Archivi autore: Alessandro Marmiroli

C’è festa e festa

Nella prima settimana di gennaio, come ormai da alcuni anni, Reggio Emilia ha ricordato la nascita del vessillo nazionale avvenuta in questa città nel lontano 1797. Ciononostante la Festa del Tricolore è un appuntamento giovane, tanto che quella dello scorso 7 gennaio è stata appena la 16° celebrazione.

Inizialmente credo non se la filasse nessuno. La consapevolezza che la nostra città diede i natali alla bandiera è sempre stata scarsa, tantoché lo stesso Museo del Tricolore, ospitato nei locali del Comune, è ben lontano dalla top ten dei luoghi più visitati della città. Nonostante però sia una festa recente possiede già una consolidata tradizione: attira spesso più contestatori che partecipanti e poche delle ultime edizioni sono passate indenni dal carosello delle proteste di piazza animate da uno o dall’altro motivo, serio e meno che fosse. Di certo vi è che in anni recenti la qualità degli invitati d’onore, prima Fini e poi Schifani, non ha contribuito molto a far si che la tradizionale e calorosa ospitalità reggiana desse il meglio di se.

Quest’anno è toccato a Monti e a qualcuno l’evento è sicuramente piaciuto, complice la mattinata di sole, la guardia civica in costume d’epoca, le trombe della banda e certamente anche le speranze che molti ripongono nel Governo dei professori. Ma marce e orazioni non hanno potuto nascondere i tanti movimenti scesi in piazza a contestarne le scelte: dalla lega (la minuscola è d’obbligo) agli indignados, dagli amici di Beppe Grillo  ai centri sociali, dalle bandiere rosse agli skinheads, in città si è respirata per una mattina l’aria di sbandamento e inquietudine che attraversa il paese.

Ma non è alle patrie sfortune che voglio dedicare questo post. Erano tutte cose già attese e già viste, quello che mi ha colpito, non per la prima volta, è stato il cerimoniale della manifestazione, il suo svolgimento nel quasi completo distacco tra governanti e governati, eccezion fatta solo dalla breve cerimonia formale in piazza Prampolini delle autorità, immediatamente dopo ritiratesi nel palazzo, prima del Comune e poi del teatro Valli per proseguire a porte chiuse.

Certo ci saranno stati in gioco i tempi stretti, ci saranno state le esigenze di sicurezza e forse Monti di fare due passi a piedi per salutare la folla, e prendersi un po’ di inevitabili fischi, poteva non averne nessuna voglia, ma non è passata inosservata l’arroganza del corteo di berline blindate e luccicanti messo in moto solo per coprire i pochi metri tra il Comune e il teatro. I discorsi importanti, quelli che valeva la pena ascoltare dopo i peana sulla bandiera, quelli che poi i giornali hanno riportato, sono stati pronunciati a porte chiuse. La diretta un lusso riservato a pochi selezionati.

Dentro al teatro non c’ero, in Comune nemmeno e non mi interessa commentare cosa vi sia stato detto, voglio invece chiedermi perché nelle campagne elettorali le piazze vengono occupate per comizi sul nulla e in occasione di eventi sicuramente più interessanti – parlava quello che da più parti viene visto come l’uomo della provvidenza, fattosi carico dell’ingrato compito di tenere unito il Paese e traghettarlo fuori dalla crisi – tutto avviene tra quattro mura a favore di pochi. La piazza su cui si affaccia il Valli è la stessa dove si tiene il discorso ufficiale del 25 aprile davanti a migliaia di partecipanti. Perché, invece, la Festa del Tricolore viene confinata alla platea del teatro, come se le tante persone venute in centro per l’occasione non fossero state interessate ad ascoltare quel che il presidente aveva da dire?

