Archivi del mese: ottobre 2011
Gli sradicati.
Iacopo se ne stava lì nella sua stanza sdraiato sul letto a fissare il vuoto. Pensava al suo futuro, alle tante possibilità che si aprivano davanti a lui ogni giorno. Fantasticava. Si stupiva di quante strade avrebbe potuto seguire. Era giovane, e anche se tutti continuavano ad essere pessimisti, a dire che non c’era lavoro – che da troppo tempo nessuno inventava più niente di nuovo- lui aveva una grande fiducia. Credeva in sè stesso e in tutte quelle persone che non si arrendevano.
Mario, invece, si compiaceva di ciò che aveva. Si lasciava sfiorare dal mondo senza curarsene troppo. Sapeva bene che il tetto che aveva sulla testa gli avrebbe parato il culo per un bel po’ di tempo. A lui poi sarebbe bastato buttarsi in una delle tante reti che la sua famiglia gli avrebbe messo a disposizione, senza troppa fretta. Ma sentiva comunque un senso di soffocamento, che doveva stroncare ogni volta con qualche espediente: era così che faceva piano piano terra bruciata attorno a sè, incurante delle conseguenze perché troppo convinto di non aver bisogno di nessuno.
Iacopo, voleva aiutare tutti. Gli piaceva indicare la strada alle persone che venivano in città, spesso quando poteva li accompagnava lui stesso alla meta. Così faceva lunghe chiacchierate con persone diverse da lui, raccontava la sua storia e vedeva nuovi mondi attraverso le parole degli altri. Pensava così spesso agli altri che tante volte si dimenticava di pensare a sè e alle sue cose: per quello a volte era costretto a saltare la scuola. Così le sue opportunità si riducevano senza che se ne accorgesse.
Aveva continuamente bisogno di un nemico, o più di uno. Non sapeva fare altro che combattere. E nè batteva tanti che poi era difficile trovarne altri al suo livello, o che volessero combattere con lui. Qualche volta perdeva, e altre volte invece dopo essersi dimostrati alla pari diventavano quasi amici. Ma poi ognuno per la sua strada. Era così che alimentava quella sorta di timore reverenziale in chi non lo conosceva: gli piaceva così tanto osservare l’espressione dei loro occhi quando non sapevano cosa rispondere alle sue stoccate irriverenti.
Un giorno però sentì il peso di tutte quelle strade aperte. Era difficile saltare da un appuntamento all’altro, da una città all’altra, da una situazione all’altra; girava con il nobile e con l’ultimo dei pezzenti. Era bello, ma lo portò a non capire da che parte stava lui. Del resto non aveva mai preferito un gruppo piuttoso che un altro per un lungo periodo di tempo: la sua sete di curiosità lo spingeva ad andare sempre oltre. Solo che poi a forza di cambiare non rimaneva più niente, e tutto aveva il sapore del già visto.
Mario, a volte si sentiva solo. Allora chiamava i suoi “amici” che lo raggiungevano volentieri. Parlavano distrattamente di altre persone (per non sentirsi soli); solo alcune volte quando c’erano di mezzo dei soldi i suoi occhi scintillavano. Non sentiva il bisogno di essere grato agli altri: pensava che gli altri fossero grati a lui per il tempo che passava con loro. E intanto loro scoprivano nuove strade o si ancoravano a terreni da lui ritenuti non degni. Così col tempo le persone disposte a rincorrerlo presero a diminuire.
E un giorno arrivò il crack. Fu costretto a scegliere, a tagliare alcune cose. E non fu una scelta libera: dovette tenere conto anche degli altri. Fu allora che si incazzò pesantemente. Vide tanti treni passare, e lui fermo a guardarli come una statua di sale, incapace di fare lo scatto. Tutti quei legami che lo inchiodavano in una palude, che fino a poco tempo prima vedeva come un Eden. Non aveva considerato il tempo. Non aveva considerato ciò che era bene per lui. Non aveva pensato in termini utilitaristici per protesta, e l’utile gli aveva assestato una bella bastonata sulla schiena. Non potè fare altro che rimanere lì accasciato a pensare dove aveva sbagliato. Così pianse inutilmente da solo, sfogando la sua sorda rabbia sull’asfalto della strada.
