Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

Oggi, 20 dicembre 1914, sono quasi due settimane che siamo qui ma non mi sono ancora abituato al freddo: e dire che nel rifugio la stufa è sempre accesa e quando vado a dormire, spesso, sono ancora vestito.

Gli uomini passano ore in branda, chi a parlare e chi, sapendo scrivere, manda notizie a casa. Oppure giocano a carte.

Il sergente mi piace perché ci lascia più che può nel rifugio, per evitare di farci congelare per niente. Ho nostalgia di casa: mi manca mia madre e mio fratello Turi, mi manca la mia isola con il suo sole caldo. Quando mi metto in branda penso spesso a mio padre. Ho promesso che finita la guerra non sarei tornato a casa fino a che non l’avessi ritrovato.

Viviamo vicino ad Arzachena, poveri per la mancanza di lavoro. Per questo mio padre è partito. Da molto in famiglia non si parlava d’altro, io avevo solo cinque anni a quei tempi. Mio padre ha piantato un olmo davanti a casa e sotto a quell’albero ha promesso a mia madre che sarebbe ritornato con i soldi che ci sarebbero serviti per cambiare la nostra vita; tenendosi per mano si sono promessi che tutte le domeniche si sarebbero pensati sotto al loro olmo. Quella mattina mia madre piangeva, io non capivo, e lui con poche cose dentro ad un sacco è partito. Era il 2 maggio del 1897. Mia madre mi ha sempre detto che era di domenica, sapevamo solo che la sua destinazione era Genova. Ma dov’è oggi? E quando sarebbe ritornato?

Ho tre lettere che mio padre ha mandato a casa. Mia madre in questi diciassette anni le ha lette più volte, le ha imparate a memoria: sopra a quelle lettere ci ha riso quando le sono arrivate poi, con gli anni, ci ha pianto e dormito. E ora, con molta sofferenza, me le ha passate e ho dovuto prometterle che ne avrei avuto cura.

La prima è stata spedita da Genova il 7 luglio 1897: è indirizzata a Garau Camelia, località Moru, Mulino di Arzachena. Sardegna.

Cara moglie mi mancate, io sto bene, come spero per voi e per Pietro e per il figlio che portate in grembo se non è già nato. Quando sono partito sono passato da Arzachena a salutare il nostro parroco che mi ha dato una lettera che potesse aiutarmi dove mi fossi presentato a cercare lavoro, poi mi ha donato una bibbia affinché io rimanga un buon cristiano. Poi sono andato a Olbia per prendere la nave, c’erano altri che partivano, chi per l’America, chi per Roma, chi è partito con moglie e figli. Sulla nave ho riconosciuto dei paesani di Santa Lucia e da Sant’Antonio di Gallura.

Appena siamo sbarcati, al porto abbiamo trovato subito da lavorare; è duro scaricare le navi, ma lavoriamo tutti i giorni e per dormire c’è sempre un posto in un qualche deposito o su una nave, così non si spendono soldi inutilmente. Ecco perché non posso darvi un indirizzo per ricevere notizie da voi. Tutte le domeniche m’immagino di essere con voi e con Pietro sotto il nostro olmo. Siate forte, mi mancate tanto e vi mando un bacio.

Vostro marito Salvatore Marra

 

“Ehi, Pietro, ci sei? Che cosa stai leggendo? Lettere dalla morosa?”

Mi piacerebbe mentirgli, questa è una cosa molto personale, ma mia madre mi ha insegnato a dichiarare sempre la verità perché, diceva, se uno racconta il falso può star certo che, alla fine, sarà sempre scoperto.

Mi piace essere chiamato per nome: in caserma a Sassari e a Roma, eravamo chiamati solo con il termine soldato. Così è meglio e col passare dei giorni ci siamo abituati a questo suo modo di chiamarci.

Mi ha detto che, quando siamo appoggiati alla trincea e passa per un controllo, facendo così si rende conto se siamo vigili, se stiamo dormendo o se siamo duri dal freddo. E quando inizierà davvero la guerra vuole rendersi conto subito se qualcuno è stato colpito da un cecchino.

“No sergente, è di mia madre, veramente è di mio padre; l’ha scritta diciassette anni fa, io devo cercare di capire come mai ha smesso di comunicarci sue notizie. Devo ripercorrere tutti questi anni e capire cosa è successo”.

“Aspetta, tu vuoi dirmi che tuo padre se n’è andato di casa e dopo tutto questo tempo speri di ritrovarlo? Ma sarà morto oppure si sarà fatto un’altra famiglia”.

