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Archivi autore: Eugenia Carro
Il volto di un viaggiatore
Questo non è solo l’invito ai lettori del Rasoio a visitare il sito di un amico, ma è anche e soprattutto un tributo ad un compagno di viaggio. Compagno perché abbiamo condiviso lo spazio infimo di una giornata assieme ma è stato come rivederci dopo anni di lontananza, anche se quella era la prima volta che ci incontravamo. compagno di viaggio perché, anche se lontani, so che stiamo tutti e due viaggiando, in qualche modo, nella stessa direzione. Oggi, a distanza di sei mesi, ho trovato il suo sito, e sono tornata con una disarmante vertigine a quest’estate: Santarcangelo di Romagna, il campo dei Mutoidi accanto al Rubicone che aveva ormai abbandonato il suo letto lasciandoci solo nuvole nere di zanzare, tre ragazzi in viaggio verso sud con la loro tenda e i loro occhi spinti oltre l’orizzonte livido del cielo della torrida provincia di Rimini. Il mio compagno di viaggio per un giorno si chiama Nudo Ma Felice, così si è presentato, e così l’ho ritrovato, oggi, come un lampo improvviso, uno squarcio nella tela precisa e minuziosamente compatta della mia città, uno strappo nella sciarpa tirata fin sopra al naso, un vento freddo e piacevolmente diverso. Nudo Ma Felice fa sorridere, perchè non ha la pretesa di essere capito, ascoltato, divulgato, si lascia squadrare con lo sguardo che i ‘grandi’ rivolgono ai ‘piccoli’, e lo fa volentieri. Le mie parole vanno a lui perché ha abbandonato con una carezza ogni intesa, ogni assunzione indebita ed ogni convenzione per una naturale fratellanza con il mondo: una delle cose più coraggiose che si possano fare. Credo. È il più esposto di tutti noi a quegli sguardi paterni (o materni, a seconda dei casi) che tanto possono avvilire e destituire, erodendo nello spazio di tempo di un battito di ciglia un sogno immenso e ammirevolmente sproporzionato. Non è un giornalista, che mal che vada può sentirsi dire di non essere stato obiettivo, o di aver scritto in modo troppo elementare, non parla a sé stesso ma a tutti coloro che incroceranno la sua strada. Corre il rischio di vedersi capovolgere il mondo sotto i piedi, ogni istante, perché in quello che scrive, disegna, fotografa o canta a squarciagola non c’è una parte, una parentesi della sua vita, un settore con le sue regole e le sue limitate (per quanto grandi pur sempre limitate) influenze sulla sua persona. Non c’è distacco, non c’è divisione, ma un flusso di vita, morte e rinascita che evade inesorabilmente e senza presunzione da ogni parte. Siamo afflitti dal relativismo cronico, e per questo Nudo Ma Felice è un eroe.
“L’assenza totale
di prevenzioni
è la vera essenza
della fragilità!”
Un eroe fragile: non è facile credere nella semplice limpidezza delle parole, nel loro primo archetipico significato esplosivo di senso. Il suo stesso nome scatena inevitabili espressioni da vecchi navigati conoscitori della vita e delle sue multiformi sembianze, ma questo nome, da solo, risponde sorridendo a viso aperto, mostrando la pienezza del suo senso nella dritta arcata dei suoi denti bianchi.
“Non esiste il trucco,
c’è solo il saperlo fare”
A Gio, Tommaso, Umberto e Jack, con l’augurio che il loro viaggio non termini mai.
Nuovo Documento di Microsoft Word (di g. b.)
con un cellulare che ho perso
dieci volte ieri chiederti di vederti
oggi anziché domani senza un motivo solo così
e l’angoscia di non aver modo di saper la risposta
e non voler sapere la risposta
e poi mi dici che vuoi veder la ruggine in un giorno che piove
nel centro nella nostra metropoli periferica
e andare al cinema con lo sciopero generale
che ci prendono per manifestanti
con la sciarpa
ma è che per noi fa freddo,
che ci mischiano fra la folla
con la bandiera
ma è rosso l’unico ombrello che ho
tra il mobilio della mia casa auto
con la coperta divano e il pallone soprammobile
estate inverno e sempre
e la bottiglia vuota da riempire alla fontana
e il tappo appeso al retrovisore
totem di altre storie parallele
dove se vuoi quando vuoi se vuoi
dormiremo per sempre a vedere le stelle del drive in
dormiremo per sempre a vedere le stelle dell’alba sui campi umidi
dentro e fuori
dentro
e fuori fiori
ma non ci mischieremo
emergeremo
come ombre lunghe tra i piedi della gente in centro
lunghi e silenziosi
le nostre ombre di notte alte da sfiorare i tetti dei palazzi
riflessi coi lampioni gialli sulle strade
e vedremo poi il film
drammaticheroico
di bimbi grandi abbandonati
tra i rottami color dei campi e del tramonto
che era la loro mattinadolescenza
preludio del loro presente adulto decadenza
e pieno di vuoto per gli altri
che ci camminano a fianco
e ci sfiorano
ma senza toccare i nostri mondi
paralleli
e silenziosi di sospiri e progetti
troppo timidi da dire perché ci spogliano
e sentiresti l’odore che parla di te
e di come ti vorrei
con me come me
così mi capiresti invece di appoggiarmi
da lontano. milano.
