Archivio Mensile: febbraio 2012

Privatizziamo gli asili? E dopo gli asili…

Il tema della privatizzazione dei servizi essenziali è caldo, caldissimo in questo periodo. I comuni, impantanati nel Patto di Stabilità Interno, decidono di esternalizzare anche i servizi più essenziali come quelli relativi all’educazione primaria. In sostanza il Patto di Stabilità Interno non consente di spendere quanto si è introitati, perciò gli enti locali non possono indebitarsi come in passato; inoltre il turnover (reintegro dei posti degli insegnanti cessanti attività) è fissato al 20%. Ogni cinque insegnanti che lasciano il posto, in sostanza, il comune potrebbe reintegrarne soltanto uno.

Una delle possibili soluzioni secondo Adriana Querzè è esternalizzare il servizio. Come? Costituendo una fondazione guidata da un CdA misto genitori più membri del Comune che appalterebbe il servizio a privati i quali dovrebbero poi seguire le linee guide dettate dalla fondazione stessa per quanto concerne orari, didattica, organizzazione interna.

Siamo sicuri che sia questa l’unica soluzione? I genitori non sono tutti d’accordo con l’assessore. E allora provano la strada, la prima e più democratica: si organizzano in un comitato “Giù le mani dagli asili” e propongono una petizione che potete trovare qui.

http://www.petizioni24.com/giulemanidagliasili

Qualcuno ha il sospetto che la manovra del comune sia una strategia per risparmiare su una voce di bilancio, come si sta tentando di fare per altre voci di primaria importanza. L’assessore risponde che è tutta colpa del Patto di Stabilità Interna. Forse è l’una e l’altra cosa.

C’è odore di privatizzazione anche per altri servizi. In questi giorni, infatti, già si parla anche dei musei civici. Le privatizzazioni, potrebbero quindi partire dai settori considerati meno economicamente “redditizi”, scuola e cultura. Ma il Comune, che a Modena è un ente abbastanza sovrapponibile al Partito Democratico, ci guadagna o ci perde dalle privatizzazioni? Il patto di stabilità è come dice Pighi alla Gazzetta “ottuso” o c’è qualcosa per cui questo patto non è poi così poco appetibile per il partito, o se preferite per il Comune?

Facciamo l’esempio degli asili. Adesso gli insegnanti d’asilo entrano di ruolo da graduatoria e sono quindi selezionati. Percepiscono circa 1200 euro netti al mese. Il servizio è buono, c’è la compresenza di addirittura due insegnanti per quattro ore al giorno. Il numero di bambini per classe è tutto sommato gestibile. Il costo per una famiglia che manda un bambino all’asilo comunale è circa 160-180 euro al mese (varia in base al reddito).

Facciamo invece il caso che una fondazione mista Comune + rappresentanti dei genitori (in che quota gli uni e gli altri membri nel cda? non è specificato) appalti il servizio ad un privato. Ipotizziamo che lo vinca una cooperativa. Questa cooperativa come impresa, può finanziare il partito grazie alle leggi sul finanziamento privato al partito (legge 195/1974). La fondazione suddetta, quindi, avrà quindi in pugno quell’impresa, o comunque sarà certamente più “morbida” con le cooperative che legittimamente potranno “ungere” il piatto. E per ungere senza andare in perdita dovranno gioco-forza o far lievitare i costi o abbassare la qualità del servizio, magari abbassando i salari (salario medio di un insegnante di scuola privata è inferiore mediamente del 25%, quindi 900 euro mensili).

Il Comitato vigila, vedremo gli sviluppi


Siamo tutti Giovanni Tizian Part.3 (di Giulia Paganelli e Alessia Pedroni)


Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

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Auschwitz non è mai esistito

Non riesci a toglierti via dalla pelle quella sensazione fastidiosa.

Sono quattro ore ormai che ti trovi immersa nella vasca da bagno, nell’acqua ormai fredda. Prendi in mano il sapone e cominci a sfregarti le spalle ed il collo per l’ennesima volta, mentre lo sporco sgocciola nell’acqua che ti sembra fango. Strofini violentemente i polsi, mentre cominci a passare la spugna sulle cosce sempre più freneticamente, i movimenti così veloci e le mani così arrossate che ti spaventi. Presa dall’angoscia lasci scivolare la saponetta, mentre avverti uno strano rumore che ti fa salire il cuore in gola.

Quello che senti assomiglia ad un verso spaventato, simile ad un miagolio. Appoggi la schiena contro le fredde piastrelle del bagno, con il fiato corto e i battiti cardiaci che ti rimbombano nelle orecchie: chi è che fa quel rumore? Chi è che si trova in quella stanza chiusa a chiave?
Senti i versi farsi sempre più acuti e piagnucolanti, fino a che non ti accorgi, sbarrando gli occhi, che escono dalla tua gola. Ti tappi la bocca istintivamente, disperata, il pugno serrato e le nocche livide.

