Archivi autore: Claudio Cavazzuti

Se D’Alema avesse ascoltato Muddy Waters…

McKinley Morganfield nacque a Rolling Fork, nella contea di Sharkey, Mississippi, nel 1915. Neanche il tempo di compiere tre anni, e sua madre morì, lasciando solo lui e altri nove figli. Suo padre, come spesso accadeva ai braccianti negri del sud, vagava fra le contee circostanti a caccia di lavoro dai “capi” latifondisti del cotone. McKinley e gli altri nove fratelli Morganfield si trasferirono così dalla nonna materna, a Clarksdale, Mississippi.  Fu lei a soprannominarlo Muddy, “fangoso”, perché adorava sguazzare nelle acque torbide del Grande Fiume, che scorre poche centinaia di metri a ovest del centro abitato di Clarksdale.

Muddy Waters, davanti casa, con la chitarra.

Durante tutta la sua adolescenza, la sua occupazione diurna consisteva in spezzarsi la schiena nei campi di  cotone, ma verso sera la chitarra reclamava di diritto il posto che di giorno spettava alla zappa. E giù di blues, si direbbe, davanti a casa, alle feste contadine con l’odore di pesce gatto fritto o in qualche Juke Joint della contea dove suonavano bluesmen del calibro di Son House.

Muddy trasse la sua ispirazione da lì, da Son House, Charley Patton e Robert Johnson, quello che vendette l’anima al diavolo all’incrocio tra la 49esima e la 61esima in cambio di un talento straordinario per il blues. Ma quella di Robert Johnson è un’altra storia, finita male quando all’età di 27 anni (RJ fu il primo del cosiddetto “club dei 27”) il diavolo tornò a riscuotere il suo credito.

Pare facile dire blues, e forse pure da suonare non risulta complicatissimo, specialmente se sei un negro del Mississsippi o del Tennessee. Ma le radici delle dodici battute che articolano una strofa blues e della scala pentatonica, partono dal centro della terra e delle cartine geografiche, l’Africa, culla della cultura di Homo Sapiens. Quelle antiche radici a forma di ritmi e suoni hanno attinto poi da quattro secoli di schiavismo, da un secolo di proletariato agrario e di work songs con la loro tipica struttura “call and response”, da una buona dose di religiosità mezza cristiana mezza pagana distillata nelle cerimonie battiste e negli spirituals. Insomma da tanta, tanta roba. Per fare un paragone con qualcosa di più vicino a noi, il blues dei primordi era qualcosa di simile ai canti delle nostre mondine, non tanto dal punto di vista musicale, quanto da quello sociale.

Nel 1941 avvenne uno di quegli incontri che il destino tiene nella manica, come un asso da giocare quando la partita della storia è a una svolta all’insaputa dei contemporanei. Uno studioso di antropologia (uno dei più celebri etnomusicologi americani), texano e bianco sta percorrendo in lungo e in largo il sud degli Stati Uniti per conto della Archive of American Folk Song di Washington. Resosi conto che la meccanizzazione dell’agricoltura stava mettendo a repentaglio la cultura popolare afroamericana, si era dato la missione di campionare quella musica prima che si perdesse nell’esodo dei braccianti negri dal Sud rurale alle le città del Nord industrializzato, fatto di tutt’altro tipo di ritmi e sonorità.  Fu così che il registratore di Alan Lomax incontrò la voce e la chitarra di Muddy Waters, a Clarksdale, Mississippi, nel 1941.

Sentire il proprio sound riprodotto da una macchina spinse Muddy ad abbandonare definitivamente il lavoro nelle piantagioni. Come quella di tanti altri, anche la sua strada portava verso nord e più precisamente verso Chicago, Illinois. La zappa la si poteva lasciare a Clarksdale, ma a Chicago con la chitarra si poteva guadagnare qualche dollaro.