Mario, invece se l’era cercata. Successe un giorno che guardandosi allo specchio, non seppe cosa pensare. Gi andò il tilt il cervello, perché si rese conto di essere uno dei tanti: e non poteva accettarlo questo. Il sangue gli salì alla testa. Gli venne una gran voglia di spaccare tutto: sentì la necessità di distinguersi subito. Così uscì di casa e se la prese con il barista che gli servì la colazione: lo insultò per una stupidagine e andò via sbattendo la porta. Poi andò da Andrea, e con la scusa di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (che conservava da parecchio tempo per comodità) lo travolse con parole di fuoco. Finì a schiaffi e promesse di morte. Concluse la serata facendo vergognare i suoi genitori di averlo messo al mondo.
In una notte come tante le ombre dei due sradicati si incontrarono lungo il fiume. Non si conoscevano, ma quando i loro occhi si incrociarono lessero reciprocamente un destino comune. I due si erano incontrati casualmente e ora non erano più soli con i loro sogni infranti e le nuove speranze.
Lo Starnuto, storia di un’allergia agli imbrogli (di Matteo Tomasina)
Fra le molte trame che si intrecciano nella vita quotidiana una delle più complesse e pervasive è quella dei piccoli e grandi imbrogli, dei raggiri, delle truffe, delle ingiustizie. Non sempre palesi e denunciate, perché fino a un certo tasso di gravità veniamo tutti abituati a subire, o commettere, la nostra piccola dose di scorrettezze. Siamo, in un certo senso, assuefatti. Ma cosa accadrebbe invece se per qualcuno queste piccole particelle di male si condensassero nell’aria, come polvere o polline, e ne bastasse una concentrazione minima per scatenare qualcosa di simile a un’intolleranza, una spontanea e improvvisa reazione allergica? Magari un fragoroso starnuto? Sarebbe incredibile e scandaloso. Se poi lo starnuto avesse la forza di una irresistibile tromba d’aria, e spazzasse via in un baleno truffe e truffatori che l’hanno provocato, avremmo di fronte un fenomeno veramente grottesco, ma anche sovversivo. Se l’idea – oltre a farvi riflettere un po’ – , vi sembra una buona base per un racconto di fantasia, umoristico e condito di satira sociale, allora vi consiglio di prendere in considerazione la lettura de Lo Starnuto (Edizioni Kappa Vu) di Stefano Aurighi. L’autore è un giornalista modenese, penna free-lance del Venerdì di Repubblica e co-autore in precedenza di documentari politici come Occupiamo l’Emilia e A furor di popolo (il primo sul fenomeno della penetrazione leghista nella regione e il secondo sulla diffusione del movimento grillino).
Nel romanzo si racconta la surreale storia di Enrico Waller, bambino di dieci anni che si trova all’improvviso affetto da una misteriosa patologia che lo rende allergico agli imbrogli. Uno scontrino non emesso, merce rubata esposta in vetrina, giustificazioni falsificate dei compagni di classe, prezzi truccati al supermercato: questo basta a sollecitare uno starnuto che funziona da detonatore. Ne segue scombussolamento e allarme in tutta la città: ingorghi stradali, cartelli all’aria, articoli dei negozi sparati ai quattro venti. Enrico, con l’aiuto di un pragmatico dottore e fra le ansie della madre, cerca in tutti i modi di porre sotto controllo gli effetti degli starnuti, ma nel frattempo si trasforma in un improbabile personaggio pubblico e in un mito per i compagni di classe e i concittadini, che lo guardano con un misto di ammirazione e timore. La storia procede così con climax ascendente, in un susseguirsi di incontri fra il giovane protagonista e categorie diverse di doppiogiochisti e imbroglioni: dai concorrenti per la conquista della bella della scuola ad adulti potenti e senza scrupoli – un manager, un viscido presentatore televisivo, e un politico bugiardo ma sempre sorridente, leader del “Partito del Baricentro”. Questi ultimi cercano di sfruttare con l’inganno l’ immagine di Enrico per i propri secondi fini, si tratti di marketing, pubblicità o sondaggi elettorali, ma senza tenere conto, ovviamente, dell’effetto imprevedibile degli starnuti “giustizieri”.
