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Movimento 5 stelle: antipolitica oppure no?

“In America Obama ha sconfitto la destra unendo il ceto medio, le classi popolari e alcune élites attorno ad un programma di riforma presentato attraverso una narrazione”.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad una campagna elettorale sotterranea e convulsa. I partiti maggiori sono legati da un problematico accordo che impone loro di collaborare al sostegno del governo Monti, e quindi non possono acuire lo scontro tra fazioni senza mettere a rischio la tenuta della maggioranza.  Per questo emerge drammaticamente l’inconsistenza della proposta politica dall’una e dall’altra parte: l’opportunismo di Casini che si allea con la destra e la sinistra a seconda di come tira il vento sui territori è l’emblema di questa realtà.

L’incapacità di queste formazioni di agire sull’esistente porta i cittadini a considerare tutte le forze politiche come simili, parti di un sistema-politica marcio, completamente incapace di riformarsi e quindi riformare il paese. Succede così che le proposte per tagliare i privilegi in Parlamento non vengono mai prese, le vicende Lusi e Penati si moltiplicano ogni giorno e il Movimento a 5 stelle, unica forza antisistema in campo, soffia sul vento della protesta usandolo come una clava contro la moribonda classe dirigente del Bel Paese. E le stoccate di Beppe Grillo fanno male, perché ormai molti commentatori e gli stessi politici di lungo corso si sono resi conto di quanto le vittorie crescenti di questa formazione possano minacciare il sistema del malaffare che ha condizionato fino ad oggi l’Italia.

Loro spaventati dalla possibilità di perdere il potere (e la poltrona) in uno spirito di conservazione contrario all’interesse comune, corrono ai ripari e lo fanno in un modo un po’ ambiguo: non ammettono che effettivamente serva un cambiamento serio nelle istituzioni a più livelli se vogliamo uscire dalla crisi; non propongono piani per la crescita o politiche industriali degne di questo nome, o per lo meno non sono in grado di farle comprendere ai cittadini (il che produce lo stesso risultato, visto che ciò che non viene mostrato nella nostra società non esiste); preferiscono continuare a vivacchiare e resistere, seguendo la massima andreottiana, senza fare scelte drastiche che permetterebbero a loro di diventare capaci di governare e all’Italia di risollevarsi.

In questo quadro il Movimento a 5 stelle che ha le mani libere da monopoli di potere diventa l’antipolitica; Beppe Grillo il demagogo di turno da paragonare a Mussolini, al primo Bossi o all’Uomo Qualunque. Grillo risponde che loro sono dei ladri, che hanno affossato l’Italia e devono andarsene e che non si può curare il malato con il virus della malattia stessa: difficile dargli torto.

Detto ciò io mi chiedo da cittadino se in un paese esasperato dalla crisi chi possa vincere in una simile contesa dicotomica: il Movimento a 5 stelle o la “politica istituzionale” (i partiti)? Chi può avvantaggiarsi se la contrapposizione si gioca su un piano così superficiale? Grillo ovviamente. Già Bossi con questi argomenti sfruttò l’onda di Tangentopoli, crisi solo italiana. E oggi che la crisi è sistemica e internazionale quanto carburante avrà il Movimento a 5 stelle da bruciare contro la vecchia politica? Illimitato.

Così si decide che è meglio mentire sostenendo che il Movimento a 5 stelle non ha proposte e vive di protesta. Una “stronzata universale” direbbe Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”. Anche la Lega aveva delle proposte (e sono ancora quelle e riscuotono ancora un certo successo): la devolution, la cacciata degli immigrati dall’Italia e l’attacco ai privilegi della Casta. Infatti la Lega nel giro di vent’anni ha conquistato una buona parte del Nord arrivando ad eleggere due governatori di Regione in Veneto e in Piemonte, due delle regioni più produttive d’Europa (con buon pace di certi grandi intellettuali di sinistra che li hanno sempre ritenuti degli imbecilli incapaci).

Il Movimento a 5 stelle -dico per tutti quelli che parlano a sproposito- ha un programma ben preciso, eccolo: http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

Io penso da uomo di sinistra che questa formazione politica abbia molte idee innovative e condivisibili anche dal centro-sinistra, come la raccolta differenziata spinta che permetterebbe di costruire industrie del riciclaggio, quindi posti di lavoro (ricordate la green economy?); oppure l’idea di creare un sistema di autogestione dell’energia tramite il fotovoltaico, così forse saremo meno schiavi dell’acquisto di energia dagli altri paesi (politica energetica!); ancora le proposte atte a colpire il conflitto di interesse e ad abbattere privilegi e stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione che gravano sul bilancio dello stato (tagli alla spesa pubblica!).

Questo per darvi un assaggio di ciò che questi cittadini propongono.

Secondo voi definire queste idee, di fatto trasversali, “ANTIPOLITICA” equivale ad una buona rappresentazione della realtà? Definire le migliaia di cittadini e di giovani (sono veramente tanti) che militano in questo movimento, che hanno contribuito, tra le altre, alla battaglia per il Referendum sull’Acqua, che attraverso i loro rappresentanti eletti hanno portato valide proposte politiche contro gli sprechi a livello delle amministrazioni locali, è giusto?

Secondo me no, è ingiusto e anche poco lungimirante. E chi etichetta come “antipolitica” questa espressione della democrazia  forse è troppo lontano da una realtà del Paese che dimostra di rispondere alla sofferenza della crisi in modo attivo e forse non condivide nei fatti così tanto il sistema “democratico”, come invece a parole si dichiara un fervente sostenitore della costituzione repubbicana.

Sono poi convinto che anche il Movimento a 5 stelle abbia dei difetti: il ruolo ambiguo di Beppe Grillo, che risulta essere un primus inter pares in un movimento che usa come slogan “uno vale uno”; la mancanza di un programma organico che dia risposte a temi come quello dell’immigrazione, della scuola, delle riforme istituzionali; l’eccessiva evanescenza che rifiuta il radicamento fisico sul territorio e la sua istituzionalizzazione (“noi non siamo un partito”); ed infine rapporti orizzontali fra i membri che rischiano di degenerare in anarchia se non c’è un controllo forte e democratico dal basso, o forte e verticale dall’alto (Grillo); infine il purismo e il populismo che spinge a definire tutti gli altri partiti uguali e corrotti: questo sarà funzionale per rubare consenso e puntare a rivoluzionare il sistema istituzionale, ma è un’approssimazione che produce il rischio concreto di delegittimare il ruolo della politica e delle istituzioni favorendo la distruzione totale dello Stato invece che il suo rinnovamento, come ha giustamente detto Di Pietro.

In ogni caso se la contrapposizione con il Movimento a 5 stelle viene giocata sul terreno dell’antipolitica, la perdita di consenso dei partiti tradizionali è quasi certa e queste amministrative potrebbero confermermarlo nuovamente, anche alla luce dell’astensionismo ai massimi storici in Italia. Nel caso di ballottaggi, poi, i candidati del Movimento a 5 stelle potrebbero addirittura far saltare il banco.

Mi auguro che il Pd, Sel e Idv capiscano prima o poi che il Movimento a 5 stelle non è un nemico da combattere a testa bassa, ma un avversario di tutto rispetto con cui dialogare, magari anche per sottrargli qualche buona idea e realizzarla.

Se invece prevarrà un testardo senso di appartenenza, come temo, che è quello che spinge i militanti di Sel ad attaccare indistintamente quelli del Movimento a 5 stelle, per difendere il loro leader (Vendola) dagli attacchi ricevuti, allora si favorirà come al solito il centro-destra e quella volpe di Casini, perdendo di vista i programmi e di conseguenza la politica reale. Se prevalessero queste spinte alla contrapposizione totale la sinistra italiana potrebbe rischiare di trovarsi nuovamente con una sconfitta pesantissima in tasca, nel caso in cui dall’altra parte riuscissero a ricompattarsi. Monti o Montezemolo sono lì in pole position per diventare il sistema di filtraggio della faccia sporca del berlusconismo.

