Lussuria
Pubblicato febbraio 10, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: margheritaangeli.com
Avarizia
Pubblicato febbraio 9, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: margheritaangeli.com
Dell’amore e di altri demoni
Pubblicato febbraio 10, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: garcia marquez, lussuria, pierinoeillupo
…<<Il fatto è che con sicurezza non so neppure perchè sono venuto>> disse Delaura.
<<A meno che quella creatura mi sia stata imposta dallo Spirito Santo per mettere alla prova la forza della mia fede.>>.
Gli bastò dirlo per liberarsi del nodo di sospiri che lo opprimeva. Abrenuncio lo guardò negli occhi, sin nel fondo dell’anima, e si rese conto che stava per piangere.
<<Non si tormenti invano>> gli disse con tono rassicurante. <<Forse è venuto solo perchè aveva bisogno di parlare di lei.>>
Delaura si sentì nudo. Si alzò, cercò la direzione della porta, e non fuggì via di gran corsa solo perchè era seminudo.
Abrenuncio lo aiutò a infilarsi gli indumenti ancora bagnati, mentre cercava di farlo indugiare per proseguire la conversazione. <<Con lei chiacchiererei senza sosta fino al secolo venturo>>. gli disse. Tentò di trattenerlo con una boccetta di collirio trasparente per guarire la persistenza dell’eclissi nel suo occhio. Lo fece tornare indietro quando era sulla soglia per prendere la borsa che aveva dimenticato in qualche punto della casa. Ma Delaura sembrava in preda a un dolore mortale. Ringraziò per il pomeriggio, l’aiuto medico, il collirio, ma l’unica cosa che concesse fu la promessa di tornare un altro giorno con più tempo.
Non poteva sopportare l’urgenza di vedere Sierva Marìa. Si accorse appena, ormai sulla soglia, che era notte fonda.Aveva smesso di piovere, ma le fogne erano allagate a causa della bufera, e Delaura si lanciò in mezzo alla via con l’acqua alle caviglie. La monaca addetta all’ingresso cercò di sbarrargli il passo per la vicinanza del coprifuoco. Lui la scostò:
<<Ordine del signor Vescovo.>>
Sierva Marìa si svegliò spaventata e non lo riconobbe nelle tenebre.Lui non seppe come spiegarle perchè si presentava a un’ora così diversa e colse al volo il pretesto:
<<Tuo padre vuole vederti.>>
La ragazzina riconobbe la borsa, e il viso le si accese per l’ira.
<<Ma io non voglio>> disse.
Lui, sconcertato, le domandò perchè.
<<Perchè no>>, disse lei. <<Preferisco morire.>>
Delaura cercò di scioglierle la cinghia della caviglia sana credendo di farle piacere.
<<Mi lasci>> disse lei.<<Non mi tocchi.>>
Lui non le badò, e la ragazzina gli lanciò una raffica di sputi in faccia.Lui rimase impassibile, e le porse l’altra guancia. Sierva Marìa continuò a sputargli addosso.Lui di nuovo cambiò la guancia, inebriato dalla zaffata di piacere proibito che gli salì dalle viscere. chiuse gli occhi e pregò con l’anima mentre lei seguitava a sputargli addosso, tanto più feroce quanto più lui godeva, finchè non si rese conto dell’inutilità della sua rabbia. Allora Delaura assistette allo spettacolo spaventoso di un’autentica energumena.La chioma di Sierva Marìa is increspò di vita propria come le serpi della Medusa, e dalla bocca uscì una bava verde e una sfilza di improperi in lingue idolatre. Delaura brandì il suo crocifisso, lo avvicinò al viso di lei, e gridò atterrito:
<<Vattene, chiunque tu sia, bestia degli inferni.>>
Le sue grida eccitarono quelle della ragazzina, che era sul punto di spezzare le fibbie delle cinghie. La guardiana accorse spaventata e cercò di calmarla, ma solo Martina ci riuscì con i suoi modi celestiali. Delaura fuggì via.
Il vescovo era inquieto perchè non si era presentato per la lettura della cena. Delaura si rese conto che fluttuava sopra una nuvola personale dove nulla di questo mondo né dell’altro gli importava, a meno che si trattasse dell’immagine terrifica di Sierva Marìa umiliata dal diavolo. Fuggì nella biblioteca ma non riuscì a leggere. Pregò con la fede esacerbata, cantò la canzone della tiorba, pianse con le lacrime di oblio bollente che gli arsero le viscere. Aprì il fagottino di Sierva Marìa e sistemò le cose una a una sopra il tavolo. Le conobbe, le fiutò con un desiderio avido del corpo, le amò, e parlò con loro in esametri osceni, finchè non ne poté più. Allora si denudò il busto, prese dal tiretto del tavolo da allodola disciplina di ferro che non aveva mai osato toccare, e cominciò a flagellarsi con un odio insaziabile che non gli concesse tregua finchè non ebbe estirpato dalle sue viscere persino l’ultimo vestigio di Sierva Marìa. Il vescovo, che era rimasto ad aspettarlo, lo trovò che si rivoltava in una fanghiglia di sangue e lacrime.