Torno con la memoria alla mia felice estate in Nicaragua, due anni fa, durante la quale ebbi la fortuna di trovarmi nella capitale proprio il giorno di una importante festa nazionale officiata dal presidente: l’anniversario dell’alfabetizzazione del paese ad opera della Rivoluzione sandinista, appena giunta al potere nel 1980. Agli occhi di un italiano medio, non necessariamente becero, sarebbe una ricorrenza del tutto secondaria, si e no meritevole di un trafiletto nelle pagine interne dei quotidiani o dei titoli di coda del TG, nessuno uscirebbe di casa per una cosa cosi. Come posso allora rievocare le emozioni di quella piazza caraibica gremita di folla, dove le autorità, ministri e presidente, si accomodano su un semplice palco a pochi metri dalla folla senza alcun cordone di sicurezza in mezzo, dove le personalità si aggirano come se nulla fosse in mezzo alla folla festante che improvvisa piramidi umane, mentre gli altoparlanti intramezzano gli inni nazionali a moderni pezzi rock, in un’atmosfera sacra e profana che fonde assieme la festa popolare con la solenne celebrazione?

Che differenza dalla piazza composta (leghisti a parte) e fiacca di Reggio! Dove appena provo a mettermi in piedi su un gradone per vedere meglio arriva il solerte questurino, “si deve stare seduti li!” e di Monti vedo a malapena la chioma bianca mentre scende dall’auto per entrare in teatro, con la grande piazza dei Martiri del 7 luglio transennata e vuota, percorsa solo da reggimenti di polizia e carabinieri e la popolazione confinata ai margini contro i palazzi, obbligata ad aggirare mezza città per arrivare dall’altro lato.  Monti, come ho detto, l’ho visto di sfuggita, del suo intervento ho letto sui giornali il giorno dopo.


Gli zombie della domenica

Avete mai passato una domenica in un centro commerciale, con tutto quello che si potrebbe fare di meglio di domenica, dall’andare in montagna o al mare, a visitare un’altra città o incontrare gli amici e mille altre cose? In uno di quegli enormi agglomerati di negozi misti a supermercati e caffetterie che si sviluppano per gallerie infinite e scale mobili che portano a piani più alti, dove trovi un altro piano identico al precedente se va bene, un beauty center da mezzi vip di provincia alla Virgin se va male?

A chi scrive è capitato poche volte, ma ognuna è stata un’esperienza dimenticabile, per fortuna.

I centri commerciali (e gli outlet) dovrebbero tener chiusi per legge di domenica a causa del danno sociale che creano. Quale danno è presto detto. Marx, commentando l’allora emergente organizzazione del lavoro industriale, individuava nell’ambiente di fabbrica e nell’attività del lavoratore un sistema che lo alienava dal suo prodotto, lo separava. Un grande centro commerciale è come una catena di montaggio infinita che rimbambisce chi ci lavora. L’ordalia di colori, suoni, cose e stimoli psicologici creati per indurre al consumo, stordisce e stacca il visitatore dalla realtà e dal suo ambiente, che per quanto antropizzato sia è sempre concreto, originale e vero. Mi si dirà che però anche una vasca in via Emilia fa lo stesso, ma non è cosi. Un pomeriggio passato in un centro commerciale non ha nulla a che vedere con lo stesso tempo passato in città, anche se in entrambi i casi lo shopping e/o l’ammazzare il tempo sono le attività principali. Nel secondo caso abbiamo un ambiente reale nel senso di vero contrapposto ad uno artificiale nel senso di falso, che cerca di nascondere la propria artificiosità con accorgimenti scenografici e imitazioni di altri luoghi. Ecco perché gli outlet vengono realizzati come cittadelle con le casette e le gallerie commerciali spesso hanno pavimentazioni che richiamano il lastricato cittadino o falsi colonnati agli ingressi dei negozi.

Anche la vecchia città è artificiale ovviamente, perché creata dalla mano dell’uomo, ma è una creazione genuina, originale frutto di secoli di storia e lavoro umano che l’hanno creata e modellata pensando a mille scopi diversi: abitarla, lavorarci, difenderla, fornire servizi, collegare le persone… Un centro commerciale non ha nulla di questo, è un baraccone lussuoso tirato su in breve tempo con un unico scopo: vendere. Se diversi sono gli scopi di un luogo, diversi sono per forza gli stimoli che comunica. Credendo di fare la stessa cosa il visitatore vive due esperienze diversissime, tanto vera e concreta una quanto falsa e manipolata la seconda. Sarebbe interessante condurre uno studio sulla spesa media di un campione di amanti dello shopping che si dividono tra la via alla moda del centro cittadino e il centro commerciale della prima periferia. Sono sicuro che il secondo gruppo se ne tornerebbe a casa con un scontrino ben più lungo. È inevitabile, perché il condizionamento indotto dall’ambiente è diverso. La città, per i motivi detti sopra, trasmette molti stimoli diversi: all’acquisto, svago, cultura, socializzazione, relax, il centro commerciale ne trasmette pochi e concentratissimi, che mirano ad influenzare il solo comportamento del consumo. Con successo pieno a giudicare dagli zombie che si aggirano per le gallerie dei negozi, con facce in cui si legge sia lo stress che la beota gaiezza per gli oggetti di desiderio acquistati. Zombie.