Pirotecnico e fantasioso, oltre a mettere in ridicolo il malaffare Lo Starnuto è anche un romanzo di formazione: ”nel passaggio dall’infanzia all’età matura, quando scopri chiaramente com’è fatto il mondo, lo puoi fare in maniera consapevole o inconsapevole”, ha commentato l’autore alla presentazione del libro alla Festa del Pd di Ponte Alto. E così il protagonista, uscendo da un’età preadolescenziale indefinita in cui è “inconsapevole del bene e del male”, impara in modo istintivo a distinguere i due concetti e a riparare i torti – con una esagerata, quanto chiara, reazione di rifiuto. Anche la copertina merita qualche riga. E’ una tavola disegnata da un altro modenese, il fumettista Massimo Bonfatti – il grande Bonfa, autore di Leo Pulp, Cattivik, solo per citare i più celebri –, e rappresenta un turbine che vorticoso si solleva da uno skyline cittadino: l’effetto di uno starnuto che sconvolge la vita quotidiana, potente come la fantasia.

Il Circuito – Part.2
Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.
Coloro che frequentano Il Circuito sono animali di rara bellezza ed interesse antropologico. Tu poni domande e loro rispondono con un’ingenuita’ e una naturalezza quasi disarmanti. Ho scoperto che le bestie che popolano questo zoo-parking vaginale sono fondamentalmente di tre tipi:
1) Il soggetto 1 ha la morosa, pertanto interrompe la nascita di qualsiasi istinto colpevole dedicandosi unicamente ai Lesbo Show. Questo dovrebbe in qualche modo permettergli di tornare nell’amata terra natia, guardare la propria morosa negli occhi e riuscire comunque ad avere un rapporto sessuale con lei almeno fino alla prossima gita nel Circuito, perche’ insomma… la memoria fotografica dopo un po’ svanisce (so che alcune pensano “poveretta la morosa”, ma il fatto e’ che la selezione naturale – di cui sono ferma sostenitrice – impone la sopravvivenza del piu’ forte… e se dopo la seconda gita a Praga in due mesi del proprio moroso qualche domanda non te la poni, significa che non solo non sei tra i piu’ forti, ma che in qualche modo sei portata all’evoluzione in cervo. Femministe di tutto il mondo, attendo risposta gia’ sollecitata nel procedente episodio e non pervenuta……).
2) Il soggetto esteticamente insignificante che tenta di sentirsi idoneo per la permanenza nel circuito acquistando sesso ogni volta. Non ho molto da dire sul soggetto in se’, mi interessa piu’ che altro la componente estetica determinante nella valutazione di questa Loggia. Ma tranquilli, anche l’uomo medio se adeguatamente supportato da denaro in contanti puo’ ritenersi all’altezza del giro. Bellezza e Denaro, una sorta di Inferno dantesco del 2011. Ci piace.
3) Il soggetto 3 e’ complesso e poco chiaro all’analisi. Fa parte della fascia di frequentatori che si ritiene cosi soddisfacente dal punto di vista estetico e sessuale da negare la prostituzione e praticare una distinzione chiara che gli altri soggetti non fanno. Funziona cosi, i soggetti 3 che potremmo identificare come copie dei tronisti della De Filippi fanno una prima distinzione tra coloro che fanno sesso a pagamento e coloro che non lo fanno. Questa distinzione pero’ non e’ del tutto reale, perche’ le ballerine streep e le lesbo che appartengono alla seconda categoria sono facilmente conquistabili con un drink o una chiaccherata. Tentiamo un approfondimento e quando chiediamo
Io: perche’, se frequenti il circuito, non fai sesso a pagamento?
Lui: che senso ha pagare? Se voglio fare sesso ne trovo di ragazze…. e poi io non vado mai con una che fa sesso a pagamento, solo con ballerine al max streep.. ovvero lesbo o prive’..
Io: perche’?
Lui: perche’ fa schifo.
Io: ok, ma perche’?
Lui: sa di sporca.
Quindi, in realta’, la ragazza che fa sesso a pagamento, anche se libera di scegliere come vendere se stessa poi incontra un limite nella liberta’, che e’ dato dall’opinione fisica che diviene totalizzante della sua persona appena viene inserita nella categoria prostituzione. Allora, la ragazza che mi parlava la volta scorsa quanto e’ libera.. e quando invece deve dividere se stessa in due parti, ovvero cio’ che lei stessa vede e cio’ che gli altri le attribuiscono?
