito forse è giusto lasciarlo agli antropologi, ai sociologi, ai filosofi o agli storici che verranno dopo di noi e analizzeranno il fenomeno indie nella sua incalcolabile vastità e nei suoi tratti multiformi. Basti ricordare che “Indie” è un aggettivo dato per primo al Rock, (Indie-Rock, appunto), per identificare tutti gli autori che uscivano dal mainstream della cultura di massa, fuori dal selciato delle grandi major che controllano il mercato discografico, insomma erano o sono Indie-pendenti.  Si può però applicare l’aggettivo Indie anche ad altro tipo di produzioni, editoriali, giornalistiche, artistiche in genere o addirittura scientifiche?

Tutto, almeno per me, è cominciato con questo blog, il Rasoio, che si poneva lo scopo di esprimere e far circolare idee rimanendo indipendente dall’universo della comunicazione istituzionale, dell’informazione di partito, e dell’editoria acriticamente schierata, che per come sono attualmente organizzate sono di certo un ecosistema più idoneo a specie di professionisti del settore che a me. Dopo due anni di attività fuori da qualsiasi logica, metodi e scopi univoci e precostituiti, continuare ad espletare il proprio ruolo di propulsore di idee risulta un compito parecchio duro, perché il sistema editoriale –soprattutto italiano, ma non solo- prevede che i fondi elargiti alle testate siano erogati se e solo a condizione che la testata in questione sia promossa nelle commissioni parlamentari preposte da un gruppo di almeno due deputati/senatori (legge 7 marzo 2001, n. 62; D.P.R. 25 novembre 2010, n. 223; ma si ricorderà anche l’esortazione telefonica di Walter Lavitola all’ex-premier a sbloccare i fondi per il suo giornale, l’Avanti). Come chiunque può immaginare, è difficile rimanere indipendenti se ricevi fondi dai vari organismi di potere, almeno tanto quanto sia faticoso rimanere perfettamente concentrati ed efficienti quando ciò che fai è spinto dalla sola passione, e non ha padrini o padroni di nessun tipo.

Fra le varie isole dell’arcipelago indie, ce ne sono alcune che durante questo viaggio hanno avuto un significato per me importante e ve ne voglio parlare. Sono Modena al Cubo, gli Tsar e Indidee. Ne abbiamo parlato sul Rasoio in più occasioni, come fossero “isole” separate, diverse nella forma (espressiva), nell’ambiente (ambito produttivo) e nelle dimensioni (eco e distribuzione), ma oggi vale la pena mettere in luce le due caratteristiche che esse hanno in comune: primo, gravitano nell’orbita della città di Modena; secondo, sono indie.

Modena al Cubo

L’ondata di cementificazione che ha interessato la città di Modena nell’arco delle ultime due legislature, coincidenti con il mandato alle politiche urbanistiche dell’assessore Daniele Sitta, ha prodotto forti mal di pancia nella cittadinanza, e da quanto trapela dai giornali e non solo anche all’interno del locale partito di maggioranza.

Gabriele Veronesi, un giovane giornalista di 25 anni, ha deciso di documentare e mettere assieme i pezzi di questo gigantesco puzzle di affari, accordi e poltrone. Lo ha fatto in assoluta autonomia finanziaria. Fuori da qualsiasi redazione o apparato editoriale. E se gli chiedete cosa abbia spinto il suo sguardo nel mondo ombroso dell’edilizia e degli affari ad essa connessi, vi risponderà che è molto sensibile ai temi ambientali e che ovviamente è per lui un’esperienza professionale formativa, benché assolutamente autoprodotta. Possiamo quindi iscrivere a buon titolo Modena al Cubo nel variegato mondo dell’indie.

E’ stato contestato in più occasioni a Gabriele Veronesi che manca il contraddittorio, l’opinione della attuale maggioranza politica, fra le voci che sfilano nel suo documentario. Lui risponde che Sitta, colleghi e sodali godono di molto spazio su quotidiani e televisioni locali, uno spazio sufficiente a far conoscere diffusamente e approfonditamente la loro linea. Risulta difficile sostenere il contrario, in effetti; basta aprire il sito della Gazzetta di Modena. Recentemente ad un dibattito piuttosto molle organizzato a Formigine per la proiezione di Modena al Cubo, il professor Gabriele Giacobazzi dell’Alma Mater Studiorum di Bologna ha posto la medesima, ormai poco originale obiezione, dimostrando di fare parte della nutrita schiera di intellettuali organici al partito e alla sua proposta di sviluppo urbanistico. Al suo fianco altri relatori più giovani hanno appoggiato la tesi poco approfondite dell’esperto professore, dimostrando maggiore solidarietà a lui che all’ardito autore di Modena al Cubo. Schierarsi dalla parte dell’indie, su certe questioni scottanti e quando forse si hanno ambizioni politiche in Emilia Romagna evidentemente appare a molti un opzione pericolosa. Più prudente dare ragione al professore.

