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pazzeschissimo

Carbonara – forse la pasta più clickata su Google

Ciao a voi che ci leggete dall’Italia, ma soprattutto ”HI” a tutti quelli che ci leggono da paesi anglofoni (che adesso si staranno chiedendo cosa stia dicendo).

Voglio farla breve per questa ricetta. Voglio darvi la mia personale versione della Carbonara, che penso sia anche quella ufficiale (senonchè il più delle volte utilizzo pancetta al posto di guanciale, ma “guanciale” – e spero mi possiate contraddire – è intraducibile in inglese) del famoso piatto peninsulare.

La ricetta la metto in inglese, a portata di tutti, soprattutto di chi è meno fortunato di noi e la preparazione di questi piatti non ce l’ha nel DNA. Se avete dei problemi di traduzione non esitate a domandare. Mi appello al giudizio del Contadino per eventuali annotazioni tecniche o per il suggerimento di una bottiglia degna di questo piatto.

Al termine della lettura (e preparazione del relativo piatto) potrete finalmente guardare un episodio di Gordon Ramsay per intero. Mi raccomando, niente parolacce.

Ingredients:

- un-smoked bacon

- nice organic free-range eggs (1 per person)

- parmesan cheese (pecorino would be better, tho)

- crushed black pepper

- pasta!! (spaghetti, maccheroni or quills) (120g per person)

Just whip the eggs with the pepper and the cheese, and leave it on a side for the moment. Fry the bacon strips with some olive oil and boil the pasta (al dente, hey!).

When the pasta is ready and the bacon nice and greasy, stir everything in a pan. When you see the pasta is a nicely mixed with the bacon and a bit oily, then pour the eggs. Keep the fire low, you should stir for a minute, until you have a sort of crumbly-omelettey-looking egg (but don’t keep it on the fire for too long or you’ll *U*k it up). And that should be your carbonara pronta to eat!

a.m.


Pet Therapy – Pilota (di a.m. e Vanessa Rinaldi)


Itaca

 

