Era più di un anno che non andavo in val Susa, l’ultima puntata nel luglio scorso per partecipare alla manifestazione nazionale organizzata dal movimento No-Tav. Cosi, da tempo ero in parola con un compagno d’università che, appena rientrato dall’estero, saremmo partiti per vedere cosa era cambiato negli ultimi sedici mesi.
Lasciataci l’autostrada alle spalle a Susa e fatto dietro front dopo aver percorso un bel tratto di strada verso il Moncenisio (colpa dei cartelli, sia chiaro), arriviamo finalmente a Chiomonte. Il bar-ristorante nella casa d’angolo lungo la strada, davanti al quale l’anno scorso una folla di manifestanti aveva improvvisato un blocco stradale trascinati dalla foga di alcune valligiane, è sempre li ma con un cartello vendesi in bella vista. Un caso o il titolare si sarà stancato della situazione? Parcheggiata la macchina ci infiliamo a piedi per i viottoli del paese e imbocchiamo la strada che, dopo qualche tornante dai muri di protezione ricoperti di incitazioni e date storiche dell’ormai ventennale resistenza valsusina, porta al presidio nel campo davanti alla centrale elettrica.
Ero partito con l’errata convinzione che sarebbe stato più difficile giungere sino a li, credevo che avvicinandoci a Chiomonte avremmo visto crescere i segni della tensione e almeno qualche posto di controllo, stavamo pur viaggiando per la valle che da anni e anni è al centro delle cronache per i cortei e le cariche, per i blocchi e per gli scontri, per i terreni confiscati e i drammi sfiorati sui tralicci dell’alta tensione. Siamo invece accolti da una vallata sonnacchiosa, scarso traffico sulla strada principale, poche scritte contro la Tav sui guard rail e ancor meno bandiere del movimento alle finestre. Nessun poliziotto che degni di uno sguardo le facce nuove.
Entriamo nel prato che ospita il campeggio estivo dei No-Tav, un curioso pupazzo all’ingresso ci da il benvenuto.
Non manca nulla: cucina, bagni, piazzola rifiuti e, nonostante il campeggio stia per chiudere i battenti, ancora molte tende sono sparse qua e la. Sotto la tenda principale veniamo accolti da una banda di varia umanità che consuma il pranzo: una coppietta francese, due adolescenti torinesi, un po’ di personaggi disparati di cui ora non conservo memoria, un energico ometto di mezza età che non tace un attimo e pare passare più tempo tra i boschi che in casa (sarà la nostra ottima guida per il resto della giornata) e alcune distinte signore con tutt’altro che l’aria delle barricadere, ma con le quali bastano poche parole per capire che, nel movimento, ci sono da una vita.
L’atmosfera è rilassata, ci aggreghiamo ad un gruppo in partenza per la vicina val Clarea, zona degli scavi. Lasciamo la via asfaltata appena oltre le prime barriere lungo la strada dell’Avanà, che porta al cantiere e imbocchiamo un sentiero che in meno di mezz’ora conduce alla baita della val Clarea, storico avamposto No-Tav oggi superato dall’avanzata delle ruspe e inaccessibile.
Bassi vigneti costeggiano il sentiero, sono carichi d’uva dall’aria invitante ma i nostri compagni ci dicono che non si può mangiare nulla di quello che vediamo, è tutto contaminato da anni di gas lacrimogeni. Lasciate le coltivazioni si entra in un bosco, barriere di cemento in mezzo al sentiero hanno obbligato in alcuni punti a tracciare nuovi passaggi ma non incontriamo veri ostacoli. Al
nostro fianco appare l’area archeologica della Maddalena, zona off-limits dove fa la sua comparsa qualche militare che si avvicina alla recinzione per controllare chi sta arrivando, ma siamo già oltre.
Attraversato ad uno scomodo guado un torrente ci troviamo finalmente in Clarea, ad un tiro di schioppo dal cantiere. É difficile immaginare questi tranquilli boschi immersi nel caos e nel fumo, percorsi in ogni direzione da manifestanti e carabinieri durante le giornate più accese. Comincia a sentirsi il ruggito delle ruspe. Usciamo dal bosco e attraversiamo un ponte, davanti al quale una sbilenca casetta su un albero costruita dai No-Tav pare messa li a mo’ di guardiola sul confine. Ecco il cantiere! Il primo segno della più contestata delle grandi opere appare davanti a noi, irregolare, lingue di terreno cintate che si allungano nel bosco, pare una figura disegnata a mano libera da un bambino. Nel “fortino”, tale sembra essere il cantiere assediato, freme l’attività umana anche se soldati e carabinieri paiono più numerosi degli operai. Sono di nuovo sorpreso, mai avrei pensato che lo scavo per il famoso tunnel esplorativo fosse una cosi piccola cosa. Non riesco a scorgerlo tutto a causa dell’irregolarità del terreno, ma non mi pare esser più grande di un campo da calcio, forse anche meno. Per ora.
Non ho mai visto simili barriere: un basamento di cemento regge griglie metalliche alte due volte un uomo ricoperte da filo spinato. E che filo, non certo quello che si vede in campagna che con un dito si scansa senza danno. A difendere la “grande opera” sono srotolati chilometri di cavo dal quale spuntano lamette affilate come rasoi, tanto fitte che non lo si può toccare senza ferirsi. Roba militare, immagino.
Il traliccio da cui precipitò Luca Abbà lo scorso 27 febbraio è ancora li. Mentre gli passo a fianco un flashback mi riporta in mente le immagini dei tg di quei giorni, tagliate un istante prima del contatto coi cavi e riprese al momento dello schianto al suolo. Poco prima mi hanno detto, giù al campeggio, che tuttavia già da tempo Luca è tornato in pista.
