Archivio Mensile: dicembre 2011

Borderline: Qualcosa brucia

In equilibrio sull’orizzonte invisibile e precario del tramonto.

Questo sole rosso che muore lentamente rende languidi i confini di terra e cielo.

In equilibrio dal punto più alto a quello più basso per la dinamica del pensiero e l’inefficacia dell’espressione mentre tutto scompare nell’ultimo bagliore di luce.

Le nubi tremolanti crepano gli occhi con i sussurri del cambiamento mentre le certezze evaporano in tempo di crisi, ed anche un sasso arriva a galleggiare a mezz’aria quando si leva il primo alito di buio.

La rovina risorge in ogni certezza con la calma di chi ha aspettato a lungo fidando nell’umano ingegno per ritrovarsi poi faccia a faccia con la follia.

Sorge la luna e brilla.

Un unico chiarore, questo chiarore, che affila la lama e cura la ferita.

La sua forza dona speranza e ristabilisce nella notte Fede divina tra le dee, colei che sempre sostiene chi la segue.

E Pietro aveva fede nel gesto che stava compiendo; una tanica di benzina e un semplice accendino che accendeva e spegneva ritmicamente mentre camminava, facendo così illuminare il selciato di lampi sempre diversi.

Tre litri, non uno di più non uno di meno per distruggere e rendere polvere l’acciaio forte delle sue catene.

Ancora una volta dopo tanto tempo avrebbe sentito il suono crepitante della libertà avvicinarsi, quella libertà che brucia, quella libertà data dal sacrificio nel fuoco.

Pietro si ferma, posa la tannica, svita il tappo e versa il contenuto oleoso osservandolo espandersi e scivolare sulla carena del mezzo.

 

 

La benzina cade sul’asfalto nero e nera pare anch’essa, ma Pietro si china e illumina una sola goccia per accendere un mare.

Così accade.

Quando la colonna di fiamme è già alta afferra la tanica e le chiavi e ve li lancia dentro con forza.

Rumore di vetri rotti, ed il fuoco divora anche quelli.

Pietro come sempre si interroga, non sa esattamente  quali saranno le conseguenze né sa che genere di felicità può portare un gesto del genere che comunque oramai è compiuto.

A forza di stare nel mezzo tra mondi diversi è divenuto un outsider, e come tutti outsider Pietro osserva lasciandosi scivolare addosso ciò che non gli interessa.

Non sa ancora quanto sia auto-lesivo frequentare un ragazzo come Benedetto Bracchetti, né ancora lo sapete voi.

Tutto quello che lui e che voi sapete è che domani mattina sul giornale in prima pagina leggerete di un Suv bianco bruciato in Corso Canal Grande.


Gli occhi di Sally (di Sara Belletti)

Sempre il vestito più vecchio, quello sgualcito.

Sally metteva ciò che era più vecchio e insignificante e stancamente lo indossava come uno straccio. Sally non voleva essere guardata, non voleva amici con cui trascorrere pomeriggi caldi d’estate, né voleva essere adorata dalla maestra o desiderata dal ragazzo più carino della scuola. Sally non voleva niente.

L’ho sempre guardata con un misto di timore, curiosità e incomprensione. Credeva di essere invisibile a tutti ma ai miei occhi era chiara e luminosa nelle sue grandi felpe nere. Sally non andava al supermercato all’angolo della strada, non spendeva mai soldi, non si fermava davanti alle vetrine come le sue coetanee erano solite fare. Passava il tempo camminando. Nonostante la sua giovane età, credo avesse già percorso più kilometri di una persona col doppio dei suoi anni.

Sally spariva per pomeriggi interi e tornava solo al calare del sole, si perdeva nei vicoli scuri e nell’oro del grano fresco delle campagne, ma solo ai miei occhi si perdeva: ai suoi sembrava fosse tutto conosciuto da anni, sembrava fosse una vita che vagava da sola, sempre estremamente silenziosa e lenta. Spesso andava nella casa abbandonata fuori dal paese, in mezzo al nulla. Si fermava davanti ad essa, guardava se qualcosa era cambiato dalla volta precedente, sembrava controllasse che tutto fosse come l’aveva lasciato e che nessuno avesse messo mano sul suo piccolo luogo sacro.