e reagirò col silenzio di sempre,
lo so,
ma stavolta saprò perché
poi ti chiederò
se vuoi ancora andare in africa
per conferma di niente
e se io sarò un bassista alcolizzato
che mi sto già allenando
che poi non ci sarò io
comunque vada
e sarò a dormire in macchina a carrara
con un foglio una chitarra che non mi suona e fuliggine
grafite e vinorosso ad accompagnarmi le vene
in giro
a far la spesa di sei giorni
dai pachistani che conoscerò bene
come vorrei conoscere te
come credo di conoscere te
ma che mi abiti solo dietro gli occhi
e non arrivi a stringermi le mani quando tremano
per te
cometa bianca
hai scintille nere bellissime
e confondere il tuono di adesso
col battito
della mia paranoia
cha mi fa male
ai polmoni
e non sapere se è dentro o fuori
dentro
o fuori fiori
e non sapere cosa pensi cosa vedi
sapere che non bevi
forse la pioggia che mi piove dentro
finché non ci parliamo
e sarà, dopo,
inondazione di tutto.
inondazione dentro e fuori
dentro
e fuori fiori.
Schermo sporco, (di Giulia Sala ed Eugenia Carro)
Ehi, salve cari amici! Sono proprio io! Siamo carichi? certo! Perchè non si può non essere carichi, vero? Non si può smettere di muoversi, parlare e lanciare sketch e… subito dopo la pubblicità torneremo!
Sì, la tv è per me rappresentata al meglio da questa infinita serie di macchiette iperattive che si dividono i vari generi di sottocultura presenti sulle scene. Ma forse sono io che sbaglio. Nel dubbio, analizziamo meglio la cosa.
Credo che ci siano diversi problemi sostanziali che riguardano il meccanismo televisivo. Se si prende ogni programma di ogni canale dalle prime ore del giorno fino a mezzanotte si può notare come segua dettami ben precisi, indipendentemente dalla tipologia di intrattenimento. Bisogna ad ogni modo catturare lo spettatore davanti allo schermo, tenerlo incollato lì il più a lungo possibile, ricorrendo a tutto ciò che è messo a disposizione dagli accurati studi sociologici o pubblicitari, che spaziano dall’ordine dei temi trattati alle pause pubblicitarie fino al fattore sorpresa degli ospiti svelati all’ ultimo momento, senza dimenticare le veline o chi per loro a ravvivare le scene con sguaiati stacchetti musicali. Che questi mezzi siano utilizzati quotidianamente è sotto gli occhi di tutti, ma il motivo non è forse così ovvio.
A detta di molti “la tv rilassa”, indipendentemente dal contenuto, la finalità e la specificità del programma, sedersi sul divano e guardare la televisione è qualcosa di rasserenante, un modo per distendere i nervi provati da una dura giornata di realtà, un sedativo insomma. Alla luce di questo pare più significativo l’indice degli ascolti:
La trasmissione più seguita nella storia (dati dell’Auditel, la società “super partes” che rileva l’ascolto della televisione in Italia) risulta la semifinale Italia-Argentina del Campionato mondiale di calcio del 1990.
Nelle prime 39 posizioni della classifica dei programmi più visti di sempre figurano esclusivamente partite di calcio.
Al 40º posto in classifica c’è il Festival di Sanremo 1995 condotto da Pippo Baudo, Anna Falchi e Claudia Koll.
Per quanto riguarda i programmi di intrattenimento, la finale della prima edizione del Grande fratello detiene il record assoluto con 16 milioni 15 000 telespettatori.
Come ogni azienda d’oggi, le reti televisive seguono le leggi unanimemente accettate del marketing. Questo fatto è palese addirittura nei programmi d’informazione, che fanno passare le notizie in base agli ascolti.
