Archivi autore: Alessandro Marmiroli

Ritorno in val Susa

Era più di un anno che non andavo in val Susa, l’ultima puntata nel luglio scorso per partecipare alla manifestazione nazionale organizzata dal movimento No-Tav. Cosi, da tempo ero in parola con un compagno d’università che, appena rientrato dall’estero, saremmo partiti per vedere cosa era cambiato negli ultimi sedici mesi.

Lasciataci l’autostrada alle spalle a Susa e fatto dietro front dopo aver percorso un bel tratto di strada verso il Moncenisio (colpa dei cartelli, sia chiaro), arriviamo finalmente a Chiomonte. Il bar-ristorante nella casa d’angolo lungo la strada, davanti al quale l’anno scorso una folla di manifestanti aveva improvvisato un blocco stradale trascinati dalla foga di alcune valligiane, è sempre li ma con un cartello vendesi in bella vista. Un caso o il titolare si sarà stancato della situazione? Parcheggiata la macchina ci infiliamo a piedi per i viottoli del paese e imbocchiamo la strada che, dopo qualche tornante dai muri di protezione ricoperti di incitazioni e date storiche dell’ormai ventennale resistenza valsusina, porta al presidio nel campo davanti alla centrale elettrica.

Ero partito con l’errata convinzione che sarebbe stato più difficile giungere sino a li, credevo che avvicinandoci a Chiomonte avremmo visto crescere i segni della tensione e almeno qualche posto di controllo, stavamo pur viaggiando per la valle che da anni e anni è al centro delle cronache per i cortei e le cariche, per i blocchi e per gli scontri, per i terreni confiscati e i drammi sfiorati sui tralicci dell’alta tensione. Siamo invece accolti da una vallata sonnacchiosa, scarso traffico sulla strada principale, poche scritte contro la Tav sui guard rail e ancor meno bandiere del movimento alle finestre. Nessun poliziotto che degni di uno sguardo le facce nuove.

Entriamo nel prato che ospita il campeggio estivo dei No-Tav, un curioso pupazzo all’ingresso ci da il benvenuto.

 

tav val di susa isoliamo i violenti

Non manca nulla: cucina, bagni, piazzola rifiuti e, nonostante il campeggio stia per chiudere i battenti, ancora molte tende sono sparse qua e la. Sotto la tenda principale veniamo accolti da una banda di varia umanità che consuma il pranzo: una coppietta francese, due adolescenti torinesi, un po’ di personaggi disparati di cui ora non conservo memoria, un energico ometto di mezza età che non tace un attimo e pare passare più tempo tra i boschi che in casa (sarà la nostra ottima guida per il resto della giornata) e alcune distinte signore con tutt’altro che l’aria delle barricadere, ma con le quali bastano poche parole per capire che, nel movimento, ci sono da una vita.

L’atmosfera è rilassata, ci aggreghiamo ad un gruppo in partenza per la vicina val Clarea, zona degli scavi. Lasciamo la via asfaltata appena oltre le prime barriere lungo la strada dell’Avanà, che porta al cantiere e imbocchiamo un sentiero che in meno di mezz’ora conduce alla baita della val Clarea, storico avamposto No-Tav oggi superato dall’avanzata delle ruspe e inaccessibile.

Bassi vigneti costeggiano il sentiero, sono carichi d’uva dall’aria invitante ma i nostri compagni ci dicono che non si può mangiare nulla di quello che vediamo, è tutto contaminato da anni di gas lacrimogeni. Lasciate le coltivazioni si entra in un bosco, barriere di cemento in mezzo al sentiero hanno obbligato in alcuni punti a tracciare nuovi passaggi ma non incontriamo veri ostacoli. Al

nostro fianco appare l’area archeologica della Maddalena, zona off-limits dove fa la sua comparsa qualche militare che si avvicina alla recinzione per controllare chi sta arrivando, ma siamo già oltre.