<<E’ il demonio, padre mio>> gli disse Delaura. <<Il più terribile di tutti.>>
estratto da Dell’amore e di altri demoni, Gabriel Garcia Marquez, 1994
PECCATI QUOTIDIANI – Lussuria, ovvero, insana dedizione al piacere
Pubblicato febbraio 10, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: furto, informazione, la Stampa, morte violenta, violenza sessuale, violenza su minore
Violentata e derubata, 42enne muore in un letto d’ospedale – Taranto. Derubata di 5 euro e poi violentata. E’ morta così, per le ferite riportate e l’emorragia, Filomena Rotolo, una donna senza fissa dimora di 42 anni, barese, trovata nei pressi della stazione ferroviaria di Taranto dove viveva di espedienti ed elemosine. Il suo assalitore le aveva prima sottratto pochi spiccioli e un telefonino. I fatti si sarebbero svolti domenica ma solo lunedì mattina, Filomena è stata accompagnata all’ospedale dove è spirata nella notte dopo aver dato indicazioni anche sul suo assalitore. Gli uomini della Polfer hanno fermato un bulgaro già espulso. (da l’Informazione, 20 gennaio 2010)
Bimbo violentato, arrestati anche i genitori – La prima volta l’adescò per strada riuscendo a portarlo a casa e qui ne abusò sessualmente, ricompensandolo con pochi euro. A quest’episodio ne sono seguiti molti altri, per tutto il 2009. Violenze di cui erano a conoscenza anche i genitori del ragazzino barese di 12 anni. Il calvario ha avuto fine con l’arresto del violentatore di 60 anni. Insieme con lui arrestati anche i genitori del piccolo. (da la Stampa, 16 gennaio 2010)
Uno scambio equo
Pubblicato febbraio 9, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: 1977, avarizia, banconote danzanti, battesimo, business, Colombia, figli, Pasqua, piantagioni, redenzione, silenzio, Sympathy for the Devil, Taussig
La Casa dell’Usura – estratto
Pubblicato febbraio 9, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio 1 CommentoTags: affari, amore, avarizia, credito, debito, felicità, fuga, nebbia, soldi, strada, usura
[...]
Non fecero molti chilometri che furono avvolti da un fitto banco di nebbia. Non riuscivano a vedere a più di tre metri davanti a loro.
Xiao disse la sua: “La stlada non è a calleggiate sepalate. È meglio felmalsi pel evitale di fale incidenti”.
Accostarono e scesero dalla macchina. Denso il freddo sulla loro pelle e la bianca umidità gli infradiciava vestiti e capelli.
“Sembla quasi pioggia statica” analizzò Xiao.
“Ciò, non è mica normale ‘sta nebbia, ciò” Azzo era preoccupato.
Il sottotenente-quasi-nulla-tenente Capelli apparve dal nulla: “No infatti, non lo è. So dove siamo; cazzo, non avrei dovuto prendere questa strada”.
“Hee! Hee!” Isaak sembrava a suo agio. Il suo sorrisetto perfido si stagliava netto tra i lunghi riccioli bagnati che gli contornavano il volto.
Capelli spiegò: “Siamo finiti nei pressi della Casa dell’Usura!”.
Osservava l’inizio di un sentierino sovrastato da un cartello a forma di freccia. Indicava nel vuoto nebbioso recitando ‘CASA DELL’USURA’. Si udì lo schianto di un fulmine in lontananza.
“La Casa dell’Usura” continuò il sottotenente “è il luogo dove si raccolgono i peggiori aguzzini in circolazione per perpetrare i propri crimini impuniti! Questa nebbia è artificiale: proviene da là, da quell’edificio infernale. Sul tetto della Casa dell’Usura è installato un dispositivo per modificare il tempo atmosferico. A discrezione degli usurai che qui operano vengono create avverse condizioni metereologiche per forzare la gente che passa di qua a fermarsi ed infine a chiedere aiuto alla Casa dell’Usura; sfortunatamente nessuno ha il coraggio di riferire quali siano i flagelli a cui vengono sottoposti i malcapitati che bussano a quella porta”.
“Li spezzo!” disse Arnold.
“No, Alnold, non sappiamo quali tlappole sataniche attendono chi si avventula là dentlo”.
“Ciò, io ho una fifa blu. Aspettiamo che la nebbia si diradi, ciò”.
“Sì, sono d’accoldo anch’io”.
“Ma no, non è necessario” intervenne Isaak “io sono un associato della Casa dell’Usura. Ho accesso al pannello di controllo dell’arnese che usiamo per cambiare il clima. Comunque, ora che ci penso, sono in credito verso uno dei miei colleghi! Non mi dispiacerebbe recuperare i soldi che mi spettano. Inoltre non possiamo prevedere per quanto ancora resterà questa nebbia”.
“Ciò, io non vengo in quel postaccio!”.
“Azzo, non essere ridicolo. Io godo di privilegi speciali all’interno della Casa dell’Usura. Finchè sarete con me non avrete di che temere”, Isaak provò a rassicurarlo ma Azzo non ne voleva sapere.
Ad un tratto Azzo si ricordò che il sottotenente Capelli soleva portare sotto il giubbotto militare un paio di calibro 31.
“Ciò, va bene, vengo anch’io”.
E si addentrarono nella foschia lattiginosa e greve, seguendo Isaak che conosceva a memoria la strada.
Azzo provava un senso di oppressione. Si voltò indietro e intravide il viso imperscrutabile dell’orientale Xiao, davanti aveva la schiena di Capelli. Si sentiva in pericolo. I passi furtivi di Isaak attutiti dalle nebbie. Anche Arnold, la cui possenza fisica era nota in tutta Europa, pareva sminuito, drenato.
Arrivarono ad un massiccio portone di ardesia nera sul quale erano incisi vari simboli di valute. Isaak sicuro calcò con un dito il Dinar algerino, poi l’Escudo di Capoverde, il Ngultrum del Bhutan, l’Afghani, la Rupia e il Ouguiya della Mauritania.
Si sentì uno schiocco metallico e una delle potenti ante si mosse.
Entrarono. Azzo si guardò intorno. Pareti giallo brillante, otto crudeli colonne bronzee individuavano tre navate, un ampio diamantino lampadario minacciava gli avventori dall’alto e numerosi ritratti di personaggi ignoti costellavano la vuotezza della stanza; sotto ai piedi un largo mosaico con motivi barocchi a contorno di una pista centrale. Portava, questa, dritta all’inferno: svaniva nelle fauci di una creatura disegnata ai piedi di un bancone lucente. Dietro a quello sedeva un Minosse incappucciato con una calcolatrice in mano.
Si avvicinarono per la sentenza.
“Posso aiutarvi?” mellifluo.
“Sono Isaak di Maafet. Gli altri sono con me.”
“Stanno usando il pavimento. Costa due euro al minuto”
Avanzò Capelli, ringhiando: “Stai usando la mia pazienza. Costa che ti fratturo un osso al secondo. Pensi di averne abbastanza per fare in tempo a riscuotere quanto ti dobbiamo?”
Il guardiano rabbrividì e appoggiò la calcolatrice, segno di deferenza.
Azzo si sentiva al sicuro con Capelli vicino.
Isaak non fece più caso al portinaio ormai annichilito e si diresse a destra verso un ascensore e con questo scesero due piani sottoterra.
DING!
Settimo cerchio, girone terzo, benvenuti. Un interminabile cunicolo buio. Poche candele sospiravano dai muri. Odore d’acqua stagnante e cera.
Xiao storse il naso: “Pelchè siamo qui?”.
Isaak indicò poco più avanti una porticina socchiusa che occhieggiava da una nicchia nella parete di destra.
Arnold fece un po’ di stretching agli arti superiori.
Isaak bussò leggermente alla porta.
“Avanti.” Invitò una vocetta sommessa proveniente dall’interno.
Entrarono in un ufficio basso, cavernoso, arredato con specchi e scaffali. L’illuminazione era sparsa da una breve lanterna appesa al soffitto.
“Salve, Worco” disse Isaak.
Worco sedeva su una poltroncina dietro ad un tavolo bigio, con le gambe sottili e lise. Macchiato, scheggiato, si reggeva faticosamente sotto il peso degli anni. Un lungo drappo consumato ne ricopriva le forme spigolose e lo occultava alla vista.
Worco era come il tavolo: “Isaak, qual buon vento?” costruì un sorriso, voce come stridore di pietra su pietra.