Credo che le Iene dovrebbero fare lo “sconvolt test” che fanno nelle discoteche anche alle persone che hanno passato la giornata in questi luoghi.

Tutto questo è il massimo della vita per migliaia di persone non abbastanza “furbe” per accorgersi del danno che creano a se stesse (e quindi alla comunità) limitando i propri orizzonti a questo modo. Sono eserciti di persone che attendono la domenica solo per catapultarsi in quei corridoi e negozi dove trovano la propria realizzazione, tutto quello che più gli interessa ed eccita è li tra quelle luci e insegne. Entrano e accelerano il passo, assieme al battito cardiaco per l’emozione, per raggiungere al più presto l’oggetto ricercato, magari un telefono nuovo nella catena di elettronica per il quale hanno smaniato tutta la settimana e che buona parte di loro pagherà a rate. Non si può negare che siano davvero felici a quel punto, ed è proprio questo il problema, non si accorgono del rimbecillimento al quale vanno incontro.

Ecco perché ci vorrebbe una legge per tener chiusi i centri commerciali di domenica. Non si tratta di sostituire la volontà del cittadino con quella dello Stato o di un eccesso di paternalismo, ma dello stesso principio che spinge – pardon, dovrebbe – chi governa a utilizzare le tv pubbliche per trasmissioni di un certo livello e lasciar ai canali commerciali i reality, a promuovere la visita alle città d’arte e ai parchi naturali, alla promozione della ricchezza culturale e ambientale locale e nazionale e alla creazione di programmi scolastici orientati alla formazione di cittadini pensanti e critici. Sarebbe un piccolo accorgimento ben poco invasivo della sfera delle libertà personali ma che, secondo me, potrebbe portare ad un certo beneficio sociale.


Brainstorming Mirafiori

Ora che vanno spegnendosi i festeggiamenti di Cisl e Uil per la (mezza) vittoria di Marchionne e la “sinistra” PD tira un sospiro di sollievo per esser riuscita a mantenersi coerente con se stessa – prima Calearo ora Marchionne, il pantheon del partito si allarga – vorrei provare a mettere assieme qualche pezzo di quanto accaduto in questi giorni. Senza pretese di approfondite analisi, solo un personale brainstorming.

Marchionne non ha inventato molto di nuovo, da anni nel mondo globalizzato dove capitali e merci si spostano facilmente (e con essi i mezzi di produzione) ma la forza lavoro no, viene utilizzata l’arma della minaccia di portar altrove la produzione se non saranno accettate dai lavoratori le condizioni dell’azienda. Il meccanismo è vecchio, ma evidentemente una cosa è se ad attuare il ricatto è un’azienda poco nota, un altro se è la Fiat, ed è per questo che quanto accaduto a Mirafiori getta un ombra inquietante sul futuro delle relazioni tra lavoratori e imprese. Se l’industria più importante del paese, sotto i riflettori più d’ogni altra e al centro di chissà quali intrecci con la Casta può permettersi di dichiarare cosi apertamente il ricatto, che problemi dovrebbero farsi domani tutti gli imprenditori italiani grandi e piccoli a ricorrer allo stesso metodo?

Davanti a questo rischio i sindacati dovranno sforzarsi sempre di più di trovare una risposta forte in grado di riequilibrare le forze contrattuali, che le delocalizzazioni facili hanno sbilanciato fortemente in favore degli imprenditori.