Rilevo quanto sia ironico pretendere dall’indiano Veronesi, imparzialità e contraddittorio, quando il suo prodotto non ha altri padroni, né finanziatori, se non lui medesimo. Modena al Cubo, fa parte della libera e indipendente espressione, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. E’ ironico perché non ci sono calunnie, né notizie false o comportamenti penalmente rilevanti nel prodotto.  E’ ancora più ironico se si considera come l’amministrazione comunale di Modena è abituata a trattare il contraddittorio. Citiamo, ad esempio, il caso della demolizione di alcuni edifici dell’ex-AMCM avvenuta nella settimana di ferragosto del 2010, nel mezzo di una città semideserta e quindi non molto incline ad impressionarsi, né tantomeno ad opporsi; la distruzione, per altro, fu operata con tale alacrità che le ruspe erano costrette a lavorare anche durante la notte. Tutto ciò accadeva proprio mentre la magistratura, su esposto di Italia Nostra, ordinava di bloccare immediatamente i lavori, perché si stava procedendo alla demolizione di edifici sottoposti a tutela. Forse la magistratura non rappresenta un contraddittorio abbastanza autorevole per l’amministrazione, verrebbe da rispondere al professor Gabriele Giacobazzi dell’Alma Mater Studiorum e a tutti gli altri accademici e intellettuali organici.

Dodici cose divertenti che non devo fare mai più

Vent’anni fa un prodotto come questo l’avremmo trovato in un negozio e sarebbe costato forse 20 o 25.000 lire. Oggi, per averlo, bisogna andarselo a scovare in una saletta dispersa da qualche parte a Modena Est, o ad un concerto di chi l’ha realizzato e spendere circa la metà. Tra i numerosi pregi dell’indie, in effetti, c’è anche l’abbattimento dei prezzi, attenuati per l’assenza dei costi per la post-produzione e per la grande distribuzione. Tutto o quasi è home-made, e stai sicuro che valido o meno quel prodotto è puro e incontaminato. “Dodici cose divertenti che non devo fare mai più”, è il primo (e per ora unico, ma pare ne sia in arrivo un altro nel 2012) album degli TSAR, una band di Modena, poco conosciuta nel suo nome collettivo, ma molto familiare per quanto concerne i singoli componenti ormai da anni sulla scena del Rock’n’Roll italiano.

A qualcuno ricordano gli Afterhours, ad altri i Litfiba, i Soundgarden, gli Stone Temple Pilots. L’indie, quando si manifesta in una forma d’arte, non è privo di influenze e ispirazioni. Al contrario, deve iscriversi in una storia, in un solco già tracciato che si intende perpetrare facendolo proprio, mischiandolo, shakerandolo e riproponendolo in forma originale. Semplicemente non ha padroni, né padrini, né promotori diversi dagli autori stessi. Potremo stare perciò sicuri che tanto nella musica, quanto negli arrangiamenti e nei testi, l’album degli TSAR sarà un capitolo delle cronache del Rock’n’Roll di casa nostra e potrà forse anche rappresentare una preziosa fonte di ispirazione per altre band.

Indidee

A sdoganare definitivamente l’Indie è stato certamente Internet. Prima di Internet la “rete” (di conoscenze, di informazione, di comunicazione professionale, di intrattenimento) era gestita dalle istituzioni repubblicane e da organi privati certificati (ad esempio i quotidiani) ai quali lo Stato concedeva di svolgere quei compiti. Da qualche anno non è più così. Il sistema e le leggi in esso incorporate sono stati completamente superati dai fenomeni mediatici, sociali ed economici innescati da Internet, non riuscendo in alcun modo a stare al passo. La burocrazia è lenta e farraginosa nella misura in cui chi produce leggi, ha l’interesse a produrre più che norme, eccezioni. La rete ha invece consentito una produzione e una circolazione di idee in tempi pressoché istantanei, oltre che in modi praticamente “anarchici” cioè in quasi assoluta assenza di un sistema di norme condiviso ad un livello sovranazionale, come tale è il web. Questo contesto si è dimostrato un terreno fertilissimo per le idee indipendenti. Così, anche a Modena, mai emancipatasi dall’etichetta politica, economica e culturale di provincia assegnatagli dal Senatus Popolusque Romanus circa 22 secoli fa, sono proliferate testate, giornali, blog in un clima di fermento “da capitale”, un dinamismo che in città non si vedeva da decenni.