Approfondiro’ questa categorizzazione nelle prossime settimane, per ora da Praga e’ decisamente tutto
XOXO
JR
Il moderatismo che affossa il centro-sinistra.
L’altro giorno stavo guardando su La7 l’ottimo documentario di Sabina Guzzanti, Viva Zapatero. Un’opera scomoda che analizzando i meccanismi di controllo dell’informazione spiega come abbia fatto Berlusconi a raccogliere un consenso così forte e a mantenerlo per anni, e come l’opposizione Ds/Margherita (ora Pd) non sia riuscita (o non abbia voluto) porre un freno a questa deriva. Seguiva un dibattito moderato da Mentana con quattro ospiti in sala, Alemanno (sindaco di Roma), Rutelli (presidente dell’Api), De Bortoli (direttore del Corriere della Sera) e Scilipoti.
La discussione si è concentrata molto sugli assetti istituzionali e sugli equilibri politici, probabilmente per la voglia di Mentana di comprendere quali potranno essere gli scenari futuri. Rutelli, che riesce sempre a stupirmi, ha sostenuto per sette volte la necessità di costruire un governo di responsabilità seguendo la tesi credibile secondo cui con questa legge elettorale e vista la debolezza del possibile schieramento di centro-sinistra (Idv-Sel e Pd) si rischierebbe di avere una maggioranza di sinistra alla Camera e una di diverso colore al Senato (perché al Nord la sinistra non raccoglierebbe abbastanza voti). L’altro concetto sul quale il leader dell’Api ha battuto il tasto è stata l’impossibilità di legare le forze riformiste con le culture di sinistra, definite estreme e ideologiche. Ha sostenuto che se il Pd si alleasse con Sel e Idv non potrebbe realizzare nulla di quello che ci ha imposto la Bce con la sua lettera, che non si potrebbe inviare il nostro esercito nelle missioni internazionali sostenute dall’Onu e che non si potrebbe riformare il mercato del lavoro assieme a chi sposa a precindere le posizioni della Fiom.
Rutelli incarna perfettamente quella cultura di centro che ricorda il partito laburista di Blair, ve lo ricordate al fianco di Bush? Solo che è in ritardo di qualche anno e infatti i suoi competitor a sinistra si sono evoluti. Dipingere Sel come partito ideologico e comunista, come una sorta di riedizione di Rifondazione Comunista, è ridicolo. Primariamente perché Vendola ha fondato questo nuovo soggetto politico uscendo dal Prc dopo la conquista della segreteria da parte di Ferrero, sostenuto dalle anime più ortodosse. Inoltre non ha un rapporto pregiudiziale con le istituzioni private, infatti ha finanziato la costruizione di un centro ospedaliero a Taranto in collaborazione con il San Raffaele di Milano. Infine ha superato la contrapposizione ideologica con i cattolici interiorizzando quei valori che ben si accordano alla cultura di sinistra. L’Italia dei Valori poi non viene neanche da una cultura di sinistra e non sono certo una forza estrema nei contenuti. Il loro unico peccato capitale è quello di difendere una cultura della legalità che se tradotta in pratica politica affosserebbe i due terzi della classe dirigente.
Rutelli sostiene l’incompatibilità tra queste due forze e la cultura politica che lui incarna. E qui veniamo al problema del Pd. Il moderatismo rutelliano è ben presente nell’area Modem del Partito Democratico (quella diretta da Franceschini, ma capeggiata da Veltroni) e anche in una parte degli ex-Ds. Questa componente minoritaria è sostenuta da quei poteri forti che hanno contribuito a determinare la crisi economica e politica del paese occupando la Rai, sconfinando nel campo della sanità, avversando la legge sul conflitto di interessi. Loro hanno apprezzato il lavoro di Marchionne, approvato la costruzione della Tav e frenato il sostegno dei referendum perché a favore di un sistema idrico privato. Ovviamente vengono attaccati da Sel, Idv e tutti i movimenti sorti in questi anni.