Se il controllo risultava positivo -come sempre accadeva- si sdraiava sull’erba alta o si sedeva sul dondolo silenzioso di fianco alla casa e si spingeva coi piedi sul terreno fresco: sembrava conoscesse il movimento del dondolo a memoria, sembrava ballasse o volasse al ritmo di un’armonia dettata dal… Niente.

Intorno era deserto, non un rumore. La tranquillità aveva dolcemente preso il posto della frenesia della gente e della confusione delle auto. Era un luogo idilliaco, un fermo immagine di una dimensione estranea all’umanità, tranne che per Sally.

La casa non era nascosta da alti alberi o irraggiungibile, stava lì, al centro di un tappeto d’erba morbida che l’abbracciava come fosse un prezioso gioiello. Tutti potevano vederla ma mai nessuno al di fuori di Sally le aveva prestato attenzione: gli occhi della gente scorrevano su quella casa come su una vecchia pratica in mezzo a una risma, come fosse nulla. Per Sally era una delle cose più importanti che animavano la sua silenziosa e per tutti insignificante vita. Chissà cosa vedeva coi suoi occhi in quella casa… Quanto avrei voluto vedere coi suoi anche per un secondo solo… Ne sarebbe valso mille.

 Forse vedeva fiori nascere dal tetto e cinguettii sommessi di una nuova nascita e forse foglie di mille colori crescerle dalla testa con frutti carnosi appesi ai rami; e donne leggiadre e danzanti in abiti di seta rosa e ghirlande tra i lunghi capelli. Forse sentiva musica, tanta dolce e festosa musica di stelle suonare da un vecchio giradischi dentro la casa.

Io, coi miei stanchi, vecchi occhi di cenere, vedo solo una casa in rovina, un ricordo spoglio e triste del passato di qualcun altro; forse m’incute persino una leggera paura tutto quel mare muto, così profondo e sconosciuto. Sally vedeva ciò che io non vidi mai nella mia vita e che probabilmente è negato anche ai tuoi occhi di lettore.

La sottile bellezza di un albero che lancia i suoi rami verso il cielo tanto da toccarlo quasi e l’incanto di quello stesso cielo che sembra vuoto ma non lo è e “chissà cosa nasconde dietro quella tenda turchina” si chiedeva Sally dietro quegli invidiati occhi. Lei vedeva questo e altro, e di ciò viveva e si nutriva come la gente vive per il lavoro e grazie ad esso si nutre: stessa operazione, coefficienti diversi.

Spero che qualcuno di voi incontri la mia Sally un giorno e si innamori degli straordinari e puri occhi della sua anima e si vesta dei suoi sogni impalpabili come del miglior vestito sgualcito.

 

Sara Belletti


Tracce del Rasoio #15

Il cielo di Praga sono le guance di un’anziana signora che fa la maglia vicino al camino. Si colora del calore del sole e dei lampioni e del fiato delle persone che sentono la differenza tra un cielo vivo e un cielo blu. Perché il cielo invernale a Praga non si colora mai di azzurro e il freddo cambia a seconda di ciò che si vede voltando la fronte in alto. Il freddo del mattino bianco prende le guance e le labbra, le rende quasi insensibili al calore, le fa pizzicare e ti sveglia, ti sveglia perché non ammette che i tuoi occhi possano essere noncuranti di fronte alle cose che lei ti mostra. Quando a metà giornata il cielo si tinge di rosa, il freddo passa alle spalle e alla schiena, per tenerti dritta e per mostrarti le rughe che la storia ha scalfito sul suo volto. E poi, in un attimo preciso della giornata, un solo attimo che segna il passaggio tra il pomeriggio e la sera, il cielo diventa viola. In quel momento le mani si ghiacciano, le spalle sono paralizzate e le labbra piene, ma ciò che vedi, ciò che senti, è cosi tanto calore proveniente dall’abbraccio di una madre che ti accoglie e ti protegge sempre, anche quando arrivi qui per caso. Il cielo di Praga è vivo, cambia, muta, come l’umore di una donna.. e lei ti mostra ciò che in realtà non hai mai avuto il coraggio di vedere, la tua bellezza.


Quel corridoio rosso e le sedie di legno (di Anna Maniscalco)

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che ha tutto un suo spazio. La prima volta che i miei genitori mi portarono al cinema per vedere un film non d’animazione, non per bambini. Era l’inizio del millennio e si trattava dell’ultimo Woody Allen, “La maledizione dello Scorpione di Giada”. Mi fece ridere fino alle lacrime e, per diversi anni a venire, alla domanda < Che cosa vuoi fare da grande? > rispondevo: < Woody Allen >.