Da ormai due anni, a fine estate si tiene Indidee, un raduno di tutte queste realtà espressive di Modena e non solo. Partecipano diverse redazioni di testate indipendenti che si occupano di informazione, ma anche di arte, letteratura, musica, in altre parole si occupano di portare alla luce il mondo sommerso dell’indie, delle produzioni locali di valore in diversi ambiti, cercando di inserirle in un circuito più ampio (ahimé finora solamente locale). Tra queste, Appunto (Formigine), Formizine (Formigine), il Sassolino (Sassuolo), Art Commitee (San Prospero), Sottobosco (Bologna), lo stesso Rasoio (Modena) e Mumble (Camposanto e bassa modenese). Qualcuno dirà che la redazione di Mumble, primo promotore della manifestazione, vanta legami con il PD (non a caso la prima edizione di Indidee si è svolta alla Festa Provinciale del PD a Ponte Alto) e con l’ARCI, e quindi non si può iscrivere nel multiverso indie. Sì, questo effettivamente non si può negare. Per Mumble, quindi la storia è un po’ diversa. Ma per gli altri sembrerebbe valere quanto detto in precedenza.

Qualcuno potrebbe domandarsi perché continuino tutte queste redazioni a rimanere cristallizzate nei loro piccoli feudi e non decidano attraverso accordi, collaborazioni e fusioni di assurgere ad un ruolo più eminente ed attrattivo. E la domanda non sarebbe fuori luogo in un momento storico critico come questo. Perché questi progetti editoriali ormai riconosciuti dalla collettività non aspirano a misurarsi col sistema dal quale si sono emancipate? Essere indipendenti, non significa scappare sul web o rinchiudersi nel proprio paesello. Non significa nemmeno dimenticare che il mondo verticale della gerarchia e delle istituzioni esiste, è strutturato e che –stando ai sintomi di crisi ormai piuttosto palesi- necessiterebbe sia di impulsi epidermici sia di una riforma profonda e radicale, a meno di  trascinarci tutti nel baratro della recessione economica, della regressione culturale e sociale. Indidee è un bell’esperimento, ma grandi si diventa o nanetti si muore.

***

A questo punto del viaggio nell’indie (avrebbe potuto dirlo anche Cristoforo Colombo), mi restano più interrogativi di quanti ne avevo cominciandolo. Successe la stessa cosa ad Alan Lomax quando negli anni’40 andò nel Delta con un registratore magnetico a campionare il blues. Oggi ancora mi domando se l’assenza totale di logiche, strutture, padroni, promotori prezzolati, e distributori di massa sia un bene o un male. E’ un bene o un male che ci siano sempre meno filtri di selezione dei prodotti d’arte, scientifici, giornalistici? Sarà l’indie il virus letale del mercato, inteso come autorità impositiva dei sistemi e mezzi di produzione, gestione e vendita dei manufatti e delle idee in essi infusi? Si sta avverando il principio leninista che “la classe rivoluzionaria, per adempiere al suo compito deve sapersi rendere padrona di tutte le forme o di tutti i lati, senza la minima eccezione, dell’attività sociale”?  Saremo capaci essere produttori e al contempo pubblico? Saremo in grado di abbandonare il downloading compulsivo, la dispersione e il consumo indistinto di beni e conoscenze, per dedicarci alla ricerca di isole misteriose nel vasto arcipelago dell’indie? Dovremo trasformarci in qualcosa di simile ai talent scout, a quelli che adesso si chiamano“head-hunters”? Quanto questa dinamica influenzerà i prezzi, il lavoro, la qualità dei prodotti?

Insomma una giungla di domande che ne generano in continuazione di nuove. Staremo a vedere. L’aspetto più positivo di tutta questa storia, ancora priva di epilogo, è che a dispetto della crisi dei mercati tradizionali, delle strutture di potere, della politica, dell’economia reale, dei consumi e chi più ne ha più ne metta, qualcuno non ha aspettato il vecchio treno dei concorsi che una volta a cadenza regolare arrivavano a togliere le castagne dal fuoco e a sistemare tanto i personaggi scomodi, tanto i “figli di”. Qualcuno non ha smesso di generare bellezza, di produrre utilità, stimolare la curiosità. Solamente ha deciso o è stato costretto a farlo senza tutela, vincoli o limiti esterni, come Gabriele Veronesi, gli TSAR o le redazioni di Indidee (a parte Mumble) o come ciascuno di noi sempre di più e con sempre maggiore perizia fa individualmente, come nell’ambito professionale. Forse per questo, proprio perché priva di vincoli e confini, questa generazione è stata definita dei bamboccioni e degli sbandati. E’ la verità assoluta? O è forse anche un tentativo che il potere in crisi attua per definire qualcosa che è sfuggito al suo controllo, alle sue norme e alla sua autorità? E’ la reazione del tabù che si manifesta non meno intensamente nelle società primitive quando si deve emarginare qualcosa che può diventare un problema? Può darsi, ma chi non è indiependente, negherebbe comunque qualsiasi strategia di delegittimazione di chi è indie per natura e troverebbe tecnicismi e distinguo vari per infinocchiarvi.