Attraversato ad uno scomodo guado un torrente ci troviamo finalmente in Clarea, ad un tiro di schioppo dal cantiere. É difficile immaginare questi tranquilli boschi immersi nel caos e nel fumo, percorsi in ogni direzione da manifestanti e carabinieri durante le giornate più accese. Comincia a sentirsi il ruggito delle ruspe. Usciamo dal bosco e attraversiamo un ponte, davanti al quale una sbilenca casetta su un albero costruita dai No-Tav pare messa li a mo’ di guardiola sul confine. Ecco il cantiere! Il primo segno della più contestata delle grandi opere appare davanti a noi, irregolare, lingue di terreno cintate che si allungano nel bosco, pare una figura disegnata a mano libera da un bambino. Nel “fortino”, tale sembra essere il cantiere assediato, freme l’attività umana anche se soldati e carabinieri paiono più numerosi degli operai. Sono di nuovo sorpreso, mai avrei pensato che lo scavo per il famoso tunnel esplorativo fosse una cosi piccola cosa. Non riesco a scorgerlo tutto a causa dell’irregolarità del terreno, ma non mi pare esser più grande di un campo da calcio, forse anche meno. Per ora.

Non ho mai visto simili barriere: un basamento di cemento regge griglie metalliche alte due volte un uomo ricoperte da filo spinato. E che filo, non certo quello che si vede in campagna che con un dito si scansa senza danno. A difendere la “grande opera” sono srotolati chilometri di cavo dal quale spuntano lamette affilate come rasoi, tanto fitte che non lo si può toccare senza ferirsi. Roba militare, immagino.

Il traliccio da cui precipitò Luca Abbà lo scorso 27 febbraio è ancora li. Mentre gli passo a fianco un flashback mi riporta in mente le immagini dei tg di quei giorni, tagliate un istante prima del contatto coi cavi e riprese al momento dello schianto al suolo. Poco prima mi hanno detto, giù al campeggio, che tuttavia già da tempo Luca è tornato in pista.

Il presidio della baita si è trasferito poco più in la in un improvvisato accampamento. Un container, teloni come tetti e tavolate che segnano la nuova “prima linea” della valle che non molla. Il cantiere è li a due passi, gli operai fanno il loro lavoro, non sono loro a doversi curare delle ripetute previsioni sbagliate sui flussi di traffico merci tra Francia e Italia che condannano la Tav dal punto di vista economico prima ancora che ecologico. Nel frattempo, mentre i trasporti ferroviari locali fanno più concorrenza al trasporto bestiame che all’automobile, il Governo Monti ha deliberato uno stanziamento di 790 milioni per la Tav. Sulla via del ritorno mi spiegano che la nuova strategia dei No-Tav consiste nel creare il maggior disturbo possibile agli operai del cantiere, bloccando le strade e costringendoli ad allungare il percorso di decine di chilometri ogni giorno. Una buona idea che pare funzionare, i giornali riferiscono che alcune imprese appaltatrici stanno pensando di tirarsene fuori, visti i costi crescenti.

 


Petizioni à la carte

Premetto che non intendo deridere l’attivismo civico, che si esplica anche attraverso le raccolte firme, utilissimo mezzo di proposta e critica in mano ai cittadini e che, io stesso, ho varie volte contribuito ad organizzarne alcune, ma proprio perché si tratta di un importante strumento lo si dovrebbe impiegare con opportuna serietà. L’eccesso (e il ridicolo) sono in agguato.

Con l’irruzione del web si sono moltiplicate le raccolte di firme promosse per qualsiasi motivo, dalle più importanti battaglie politiche alle colossali fregnacce, tanto che, a volte, mi pare che potrebbe nascere il nuovo mestiere di raccoglitore di firme professionista, affittabile a prezzo modico per massimizzare le adesioni ad una tal petizione nel tempo prestabilito. La rete è stata un volano per la già molto vivace attività, permettendo di moltiplicare per cento il numero di iniziative in circolazione. I vantaggi sono evidenti: organizzazione più facile (niente più moduli da stampare, banchetti, permessi, ecc.) e un bacino di potenziali firmatari molto più ampio. Chiunque, appoggiandosi ad appositi siti (come Firmiamo.it o Petizioni Online), può lanciare la propria battaglia.