L’incompatibilità deriva dal fatto che questa componente minoritaria di moderati di sinistra vorrebbe costruire un nuovo equilibrio di potere portando al governo persone che hanno vissuto in questi anni sul sistema malato del belusconismo, che loro stessi criticano (contraddizione insanabile). Vedono di buon occhio un’alleanza con il Terzo Polo, i due terzi del quale in questi anni ha governato con Berlusconi; e pretendono che la spinta di cambiamento a cui aspirano Sel e Idv venga contenuta per non danneggiare il sistema di potere che conosciamo dal quale loro traggono forza.
Rutelli ha avuto la coerenza di andarsene dal Pd e di fondare un nuovo partito di centro. Invece i vari Fioroni, Follini, Letta, D’Alema, Veltroni, Bindi rimangono nel Pd costringendolo a cercare una mediazione tra due culture politiche incompatibili.
Ma quindi non è possibile l’alleanza tra le forze progressiste e quelle moderate? Sarebbe possibile se le forze progressiste fossero in grado di accogliere al loro interno la forza dei movimenti nati in questi anni, e per farlo devono poter essere libere di fare proposte forti come la tassazione delle transazioni finanziarie, il ritorno dell’Ici sulla prima casa, la tassazione dei patrimoni immobiliari, una riforma del lavoro che difenda i lavoratori e garantisca la flessibilità ecc. ecc. Dall’altra parte i moderati dovrebbero riuscire a liberarsi da questa cultura moderatista, che non vuole un cambiamento incisivo ma soltanto la conquista del potere. E questo è possibile solo se ci si libera di tutti quegli esponenti politici che hanno fallito.
Se all’interno del Pd dovesse invece prevalere la componente che vuole l’alleanza con il Terzo Polo, allora l’unica soluzione sarebbe una scissione che garantirebbe a Sel e Idv di rappresentare le istanze di cambiamento di una larga parte della popolazione. Allora il movimento che è cominciato con i girotondini e che oggi vede gli indignados scendere nelle piazze per occuparle tornerebbe ad avere una rappresentanza in Parlamento e l’Italia una speranza di cambiamento democratico.
I sogni non lasciano profumi addosso
Un vestito rosso, per ricordarsi che l’amore esiste. Da qualche parte.
Ti ho incontrata per caso, anche se il caso è una coincidenza che vogliamo per forza vedere nei fatti di ogni giorno. Non parlavi di te ma volevi sapere tutto del mio passato. Ascoltavi rapita le mie parole, masticando lenta la pizza che forse nemmeno volevi. Provavo a non fissare i tuoi occhi, inutilmente. Avevo paura che capissi quanto mi sentivo fuori posto lì con te. Troppo bella. No. Troppo viva. No, nemmeno quello. Troppo in troppe cose. Che non sapevo esprimere a parole.
“Guardi tutte così?”.
“Ora non sono con tutte”.
“Non scherzare, parlo sul serio”.
“Anche io”.
Ti ho rubato un sorriso. Con una menzogna, lo so, ma ne è valsa la pena.
La verità è uno sbaglio senza voce.
Nonostante la timidezza sono riuscito a portarti a casa mia. Un bicchiere di vino per sciogliere gli ultimi nodi nella mia gola.
“Sembra che tu voglia farmi ubriacare”.
“Quando si conoscono i propri limiti si cerca di superarli con ogni mezzo possibile”.
Ancora un sorriso. Ma stavolta nessuna menzogna, purtroppo.
“Non sembri sorpresa della piega che ha preso questa serata”.
Per la prima volta sei senza parole: mi sa che ho rovinato tutto.
“Tu sei solo uno sbaglio in più in una vita piena di sbagli”.
“Non ti capisco”.
“Io invece sì. Per questo non ho bisogno di farti domande”.
L’amore è una scommessa persa in partenza.
“Si vede da come mi accarezzi che è tanto che non stai con una donna”.
“Perché?”
“Perché sei troppo dolce”.
“E ti dispiace?”
“Non è questo il punto”.
“Qual’é il punto?”
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore?”
“L’amore?”.
“Sì, l’amore. Non ti ho chiesto l’ultima volta che hai scopato”.
“Due anni fa”.
“E perché? Non dirmi che non hai trovato nessuno”.
“Non ho trovato nessuna per cui ne valesse la pena”.
“Stronzate”.
“É vero”.
“No, sei troppo perfezionista”.
“Perfezionista?”
“Sì. Cerchi la perfezione e così non riesci a cogliere le occasioni”.