La cronaca nera fa ascolto.
La cronaca rosa anche.
Gli affari esteri no.
I problemi mondiali non fanno ascolto.
Il matrimonio di William e Kate sì.
Le notizie vengono così manipolate, selezionate, suddivise e opportunamente dosate così che alcune scivolino indisturbate negli approfondimenti politici (notoriamente seguiti in genere da chi queste informazioni le ha già), e altre vengano riportate fino alla nausea, facendo leva sulla curiosità morbosa della gente per i particolari macabri, le esclusivissime interviste lacrimevoli, inaspettate confessioni, tragedie familiari e altre chicche derivate dalla cronaca nera. Questi argomenti vengono poi ripresi dai programmi di intrattenimento del pomeriggio, i cosiddetti “salotti televisivi”, dove imprecisati esperti di tuttologia si confrontano con persone comuni su filmati, interviste o scoop in anteprima di vario tipo, esprimono la loro opinione, litigano e puntualmente non concludono nulla, dal momento che i casi di cui parlano il più delle volte presentano lacune dovute ad informazioni riservate che non permettono di avere un quadro completo. In alternativa le disquisizioni si basano su dichiarazioni che poi vengono smentite, oppure, peggio, su un livello asfissiantemente retorico e apertamente privo di contenuti.
Quello che vedo io è che questi programmi non solo non producono cultura ma non producono nulla in assoluto. Alimentano la fantasia dello spettatore con particolari scabrosi, che nella maggior parte dei casi sono pure supposizioni!
A queste chiacchiere vuote si aggiungono poi film e telefilm, che hanno la loro ragion d’essere, ma sono purtroppo conditi con tante di quelle pause pubblicitarie da rendere, almeno a mio parere, molto stressante la visione. Ora, credo che questi si possano indicare come esempi più negativi del palinsesto televisivo tipico giornaliero, ma gli altri programmi, sebbene siano più specifici e più rilevanti, come quelli politici, o di puro intrattenimento, e quindi senza nessuna pretesa, lasciano comunque a desiderare in quanto a qualità o a fascia oraria, due fattori direttamente proporzionali: in altre parole più è tardi e più si possono trovare programmi di qualità. Non voglio continuare troppo con quest’analisi, che chiunque può fare con un minimo di spirito critico e di buon senso.
Volevo riflettere sulla soluzione che ormai adotta la maggior parte di noi per sopperire alla povertà culturale della tv. Esiste ovviamente internet. Se i programmi decenti sono di notte si possono riguardare in qualsiasi momento sul sito dell’emittente. Chiunque abbia un po’ di considerazione per il cinema sa che è bene prendersi un bel dvd o approfittare, anche in questo caso, della rete per godersi un film che non sia continuamente interrotto. La tv a pagamento, Sky, offre sicuramente un servizio migliore: più canali, più programmi, è indubbiamente una soluzione valida per coloro che se lo possono permettere, ma questo non deve in nessun modo far dimenticare la situazione della televisione pubblica. Il fatto che ci siano valide alternative non è una scusante.
La televisione è ormai sottocultura, è diventato un luogo comune, ma non è solo questo.
La televisione è manipolazione dell’informazione,
è strumentalizzazione della morte,
è censura.
Enzo Biagi, Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti: personaggi televisivi scomodi che sono stati mandati via. Raiot, il programma satirico della Guzzanti, comica della Rai, è stato soppresso dopo la prima puntata a seguito di una querela da parte di Mediaset per calunnia. Bene, dopo mesi dalla chiusura il tribunale ha sentenziato che la querela è infondata, non sussistono i motivi. Raiot è stato forse nuovamente mandato in onda? No, ovviamente. Del tutto inutile ricordare chi sia il proprietario di Mediaset. Ebbene, questo programma di satira non si è potuto fare… Già, in tv si ride solo a comando, con le risate finte di sottofondo. Del resto cosa c’è da ridere di fronte a tutta questa spazzatura? Le risate non potrebbero che essere quelle registrate. Ecco uno sciopero intelligente, non nutrire i nostri occhi di spazzatura.
Zombie, di Alex Agni
Alex Agni, fumettista bolognese nato nel 1982, disegna per salvarsi la vita, se non lo fa -dice- il suo cervello collasserà su se stesso come una supernova….
Clicca qui per vedere il suo blog!