L’abuso è dietro l’angolo. La facilità e l’assenza d’ogni fatica hanno fatto si che, oggi, vengano lanciate petizioni per tutte le fesserie, per le quali i fantasiosi promotori, se dovessero affrontare l’impegno di una campagna tradizionale, fatta di giornate passate in piazza e gazebo da montare, ben si guarderebbero dal muovere un dito.

Qualche giorno fa mi sono svegliato, ho fatto colazione, acceso il pc e, nella posta, ho trovato una bella mail, proveniente da un sito al quale non ricordo aver mai dato il consenso per inviarmi alcunché, contenente una lista di petizioni fresche fresche appena lanciate e pubblicizzate dallo stesso, con link per poterle firmare. C’era di tutto: una petizione promossa da una ONG straniera contro i biocarburanti, denunce contro i preti pedofili e appelli per presunti omosessuali condannati alla forca in qualche paese islamico, la cui battaglia per la salvezza viene giusto prima di una per aprire le spiagge italiane agli amici a quattro zampe. In ultimo una firmetta a sostegno di “scuola e libertà di scelta” e, evergreen intramontabile, basta con le accise sui carburanti.

Il peggio è arrivato però con le nuove, terribili, scosse che in questi giorni hanno sconvolto l’Emilia Romagna, quando alle esemplari (e concrete) azioni di solidarietà si sono affiancate decine di petizioni in favore delle popolazioni colpite, di cui riporto solo una lista di titoli non esauriente, giuntami con l’ultima newsletter pubblicitaria:

  •  Pro terremotati: contro il pizzo delle banche;
  •  Rimborsi elettorali ai terremotati;
  •  Stipendio dei politici per i terremotati;
  •  Ricostruzione Emilia Romagna;
  •  Sostegno agli animali terremotati;
  •  No ai droni killer italiani (usare i soldi per i terremotati, ndr);
  •  Pro terremotati: stop alla parata del 2 giugno.

Secondo il sito – e i promotori – firmandole tutte aiuterò moltissime persone, ma penso che, anche se avessi passato la mattina apponendo firme – seppur per motivi più che condivisibili – non avrei dato alle vittime neanche una briciola dell’aiuto di chi nel frattempo avesse donato un solo, semplice, pacco di pasta ad una famiglia sfollata. E avrei gettato il mio tempo.

Il menù dell’attivismo civico in poltrona è comunque vastissimo, terremoti o meno. Il solo sito che invia la newsletter – una delle tante piattaforme online per diffondere petizioni – ne pubblicizza di ogni sorta, senza alcuna distinzione tra lodevoli iniziative e fesserie (“Il Salento vuole cambiare, la cagnolina Aura deve avere giustizia”, e proposte di querela contro Paolo Villaggio, autore, a quanto pare, di una battutaccia contro i sardi, ad esempio).

Con l’illustrazione delle ragioni di molte iniziative le cose non vanno meglio: gran parte viene argomentata da appena due o tre righe, spesso buttate giù in fretta, senza un link, un documento, un riferimento che permetta di informarsi sulla questione, dando più l’idea di uno sfogo momentaneo del creatore della petizione che di una reale intenzione di impegnarsi in tale battaglia.

Dulcis in fundo, che uccide definitivamente ogni superstite possibilità di scorgere un lume di serietà in questo calderone di simil-attivismo civico, la possibilità di firmare anche solo con un nickname. Scopriamo cosi che Polifemo vuole cacciare Equitalia dal proprio comune e che Lucifero Guitars chiede una campagna d’aiuti per le donne bosniache vittime di stupro.

A che pro tutto questo?

Ho fatto l’unica cosa saggia da fare: cestinare l’e-mail e mettere una croce sul sito in questione, perché non sopporto “l’attivismo” dove non si muove un muscolo e non ci si mette la faccia, anzi, manco il nome.


C’è festa e festa

Nella prima settimana di gennaio, come ormai da alcuni anni, Reggio Emilia ha ricordato la nascita del vessillo nazionale avvenuta in questa città nel lontano 1797. Ciononostante la Festa del Tricolore è un appuntamento giovane, tanto che quella dello scorso 7 gennaio è stata appena la 16° celebrazione.