“No, non può essere morto! E non ha fatto un’altra famiglia, di questo sono certo”.

Il sergente capì di aver detto qualcosa di troppo e disse: “Sei proprio testardo come un mulo; da dove ha scritto?”

“Questa viene da Genova”.

“Genova. Ma lì ci sono le navi: se ne ha presa una non si potrà mai sapere dov’è ora”.

Faccio finta di aver sonno, per non dirgli quello che penso, mi giro e rifletto su quello che ha detto il sergente: se ha preso una nave dove lo cerco adesso?

Questa notte ho l’ultimo turno di guardia, ci sono le stelle, tutta la valle è buia e non si vede niente: ma cosa faccio la guardia a fare? Qui fa freddo, mi distraggo pensando a mio padre a quando la domenica andavamo al mare. Attaccava alla bicicletta il carretto del latte poi lui e mia madre salivano ed io dietro con un po’ di cose. Erano giornate bellissime, a volte non incontravamo nessuno; mio padre fischiava, mia madre cantava ed io, dietro, ridevo. Facevamo il bagno fino a stancarci poi fra gli scogli a mangiare quello che avevamo portato da casa.

Quanto era buono quello che preparava mia madre. Una volta, mentre eravamo al mare, ha iniziato a piovere ed abbiamo percorso la strada di ritorno, più di un’ora sotto l’acqua. Siamo arrivati a casa tutti bagnati ma ci siamo divertiti un sacco. Mia madre diceva sempre che i momenti belli non te ne accorgi quando li vivi, ma solo quando li rimpiangi.

Alle cinque ci danno il cambio, andiamo a fare colazione e comincio a conoscere meglio i miei compagni. Uno, che viene da Ca’ di Sola vicino Modena, è Giulio Bertoni. Dice che ha paura solo della prima cannonata: se supera quella vince la guerra. Dice.

Poi c’è Damiano Bertozzi che viene da Dalmine in provincia di Bergamo. In quel momento arriva il caporale Olinto che cerca due volontari per scendere con i muli al comando. Giulio ed io scattiamo in piedi, anche se nessuno dei due ha mai portato un mulo, e lì ce ne sono tre.

C’è freddo, ma è una bella giornata, e quasi dopo un’ora e un quarto di cammino arriviamo al comando; consegniamo i messaggi con quello che abbiamo visto durante la notte, in sostanza niente, poi passiamo dallo spaccio a ritirare il carico per la nostra squadra. Per fortuna che ci sono i muli, ma è tanta roba lo stesso. Per l’ora di cena siamo di ritorno. Fagioli e carne sono buoni, ne prendo ancora: forse la camminata mi ha messo appetito oppure il freddo mi fa gustare di più la cena calda. Poi chi fuma e chi gioca a carte, io vado in branda a leggere la seconda lettera di mio padre. E’ stata spedita da Borgo val di Taro, il 13 settembre del 1897.

“Qualcuno mi sa dire dove è Borgo val di Taro?”

I più mi guardano stupiti, il caporale Greco dice che dalle sue parti, vicino a Foggia, c’è un Borgo ma non sa se la valle è di Taro. Speriamo che nel leggere la lettera ci sia la risposta alla mia domanda.

Cara moglie mi mancate, io sto bene come spero di voi e per Pietro e per il figlio che deve essere nato. Come avrete capito non sono più a Genova, pensate che io che sono sardo ero pagato una lira al giorno mentre gli altri lavoranti 1,25 a volte anche uno e trenta. Allora ho provato a lamentarmi, ma mi hanno detto che se voglio lavorare devo accettare le loro condizioni, allora me ne sono andato e ho pensato che la lettera del parroco da dove si può capire da dove vengo non la farò più vedere a nessuno, al massimo se me lo chiedono, dirò che arrivo da vicino, da un paese molto piccolo che non è conosciuto quasi da nessuno.

Ora stiamo costruendo una strada che unirà la Liguria con Parma. Io non so nemmeno dove sono questi due posti, però pagano bene, non mi chiedono da dove vengo. Veramente la strada c’era già ma è piccola, poco più di un sentiero, e noi dobbiamo renderla praticabile non solo per carri con buoi o cavalli ma anche per le corriere. Anche se vi dirò moglie che nei due mesi che sono qui, a parte noi operai e un qualche montanaro, non è passato nessuno. Mi sa che lavoriamo per niente.