Ricordo anche che quella sera, al cinema, ci andammo a piedi. Perchè era nel centro di Modena. Era dietro l’Accademia, a un passo dai Giardini. Si chiamava Cinema Cavour, e l’ingresso era tutto rosso. Forse no, ma io nella mia mente lo rivedo così. Un corridoio rosso e la sala con le sedie di legno. Probabilmente erano già state imbottite; nell’immagine sfocata che ritorna alla mia memoria però erano di legno, più romantiche che scomode. Tre anni dopo ci sono tornata con il mio papà a vedere “Il Mistero dei Templari”. Il film non aveva nulla di speciale, ma era bello stare in quella saletta confortevole con mio padre, che là ci andava bambino. Quando uscì il seguito, lo andammo a vedere al Raffaello. Perché ormai il Cinema Cavour, dietro all’Accademia, non esisteva più.

Ci sono passata davanti pochi giorni fa, e allora l’ho notato, per la prima volta dopo anni. Resta abbandonato, serrato, le locandine ricoperte di scarabocchi e dei numeri di telefono scritti da amici che fanno gli spiritosi. Non potrò più controllare se effettivamente le sedie erano di legno oppure no. Rimane l’insegna, un’ombra del tempo che fu. Il Cinema Embassy non è più nemmeno quella. Ora è un supermercato. Dove passò una pellicola di Sofia Coppola, adesso puoi comprarti il sugo di pomodoro. Per non parlare dello Splendor, del Principe. Il centro di Modena era pieno di sale. Si guardava il film, e poi si passeggiava, per strade che erano vive anche dopo cena, discutendo magari di quanto appena visto. Con un gelato, stagione permettendo.

Adesso si esce dal multisala, dove sei arrivato affannato perchè se non sei lì mezz’ora prima la prenotazione ti scade e stai fresco, rimani lì con i tuoi nachos e senza biglietto, e poi scappi a recuperare la macchina, imprechi nel parcheggio e infine vai. Adesso, magari, neanche pensi a che film andare a vedere. Nello stesso edificio ci sono tutte le ultimissime uscite, una vale l’altra. Ragazzi, ci troviamo là, decidiamo poi cosa vedere. Sarà più comodo, ma certo non restituisce il gusto di scrutare attentamente la colonnina sul giornale per vedere in che sala danno il film che davvero interessa, la sala che in cartellone ha solo quello, la sala che profuma di cinema e non di pop corn. Che poi, è buono anche quello, ma dov’è la magia?

Forse sono solo nostalgica. Ma quando chi è più grande di me ricorda: “Il Principe, era quello dei cartoni animati a Natale”, non posso non pensare a cosa significasse andare a vedere un film. Era prima di tutto un piccolo piacere che ci si concedeva. Un momento rilassante, da soli, con la famiglia, con gli amici. Noi, in una sala che può contenerci appena, noi e il nostro regista preferito, noi e i nostri eroi del momento. Un bellissimo tête-à-tête, con l’odore delle poltrone un po’ vecchiotte, quando erano poltrone. Un posto intimo quanto sacro, come la platea di un teatro. Un posto pronto ad accogliere famigliarmente una bambina che andava a vedere il suo primo film non d’animazione.

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che un suo spazio, ora, non ce l’ha più.

Anna Maniscalco


La ruota del criceto (di Luca “Bax” Bassoli)

E se l’Italia fallisse? E se fallissero anche Grecia Spagna e Portogallo? Magari l’Europa intera…

Cosa succederebbe, torneremmo a vivere nella miseria???

 

Quante volte capita di sentire queste frasi negli ultimi tempi. Quante ipotesi e quanti economisti improvvisati in questo periodo: solo durante i mondiali di calcio ho visto così tanti opinionisti, anche se su una materia molto diversa. Ci sono i pessimisti più neri, quelli un po’ moderati, quelli che pensano male ma che non disperano mai, quelli che “alla fine ce la faremo d’altronde siamo l’Italia” poi ci sono gli ottimisti. Beh, forse questi ultimi non ci sono, o perlomeno ce ne sono molti meno rispetto agli ottimisti dei mondiali di calcio. Ed il dato è davvero preoccupante. Anzi no, un ottimista l’ho visto: cazzo lui era davvero il più grande ottimista che io abbia mai ascoltato; diceva che la crisi non esisteva, che i consumi non erano calati, che i ristoranti ed i voli aerei erano pieni… Probabilmente ottimista non è l’aggettivo più adeguato.