L’acqua non è abbastanza sporca.

Come se niente fosse riprendi il sapone e cominci a passarlo sulle caviglie, e mentre allunghi il braccio bianco intravedi il tuo nome: 927119.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

L’avevi ripetuto così tante volte che ti era rimasto impresso come un marchio, scolpito nella memoria ogni volta che chiudevi gli occhi. Gli appelli erano due, uno al mattino e uno la sera, tutti i giorni. Le file erano serrate e i numeri urlati in rapida successione non avevano pietà: chi non si ricordava il proprio diventava cenere che usciva da un camino.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Cominci a strofinare con forza i polpacci.

Ti avevano chiamata cagna ebrea, ma si erano accorti che eri bella.
Dopo qualche mese, i capelli rasati avevano cominciato a ricrescere, e da sotto il fazzoletto da lavoro si intravedevano i tuoi riccioli neri. La pelle, nonostante il sudore e la fatica, era rimasta bianchissima; gli occhi verdi limpidi avevano continuato a vivere.
Ti avevano chiesto quanti anni avevi. Sedici? Bè, allora sicuramente avresti desiderato lavorare in un luogo più caldo. Non potevi credere che ti stessero offrendo una simile fortuna, così li avevi seguiti senza obiettare, i piedi nudi che affondavano nella neve, le dita viola ormai insensibili.
Ti avevano spogliata e ti avevano guardata a lungo, ma a te non importava: mentre eri nuda sotto il loro sguardo avido, per la prima volta dopo mesi ti trovavi in una stanza con un camino acceso. Non potevi desiderare altro al mondo. Ti avevano dato da mangiare, ti avevano permesso di lavarti.
Il tuo posto era sotto il tetto di una delle baracche private, e dalla finestra ogni tanto vedevi correre delle figure esili. Erano talmente simili ed insignificanti che dopo poco tempo arrivasti a pensare che fossero tutte la stessa persona.
Gli ufficiali venivano a trovarti svariate volte al giorno. Ti dicevano “bella”, ma quando ti domandavano il nome la tua pronuncia non poteva sbagliare:

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Ti è sembrato di vivere quei mesi come in un sogno. Stentavi a credere al dolore fisico che provavi, quando sfinita ti lasciavi scivolare a terra, i muscoli tremanti. Non facevi altro che ripeterti che eri al caldo e che potevi mangiare, e come un mantra ripassavi mentalmente le cifre del tuo nome.
Le ultime settimane non pensavi nemmeno più ai tuoi gesti: un uomo in divisa entrava nella stanza e mentre cominciava a sfilarsi gli stivali con l’aria esausta, come dopo una lunga giornata di lavoro, le tue mani automaticamente ti spogliavano, e prima che l’uomo avesse finito tu eri già nuda, pronta ad eseguire gli ordini.
Mentre diventavi di loro proprietà avevi imparato a non sentirti nel tuo corpo, eri riuscita a non vivere quello che stavi facendo, tutto grazie alla ripetizione spasmodica e incontrollata del tuo nome.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Pronunciando quei numeri all’infinito, nel disperato tentativo di rimanere in vita, eri diventata infine quello che loro avevano deciso, dimenticando la tua vera esistenza.

Mentre ti insaponi il ventre ed i fianchi guardi l’acqua, e all’improvviso ti sembra che il suo colore sia sufficientemente sporco. Hai anche smesso di gemere senza accorgertene.
Soddisfatta, prendi in mano l’asciugamano e ti alzi in piedi. Ti sei dimenticata quanto tempo hai trascorso chiusa in bagno. Ti asciughi lentamente, scorrendo le dita sul tuo marchio. Lo guardi quasi senza capire, poi lo leggi ad alta voce con un sorriso: “Neun. Zwei. Sieben. Eins. Eins. Neun.”

Ti basta sentire quei suoni per acquietarti totalmente. Ogni oscurità sparisce dai tuoi pensieri. Vai in cucina e comincia a preparare la cena, canticchiando.
La tua coscienza è pulita, la mente è serena, il corpo è sano, perché tu lo sai, e ne sei certa che Auschwitz non è mai esistito.

Valentina Camac


ALF: impara l’arte e usane una parte!

Presentazione di

ALF : Il bicchiere green per il lambrusco di FABRIZIO LOSCHI

Martedì 21 febbraio 2012, ore 21.00

Centro Culturale Casa Corsini
via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese (MO)

In dialogo con Walter Sancassiani (Festival della Green Economy di Distretto).