Tu ed io e i giochi che ci hanno legati, a cavalcare volpi e cacciare fauni, una mano in tasca e nell’altra un mozzicone di sigaretta, fuoco nelle narici attraverso il bosco, abbiamo rimbalzato di speranza in speranza per poi schiantarci sul mio ego ipertrofrico galleggiante di spiagge, quante volte ci ho pensato, tutti i sogni che risaccano in bruma, fotografie si succedono una dopo l’altra negli occhi di un gabbiano. Abbiamo affondato i piedi nella terra, alla ricerca di luce che non potevamo capire, sempre affamati, sempre accesi, riflessi sullo specchio della realtà. Superficie, sempre e comunque, perchè faceva male andare fino in fondo, mordere carne per arrivare non so dove, l’inchiostro si fondeva con la notte e riempivamo di valigie una macchina troppo vecchia per portarci lontano dalle nostre paure. Ti ho sostenuta fintanto che ho potuto, a dimostrare comprensione e magnificenza, lo splendore di mani dipinte sul muro che mi afferrano come manichini colorati, ho sentito il sapore di casa, sapeva di armadi pieni di cianfrusaglie e conchiglie. Casa è una strega persa nel bosco, una parentesi graffa che si chiude con una quadra, un’allucinazione nel cuore di una notte di tanti anni fa, di una donna con i capelli viola e un microfono in mano, paralizzata nel bianco di camera mia, e una cantante anni 80′ era forse cio’ che mi teneva ancora attaccato alla realtà e non ne sapevo neanche il motivo. Ci si ricorda di vecchi edifici cadenti al limite del cinema estivo, graffiti che dividono la città dalla follia, angoli bui di speranza cieca per sentirsi bambini ancora una volta e chiedersi perchè per continuare ad esistere. La tazza gira sul tavolo, orbita intorno alla candela, due esseri bianchi alla costante ricerca di loro stessi, ipnotizzati da una luce verticale che si incaglia nelle pieghe della cera. Tre per noi, ancora una volta uniti e senza voglia di parlare, tre per le anime che abbiamo cercato inutilmente di salvare, tre per avere ancora sangue da dimenticare. Ci siamo trovati in cima alla collina e all’Albero, sul fondo di una motosega staccati dal mondo, senza più lacrime per parlare greco, solamente una volta, ancora e sempre, al di là della nave e del 13 Apollo lei mangiava bocconi di girasole, senza guardarsi indietro, con le mani protese verso la luna e la luna protesa verso il mare, come se tutto quello di cui avesse bisogno le potesse in realtà bastare. Sempre scontenti, sempre stanchi, dalla rivoluzione siamo passati all’esproprio borghese, in cui tutti quanti avevano poco e si sono ritrovati senza nemmeno un’anima da consolare, come al mercato bestiame, 21 grammi di quella buona te la fanno per 40000, se sei ricco abbastanza puoi fartene un paio, per sentirsi meno soli circondati dai soldi. Un cimitero vivente, case, denaro e il topolino bianco cerca sotto il cuscino la moneta da dare a Caronte, dietro l’orecchio si nascondeva un cacciavite con il quale Eolo forgiava anelli di cemento per soffiare vita nell’aria. Centro difesa, centro attacco, il portiere di centro sinistra si era ritrovato massacrato dai fascisti, scontento del saluto romano che non aveva asservito alla nobile piega del braccio, ad ombrello, per salutare all’italiana chi di italiano non sapeva neanche ‘ti amo’, chi si trovava a spendere soldi nel marmo della fontana di trevi e non aveva la consapevolezza che per ogni moneta una stella si spegneva. La via lattea si infrange con i biscotti all’insegna di una buona colazione, macchiata con un poco di caffe, si fonde nel resto del nero del mondo, Cosmo in picchiata, apprezza la caduta Libera di mio padre che capitombola giù dalle scale della piazza Pomposa, capelli rossi, e passeggino, tornare piccoli per ricordare quanto fa male non sapere le cose, restare zitti a fumarsi un cannone al tramonto, sempre più spesso, fino all’autunno. Bianchi di stanchezza di rabbia di parole non vomitate e di vomito non parlato, ci siamo abbracciati in un cesso pubblico per capire che eravamo ancora amici, che il mondo non era cambiato, non ancora, per restare in silenzio a guardare un anno che si spegne per sentire un mare che ci viene a dividere e congelarci finalmente in un film muto. Il robot in cucina ad affettare il pane mentre sua moglie la signorina Sguardostorto si intreccia le mani con elastici e fili d’erba, a comporre un nido per aironi. Gli uccelli vanno e vengono e non lasciano un posto se prima non hanno stanziato sul tetto, se non si sono sentiti a casa almeno una volta, riscaldati dal tepore del comignolo, ascoltando le voci della televisione come mondi in differita, sfasati anni luce da ciò che è reale, da pianti urla risate e vino versato sul tappeto, anni salati da regalare ai ricordi, che valgono ben più di ogni mattone che abbiamo cementato intorno alle nostre certezze, anni solo per l’abitudine, anni per volare via. E un rito voodoo su chi non ha altro che non il dolore che cosa porta se non la felicità, la negazione dell’esistenza altresì detta Madama Entropia cammina a braccetto con un impiegato di banca, pantaloni corti, calze bianche, cravatte con righe troppo colorate e occhiali spessi, capelli radi, sguardo perso nella canna della pistola che tiene nascosta nel cassetto, sempre carica, sempre pronta a suicidare una vita. Lo sciamano ride infilando piano gli spilli in un fantoccio di porcellana, delicato tanto quanto le ossa di Afrodite quella che Paride aveva scelto, e a ogni ago, un sussulto di gioia, l’impiegato di banca che striscia per terra arrancando alla ricerca di una carnet di assegni, ma non c’è banconota di taglio superiore ai 200 nè espressione burocratica che lo possa salvare dal suo sentirsi vero, dall’impatto inaspettato di qualcosa di vivo, di non cattivo. Io e te sulle altalene intorno un concerto di ciclopi violinisti, niente violenza perchè siamo vigliacchi, senza dubbio vecchi, troppo bambini per piantare un tizzone rovente nel loro stupido cieco occhio. Danzare insieme mi toglie la vita, riporta indietro il treno nel tunnel, quando bambino mi trovavo a girare nel parco sotto casa come un matto, mia nonna a guardarmi da sotto le foglie, nella stanza da letto. Con Era ci siamo incontrati e come primo incontro sono stati caffè e introspezioni psicologiche, sedute di trauma, ma scalzi, come se conoscersi non fosse tanto male, come se non conoscersi sarebbe stato peggio, come tutto ciò che non ci siamo detti sia in realtà ciò che ci tiene insieme. Ancora una volta sul ponte di ferro, ipnotizzati dai treni che passano sulla via della seta, poetesse tessono sciarpe di lana e vetro aspettando risposte e urla che lasciano il segno per poi spegnersi nel fiume, tra le onde. La politica della deviazione standard, stigmatizzata come troppo lontana dalla media, prevedeva un’equazione di primo grado con un paio di incognite, tanto per dire ‘x’ e ‘y’, spazio e tempo, vita e morte. Ma il cecchino dagli occhi arancioni, feroce proselito della normalità, le ciglia bruciate dal mirino, restava appostato dietro a un bidone del rusco ad aspettare che qualcuno uscisse per strada, e sparare per riportare tutto sotto controllo cartesiano. Ho strappato gli indici destri ai sostenitori del regno, la lingua agli attori senza spirito e frantumato le rotule a coloro che marciano sui fiori, perchè lo status quo è in realtà un equivoco, per le notti passate a sognare, per la consapevolezza di essere e di avere vita da annusare.