“Non credo”.
“Ricorda che non è tutto o bianco o nero. Il mondo è fatto di sfumature e dobbiamo riuscire a scorgerle dietro alle ombre e ai sorrisi”.
La felicità mi spaventa ma dopo un po’ passa. No, non la paura.
“Dimmi come ti chiami”.
“Lo sai, perché lo chiedi?”.
“Perché non riesco a credere a nulla di questa serata”.
“Troppo perfetta?”.
“Troppo facile”.
“Così mi offendi”.
“Sai che non lo farei mai”.
Un altro sorriso. Stavolta sei tu a mentire.
“Te l’ho già detto: Natalia”.
“Il tuo vero nome”.
“Natalia”.
“Dai”.
“Ma che ti cambia?”.
“Voglio dire il tuo vero nome mentre vengo”.
“Quando verrai non ti ricorderai nemmeno il tuo, di nome”.
La dolcezza dell’addio.
“Hai ancora paura?”.
“Ne avrò sempre”.
“Eppure ne vale la pena”.
“Perché?”.
“Per momenti come questo”.
“Modena al cubo”. Pubblicata sul web l’inchiesta scottante
L’inchiesta di Gabriele Veronesi, dopo aver infiammato gli animi dei presenti nell’antemprima ufficiale del 10 ottobre, viene pubblicata sul web. Il dibattito si è acceso poche ore dopo l’anteprima, tanto da scatenare una valanga di reazioni sui quotidiani locali e nazionali (su Il Fatto Quotidiano ad esempio). Ora sarà curioso vedere l’effetto che il brillante documentario di Veronesi produrrà sull’opinione publlica.
Il Rasoio, dopo aver già reso nota in diverse occasioni la propria posizione sulla politica urbanistica della giunta Pighi per la città di Modena (“Modena-Legoland“, “Immigrazione, Sitta e Lega Nord“, “La città senza cuore“), oggi è lieto di diffondere “Modena al cubo. Una storia di ipertrofia urbana“.
Buona Visione
INDIDEE 2011
Anche quest’anno il Rasoio è stato invitato al Festival della Stampa Indipendente, organizzato dalla rivista modenese Mumble:
A questo link tutti i riferimenti per seguire la rassegna.
Grazie infinite, Signor Glenn Gould
A 11 o 12 anni mi sono innamorata perdutamente di Glenn Gould, ed è bastato ascoltare le sue due versioni delle Variazioni Golberg:la prima, quella del 1955-56 incisa a 23 anni,
e la seconda, quella del 1981-82, anno della sua morte.
Poi ho letto i suoi libri, le sue riflessioni, i suoi dialoghi con se stesso (un capitolo dell’Ala del turbine intelligente si chiama proprio Glenn Gould parla con Glenn Gould di Glenn Gould), le pagine di feroce critica musicale, momenti di megalomania, irriverenza o eccentricità esasperata alternati ad altri di spietata autodistruzione e lucidissime autocritiche mai di commiserazione. A Glenn Gould sono state attribuite montagne di citazioni, dicerie, leggende e stravaganze sufficienti a fare di lui un pagliaccio, un fenomeno da baraccone, col cappotto e i guanti in Luglio, sempre seduto sulla sua seggiolina rasoterra, gobbo e con lo sguardo meravigliosamente luminoso, il genio misantropo che a 32 anni decise di non suonare mai più in pubblico e si rifugiò nella sua casa sul Lago Simcoe, in Ontario. Anche tutti questi elementi, la più che mai classica aura di genialità e follia che si portava dietro e che veniva tritata e ritritata nelle sue biografie e nei suoi stessi testi di cui io mi nutrivo e ovviamente la sua (per me) travolgente bellezza, furono anche queste tutte cose che alimentarono il mio amore per lui. Ma sinceramente credo che gran parte degli aneddoti e delle leggende che gravitano intorno alla sua figura e che fanno di lui un puntiglioso misantropo perlopiù odioso e presuntuoso non rendano giustizia alla sua persona. Distinguiamo fra persona e figura! Poteva apparire eccentrico e arrogante ma sono convita che un uomo capace di suonare in questo modo, di fare due versioni così delle Variazioni Goldberg, una all’esordio della sua nascita di pianista e una alla fine della sua vita, due versioni enormemente distanti, simbolo e sintomo di una crescita umana che è molto rara da trovare, insomma un uomo ossessionato dal progresso tecnologico nel campo della registrazione, deciso a trovare la perfetta corrispondenza fra idea e linguaggio non solo per sé ma per il mondo, incidendo e registrando dal 1964 (anno del suo ultimo concerto) fino alla morte (1982) senza tregua la musica che gli risuonava nella testa, che gli impregnava le membra e che sentiva di dover esperire, comunicare, deciso fino al giorno della sua morte a portare avanti, da solo, una missione eroica e umanitaria, ecco un uomo così non penso che meriti di essere definito scontroso, sgradevole, presuntuoso e misantropo. E poi già allora pensai che in confronto a tutti i virtuosi sedicenti demoniaci che pestano i loro strumenti e violentano i testi musicali in nome della tecnica, della brillantezza accecante delle loro vuote letture, ebbene in confronto a questi chiunque sia interprete e non lettore è certamente umano e non disumano nel senso letterale della parola.