Vediamola anche sotto quest’ottica. In effetti diverse leggi, ad esempio la discussa legge n.30/2003 in materia di occupazione e mercato del lavoro, hanno quasi azzerato la possibilità del posto fisso, che però inspiegambilmente è rimasto riservato a pochi predestinati, ma pazienza, tale è la realtà. Non è più pensabile avere il posto da dipendente entro i 40 anni, salvo eccezionalissimi casi. Bene, se lo Stato non vuole una generazione di dipendenti, perché costano troppo e un giorno vecchi potrebbero risultare un peso, allora vorrà una generazione di autonomi.

Ma forse proprio quando lo Stato preparava la dissoluzione di un modello socialmente forte e statico (lavoro dipendente) per crearne uno più debole e ricattabile (lavoro autonomo o parasubordinato) ma nelle sue intenzioni forse più dinamico, non si rendeva conto che con esso produceva anche una quota consistente di autonomia e indipendenza umana, forse eccedente rispeto ai confini del suo totale controllo.

Per questo e per mille altri motvi, se dobbiamo dare un nome oggettivo a questa generazione, privo di ogni retorica, edonismo, interesse e giudizio morale possiamo chiamarla così. Indie.

“L’idea che la conoscenza possa e debba essere in accordo con leggi fisse e universali è tanto irrealistica, quanto perniciosa. E’ irrealistica in quanto considera in modo troppo semplicistico le doti dell’uomo e le circostanze che ne incoraggiano, o causano, l’agire. Ed è perniciosa in quanto un tentativo di imporre regole è destinato ad aumentare le nostre qualificazioni professionali a scapito della nostra umanità”. Paul K. Feyerabend, “Against method”, 1975.


Credici


Borderline: Qualcosa brucia

In equilibrio sull’orizzonte invisibile e precario del tramonto.

Questo sole rosso che muore lentamente rende languidi i confini di terra e cielo.

In equilibrio dal punto più alto a quello più basso per la dinamica del pensiero e l’inefficacia dell’espressione mentre tutto scompare nell’ultimo bagliore di luce.

Le nubi tremolanti crepano gli occhi con i sussurri del cambiamento mentre le certezze evaporano in tempo di crisi, ed anche un sasso arriva a galleggiare a mezz’aria quando si leva il primo alito di buio.

La rovina risorge in ogni certezza con la calma di chi ha aspettato a lungo fidando nell’umano ingegno per ritrovarsi poi faccia a faccia con la follia.

Sorge la luna e brilla.

Un unico chiarore, questo chiarore, che affila la lama e cura la ferita.

La sua forza dona speranza e ristabilisce nella notte Fede divina tra le dee, colei che sempre sostiene chi la segue.

E Pietro aveva fede nel gesto che stava compiendo; una tanica di benzina e un semplice accendino che accendeva e spegneva ritmicamente mentre camminava, facendo così illuminare il selciato di lampi sempre diversi.

Tre litri, non uno di più non uno di meno per distruggere e rendere polvere l’acciaio forte delle sue catene.

Ancora una volta dopo tanto tempo avrebbe sentito il suono crepitante della libertà avvicinarsi, quella libertà che brucia, quella libertà data dal sacrificio nel fuoco.

Pietro si ferma, posa la tannica, svita il tappo e versa il contenuto oleoso osservandolo espandersi e scivolare sulla carena del mezzo.

 

 

La benzina cade sul’asfalto nero e nera pare anch’essa, ma Pietro si china e illumina una sola goccia per accendere un mare.

Così accade.

Quando la colonna di fiamme è già alta afferra la tanica e le chiavi e ve li lancia dentro con forza.

Rumore di vetri rotti, ed il fuoco divora anche quelli.

Pietro come sempre si interroga, non sa esattamente  quali saranno le conseguenze né sa che genere di felicità può portare un gesto del genere che comunque oramai è compiuto.

A forza di stare nel mezzo tra mondi diversi è divenuto un outsider, e come tutti outsider Pietro osserva lasciandosi scivolare addosso ciò che non gli interessa.

Non sa ancora quanto sia auto-lesivo frequentare un ragazzo come Benedetto Bracchetti, né ancora lo sapete voi.

Tutto quello che lui e che voi sapete è che domani mattina sul giornale in prima pagina leggerete di un Suv bianco bruciato in Corso Canal Grande.


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