La nave ritorna, accompagna la pioggia, remo su remo accarezza il sale, ciò che rimane è il viaggio e un biglietto strappato al vento che dice ‘sola andata per tutto e niente’.

Nell’alba tra le colonne mi ritrovo ad osservare scogliere avvolte dalla nebbia, finalmente a casa.


Il Giudizio del Sig. Tweener

“Per tutti i pugni in faccia che non hai mai sferrato, per le urla che non hai mai avuto il coraggio di gridare, per quei tuoi sorrisi vuoti, per quell’inutile compostezza. Ecco, guardala, guarda la tua rabbia, ti si è congelata dentro, nel midollo più antico e insondato, più oscuro.”
Il volto del D.C. è davanti a lui, ride mentre si allontana su di una barca a vela. Cinge con il braccio la segretaria che lentamente alza il medio verso di lui.
Lui sulla riva, con il solo desiderio di strongolarli entrambi!
… no, erano solo sogni, solamente brutti sogni.
Steso sul letto Paul Tweener fatica a prendere sonno, i sogni si mescolano ai ricordi, i ricordi alle preoccupazioni. Come era arrivato a trovarsi con in mano una lettera disciplinare da parte del D. C.?
La storia incomincia un mese prima, ad inizio Agosto.
Il Direttore Commerciale affida a Paul il compito di preparare i documenti relativi al cash flow della prossima stagione. Chiaramente quelle carte sarebbero finite sul tavolo del CdA di inizio Settembre. Tempo di bilanci fine Agosto, nessuno lo sa meglio di un Responsabile Amministrativo.
Paranoico prima di andare in ferie, il Direttore Commerciale si premura più volte con Paul di preparare i documenti in tempo utile, cioè entro il primo giorno del mese successivo, e di farli avere alla sua segretaria.
Compito ingrato, ma si sa che quello del contabile in una PMI è un ruolo che richiede spirito di abnegazione più che talento. Ciononostante Paul lo porta a termine nel giro di una settimana, con ben 5 giorni di anticipo sulla scadenza. Il primo ad entrare in ufficio e l’ultimo ad andarsene, perfino ad Agosto! E’ sicurissimo che questo incarico gli varrà più di una semplice stretta di mano. Ne parla al telefono con suo padre. Il Sig. Tweener si congratula con il figlio.
Assistito dallo stagista, Paul prepara addirittura un Power Point. Stampa il dossier in triplice copia. Guarda i fascicoli per una buona mezzora. Li dispone tipo carte da gioco sulla scrivania. Li accarezza. L’USB aziendale è di fianco, come se in quei 64 MB di spazio potesse esserci la chiave del successo.
Ringrazia lo stagista, gli offre un caffè della macchinetta e gli regala penna biro e block notes dei fornitori. Consegna i documenti alla segretaria, le allunga la USB con un occhiolino, poi proclama che si sarebbe preso una settimana di ferie. Saluta lo stagista, giunto alla sua ultima settimana dopo 6 mesi di lavoro non remunerato.
Paul in ferie. Felice, orgoglioso dell’opera, il mondo non potrebbe andare meglio! I parcheggi sono liberi, le vaschette di gelato in 3 x 2, Stan Laurel e Oliver Hardy in formato deluxe in edicola. Una sera cena al Gambero Rosso, e quasi rimorchia la cameriera!
Arriva Lunedì 3 Settembre. Paul trotterella in ufficio. Ha cambiato lato al riporto e ha comprato una nuova camicia in saldo. Gialla, tocco di colore: sembra un’altra persona.
“Tweener, ti vuole il direttore.” lo saluta la segretaria
Appoggia la cartella sulla scrivania, saluta i vecchi colleghi e conosce il nuovo stagista. Di sicuro saprà usare Power Point anche lui, li scelgono per questo.
Bussa alla porta del Direttore Commerciale (che per comodità da ora in poi chiameremo D.C.).
“Avanti.”
“Permesso… Buongiorno Sig. Direttore!”
“Buongiorno Tweener, prego si accomodi.”
“Ecco.”
“Bene, allora mi vedo costretto a tagliare i convenevoli e a chiederLe che diamine Le stesse passando per la testa quando ha redatto quei reports!”
“..ma come, non capisco…”
“Tweener, c’è forse scritto “ADDETTO BUSTE PAGA” su questa targhetta?!?!”
