EVOLUZIONE – di Antonio Olandese
24.000 anni prima della venuta di Cristo, parte Sud dell’odierna Europa
Gli occhi del Saggio erano puntati sul ventre dell’animale, che una quindicina di metri più in là si stava nutrendo dei giovani virgulti di un cespuglio. Le narici della preda erano frementi e annusavano ogni singola gemma.
Il Saggio aveva imparato, in anni di esperienza, ad essere silenzioso come il predatore bruno dalla folta chioma, con cui condivideva i propri territori. Era il maschio più anziano del gruppo, con i suoi ventisette anni, e aveva appreso da suo padre le tecniche di caccia che questi aveva imparato da suo nonno, e così per decine di generazioni addietro.
Il Saggio ruotò la testa verso destra, volgendo lo sguardo a suo fratello, alcuni metri più in là. Bastò una sola espressione perché questi capisse e facesse lo stesso con gli altri membri del gruppo.
Erano pronti.
Il Saggio attese un istante, era in procinto per dare il segnale, ma qualcosa d’inaspettato accadde.
Fu solo un attimo. L’animale cadde ucciso, trafitto da un lungo pezzo di legno sottile, con delle piume attaccate all’estremità.
Gli altri cominciarono ad agitarsi ma il Saggio alzò una mano e ottenne che tutti si calmassero. Fece cenno di acquattarsi e tutti si abbassarono.
Il predatore venne a reclamare la sua preda un attimo dopo, insieme con altri tre individui.
Erano molto alti, scuri di pelle. Erano simili a loro, ma avevano una testa più tonda e dei nasi più piccoli. Il loro muso non sporgeva come quello della gente del Saggio.
Quello che pareva essere la loro guida teneva in mano un lungo bastone di legno ricurvo, cui era legato un intestino secco di animale, da un’estremità fino all’altra di quel legno curvo.
Squartarono la preda in poco tempo e la fecero a pezzi, sventrandola e portando con se le varie parti.
Scomparvero.
Solo allora il Saggio venne fuori dalle basse fronde e gli altri lo seguirono verso il villaggio.
Quella notte il Saggio rimase delle ore a fissare le fiamme guizzanti del fuoco che avevano acceso.
Tra le rosse fiamme il Saggio rivedeva l’immagine di quelle creature, e la delusione della caccia quel giorno.
Il sonno sopraggiunse ma la notte non portò ristoro alla sua anima tormentata dall’inquietudine e dall’angoscia. In orridi incubi i volti delle creature assunsero aspetto spaventoso.
Si svegliò che il sole ancor non era sorto, il vecchio Saggio, mentre ancora tutto il villaggio dormiva. Il fuoco era ormai spento e la brace continuava a risplendere di tizzoni incandescenti.
Nel silenzio il Saggiò tornò al luogo in cui avevano avuto quell’incontro, nel cuore martellava un solo pensiero.
Ritrovò presto le tracce delle creature, e le seguì come facevano gli animali che cacciano in branco e urlano alla luna.
Intanto albeggiava e i raggi tenui del sol del mattino rischiararono la piana che si estendeva nella vallata, oltre gli alberi, laddove suo padre non si era mai spinto, laddove lui non avrebbe dovuto, nel luogo che gli antichi chiamavano “Del Dolore”. Le tracce conducevano lì.
Il Saggio decise di seguirle e bastarono pochi minuti di cammino perché di fronte a lui comparisse un villaggio, fatto di capanne di terra e paglia. Vi erano uomini, molti, ma poche donne. Tutti erano come quelle creature. Il Saggio ne ebbe paura. Qualcuno si accorse di lui, un giovane che lo indicava emettendo suoni incomprensibili.
Corse, corse fino a che le sue gambe non cedettero, poco prima del suo villaggio. Si gettò a terra e si rigirò tra le foglie secche.
Quella notte pregò lo Spirito dei Padri che vive nel fuoco perché lo consigliasse. Ed ebbe la consapevolezza che non avrebbe mai dovuto avvicinarsi a quelle creature, mai più.
Da poco era sorto il sole e il Saggio, il Forte e altri uomini si preparavano per la caccia. Come sempre le donne lavoravano alle pelli e alla costruzione dell’accampamento. Il Forte si avvicinò alla sua donna, e le carezzò il viso, mentre lei rimase seduta per terra, il ventre gravido la intralciava nei movimenti.
Così gli uomini partirono per la caccia, che quel giorno però risultò fruttuosa. Ritornarono a tarda sera, il sole era già calato.
Al villaggio era tutto un fermento e le donne correvano avanti e indietro dalla tenda della donna del Saggio, dalla quale venivano alte grida di dolore. Era la voce della donna del Forte. Entrambi accorsero.
La donna stava partorendo.
Albeggiava. Durante la stagione del Sole Splendente l’aria del mattino era pungente, ma durante il giorno il caldo era insopportabile. Il Saggio scrutava l’orizzonte, aspettando un segno propiziatorio.
Piccola, in lontananza, comparve una figura inconfondibile che il Saggio riconobbe immediatamente. Era uno di loro.
Scattò in piedi e a gran voce chiamo gli uomini del villaggio. Il Forte accorse, insieme a tutti gli altri.
Rimasero a fissare quella creatura mentre la sua immagine acquistava piano le giuste dimensioni.
Era davvero molto più alto di qualunque uomo il Saggio avesse mai visto.