Dunque il mio invito è quello di guardare meno alle contrapposizioni personali (Grillo/Vendola, Grillo/Di Pietro e Grillo/Bersani) e di più alle proposte politiche. Spero che i militanti del Movimento a 5 stelle riescano ad andare oltre certi slogan che generalizzano e semplificano troppo per cercare di capire le differenze che di fatto esistono tra gli altri partiti: il dialogo con la base dei partiti tradizionali è la cura migliore; invito poi Sel e Pd a valutare senza pregiudizi l’azione e il programma del Movimento a 5 stelle e a dialogare con loro: forse scoprirebbero che ci sono molte più cose che li accomunano di quelle che li dividono. Infine invito tutti a riflettere su quanto la minaccia di un ritorno al potere della destra trascinerebbe il nostro Paese ancor più verso il fondo del baratro, e a smettere di combattere battaglie intestine per costruire un’alternativa credibile, forte e unitaria che possa indicare una strada diversa per uscire dalla crisi del capitalismo contemporaneo.

La speranza e l’unità sono le uniche lanterne con le quali possiamo orientarci nel dibattito politico odierno se vogliamo costruire qualcosa che resti: se le spegniamo rimarremo da soli in una guerra di tutti contro tutti, agevolando il comando di un uomo forte come Monti. È questo quello che vuole il popolo del cambiamento?


Perché fino ad oggi in Italia essere di destra è stato più facile

Spesso mi capita di sentir dire a molte persone che parlare di destra e di sinistra non ha più senso. Lo dice Massimo Cacciari dall’alto della sua vocazione filosofica “il federalismo è una cosa di sinistra o di destra? Nessuna delle due”; lo dice Beppe Grillo sostenendo che il Pd e Pdl sono la medesima cosa; lo dicono quelli che subito dopo si professano apolitici, spesso ignorando il significato del termine.

Molto spesso queste considerazioni partono da un dato reale: l’appiattimento della politica su interessi privati o particolaristici ha in parte distrutto le ideologie. Vent‘anni di disimpegno culturale poi professato tramite i mezzi televisivi e la distruzione scientifica dello Stato, in particolare del mondo dell’istruzione e della cultura, da parte di governi di centro-destra hanno tolto i mezzi ai cittadini per caratterizzarsi in termini identitari (leggi, ha prodotto un’omologazione culturale). Il risultato è che categorie che un tempo costituivano un riferimento filosofico e culturale come l’essere di destra o di sinistra, conservatori o progressisti, proletari o borghesi hanno relativamente perso la loro funzione, senza essere aggiornate. Infine il colpo di grazia è arrivato con l’arricchimento diffuso verificatosi a partire dagli anni ‘60 che ha ridotto le disuguaglianze sociali su cui si erano basate in parte tali paradigmi di riferimento.

L’Italia a partire dagli anni ’80 è diventata un paese nel quale una ridottissima minoranza stava male, in cui quasi tutti avevano qualcosa (un lavoro, una casa, un sogno), in cui quella spinta formidabile alla scalata sociale, tipica di chi non ha mai avuto nulla, veniva gradualmente ad esaurirsi. All’improvviso la fine degli anni ’70 le persone scoprivano che era più facile aprire una piccola azienda che lavorare alle dipendenze di un padrone: è in questo periodo che si verifica il boom delle piccole-medie imprese che ancora oggi costiuiscono la spina dorsale dell’economia del nostro paese. Così progressivamente gli italiani scoprivano il lavoro autonomo e la mastodontica classe operaia e dipendente cominciava a dimagrire mettendo in crisi il bacino politico e culturale del Pci. L’individualismo e il capitalismo che fino ad allora avevano trovato una forte resistenza per motivi diversi nella cultura marxista da un lato e nella cultura cattolica dall’altro, progressivamente erodevano le strutture comunitarie di un paese provinciale. Negli anni ’80 infatti entrano in una profonda crisi la Democrazia Cristiana e il Pci: la prima imploderà grazie a Mani Pulite nel ’92, mentre l’altro si trasformerà nel Pds con il crollo del Muro di Berlino.

Ad una evoluzione culturale durante la quale si verificò il trionfo della cultura borghese (individualismo, arricchimento e laicità) che ruppe le tradizionali culture comunitarie cattoliche e comuniste, tuttavia non seguì un modello alternativo e moderno. L’affermazione di una classe dirigente debole e frammentaria (espressione dei cittadini), i cui principali partiti furono Forza Italia, i DS, la Margherita, la Lega Nord e An segnò in negativo (e segna ancora oggi) il divario ideale e politico tra la prima e la seconda Repubblica. I governi che seguirono furono deboli e inconcludenti. La società italiana si ritrovò, non per la priva volta, spaesata a doversela cavare da sola. E infatti oggi siamo il paese con il più alto numero di piccole-medie imprese e di lavoro autonomo in Europa, quindi vuol dire che non molto è cambiato da allora.

Tornando al discorso iniziale, cosa vuol dire essere di destra o di sinistra? Io direi che essere di sinistra significa essere a favore della cooperazione, della solidarietà e difendere le ragioni dei più deboli. Penso invece che essere di destra significhi essere a favore della competizione, della meritocrazia e a favore della legge del più forte. Potrà suonare banale, ma è uno spartiacque funzionale.

Ora in un paese come l’Italia contraddistinto da un arricchimento tutto sommato rapido, dove le istituzioni sono venute meno al loro ruolo smettendo di essere un riferimento per i cittadini, dove chi è capace di andare avanti da solo tendenzialmente ha più successo di chi invece cerca di avanzare a fianco dell’altro; un paese dove la Chiesa è sempre stata un’istituzione conservatrice, rigida e determinante per le sorti del paese, tanto da arrivare a creare un partito come la Democrazia Cristiana, è più utile e facile seguire ideali di destra o di sinistra? Non a caso il personaggio pubblico più rilevante degli ultimi 20 anni è stato Silvio Berlusconi, autodecretandosi milgior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni. Lui incarna l’idea dell’uomo che si è fatto da solo (individualismo), lavorando come imprenditore (competizione e borghesia), che non si è fatto scrupoli morali per raggiungere il successo (capitalismo) e che esalta il merito (liberalismo).

Questo vento di destra ha soffiato sull’Italia per anni, impedendo al Pci di arrivare al governo e quindi di costruire una cultura della cooperazione e della solidarietà su scala nazionale. E non ha consentito agli eredi di quel partito di diventare maggioranza e affermarsi come tale culturalmente.

Per questo oggi vediamo sezioni della Lega Nord pullulare di giovani esaltati neo-fascisti che se hanno letto qualche libro sulla storia di Gianfranco Miglio è tutto grasso che cola; per questo oggi vediamo masse di giovani e di meno giovani che interrogati su chi sia il Presidente della Camera non sanno rispondere; per questo oggi assistiamo alla moltiplicazione di casi di bullismo in età adolescenziale, di pestaggi di omosessuali o di reati per corruzione o evasione: è molto più facile e accettato socialmente schiacciare e derubare il prossimo, che porgere l’altra guancia. Chi pensa o ancor meglio pratica l’onestà e la difesa degli altri è una minoranza, perdente.

Ma qualcosa è cambiato e continuerà a cambiare. La crisi è arrivata e non sta passando; i portafogli della gente comune sono sempre meno pesanti; il lavoro scarseggia; la mitica classe media si assottiglia sempre di più; la rabbia sociale cresce. Siamo in un momento di difficoltà e l’assioma retorico che sentiamo ripetere come un mantra “Gli italiani danno il meglio di loro quando sono in difficoltà” suona sempre di più come una presa per il culo.

È in questi momenti che qualcosa può cambiare, perché in questi momenti aiutarsi, unirsi e collaborare diventano idee più forti e vincenti che fare da soli, che competere fino alla morte, che comportarsi come sciacalli in una guerra tra poveri che può produrre solo miseria. Oggi soffia leggero un vento di sinistra, e l’ha capito anche Bersani dopo le amministrative successive al Referendum sull’acqua. Oggi essere di sinistra è meno difficile. Perciò non ci sono più scuse: i compromessi al ribasso e le teorie sul male minore hanno fatto il loro tempo. La pace sociale necessità di certe condizioni che oggi non esistono, e devono essere reinventate. La conservazione e l’immobilismo sono una follia di fronte ad un paese ridotto in macerie. E la legge del più forte non è più sostenibile in un mondo globalizzato dove Stati come la Cina e l’India viaggiano spediti, perché loro sono nazioni coese e non clan di famiglie in conflitto tra loro.

Il popolo italiano ha voglia di cambiare marcia e di tirarsi fuori dal pantano: ora serve una nuova classe dirigente di sinistra capace di dare forma a questa speranza. Chiediamo troppo?