“..mh no.”
“No, giusto. C’è scritto D.C.. E se sono D.C. è perchè faccio quello che prometto, costi quel che costi.”
“Verissimo!”
“Allora perchè mi consegna un report che sarebbe in grado di fare mio figlio. No, lui forse ci metterebbe una Tabella Pivot, quindi anche meglio!”
Fogli sulla scrivania. Orrore sugli occhi di Tweener. Pupille dilatate.
“Ma quello è solo il file di prova…e la USB?”
“Non cerchi di prendermi in giro! La segretaria mi ha detto che non ha fatto altro che bighellonare mentre ero in ferie!”
“…ma…”
“Ora secondo lei come dovrei comportarmi?”
“Non saprei…”
“Neanche io saprei Tweener. Guardi, è da 8 anni che lavora con noi, quindi mi riservo altri 8 giorni per pensare alla sua situazione. Lasciamo calmare le acqua al CdA. E soprattutto a me. Ora torni al lavoro.”
“…grazie Signore…”
“Prego. Ah, e bentornato.”
Gli allunga una busta. Contiene la lettera disciplinare, e Paul lo sa.
Camminata di Tweener tipo in trance. Occhiate sfuggenti dei colleghi da dietro i monitor. Bisbigli. Lo stagista sorride ebete. Tweener si siede. Sbaglia password 2 volte. 245 emails in inbox. Le affronta con malinconia, come se stesse leggendo tanti piccoli biglietti di addio.
Log out alle 17.30 e swipe ai .33.
Bus.
Lucy in the Sky with diamonds dal suo mp3 vinto coi punti del Dixan. La camicia nuova lascia traspirare troppo.
Pantofole e cena cinese. Sulle reti private il Mago di Oz, quello del ’39 con Judy Garland. Lo guarda, e gli uomini-scimmia lo terrorizzano come sempre. Spera di non sognarli.
Con questa speranza va a letto ed eccoci al punto di partenza, Tweener che fa un incubo assurdo e si sveglia con le mani che fremono rabbia. Si sciaqua la faccia, si guarda, inizia a provare una serie di espressioni allo specchio. Poi fa le prove, tipo De Niro in Taxi Driver. Fa la parte del cattivo. Torna a letto, non fa paura neanche a se stesso.
Ora si trova sul sentiero dorato. Il D.C. sventola il suo report da 15enne e lo incenerisce con uno spray abbronzante. Gli spuntano ali scimmiesche sulla schiena e vola via. La segretaria lecca come un’indemoniata la chiavetta USB. Lo stagista fa notare a Paul, con suo sommo orrore, che sulla chiavetta campeggia la scritta “ADDETTO BUSTE PAGA”. Con un sussulto e un urlo lacerante, si sveglia.
Riprende a dormire. h7.00, la radio nazionale lo sveglia con la hit del momento. Colazione leggera e news del mattino. Si prepara per il lavoro. Dimentica di lavarsi i denti. Controlla la posta.
Sulla strada per il lavoro compra una rivista di finanza, che porta gloriosamente sotto il braccio.
Swipa alle 08.52. Va in bagno, defeca, legge la prima pagina della sua rivista.
Va alla sua scrivania, si logga, fissa il computer con aria assente per 2 ore. Zero interazioni da parte di colleghi, superiori, o segretarie.
Pausa caffè. Voci di corridoio sostengono che il nuovo stagista abbia dei seri problemi con excel, ma che se la cavi bene a campo minato.
Paul esce. Lo accompagna la tazzina marron di caffè presa dalla macchinetta. Si ferma in edicola, sfoglia delle riviste ma non compra niente.
Va in un negozio d’armi, esibisce documenti d’identità e regolare certificazione, e compra una Kel-Tec PF-9, un singolo caricatore. Paga con carta, e mette tutto in una busta di plastica. Esce, butta il bicchiere vuoto di caffè in un bidone per il riciclaggio, e ritorna verso l’azienda.
Rientra in ufficio, accolto con lo stesso silenzio di prima.
Si scusa con il vicino. Dice di sentirsi poco bene, che vorrebbe tornare a casa. Il D.C. glielo concede. Log out alle 10.56. Passando dalla scrivania della segretaria bisbiglia “Sei morta, serpe schifosa.”. Ma forse queste parole non escono mai realmente dalla bocca di Paul.
Paul viene ritrovato nel suo appartamento tre giorni dopo dalla polizia.
Quelle parole in effetti non erano mai uscite dalla sua bocca.