“Vento di esazione! Quarantatre anni fa ti prestai un pezzo di spago lungo 24 centimetri. Secondo la Legge sui Rapporti tra Strozzini emanata da Shelemmah il Vecchio nel 1321, tu ora mi devi 112 euro.
Xiao avrebbe anche avuto delle curiosità riguardo a Shelemmah il Vecchio, che non trovava alcuna preimmagine all’interno della sua formidabile erudizione, ma si limitò a notare che Isacco quarantatrè anni prima non era ancora nato.
“Secondo te io aspetto di nascere per fare affari?!” si indigna Isaak.
Worco si muoveva in modo oleoso: “Ah…ma certo, Isaak… vedi, purtroppo… per avere i tuoi soldi…” portò una mano grinzosa sotto il piano della scrivania “…devi prendermi!”.
Premette un pulsante segreto e si spalancò una botola sotto di lui.
Worco, sghignazzando come un maniaco, vi precipitò con tutta la poltrona.
Isaak imprecò, si liberò del pastrano per acquistare in agilità e si gettò nella botola.
Arnold, sicuro che ci sarebbe stato da menare le mani, lo seguì.
Xiao, sicuro che sarebbe stato necessario impedire ad Arnold di fare cazzate, lo seguì.
Capelli, sicuro che sarebbe stato doveroso impedire a Xiao di contenere Arnold, lo seguì.
Azzo invece non si schiodò. Quella voragine aperta su chissà quali regioni ctonie e demoniache lo paralizzava.
Pensò che se fosse rimasto lì, sarebbero venuti a recuperarlo… prima o poi.
Tremante, si guardava intorno con sospetto. Passavano i minuti. Lunghi. Aveva freddo.
SBAM!
Improvvisamente apparve un’apertura sul soffitto e Worco volò giù, atterrando come un gatto, la vestaglia svolazzante. Azzo trasalì, ma i suoi riflessi saettarono, più veloci di qualunque interrogativo, verso Worco e, prima che lui potesse balzare fuori dalla porta, gli aveva già catturato il polso.
Sgusciava, l’usuraio, probabilmente perché non si lavava per risparmiare sul sapone, ma Azzo gli afferrò un lembo del cencio che portava come vestito e lo fece cadere all’indietro.
“Dannazione! Mi hai strappato l’abito!” strillò Worco, dimenandosi convulsamente per la rabbia.
“Quale abito, ciò? Tu indossi uno straccio pulcioso!” Azzo schifato.
Worco, sorprendentemente ruotò su sé stesso da terra e fece lo sgambetto ad Azzo. Le parti si invertirono: il nostro si ritrovò al suolo; ma con incredibile prontezza pigliò il pastrano di Isacco e lo scagliò sulle gambe smilze di Worco fuggente. Questi incespicò. Azzo ebbe il tempo di prendere dalla tasca del pastrano (era sempre quello di Eta Bega!) un paio di manette e vincolò a sé lo strozzino: “Ora, ciò, tu resti qui con me finchè non tornano gli altri, ciò!”
“Lasciami! Maledetto, lasciami!” si affannava Worco, ma la massa di Azzo era troppa per le sue esigue forze.
“Ciò, restituisci a Isacco quello che gli devi e poi vai dove vuoi, ciò!”
“È questione di professionalità! Un vero imbroglione non salda mai i suoi debiti! Altrimenti che professionista sarei?!” il fiato nauseabondo di Worco violentava l’olfatto di Azzo.
“Ciò, se tu pagassi quel che devi pagare, potresti startene pacifico e tranquillo e adesso io non ti avrei arrestato, ciò!”
“Ciò, ciò, ciò! Io sono Worco!! Il più scaltro sciacallo vivente! Non posso farmi incastrare dall’ultimo dei più stolidi spilungoni!”
“Stai all’erta eh, ciò, che ti prendo a schiaffi! Io, ciò, proprio non capisco perché formicolate così tanto per due soldi!”
“Due soldi??! La tua dislocata materia grigia non può neanche intuire che business volteggia per queste cantine maleodoranti!” Worco gesticolava con astio.
“Hai detto bene: cantine maleodoranti. Ciò. Non ti rendi conto, ciò, che le cose davvero importanti si trovano al di fuori di questo postaccio, ciò, no?”
“Ti prego, risparmiami le solite lagne da spiritualista. Senza soldi puoi avere amore e felicità ma non campi!”
“Meglio morire felici che morire arrabbiati, ciò.”
“Nessuno che passi i propri ultimi istanti agonizzando nell’arsura perché non può comprarsi da bere o da mangiare muore felice. Nessuno che debba sopravvivere eroso da una lenta malattia per lunghissimi anni perché non può pagarsi le cure muore felice. Nessuno che non possa pagare una vita felice per i propri cari muore felice, tranne noi che dei cari ce ne freghiamo”.