A quelli che studiano troppo e del resto se ne fregano

Rileggendo un magistrale articolo di un mio caro amico http://ilrasoio.wordpress.com/2011/04/11/a-quelli-che-rompono-i-vetri/ nel quale scrive ai ragazzi del Liceo San Carlo e lascia a loro qualche insegnamento che quel periodo e che quella scuola gli hanno portato, ho sentito il desiderio di scrivere anche io agli studente del Liceo Muratori.

E in particolare vorrei rivolgermi ad una categoria di questi che il titolo dell’articolo cerca di identificare.

Quando si esce da quella scuola e si entra nel mondo dell’Università cambiano molte cose, sicuramente muta il sistema di riferimento nel quale ti trovi a vivere. Può essere un momento di crisi; un momento di gioia per alcuni; per altri invece può trasformarsi nello smarrimento totale.

E se ti perdi dopo aver fatto una scuola come il Muratori, che tutti esaltano per le sue doti preparatorie- “Il latino e il greco ti aprono la mente”, oppure “chi esce di qui formerà la futura classe dirigente”, o anche “non c’è nessuna scuola superiore a Modena che possa competere con il Muratori”- allora il primo sentimento che ti prende è la rabbia.

Poi capisci, con il tempo, che la tua scuola è sopravvalutata. Non è che non sia all’altezza del compito formativo che si pone: riconosco io stesso che la preparazione che ti dà effettivamente garantisce una marcia in più in qualsiasi campo in cui uno voglia cimentarsi. Però la troppa retorica che avvolge e sospinge il nome del nostro istituto cela i suoi difetti. Infatti parlare male del Muratori al Muratori è un tabù che costa caro: provateci e scoprirete che è vero.

E cosa non ti insegna questa scuola? Non ti insegna a vivere in mezzo alle persone, non ti insegna a confrontarti con la sterminata quantità di differenze che il mondo globalizzato ci presenta ogni giorno. Non ti insegna la curiosità per ciò che non rientri nelle materie di studio (salvo qualche eccezionale insegnate che si riesce magistralmente a riattualizzare il pensiero classico). Non ti insegna ad essere un cittadino che oltre a sapere declinare bene l’aoristo fortissimo di baino, sappia anche distinguere la linea editoriale della Stampa da quella del Corriere della Sera. Non ti insegna che Modena è soltanto una città provinciale e non ti dice con onestà che il mondo latino e greco sono solo una parte del mondo della conoscenza.

L’elitarismo nel quale si formano i muratoriani, ostacola un confronto alla pari con i ragazzi e le ragazze che fanno altri studi. La supremazia del pensiero, svilisce la conoscenza della tecnica (il sapere fare): e poi ti trovi che non sai cambiare una lampadina se si rompe, ma in compenso sai cosa pensa Aristorele della metafisica.

Il Muratori sembra guardandolo sia dall’interno che dall’esterno una cittadella fortificata, un oppidum,  dentro cui vigono valori e criteri di selezione che non sembrano essere influenzati dal mondo esterno. Al primo posto c’è lo studio, nozionistico e attinente alle materie che il programma prescrive. Al secondo c’è la moderazione dello spirito: i comportamenti estrosi sono guardati con molta diffidenza, segni dell’eresia che può turbare l’ordine costituito e quindi da tenere sotto controllo. Infine c’è l’appartenenza identitaria: lo studente del Muratori nel bene e nel male si sente parte di un Noi (e questa è la cosa più bella che rimane a distanza di anni). Insomma sembra che lo spirito gesuità dell’istituto non lo abbia abbandonato.

Però poi il Muratori non dura tutta la vita, anche se ci sono i nostalgici della scuola che non riescono a rassegnarsi a questa realtà. E prima o poi bisogna andare nel mondo, conoscere quelli che andranno a fare gli operai, i ragionieri e quelli del tecnologico, che hanno un altro modo di ragionare.

E cosa succede in quel momento? Che le regole apprese lì dentro non valgono più in toto. Può succedere che qualcuno ti derida perché sei troppo erudito in conoscenze trascendenti, può succedere che tu non abbia l’elasticità adatta per studiare Lingue, o per confrontarti con Ingegneria. Può succedere che lo schema impostato e il sentiero che fino a ieri qualcuno aveva tracciato per te con precisione maniacale non ti consentano di sviluppare l’autonomia necessaria per camminare da solo: e allora sei alla ricerca di un nuovo maestro che ti dica cosa fare e tu da bravo scolaretto a dire sì, eccomi, con il sorriso sulle labbra. Finalmente, ecco ritrovata quella dimensione liceale perduta.

Quello che penso è che se si vuole essere veramente all’altezza delle aspettative che questa scuola crea negli studenti non si può studiare e basta. Non è sufficiente imparare la lezione a memoria. Non si può sapere a menadito i poeti alessandrini e non sapere che cos’è il welfare state o da chi è composta la coalizione di governo del momento. (Voi lo sapete?)

Insomma a tutti quelli che pensano di essere dei gran bravi studenti perché leggendo la pagella vedono scritti gli 8 e i 9 vorrei dare un avvertimento: usciti di lì quei voti vi serviranno relativamente e dovrete guadagnarvi la pagnotta in un mondo più difficile e spietato, dove molto spesso non esiste un ordine costituito come la Preside che ha potere di vita e di morte.

Quindi, posto che lo studio è la base fondante della conoscenza, chiedetevi anche a cosa serve quello che state studiando e cercate di finalizzarlo verso la vostra passione, ciò che vi rende vivi: perché ne ho viste tante di persone che sono andate a fare Economia e Giurisprudenza a Modena perché così erano convinte che avrebbero trovato il lavoro, e adesso non se la passano molto bene.

Dunque uscite di casa, girate per le vie della vostra città. Ogni tanto prendete il treno e andate fuori dall’Emilia. Coltivate passioni esterne non necessariamente utili o remunerative. Ampliate i vostri orizzonti.

Tutte queste cose vi saranno molto più utili un giorno quando dovrete scegliere che cosa fare nella vita, mentre il greco per quanto possa aprirti la mente rimane sempre una lingua morta (e questo lo ha decretato la storia).

P.s.

Se siete della categoria di quelli che se ne fregano leggendo questo articolo probabilmente starete sorridendo beffardamente e pensando a qualche vostro amico, perché sono sempre gli altri in difetto anche quando i mali ricordati ci sono molto familiari. Ma non preoccupatevi l’articolo non è dedicato solo a voi, voi cambierete difficilmente. In realtà ciò che mi ha spinto a scriverlo è quella minoranza che frequenta quella scuola con umiltà, fantasia e riusce a coniugare i suoi interessi con lo studio: a loro sono dedicate queste parole, perché gli siano d’aiuto nel percorso che vanno ad intraprendere.

A Valentina, Eugenia, Veronica, Caterina e Mariateresa.


Alleanze variabili: e Casini fece scuola al Pd.

Vi ricordate quando c’era il bipolarismo? Da una parte potevamo trovare il centro-sinistra, una lunga lista di partiti che andavano dagli eredi del comunismo fino a vecchi esponenti della Dc; dall’altra Forza Italia, insieme alla destra nazional-socialista (An) e alla rampante Lega Nord razzista e localista. Due coalizioni, con culture politiche differenti e programmi  distinti. Bei tempi. Poi Veltroni inventò il Pd, Berlusconi lo seguì fondando il Pdl e nacque un bipolarismo appiattito. Infine vennero le scissioni nel centro-destra: Casini per primo si rese conto di essere stato per troppi anni nelle mani di un despota (Berlusconi) che andava deposto; Fini, da buon ex-An, si inventò il pluralismo a destra che ebbe come unica soluzione la nascita di Fli; ed infine la Lega travolta dagli scandali del Pdl e messa in discussione dalla base, festeggiò di nascosto la caduta del Governo che poteva dargli l’occasione di rifarsi una verginità politica.

In questo quadro il Centro-Italia divenne meta di pellegrinaggi santi: a Todi le prove di una Democrazia Cristiana del terzo millennio vennero celebrate rievocando stagioni fortunatamente concluse (speriamo!). Poi il Governo Monti, in modo supremo, realizzò attraverso le nomine quel disegno nostalgico: una nuova balena bianca con una faccia tecnocratica prese a nuotare nella politica italiana tra lo stupore di alcuni e il silenzio di molti altri.