Uno scambio equo

“…In the southern extremities of the Cauca Valley, Colombia [...] it is thought that by illicitly baptizing money instead of a child in the Catholic church, that money can become interest bearing capital, while the child will be deprived of its rightful chance of entering heaven.*”
Michael Taussig, 1977: 130
a
Timbio** – 18 Aprile 1954
a
(entra)
a
Ecco gli sguardi.
Sapevo sarebbero arrivati, era troppo che mancavo a una messa.
Alejandro, sempre pronto a tirarsi indietro di fronte al Giudizio del Signore…
Avete ragione da vendere, bravi! Ragione da vendere!
a
E fede!
Ne avete così tanta… perchè non me ne vendete un po’?
Vendetemela, per cominciare!
Ve lo sto chiedendo!
a
Cos’è, vi faccio schifo?
è anche per la vostra fede se ora sono ridotto così.
Eppure vi costa così tanto cedere a un fratello un solo centimetro del vostro sentiero per il Paradiso eh?
Ma io ve lo pago!!
a
E invece no… bastardi barricati dietro le vostre certezze, dietro gli abiti buoni, i rosari, le ginocchia livide.
E dopo questa farsa?
A mangiare! Ah, che festa!
Vino, e bunuelos e ajiaco e dolci!
E alla fine un bel sigaro per il papà!
a
E ad Alejandro chi ci pensa? Voi no di sicuro fratelli, siete troppo impegnati a stare vicino a Lui, troppo impegnati a puntare il vostro indice sui diversi.
A quanti, dico, a quanti di voi ho offerto aiuto?
Quante famiglie ho salvato!
Io!
Con le mie mani!
a
Andate a chiedere queste cose al vostro Dio!
Andate a chiedergli una dozzina di vacche per il vostro pascolo, e fatemi sapere che vi dice. Fatemi sapere fratelli, perchè io vi offro di meglio!
L’ho sempre fatto.
a
(cammina lentamente fra le panche, in direzione dell’altare, gli occhi dei fedeli su di lui. Rumore di pioggia fuori)
a
Svegliatevi, e guardatevi in faccia l’un l’altro. Resterete a Timbio a marcire per il resto dei vostri giorni mentre io avrò viaggiato il mondo.
Avrò espiato i peccati miei e di mio padre!
Voi invece, voi avrete lavorato per una vita intera, ma non avrete lasciato nulla per i vostri figli.
Vi lascerete consumare dai vizi.
aa
(sospiro, interrompe il passo. Luce filtrata dal rosone. Acqua)
a
E ancora non volete offrire la vostra benedizione al figlio di un fratello che è stato più coraggioso di voi?
Se ora ho tutto, è grazie a mio padre. Se ora voi avete qualcosa, è grazie a me.
a
(il prete interrompe la celebrazione pasquale. Gli fa segno di lasciare la messa)
a
Ma sarà grazie a voi, e solo grazie a voi, se la mia anima non potrà riposare in pace.
a
(esce. Pioggia.)
a
a
* “Nelle estremità meridionali della valle del Cauca, Colombia, si pensa che se si battezzano soldi invece del bambino presso una chiesa cattolica, allora quegli stessi soldi potranno generare altro capitale, mentre il bambino verrà privato della sua legittima possibilità di andare in paradiso.”
a
** Città non troppo lontana dal capoluogo Popayan, distretto del Cauca.