Nel frattempo l’FBI teneva sotto controllo Alan Lomax. « L’investigazione condotta tra i vicini dimostra che è un individuo molto strano: si interessa soltanto di musica folk, è davvero poco affidabile e scontroso. [...] Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza, praticamente non si cura del suo aspetto». Si direbbe che oltre ad essere bianco, texano e acculturato, Lomax avesse simpatie comuniste, e infatti: « Da una fonte confidenziale di informazioni è stato fatto sapere a questo Bureau che un certo Allan [sic] Lomax, che è impiegato alla Sezione Musicale della Biblioteca del Congresso, è sulla base del resoconto un simpatizzante del Partito Comunista[1]».

Alan Lomax alle prese con le sue registrazioni.

A Chicago intanto, di nuovo un bianco incrociò la propria strada con quella Muddy Waters. Si chiamava Leonard Chess, un ebreo polacco con la passione della musica, l’ambizione borghese tipica del sogno americano e un’idea che realizzò ben presto: aprire una casa discografica a Chicago, dandole il nome forse poco originale di Chess Records. Tralascio per motivi di brevità l’affascinante storia della Chess Records (vi consiglio il bel film di Darnell Martin, Cadillac Records, del 2008, che la racconta molto bene), ma vi basti sapere che Muddy incise per Chess scalando le classifiche e portando il blues nero al successo nazionale.

Nel maggio del ‘55 piomba nello studio della Chess Records un nero di Saint Louis, che a forza di suonare i ritmi incalzanti del country bianco aveva acquisito una certa velocità sulla tastiera della chitarra. Ma anche per Chuck Berry le radici etniche e musicali affondavano nelle dodici battute e nelle pentatoniche del blues nero. Per una sorta di magica alchimia, i due filoni musicali rincontratisi nel Nuovo Continente dopo millenni di separazione vissuta nel Vecchio Mondo (un divorzio da far risalire forse al Paleolitico Inferiore) si accoppiarono di nuovo dando origine di fatto al Rock’n’Roll.

Molti sostengono che negli Stati Uniti la segregazione, il conflitto tra bianchi e neri fosse solo un altro modo per chiamare più apertamente quel fenomeno che in Europa veniva di prassi definito lotta di classe. Verissimo, solo che figuriamoci, in Nordamerica un determinato lessico marxista creava un certo imbarazzo durante la Guerra Fredda. Prima che la politica di Malcolm X, del reverendo King e le lotte per i diritti civili, fu la musica e quindi la cultura a minare il muro razziale e sociale tra bianchi borghesi e proletari neri. Elvis e Chuck Berry, insomma. E se passate da Beale Street, a Memphis, Tennessee, dove ML King fu ucciso il 4 aprile del ‘68, non c’è la statua di Abramo Lincoln, ma quella del re del rock’n’roll. A Sam Phillips, padrone della Sun Records di Memphis, sono attribuite queste parole: «Se trovassi un bianco che canta con l’anima di un negro diventerei miliardario». Trovò Elvis.

La statua di Elvis a Beale Street, Memphis

Waters, Lomax, Chess, Berry, Presley, Phillips in America sono eroi nazionali, degni delle Hall of Fame di cui vanno tanto orgogliosi. A loro sono intitolati musei, monumenti, strade e piazze. Se la vittoria in Europa gli americani l’hanno ottenuta con le armi, per la vera conquista si sono serviti della cultura. Ma a causa del nostro compulsivo consumo di cultura americana può esserci sfuggita una parte più o meno consistente di quella storia, del suo significato e del valore che essa potrebbe rivestire anche per noi del Decrepito Continente. D’altronde consumo e approfondimento sono due termini che non vanno affatto d’accordo. A questo proposito, apro un inciso: faccio un appello a Coop Estense che anche oggi mi fa trovare nella cassetta della posta una delle sue 2 milioni di copie cartacee del bel mensile “Consumatori”, pieno di articoli scritti da stagisti sottopagati per cantarsela e suonarsela. Dato che mi chiamate “Consumatore”, da domani riconsegno la tessera di socio che i miei mi convinsero malauguratamente a sottoscrivere in nome della convenienza, prima che tutta l’opulenza di frutta e verdura fuori stagione non venisse a farmi vomitare.  Le fragole a febbraio…ma chi diavolo le compra? Peraltro in questo bellissimo numero di Consumatori a pagina 34 c’è un articolo che si intitola “L’invenzione del consumerismo gentile”, che a parte l’italiano da scuola dell’obbligo è un inno all’autocompiacimento e al moralismo che neanche Dickens due secoli fa avrebbe saputo inventarsi. Vi consiglio di leggervelo, se volete farvi quattro risate. Fine dell’inciso. Parlavamo di cultura.