Genova è davvero grande, ci sono tante case ma sono troppo grandi. Qui dicono che i sardi sono testardi, ma loro sono matti: pensate moglie che il pane lo pagano venticinque centesimi il chilo, se sapessero che a casa nostra con venticinque centesimi di pane se ne hanno tre chili! Poi costruiscono strade in posti dove non ci abita nessuno.

Dimenticavo. Ieri, domenica, vi ho pensata sotto il nostro olmo con Pietro e il nuovo nascituro: maschio o femmina? E vi ho pensata anche quattro giorni fa il 9 di settembre, ad Arzachena durante la processione della Madonna della Neve. Siate forte, mi mancate tanto e vi mando un bacio.

Vostro marito Salvatore Marra

Oggi è giovedì 24 dicembre del 1914, ed abbiamo visite: il cappellano e un dottore passeranno questo Natale con noi. Ci hanno portato la posta, sigarette, cioccolata, della grappa e gli auguri di buon Natale da parte di Vittorio Emanuele III. Secondo il sergente tutta quella roba che c’hanno regalato significa imminente dichiarazione di guerra.

“Sergente chi è questo Vittorio? Se ci ha mandato tutta questa roba deve essere uno che sta bene”.

“Ignorante e testardo di un sardo, è il nostro re”.

Nessuno è ammalato ma il dottore visita tutti, perché poi non sa quando potrà tornare. Allora aveva ragione mio padre: qui in continente sono tutti matti; uno lo visiterai quando è ammalato, no? Mentre mi visita, gli chiedo come mai c’è la guerra.

“Vedi, soldato, circa sei mesi fa, esattamente il 28 di giugno, a Sarajevo sono stati uccisi l’Arciduca Francesco Ferdinando nonché erede al trono e sua moglie Sofia, da parte di uno studente serbo. Un certo Gavrilo Princip. E da allora quasi tutti i paesi dell’Europa più il Giappone e gli Stati Uniti, non riescono a mettersi d’accordo e alla fine morirà un sacco di gente”.

“Ma l’Europa che cos’è? Gli Stati Uniti e il Giappone da dove vengono? E mettere in prigione questo Gavrilo non si farebbe prima? Se sanno già che morirà un sacco di gente, perché non ci si mette più impegno per trovare un accordo?”

“Aspetta figliolo, tu da dove vieni?”

“Io da località Moru di Mulino di Arzachena, provincia di Olbia, Sardegna”.

“Vedi, sembra sempre che chi ci comanda siano le persone sbagliate, visto che riescono a complicare anche le cose più semplici: tu hai già trovato una soluzione”.

“Speriamo che venga in mente anche a loro”.

Il giorno di Natale è una bella giornata, c’è il sole e dopo la messa e un pranzo abbondante il dottore e il cappellano ci hanno salutato. Chi non era di guardia era nel rifugio. Tutti sulle brande. Qualcuno legge gli auguri che gli sono arrivati: eravamo tutti giù di corda, per molti era il primo Natale lontano da casa. E in quel momento mi sono deciso a scrivere a mia madre.

Cara madre vi scrivo nel giorno di Natale, qui per fortuna non siamo ancora in guerra, e speriamo che non ci sia. Io sto bene e spero anche voi e mio fratello Turi e vostro marito ovunque egli sia. Fra pochi giorni tornano dei miei compagni che sono in licenza e ne chiederò una per me, ma non verrò a casa. Perdonatemi ma in questi giorni mi sono fatto troppe domande e voglio trovare delle risposte a proposito di mio padre. Qui mi trattano bene a parte che dicono che sono un testardo di un sardo. C’è freddo, tanto freddo, non ho mai visto così tanta neve. Ci hanno dato della cioccolata e ne ho tenuto un pezzo da portare a casa: è una cosa quasi nera, dolce e molto buona. Oggi dopo il pasto di Natale Damiano Bertozzi, un mio compagno che viene da Dalmine vicino a Bergamo, ha aperto un pacco che gli mandava la sua famiglia e fra le varie cose c’era il pan de Ton: è un pane strano, ne ha dato un pezzo a tutti, dentro questo pane c’e del burro e delle uova, uva secca, del cedro dello zucchero. E’ molto buono. Ha detto che finita la guerra se lo andiamo a trovare dalle sue parti ne regala uno a tutti.