In tutto questo chi è stato fino ad oggi il politico italiano più furbo? Berlusconi? No, alla fine non gli resta molto da vivere (politicamente). Bossi? È finito come Berlusconi, ma crocifisso dall’intransigenza della base e dalla libertà d’azione delle Fiamme Gialle. Bersani? Lui ha sicuramente trovato un ottimo psicanalista che gli permette di gestire le personalità multiple che si attanagliano nel suo partito, ma al momento non ha ancora conquistato la leadership del paese.

La mente fine di cui sto parlando è l’ecumenico, sorridente e sempreverde Pierferdinando Casini!!!


Dove sta la sua genialità politica? Passato all’opposizione dopo la fuoriuscita dal centro-destra, è andato a collocarsi in un terreno politico puramente centrista, buono per tutti i moderati che non si sentissero più rappresentati dal Pd o dal Pdl. Questo ha scardinato il bipolarismo, sfruttando la crisi di identità politica a destra e a sinistra e la tradizionale natura trasformista dell’italiano medio (nu poc a cà e nu poc’allà per dirla alla partenopea, alla romana Francia o Spagna purché se magna!). Alle politiche del 2008 ha corso da solo, superando lo sbarramento al 4%, e attraverso un lavorio sapiente condotto in Parlamento ha ingrassato le sue fila con le fuoriuscite a destra e a sinistra, creando un condizionamento psicologico sia nel Pd che nel Pdl: entrambi spaventati dalla possibilità di subire emorragie nelle file cattoliche dei loro partiti, hanno avviato il loro corteggiamento ai centristi. Casini ha poi magistralmente disegnato una strategia andreottiana negli appuntamenti amministrativi: con la politica dei “Tre forni”, che significa andiamo con chi vogliamo a seconda dei territori, ha rinsaldato anche la classe dirigente a livello locale, ai danni e in accordo con Pd e Pdl. Al momento il suo partito veleggia quotato tra il 6% e l’8% su base nazionale e naturalmente non si sa con chi sarà alleato alle prossime politiche: potrebbe andare con chiunque.

La cosa incredibile è l’atteggiamento del Pd di fronte a tutto questo. Bersani con la caduta del Governo Berlusconi si è trovato un centro-destra in dissolvimento, una voglia di cambiamento sospinta dall’azione popolare verificatasi nelle amministrative del 2011 e nel referendum sull’acqua, e la possibilità di prendere in mano la situazione. Purtroppo la crisi internazionale ha messo in seria difficoltà il paese e le forze politiche, rendendo necessario un governo di larghe intese, pena un ulteriore stress per l’economia italiana.

Certo, sarebbe stato meglio non scegliere un tecnocrate come Monti. Ma la cosa incredibile è un’altra: il rapporto con l’Udc.  Il Pd spinto dalle teorie dalemiane e da una parte della componente cattolica (Letta, Fioroni, Gentiloni e non solo) -molto brava a strillare e creare problemi interni come sulle coppie di fatto, l’articolo 18 e le alleanze a sinistra (per dire solo le più famose), non altrettanto capace di raccogliere i consensi dei moderati (cosa che dovrebbe fare e fa poco, e per la quale è confluita nel Pd l’ex Margherita)- rincorre Casini alla ricerca di un’alleanza che ormai stanno provando forzatamente a far nascere da più di un anno. Il leader dell’Udc nicchia, da buon democristiano. Si offre a livello amministrativo quando c’è da conquistare degli assessorati e appena si scopre che l’alchimia funziona a fatica (vedi in Piemonte dove alle regionali ha vinto la Lega) ritorna al centro su posizioni ambigue: nel frattempo guarda a destra cosa succede, speranzoso di poter rientrare alla grande e giocare un ruolo se non da leader incontrastato, da leader irrinunciabile.

A causa del “preziosismo” di Casini, e della volontà ferrea dell’establishment del partito di Bersani di cercare un’alleanza con lui (che se la mettessero nella difesa del lavoro questa forza forse si raccoglierebbero più voti a sinistra e Franceschini sarebbe contento) abbiamo assistito alla nascita di un Pd plastico. A Milano, Bologna, Napoli e molte altre città (la maggior parte) si è presentato in coalizione principalmente con Sel e Idv, mentre in Emilia-Romagna (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/elezioni-caos-alleanze-emilia-romagna-pd-casini-stelle-alla-prova-decisiva/202812/ ) e in altri comuni delle Marche dove il centro-sinistra è al momento più debole spuntano alleanze con il Terzo Polo. L’insofferenza della base del Pd e dell’elettorato di centro-sinistra si è manifestata più volte nelle straordinarie vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda e ultimo Doria alle primarie di Genova. Il dissenso è arrivato a Comacchio con alcuni tesserati storici del Pci che hanno stracciato le loro tessere in faccia ai loro dirigenti: del resto non è facile accettare una coalizione che mette insieme ex-comunisti ed ex-missini.

L’Emilia-Romagna poi è terra di Resistenza, è roccaforte della sinistra da sempre. Pare quantomeno ardimentoso voler fare certi esperimenti qui. E a fronte dei sondaggi e dell’aria che si respira che indicano chiaramente che un vento di cambiamento spira su tutta l’Italia, le scelte del Partito Democratico risultano alquanto discutibili e pericolose: il Movimento 5 stelle scalda i motori per raggiungere un gran risultato, Sel e Idv sono pronte ad incamerare il consenso derivato da una linea intransigente verso le politiche liberiste montiane a scapito del Pd e le file dei delusi si ingrossano sempre di più.

Un’aria di incertezza pervade l’Italia per la felicità del furbo Casini e questo caos di certo non aiuta il centro-sinistra a mettersi in pole-position per conquistare il governo nazionale alle prossime elezioni politiche.


L’Italia, la cultura e la politica

Che cos’è la cultura? Quante volte ho sentito fare questa domanda, e quante volte me lo sono chiesto. Non è semplice dare una risposta, perché la cultura scaturisce dal sentimento umano, dall’immaginazione, dalla vita reale di una persona, delle persone, perciò ha un valore soggettivo e universale. Quante volte ho sentito dire nel mio paese che la cultura non serve, non ti dà da mangiare, non costituisce profitto. Effettivamente se ci chiediamo quale sia l’utilità immediata di una commedia shakespeariana, delle poesie di Leopardi, o di un film come Romanzo Criminale non è facile andare al di là degli incassi che la vendita di queste opere hanno consentito.

Spingendoci più avanti potremmo dire che il lavoro creatosi attorno a tali produzioni ha impegnato attori, direttori di teatri, editori, stamperie, garantendo una retribuzione a queste persone per un periodo più o meno breve; ma certamente tutto questo non ha dato loro un impiego duraturo sul quale basare la loro esistenza. Se invece volessimo spingerci oltre, superando questa prospettiva materialista ed economicistica un po’ riduttiva, potremmo vedere il valore immortale che la cultura è capace di produrre. I film, il teatro la musica, la letteratura sono un linguaggio che veicola sogni, sentimenti, desideri e che li rappresenta liberandoli dalla dimensione individuale o circoscritta in cui nascono. Così una canzone come l’inno di Mameli nacque come espressione musicale di un sentimento risorgimentale per poi trasformarsi in rappresentazione di una nazione; i Promessi Sposi videro la luce come romanzo per poi diventare un pilastro nella costruzione della lingua italiana; allo stesso modo una poesia o un manifesto letterario possono mutare da singola espressione artistica a prima pietra di un movimento destinato a cambiare la storia e la cultura di un paese o di un intero continente (penso al Romanticismo in Europa). La cultura è il linguaggio del sentimento, e questo spinge l’uomo alla creazione. Tramite questa il mondo cresce, cambia e prospera. Dove non c’è creazione, c’è staticità e decadenza.

Viviamo nel paese che forse più di ogni altro al mondo ha tributato alla cultura immense energie: siamo circondati da un patrimonio artistico grazie al quale molte persone vivono. E nonostante ciò lasciamo che i resti dell’antica città di Pompei cadano a pezzi; lasciamo che le università dove si studiano scienze umanistiche siano definite come “Scienze delle Merendine”; lasciamo governare persone che non sanno in che anno ha avuto luogo la rivoluzione francese o quando è stata scoperta l’America. Insomma ci lasciamo rappresentare da una forma culturale di bassa lega, che rincorre la volgarità, l’affermazione egoistica, il dominio della paura. Anche questa è cultura, o forse sotto-cultura, e anche questa è fatta di sogni e di sentimenti specifici: desiderio di potere e arricchimento personale.