Non abbiamo capito che la fortuna della cultura americana è stato il fatto di essere popolare. O meglio, i nostri intellettuali lo sanno perfettamente e ben si sono guardati dal prendere esempio. Vi siete chiesti perché in Nordamerica non esiste il termine “populismo”? Provate a cercare su Wordreference la traduzione anglo-americana di “populismo”, vi esce: “cercavi forse botulismo?”. Se Barack Obama canta, da nero qual è, il blues con Aretha Franklin o Bill Clinton suona il sax a The Arsenio Hall Show non lo si chiama populismo. E’ normalità. Invece in Italia gli intellettuali (di centro e sinistra) non vedono l’ora di tirare fuori dal cilindro il “populismo” berlusconiano, definendolo “tipico di un regime sudamericano” (a Veltroni in particolare piace da morire). Cosa abbiamo in comune con il Sudamerica, di cui il cosiddetto populismo è figlio? Lo so a cosa state pensando…siete sulla strada giusta, e qua rischiamo di essere messi all’indice. Più in generale la definirei come la divisione mai sanata tra la Cultura “alta” e la cultura “popolare”, tipica di un sistema ancora feudale, in cui l’aristocrazia detiene il potere politico e la cultura, lasciando al popolo le tradizioni, il “folklore”, mentre la borghesia sbava per occupare i palazzi dei signori.

Una barriera invisibile quella tra cultura alta e popolare che era compito dei sedicenti comunisti-socialisti-socialdemocratici-democratici abbattere: ma quando si sono trovati al di là del fosso, bé gli è piaciuto, quello stile di vita…e così si sono ben guardati dal lasciare aperto il ponte levatoio. Ecco perché in Italia non c’è mai stata una rivoluzione inglese, francese o russa, perché chi la doveva veicolare qui è sceso a patti con un re di lignaggio medievale e poi pure un papa, anch’egli per definizione poco incline al progresso (anche se ora ha messo su Twitter, applausi). Ecco cosa ci accomuna col Sudamerica post-coloniale.

Non sarà questo il motivo per cui il primo mondo ci deride quando Berlusconi vince quattro tornate elettorali su sei? O perché la retorica celtista della Lega ha così tanto successo al Nord? Come popolo abbiamo preferito sempre il leader o il partito popolare (che da noi equivale a populista) al dotto intellettuale nato e cresciuto nell’inaccessibilità del palazzo, destinato per diritto di sangue al seggio di velluto rosso, all’intellettuale che si stupisce del successo “populista” di Beppe Grillo, allo stesso intellettuale bocconiano che va al governo solo in un momento di sospensione della volontà popolare, per decisione del Quirinale.

Non so perché, ma ho la netta sensazione che la frase “dobbiamo investire di più in cultura e ricerca, il vero patrimonio dell’Italia”, più del nostro zero e qualcosa percento del PIL, sia una fregatura quando la dicono i politici. Perché non lo fanno, allora, dopo averlo sbandierato in tutti i programmi elettorali dal dopoguerra ad oggi?

Non è che se la cultura diventa patrimonio comune, priva di distinzioni in “alta” e “popolare”, c’è davvero il rischio che diventiamo veramente democratici?