Lo Starnuto, storia di un’allergia agli imbrogli (di Matteo Tomasina)
Fra le molte trame che si intrecciano nella vita quotidiana una delle più complesse e pervasive è quella dei piccoli e grandi imbrogli, dei raggiri, delle truffe, delle ingiustizie. Non sempre palesi e denunciate, perché fino a un certo tasso di gravità veniamo tutti abituati a subire, o commettere, la nostra piccola dose di scorrettezze. Siamo, in un certo senso, assuefatti. Ma cosa accadrebbe invece se per qualcuno queste piccole particelle di male si condensassero nell’aria, come polvere o polline, e ne bastasse una concentrazione minima per scatenare qualcosa di simile a un’intolleranza, una spontanea e improvvisa reazione allergica? Magari un fragoroso starnuto? Sarebbe incredibile e scandaloso. Se poi lo starnuto avesse la forza di una irresistibile tromba d’aria, e spazzasse via in un baleno truffe e truffatori che l’hanno provocato, avremmo di fronte un fenomeno veramente grottesco, ma anche sovversivo. Se l’idea – oltre a farvi riflettere un po’ – , vi sembra una buona base per un racconto di fantasia, umoristico e condito di satira sociale, allora vi consiglio di prendere in considerazione la lettura de Lo Starnuto (Edizioni Kappa Vu) di Stefano Aurighi. L’autore è un giornalista modenese, penna free-lance del Venerdì di Repubblica e co-autore in precedenza di documentari politici come Occupiamo l’Emilia e A furor di popolo (il primo sul fenomeno della penetrazione leghista nella regione e il secondo sulla diffusione del movimento grillino).
Nel romanzo si racconta la surreale storia di Enrico Waller, bambino di dieci anni che si trova all’improvviso affetto da una misteriosa patologia che lo rende allergico agli imbrogli. Uno scontrino non emesso, merce rubata esposta in vetrina, giustificazioni falsificate dei compagni di classe, prezzi truccati al supermercato: questo basta a sollecitare uno starnuto che funziona da detonatore. Ne segue scombussolamento e allarme in tutta la città: ingorghi stradali, cartelli all’aria, articoli dei negozi sparati ai quattro venti. Enrico, con l’aiuto di un pragmatico dottore e fra le ansie della madre, cerca in tutti i modi di porre sotto controllo gli effetti degli starnuti, ma nel frattempo si trasforma in un improbabile personaggio pubblico e in un mito per i compagni di classe e i concittadini, che lo guardano con un misto di ammirazione e timore. La storia procede così con climax ascendente, in un susseguirsi di incontri fra il giovane protagonista e categorie diverse di doppiogiochisti e imbroglioni: dai concorrenti per la conquista della bella della scuola ad adulti potenti e senza scrupoli – un manager, un viscido presentatore televisivo, e un politico bugiardo ma sempre sorridente, leader del “Partito del Baricentro”. Questi ultimi cercano di sfruttare con l’inganno l’ immagine di Enrico per i propri secondi fini, si tratti di marketing, pubblicità o sondaggi elettorali, ma senza tenere conto, ovviamente, dell’effetto imprevedibile degli starnuti “giustizieri”.
Pirotecnico e fantasioso, oltre a mettere in ridicolo il malaffare Lo Starnuto è anche un romanzo di formazione: ”nel passaggio dall’infanzia all’età matura, quando scopri chiaramente com’è fatto il mondo, lo puoi fare in maniera consapevole o inconsapevole”, ha commentato l’autore alla presentazione del libro alla Festa del Pd di Ponte Alto. E così il protagonista, uscendo da un’età preadolescenziale indefinita in cui è “inconsapevole del bene e del male”, impara in modo istintivo a distinguere i due concetti e a riparare i torti – con una esagerata, quanto chiara, reazione di rifiuto. Anche la copertina merita qualche riga. E’ una tavola disegnata da un altro modenese, il fumettista Massimo Bonfatti – il grande Bonfa, autore di Leo Pulp, Cattivik, solo per citare i più celebri –, e rappresenta un turbine che vorticoso si solleva da uno skyline cittadino: l’effetto di uno starnuto che sconvolge la vita quotidiana, potente come la fantasia.

Grazie infinite, Signor Glenn Gould
A 11 o 12 anni mi sono innamorata perdutamente di Glenn Gould, ed è bastato ascoltare le sue due versioni delle Variazioni Golberg:la prima, quella del 1955-56 incisa a 23 anni,
e la seconda, quella del 1981-82, anno della sua morte.