In collaborazione con la cantina Paltrinieri di Sorbara che offrirà una degustazione dei suoi lambruschi.

Sono dieci anni che Fabrizio Loschi riflette sulla realizzazione di questo bicchiere. Dieci anni in cui convogliare la storia di una famiglia emiliana e la passione e il talento per il Design. ALF è un bicchiere creato dalle tradizionali bottiglie di Lambrusco, le borgognotte. Uno spago bagnato d’alcol e voilà, in cinque semplici passaggi rigorosamente a mano, Loschi riesce a creare un pezzo unico e originale, in sintonia con i principi del green design e sovvertendo le modalità della produzione seriale passando da oggetto industriale a manufatto artigianale.  ALF, un nome dedicato al nonno di Loschi, è frutto di un concept design che sottolinea la necessità contemporanea di tornare al dato di unicità di un artigianato sostenibile ed evocativo.

Allora è possibile la produzione seriale di pezzi unici? Il Rasoio vi invita a partecipare alla serata organizzata da Casa Corsini, dove sarà possibile una degustazione dei lambruschi della Cantina Paltrinieri di Sorbara.

LET’S DO IT!


Primarie a Genova: scarsa credibilità del Pd o eccessivo centrismo? Tutti e due.

Qualche giorno fa a Genova si sono celebrate le primarie del centro-sinistra per scegliere il candidato sindaco. I principali protagonisti della competizione sono stati Marta Vincenzi (Pd) sindaco uscente di area Ds, personalità non esattamente inquadrabile nelle logiche di partito (e per questo mai completamente digerita dall’establishment locale del Partito Democratico); Roberta Pinotti (Pd) senatrice e insegnate proveniente da una tradizione di sinistra, ma legata a doppio filo con il mondo cattolico ed infine Marco Doria, il candidato outsider docente universitario sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà (nota: non l’unico dei candidati di Sel).

La corsa si è risolta con la vittoria di Marco Doria con il 46% dei voti e a seguire le due colonne portanti del Pd genovese, Marta Vincenzi al 27% e Roberta Pinotti al 23%.  Questa dinamica, come è stato detto su molti giornali e blog, ricalca i precedenti successi di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e tante altre sono le realtà locali dove il Pd perde a favore di alleati di minor peso politico. Bisogna poi sottolineare che il principale soggetto che ha beneficiato di questo processo è Sinistra Ecologia e Libertà, forse non a caso.

Le reazione dei vertici nazionali del Pd sono sempre state molto caute e diplomatiche, per usare un eufemismo, di fronte a quello che a parere di una larghissima parte di giornalisti e osservatori viene definita come la debolezza della classe dirigente del Partito Democratico. Bersani ha definito le primarie di Genova “un’ammaccatura”. Questo significa non vedere il problema, o fare finta che non esista, cosa che fa perdere ulteriormente di credibilità.

Il Pd ha perso a Genova perché non ha sostenuto un solo candidato, lasciando agire le correnti interne e quindi generando una lotta intestina. Inoltre le due prescelte non sono riuscite a raccogliere il consenso della base dell’elettorato. Marta Vincenzi non è stata capace durante il suo mandato di scardinare le logiche di potere sedimentate in un’amministrazione di partito che dura da 40 anni e non partiva da una posizione politicamente debole per le sue responsabilità nel disastro dell’alluvione (leggi espansione edilizia incontrollata). Roberta Pinotti invece ha cercato l’appoggio di esponenti importanti come Cofferati o degli ambienti cattolici, o l’alleanza con l’Udc piuttosto che puntare su temi politici concreti.

In tutto questo un docente universitario presentato simbolicamente dalle firme di un pugno di intellettuali, benedetto da Don Gallo e sostenuto da Nichi Vendola ha condotto una campagna elettorale low-cost in mezzo alle persone discutendo di programmi politici concreti, creando un processo partecipativo che si è tramutato in consenso elettorale. Società civile contro politica pura, questo è stato il paradigma dello scontro. E ha vinto la prima.

Penso che il Pd abbia perso per due motivi. Primo per non essere stato in grado di rinnovare la sua classe dirigente nel corso del tempo (e questo non succede solo a Genova). Secondo perché si è appiattito da tempo su posizioni moderate e centriste preferendo cercare il sostegno e il consenso di poteri forti piuttosto che proporre politiche più vicine ai lavoratori. La vittoria di Marco Doria rappresenta dunque:

1- la voglia di ricambio della classe politica.

2- la punizione inferta ai vertici locali del Pd dal suo elettorato.

3- il desiderio degli elettori di centro-sinistra di una politica fatta di temi concreti.

4- la voglia di sinistra.

5- una maggiore apertura verso la società civile.