Mi mancate tanto. Mi mancano i colori della campagna dopo che è piovuto, il rumore della legna che brucia nel cammino, il suono che fa la porta della mia camera e la vostra voce che mi chiama con l’odore del pane appena sfornato. O madre quanto mi piacerebbe che fossimo tutti a casa fra le vostre braccia. Un grosso bacio a voi e a mio fratello Turi.

Vostro figlio Pietro Marra

E’ una bella mattina. Il sole su tutta quella distesa bianca di neve sembra accecarci. Sono in un punto d’osservazione con il binocolo e guardo giù in basso gli austriaci, o i tedeschi. E chi li riconosce? Anche loro si spostano nelle trincee e guardano nella nostra direzione: chi fuma, chi ride. E mi viene da pensare, toccando con la gamba il mio moschetto, ma se io dovessi mirare ed ucciderne uno? Perché? Cosa mi ha fatto? Io nemmeno lo conosco. A casa ha una madre, una morosa, che sono in pensiero per lui. Magari anche i nemici hanno i nostri stessi dubbi, non paura, dubbi sul perché dovresti uccidere uno che neanche conosci e che non ti ha fatto nulla. Forse se fossimo nella stessa trincea, e imparassimo a conoscerci, dopo non ci spareremmo più e magari fumiamo o ridiamo o mangiamo cioccolata o andiamo tutti a casa di Damiano a mangiare il pan de Ton. Forse la madre di Damiano non sarebbe tanto contenta se vedesse arrivare così tanta gente.

“Ehi, Pietro, ci sei?”

“Ehi, sergente, ci sono”.

Quasi a tutte le ore il sergente passa per un controllo.

“Sergente ha visto che bella giornata e che stupendo paesaggio?”

“Sì, è veramente bello, ma se vuoi vedere un paesaggio unico nella sua bellezza devi vedere le Dolomiti. Mio padre, che girava molto, tutte le volte quando ritornava aveva sempre una storia nuova da raccontarmi, una leggenda da quelle valli e da quei paesi dove era stato”.

“Me ne racconti una”.

“Una delle più suggestive spiega perché quelle montagne, al tramonto, si tingono di rosa. Secondo questa leggenda, sul Catinaccio, dove oggi s’intravvede fino a primavera inoltrata una grande chiazza di neve racchiusa in una sorta di catino, si adagiava una volta il giardino di rose di Re Laurino. Ecco perché, in tedesco, il Catinaccio si chiama Rosengarten, cioè Giardino delle Rose appunto. Re Laurino regnava su un popolo di nani che scavava nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento ed oro, e possedeva altresì due armi magiche: una cintura che gli forniva una forza pari a quella di dodici uomini e una cappa che lo rendeva invisibile. Un giorno il re dell’Adige decise di maritare la bellissima figlia Similde e per questo motivo invitò tutti i nobili del circondario a una gara di coraggio, tutti tranne Re Laurino. Questi decise di partecipare comunque, ma come ospite invisibile. Quando sul campo del torneo cavalleresco ebbe modo di vedere Similde, colpito dalla sua stupenda figura, se ne innamorò all’istante: la caricò in groppa al suo cavallo e fuggì a spron battuto.

I combattenti si lanciarono subito all’inseguimento per riportare indietro Similde, schierandosi in breve davanti al Giardino delle Rose. Re Laurino allora indossò la cintura, che gli dava la forza di dodici uomini, e si gettò nella lotta. Quando si rese conto che nonostante tutto stava per soccombere, indossò la cappa e si mise a saltellare qua e là nel giardino, convinto di non essere visto. I cavalieri riuscirono a individuarlo osservando il movimento delle rose sotto le quali Laurino cercava di nascondersi. Lo afferrarono, tagliarono la cintura magica e lo imprigionarono. Laurino irritato per il destino avverso, si girò verso il Rosengarten, che lo aveva tradito, e gli lanciò una maledizione: né di giorno né di notte alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino però dimenticò il tramonto e così da allora il Catinaccio, sia al tramonto che all’alba, si colora come un giardino d’ineguagliabile bellezza”.

Mentre mi raccontava questa leggenda sembrava contento. Forse gli ricordava suo padre, quando gliel’aveva raccontata la prima volta, e ha fatto piacere anche a me.