“È diverso. Ciò, voi non avete cari. La brama di denaro vi ha trasformato in mostriciattoli sbavanti, ciò, abietti. Ti ritieni felice?”
Worco rimase in silenzio.
“Vedi? Non mi rispondi perché non conosci la felicità, non sai cos’è. Ma non puoi nemmeno sentire la mancanza di ciò che non hai mai conosciuto, ciò, giusto? La tua gretta esistenza è stata sempre tanto protesa, ciò, all’accumulazione di beni e di vittorie che non ti sei mai fermato, ciò, neanche un secondo a riflettere su cosa cercavi davvero. Hai proceduto alla cieca, ciò, ed ora non esisti nemmeno più. Trai autocoscienza, ciò, dai tuoi soldi, ti identifichi in loro, sei merce di scambio al pari, ciò, di ogni altra cosa che compravendi. Possiedi tutto ma non possiedi te stesso. Pazzo. E sei destinato a svanire, a dileguarti senza lasciare traccia. Ciò.”
Con quello, Azzo esaurì la sua scorta di ‘ciò’ per la giornata.
Worco abbassò la testa, ascoltando dei passi frettolosi che si avvicinavano.
La porta si spalancò. Isaak ansimava: “Eccoti qui, bastardo! Anf! Bravo Azzo, l’hai fermato! Ci sono passaggi segreti in questo posto che io neanche mi sognavo. Worco mi ha seminato in fretta ma sapevo che sarebbe tornato qui a riprendere le sue preziose scartoffie prima di darsi alla macchia”.
Dietro di lui Xiao e Capelli con il respiro leggermente accelerato, e infine Arnold fresco come una rosa: “Ci voleva proprio un po’ di jogging per smaltire il pranzo” e saggiò la durezza dei suoi addominali bassi per verificare che non ci fosse nessun aumento della massa grassa.
Il sottotenente Capelli si slacciò la zip del giubbotto e mostrò le sue pistole a Worco: “Se non vuoi che io le usi per farti saltare i denti uno a uno, ora tu da bravo bambino macilento cacci il dovuto a Isacco, così noi, magari, si andrebbe. Sai, abbiamo delle persone da salvare.” Sorrise, il quasi-nulla-tenente, in modo molto esplicativo.
Worco con la mano libera, più veloce del pensiero, materializzò un coltello di ceramica giapponese, recise la catenella delle manette e balzò in piedi. Si rivolse ad Azzo, dall’alto in basso: “Mi è piaciuto il tuo discorso, spilungone, ma non potrei mai rinnegare ciò per cui ho vissuto finora. Restituire quei soldi sarebbe un’onta troppo grossa per me. Ma non dimenticare che il tuo amico Isaak è tale e quale a me!”
E Worco rivoltò il coltello verso di sé e se lo piantò nella gola.
[...]
PECCATI QUOTIDIANI – Avarizia, ovvero accumulo eccessivo, mancanza di generosità
Pubblicato febbraio 9, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: auto, azienda, borsa, Codacons, Fiat, Gazzetta dello Sport, governo, il Resto del Carlino, incentivi statali, industria farmaceutica, influenza A, mercato, Ministero della Sanità, pandemia, Sergio Marchionne, Termini Imerese, vaccino
Ma quale influenza. E’ stato un business – Otto mesi e mezzo dopo il primo caso di influenza A/H1N1 in Italia, la parola pandemia è scomparsa dall’agenda della paura della gente. Semplicemente perché gli scenari apocalittici che erano stati prefigurati sono evaporati. Duecento le vittime, secondo l’ultimo bollettino del Ministero della Sanità, con un tasso di mortalità dello 0,005%, ben inferiore allo 0,2% che si registra per la normale influenza. Passato lo spavento, a leccarsi i baffi sono i colossi farmaceutici, pronti ad annunciare al mondo utili da favola. Ricordate la corsa ai vaccini? Lo scorso 21 agosto il governo firmò con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi per 184,8 milioni di euro. Ma le vaccinazioni, anche nel periodo di massima allerta, hanno fatto flop; nel frattempo la consegna dei prodotti alle Regioni è naturalmente proseguita, fino a raggiungere la quota di 10 milioni di dosi distribuite. Ecco perché ieri, entrata in vigore la class action contro la pubblica amministrazione, il Codacons ha notificato un’azione collettiva al Ministero della Salute, in cui chiede di risolvere immediatamente il contratto con la Novartis, di restituire l’esborso ai 60 milioni di cittadini iscritti al servizio sanitario nazionale. L’affare l’hanno fatto soltanto loro, i big del farmaco. Novartis ha stimato in 700 milioni di dollari le entrate per la vendita del vaccino, in quasi 40 Paesi: l’utile 2009 del gruppo, che aveva subito un calo dello’8% nei primi nove mesi dell’anno (rispetto allo stesso periodo del 2008) schizzerà verso l’alto. Alla borsa di Zurigo, il titolo è aumentato del 43% tra marzo e dicembre. (da la Gazzetta dello Sport, 16 gennaio 2010)