L’elettorato sta mandando segnali evidenti ai vertici nazionali del Partito Democratico da tempo: vogliono una politica onesta, che metta al centro il lavoro realmente e che sia realizzata da nuove persone.

La risposta dei vertici è quella di chi si nasconde e prende tempo, ed infine cerca di aggirare il problema. Infatti a pochi giorni dalla sconfitta Bersani ha detto che il Pd deve sostenere un solo candidato preselezionandolo, nessuna autocritica. Franco Marini ha dichiarato che le primarie sono contro natura (mi chiedo che cosa ci stia a fare nel Pd dopo tale affermazione). E l’area moderata e centrista (Gentiloni e Letta) che una deriva a sinistra è incompatibile con il progetto del Pd.

Personalmente non penso che sia necessario trasformare il Pd in un partito social-democratico come qualcuno ha proposto: sarebbe anacronistico e non terrebbe conto della storia politica del nostro paese. Esistono culture politiche cattoliche che ben si integrano con i valori della tradizione comunista, ma non tutte possono stare all’interno del Pd. Bisogna scegliere. La cultura della solidarietà e l’attività di una “chiesa sociale” ben rappresentata ad esempio da persone come Don Gallo o Alex Zanotelli sono compatibili; non lo sono posizioni troppo liberali come quelle esposte da esponenti come Fioroni o Letta che vorrebbero candidare Monti alle prossime elezioni, e che non sono disponibili a stringere alleanze con soggetti politici troppo di sinistra come Nichi Vendola. In questo senso è evidente che non è stato fatto abbastanza per arrivare ad una sintesi che contempli il pluralismo, scegliendo culture politiche compatibili e superando le divisioni correntizie figlie dei personalismi e della politica di professione.

In ogni caso con le primarie il processo di cambiamento ha subito un’accelerazione che non può essere bloccata. Quindi penso che i dirigenti del Partito Democratico farebbero bene ad accettare i segnali che vengono loro dati dagli elettori, cambiando le cose che non vanno. Nel caso ciò non avvenisse assisteremo alla progressiva erosione del maggiore soggetto politico di centro-sinistra a favore di partiti come Sel e Idv, nonché della proposta politica anti-sistema del Movimento 5 stelle, cioè un’ulteriore frammentazione della composizione politica della sinistra.

Se i vertici non cambieranno politica, gli elettori prima o poi cambieranno i vertici dei loro partiti. E in tutto questo non è escluso che possa tornare a vincere il centro-destra, quindi è meglio cambiare davvero e con decisione.


Siamo tutti Giovanni Tizian – Part. 2

Ne avevamo parlato ad inizio anno e ora il comune di Fiorano ha accolto l’ appello di Marco Biagini a sottolineare “il nostro impegno e la nostra azione quotidiana contro le infiltrazioni mafiose nella nostra provincia, chiedendo che tutti i comuni e gli enti aderiscano all’osservatorio degli appalti, appoggiando tutte le associazioni che contribuiscono attivamente alla denuncia delle infiltrazioni della malavita, sostenendo e promuovendo attività di prevenzione dei fenomeni malavitosi legati alla criminalità organizzata lavorando per rimuovere le cause sociali che sono alla base del fenomeno mafioso“.

 
Domenica 19 febbraio, alle ore 17, Giovanni Tizian sarà a Spezzano, a casa Corsini, per presentare il suo libro Gotica, edito da Round Robin, in un incontro guidato dal giornalista Dario Guidi al quale partecipano anche il sindaco Claudio Pistoni e il presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna Matteo Richetti.

Gotica  e’  una trivella che agisce in profondita’ su tutto il territorio settentrionale, quello dominato da ‘ndrangheta, mafia e camorra. Politici ed imprenditori emiliani corrotti che vengono ammaliati dal potere intatto dei clan, nonostante la crisi, per poi venire cannibalizzati.  Perche’  non si regala niente a nessuno, se non sei della famiglia sei solo un voto di scambio, un mezzo di corruzione elettorale, un agente d’ usura, uno spacciatore di droga, un piromane, un assassino. E se devi morire, muori. Tizian e’ un testimone, come tanti, che decide prima di partire e poi di fermarsi e raccontare una storia che risale all’ omicidio del padre nel 1989. Tutto inizia cosi, da una lupara e da un bancario onesto che ha scelto di non scendere a compromessi o di piegare le ginocchia a terra.

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I “Girovaghi” del Bonfa (di Francesco Tassi)

Viaggiano su un carrozzone di legno tarlato che procede traballante per strade senza nome, senza una meta, senza un motivo. Non si sa da dove vengono e dove siano diretti, sappiamo solo che esistono,  anche se non li guardiamo mai in faccia. Camminano leggeri su questo mondo, senza lasciarsi incatenare da nessuna città e da nessuna bandiera, la loro casa è la terra intera. Quando infine si fermano, nessuno li vuole vicino, fra chi li disprezza e chi ne ha paura, e allora gli tocca partire ancora alla ricerca di un nuove (dis)avventure: sono i Girovaghi, per metà figli del vento e per metà straccioni sgangherati.