Perché tutto questo? Perché la cultura deve poter fluire libera e deve poter essere pubblica. Se per stampare un libro di poesie come singolo cittadino devo disporre di molto denaro, sono libero? Se per poter studiare e farmi una cultura devo rivolgermi ad istituti privati e disporre di molti soldi, perché quelli pubblici vengono massacrati dai tagli, quanti liberi cittadini potranno formarsi? Se l’imperativo nella nostra società è trovare un lavoro ben retribuito e di responsabilità (come il medico e l’avvocato) e chi fa l’attore, lo scrittore e il giornalista viene considerato un precario sfigato o uno che può creare fastidi al potere, chi sarà invogliato a mettersi al servizio della cultura?

Tante volte ho sentito dire soprattutto a politici di sinistra, o centro-sinistra, “noi possiamo vivere di cultura in Italia, mettere in circolo i saperi ecc. ecc.”. Nel frattempo le scuole pubbliche e le università hanno subito tagli pesantissimi, gli isitituti culturali pubblici di ogni ambito sono stati condotti sull’orlo del disastro. Il centro-destra ha condotto il suo programma politico con passione e sentimento, inseguendo i suoi sogni: un paese fatto di una massa debole economicamente e facile da controllare, di una ristretta classe dirigente ricca e potente e di uno Stato sempre più ridotto e corrotto, dove l’evasore è la regola e l’onestà fiscale l’eccezione. Un disegno coerente.

Ora avremmo bisogno, per poterci riprendere, di poter immaginare un’altra Italia dove chi studia è guardato con rispetto, a prescindere dal campo in cui si applica; dove il dipendente pubblico non è un assenteista che pesa sui cittadini, ma un professionista al servizio dei cittadini; un paese dove chi paga le tasse fa solo il suo dovere e chi le evade deve fare i conti con una giustizia equilibrata e che funziona; un paese dove si pensa che il sistema di welfare non è un peso economico, ma una risorsa per il sistema produttivo e una conquista civile inviolabile; un paese dove i beni comuni come l’acqua, l’istruzione e la sanità devono essere garantiti a tutti non a prezzi di mercato e con un buon standard qualitativo.

Ma per immaginare e costruire questa Italia servono politici, scrittori, attori, operai ecc. ecc. che siano spinti da una progetto coerente e credibile, che siano disposti a distinguersi da quelli che inseguono sogni e desideri di potere personalistici, che abbiano voglia di lottare e alzare la voce per la libertà della cultura e per un salto di qualità prima di tutto culturale del cittadino italiano. Chi ha questa credibilità? Chi si può candidare a costruire quest’altra Italia?

Presto si apriranno i giochi e tutti potranno iscriversi allo spettacolo che più di tutti impegna il nostro paese (dopo il campionato di calcio): nel 2013 ci saranno le elezioni politiche.

Aspettiamo la nascita di una coalizione credibile che sappia schierarsi a fianco di quella società civile che troppo a lungo ha da sola interpretato queste richieste, occupando teatri avviati a diventare casinò (teatro Valle di Roma), lanciando referendum per difendere l’acqua come bene comune, opponendosi a treni ad alta velocità progettati per retribuire aziende in crisi con soldi pubblici, invocando un altro modello di sviluppo.

Se ai cittadini verrà offerta una proposta politica di alto livello capace di interpretare questa nuova cultura sono sicuro che il nostro paese riuscirà a rilanciarsi e a ritornare ad essere guardato con rispetto. Se invece dovessero prevalere logiche personalistiche e di potere simili a quelle condotte dalla classe dirigente per tutta la seconda repubblica, allora poco o nulla cambierà e sarà meglio prendere in considerazione l’emigrazione. Per evitare questa deriva c’è ancora molto da fare: chi ruba soldi pubblici deve essere allontanato dalla politica; chi ha contribuito attivamente al tracollo del paese in questi anni non può essere parte della soluzione; chi non incarna individualmente questi valori non può candidarsi a rappresentarli in un progetto collettivo.

Io spero che vinca la cultura, perché amo il mio paese e anche perché senza sogni nobili la vita è abbastanza triste.


Una giornata di buona politica: Assise nazionale sulla corruzione e l’evasione a Canossa.

Dopo la caduta del governo Berlusconi e l’avvento del governo Monti l’Italia è passata da una fase politica fatta di annunci e manovre senza una rotta precisa, all’azione di un esecutivo repentina caratterizzata da politiche concrete che hanno il merito di aver condotto il paese fuori da un immobilismo distruttivo. Tuttavia la natura del governo Monti e le sue peculiarità ci hanno anche portati ad una sospensione di fatto della democrazia, nella quale i maggiori partiti che sostengono la maggioranza si guardano bene dallo schierarsi in modo attivo a favore dell’azione dei “tecnici”, limitandosi a contrattare segretamente sulle riforme e sulla definizione dei decreti. Questo ha condotto ad un notevole ridimensionamento del dibattito pubblico, che in democrazia precede sempre la fase decisionale, lasciando all’informazione ed ai cittadini l’onere di portare avanti tale processo.

In questa situazione di difficoltà per la politica e di fragilità dell’opinione pubblica sabato 3 marzo si è svolta una coraggiosa iniziativa che ha voluto mettere al centro dell’arena politica i temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Una pattuglia di dirigenti ed esponenti “eretici” del Pd (Pippo Civati, Debora Serracchiani, Salvatore Tesoriero, Cristian Vaccari e tanti altri) hanno dato vita ad una giornata di buona politica che ha ricomposto il rapporto tra partito, rappresentanti e cittadini in un confronto volto ad accrescere la cultura della legalità.

Colpisce la natura aperta, di alto profilo istituzionale e professionale dell’iniziativa, animata da dirigenti del partito e da esponenti della società civile come Stefano Rodotà, Marco Travaglio, Elio Veltri, Giovanni Tizian, Vittorio Borraccetti e Rafhael Rossi tra i tanti. Colpisce inoltre l’organizzazione trasparente dell’evento, alla fine del quale è stato spiegato per filo e per segno come è stato costruito, quanto è costato e chi l’ha finanziato e la concretezza politica, che dopo una serie di interventi capaci di fornire una visione d’insieme sul fenomeno ha prodotto un documento, il Protocollo di Canossa (http://www.prossimaitalia.it/news/2173/il-protocollo-di-canossa/), che fornisce proposte politiche concrete per incidere sul fenomeno della corruzione e dell’evasione fiscale.

In un paese troppo abituato ai talk show televisivi, che limitano l’approfondimento sui contenuti anteponendo logiche mediatiche castranti, la giornata di ieri è stata un esempio della buona politica di cui i cittadini hanno fame. E infatti il Teatro di Ciano d’Enza si è riempito dalle 10 della mattina alle 18 della sera.

A fronte del relativo silenzio dei mezzi di informazione tradizionali, i social network come Twitter hanno fatto da cassa di risonanza portando l’evento a realizzare 6000 contatti giornalieri, lasciando una traccia dei passaggi salienti dell’iniziativa che potete trovare cercando l’area tematica #corruzionezero.

Altra nota negativa, ma non sorprendente, della giornata è stata la mancanza di appoggio all’iniziativa del Partito Democratico nazionale. Come ricordato da Marco Travaglio -che ha esordito dicendo di essere sorpreso e felice dell’invito a partecipare ad un’iniziativa del Pd- da molti anni non venivano organizzate iniziative dal centro-sinistra nelle quali si discutesse apertamente sui temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Questa mancanza di coraggio dei vertici del Pd e l’assenza di tanti amministratori locali, a cui avrebbe fatto bene confrontarsi con questi temi e con una platea di relatori di altissimo profilo, denota l’esistenza di “Uno, nessuno, centomila Pd” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/uno-nessuno-centomila-pd/193426/)  come sostiene in questo articolo Furio Colombo. Sabato però avreste potuto vedere quella parte del Pd relativamente giovane che dimostra di avere una maturità politica e buone idee per candidarsi a guidare il cambiamento di cui il paese ha tanto bisogno; gli altri, quelli che rispondono trasognati alle magie di Lusi e che preferiscono i tatticismi e i personalismi alla buona politica, non erano presenti.