Dicembre 0.2

Quello di fronte al bar era il liceo che Baratro e soci frequentavano da 5 anni.
Avevano preso posto come al solito nella stanza di fianco al bancone, uno spazio di sei metri per sei con le pareti tappezzate da cima a fondo dalle scritte lasciate dagli studenti. Occupavano uno dei due scalcinati tavolini vista finestra. Loro tre erano gli unici avventori del locale.
Uscito dal bagno si fermò davanti allo specchio: era davvero il suo quel volto riflesso? Quasi non era in grado di riconoscersi, tanto sentiva potente il cambiamento fuori e dentro di sè. Con un sospiro tornò a sedersi al tavolo con Libera e Dolphide. Stavano iniziando ad acclimatarsi al piacevole tepore del bar. Fuori, nel primo pomeriggio di martedi 9 dicembre, nevicava a larghe falde e spirava un vento gelido e continuo.
“Dopo potremmo andare a noleggiarci un film.” disse Dolphide.
“Intanto ordiniamo qualcosa di caldo, io ho ancora i neuroni congelati, non sono in grado di pensare.” rispose Libera.
Baratro prese il menu e gli diede un’occhiata disinteressata. sapeva benissimo da anni cosa c’era scritto su ogni singola pagina. La porta si aprì ed entrò la cameriera, Lisa, a prendere le ordinazioni.
“Io una cioccolata in tazza.”
“Io un infuso ai frutti di bosco.”
“Per me un caffè lungo.”
E mentre Lisa scriveva loro tre si fissavano negli occhi quasi trattenendo il respiro.
“Ok ragazzi…” disse Lisa mentre annotava le ordinazioni.
Dolphide fece una risatina e Libera sorrise. Baratro aveva notato che ultimamente era cambiata molto, anche lei, ma non era in grado di capire come. Forse aveva qualcosa nello sguardo, una profondità che non vi aveva mai visto prima, o forse era la conformazione del viso, o delle labbra…
Il modo in cui si muoveva aveva assunto delle caratteristiche di armoniosità, il suo corpo era molto cresciuto, il suo abbigliamento non era più quello trasandato con il quale l’aveva conosciuta, ora anzi vi notava una raffinata e mai ostentata ricerca.
Ma al di là di questi riscontri fisici, c’era un ritmo diverso che muoveva lo spirito di Libera. Questo ritmo nuovo e stravolgente l’aveva resa molto misteriosa ai confusi occhi di Baratro: egli non poteva fare a meno di sentire il profumo dolce e rassicurante dei suoi capelli quando se li scrollava (azione che ora ripeteva molto più frequentemente rispetto al passato), di notare come il suo petto e tutte le sue curve si fossero rapidamente trasformate, di provare un intimo piacere quando i loro corpi si incontravano.
“Il freddo mi è entrato nelle ossa, ho proprio bisogno di una bevanda calda. Cristo Dolphide” disse lei con aria divertita “perchè cavolo ti vengono certe idee?”
“E’ la prima neve della stagione, dovevamo pur celebrarla in qualche modo! Quale occasione migliore per saltare la scuole a farci una classica battaglia a palle di neve?”
“Dai Libera, lo so che ormai queste cose non fanno più per te, ma ci siamo divertiti, devi ammetterlo.” disse Baratro senza capire il reale significato di quelle parole.
In quel momento ritornò Lisa col vassoio con le ordinazioni. Posò per primo l’infuso ai frutti di bosco dalla parte di Libera, la quale con un sorriso ringraziò, si spostò i capelli dalla fronte e, mentre la cameriera stava finendo di distribuire le tazze, replicò “Certo che mi sono divertita, certo. mi beccherò un malanno, verrò sgridata da mia madre e prenderò un’insufficienza nel prossimo compito di fisica, ma in compenso ho passato uno splendido martedì mattina di trasgressione con i miei due migliori amici. Da raccontare in giro, no?” sorrise e inarcò leggermente il sopraciglio.
Baratro non capì se le sue erano parole sincere o dettate dal sarcasmo. Dolphide trangugiò d’un botto il suo caffè amaro e si pulì la bocca con il tovagliolo. “Cazzo, certo che è da raccontare in giro!” esclamò deglutendo “Noi siamo i migliori, senza via di scampo!”
Baratro sorrise. Nel profondo però sentiva che al di là del divertimento sfrenato della mattinata, quell’esperienza non aveva significato molto per lui. Aveva solo fatto le stesse cose di sempre. Appoggiò le mani sulla tazza piena fino all’orlo di cioccolata fumante e, inosservato, fissò lei: Libera stava lentamente bevendo il suo infuso. Dopo un paio di sorsate si staccò il bicchiere dalle labbra e lo appoggiò sul piattino, prese il barattolo del miele e ne mescolò una cucchiaiata. Finita l’operazione alzò il cucchiaino e se lo mise in bocca, facendolo passare tra le labbra serrate per poi leccarsi le labbra per eliminare gli ultimi residui. Poi continuò a mescolare distrattamente, il volto appoggiato al palmo della mano sinistra mentre guardava fuori la neve che scendeva.
Baratro osservò questi movimenti con minuzia, quasi come se volesse estrapolarne il senso profondo, come se il vero fulcro della giornata non fosse stato tanto la battaglia a palle di neve nel parchetto della scuola, quanto questa semplice e naturale espressione di femminilità che solo ora si sentiva in grado di cogliere.
L’ultimo a finire fu lui; gli piaceva sorseggiare la cioccolata piano, specialmente quando c’era la neve. Parlarono dei loro compagni di classe, degli esami a giugno, di quella volta che non avevano passato il capodanno insieme. Parlarono di molte cose e si fecero un sacco di risate.
Ma lei è mia amica, ma lei è mia amica ripeteva Baratro dentro di sè.
Non saremo sempre così balenava in qualche angolo oscuro della sua mente.
E intanto continuavano tutti insieme a scherzare e a rievocare eventi del passato e a fare progetti. Trascorsero in questo modo il pomeriggio insieme al bar, e solamente poco prima dell’ora di cena si tuffarono con i baveri alzati dentro la tempesta di neve. Fu un viaggio verso casa lunghissimo e divertente, quello: ogni cento metri si fermavano a farsi degli agguati e a lanciarsi la neve che si era accumulata sulle finestre. Si salutarono stremati e intirizziti sotto casa di Libera. Una volta a casa Baratro mangiò una pizza surgelata e si mise in studio a preparare Hegel per il giorno dopo.
Qualche ora dopo, prima di coricarsi, guardò fuori dalla finestra e nel condominio di fronte vide Libera nella sua camera con la testa china sui libri. Era di un piano più in basso rispetto a lui e non sapeva come chiamarla. Aprì la finestra e lanciò un tappo di sughero attraverso la neve che scendeva fitta. incredibilmente riuscì a colpire il vetro e Libera si girò di scatto. Baratro si sbracciò e Libera si accorse di lui. Si alzò in piedi e venne alla finestra, ma non l’aprì. C’era troppo freddo quella sera.
Guardò Baratro e si sentì riempire dal mistero, lo stesso mistero dal quale lui si sentiva avvolto. Si sorrisero ma non si dissero nulla, niente segnali morse con la torcia per loro questa sera. Si stavano semplicemente osservando, attraverso la neve che frastagliava il cielo. Poi Libera portò la mano alla bocca. I fiocchi danzarono turbinanti mentre soffiava un bacio verso di lui. Sospirò. Poi lei spense la luce e lui rimase fermo a fissare la notte vuota.
In quel preciso istante Baratro capì che l’amicizia fra loro tre sarebbe andata perduta per sempre.