I Girovaghi (Bonfa) - clikka per ingrandire

A disegnare le loro gesta è un maestro del fumetto, il modenese Massimo Bonfatti, che, in una serie di brevi strisce a fumetti, dà vita al mondo dei Girovaghi: una strampalata famiglia di nomadi, un po’ sciagurati e un po’ uomini liberi. Il Bonfa, disegnatore di Cattivik, e creatore con Claudio Nizzi dell’irreprensibile detective Leo Pulp, questa volta ha deciso di fare un fumetto diverso, di lettura immediata e folgorante, che ha il raro pregio di fare riflettere, oltre a quello di provocare abbondanti risate. Già, perché i Girovaghi sono prima di tutto una famiglia esilarante e strampalata, decisamente agli antipodi della famiglia modello. Vivono in cinque su un carrozzone ambulante, la cui unica dotazione sono quattro ruote cigolanti, che seguono i passi del gigante Arturo, il “motore umano” che trascina per mari e monti la raffazzonata casa-veicolo. A bordo ci sono Nando, un nomade scafato con il naso a patata, la sua (non) bella (Re)Gina e i loro vivaci figlioli, Pepe, Paprika e Rico. Nando non lavora, anche se ci ha provato con scarso successo, e Paprika e i suoi fratellini non vanno a scuola, ma il loro campo giochi è in ogni luogo ed è più grande di quello di qualsiasi altro bambino. La spesa la fanno alla discarica e le visite che ricevono più spesso sono quelle poco cortesi della polizia alla costante ricerca dell’ “autografo” di Nando, o degli insopportabili campeggiatori ficcanaso della famiglia Rompiglioni. Eppure nella scomodità della loro vita quotidiana, piena di mancanze e privazioni, si cela una travolgente voglia di libertà, assaporata fra il fumo del fuoco acceso sotto il pentolone che sale fino al cielo stellato, non coperto dalle luci oscuranti della città. I Girovaghi viaggiano leggeri senza l’ingombro del superfluo e forse anche del necessario, ma non per questo si lamentano per il loro essere uccelli liberi in un mondo di pecore. Non hanno portafoglio, non hanno un bagno, non hanno una casa. Ma sono liberi di scegliere dove andare: quando un luogo ha perso il suo fascino (o forse quando vengono scacciati) i Girovaghi riprendono il volo, verso nuove avventure sospese fra il terreno del fantastico e del quotidiano.

fumetto girovaghi

I Girovaghi (Bonfa) - clikka per ingrandire

Le strisce dei Girovaghi oltre a farci divertire, presentano un ottimo materiale per lo sviluppo di  una riflessione antropologica sul tema della diversità che incontriamo all’interno della nostra società, senza dover compiere alcun viaggio esotico. Trasfigurati dall’umorismo e dalla fantasia del Bonfa, traspare simpatia per una categoria di persone mobili, sfuggenti, solitamente relegate ai margini dalla società, che potremmo incontrare nei luna park stagionali, nei campi nomadi, nelle case in costruzione abbandonate e abitate da chi ci vive più per costrizione che per scelta.

Raccontando il punto di vista dei Girovaghi, Bonfa invita il lettore a immaginarsi per una volta dall’altra parte, dal lato di chi trova casa nella strada e in tutti quegli spazi incerti, lasciati indefiniti oppure dimenticati dalla città tentacolare. “Sfasature ”, scriverebbe il noto “ziganologo” italiano Leonardo Piasere, che ha convissuto con i nomadi e ha aiutato a vedere oltre gli stereotipi che dividono il “Noi” dagli “Altri”, presenti sia da una parte che dall’altra, fra quelli che noi chiamano “zingari” e che a loro volta chiamano noi “gagè”.

Alla stesso modo, i Girovaghi del Bonfa, come una buona lezione di antropologia “a fumetti”, spingono il lettore a rovesciare la sua prospettiva abituale, simpatizzando e immedesimandosi nelle peripezie di una divertente famiglia di onesti straccioni, costretti a infrangere qualche regola per vivere come piace a loro. Questa fa pensare che il fumetto non sia assolutamente un linguaggio da sottovalutare, se può diventare uno strumento che solletica la curiosità e la voglia di conoscere  il mondo che ci circonda, offrendo lo stimolo necessario per adottare un nuovo sguardo. C’è una strana magia che invoglia chi legge i Girovaghi a conoscere personaggi immaginari che vanno e che vengono, così fantastici e così poco reali, eppure fa desiderare di poter seguire il loro carrozzone per comprendere che cosa significa viverci dentro, vivere in movimento. E allora, come forse potrebbero dire i Girovaghi, “Lacio drom”, buon viaggio e buona lettura!