Conto quanti camion e quanti cannoni ci sono e lo segno su un foglio, poi al comando vedranno se sono di più o uguali a ieri. C’è freddo, stringo con le mani una gavetta, dove avevo messo delle braci, è ancora tiepida e questo mi dà sollievo. Olinto mi tira una palla di neve, io accetto la sfida e mi metto a fare a pallate; si unisce a noi anche Giulio. Andiamo avanti così finché non sentiamo più le dita dal freddo. Finalmente dopo quasi mezz’ora arriva il cambio, rientriamo nel rifugio, tutti intorno alla stufa per riprendere la sensibilità alle mani e ai piedi. Oggi ci siamo divertiti. Dopo cena vado subito in branda e tiro fuori l’ultima lettera di mio padre. Dovrei andare in bagno ma c’è troppo freddo e decido che ci andrò dopo, ora sto bene lì al caldo.

“Ancora con quelle lettere, testardo di un sardo? Dai retta al tuo sergente: non puoi ritrovarlo dopo tutti questi anni. Se non è andato via in nave o se non è morto, di città ce ne sono tante che non si può riuscire a contarle, e nelle città senza un indirizzo uno lo perdi, non è come nei paesi. Ma sai che solo in Italia ti ci vorrebbero giorni di marcia per arrivare al confine? Poi oltre ci sono ancora un sacco di altre città. Pensa che Pieve, da dove vengo, è un paese di confine e mio padre, quando non lavorava in campagna con le mucche, faceva il contrabbandiere. Io avrò avuto dodici o tredici anni, disse di aver caricato sul suo carretto un viandante ammalato e l’ha portato fino a casa, veramente l’ha portato dal prete, poi altre volte diceva lui che incontrava gente che attraversava il confine, forse in fuga dai gendarmi. Tanta gente attraversa il confine di nascosto, neanche tu lo immagini”.

“Quello che ha portato dal prete si chiamava Salvatore?”

“E chi se lo ricorda”.

“E gli altri che attraversavano il confine, si ricorda i loro nomi?”

“No! Non è questo il punto: voglio solo farti capire che la tua è una ricerca destinata a fallire”.

Mi giro dall’altra parte e comincio a leggere la terza lettera: viene da Modena, spedita il 5 Giugno del 1898.

Cara moglie mi mancate, io sto bene come spero di voi e per Pietro e per il figlio che ancora non conosco. In questi mesi mi sono spostato e ho guadagnato. A novembre a Borgo val di Taro c’era troppo freddo, è scesa tanta neve che non avevo mai visto ed hanno sospeso i lavori fino alla primavera. Non potevo stare fermo tutti quei mesi senza guadagnare e sono sceso a valle verso Parma, c’è meno neve ma in compenso c’è nebbia e mi sono fermato a Fornovo di Taro da dei contadini che hanno pecore e mucche. Poi con uno dei figli di questa famiglia e altri contadini siamo arrivati a Modena, qui c’è tanto lavoro visto che abbattono tutte le mura che circondano la città. Ve l’ho detto che in continente sono tutti matti: dove non ci sono, le mura le costruiscono, e dove ci sono le abbattono. Però pagano. Non posso darvi il mio indirizzo per due motivi: uno, dormo a ridosso delle mura dentro a delle stanze per la guardia o per gli attrezzi, secondo motivo gli ho nascosto da dove vengo per avere la stessa paga degli altri. Oggi voi festeggiate il secondo compleanno senza di me ed è domenica, vi sto scrivendo seduto sotto a un grosso olmo, vi prometto che farò di tutto perché la cosa non duri troppo. Siate forte, mi mancate tanto e vi mando un bacio.

Vostro marito Salvatore Marra

Quella notte ho dormito poco. Il sergente mi ha svegliato presto perché vuole che lo accompagni al comando. Speriamo che la guerra aspetti ed io possa fare la mia licenza.

“Sergente devo chiederle una licenza per recarmi a Modena”.

“Allora Pietro hai deciso di cercare tuo padre. Se proprio non riesco a farti cambiare idea, ascolta almeno quello che ho da dirti”.

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Informazioni su Baldoni Fabio

Baldoni Fabio - nato a Modena all'una e cinquantanove del mattino di un freddo martedì del 1978 - è stato diplomato geometra con il massimo dei voti e studente di ingegneria che ha abbandonato gli studi a 2 esami dalla laurea; è barista da più di 10 anni e gestore di un locale a Maranello. Scrive poesie e racconti per passione, ed ha pubblicato 4 libri con case editrici nazionali e partecipato e vinto a concorsi letterari. E' tra i fondatori del blog perché si riconosce nei suoi principi fondamentali: voglia di comunicare e coinvolgere, libertà di espressione ed amore per la parola. Vedi tutti gli articoli di Baldoni Fabio

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