Inizialmente credo non se la filasse nessuno. La consapevolezza che la nostra città diede i natali alla bandiera è sempre stata scarsa, tantoché lo stesso Museo del Tricolore, ospitato nei locali del Comune, è ben lontano dalla top ten dei luoghi più visitati della città. Nonostante però sia una festa recente possiede già una consolidata tradizione: attira spesso più contestatori che partecipanti e poche delle ultime edizioni sono passate indenni dal carosello delle proteste di piazza animate da uno o dall’altro motivo, serio e meno che fosse. Di certo vi è che in anni recenti la qualità degli invitati d’onore, prima Fini e poi Schifani, non ha contribuito molto a far si che la tradizionale e calorosa ospitalità reggiana desse il meglio di se.

Quest’anno è toccato a Monti e a qualcuno l’evento è sicuramente piaciuto, complice la mattinata di sole, la guardia civica in costume d’epoca, le trombe della banda e certamente anche le speranze che molti ripongono nel Governo dei professori. Ma marce e orazioni non hanno potuto nascondere i tanti movimenti scesi in piazza a contestarne le scelte: dalla lega (la minuscola è d’obbligo) agli indignados, dagli amici di Beppe Grillo  ai centri sociali, dalle bandiere rosse agli skinheads, in città si è respirata per una mattina l’aria di sbandamento e inquietudine che attraversa il paese.

Ma non è alle patrie sfortune che voglio dedicare questo post. Erano tutte cose già attese e già viste, quello che mi ha colpito, non per la prima volta, è stato il cerimoniale della manifestazione, il suo svolgimento nel quasi completo distacco tra governanti e governati, eccezion fatta solo dalla breve cerimonia formale in piazza Prampolini delle autorità, immediatamente dopo ritiratesi nel palazzo, prima del Comune e poi del teatro Valli per proseguire a porte chiuse.

Certo ci saranno stati in gioco i tempi stretti, ci saranno state le esigenze di sicurezza e forse Monti di fare due passi a piedi per salutare la folla, e prendersi un po’ di inevitabili fischi, poteva non averne nessuna voglia, ma non è passata inosservata l’arroganza del corteo di berline blindate e luccicanti messo in moto solo per coprire i pochi metri tra il Comune e il teatro. I discorsi importanti, quelli che valeva la pena ascoltare dopo i peana sulla bandiera, quelli che poi i giornali hanno riportato, sono stati pronunciati a porte chiuse. La diretta un lusso riservato a pochi selezionati.

Dentro al teatro non c’ero, in Comune nemmeno e non mi interessa commentare cosa vi sia stato detto, voglio invece chiedermi perché nelle campagne elettorali le piazze vengono occupate per comizi sul nulla e in occasione di eventi sicuramente più interessanti – parlava quello che da più parti viene visto come l’uomo della provvidenza, fattosi carico dell’ingrato compito di tenere unito il Paese e traghettarlo fuori dalla crisi – tutto avviene tra quattro mura a favore di pochi. La piazza su cui si affaccia il Valli è la stessa dove si tiene il discorso ufficiale del 25 aprile davanti a migliaia di partecipanti. Perché, invece, la Festa del Tricolore viene confinata alla platea del teatro, come se le tante persone venute in centro per l’occasione non fossero state interessate ad ascoltare quel che il presidente aveva da dire?

Torno con la memoria alla mia felice estate in Nicaragua, due anni fa, durante la quale ebbi la fortuna di trovarmi nella capitale proprio il giorno di una importante festa nazionale officiata dal presidente: l’anniversario dell’alfabetizzazione del paese ad opera della Rivoluzione sandinista, appena giunta al potere nel 1980. Agli occhi di un italiano medio, non necessariamente becero, sarebbe una ricorrenza del tutto secondaria, si e no meritevole di un trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani o dei titoli di coda del TG, nessuno uscirebbe di casa per una cosa cosi. Come posso allora rievocare le emozioni di quella piazza caraibica gremita di folla, dove le autorità, ministri e presidente, si accomodano su un semplice palco a pochi metri dalla folla senza alcun cordone di sicurezza in mezzo, dove le personalità si aggirano come se nulla fosse in mezzo alla folla festante che improvvisa piramidi umane, mentre gli altoparlanti intramezzano gli inni nazionali a moderni pezzi rock, in un’atmosfera sacra e profana che fonde assieme la festa popolare con la solenne celebrazione?