Sei Visioni, sei Sogni

“One of the extraordinary things about human events

is that the unthinkable becomes thinkable”

Salman Rushdie

La prima visione sono gli slums dietro l’aeroporto di Mumbai, dove un taxista ci lascia per chiedere la commissione in un albergo – a detta sua conveniente.  Catapultati dal Grande Occidente alla baraccopoli. La periferia del pensiero e dell’essere cammina su strade infangate. Il primo sogno riguarda la sfericità – o quasi – del mondo: più ci si allontana dal centro (o quello che noi crediamo tale), più ci si avvicina a un altro. Posato.

La seconda visione è un’infezione alimentare, contratta a turni prima dalla mia compagna e poi da me. A nulla valgono gli anticorpi di sette vaccini a proteggere il nostro organismo. Una sosta in un’area di servizio nel cuore della notte fra Mumbai e Goa, un chicken korma, e India è dentro di noi. Il secondo sogno riguarda la “dicotomia” interno/esterno: facciamo parte del nostro ambiente tanto quanto lui fa parte di noi, a prescindere dalle barriere del nostro corpo. Denso.

La terza visione è un’intera città, vissuta in 24 ore esatte, il tempo di un check in e un check out nel nostro hotel infestato da scarafaggi. Bangalore è la terza metropoli in India per numero di abitanti e la prima per sviluppo tecnologico, tasso di crescita e capitale prodotto.  E le insegne luminose, lo shop della Nike di fianco a quello della Levis’, sembra di stare a casa, se non che la gente si ferma solo per qualche ora di sonno. Il terzo sogno riguarda lo scorrere del tempo e la quantificazione del suo spreco medio nei diversi continenti. Bianco.

La quarta visione sono dei denti d’oro, splendenti in una bocca mai ferma. Sono parole in inglese, italiano, hindi, e sorrisi in rapida sequenza. Haman sfrega i suoi oli ayurvedici sulle nostre braccia, sulle tempie, sui capelli, sui polsi, sui nostri occhi. E noi “decidiamo” di comprargliene per 6000 Rupie, la nostra spesa maggiore in tutto il viaggio. Il quarto sogno riguarda l’inespresso, e quanto l’efficacia del comunicare sia solo in parte legata alle parole. Persuaso.

La quinta visione è un bicchiere di frullato, quello che un ragazzino prepara sul momento e vende da una bancarella dietro al New Market di Kolkata. Ottimo per combattere l’arsura pomeridiana, per dirlo alla Lonely Planet. La verità è che non abbiamo mai bevuto nulla di così buono. Il quinto sogno riguarda la percezione dei bisogni individuali e delle sovrastrutture a essi collegate. Empatico.

L’ultima visione è un gruppo di amici d’infanzia riunitisi dopo molti anni. Li incontriamo su uno dei tre treni che ci portano da Varanasi (Nord-Est) a Mumbai (Centro-Ovest). Il nostro ultimo viaggio prima di lasciare “The Big I”. Masticano pan masala cercando di smaltire la sbronza, e in pochi istanti diventiamo amici. L’ultimo sogno riguarda le esperienze della vita che, per quanto intangibili, ci rendono parte integrante della realtà. E non voglio smettere di sognarlo, insieme

a.m.


Ultimo Capitolo

un grazie particolare a Bartolomeo, Falconeer von Falcon e il suo fedele falco Falcon, Thror, Munzer McMu, e Glim Turen che hanno reso possibile questo racconto e 18 formidabili mesi di D&D back in 2004/5

.

Racconto autoconclusivo ambientato in un mondo fantasy.

Parla di amore, sacrificio, e alti ideali.

Sei pagine, quindi mettetevi comodi e scegliete la vostra colonna sonora preferita.

Ultimo Capitolo

a.m.


Editoriale sul nostro futuro

Ecco il testo originale dell’editoriale che verrà pubblicato domani su 56 quotidiani intorno al mondo a seguito del Vertice di Copenhagen sul clima.

Non una pagina di giornale qualunque, ma una che dovrebbe essere la risposta alle domande sul futuro del nostro pianeta.