Poi ho letto i suoi libri, le sue riflessioni, i suoi dialoghi con se stesso (un capitolo dell’Ala del turbine intelligente si chiama proprio Glenn Gould parla con Glenn Gould di Glenn Gould), le pagine di feroce critica musicale, momenti di megalomania, irriverenza o eccentricità esasperata alternati ad altri di spietata autodistruzione e lucidissime autocritiche mai di commiserazione. A Glenn Gould sono state attribuite montagne di citazioni, dicerie, leggende e stravaganze sufficienti a fare di lui un pagliaccio, un fenomeno da baraccone, col cappotto e i guanti in Luglio, sempre seduto sulla sua seggiolina rasoterra, gobbo e con lo sguardo meravigliosamente luminoso, il genio misantropo che a 32 anni decise di non suonare mai più in pubblico e si rifugiò nella sua casa sul Lago Simcoe, in Ontario. Anche tutti questi elementi, la più che mai classica aura di genialità e follia che si portava dietro e che veniva tritata e ritritata nelle sue biografie e nei suoi stessi testi di cui io mi nutrivo e ovviamente la sua (per me) travolgente bellezza, furono anche queste tutte cose che alimentarono il mio amore per lui. Ma sinceramente credo che gran parte degli aneddoti e delle leggende che gravitano intorno alla sua figura e che fanno di lui un puntiglioso misantropo perlopiù odioso e presuntuoso non rendano giustizia alla sua persona. Distinguiamo fra persona e figura! Poteva apparire eccentrico e arrogante ma sono convita che un uomo capace di suonare in questo modo, di fare due versioni così delle Variazioni Goldberg, una all’esordio della sua nascita di pianista e una alla fine della sua vita, due versioni enormemente distanti, simbolo e sintomo di una crescita umana che è molto rara da trovare, insomma un uomo ossessionato dal progresso tecnologico nel campo della registrazione, deciso a trovare la perfetta corrispondenza fra idea e linguaggio non solo per sé ma per il mondo, incidendo e registrando dal 1964 (anno del suo ultimo concerto) fino alla morte (1982) senza tregua la musica che gli risuonava nella testa, che gli impregnava le membra e che sentiva di dover esperire, comunicare, deciso fino al giorno della sua morte a portare avanti, da solo, una missione eroica e umanitaria, ecco un uomo così non penso che meriti di essere definito scontroso, sgradevole, presuntuoso e misantropo. E poi già allora pensai che in confronto a tutti i virtuosi sedicenti demoniaci che pestano i loro strumenti e violentano i testi musicali in nome della tecnica, della brillantezza accecante delle loro vuote letture, ebbene in confronto a questi chiunque sia interprete e non lettore è certamente umano e non disumano nel senso letterale della parola.
Glenn Gould cantava mentre suonava, come Keith Jarrett, ripeteva la melodia, in modo spontaneo, spesso a voce alta e in contrasto con il massimo lirismo e la minuziosa misura dell’ interpretazione, dove ogni nota aveva la sua forma perfetta e ogni minuscola variazione equivaleva per lui ad un uragano che avrebbe potuto spezzare il tronco della più grande quercia del mondo. Si scusava, con sincerità e naturalezza, dicendo che era un riflesso incondizionato, che non poteva farci niente, insomma, se provava a colmare le lacune lasciate dal pianoforte, che rendevano l’idea e l’espressione distanti.
Ho passato anni della mia vita profondamente ossessionata e impressionata da Glenn Gould, ho pianto centinaia di volte ascoltando le Variazioni Golberg suonate da lui, e mi sono sentita come dentro alla pancia di mia madre ascoltando le trascrizioni di Wagner che scrisse per pianoforte
E anche se oggi il mondo della musica classica è distante da me, quella rimarrà la Musica per me, veramente l’unica in grado, sempre, in ogni momento della mia vita, indipendentemente dalle mie preferenze momentanee di farmi sentire improvvisamente avulsa da tutto e poi di colpo prepotentemente nella terra, di farmi tornare ad un’infanzia un po’ deformata, di commuovermi e emozionarmi ogni volta con un’intensità incontenibile. Non ho mai rinnegato la gratitudine immensa che nutro nei confronti di Glenn Gould e di chi mi ha reso in grado di sentirlo così come lo sento.
Al mio maestro








No comment capitolo 1: La Padania, il Graal, gli alieni e Re Artù
“Lunedì andremo alla Malpensa e partiremo alla ricerca del Sacro Graal”
Radio Padania, 16.07.2011
http://www.youtube.com/watch?v=xqYM8rZg8jg
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