Che differenza dalla piazza composta (leghisti a parte) e fiacca di Reggio! Dove appena provo a mettermi in piedi su un gradone per vedere meglio arriva il solerte questurino, “si deve stare seduti li!” e di Monti vedo a malapena la chioma bianca mentre scende dall’auto per entrare in teatro, con la grande piazza dei Martiri del 7 luglio transennata e vuota, percorsa solo da reggimenti di polizia e carabinieri e la popolazione confinata ai margini contro i palazzi, obbligata ad aggirare mezza città per arrivare dall’altro lato.  Monti, come ho detto, l’ho visto di sfuggita, del suo intervento ho letto sui giornali il giorno dopo.


Gli zombie della domenica

Avete mai passato una domenica in un centro commerciale, con tutto quello che si potrebbe fare di meglio di domenica, dall’andare in montagna o al mare, a visitare un’altra città o incontrare gli amici e mille altre cose? In uno di quegli enormi agglomerati di negozi misti a supermercati e caffetterie che si sviluppano per gallerie infinite e scale mobili che portano a piani più alti, dove trovi un altro piano identico al precedente se va bene, un beauty center da mezzi vip di provincia alla Virgin se va male?

A chi scrive è capitato poche volte, ma ognuna è stata un’esperienza dimenticabile, per fortuna.

I centri commerciali (e gli outlet) dovrebbero tener chiusi per legge di domenica a causa del danno sociale che creano. Quale danno è presto detto. Marx, commentando l’allora emergente organizzazione del lavoro industriale, individuava nell’ambiente di fabbrica e nell’attività del lavoratore un sistema che lo alienava dal suo prodotto, lo separava. Un grande centro commerciale è come una catena di montaggio infinita che rimbambisce chi ci lavora. L’ordalia di colori, suoni, cose e stimoli psicologici creati per indurre al consumo, stordisce e stacca il visitatore dalla realtà e dal suo ambiente, che per quanto antropizzato sia è sempre concreto, originale e vero. Mi si dirà che però anche una vasca in via Emilia fa lo stesso, ma non è cosi. Un pomeriggio passato in un centro commerciale non ha nulla a che vedere con lo stesso tempo passato in città, anche se in entrambi i casi lo shopping e/o l’ammazzare il tempo sono le attività principali. Nel secondo caso abbiamo un ambiente reale nel senso di vero contrapposto ad uno artificiale nel senso di falso, che cerca di nascondere la propria artificiosità con accorgimenti scenografici e imitazioni di altri luoghi. Ecco perché gli outlet vengono realizzati come cittadelle con le casette e le gallerie commerciali spesso hanno pavimentazioni che richiamano il lastricato cittadino o falsi colonnati agli ingressi dei negozi.

Anche la vecchia città è artificiale ovviamente, perché creata dalla mano dell’uomo, ma è una creazione genuina, originale frutto di secoli di storia e lavoro umano che l’hanno creata e modellata pensando a mille scopi diversi: abitarla, lavorarci, difenderla, fornire servizi, collegare le persone… Un centro commerciale non ha nulla di questo, è un baraccone lussuoso tirato su in breve tempo con un unico scopo: vendere. Se diversi sono gli scopi di un luogo, diversi sono per forza gli stimoli che comunica. Credendo di fare la stessa cosa il visitatore vive due esperienze diversissime, tanto vera e concreta una quanto falsa e manipolata la seconda. Sarebbe interessante condurre uno studio sulla spesa media di un campione di amanti dello shopping che si dividono tra la via alla moda del centro cittadino e il centro commerciale della prima periferia. Sono sicuro che il secondo gruppo se ne tornerebbe a casa con un scontrino ben più lungo. È inevitabile, perché il condizionamento indotto dall’ambiente è diverso. La città, per i motivi detti sopra, trasmette molti stimoli diversi: all’acquisto, svago, cultura, socializzazione, relax, il centro commerciale ne trasmette pochi e concentratissimi, che mirano ad influenzare il solo comportamento del consumo. Con successo pieno a giudicare dagli zombie che si aggirano per le gallerie dei negozi, con facce in cui si legge sia lo stress che la beota gaiezza per gli oggetti di desiderio acquistati. Zombie.