A pochi metri da loro l’uomo parlò, con suoni che il Saggio non comprendeva. Poi tentò di farsi capire agitando le braccia. In fine pose davanti a sé la coscia di un animale in dono. Il Saggio mandò uno dei giovani a prenderla, quindi la esaminò. Era un pezzo pregiato.
Il Forte prese allora alcune pelli lavorate dalle loro donne e le portò alla creatura, che le raccolse.
Poi si alzò e lentamente scomparve all’orizzonte, confondendosi nell’aria distorta dalla calura.
Il Saggio quella sera, dinanzi al fuoco, pensò per tutto il tempo a quelle creature. E gli vennero in mente i racconti degli antichi, che narravano di altri uomini e altri mondi.
Tra mille pensieri i suoi occhi si chiusero.
Passarono alcuni giorni da quell’incontro e nel villaggio la vita scorreva come sempre. Solo il Saggio sembrava turbato, pensieroso. Il Forte voleva sapere cosa il padre temesse, ma egli non faceva parola dei suoi presentimenti.
Poi accadde.
Era una notte senza luna e il vento ululava tra le alte chiome degli alberi vicini. Un urlo squarciò la placida quiete del villaggio. Il Saggio si svegliò di soprassalto, impugnò un bastone grosso e nodoso, che teneva al suo fianco quando dormiva, per difendersi dagli animali. Era tutto talmente buio quella notte che non riusciva a vedere nulla.
Altre urla e voci concitate dei suoi compagni. Ma anche altre voci, che sputavano fuori parole incomprensibili.
Erano loro, erano le creature.
Il Saggio provò a muoversi, ma sentì un forte dolore alla testa e un tonfo, e cadde svenuto.
Gli occhi del Saggio con riluttanza si aprirono alla prepotente luce del sole, che alto in cielo lo accecava terribilmente. D’istinto portò una mano sul viso per proteggersi. Era rossa, scarlatta di sangue strisciato sulla sua pelle, ormai rappreso. Si voltò a destra, poi dall’altro lato. Era in una pozza di sangue, probabilmente il suo.
Tentò di alzarsi ma non riuscì a muovere un passo. Il dolore alla testa era lancinante. Attorno a se era il caos. Le capanne del suo villaggio erano state incendiate e alcuni corpi giacevano inermi. Anche il Forte era disteso a terra, orribilmente mutilato, in una posa innaturale. Le membra erano state spezzate in più punti, il ventre squarciato lasciava intravedere i visceri. E già gli alati messaggeri di morti volteggiavano su di loro, mentre piccoli uccelli neri dai becchi adunchi beccavano con forza la carne dai cadaveri, strappando con crudeltà pezzi di vita, della sua vita, e ingoiandoli con avidità.
Il Saggio si fece forza sulle gambe e finalmente riuscì ad alzarsi. Ebbe una vertigine e quasi ricadde, ma riuscì a sostenersi al suo bastone fedele.
Un tappeto di morte, questo era il suo villaggio!
Solo uno dei suoi uomini, il Coraggioso, figlio di suo fratello, sembrava essere ancora vivo. Il Saggio gli si avvicinò e pose una mano sul suo capo. Il giovane si voltò, ma i suoi occhi semi chiusi lasciavano intravedere uno sguardo perso.
Alla sera il Saggio aveva allontanato i corpi da quel che restava del villaggio e adesso era di fronte al fuoco ancora una volta, a riflettere ancora una volta. Non una donna morta era stata trovata, le avevano portate via. Il Coraggioso giaceva ancora inerme, ma il Saggio lo stava curando, come suo padre gli aveva insegnato.
Due giorni dopo l’attacco si misero in cammino e in breve raggiunsero il villaggio delle creature, al di là del bosco.
Quando vi giunsero, il suo cuore sembrò esplodere, perché il villaggio non c’era più e le creature erano sparite. Tentarono di seguirne le tracce.
Dopo quasi un giorno di cammino su una roccia che sbucava dall’erba, videro disteso il corpo di un neonato, orribilmente sfigurato.
Tre giorni dopo anche il Coraggioso morì.
Il Saggio, tutte le notti, si arrampicava sopra un albero e lì rimaneva a dormire. Il giorno dopo riprendeva il cammino. Non poteva fermarsi, non doveva, perché ormai nulla aveva più senso. Le sue gambe tozze e le sue forti braccia perdevano il vigore di un tempo, costretto com’era a nutrirsi solo di bacche e frutti.
Passarono tre stagioni prima che qualcosa cambiasse.
Li vide un giorno, in lontananza. Avevano creato un nuovo villaggio, su una piana. Le loro donne erano lì. Accanto a quelle creature sembravano essere quasi animali, basse e muscolose, con grandi nasi e musi sporgenti.
Il Saggio ebbe un tuffo al cuore quando vide che la sua donna aveva il ventre gonfio e gravido.
Le corse incontro ma una delle creature si pose in mezzo, mentre anche lei tentava di raggiungerlo.
Un sibilo.
Una di quelle loro armi sottili dalla punta di pietra gli trafisse un braccio. Una seconda arma gli si conficcò a fondo nella coscia, ma egli continuò ad avanzare, mentre le sue donne urlavano e piangevano.
Si sentiva debole ma continuava a camminare.
Erano le sue donne.
L’ultima delle armi lo colpì in pieno petto e a quel punto il saggio cedette. Cadde a terra con il viso rivolto al cielo.
Una sensazione di calore profondo lo avvolse e nell’immensità dell’azzurro che lo sovrastava intravide i padri e con loro il Forte e la sua discendenza.
Poi un’ascia calò sulla sua testa mozzandola di netto.
E fu l’oblio.