I Girovaghi (Bonfa) - clikka per ingrandire


Il governo freddo di Monti: con lui o contro di lui?

Qualcuno potrebbe essersi chiesto perché il Rasoio, così abituato a fare il punto della situazione politica e sociale di questo paese, sia rimasto in silenzio fino ad oggi più o meno dall’epoca –che sembra oggi lontanissima- della caduta del governo Berlusconi. E’ presto detto. Dopo anni di rincoglionimento collettivo, sono serviti un paio di mesi per tornare “sul pezzo”, per tornare cioè in sintonia con la politica vera, quella cioè che si assume l’onere di scelte precise, a volte anche impopolari, per riorganizzare il sistema al mutare della marea. Sono trascorsi due mesi che potremmo definire “di decompressione”, come si fa dopo un’immersione subacquea. Oggi, siamo nuovamente riattivati e ci sembra opportuno, in questo momento cruciale, dare la nostra chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Italia e soprattutto in Europa alla luce di una riflessione mai come in questo momento necessaria.

Iniziamo con un fatto positivo: il trauma, la nevrosi da crisi sistemica e l’immobilismo pssimista sembrerebbero essere lasciati alle spalle. Ci sono voluti 4 anni, dal 2008 anno in cui la grande depressione è dilagata ad oggi, per digerire l’idea che forse il nostro modello di sviluppo elaborato nel secolo scorso non è più sostenibile.

Si torna a parlare di crescita, di misure,  di riforme. Tutte queste parole riconducono ad una situazione di instabilità e cambiamento a larghissima scala. A noi del Rasoio –diciamocelo- piace cambiare, anche perché abbiamo ben poco da perdere, visto che il posto e lo stipendio fisso è una fissa di altri, e noi non abbiamo da difenderlo, né per il presente, né probabilmente per il futuro. Ma andiamo con ordine.

A molti i cambiamenti che il governo freddo di Monti sta apprestando non piacciono affatto: lotta all’evasione fiscale, pensioni contributive, revisione dei contratti di lavoro, aumento della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica. Detti così alcuni dei provvedimenti emanano un pessimo odore soprattutto per la classe media, e figuriamoci poi per la terza classe. Ma Monti assicura che siamo solo all’inizio della fase 2, e i benefici di “Crescitalia” si vedranno a medio e lungo termine. Forse questo cambiamento annunciato dal governo fa indignare molti, che già erano indignati prima, figuriamoci adesso.

Proviamo allora a fare l’avvocato del diavolo, dove al posto del diavolo ci sta il diabolico ex-commissario Mario Monti.

In Europa veniamo da una stagione durata decenni di governi conservatori, che si sono sempre posti l’obiettivo di trovare la strada migliore per essere rieletti e per godere della rendita di due millenni di storia grandiosa e di mezzo secolo di buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America, motore trainante di tutte le economie occidentali del ’900. Sono stati governi conservatori, quelli europei occidentali, anche quando si presentavano come progressisti. Fra i casi più esemplari, quello piuttosto recente del whig Tony Blair, che in politica interna insistette convintamente sul solco di privatizzazioni (trasporti, energia, acqua) già tracciato dalla lady di ferro tory Margareth Thatcher sul finire degli anni ’80 (di lei fu celebre il motto anti-socialista “La società non esiste”), mentre in politica estera sancì un patto indissolubile con i repubblicani di G.W. Bush. Fu così che il partito di Blair si guadagnò l’appellattivo di New Labour che in sostanza di “new” aveva solo il fatto di essere una destra travestita da sinistra, tanto in patria quanto nei consessi internazionali. Una sinistra, quella del New Labour, imitata da molte sinistre del Vecchio Continente sull’onda del principio che bisogna privatizzare, trasferire risorse pubbliche in mano privata per creare concorrenza e mercato. Andate a chiedere agli inglesi se sono contenti delle ferrovie private, o dei servizi energetici, tanto più che i sussidi governativi ai colossi privati che hanno rilevato il capitale pubblico sono raddoppiati dopo le privatizzazioni.

Per un certo periodo essere progressisti ha significato aderire, senza mai affermarlo esplicitamente, ad un’idea di capitalismo morbido, ma col forte retrogusto di interessi propri, particolari o di partito, non certo della collettività.