 

Le sorti economiche del nostro paese ci stanno davvero molto a cuore. I media ci bombardano di termini strani, statistiche incomprensibili, confronti paradossali, provano a renderci partecipi del crollo di un intero sistema. Del Nostro sistema, del Nostro stile di vita. Delle Nostre certezze. E tutto questo ci inquieta non poco. Il Nostro dio si è decisamente incazzato: il DENARO è davvero infuriato con noi e si sta armando di fulmini e saette! Ma siamo davvero sicuri che questo è il Nostro sistema? Cioè, è davvero la società che abbiamo immaginato e creato Noi ed i nostri Padri? Nessuno ha mai avuto l’impressione di vivere in una sorta di enorme Truman Show?

Sì, è vero, le persone che incontriamo tutti i giorni non sono attori pagati che recitano un copione, ma la velocità dei cambiamenti che ci condizionano sono davvero impressionanti. E destabilizzanti. Il più delle persone che conosco vive una vita frenetica basata sul proprio lavoro. Oppure dovrei dire sul proprio consumo? Vogliamo davvero un iphone nuovo ogni 6 mesi, moto e macchine sempre più prestazionali o la tv led spessa 8 millimetri? Non penso! Anzi, non lo credo proprio! Non sarebbe forse stato meglio rinunciare ad avere il nuovo cellulare/tv/pc/sticazzi a favore di un po’ più di tempo passato a vivere meglio la nostra vita?

Naturalmente la mia è una provocazione, un paradosso. Perché certamente vorremmo vivere con ritmi e cadenze più umane, ma allo stesso tempo non possiamo rinunciare a tutti quei desideri alimentati dalla società dei consumi. Siamo attori, vittime e carnefici di quello spettacolo che qualcuno chiama ancora vita. Siamo come criceti messi dentro ad una ruota. Giriamo sempre più velocemente ma restiamo sempre nella stessa posizione: quella del consumatore. Certo, se la vita fosse più EQUA (parola molto in voga in questi giorni) e se avesse qualche agio in più per l’italiano medio, forse si potrebbe avere qualche speranza di sopravvivenza. Ma un sistema fondato sul principio di divorare se stesso per restare in piedi, è destinato a soccombere e ad implodere prima o poi. Diciamo prima, visto che con 1900 miliardi di debito pubblico non è davvero possibile essere troppo ottimisti.

 

Ma allora cosa succederà quando l’Italia fallirà e non avremo che pochi spicci per vivere?

Torneremo alle campagne, alle colline, alla terra che ci circonda. Capiremo della pochezza che ci ha circondato e ci stupiremo della nostra cecità fino a quel momento. Alcune persone se ne andranno dalle città di asfalto e cemento per avvicinarsi al loro luogo di lavoro, la TERRA. Ristruttureranno le vecchie case diroccate, ricostruiranno le capriate in legno che sormontavano i fienili, rinforzeranno la volta che divideva la parte abitativa dalle stalle, ricollegheranno le vecchie stufe economiche alla canna fumaria e cureranno i sentieri ed i boschi per raccogliere la legna necessaria. Riattiveranno la sopita rete di canali e fossi d’irrigazione e pianteranno, coltiveranno alleveranno su tutto il territorio che in passato aveva conosciuto questi gesti. La cadenza della loro vita tornerà in armonia con quella del sole. Naturalmente alcune conquiste moderne sopravviveranno: la rete sarà solamente un mezzo di comunicazione e scambio di informazioni, e non più uno strumento commerciale; i pannelli solari alimenteranno le poche lampadine e riscalderanno l’acqua nell’accumulatore. Il cibo sarà preparato in casa, con farina acquistata nel mulino distante solo 5 km, che con la bici in 30 minuti vai e vieni, e ti rimane anche il tempo per un saluto al salumiere. Avranno magari un’auto, piccola, che consumi poco, ed un televisore vecchio di 10 anni. Ti sembra così strano? Funziona ancora, perché lo devono cambiare? E poi chissà… Forse loro vivranno una ruralità moderna!