Glenn Gould cantava mentre suonava, come Keith Jarrett, ripeteva la melodia, in modo spontaneo, spesso a voce alta e in contrasto con il massimo lirismo e la minuziosa misura dell’ interpretazione, dove ogni nota aveva la sua forma perfetta e ogni minuscola variazione equivaleva per lui ad un uragano che avrebbe potuto spezzare il tronco della più grande quercia del mondo. Si scusava, con sincerità e naturalezza, dicendo che era un riflesso incondizionato, che non poteva farci niente, insomma, se provava a colmare le lacune lasciate dal pianoforte, che rendevano l’idea e l’espressione distanti.
Ho passato anni della mia vita profondamente ossessionata e impressionata da Glenn Gould, ho pianto centinaia di volte ascoltando le Variazioni Golberg suonate da lui, e mi sono sentita come dentro alla pancia di mia madre ascoltando le trascrizioni di Wagner che scrisse per pianoforte
E anche se oggi il mondo della musica classica è distante da me, quella rimarrà la Musica per me, veramente l’unica in grado, sempre, in ogni momento della mia vita, indipendentemente dalle mie preferenze momentanee di farmi sentire improvvisamente avulsa da tutto e poi di colpo prepotentemente nella terra, di farmi tornare ad un’infanzia un po’ deformata, di commuovermi e emozionarmi ogni volta con un’intensità incontenibile. Non ho mai rinnegato la gratitudine immensa che nutro nei confronti di Glenn Gould e di chi mi ha reso in grado di sentirlo così come lo sento.
Al mio maestro
“Modena3. Storia di un ipertrofia urbana”. Un applauso di due minuti per Gabriele Veronesi.
9 ottobre, Modena, Teatro Tempio. Gabriele Veronesi presenta il documentario “Modena³ – Una storia di ipertrofia urbana”. Noi del Rasoio siamo andati a vedere di cosa si trattava, ormai convinti dalle notizie che da settimane rimbalzavano sui principali social network, blog e quotidiani. Il livello di attenzione per questa proiezione, insomma, era alto. Risultato, al nostro arrivo la sala del teatro era gremita e non poteva contenere quell’afflusso poderoso di gente. Il documentario filava via per circa un’ora, al termine della quale, è scrosciato un applauso di circa 2 minuti tutto indirizzato all’autore.
Il documentario, come si evince anche dal titolo stesso, racconta (in stile Lucarelli, Blu Notte, quindi ben articolato nell’intreccio) la storia della Modena degli ultimi dieci anni, per gli aspetti che riguardano l’attuazione della politica urbanistica dell’assessore Sitta e del progetto “Modena Futura”. Sfilano, una dopo l’altra interviste a vari noti “oppositori” della giunta, Italia Nostra, ambientalisti, membri dei comitati. Proprio questi, suggerisce Veronesi, proliferati negli ultimi anni all’ombra di un Palazzo Comunale sempre più distante dalla volontà dei cittadini modenesi, testimoniano la discesa in campo di molti cittadini “comuni” come lui, nella bagarre che riguarda il futuro della città, l’utilità della cementificazione e le sue ricadute sull’ambiente e sulla salute dei cittadini.