Rimando perciò alla piattaforma (http://www.prossimaitalia.it/) , che integra il buon lavoro di Civati e degli altri, dove si può verificare concretamente il progetto e l’impostazione di una politica aperta al confronto che costituisce una valida alternativa ai discorsi anacronistici di Veltroni sull’articolo 18 e alle velleità di quelli che vorrebbero tornare indietro agli anni ’70 quando vigeva il centralismo democratico.


Primarie a Genova: scarsa credibilità del Pd o eccessivo centrismo? Tutti e due.

Qualche giorno fa a Genova si sono celebrate le primarie del centro-sinistra per scegliere il candidato sindaco. I principali protagonisti della competizione sono stati Marta Vincenzi (Pd) sindaco uscente di area Ds, personalità non esattamente inquadrabile nelle logiche di partito (e per questo mai completamente digerita dall’establishment locale del Partito Democratico); Roberta Pinotti (Pd) senatrice e insegnate proveniente da una tradizione di sinistra, ma legata a doppio filo con il mondo cattolico ed infine Marco Doria, il candidato outsider docente universitario sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà (nota: non l’unico dei candidati di Sel).

La corsa si è risolta con la vittoria di Marco Doria con il 46% dei voti e a seguire le due colonne portanti del Pd genovese, Marta Vincenzi al 27% e Roberta Pinotti al 23%.  Questa dinamica, come è stato detto su molti giornali e blog, ricalca i precedenti successi di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e tante altre sono le realtà locali dove il Pd perde a favore di alleati di minor peso politico. Bisogna poi sottolineare che il principale soggetto che ha beneficiato di questo processo è Sinistra Ecologia e Libertà, forse non a caso.

Le reazione dei vertici nazionali del Pd sono sempre state molto caute e diplomatiche, per usare un eufemismo, di fronte a quello che a parere di una larghissima parte di giornalisti e osservatori viene definita come la debolezza della classe dirigente del Partito Democratico. Bersani ha definito le primarie di Genova “un’ammaccatura”. Questo significa non vedere il problema, o fare finta che non esista, cosa che fa perdere ulteriormente di credibilità.

Il Pd ha perso a Genova perché non ha sostenuto un solo candidato, lasciando agire le correnti interne e quindi generando una lotta intestina. Inoltre le due prescelte non sono riuscite a raccogliere il consenso della base dell’elettorato. Marta Vincenzi non è stata capace durante il suo mandato di scardinare le logiche di potere sedimentate in un’amministrazione di partito che dura da 40 anni e non partiva da una posizione politicamente debole per le sue responsabilità nel disastro dell’alluvione (leggi espansione edilizia incontrollata). Roberta Pinotti invece ha cercato l’appoggio di esponenti importanti come Cofferati o degli ambienti cattolici, o l’alleanza con l’Udc piuttosto che puntare su temi politici concreti.

In tutto questo un docente universitario presentato simbolicamente dalle firme di un pugno di intellettuali, benedetto da Don Gallo e sostenuto da Nichi Vendola ha condotto una campagna elettorale low-cost in mezzo alle persone discutendo di programmi politici concreti, creando un processo partecipativo che si è tramutato in consenso elettorale. Società civile contro politica pura, questo è stato il paradigma dello scontro. E ha vinto la prima.

Penso che il Pd abbia perso per due motivi. Primo per non essere stato in grado di rinnovare la sua classe dirigente nel corso del tempo (e questo non succede solo a Genova). Secondo perché si è appiattito da tempo su posizioni moderate e centriste preferendo cercare il sostegno e il consenso di poteri forti piuttosto che proporre politiche più vicine ai lavoratori. La vittoria di Marco Doria rappresenta dunque:

1- la voglia di ricambio della classe politica.

2- la punizione inferta ai vertici locali del Pd dal suo elettorato.

3- il desiderio degli elettori di centro-sinistra di una politica fatta di temi concreti.

4- la voglia di sinistra.

5- una maggiore apertura verso la società civile.

L’elettorato sta mandando segnali evidenti ai vertici nazionali del Partito Democratico da tempo: vogliono una politica onesta, che metta al centro il lavoro realmente e che sia realizzata da nuove persone.

La risposta dei vertici è quella di chi si nasconde e prende tempo, ed infine cerca di aggirare il problema. Infatti a pochi giorni dalla sconfitta Bersani ha detto che il Pd deve sostenere un solo candidato preselezionandolo, nessuna autocritica. Franco Marini ha dichiarato che le primarie sono contro natura (mi chiedo che cosa ci stia a fare nel Pd dopo tale affermazione). E l’area moderata e centrista (Gentiloni e Letta) che una deriva a sinistra è incompatibile con il progetto del Pd.

Personalmente non penso che sia necessario trasformare il Pd in un partito social-democratico come qualcuno ha proposto: sarebbe anacronistico e non terrebbe conto della storia politica del nostro paese. Esistono culture politiche cattoliche che ben si integrano con i valori della tradizione comunista, ma non tutte possono stare all’interno del Pd. Bisogna scegliere. La cultura della solidarietà e l’attività di una “chiesa sociale” ben rappresentata ad esempio da persone come Don Gallo o Alex Zanotelli sono compatibili; non lo sono posizioni troppo liberali come quelle esposte da esponenti come Fioroni o Letta che vorrebbero candidare Monti alle prossime elezioni, e che non sono disponibili a stringere alleanze con soggetti politici troppo di sinistra come Nichi Vendola. In questo senso è evidente che non è stato fatto abbastanza per arrivare ad una sintesi che contempli il pluralismo, scegliendo culture politiche compatibili e superando le divisioni correntizie figlie dei personalismi e della politica di professione.

In ogni caso con le primarie il processo di cambiamento ha subito un’accelerazione che non può essere bloccata. Quindi penso che i dirigenti del Partito Democratico farebbero bene ad accettare i segnali che vengono loro dati dagli elettori, cambiando le cose che non vanno. Nel caso ciò non avvenisse assisteremo alla progressiva erosione del maggiore soggetto politico di centro-sinistra a favore di partiti come Sel e Idv, nonché della proposta politica anti-sistema del Movimento 5 stelle, cioè un’ulteriore frammentazione della composizione politica della sinistra.

Se i vertici non cambieranno politica, gli elettori prima o poi cambieranno i vertici dei loro partiti. E in tutto questo non è escluso che possa tornare a vincere il centro-destra, quindi è meglio cambiare davvero e con decisione.


Il ritratto del Cavaliere (di Matteo Tomasina)

Questo articolo potrebbe essere un “coccodrillo”. In gergo, un pezzo che viene scritto prima che un avvenimento atteso accada, e pubblicato subito dopo, in modo da garantirsi la tempestività. Non sta mai bene ricordarlo, ma è quanto di solito si fa con i necrologi encomiastici di personaggi famosi appena scomparsi. Anche in questo caso siamo di fronte alla fine di una storia, anche se non possiamo porre limiti di tempo. Soprattutto perché il protagonista è tutto sommato scaltro e imprevedibile. Silvio Berlusconi potrebbe essere già stato sfiduciato mentre leggete queste righe, o avere deciso lui stesso di ritirarsi, oppure trovarsi ancora al potere e compiacersi di aver “fatto fuori”, per l’ennesima volta, i suoi avversari. Ma tutto prima o poi ha una fine, e anche senza poter prevedere il giorno e l’ora, tutti i segnali portano a pensare che un periodo si sia concluso. Si avvicina il “pasto totemico” degli ex alleati e sostenitori sul vecchio leader.

Uno dei maggiori punti di forza di Berlusconi è stato presentarsi come un uomo di successo, un self made man, di fronte a un paese in cui generalmente per essere qualcuno è necessario esibire l’appartenenza a una certa famiglia, associazione, consorteria, corporazione o partito. Quando fu coniato, negli anni ’80, il termine “berlusconismo” indicava ottimismo imprenditoriale e fiducia nelle proprie capacità personali (col tempo il significato si sarebbe notevolmente evoluto). Paradossalmente però Berlusconi stesso non ha mai incarnato questa figura dell’autorealizzazione. L’origine del capitale che investì nella sua prima attività edilizia è oscura, e si sospetta in modo fondato un legame con clan mafiosi. L’homo novus, nel proseguimento della carriera, ha poi conseguito un monopolio televisivo illegittimo con l’appoggio di uomini di governo, cioè Craxi e i socialisti. E’ stato l’individuo più privilegiato dal sistema della cosiddetta prima repubblica, e dopo che la classe dirigente di questa è stata spazzata via da Tangentopoli, ha colmato in prima persona il vuoto di offerta politica che si era venuto a creare.