Fiat: “Termini chiude, non siamo il Governo” – La Fiat non cambia idea su Termini Imerese, e i lavoratori si fermano. L’amministratore delegato del gruppo torinese, Sergio Marchionne, conferma le intenzioni della Casa: “Siamo il maggiore investitore in Italia, siamo un’azienda e abbiamo le responsabilità di un’azienda: non abbiamo le responsabilità di governare il paese, questo è un compito del governo”. (da la Gazzetta dello Sport – 15 gennaio 2010)
Gli incentivi salvano l’auto, Fiat avanza a tutto gas – Ancora un mese positivo per il mercato dell’auto: in dicembre gli incentivi hanno continuato a spingere le vendite di nuove auto in Europa, che sono aumentate del 16%. Gli incentivi alla rottamazione messi in campo dai governi dei principali Paesi europei hanno così impedito un tonfo delle immatricolazioni nel 2009. (da il Resto del Carlino, 16 gennaio 2010)
L’Albero dei Giudizi e del Perdono
Pubblicato febbraio 8, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio 2 CommentiTags: albero, amore, inferno, inquisizione, insetti, peccatori, santi, solitudine, superbia, tribunale
Josè morì come se niente fosse appoggiato al tronco di un albero con la testa reclinata da una parte, gli occhi chiusi, stravaccato e sorridente come un bambino stanco che ha corso troppo forte.
La sera prima parlando con il suo vecchio nonché unico amico, aveva preso in giro un suo conoscente che era ossessionato dalla paura di morire. Avevano riso, bevuto, cantato, gridato, come se sapessero che quella sarebbe stata la loro ultima serata insieme. Avevano urlato “ci vediamo all’inferno” alla gente che passava, avevano enumerato uno dopo l’altro i loro peccati come se ripetessero una poesia imparata da bambini. Avevano insultato i codardi e i coraggiosi, gli illusi e i nichilisti, i poeti, i preti e i venditori ambulanti. Avevano riso della loro ubriachezza e bestemmiato, sentendosi al di sopra e al di sotto di tutto: già peccatori, già adulti, già vecchi, già soli.
Come una bestia rincorsa da un cacciatore sull’orlo del baratro, fra il delirio e l’illuminazione, avevano giurato eterno amore ad ogni cosa: eterno amore reciproco, eterno amore per la vita, per la morte, per i peccatori e per i santi, per i falsi e per i malvagi. Avevano improvvisato un tribunale dell’Inquisizione proprio lì, sotto quell’albero contro al quale adesso il suo pesante cadavere stava appoggiato, dove ognuno poteva giudicare se stesso e gli altri: ridendo e piangendo insieme si erano condannati da soli a scontare i loro peccati per l’eternità. Avevano stretto patti e maledetto antichi giuramenti. Non si erano concessi nemmeno un’indulgenza, ma avevano incominciato a gridare, alla gente che passava, che loro vendevano il Perdono ad un prezzo conveniente per chi si pentiva seriamente. Ma erano ubriachi, sudati e nessuno li aveva presi sul serio.
Sotto la maschera delle loro grida e delle loro risate erano entrambi immobilizzati dalla paura: nessuno dei due avrebbe mai potuto interrompere il loro teatrino, così continuarono nell’opera di distruzione e delirio pur di non mettersi mai in discussione e guardarsi in faccia. Quando lo squallore soffocò la follia e il delirio, il disagio e la confusione si premurarono di colmare il vuoto che li riempiva e li circondava. La solitudine, come un grosso insetto affamato, si arrampicò silenziosamente dentro le loro teste e nelle loro membra. Il vecchio nonché unico amico si sentì improvvisamente sopraffatto, non capì da cosa, ma senza cercare giustificazioni e senza dire niente si alzò e si allontanò inghiottito dal buio denso e caldo che li circondava.
Il ricordo della serata perse senso quando venne giorno. Ma quella mattina Josè non ne avrebbe avuto bisogno di quel senso, né di nient’altro: era morto, con la schiena appoggiata al tronco dell’albero e sul viso una maschera che aveva definitivamente preso il suo posto.