Obama nel 2008 ha nazionalizzato le banche sull’orlo del fallimento causato dal coinvolgimento nella compravendita di prodotti finanziari spazzatura, come i subprime. La politica di quelle banche verteva sul fare soldi sui soldi prestati nei mutui, non su prodotti dell’economia reale, cioè le merce materiale che produce ricchezza, lavoro e stabilità sociale attraverso la loro circolazione. Il risultato che i soldi non possono produrre soldi all’infinito era piuttosto scontato, ma quello era diventato un gioco speculativo a cui le banche non risucivano più a sottrarsi. Ad un certo punto, diremmo dalle nostre parti, è tutto aria fritta e pezzi di carta. Così il piano di risanamento della privatissima Merrill Lynch, ad esempio, altro non era che una nazionalizzazione operata da Obama attraverso la pubblicissima Bank of America.

Lo stato capitalista per definizione quindi nazionalizza. E nazionalizza perché ha al suo interno una quota talmente alta di gestione privata del denaro pubblico dei cittadini che basta una banca “too big to fail” per mandare un’intera nazione in potenziale rovina. E sull’onda di un Obama obbligato al socialismo, anche le sinistre europee hanno ricominciato a cercare strade alternative al modello del buon capitalista, alle quali anche loro dagli anni ’80 in poi si erano ispirate con lo slancio di chi ha scoperto l’acqua calda, dimenticando in un battito di ciglia (o meglio nel tempo di caduta di un muro) il loro retroterra culturale di riferimento e insieme rompendo i rapporti con quelle classi di lavoratori che rappresentavano il loro bacino elettorale e la loro passata fortuna. (quando ci si chiede perché molti operai hanno votato Lega o Berlusconi, o nel resto d’Europa, destre populiste).

Di fronte alla crisi buona parte dell’Europa è retrocessa in serie B. Le agenzie di rating (S&P, Moody’s, Fitch) hanno declassato i titoli sul debito sovrano di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Francia. Com’è noto, molti fondi assicurativi che operano sul mercato internazionale non investono nel debito di paesi che non godono di un rating da triple A, e il risultato è che molti capitali sono usciti dai confini europei per andare a pascolare in mercati che promettono margini di rendimento più sicuri, non a rischio default. In questo contesto di forte indolenza dei mercati, la classe Europa non si è mostrata un blocco compatto di fronte ai downgrades delle agenzie di rating, ma si è ingenuamente divisa in secchioni e inadempienti, come accade in una classe dove i rapporti sono già abbastanza instabili. L’Europa continentale da una parte e quella mediterranea, in pratica, dall’altra. Il conflitto tra politiche economiche comunitarie e sovranità nazionali ha segnato indelebilmente queste settimane, in particolare nel rapporto Germania-Grecia.

La Germania infatti possiede buona parte dei titoli di stato greci ed è quindi molto esposta nel caso di default elladico: per questo Angela Merkel ha spinto fino all’ultimo a Bruxelles per un commissariamento della Grecia, commissariamento che alla fine non ha trovato d’accordo gli altri partner europei.

Prima dell’arrivo di Mario Monti l’Italia veniva costantemente bacchettata come uno degli anelli deboli della catena, insieme a Grecia, Irlanda e Portogallo, con l’aggravante che l’Italia rappresenta proprio una di quelle economie “too big to fail”, ed ha quindi una maggiore responsabilità di fronte agli altri 27. Con Monti l’Italia ha riconquistato l’orgoglio e una voce autorevole e un posto d’onore nel vertice delle tre economie più importanti del continente. In poche settimane  il governo dei professori ha cercato di mettere in riga questo paese attraverso pacchetti di riforme radicali, nel tentativo almeno apparente di abolire privilegi, liberalizzare, combattere l’evasione fiscale. A che prezzo, lo vediamo dalle proteste che in queste settimane attraversato lo stivale da nord a sud.

Si può essere d’accordo o meno con i provvedimenti del governo meno tecnico e meno democratico (perché non eletto) della storia d’Italia, ma almeno non si può tacciare questo governo di immoblismo come il precedente.

Di fronte alle proteste di questi giorni pongo però un quesito: l’Italia ha una disoccupazione giovanile record al 31%, una generazione intera è stata quasi completamente ignorata dalla politica, una generazione tuttavia altamente competente, iperqualificata eppure esclusa non solo dal “posto fisso”, ma dalle condizioni minime di welfare che i paesi dell’Europa del nord specialmente garantiscono ai propri giovani da decenni. Abbiamo giovani lavoratori di tutti i settori che nella maggioranza dei casi occupano ruoli precari nel settore pubblico e privato subordinati rispetto a dirigenti che hanno meno della metà dei loro titoli accademici e di formazione professionale. Cosa dovrebbe volere questa generazione che ci piace tanto definire dei bamboccioni, dei mammoni, come nell’editoriale di Vittorio Feltri fresco di qualche giorno fa sul Giornale? Volete vedere i giovani scendere in piazza a fianco delle corporazioni per difenderle dal mostro delle liberalizzazioni, quando essa stessa manca di ogni minima tutela non del salario, ma finanche del posto di lavoro, pilastro fondativo della costituzione? Dovrebbero fare finta di non sapere che un buon welfare è loro negato dall’evasione fiscale più alta d’Europa operata con tanto gusto dalla generazione precedente?