Nonostante tutto questo, al momento della “discesa in campo”, è riuscito a convincere gli elettori di essere l’uomo del cambiamento. Il “salvatore”, l’”uomo della provvidenza”, colui che venendo dall’esterno risolve i problemi in casa. Un’idea che agli italiani ha sempre affascinato, fin dal tempo dei comuni. Molti hanno creduto che avrebbe portato la “rivoluzione liberale”. Dubito sia mai stato nei suoi interessi, ma anche se fosse nessuno si è mai dimostrato meno liberale, anche a livello antropologico, di Berlusconi. Abbiamo perso l’appuntamento col liberalismo ormai da parecchio tempo, e quello proposto negli ultimi vent’anni non è stato nemmeno un surrogato. Delegittimando la magistratura e rivendicando un potere superiore per chi è “eletto dal popolo” ha disconosciuto la costituzione e una delle basi della dottrina liberale, la separazione dei poteri. Sul versante della distinzione tra pubblico e privato, ha impiegato lo Stato per perseguire fini individualistici, mentre intanto favoriva la confusione tra sedi istituzionale e proprie magioni domestiche. La Chiesa, poi, è stata favorita in cambio di sostegno. Infine, e questo è l’apice delle contraddizioni, in campo economico ha fallito là dove il liberalismo punta tutto, cioè la crescita dell’economia.

Non credo però che il berlusconismo sia mai stata una fase di “dittatura”, o qualcosa di assimilabile al fascismo. Quest’ultimo si fonda su un adesione fanatica all’ideologia, richiede la partecipazione attiva delle masse e la mobilitazione totale verso gli scopi fissati dal regime. Il potere berlusconiano si è fondato, in linea di principio, su altro. In particolare, sul disinteresse dei più verso la politica. Le reti televisive non hanno condotto solo campagne di disinformazione, ma una ben più sistematica politica culturale di “distrazione”. L’intellettuale organico del centrodestra non è mai stato Giuliano Ferrara (anche se lui non vuole rassegnarsi), ma Alfonso Signorini. Catturati dall’intrattenimento, agli italiani è rimasto ben poco tempo e nessun desiderio di informarsi. Del resto, di fronte alle difficoltà, Berlusconi ha sempre risposto “Ghe pensi mi”. Bastava votarlo, poi ci avrebbe pensato lui ad occuparsi della gestione della cosa pubblica. Nella sua visione, una volta legittimato dal meccanismo democratico, il leader può fare quello che vuole, anche se “non metterà mai le mani in tasca agli italiani”.

di Francesco Tassi

E così si è arrivati ad una sorta di sultanato, dove i ruoli chiave sono occupati dai soci, dai servi e dalle concubine del capo. Che nel frattempo invecchia, diventa più potente ma anche più solo, e si riduce alla caricatura di se stesso. L’ultimo governo ha emarginato le figure più consistenti del centrodestra, per ridursi ad un circo di nani e di ballerine. Fra episodi squallidi e uscite fuori luogo, emergono scandali ad ogni livello e il velo attorno alla corte di Arcore si solleva, mostrando una – prevedibile – corte di prostitute e di faccendieri. Intanto, un parlamento di fedelissimi legifera ormai solo su provvedimenti ad personam. Rimane ormai ben poco della figura pubblica e della credibilità di Berlusconi, e c’è sicuramente un legame tra l’inaffidabilità del governo e l’aggravarsi progressivo della crisi economica.

 

Un episodio in particolare riveste una particolare carica simbolica. All’ultimo vertice europeo che ha portato al commissariamento di fatto dell’Italia, Berlusconi ha incontrato anche la premier danese, Helle Thorning Schmidt. Eletta di recente, è la leader più giovane d’Europa, e a capo di un governo con ministri ventenni e trentenni. La signora è sulla quarantina, è una bellezza nordica e potrebbe essere tranquillamente sua figlia. Il presidente del consiglio più vecchio dell’Ue la incontra, le stringe la mano, e poi appena lei passa oltre si volta e, come diremmo in Italia, le guarda il culo. Volgarità, satirismo, mancanza di rispetto: lui stesso si è trasformato in un protagonista delle sue barzellette.

La vicenda di Berlusconi è stata davvero, in un certo senso, una storia italiana. Ma le biografie, anche quelle nazionali, hanno sempre due volti. Dell’italianità ha rivelato il volto peggiore: l’egoismo, il maschilismo, la volgarità, la furberia, l’arrivismo senza scrupoli e truffaldino. L’ipocrisia, la doppia moralità. Ma in questi anni l’impegno civile, l’orgoglio nazionale, l’intelligenza, la creatività artistica, la solidarietà non sono stati del tutto sopiti, anzi sono stati forse aizzati. Si sono espressi nella forma della satira, di inchieste giornalistiche coraggiose, in migliaia di iniziative di partecipazione. E sicuramente dimentico qualcosa. Questo nonostante le censure, le ostruzioni, l’incapacità della stessa classe dirigente anti-berlusconiana. La più grande mozione di sfiducia al governo è stata quella dei referendum del giugno scorso, in cui più della metà degli italiani hanno deciso di partecipare direttamente, di contro a chi gli diceva di stare a casa, disinteressarsi un’altra volta, perché la politica è solo una questione di deleghe, e al cittadino resta solo la libertà economica e il tempo dedicato all’edonismo straccione televisivo. Prima ancora di essere un “si” o “no” ad una determinata legge, il referendum era un “no” al berlusconismo.

P.S: le previsioni sul futuro appassionano alcuni, a me non tanto. Comunque, se devo dare un parere, sono convinto che alla fine della crisi di governo deciderà ancora lui. Preparate la tessera elettorale, quindi.


Gli sradicati.

Iacopo se ne stava lì nella sua stanza sdraiato sul letto a fissare il vuoto. Pensava al suo futuro, alle tante possibilità che si aprivano davanti a lui ogni giorno. Fantasticava. Si stupiva di quante strade avrebbe potuto seguire. Era giovane, e anche se tutti continuavano ad essere pessimisti, a dire che non c’era lavoro – che da troppo tempo nessuno inventava più niente di nuovo- lui aveva una grande fiducia. Credeva in sè stesso e in tutte quelle persone che non si arrendevano.

Mario, invece, si compiaceva di ciò che aveva. Si lasciava sfiorare dal mondo senza curarsene troppo. Sapeva bene che il tetto che aveva sulla testa gli avrebbe parato il culo per un bel po’ di tempo. A lui poi sarebbe bastato buttarsi in una delle tante reti che la sua famiglia gli avrebbe messo a disposizione, senza troppa fretta. Ma sentiva comunque un senso di soffocamento, che doveva stroncare ogni volta con qualche espediente: era così che faceva piano piano terra bruciata attorno a sè, incurante delle conseguenze perché troppo convinto di non aver bisogno di nessuno.

Iacopo, voleva aiutare tutti. Gli piaceva indicare la strada alle persone che venivano in città, spesso quando poteva li accompagnava lui stesso alla meta. Così faceva lunghe chiacchierate con persone diverse da lui, raccontava la sua storia e vedeva nuovi mondi attraverso le parole degli altri. Pensava così spesso agli altri che tante volte si dimenticava di pensare a sè e alle sue cose: per quello a volte era costretto a saltare la scuola. Così le sue opportunità si riducevano senza che se ne accorgesse.

Aveva continuamente bisogno di un nemico, o più di uno. Non sapeva fare altro che combattere. E nè batteva tanti che poi era difficile trovarne altri al suo livello, o che volessero combattere con lui. Qualche volta perdeva, e altre volte invece dopo essersi dimostrati alla pari diventavano quasi amici. Ma poi ognuno per la sua strada. Era così che alimentava quella sorta di timore reverenziale in chi non lo conosceva: gli piaceva così tanto osservare l’espressione dei loro occhi quando non sapevano cosa rispondere alle sue stoccate irriverenti.

Un giorno però sentì il peso di tutte quelle strade aperte. Era difficile saltare da un appuntamento all’altro, da una città all’altra, da una situazione all’altra; girava con il nobile e con l’ultimo dei pezzenti. Era bello, ma lo portò a non capire da che parte stava lui. Del resto non aveva mai preferito un gruppo piuttoso che un altro per un lungo periodo di tempo: la sua sete di curiosità lo spingeva ad andare sempre oltre. Solo che poi a forza di cambiare non rimaneva più niente, e tutto aveva il sapore del già visto.