Il presidio della baita si è trasferito poco più in la in un improvvisato accampamento. Un container, teloni come tetti e tavolate che segnano la nuova “prima linea” della valle che non molla. Il cantiere è li a due passi, gli operai fanno il loro lavoro, non sono loro a doversi curare delle ripetute previsioni sbagliate sui flussi di traffico merci tra Francia e Italia che condannano la Tav dal punto di vista economico prima ancora che ecologico. Nel frattempo, mentre i trasporti ferroviari locali fanno più concorrenza al trasporto bestiame che all’automobile, il Governo Monti ha deliberato uno stanziamento di 790 milioni per la Tav. Sulla via del ritorno mi spiegano che la nuova strategia dei No-Tav consiste nel creare il maggior disturbo possibile agli operai del cantiere, bloccando le strade e costringendoli ad allungare il percorso di decine di chilometri ogni giorno. Una buona idea che pare funzionare, i giornali riferiscono che alcune imprese appaltatrici stanno pensando di tirarsene fuori, visti i costi crescenti.







Petizioni à la carte
Premetto che non intendo deridere l’attivismo civico, che si esplica anche attraverso le raccolte firme, utilissimo mezzo di proposta e critica in mano ai cittadini e che, io stesso, ho varie volte contribuito ad organizzarne alcune, ma proprio perché si tratta di un importante strumento lo si dovrebbe impiegare con opportuna serietà. L’eccesso (e il ridicolo) sono in agguato.
Con l’irruzione del web si sono moltiplicate le raccolte di firme promosse per qualsiasi motivo, dalle più importanti battaglie politiche alle colossali fregnacce, tanto che, a volte, mi pare che potrebbe nascere il nuovo mestiere di raccoglitore di firme professionista, affittabile a prezzo modico per massimizzare le adesioni ad una tal petizione nel tempo prestabilito. La rete è stata un volano per la già molto vivace attività, permettendo di moltiplicare per cento il numero di iniziative in circolazione. I vantaggi sono evidenti: organizzazione più facile (niente più moduli da stampare, banchetti, permessi, ecc.) e un bacino di potenziali firmatari molto più ampio. Chiunque, appoggiandosi ad appositi siti (come Firmiamo.it o Petizioni Online), può lanciare la propria battaglia.
L’abuso è dietro l’angolo. La facilità e l’assenza d’ogni fatica hanno fatto si che, oggi, vengano lanciate petizioni per tutte le fesserie, per le quali i fantasiosi promotori, se dovessero affrontare l’impegno di una campagna tradizionale, fatta di giornate passate in piazza e gazebo da montare, ben si guarderebbero dal muovere un dito.
Qualche giorno fa mi sono svegliato, ho fatto colazione, acceso il pc e, nella posta, ho trovato una bella mail, proveniente da un sito al quale non ricordo aver mai dato il consenso per inviarmi alcunché, contenente una lista di petizioni fresche fresche appena lanciate e pubblicizzate dallo stesso, con link per poterle firmare. C’era di tutto: una petizione promossa da una ONG straniera contro i biocarburanti, denunce contro i preti pedofili e appelli per presunti omosessuali condannati alla forca in qualche paese islamico, la cui battaglia per la salvezza viene giusto prima di una per aprire le spiagge italiane agli amici a quattro zampe. In ultimo una firmetta a sostegno di “scuola e libertà di scelta” e, evergreen intramontabile, basta con le accise sui carburanti.
Il peggio è arrivato però con le nuove, terribili, scosse che in questi giorni hanno sconvolto l’Emilia Romagna, quando alle esemplari (e concrete) azioni di solidarietà si sono affiancate decine di petizioni in favore delle popolazioni colpite, di cui riporto solo una lista di titoli non esauriente, giuntami con l’ultima newsletter pubblicitaria:
Secondo il sito – e i promotori – firmandole tutte aiuterò moltissime persone, ma penso che, anche se avessi passato la mattina apponendo firme – seppur per motivi più che condivisibili – non avrei dato alle vittime neanche una briciola dell’aiuto di chi nel frattempo avesse donato un solo, semplice, pacco di pasta ad una famiglia sfollata. E avrei gettato il mio tempo.
Il menù dell’attivismo civico in poltrona è comunque vastissimo, terremoti o meno. Il solo sito che invia la newsletter – una delle tante piattaforme online per diffondere petizioni – ne pubblicizza di ogni sorta, senza alcuna distinzione tra lodevoli iniziative e fesserie (“Il Salento vuole cambiare, la cagnolina Aura deve avere giustizia”, e proposte di querela contro Paolo Villaggio, autore, a quanto pare, di una battutaccia contro i sardi, ad esempio).
Con l’illustrazione delle ragioni di molte iniziative le cose non vanno meglio: gran parte viene argomentata da appena due o tre righe, spesso buttate giù in fretta, senza un link, un documento, un riferimento che permetta di informarsi sulla questione, dando più l’idea di uno sfogo momentaneo del creatore della petizione che di una reale intenzione di impegnarsi in tale battaglia.
Dulcis in fundo, che uccide definitivamente ogni superstite possibilità di scorgere un lume di serietà in questo calderone di simil-attivismo civico, la possibilità di firmare anche solo con un nickname. Scopriamo cosi che Polifemo vuole cacciare Equitalia dal proprio comune e che Lucifero Guitars chiede una campagna d’aiuti per le donne bosniache vittime di stupro.
A che pro tutto questo?
Ho fatto l’unica cosa saggia da fare: cestinare l’e-mail e mettere una croce sul sito in questione, perché non sopporto “l’attivismo” dove non si muove un muscolo e non ci si mette la faccia, anzi, manco il nome.
1 commento | etichette: attivismo civico, petizioni online, raccolte firme terremoto | pubblicato in: No comment, Terremoto in Emilia