Credo che le Iene dovrebbero fare lo “sconvolt test” che fanno nelle discoteche anche alle persone che hanno passato la giornata in questi luoghi.

Tutto questo è il massimo della vita per migliaia di persone non abbastanza “furbe” per accorgersi del danno che creano a se stesse (e quindi alla comunità) limitando i propri orizzonti a questo modo. Sono eserciti di persone che attendono la domenica solo per catapultarsi in quei corridoi e negozi dove trovano la propria realizzazione, tutto quello che più gli interessa ed eccita è li tra quelle luci e insegne. Entrano e accelerano il passo, assieme al battito cardiaco per l’emozione, per raggiungere al più presto l’oggetto ricercato, magari un telefono nuovo nella catena di elettronica per il quale hanno smaniato tutta la settimana e che buona parte di loro pagherà a rate. Non si può negare che siano davvero felici a quel punto, ed è proprio questo il problema, non si accorgono del rimbecillimento al quale vanno incontro.

Ecco perché ci vorrebbe una legge per tener chiusi i centri commerciali di domenica. Non si tratta di sostituire la volontà del cittadino con quella dello Stato o di un eccesso di paternalismo, ma dello stesso principio che spinge – pardon, dovrebbe – chi governa a utilizzare le tv pubbliche per trasmissioni di un certo livello e lasciar ai canali commerciali i reality, a promuovere la visita alle città d’arte e ai parchi naturali, alla promozione della ricchezza culturale e ambientale locale e nazionale e alla creazione di programmi scolastici orientati alla formazione di cittadini pensanti e critici. Sarebbe un piccolo accorgimento ben poco invasivo della sfera delle libertà personali ma che, secondo me, potrebbe portare ad un certo beneficio sociale.


Brainstorming Mirafiori

Ora che vanno spegnendosi i festeggiamenti di Cisl e Uil per la (mezza) vittoria di Marchionne e la “sinistra” PD tira un sospiro di sollievo per esser riuscita a mantenersi coerente con se stessa – prima Calearo ora Marchionne, il pantheon del partito si allarga – vorrei provare a mettere assieme qualche pezzo di quanto accaduto in questi giorni. Senza pretese di approfondite analisi, solo un personale brainstorming.

Marchionne non ha inventato molto di nuovo, da anni nel mondo globalizzato dove capitali e merci si spostano facilmente (e con essi i mezzi di produzione) ma la forza lavoro no, viene utilizzata l’arma della minaccia di portar altrove la produzione se non saranno accettate dai lavoratori le condizioni dell’azienda. Il meccanismo è vecchio, ma evidentemente una cosa è se ad attuare il ricatto è un’azienda poco nota, un altro se è la Fiat, ed è per questo che quanto accaduto a Mirafiori getta un ombra inquietante sul futuro delle relazioni tra lavoratori e imprese. Se l’industria più importante del paese, sotto i riflettori più d’ogni altra e al centro di chissà quali intrecci con la Casta può permettersi di dichiarare cosi apertamente il ricatto, che problemi dovrebbero farsi domani tutti gli imprenditori italiani grandi e piccoli a ricorrer allo stesso metodo?

Davanti a questo rischio i sindacati dovranno sforzarsi sempre di più di trovare una risposta forte in grado di riequilibrare le forze contrattuali, che le delocalizzazioni facili hanno sbilanciato fortemente in favore degli imprenditori.