Mario, a volte si sentiva solo. Allora chiamava i suoi “amici” che lo raggiungevano volentieri. Parlavano distrattamente di altre persone (per non sentirsi soli); solo alcune volte quando c’erano di mezzo dei soldi i suoi occhi scintillavano. Non sentiva il bisogno di essere grato agli altri: pensava che gli altri fossero grati a lui per il tempo che passava con loro. E intanto loro scoprivano nuove strade o si ancoravano a terreni da lui ritenuti non degni. Così col tempo le persone disposte a rincorrerlo presero a diminuire.

E un giorno arrivò il crack. Fu costretto a scegliere, a tagliare alcune cose. E non fu una scelta libera: dovette tenere conto anche degli altri. Fu allora che si incazzò pesantemente. Vide tanti treni passare, e lui fermo a guardarli come una statua di sale, incapace di fare lo scatto. Tutti quei legami che lo inchiodavano in una palude, che fino a poco tempo prima vedeva come un Eden. Non aveva considerato il tempo. Non aveva considerato ciò che era bene per lui. Non aveva pensato in termini utilitaristici per protesta, e l’utile gli aveva assestato una bella bastonata sulla schiena. Non potè fare altro che rimanere lì accasciato a pensare dove aveva sbagliato. Così pianse inutilmente da solo, sfogando la sua sorda rabbia sull’asfalto della strada.

Mario, invece se l’era cercata. Successe un giorno che guardandosi allo specchio, non seppe cosa pensare. Gi andò il tilt il cervello, perché si rese conto di essere uno dei tanti: e non poteva accettarlo questo. Il sangue gli salì alla testa. Gli venne una gran voglia di spaccare tutto: sentì la necessità di distinguersi subito. Così uscì di casa e se la prese con il barista che gli servì la colazione: lo insultò per una stupidagine e andò via sbattendo la porta. Poi andò da Andrea, e con la scusa di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (che conservava da parecchio tempo per comodità) lo travolse con parole di fuoco. Finì a schiaffi e promesse di morte. Concluse la serata facendo vergognare i suoi genitori di averlo messo al mondo.

In una notte come tante le ombre dei due sradicati si incontrarono lungo il fiume. Non si conoscevano, ma quando i loro occhi si incrociarono lessero reciprocamente un destino comune. I due si erano incontrati casualmente e ora non erano più soli con i loro sogni infranti e le nuove speranze.


Il moderatismo che affossa il centro-sinistra.

L’altro giorno stavo guardando su La7 l’ottimo documentario di Sabina Guzzanti, Viva Zapatero. Un’opera scomoda che analizzando i meccanismi di controllo dell’informazione spiega come abbia fatto Berlusconi a raccogliere un consenso così forte e a mantenerlo per anni, e come l’opposizione Ds/Margherita (ora Pd) non sia riuscita (o non abbia voluto) porre un freno a questa deriva. Seguiva un dibattito moderato da Mentana con quattro ospiti in sala, Alemanno (sindaco di Roma), Rutelli (presidente dell’Api), De Bortoli (direttore del Corriere della Sera) e Scilipoti.

La discussione si è concentrata molto sugli assetti istituzionali e sugli equilibri politici, probabilmente per la voglia di Mentana di comprendere quali potranno essere gli scenari futuri. Rutelli, che riesce sempre a stupirmi, ha sostenuto per sette volte la necessità di costruire un governo di responsabilità seguendo la tesi credibile secondo cui con questa legge elettorale e vista la debolezza del possibile schieramento di centro-sinistra (Idv-Sel e Pd) si rischierebbe di avere una maggioranza di sinistra alla Camera e una di diverso colore al Senato (perché al Nord la sinistra non raccoglierebbe abbastanza voti). L’altro concetto sul quale il leader dell’Api ha battuto il tasto è stata l’impossibilità di legare le forze riformiste con le culture di sinistra, definite estreme e ideologiche. Ha sostenuto che se il Pd si alleasse con Sel e Idv non potrebbe realizzare nulla di quello che ci ha imposto la Bce con la sua lettera, che non si potrebbe inviare il nostro esercito nelle missioni internazionali sostenute dall’Onu e che non si potrebbe riformare il mercato del lavoro assieme a chi sposa a precindere le posizioni della Fiom.

Rutelli incarna perfettamente quella cultura di centro che ricorda il partito laburista di Blair, ve lo ricordate al fianco di Bush? Solo che è in ritardo di qualche anno e infatti i suoi competitor a sinistra si sono evoluti. Dipingere Sel come partito ideologico e comunista, come una sorta di riedizione di Rifondazione Comunista, è ridicolo. Primariamente perché Vendola ha fondato questo nuovo soggetto politico uscendo dal Prc dopo la conquista della segreteria da parte di Ferrero, sostenuto dalle anime più ortodosse. Inoltre non ha un rapporto pregiudiziale con le istituzioni private, infatti ha finanziato la costruizione di un centro ospedaliero a Taranto in collaborazione con il San Raffaele di Milano. Infine ha superato la contrapposizione ideologica con i cattolici interiorizzando quei valori che ben si accordano alla cultura di sinistra. L’Italia dei Valori poi non viene neanche da una cultura di sinistra e non sono certo una forza estrema nei contenuti. Il loro unico peccato capitale è quello di difendere una cultura della legalità che se tradotta in pratica politica affosserebbe i due terzi della classe dirigente.

Rutelli sostiene l’incompatibilità tra queste due forze e la cultura politica che lui incarna. E qui veniamo al problema del Pd. Il moderatismo rutelliano è ben presente nell’area Modem del Partito Democratico (quella diretta da Franceschini, ma capeggiata da Veltroni) e anche in una parte degli ex-Ds. Questa componente minoritaria è sostenuta da quei poteri forti che hanno contribuito a determinare la crisi economica e politica del paese occupando la Rai, sconfinando nel campo della sanità, avversando la legge sul conflitto di interessi. Loro hanno apprezzato il lavoro di Marchionne, approvato la costruzione della Tav e frenato il sostegno dei referendum perché a favore di un sistema idrico privato. Ovviamente vengono attaccati da Sel, Idv e tutti i movimenti sorti in questi anni.

L’incompatibilità deriva dal fatto che questa componente minoritaria di moderati di sinistra vorrebbe costruire un nuovo equilibrio di potere portando al governo persone che hanno vissuto in questi anni sul sistema malato del belusconismo, che loro stessi criticano (contraddizione insanabile). Vedono di buon occhio un’alleanza con il Terzo Polo, i due terzi del quale in questi anni ha governato con Berlusconi; e pretendono che la spinta di cambiamento a cui aspirano Sel e Idv venga contenuta per non danneggiare il sistema di potere che conosciamo dal quale loro traggono forza.

Rutelli ha avuto la coerenza di andarsene dal Pd e di fondare un nuovo partito di centro. Invece i vari Fioroni, Follini, Letta, D’Alema, Veltroni, Bindi rimangono nel Pd costringendolo a cercare una mediazione tra due culture politiche incompatibili.

Ma quindi non è possibile l’alleanza tra le forze progressiste e quelle moderate? Sarebbe possibile se le forze progressiste fossero in grado di accogliere al loro interno la forza dei movimenti nati in questi anni, e per farlo devono poter essere libere di fare proposte forti come la tassazione delle transazioni finanziarie, il ritorno dell’Ici sulla prima casa, la tassazione dei patrimoni immobiliari, una riforma del lavoro che difenda i lavoratori e garantisca la flessibilità ecc. ecc. Dall’altra parte i moderati dovrebbero riuscire a liberarsi da questa cultura moderatista, che non vuole un cambiamento incisivo ma soltanto la conquista del potere. E questo è possibile solo se ci si libera di tutti quegli esponenti politici che hanno fallito.

Se all’interno del Pd dovesse invece prevalere la componente che vuole l’alleanza con il Terzo Polo, allora l’unica soluzione sarebbe una scissione che garantirebbe a Sel e Idv di rappresentare le istanze di cambiamento di una larga parte della popolazione. Allora il movimento che è cominciato con i girotondini e che oggi vede gli indignados scendere nelle piazze per occuparle tornerebbe ad avere una rappresentanza in Parlamento e l’Italia una speranza di cambiamento democratico.


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