Eppure, seppur mitigati dalla preoccupazione dimostrata da una parte dei 192 Paesi riunitisi, i miei dubbi rimangono…


Mia nonna ha un lavoro e io no!! – Job Hunting in Modena

Inserisco questo articolo a seguito del dibattito suscitato dalla lettera aperta di Pier Luigi Celli, pubblicata la scorsa settimana su questo stesso blog grazie a Claudio. Lettera (e post) che ha suscitato un tam-tam di risposte da ambo le parti. E benchè Napolitano abbia vivacemente replicato invitando i giovani a restare e cambiare il Paese per il meglio, il messaggio nostalgico di “trarre insegnamenti dal passato” (e la presenza stessa di Piero Angela, in visita insieme al Presidente agli scavi di Palazzo Valentini) è tanto fatalista quanto “l’invito alla fuga” del Rettore della Luiss.

Siamo ancora così?

Mi sento di poter intervenire – e a diritto – in questo dibattito, avendo vissuto gli ultimi 3 anni nel Regno Unito (Edinburgh) ed essendo tornato da qualche mese in Italia. Ebbene sì, ho seguito il consiglio del Presidente, altro che “fuga di cervelli”, io sono ritornato in patria, ma con gli insegnamenti del passato riuscirò veramente a cambiare il mio presente e influenzare il nostro futuro? Profondo consiglio il Suo, Presidente, non ho mai avuto così tanto tempo per guardarmi dentro. Ho tempo per i miei hobby, per le letture, le relazioni sociali, gli amici, la famiglia, tutto quello che serve per una vita felice. Eppure c’è un particolare che manca all’appello: il lavoro.

Non mi reputo il classico sgobbone, ma all’età di 27 anni ho una laurea, un master presso la 5 Università Europea, e 3-4 anni di esperienza lavorativa in vari settori sia in Italia che all’estero. Ora, perché la maggior parte delle offerte di lavoro che ricevo sono stage semestrali con un rimborso spese col quale non riuscirei neanche a pagarci l’affitto? È per invogliarmi a restare nel mio paese? Perché se così fosse, hanno mancato il bersaglio. A Modena le agenzie interinali sono quasi tutte chiuse, e le impiegate sorridono sibilando un “Torni con l’anno nuovo”. I miei iniziali dubbi su “ma ci sarà ancora un posto per me in Italia” vengono ampiamente confermati dall’ambiente circostante. C’è un’incomprensione di fondo fra me e il sistema italiano: non ci piacciamo.

Nel sistema britannico, senza intenzione di portarlo ad esempio per i modelli europei o italiani, ma quasi un 60% di neolaureati trova un lavoro inerente all’ambito degli studi, con stipendi che possono arrivare a 40k all’anno. Sì, lo stipendio di un dirigente italiano.

Qua un po’ di numeri, per gli occhi (tutto espresso in GBP).

- Aldi: 40k

- Allen & Overy (e tutte le altre law firms): 37k

- British Power: 30+k

- Marks & Spencer: 25,5k

- IBM: 25+k

Avete capito bene, stipendi per gli entry levels. E visto che in the UK i ragazzi si laureano intorno ai 21-22 anni, bè, un 22enne che lavora in IBM percepisce qualcosa tipo 2000€ al mese, netti, niente stage, niente precariato, niente (o pochissimo) nepotismo. Non mi auguro una generazione di managers 30enni esauriti, alcolisti e stakanovisti, come succede nel Regno Unito, bensì un apparato istituzionale che crei un percorso formativo per l’individuo, non una costellazione di contratti a tempo determinato, in cui lo strumento di valutazione di un impiegato siano le competenze, non le conoscenze, e che permetta l’espressione unica del nostro talento come cittadini e co-autori di un grande disegno. Abbiamo avuto (e dato) troppi esempi di Italietta in questi decenni, se i vecchi non ci lasciano le loro poltrone, allora dobbiamo prendercele noi, anche sotto forma di co.co.pro.

Eppure mia nonna, che vecchia lo è, l’altro giorno mi diceva che ha ricominciato a lavorare. Modenese da 7 generazioni, classe del ‘23, sempre scherzosa e ancora a bordo di una ruggente Fiat 500 blu che chiama “Carolina”. Va al piano di sopra a fare compagnia alla signora Mathilde, 89 anni, giocano a briscola, chiacchierano, quando è bello la porta a fare delle passeggiate. Qualcosa tipo 3 ore al giorno, 3 o 4 giorni a settimana. E prende 4€ all’ora, netti. Fanno 48€ alla settimana, quasi 200€ al mese. Quei “soldini” poi li dà a me, me li fa trovare sotto il tovagliolo quando vado a mangiare a pranzo a casa sua.

E la generosità di mia nonna mi fa sentire ricco, forse il mio ultimo appiglio alla realtà di un sistema “arteriosclerotico”, perché quei soldi sono esattamente tanti quanti ne guadagnerei (sotto forma di buoni pasto) facendo uno stage semestrale presso la direzione commerciale di Adecco. E se resto in Italia è anche grazie a lei.


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