The mousetrap
Pubblicato febbraio 8, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio 1 CommentoTags: altra prospettiva, attori, autografo, azoto liquido, biotecnologia, commedia, criogenia, industrie alimentari, maschio caucasico, medicina, niente, pin, tutto, Vogue
Con rapidi zig-zag disinvolti guadagnò l’uscita tra le goffe ombre che la scrutavano. Poggiò la schiena al muro prima di accendersi una Vogue, puttanella in gergo.
Una giacchetta di pelle, ottima fattura, contenente un maschio caucasico in perfetta forma fisica le si avvicinò.
<<Hai da accendere?>>
Odore del dopo-barba quasi annientato da quello del testosterone e smorfie pressoché impercettibili da crampi allo stomaco.
<<28 secondi da quando sono uscita. Ho fatto di meglio>>
<<Come, scusa?>>
<<Mi chiedevo se fossi una volpe -gli rispose accendendo- ma hai fatto subito luce sulla questione>>
<<In che senso? Comunque volevo dirti che sei bellissima>> con un largo sorriso da recente pulizia dentale.
<<Si -allontanandosi- lo so bene>>
Rientrando raggiunse la corte. La sua corte, beninteso, che l’attendeva sui divanetti. Una fugace sorsata, neanche il tempo di gustare il contenuto, quando si accorse di lui. La fissava nella penombra affacciato da una porta di servizio. Sorresse lo sguardo, lui non cedeva. Un altro sorso, più intenso di prima e un chiarore di luce artificiale. Le pupille si restrinsero per un piccolo frammento di tempo. Tornarono a dilatarsi, la porta era vuota. Balzò in piedi e la raggiunse, seguendo il corridoio verso un cortile interno.
Appoggiato ad una colonna, continuava a fissarla. Rimase in silenzio nella penombra, come fosse parte integrante della struttura.
Lei si avvicinò, a testa alta e passo rapido arrivando a meno di un metro da lui.
<<Vuoi un autografo?>>
<<Sei famosa?>>
<<Saprai sicuramente chi sono ma non intendevo questo. Cos’hai da guardare?>>
<<Solitamente non ti opprime l’essere osservata>>
<<Dipende da chi mi osserva>>
Si scostò leggermente dalla colonna, voltando la testa per mettere in luce il suo volto. Alla sua vista lei alzò sfrontata il labbro superiore, distogliendo lo sguardo.
<<E ti hanno anche fatto entrare, combinato così?>>
<<No. Sono io che ho fatto entrare tutti voi. Questa è casa mia>>
Lei tornò ad incrociare il suo sguardo, la bocca leggermente aperta ma si riebbe subito.
<<Accade di rado che qualcuno riesca a stupirmi. Ritieniti fortunato>>
Lui si profuse in un inchino.
<<Risparmia il sarcasmo, odio essere presa per il culo>>
Attinse dal patrimonio di 12 puttanelle rimaste e accese l’ennesima.
<<Cosa desidera, dunque, colei che dall’alto del suo splendore potrebbe ottenere tutto?>>
<<Tutto o niente, che differenza fa?>>
<<La differenza di quel che è nel mezzo, suppongo>>
<<Odio i compromessi. Quegli ipocriti della corte -tirando una profonda boccata dalla sigaretta- quando tutto questo sarà finito -buttando fuori il fumo dalle narici- cosa credi che faranno? Sono solo contorno, solo comparse nella mia opera>>
<<Tutte le commedie finiscono, presto o tardi>>
<<The mousetrap va in scena ogni sera dal ‘52>>
<<Il dramma si ripete continuamente, da millenni prima del ‘52 se è per questo. Gli attori, tuttavia, sono destinati a cambiare, loro malgrado>>
<<Appunto>>
Lei ricominciò a parlare: <<come sbarchi il lunario?>>
<<Ti faccio vedere>> cominciando a camminare.
Uscirono dalla casa percorrendo un vialetto per diverse centinaia di metri. Passarono oltre una fila di faggi e attraverso un ampio cortile che dava su tre imponenti stabili. Tutti uguali, color bianco sporco. Giunti ad una porta sul lato del perimetro, lui estrasse una banda magnetica e la strisciò nell’interstizio elettronico, digitando un pin. La porta si aprì verso di loro in un lungo corridoio asettico, illuminato dai neon. Giù per due rampe di scale e si trovarono in un magazzino, dove torreggiavano enormi silos e contenitori metallici ovunque con N gialle impresse sulle superfici.