Immagino i farmacisti protestare di fronte ad un ufficio dove si sta svolgendo un colloquio di lavoro.  Una venticinquenne laureata, con master, e lodi, tre lingue conosciute, esperienza all’estero, esperienza in mille lavoretti, non sposata è al terzo colloquio e non viene alla fine assunta perché di lì a poco sarà prevedibilmente incinta e bisognerebbe pagargli il sussidio di maternità…

Vediamo i parlamentari – rappresentanti delle professioni difendere gli albi, quando una direttiva europea li vuole aboliti da 23 anni! Precisamente dal 1989 (direttiva EU 1989/48).

Vedo tanti opporsi a questo cambiamento. E vi dirò, è difficile essere in completo disaccordo con chi protesta, specialmente se rischia il posto di lavoro, il salario, e specialmente quando richiede che a pagare in questo caso non sia la terza o la seconda classe. Bisogna pretendere che tutti paghino secondo ciò che posseggono o di cui usufruiscono e che agli evasori sia pignorato tutto come si fa negli USA, dove ti mettono pure in galera per diversi anni e la società non ti considera un furbo, ma un ladro e basta.

Ma il concetto è: o siamo tutti socialisti, protezionisti, tutelati, oppure siamo tutti capitalisti, europeisti, competitivi e concorrenti. Ogni forma intermedia è ambigua e almeno in questo momento, fallimentare. Primo, perché abbiamo un debito pubblico che accumulato in 70 anni di clientelismo e piazzismo politico è oggi al 120,5% del PIL (significa che su 5 che produciamo 6 dobbiamo dare indietro ai nostri creditori), mentre in Germania è all’81,7% e in Estonia al 5,8% (l’accordo stipulato dai 27 –Gran Bretagna e Repubblica Ceca escluse- prevede ce dal 1 gennaio 2013 il debito pubblico non potra superare il 60% del PIL, quindi dobbiamo mangiarne ancora di crostini duri…).

Se vogliamo godere di una moneta forte come l’Euro che ci consente di importare materie prime ed energia a prezzo vantaggioso senza le quali addio PIL e addio salari, dobbiamo per forza accettare una riduzione di tutte quelle tutele che hanno costi pubblici troppo elevati. Si rinuncerà a tutele solo però in cambio di opportunità.

Altrimenti falliamo, usciamo dall’euro, torniamo piccoli, ma forse più corrispondenti a ciò che veramente siamo, fuori dal G8, G20,GGG e vertici vari, ci facciamo costare di più gas, elettricità e benzina, e ci teniamo pure il posto fisso (a che salario poi, si vedrà), e tutte le tutele che ci piacciono di più.

Secondo perché ogni modello ambiguo significa che qualcuno è scontentato e qualcun altro lo è meno e dato che il governo non è certo un baluardo del proletariato, o se preferite delle classi di reddito medie e basse, valutate voi chi ne uscirà meno scontentato. La tensione sociale oggi è talmente forte che basta un nonnulla, basta una battuta tipo “il posto fisso, che monotonia!” a far saltare sulla sedia tutti.

Bisogna scegliere se stare da una parte o dall’altra, da quella del liberismo cosmopolita montiano o del protezionismo nazionalista e popolare. L’Italia è da sempre il laboratorio politico del vecchio continente e lo sta dimostrando una volta di più. Ma se Mario Monti dovesse fallire, se l’Europa unita e cosmopolita nata dalle macerie di due conflitti mondiali e di una guerra fredda dovesse  sfaldarsi oppressa dai debiti e dalle logiche del mercato, vedo un grosso pericolo all’orizzonte.

Sullo sfondo della vicenda euroeea si addensano vecchie nubi nere, cariche di distinzioni nazionalistiche, di populismo, di xenofobia, di chiusure. Voci di autarchia e rivendicazioni di supremazia morale non vengono più pronunciate sottovoce. Ripensando alle vicende del ’900, ai totalitasimi sorti da paesi in bancarotta, sappiamo che non è il momento di abbassare la guardia. Da qualunque parte di questo grande gioco si stia, è il momento di stare sul pezzo.

greece greek riots


Che dio ci aiuti (di Francesco Tassi)

francesco tassi comic striscia

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