Autodromo di Marzaglia, Parcheggio Novi Park, Piscina Parco Ferrari, edilizia residenziale Ex-amcm, tutte questioni che il documentario tocca indagandone i retroscena, gli accordi politici tra banche, cooperative rosse, comune, singoli imprenditori, professionisti e perfino pregiudicati. Più che un documentario, “Modena al cubo” è un inchiesta alla Report.
La tesi, non orginalissima, ma comunque sacrosanta, è sostanzialmente che a Modena si cementifichino milioni di metri cubi l’anno in assenza di crescita demografica, e quindi di reale richiesta, ma piuttosto allo scopo di fare girare denaro tra partito, cooperative e banche.
Il Rasoio in due articoli già editi nel 2010 e nel 2011 (1, 2) ha rilevato l’anomalia di costruire nuove abitazioni per una popolazione locale ferma a 180.000 residenti da ben 20 anni e cioè dal 1991. E, aggiungiamo, con un’emigrazione giovanile di circa 1200 unità all’anno (fonte: annuario statistico del Comune di Modena).
Dopo il documentario e i due minuti di applausi, Veronesi è salito sul palco ed è stato intervistato dal giornalista Stefano Aurighi, che poneva le questioni dell’”avvocato del diavolo”, poiché nel documentario non erano comprese “opinioni di regime”, cioè né Sitta, né altri esponenti del PD erano stati intervistati per cercare di difendere le proprie politiche urbanistiche. Alla domanda del giornalista “Perché non sei andato ad intervistare anche Sitta?“, Veronesi, benché emozionatissimo, risponde ironicamente “La sua opinione la leggete già tutti i giorni sul giornale“. Alla successiva domanda, scontata per chi appartiene al vecchio ritrito sistema, “Chi ti manda, chi hai dietro?”, Veronesi risponde che ha lavorato per fuori.tv, che non lo manda nessuno e che ha realizzato questo documentario perché come cittadino si sente coinvolto nella distruzione della sua città e che per questo intende reagire al pari di molti altri cittadini che a prescindere dall’orientamento politico, non condividono le scelte della giunta che peraltro -secondo Veronesi- non corrispondono carte alla mano a quanto compariva nei programmi elettorali del PD. Sul suo blog, effettivamente, si legge:
“Tornando alla merda, la questione è che sempre più ci troviamo a fare i conti con una deriva culturale, sociale, politica ed economica imbarazzante ed è proprio in questo caso che si rispolvera la classica frase: “Siamo nella merda”. Ormai però stiamo smettendo di ribellarci a tutto questo e cominciamo a credere che sia normale e a prenderci gusto. A tutti capita di dover ingoiare della merda ogni tanto, ma qui sembra di essere ad un banchetto matrimoniale. Cominciare a dire la propria opinione è un buon passo per liberarsi e sputare un po’ di merda nel piatto. Per questo il titolo ovviamente provocatorio, per questo il blog“ (titolo del suo blog “EATING SHIT, ovvero come smetter di lottare e diventare coprofagi”, n.d.r.).
Un’altra domanda: “Ma se questa, Gabriele, è la città che non vuoi, come ti immagini quella che invece voresti?” Forse qui, Veronesi ha sentito di avere valicato la soglia di non ritorno. In quel momento tutti i presenti probabilmente si aspettavano una risposta organica, quasi da programma elettorale, come se il documentario dovesse necessariamente rappresentare il preludio di una carriera politica, di una “discesa in campo” o di un lettera di presentazione per il costituendo PDL cittadino. Veronesi, ha provato a rispondere, credo più per puro impulso partecipativo e per sano opinionismo, ma l’emozione e la consapevolezza di “averla fatta grossa” gli hanno uno po’ strozzato idee e parole in bocca.
Se potessimo dare un suggerimento a Gabriele gli diremmo di non farsi trarre in inganno, gli diremmo di lasciare ai politici il lavoro di sredigere i programmi elettorali, almeno finché fa il giornalista.
Oggi leggeremo sui quotidiani se effettivamente Veronesi ha sollevato il polverone… io credo di sì, anche se cercheranno di insabbiare e delegittimare tutta l’operazione.
Caro Gabriele, dato che il documentario era ben “affilato”…complimenti dal Rasoio!

Pagine correlate:









