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About Baldoni Fabio

Baldoni Fabio - nato a Modena all'una e cinquantanove del mattino di un freddo martedì del 1978 - è stato diplomato geometra con il massimo dei voti e studente di ingegneria che ha abbandonato gli studi a 2 esami dalla laurea; è barista da più di 10 anni e gestore di un locale a Maranello. Scrive poesie e racconti per passione, ed ha pubblicato 4 libri con case editrici nazionali e partecipato e vinto a concorsi letterari. E' tra i fondatori del blog perché si riconosce nei suoi principi fondamentali: voglia di comunicare e coinvolgere, libertà di espressione ed amore per la parola.

Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

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Introduzione al mondo

 

Introduzione al mondo – notizie minime sopra gli spacciatori di felicità

di Idolo Hoxhvogli

(Scepsi e Mattana Editori, Cagliari 2012)

 

Avendo udito da certi scienziati che il mondo manca di profondità, venditori e fabbricanti di oggetti si proposero allora di ricoprirlo. Detto fatto, la superficie fu pavimentata, riempita di cose e disseminata di altoparlanti. “Città dell’allegria”, venne chiamata. Liete del baccano, che impediva di sentire alcunché, masse ebeti di umani presero ad accalcarsi. Alcuni per comprare, altri per guardare, altri solo per applaudire. Il peggio venne quando, abbagliati da un sorriso di bocca, i più scelsero come sindaco il padrone degli altoparlanti. Venuto da un oltremare antico, lo sguardo fisso, tutto questo vide, il viaggiatore; e volle informare il mondo che il dritto ha sempre il suo rovescio; e il mare, sempre un’altra sponda.

In questo romanzo l’autore – nato a Tirana nel 1984 – descrive con elegante semplicità, ma con una ricercata scelta dei termini, la società italiana del ventennio berlusconiano. Una critica feroce che non risparmia nessuno, forse nemmeno se stesso.

Perché passa dalla società del consumo alla religione, dalla televisione all’editoria – e agli scrittori – fino all’intolleranza del noi contro l’altro. E lo fa inventando un folle mondo che, purtroppo, assomiglia fin troppo a quello che conosciamo.

Utilizzando l’artificio del viaggiatore – uno sguardo davvero esterno per capire le dinamiche che ci investono e che abbiamo scelto di vivere – l’autore fotografa con spiazzante ironia molti aspetti del nostro paese.

 

Ho avuto la fortuna di leggere questo libro dopo essere stato contattato dall’autore, che ci ha chiesto di recensirlo per voi; approfitto della sua disponibilità per fargli alcune domande, così da capire meglio lui ed il suo scritto, e con la speranza di suscitare in voi la voglia di leggerlo.

 

Leggendo il testo, ho avuto la sensazione di ritrovarmi dentro un romanzo di Kurt Vonnegut – per la precisione “La colazione dei campioni” – dove l’autore utilizza il tuo stesso metodo d’indagine sulla società, creando un mondo immaginario, e dove il risultato è una feroce satira mai fine a se stessa. Parto da questo ricordo personale per chiederti: cosa ti piace leggere?

IDOLO HOXHVOGLI: Leggo di tutto, dai libri per bambini ai testi di economia. Gli ultimi volumi che ho ordinato in libreria sono: Globalizzazione di Stiglitz, Divertirsi con il ventriloquismo di Michelotto, La voce come medium di Connor. Le mie ultime letture sono Storia della boxe di Boddy e I miracoli di Val Morel di Buzzati.

Ho letto nelle tue note biografiche che tuoi scritti sono presenti in numerose riviste italiane e straniere; come hai cominciato a scrivere?

IDOLO HOXHVOGLI: Sì, miei lavori sono presenti all’interno di una trentina di riviste, italiane e straniere. Altri scritti sono presenti in antologie di una decina di case editrici. Ho cominciato a scrivere in prima elementare, forse all’asilo, grazie alle maestre. La mia prima opera è stata scritta alla tenera età di quattro anni: si trattava della lettera «A». Ho iniziato a raccontare molto prima: quella orale è una forma di letteratura. Il mio primo racconto, dal titolo Mamma, narrava semplicemente: «Mamma». L’aggiunta della parola «pappa» diede vita a un romanzo. Avevo da subito compreso il potere della combinazione in letteratura, come Calvino e Queneau.

Perché oggi, nella società di internet, pubblicare ancora su carta?

IDOLO HOXHVOGLI: Per un verso internet ha permesso la democratizzazione della scrittura: tutti possono scrivere e pubblicare online senza mediazione alcuna e senza alcun tipo di costo. Questa possibilità offerta dalla rete è molto positiva, ma nasconde un pericolo: nel momento in cui è possibile pubblicare senza costi e senza intermediari, chi seleziona la qualità dei materiali pubblicati? La risposta è «nessuno». Se tutti possono pubblicare la qualità scade, impossibile negarlo. L’editoria a pagamento non la considero nemmeno editoria, si tratta di tipografia. Anche l’editoria senza contributi, però, in molti casi non può essere considerata editoria, basta analizzare i cataloghi che presentano al pubblico, cataloghi pieni di nefandezze. Tutti rappresentano una risorsa e un pericolo allo stesso tempo: internet può essere sia democrazia che abbassamento della qualità; l’editoria a pagamento ruba denaro agli autori ma dà la possibilità a molti ottimi libri di essere pubblicati; l’editoria senza contributi, cosiddetta «free», non chiede denaro, ma per vendere deve livellare le sue pubblicazioni al gusto del pubblico, gusto che lascia molto a desiderare. Io pubblico su carta per un motivo molto semplice: voglio pubblicare libri, e non file. Pubblicare file non mi interessa. File e libro sono due cose diverse, anche se il contenuto è il medesimo.

Cosa ti ha colpito del Rasoio?

IDOLO HOXHVOGLI: Il suo sguardo glocale: locale, perché parte da Modena e dintorni; globale, perché riesce a trascendere la provincia e promuovere iniziative che hanno rilevanza molto più ampia, penso ad esempio alle vostre pubblicazioni cartacee e all’attenzione per i fenomeni musicali.

Tornando al testo, ci sono passaggi molto intensi sull’intolleranza e la discriminazione verso l’altro; ritieni che la diffidenza verso gli stranieri sia una violenza che la società italiana potrà superare grazie all’inevitabile sviluppo multietnico del mondo, oppure la logica del noi contro l’altro, come descrivi nel tuo libro, è difficilmente eliminabile?

IDOLO HOXHVOGLI: La logica del «noi contro l’altro» è, a mio parere, ineludibile, perché la società inventa in continuazione nemici. Se oggi il nemico è considerato lo straniero, domani potrà essere considerato nemico l’intellettuale dissidente, l’operaio che si ribella ad assurdi metodi produttivi, i difensori del diritto dei lavoratori, l’economista che critica le riforme di un governo tecnico. Il potere ha bisogno di nemici, perché senza nemici non è in grado di compattare le masse. Vedere un loro aiuta a creare un noi. Si tratta di un meccanismo classico di guida delle masse, più volte utilizzato dai capi di stato, dagli imperatori, dai re.

Il tuo romanzo si chiude con una “Fiaba per adulti”; più che un ritorno all’infanzia – quasi un tentativo di mostrarci l’unica via di salvezza – io l’ho letto come la triste presa di coscienza dell’immutabilità della nostra società. Troppo pessimista io o troppo amare le tue parole?

IDOLO HOXHVOGLI: La tua interpretazione è esatta. Vi sono nel libro parti molto pessimiste: la realtà impone la decapitazione di ogni facile ottimismo. La soluzione, tuttavia, c’è. La soluzione è aderire quotidianamente al Bene: questa affermazione apre un vaso di Pandora, ne sono consapevole, ho studiato filosofia morale ed etica filosofica alla Cattolica di Milano. Il problema è questo: l’alternativa all’adesione al Bene è la prosa Se un giorno, a pagina 91 di Introduzione al mondo.

«Se un giorno, tornando a casa, il lettore troverà la mamma decapitata, non si adirerà per il crimine inflitto alla sua culla. Il lettore ha scelto di venire a patti col mondo, non andrà in collera col boia del nido materno per un giorno di riposo dal bene. L’abituale adesione al mondo è questa sosta lontano dal bene, per accettare minuscoli tumori. Allontanarsi dal bene è seminare un cancro. Il lettore non nega ad altri – è uomo di mondo – nuove impercettibili pause dal bene, perché non vi è uomo che non abbia ragioni per seminare cancri volgendo le spalle al bene. Remissibile pensa essere il tumore che ha seppellito, così remissibili non sono gli infiniti sepolti da altri. Fiorisce, nei cicli di un tumorale pullulare, un giardino di pustole e putrefatta purulenza. L’ineluttabile logica cancerosa vuole il trionfo barocco della metastasi. Qualcuno, calpestando le suppurazioni, ne provoca lo scoppio. Da questa eruzione germoglia la decapitazione. Il lettore non serberà astio verso l’autore di questa possibile storia. Non è l’autore che la scrive, ma il lettore che la vive».


Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

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Siamo tutti Giovanni Tizian

Oggi volevo approfittare del nostro libero spazio per “rimbalzare” una notizia che ieri è uscita sui giornali locali: un giovane giornalista, che da anni collabora con la Gazzetta di Modena, da venti giorni si muove sotto scorta a causa delle minacce ricevute per colpa delle parole che ha scritto, delle inchieste che ha portato avanti su giornali e riviste.

Sul Rasoio avevo già scritto di come la criminalità organizzata sia ben radicata nel nostro territorio – Cose di casa nostra, 8 dicembre 2010 – proprio grazie alle parole di giornalisti come Giovanni Tizian; articoli che mi hanno aiutato a capire meglio il luogo in cui viviamo, lavori che mi hanno ricordato che la nostra “isola felice” è in realtà un territorio di caccia per ogni genere di malaffare.

Per chi non avesse avuto la possibilità di leggerlo sulla Gazzetta di oggi, vorrei lasciarvi qui sotto l’articolo con cui il giovane giornalista traccia i contorni della vicenda.

VADO AVANTI – di Giovanni Tizian – Gazzetta di Modena, 12 gennaio 2012

Un giorno come tanti, caffè, rassegna stampa e la solita corsa per chiudere il pezzo e guadagnarmi la giornata. Ma poi arriva una telefonata, ero fuori città. “Abbiamo deciso di tutelarti”, il giorno dopo avevo già la scorta assegnata. E’ diventata fissa pochi giorni fa. Stai tranquillo, mi hanno detto, fai quello che ti dicono e segui le nostre direttive. Cambia la quotidianità, nelle piccole cose di ogni giorno si avverte il cambiamento. Dalla spesa all’organizzazione del lavoro, programmare le interviste, pianificare la propria vita con minuziosa attenzione. Ma la voglia di andare avanti è più forte. Raccontare il potere delle mafie al Nord vuol dire raccontare il lavoro oscuro del Paese. Da anni collaboro con la Gazzetta di Modena, da anni mi occupo di mafie al Nord. Delle cosche dell’Emilia. Quelle stesse cosche che negli anni in cui emigravo verso Modena raccoglievano quanto seminato decenni prima. Un raccolto fatto di patrimoni enormi, un fiume di denaro accumulato sulla pelle degli onesti.

Erano gli anni ’90 quando ci trasferimmo in Emilia, qui ho iniziato a scrivere. A raccontare di come i clan si muovono e impongono servizi alle imprese, obbligano commercianti e imprenditori a pagare il pizzo. E’ quanto racconto nel libro, appena pubblicato da Round Robin, “Gotica”. Un libro inchiesta in cui raccolgo la mia attività di cronista di giudiziaria e inchieste giornalistiche realizzate anche con il mensile Narcomafie e Linkiesta.it.

Era il 1989 quando mio padre venne ucciso a Locri mentre tornava a casa dal lavoro. Era un funzionario di banca, a sparargli mani ignote, ma armate da ‘ndrangheta. Il suo omicidio è rimasto irrisolto, come tanti in Calabria. Io avevo sette anni e lo aspettavo come tutte le sere. Da quel 23 ottobre non tornò più.

Da quando lavoro a Modena ho scoperto che casalesi, ‘ndrangheta e Cosa nostra, operano in Emilia Romagna come se fossero a casa loro. Nell’ultimo anno le indagini che hanno riguardato il territorio emiliano romagnolo sono state numerose. Arresti, sequestri, processi. Da Rimini a Piacenza le cosche corrono rapide di cantiere in cantiere e consolidano il loro potere. Autotrasporto, edilizia, azzardo legale e illegale, facchinaggio. Parlare di narcotraffico e di pizzo è parlare, in fondo, di una questione di ordine pubblico. Ricostruire i percorsi del denaro mafioso vuol dire demolire la facciata di legalità creata con la complicità dei cosiddetti “colletti bianchi”. Rapporti che rendono i boss invisibili e socialmente accettati. E succede così che l’apertura di un negozio etnico suscita più allarme sociale rispetto alla colonizzazione dei territori da parte delle cosche. Che in questi territori, oltre la linea Gotica si sentono forti, e perfette. Tanto che vorrebbero con le loro intimidazioni bloccare i giornalisti che fanno inchieste sui loro affari. Giovani giornalisti, precari ma con una passione immensa. Che rischiano e amano il proprio lavoro, che per pochi euro, al Sud come al Nord, mettono in gioco la propria vita per far conoscere a tutti questa realtà. Giovani cronisti che vivono una doppia vulnerabilità, fisica ed economica. Per questo uno degli attestati di solidarietà che mi ha commosso maggiormente è la campagna lanciata dall’associazione daSud e da Stop’ndrangheta.it, “Io mi chiamo Giovanni Tizian”. Un appello per tutelare me, ma anche tutti i giovani giornalisti precari di questo strano paese.

 

Vorrei chiudere con un piccolo ma importante ringraziamento, il motivo per cui ho scritto queste poche e semplici parole. Grazie a Giovanni e a tutte quelle persone che fanno una scelta ben precisa: da che parte stare.


La ruota del criceto (di Luca “Bax” Bassoli)

E se l’Italia fallisse? E se fallissero anche Grecia Spagna e Portogallo? Magari l’Europa intera…

Cosa succederebbe, torneremmo a vivere nella miseria???

 

Quante volte capita di sentire queste frasi negli ultimi tempi. Quante ipotesi e quanti economisti improvvisati in questo periodo: solo durante i mondiali di calcio ho visto così tanti opinionisti, anche se su una materia molto diversa. Ci sono i pessimisti più neri, quelli un po’ moderati, quelli che pensano male ma che non disperano mai, quelli che “alla fine ce la faremo d’altronde siamo l’Italia” poi ci sono gli ottimisti. Beh, forse questi ultimi non ci sono, o perlomeno ce ne sono molti meno rispetto agli ottimisti dei mondiali di calcio. Ed il dato è davvero preoccupante. Anzi no, un ottimista l’ho visto: cazzo lui era davvero il più grande ottimista che io abbia mai ascoltato; diceva che la crisi non esisteva, che i consumi non erano calati, che i ristoranti ed i voli aerei erano pieni… Probabilmente ottimista non è l’aggettivo più adeguato.

 

Le sorti economiche del nostro paese ci stanno davvero molto a cuore. I media ci bombardano di termini strani, statistiche incomprensibili, confronti paradossali, provano a renderci partecipi del crollo di un intero sistema. Del Nostro sistema, del Nostro stile di vita. Delle Nostre certezze. E tutto questo ci inquieta non poco. Il Nostro dio si è decisamente incazzato: il DENARO è davvero infuriato con noi e si sta armando di fulmini e saette! Ma siamo davvero sicuri che questo è il Nostro sistema? Cioè, è davvero la società che abbiamo immaginato e creato Noi ed i nostri Padri? Nessuno ha mai avuto l’impressione di vivere in una sorta di enorme Truman Show?

Sì, è vero, le persone che incontriamo tutti i giorni non sono attori pagati che recitano un copione, ma la velocità dei cambiamenti che ci condizionano sono davvero impressionanti. E destabilizzanti. Il più delle persone che conosco vive una vita frenetica basata sul proprio lavoro. Oppure dovrei dire sul proprio consumo? Vogliamo davvero un iphone nuovo ogni 6 mesi, moto e macchine sempre più prestazionali o la tv led spessa 8 millimetri? Non penso! Anzi, non lo credo proprio! Non sarebbe forse stato meglio rinunciare ad avere il nuovo cellulare/tv/pc/sticazzi a favore di un po’ più di tempo passato a vivere meglio la nostra vita?

Naturalmente la mia è una provocazione, un paradosso. Perché certamente vorremmo vivere con ritmi e cadenze più umane, ma allo stesso tempo non possiamo rinunciare a tutti quei desideri alimentati dalla società dei consumi. Siamo attori, vittime e carnefici di quello spettacolo che qualcuno chiama ancora vita. Siamo come criceti messi dentro ad una ruota. Giriamo sempre più velocemente ma restiamo sempre nella stessa posizione: quella del consumatore. Certo, se la vita fosse più EQUA (parola molto in voga in questi giorni) e se avesse qualche agio in più per l’italiano medio, forse si potrebbe avere qualche speranza di sopravvivenza. Ma un sistema fondato sul principio di divorare se stesso per restare in piedi, è destinato a soccombere e ad implodere prima o poi. Diciamo prima, visto che con 1900 miliardi di debito pubblico non è davvero possibile essere troppo ottimisti.

 

Ma allora cosa succederà quando l’Italia fallirà e non avremo che pochi spicci per vivere?

Torneremo alle campagne, alle colline, alla terra che ci circonda. Capiremo della pochezza che ci ha circondato e ci stupiremo della nostra cecità fino a quel momento. Alcune persone se ne andranno dalle città di asfalto e cemento per avvicinarsi al loro luogo di lavoro, la TERRA. Ristruttureranno le vecchie case diroccate, ricostruiranno le capriate in legno che sormontavano i fienili, rinforzeranno la volta che divideva la parte abitativa dalle stalle, ricollegheranno le vecchie stufe economiche alla canna fumaria e cureranno i sentieri ed i boschi per raccogliere la legna necessaria. Riattiveranno la sopita rete di canali e fossi d’irrigazione e pianteranno, coltiveranno alleveranno su tutto il territorio che in passato aveva conosciuto questi gesti. La cadenza della loro vita tornerà in armonia con quella del sole. Naturalmente alcune conquiste moderne sopravviveranno: la rete sarà solamente un mezzo di comunicazione e scambio di informazioni, e non più uno strumento commerciale; i pannelli solari alimenteranno le poche lampadine e riscalderanno l’acqua nell’accumulatore. Il cibo sarà preparato in casa, con farina acquistata nel mulino distante solo 5 km, che con la bici in 30 minuti vai e vieni, e ti rimane anche il tempo per un saluto al salumiere. Avranno magari un’auto, piccola, che consumi poco, ed un televisore vecchio di 10 anni. Ti sembra così strano? Funziona ancora, perché lo devono cambiare? E poi chissà… Forse loro vivranno una ruralità moderna!

 

Sembra una contraddizione ma vogliamo parlare noi, oggi, di contraddizioni? Molti penseranno che sono un visionario, probabilmente hanno ragione, ed altrettanti penseranno che sono un pazzo e gli ricordo un certo molleggiato…

Beh, a questi ultimi io rispondo: SVALUTATION!!!!


I sogni non lasciano profumi addosso

Un vestito rosso, per ricordarsi che l’amore esiste. Da qualche parte.
Ti ho incontrata per caso, anche se il caso è una coincidenza che vogliamo per forza vedere nei fatti di ogni giorno. Non parlavi di te ma volevi sapere tutto del mio passato. Ascoltavi rapita le mie parole, masticando lenta la pizza che forse nemmeno volevi. Provavo a non fissare i tuoi occhi, inutilmente. Avevo paura che capissi quanto mi sentivo fuori posto lì con te. Troppo bella. No. Troppo viva. No, nemmeno quello. Troppo in troppe cose. Che non sapevo esprimere a parole.
“Guardi tutte così?”.
“Ora non sono con tutte”.
“Non scherzare, parlo sul serio”.
“Anche io”.
Ti ho rubato un sorriso. Con una menzogna, lo so, ma ne è valsa la pena.

La verità è uno sbaglio senza voce.
Nonostante la timidezza sono riuscito a portarti a casa mia. Un bicchiere di vino per sciogliere gli ultimi nodi nella mia gola.
“Sembra che tu voglia farmi ubriacare”.
“Quando si conoscono i propri limiti si cerca di superarli con ogni mezzo possibile”.
Ancora un sorriso. Ma stavolta nessuna menzogna, purtroppo.
“Non sembri sorpresa della piega che ha preso questa serata”.
Per la prima volta sei senza parole: mi sa che ho rovinato tutto.
“Tu sei solo uno sbaglio in più in una vita piena di sbagli”.
“Non ti capisco”.
“Io invece sì. Per questo non ho bisogno di farti domande”.

L’amore è una scommessa persa in partenza.
“Si vede da come mi accarezzi che è tanto che non stai con una donna”.
“Perché?”
“Perché sei troppo dolce”.
“E ti dispiace?”
“Non è questo il punto”.
“Qual’é il punto?”
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore?”
“L’amore?”.
“Sì, l’amore. Non ti ho chiesto l’ultima volta che hai scopato”.
“Due anni fa”.
“E perché? Non dirmi che non hai trovato nessuno”.
“Non ho trovato nessuna per cui ne valesse la pena”.
“Stronzate”.
“É vero”.
“No, sei troppo perfezionista”.
“Perfezionista?”
“Sì. Cerchi la perfezione e così non riesci a cogliere le occasioni”.
“Non credo”.
“Ricorda che non è tutto o bianco o nero. Il mondo è fatto di sfumature e dobbiamo riuscire a scorgerle dietro alle ombre e ai sorrisi”.

La felicità mi spaventa ma dopo un po’ passa. No, non la paura.
“Dimmi come ti chiami”.
“Lo sai, perché lo chiedi?”.
“Perché non riesco a credere a nulla di questa serata”.
“Troppo perfetta?”.
“Troppo facile”.
“Così mi offendi”.
“Sai che non lo farei mai”.
Un altro sorriso. Stavolta sei tu a mentire.
“Te l’ho già detto: Natalia”.
“Il tuo vero nome”.
“Natalia”.
“Dai”.
“Ma che ti cambia?”.
“Voglio dire il tuo vero nome mentre vengo”.
“Quando verrai non ti ricorderai nemmeno il tuo, di nome”.

La dolcezza dell’addio.
“Hai ancora paura?”.
“Ne avrò sempre”.
“Eppure ne vale la pena”.
“Perché?”.
“Per momenti come questo”.


INDIDEE 2011

Anche quest’anno il Rasoio è stato invitato al Festival della Stampa Indipendente, organizzato dalla rivista modenese Mumble:

A questo link tutti i riferimenti per seguire la rassegna.


Dialogo tra generazioni (di Luca “Bax” Bassoli)

Dopo l’abbondante cena uscimmo tutti dal ristorante per la consueta sigaretta. Un gruppo di motociclisti pronti a risalire in sella per tornare alle loro case. Era stata una bella giornata, fatta di pieghe e risate, piena di parole e sfottò, tra i veterani ed i più giovani centauri. Uno in particolare, soprannominato Musica dagli amici motociclisti, aveva calcato la mano per tutta la serata. E non sembrava voler mutare atteggiamento nemmeno ora…

“Eh, quando ero giovane io… Noi sì che ci facevamo in quattro per la famiglia: si lavorava anche 12 ore al giorno per dare un futuro ai figli. Lavoravo il sabato e non ho mai fatto mancare nulla alla mia famiglia. Tutte le estati li portavo al mare, anche per tre settimane. Negli anni 70 ed 80 mi sono costruito quel piccolo gruzzoletto con il quale, ora, ho comprato 3 case: una per me e mia moglie e due appartamenti per i miei figli. Gli ho dato un futuro io! E loro adesso non riescono nemmeno a pagare le bollette, mi tocca dargli una mano ancora oggi che hanno quasi trent’anni… Che generazione che siete! Volete studiare, paghiamo l’università e dopo una laurea non siete nemmeno buoni a farla valere. Se non ci fosse stata la mia generazione che ha imparato cosa vuol dire lavorare, risparmiare, tenere duro: oh, ma noi abbiamo conosciuto davvero la miseria, invece Voi state dilapidando i risparmi che con fatica e devozione la nostra generazione ha messo da parte. Sapete fare tutto con i computer, internet, mail e quelle cazzate lì… poi nemmeno riuscite trovarvi un lavoro che c’entri qualcosa con quello che avete studiato. Voi… voi… voi… se non ci fossimo stati noi… noi… ”.
“BASTA!”.
L’eco di quelle parole era irritante. Non riuscivo a sopportare oltre quelle ingiurie che, pur venendo da una persona anziana e rispettabile, mi suonavano come una beffa da mandar giù insieme alla sconfitta della mia generazione. Perché aveva ragione. Ma c’erano delle cose che non aveva preso in considerazione in quel suo bel discorso: anche Loro avevano delle colpe.
Musica ora mi guardava stupefatto. Di certo non si aspettava quella mia reazione: in fondo mi considerava uno senza spina dorsale come tutti quelli della mia generazione, almeno questo era il pensiero che aveva appena espresso così chiaramente. Aspirava la sua sigaretta in attesa delle mie parole. Forse era interessato al mio punto di vista, che di sicuro non aveva mai preso in considerazione…

“Se non ci foste stati Voi non saremmo nella merda adesso! Avete creato Voi questo sistema. La vostra generazione ha votato e fatto crescere quell’ammasso di gentaglia che siamo abituati a chiamare politici. Avete fatto del lavoro nero il vostro cavallo di battaglia e, senza pagare tasse, avete accumulato piccole ricchezze… ”.
E qui il volto dell’anziano si fece rosso di vergogna. Tentò di ribattere ma non gli concessi spazio…
“Forse era normale ai tuoi tempi fare lavori in nero, lo facevano tutti, perché tu no? L’Italia viaggiava bene negli anni 70 e 80, era una mucca piena di latte da mungere il più possibile, giusto? Bene. Adesso è arrivato il conto di quel latte. E chi c’è a pagare? Di sicuro non voi, che siete nello status di pensionati; una pensione che vi siete sudati, non lo nego. Ma è uno status che NOI nemmeno vedremo! E questo perché? Perché il mercato del lavoro offre solo posti precari, contratti co.co.co., contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi… ”.
Musica per la prima volta aveva abbassato lo sguardo: forse stava mettendo in discussione alcune delle sue certezze sulla mia generazione. Ma non voleva darmela vinta…

“Ora però è tutto in mano a Voi. Potete cambiare quando volete questa situazione”.
“Troppo facile dire così! Come prima cosa nulla è in mano a noi: nel sistema che avete creato tutto è in mano a persone dai 60 anni in su; non ci avete dato spazio, soffocando una generazione che ora è allo sbando. Voi che dite tanto, ma avete mai fatto autocritica?”.
“Ho lavorato tutta la vita per i miei figli e…”.
Lo interruppi subito: “Vi siete guardati le scarpe tutta la vita, lavorando senza pensare al sistema che si stava istaurando e, quando avete alzato la testa e visto il mostro da Voi creato, avete addossato le colpe alle nuove generazioni. Ma noi che colpe abbiamo?”.
Finalmente aveva capito: non c’erano ne vincitori ne vinti. Qui non si trattava di capire chi avesse più colpe, qui bisognava fare qualcosa per cambiare le cose.
Guardò la platea di amici motociclisti che aveva assistito alla conversazione e concluse…

“Allora prendete i frutti dei nostri sforzi ed usateli per correggere i nostri errori”.
“Così mi piaci. Ma a questo punto per cambiare questa situazione sai di cosa c’è bisogno?”.
Musica mi guardò, con lo sguardo compiaciuto di un brigante preso poco prima della frontiera, e rispose: “Ormai sono troppo vecchio per la rivoluzione”.


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