Trovo però che la Fiom abbia il grande merito di aver fatto capire, al di la del giubilo pubblico di Marchionne e Governo dopo il referendum, necessari per mascherare la tensione da disfatta sfiorata (per appena il 4%), che il tentativo di impostare le future relazioni sindacali su queste basi sarà tutt’altro che facile e indolore, perché tutti i Marchionne d’Italia sembrano non aver fatto i conti con un dettaglio, che è un bel macigno sulla strada dei turbo capitalisti selvaggi come lui: la dignità alla quale non tutti i lavoratori sono disposti a rinunciare. Soprattutto quando è chiaro che dopo essersi arresi una volta, sarà difficile resistere la seconda e impossibile la terza e non sarà più possibile arrestare la “cinesizzazione” delle fabbriche italiane. Questo rischio gli operai Fiat sembrano averlo fiutato, poiché se già il risultato dei “no” a Pomigliano sorprese tutti, oggi a Mirafiori il mirabolante esito mostra che il ricatto non spaventa più come la prima volta. Va ricordato infatti che in vari reparti metalmeccanici, dove i sacrifici imposti dall’accordo saranno più duri, i no hanno stravinto e in generale, il voto tra gli operai si è concluso con un deciso pareggio.

36% a Pomigliano a giugno, 46% a Mirafiori in gennaio, Marchionne ne ha per non dormire tranquillo al prossimo appuntamento.

C’è anche un’altra questione che emerge dal dibattito di questi giorni, purtroppo passata in secondo piano: le condizioni di vita dei lavoratori che in cambio della propria forza lavoro si aspettano certo come prima cosa uno stipendio, ma anche la possibilità di organizzare la vita quotidiana in maniera dignitosa e sostenibile. E quindi orari decenti e programmati in anticipo, momenti di pausa sufficienti a non stramazzare, garanzie in caso di infortunio o malattia o in generale per qualsiasi impedimento che può sorgere nel corso della vita. Sono tutti elementi che insieme determinano le condizioni di vita della persona.

È ovvio che nel determinarle il salario ha una parte dominante, ma sarebbe assurdo pensare che il benessere dipenda esclusivamente dal reddito. Mi sembra una visione arcaica che vede l’uomo come un cavallo, a cui basta fieno e un po’ di riposo per lavorare di più, ma è esattamente quella fatta propria da personaggi chiave come Bonanni, che chiedono di votare si al referendum perché “il salario sarà più alto”, punto e basta. Che l’analisi di un sindacalista possa fermarsi a un metro da proprio naso è scoraggiante, ma quando questa coincide con quella di un imprenditore che in cambio di più soldi pensa di poter chieder qualunque sacrificio, fa gridar vendetta.

Le ultime righe per la Fiom e la sua capacità, sindacato operaio, di radunare attorno a se un movimento di realtà che con i metalmeccanici non parrebbero centrare un tubo. Le infinite dichiarazioni di sostegno in questi giorni confermano quella “alleanza” nata a Roma il 16 ottobre, dove a fianco del sindacato sfilarono gli studenti che si battono contro la pseudo riforma Gelmini, i terremotati dell’Aquila, il Popolo Viola, gli indipendentisti sardi, immigrati, pensionati, precari e decine di gruppi grandi e piccoli d’ogni forma e colore espressione della società civile, che non manifestavano per le rivendicazioni degli operai, ma per un modello di società contrario a quello che i Berlusconi e i Marchionne vogliono creare, di cui parole come lavoro, diritto, studio, dignità ne sono i fondamentali.

Perciò Giacomo Russo Spena può ben dire su Micromega che “Il referendum a Mirafiori non è solo una vertenza metalmeccanica, ma parla a tutti noi. Parla di difesa di dignità, di rispetto del lavoro, di diritti, di democrazia, di modello di società.”

l’opinione a 5 Stelle sui fatti**.

Chi è Alessandro Marmiroli (presentazione di Claudio Cavazzuti):

Alessandro Marmiroli, 23 anni, è consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia per la Lista Civica 5 Stelle. Studente di Economia, è appassionato di storia contemporanea, storia locale e storia della Resistenza. E’ collaboratore della testa online reggio24ore.

Il suo blog http://alessandromarmiroli.wordpress.com/


**Nota dell’editore

Il Rasoio pubblica democraticamente opinioni provenienti da diverse parti politiche, allo scopo di favorire la discussione e il confronto civile. La redazione precisa che nessuno degli amministratori è iscritto ad alcun partito politico.



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