<<Criogenia, questo è ciò di cui mi occupo>>
<<Tipo surgelati?>>
<<Tipo refrigeranti a bassissime temperature. E relative applicazioni industriali>>
<<Chi ha bisogno di tanto freddo?>>
<<Superconduttori, industrie alimentari, processi di distillazione dell’aria, biotecnologia, medicina. Esistono addirittura carbura..>>
<<Biotecnologia? -lo interruppe- Mi stai dicendo che le stronzate di Vanilla Sky non sono soltanto stronzate?>>
<<No. Non ancora, per lo meno. E’ tutto puramente teorico e la ricerca procede molto lentamente. Niente Stallone e Wesley Snipes nel futuro, per il momento>>
Lei fece un profondo sospiro che lui, impegnato ad aprire un contenitore, non colse.
<<Questo è azoto liquido. Allunga la mano>> così fece e mentre il liquido scendeva fu pervasa da una rinfrescante sensazione. Le passò un asciugamano e proseguì: <<il contatto prolungato, però, provoca ustioni. Inoltre, a temperature estremamente basse, diventa molto pericoloso e va maneggiato con cautela. L’ho provato a mie spese>> disse, indicandosi il viso in un abbozzo di sorriso. Poi mosse l’indice verso due grandi vasche: <<lì è contenuto l’azoto di cui ti sto parlando. Stanne alla larga>>
Neanche il tempo di finire la frase e lei era già salita lungo le scale che conducevano al piano superiore. Lui si girò, senza trovarla per qualche istante finché notò la sua perfetta silhouette sul soppalco metallico, intenta a spogliarsi.
<<Ho un ufficio molto comodo nell’altro stabile>>
Non lo sentiva neppure.
<<Hai capito? Possiamo stare tranquilli e al caldo..>>
Ormai completamente nuda, si insinuò con agilità tra le transenne protettive, oltre il parapetto sopra le vasche di azoto.
<<Ti ho detto che è pericoloso stare lì, vieni giù!>>
Aggrappata soltanto con un braccio al parapetto lo fissava con uno sguardo vuoto e la testa inclinata da una parte. A volte le cose hanno bisogno di esser viste da un’altra prospettiva.
<<CHE DIAVOLO CREDI DI FARE?>>
Gli rispose, solo una volta, prima di tuffarsi: <<forse questa attrice non cambierà mai, dopotutto>>.
Uno qualunque
Pubblicato febbraio 8, 2010 I "Peccati Capitali" del Rasoio Lascia un commentoTags: cibo di massa, mediocrità, normalità, Shakespeare, superbia, treno
Stasera in treno di fronte a me si trova un uomo.
Quest’uomo è l’emblema della mediocrità, il simbolo universale, il campione, il messia di tutto ciò che è scialbo, basso e banale.
Il ridicolo elogio allo squallore, la lode alla meschinità, la personificazione del tedio, costui deve avere un nome, un nome poco nobile, comune, popolare; marco?
Indossa anonime scarpe scure da trekking, un paio di vergognosi pantaloni beige, il colore del nulla, il colore di ciò che è scarno e inutile; e detiene un maglione arancione, marrone, una camiciola a quadretti bianchi e grigi con sottili linee demarcative rossicce, la bandiera dell’impiegatuccio, l’economicità della persona, di chi non ha valore e lo vuole pure evidenziare, nella risibile speranza di darsi un contegno.
Quest’uomo nel mezzo del cammin di nostra vita indossa anche occhialini da vista leggeri con la montatura color argento.
Dei capelli rimane giusto l’ombra timida della rigogliosità che contraddistingue la gioventù, quasi a voler esemplificare in pochi centimetri quadri di testa l’aridità e la caducità di questo morto che cammina.
L’espressione facciale dell’uomo riassume la sua amarezza cosmica nei confronti dell’esistenza e i gesti, non marcati e non impercettibili, sono talora un movimento della mano per tastare una merendina confezionata che tiene in grembo.
Cupido e stizzito, considera l’oggetto, dei più commerciali, come gran tesoro, pregustando forse il momento in cui ne addenterà la pasta morbida e artificiale, unta di agenti conservanti.
Consumerà quel cibo di massa con rabbia e con un perverso piacere arcano, quello del nutrimento, qui surrogato ma bastevole, fornitore di soddisfazione spicciola.
A concludere il quadro che quest’icona della bassezza spirituale propone, egli legge con modi sacrileghi i Sonetti di Shakespeare, con l’attenzione e la voluttà di chi lavora in catena di montaggio.
Non vi sono parole ulteriori per descrivere il disprezzo e il senso di omicidio che costui suscita. Fine.


