Ogni giorno siamo circondati da una marea di persone. Amici, conoscenti, colleghi o famigliari sono le persone vicine. Gli sconosciuti sull’autobus, la ragazza carina per strada o il postino sono estranei.
Le persone vicine (o per usare un sinonimo, gli amici) sono coloro che conosciamo e che ci conoscono.
Gli estranei sono coloro che non sanno nulla di noi, e dei quali non ci interessiamo minimamente.
Il mare delle nostre relazioni è generalmente vasto, composto di conoscenze più o meno importanti, ma sempre conoscenze sono. Noi conosciamo delle persone, quindi vorrebbe dire che sappiamo come sono fatte, cosa gli piace, cosa sognano, di cosa hanno paura. E poiché queste sono persone importanti e fidate, ovviamente anche loro sanno chi siamo noi.
Adesso potremmo fare un gioco: facciamo una bella lista mentale delle persone che conosciamo e ordiniamole in base all’importanza che hanno nelle nostre vite. Così, senza scrupoli, senza pensare che “non si fa” perché le persone non si ordinano e varie. L’ho detto, è un passatempo.
Però adesso mi chiedo: se invece di usare l’importanza usassimo come metro di classificazione la profondità? E non la profondità della relazione, la ma profondità della conoscenza che noi abbiamo dell’altra persona.
Prendiamo venti persone che ogni giorno si confrontano con noi, con le quali siamo a stretto contatto. Iniziamo da quelli con cui ci troviamo bene: quindici su venti. Poi scegliamo quelli che consideriamo amici, dieci su venti. Prendiamo quelli che consideriamo buoni amici: cinque su venti.
Adesso selezioniamo quelli che, se dovessimo pensare a cosa regalargli per il compleanno, non avremmo assolutamente dubbi, perché li conosceremmo così bene che impiegheremmo non più di qualche minuto per pensarci. Quanti sarebbero? Uno, toh, due al massimo. Sui venti di partenza. Eh, ma cosa vuoi, potreste dire, una persona la conosci bene anche se non sai che regalo farle. Bè, nessun problema, dico io. Sapreste dirmi per cosa il vostro tale amico si arrabbierebbe di più? O cos’è che lo lascerebbe senza fiato dalla gioia? O quello che avrebbe sempre desiderato essere? Il colore dei suoi occhi?
Senza dubbio non avreste esitazioni nel dire quale musica gli piace o il suo piatto preferito. Sta bene? Ma sì dai, l’avete visto in forma.
Questi buoni amici, quanto saprebbero di voi? Teoricamente tanto, insomma, condividete un’amicizia da tempo, magari da anni. Ma se vi trovaste nel baratro, chi chiamereste? Dubito che si avrebbe l’impressione di avere l’imbarazzo della scelta. Dubito anche che chiamereste qualcuno.
Questa cosa non vale per quando siete felici, al contrario: la gioia è tanto bella quanto facile da condividere, anzi, è smaniosa di essere messa in mostra. Ma con il baratro non c’entra niente.
Qui si parla di quando vi sentite perduti, senza via d’uscita. Si parla di quando il vostro sguardo è sbarrato e fisso nel vuoto. Si parla di quando l’entità dei problemi che vi sentite addosso vi fa annaspare. Se aveste la fortuna di poter chiedere aiuto a qualcuno, sarebbero molti i candidati? E, una volta trovata la persona giusta, qui vi voglio: avreste il coraggio e la forza di aprire completamente voi stessi per farvi aiutare?
Questo è il punto. Vogliamo sempre essere circondati da persone vere, da “veri amici”, da persone che ti conoscono sul serio e che ci sono nel momento del bisogno, coloro che non vi tradirebbero mai… ma quando il bisogno è impellente e immane, è proprio lì che noi ci chiudiamo. Ci serriamo, totalmente: non ce la facciamo.
Non possiamo dare agli altri la possibilità di guardarci dentro, di vedere chi siamo realmente. Non capirebbero, oppure sfrutterebbero la nostra vulnerabilità, chi lo sa. Fatto sta che tutta la fiducia che doniamo e che ricerchiamo a nostra volta va letteralmente a ramengo, perché siamo talmente terrorizzati dal far toccare le nostre anime che rifiutiamo il contatto vero e sincero, accontentandoci di sfiorarci appena. D’altra parte permettere ad un esterno di conoscerci per come siamo veramente lascerebbe fuggire quelle poche persone rimaste dal conteggio iniziale. Siamo tanto bravi ad analizzare noi stessi, e poi quando è il momento di comprendere la follia degli altri, o di abbracciare l’immensità di sogni che non sono i nostri, allora cominciamo a pensare “io, io, IO” e l’essenza di un rapporto svanisce.
Non voglio dire che non sia possibile qualcosa di più oltre al semplice sfiorarci, anzi: fortunatamente esistono ancora quei rapporti in cui basta guardarsi negli occhi per capire cosa sta pensando l’altro. Dico però che questi rapporti sono una stretta minoranza, e mi sembrano sempre più rari. La cosa mi intristisce, perché penso che per quanto sia difficile aprirsi agli altri, nel momento in cui si riesce a farlo vuol dire che abbiamo realizzato il concetto di fiducia; penso anche che la difficoltà dell’avere rapporti veri e profondi derivi da una mancanza di interesse per una persona diversa da noi, appunto il pensieri fisso “Io” schiaccia tutto il resto, impedendoci di provare curiosità per gli altri, quella curiosità che sola può portarci a una conoscenza reale e interessata dei nostri cosiddetti amici.
Penso che questa curiosità ci stia chiamando da tempo.. La sentite?
Valentina Camac