 

Sembra una contraddizione ma vogliamo parlare noi, oggi, di contraddizioni? Molti penseranno che sono un visionario, probabilmente hanno ragione, ed altrettanti penseranno che sono un pazzo e gli ricordo un certo molleggiato…

Beh, a questi ultimi io rispondo: SVALUTATION!!!!


Nuovo Documento di Microsoft Word (di g. b.)

con un cellulare che ho perso
dieci volte ieri chiederti di vederti
oggi anziché domani senza un motivo solo così
e l’angoscia di non aver modo di saper la risposta
e non voler sapere la risposta

 e poi mi dici che vuoi veder la ruggine in un giorno che piove
nel centro nella nostra metropoli periferica
e andare al cinema con lo sciopero generale
che ci prendono per manifestanti
con la sciarpa
ma è che per noi fa freddo,
che ci mischiano fra la folla
con la bandiera
ma è rosso l’unico ombrello che ho 
tra il mobilio della mia casa auto
con la coperta divano e il pallone soprammobile
estate inverno e sempre
e la bottiglia vuota da riempire alla fontana
e il tappo appeso al retrovisore
totem di altre storie parallele
dove se vuoi quando vuoi se vuoi
dormiremo per sempre a vedere le stelle del drive in
dormiremo per sempre a vedere le stelle dell’alba sui campi umidi
dentro e fuori
dentro
e fuori fiori 

ma non ci mischieremo
emergeremo
come ombre lunghe tra i piedi della gente in centro
lunghi e silenziosi
le nostre ombre di notte alte da sfiorare i tetti dei palazzi
riflessi coi lampioni gialli sulle strade 

e vedremo poi il film
drammaticheroico
di bimbi grandi abbandonati
tra i rottami color dei campi e del tramonto
che era la loro mattinadolescenza
preludio del loro presente adulto decadenza
e pieno di vuoto per gli altri
che ci camminano a fianco
e ci sfiorano
ma senza toccare i nostri mondi
paralleli
e silenziosi di sospiri e progetti
troppo timidi da dire perché ci spogliano
e sentiresti l’odore che parla di te
e di come ti vorrei
con me come me
così mi capiresti invece di appoggiarmi
da lontano. milano.

e reagirò col silenzio di sempre,
lo so,
ma stavolta saprò perché
poi ti chiederò
se vuoi ancora andare in africa
per conferma di niente
e se io sarò un bassista alcolizzato
che mi sto già allenando 

che poi non ci sarò io
comunque vada
e sarò a dormire in macchina a carrara
con un foglio una chitarra che non mi suona e fuliggine
grafite e vinorosso ad accompagnarmi le vene
in giro
a far la spesa di sei giorni
dai pachistani che conoscerò bene
come vorrei conoscere te
come credo di conoscere te
ma che mi abiti solo dietro gli occhi
e non arrivi a stringermi le mani quando tremano
per te
cometa bianca
hai scintille nere bellissime 

e confondere il tuono di adesso
col battito
della mia paranoia
cha mi fa male
ai polmoni
e non sapere se è dentro o fuori
dentro
o fuori fiori
e non sapere cosa pensi cosa vedi
sapere che non bevi
forse la pioggia che mi piove dentro
finché non ci parliamo
e sarà, dopo,
inondazione di tutto.
inondazione dentro e fuori
dentro
e fuori fiori.


La rivolta è femmina. Un anno di rivoluzioni fatte di donne.

Il mondo brucia. Lo abbiamo visto bruciare la prima volta con Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante tunisino che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. L’abbiamo visto nelle piazze d’Egitto, in libia, nello Yemen, nel Baharain. Abbiamo visto diversi tipi di fuochi ardere nelle rivoluzioni e nelle proteste che hanno caratterizzato questo 2011. Bruciava Londra la scorsa estate, bruciavano le proteste degli operai contro Marchionne. Il mondo brucia, e continua a bruciare chiedendo Libertà.