Trovo però che la Fiom abbia il grande merito di aver fatto capire, al di la del giubilo pubblico di Marchionne e Governo dopo il referendum, necessari per mascherare la tensione da disfatta sfiorata (per appena il 4%), che il tentativo di impostare le future relazioni sindacali su queste basi sarà tutt’altro che facile e indolore, perché tutti i Marchionne d’Italia sembrano non aver fatto i conti con un dettaglio, che è un bel macigno sulla strada dei turbo capitalisti selvaggi come lui: la dignità alla quale non tutti i lavoratori sono disposti a rinunciare. Soprattutto quando è chiaro che dopo essersi arresi una volta, sarà difficile resistere la seconda e impossibile la terza e non sarà più possibile arrestare la “cinesizzazione” delle fabbriche italiane. Questo rischio gli operai Fiat sembrano averlo fiutato, poiché se già il risultato dei “no” a Pomigliano sorprese tutti, oggi a Mirafiori il mirabolante esito mostra che il ricatto non spaventa più come la prima volta. Va ricordato infatti che in vari reparti metalmeccanici, dove i sacrifici imposti dall’accordo saranno più duri, i no hanno stravinto e in generale, il voto tra gli operai si è concluso con un deciso pareggio.

36% a Pomigliano a giugno, 46% a Mirafiori in gennaio, Marchionne ne ha per non dormire tranquillo al prossimo appuntamento.

C’è anche un’altra questione che emerge dal dibattito di questi giorni, purtroppo passata in secondo piano: le condizioni di vita dei lavoratori che in cambio della propria forza lavoro si aspettano certo come prima cosa uno stipendio, ma anche la possibilità di organizzare la vita quotidiana in maniera dignitosa e sostenibile. E quindi orari decenti e programmati in anticipo, momenti di pausa sufficienti a non stramazzare, garanzie in caso di infortunio o malattia o in generale per qualsiasi impedimento che può sorgere nel corso della vita. Sono tutti elementi che insieme determinano le condizioni di vita della persona.

È ovvio che nel determinarle il salario ha una parte dominante, ma sarebbe assurdo pensare che il benessere dipenda esclusivamente dal reddito. Mi sembra una visione arcaica che vede l’uomo come un cavallo, a cui basta fieno e un po’ di riposo per lavorare di più, ma è esattamente quella fatta propria da personaggi chiave come Bonanni, che chiedono di votare si al referendum perché “il salario sarà più alto”, punto e basta. Che l’analisi di un sindacalista possa fermarsi a un metro da proprio naso è scoraggiante, ma quando questa coincide con quella di un imprenditore che in cambio di più soldi pensa di poter chieder qualunque sacrificio, fa gridar vendetta.

Le ultime righe per la Fiom e la sua capacità, sindacato operaio, di radunare attorno a se un movimento di realtà che con i metalmeccanici non parrebbero centrare un tubo. Le infinite dichiarazioni di sostegno in questi giorni confermano quella “alleanza” nata a Roma il 16 ottobre, dove a fianco del sindacato sfilarono gli studenti che si battono contro la pseudo riforma Gelmini, i terremotati dell’Aquila, il Popolo Viola, gli indipendentisti sardi, immigrati, pensionati, precari e decine di gruppi grandi e piccoli d’ogni forma e colore espressione della società civile, che non manifestavano per le rivendicazioni degli operai, ma per un modello di società contrario a quello che i Berlusconi e i Marchionne vogliono creare, di cui parole come lavoro, diritto, studio, dignità ne sono i fondamentali.

Perciò Giacomo Russo Spena può ben dire su Micromega che “Il referendum a Mirafiori non è solo una vertenza metalmeccanica, ma parla a tutti noi. Parla di difesa di dignità, di rispetto del lavoro, di diritti, di democrazia, di modello di società.”

l’opinione a 5 Stelle sui fatti**.

Chi è Alessandro Marmiroli (presentazione di Claudio Cavazzuti):

Alessandro Marmiroli, 23 anni, è consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia per la Lista Civica 5 Stelle. Studente di Economia, è appassionato di storia contemporanea, storia locale e storia della Resistenza. E’ collaboratore della testa online reggio24ore.

Il suo blog http://alessandromarmiroli.wordpress.com/


**Nota dell’editore

Il Rasoio pubblica democraticamente opinioni provenienti da diverse parti politiche, allo scopo di favorire la discussione e il confronto civile. La redazione precisa che nessuno degli amministratori è iscritto ad alcun partito politico.



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