E la stessa Libertà è raffigurata in quel quadro di Delacroix del 1839, La libertà che guida il popolo, dove una donna – una popolana, dicono – incita il popolo alla rivolta. Ed è esattamente cosi che è andata quest’anno, perchè con il fuoco, la costante di questo infausto anno è la presenza  della realtà femminile nel mondo della protesta. Le donne che hanno sostenuto i propri figli e le nuove generazioni per cambiare l’ordine dittatoriale del mondo arabo, donne che hanno portato il velo non per costrizione ma per scelta. Le donne che sono scese in piazza contro un primo ministro puttaniere, le donne che si sono battute per portare all’attenzione un’incidenza mostruosa di mortalità sul lavoro femminile.  Udite udite, noi che eravamo state definite da Gheddafi pezzo di mobilio del mondo e generazione delle veline  dalle femministe degli anni ’70, siamo riuscite a sorprendere ancora una volta. Abbiamo tralasciato la retorica e gli slogan delle nostre ave per passare all’azione. Ed è accaduto quello di cui si era discusso nell’articolo sulla protesta delle donne quando si cercava di capire se davvero le nuove generazioni fossero interessate a dimostrare un’identità autonoma e nuova rispetto alla carogna del femminismo che, ormai anacronistico, persiste in una lotta continua di superiorità l’una sull’altro.  E ora, rileggendo un intero anno alla luce delle proteste, delle rivolte, delle rivoluzioni e dei contrasti urbani che hanno scandito il tempo di quest’anno, potremmo tentare di rispondere a quella domanda che ancora giace sul piatto senza risposta: Noi, non ci interessa? Potremmo dire che, mettendo da parte tutta la zavorra che ha deviato il discorso della sessualità e del genere, siamo arrivate alla fine del 2011 diverse da come l’abbiamo cominciato. Ci siamo rese conto che sottolineare la nostra estraneità alla vendita del corpo in cambio di favore è un nostro dovere, non solo un diritto. Abbiamo preso decisioni, siamo scese in piazza in un mondo tradizionalmente ostile alle donne, e abbiamo supportato i nostri uomini nella rivendicazione della libertà. Le ricercatrici in piazza accanto ai colleghi, la protesta universitaria, il rogo dei veli delle donne dello Yemen e la rivendicazione del velo come scelta e non come imposizione. Quello che si profila all’orizzonte è un risveglio della dignità femminile che scavalca la tradizione e rientra semplicemente nella sfera della persona: le categorie di genere devono restare fuori, siamo prima di tutto persone che insieme ad altre persone formano un popolo in viaggio verso la libertà personale.


Tutto comincia da cose semplici


Tracce del Rasoio #14

- Un ponte è un ponte – mi dicono – non è niente di diverso dagli altri ponti che hai visto.

Io dico che un ponte congiunge, collega, sostiene, sovrasta, percorre, sospende e questo – in un modo che ancora non mi è chiaro, ma mi rassicura – ti lega a sè e ti dona un nuovo modo di respirare e di vedere ciò che è stato e ciò che sarà.

Ti mostra la sua storia con le sue statue nere, ti mostra la modernità che incombe dissacrante con le statue pulite e bianche che li sopra davvero non possono starci. Questo ponte sa quali desideri, pensieri e sorrisi gli passano sopra ogni giorno e te li regala, fa in modo che tu, camminando in un grigio praghese che mai è triste, possa accorgerti di ogni volto che incontri.

Io dico che qui sopra il tempo sognato e il tempo per sognare diventano una cosa sola e tu hai tempo, hai tempo davvero, anche per sbagliare e ricominciare tutto da capo.


Ci sfioriamo appena

Ogni giorno siamo circondati da una marea di persone. Amici, conoscenti, colleghi o famigliari sono le persone vicine. Gli sconosciuti sull’autobus, la ragazza carina per strada o il postino sono estranei.
Le persone vicine (o per usare un sinonimo, gli amici) sono coloro che conosciamo e che ci conoscono.
Gli estranei sono coloro che non sanno nulla di noi, e dei quali non ci interessiamo minimamente.

Il mare delle nostre relazioni è generalmente vasto, composto di conoscenze più o meno importanti, ma sempre conoscenze sono. Noi conosciamo delle persone, quindi vorrebbe dire che sappiamo come sono fatte, cosa gli piace, cosa sognano, di cosa hanno paura. E poiché queste sono persone importanti e fidate, ovviamente anche loro sanno chi siamo noi.
Adesso potremmo fare un gioco: facciamo una bella lista mentale delle persone che conosciamo e ordiniamole in base all’importanza che hanno nelle nostre vite. Così, senza scrupoli, senza pensare che “non si fa” perché le persone non si ordinano e varie. L’ho detto, è un passatempo.

Però adesso mi chiedo: se invece di usare l’importanza usassimo come metro di classificazione la profondità? E non la profondità della relazione, la ma profondità della conoscenza che noi abbiamo dell’altra persona.
Prendiamo venti persone che ogni giorno si confrontano con noi, con le quali siamo a stretto contatto. Iniziamo da quelli con cui ci troviamo bene: quindici su venti. Poi scegliamo quelli che consideriamo amici, dieci su venti. Prendiamo quelli che consideriamo buoni amici: cinque su venti.
Adesso selezioniamo quelli che, se dovessimo pensare a cosa regalargli per il compleanno, non avremmo assolutamente dubbi, perché li conosceremmo così bene che impiegheremmo non più di qualche minuto per pensarci. Quanti sarebbero? Uno, toh, due al massimo. Sui venti di partenza. Eh, ma cosa vuoi, potreste dire, una persona la conosci bene anche se non sai che regalo farle. Bè, nessun problema, dico io. Sapreste dirmi per cosa il vostro tale amico si arrabbierebbe di più? O cos’è che lo lascerebbe senza fiato dalla gioia? O quello che avrebbe sempre desiderato essere? Il colore dei suoi occhi?
Senza dubbio non avreste esitazioni nel dire quale musica gli piace o il suo piatto preferito. Sta bene? Ma sì dai, l’avete visto in forma.
Questi buoni amici, quanto saprebbero di voi? Teoricamente tanto, insomma, condividete un’amicizia da tempo, magari da anni. Ma se vi trovaste nel baratro, chi chiamereste? Dubito che si avrebbe l’impressione di avere l’imbarazzo della scelta. Dubito anche che chiamereste qualcuno.

Questa cosa non vale per quando siete felici, al contrario: la gioia è tanto bella quanto facile da condividere, anzi, è smaniosa di essere messa in mostra. Ma con il baratro non c’entra niente.
Qui si parla di quando vi sentite perduti, senza via d’uscita. Si parla di quando il vostro sguardo è sbarrato e fisso nel vuoto. Si parla di quando l’entità dei problemi che vi sentite addosso vi fa annaspare. Se aveste la fortuna di poter chiedere aiuto a qualcuno, sarebbero molti i candidati? E, una volta trovata la persona giusta, qui vi voglio: avreste il coraggio e la forza di aprire completamente voi stessi per farvi aiutare?

Questo è il punto. Vogliamo sempre essere circondati da persone vere, da “veri amici”, da persone che ti conoscono sul serio e che ci sono nel momento del bisogno, coloro che non vi tradirebbero mai… ma quando il bisogno è impellente e immane, è proprio lì che noi ci chiudiamo. Ci serriamo, totalmente: non ce la facciamo.
Non possiamo dare agli altri la possibilità di guardarci dentro, di vedere chi siamo realmente. Non capirebbero, oppure sfrutterebbero la nostra vulnerabilità, chi lo sa. Fatto sta che tutta la fiducia che doniamo e che ricerchiamo a nostra volta va letteralmente a ramengo, perché siamo talmente terrorizzati dal far toccare le nostre anime che rifiutiamo il contatto vero e sincero, accontentandoci di sfiorarci appena. D’altra parte permettere ad un esterno di conoscerci per come siamo veramente lascerebbe fuggire quelle poche persone rimaste dal conteggio iniziale. Siamo tanto bravi ad analizzare noi stessi, e poi quando è il momento di comprendere la follia degli altri, o di abbracciare l’immensità di sogni che non sono i nostri, allora cominciamo a pensare “io, io, IO” e l’essenza di un rapporto svanisce.

Non voglio dire che non sia possibile qualcosa di più oltre al semplice sfiorarci, anzi: fortunatamente esistono ancora quei rapporti in cui basta guardarsi negli occhi per capire cosa sta pensando l’altro. Dico però che questi rapporti sono una stretta minoranza, e mi sembrano sempre più rari. La cosa mi intristisce, perché penso che per quanto sia difficile aprirsi agli altri, nel momento in cui si riesce a farlo vuol dire che abbiamo realizzato il concetto di fiducia; penso anche che la difficoltà dell’avere rapporti veri e profondi derivi da una mancanza di interesse per una persona diversa da noi, appunto il pensieri fisso “Io” schiaccia tutto il resto, impedendoci di provare curiosità per gli altri, quella curiosità che sola può portarci a una conoscenza reale e interessata dei nostri cosiddetti amici.

Penso che questa curiosità ci stia chiamando da tempo.. La sentite?

 

Valentina Camac


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