Gli intellettuali di sinistra diranno che sto semplificando, mentre loro vedono la “complessità”…Confesso di aver imparato a diffidare di chi evoca la complessità quando deve argomentare, perché per esperienza posso assicurare che il loro intento è fregarti. Forse quegli intellettuali, se non lo sono per finta, per moda o convenienza, potrebbero cominciare col regalare a Massimo D’Alema un’edizione bignami della Teoria e Pratica di Gramsci; meno impegnativo, ma forse più utile, fargli ascoltare un disco di Muddy Waters durante le gite sulla sua 60 piedi in mare aperto.

E ora potete tranquillamente darmi del populista.


[1] Brano tratto da Alan Lomax, L’anno più felice della mia vita – Un viaggio in Italia (1954-55), a cura di Goffredo Plastino, ed. Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 18-19.


Jules e Jim: il triangolo della vita estetica (di Matteo Tomasina)

M’hai detto: ti amo.

Ti dissi: aspetta.

Stavo per dirti: eccomi.

Tu m’hai detto: vattene.

Mi è capitata una di quelle belle discussioni inattuali, nel senso che non si legano a nulla di ciò che sta capitando in questo momento, che non coinvolgono in alcun modo i problemi più urgenti della collettività e proprio per questa ragione possono essere sempre fatte e rimangono sempre interessanti (e contemporanee).

Una mia amica mi ha chiesto, così come dal nulla: perché pensi che sia così popolare il film Jules e Jim? Per chi invece non lo pensa, il film è uno dei capolavori del regista francese Francois Truffaut, uscito nelle sale nel lontano 1962. Godibilissimo oggi come allora. Lei non intendeva dire che non fosse bello, ma che proprio non ne coglieva la popolarità e il successo, e come mai nonostante il tempo esso mantenga una sempre rinnovata nicchia di cultori. Io l’ho visto, lei l’ha visto, evidentemente molte nostre conoscenze comuni l’hanno visto. Cos’ha di speciale?

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Innanzitutto, un piccolo aggiornamento è dovuto a chi del film non ha mai sentito parlare, non ha avuto occasione di vederlo oppure non si ricorda quasi niente. La pellicola è tratta, e rispecchia in modo piuttosto fedele il romanzo di un altro francese, Henri-Pierre Roché, intitolato anch’esso, per l’appunto, Jules e Jim (1953). La storia è quella dei due amici eponimi, che si conoscono negli anni immediatamente a ridosso della Prima Guerra Mondiale, sono entrambi intellettuali e scrittori e danno inizio a un bel sodalizio artistico e sentimentale. Sono entrambi giovani, belli, molto affascinati dalle donne. Poco importa, ai fini del punto a cui vogliamo arrivare, ricordare anche che sono uno francese, l’altro tedesco. Jules è un carattere più mite, schivo, ma anche sognatore e ingenuo. E’ quasi un personaggio naif, capace proprio per questo di momenti di spensierata allegria. Jim, un diplomatico mancato e giornalista, appare come una personalità più forte, razionale. Ha un carattere più attivo e meno contemplativo di quello di Jules. Ma fra l’amicizia dei due tutto questo non provoca nessuna incrinatura.

I due amici si dedicano alla vita estetica della fin de siècle: scrivono, viaggiano, seducono. La Grande Guerra è una parentesi che passa quasi come un battito di ciglia. Al ritorno entrambi ringraziano Dio di non essersi mai incontrati sui due fronti opposti e rinsaldano il loro legame. Nulla sembra essere cambiato se non per il fatto che Jules, il contemplativo, ha una moglie, Catherine; ma il rapporto fra i due coniugi è definitivamente appassito.

Catherine, la bellissima Jeanne Moreau nel film, è certamente una femme fatale (come canta, accompagnata da Boris Bassiak, in una celebre sequenza), ma anche e soprattutto uno spirito libero, che afferma prepotentemente la propria autonomia nei confronti dei rapporti con gli uomini. Ha avuto numerosi amanti, ognuno dei quali era una freccia scoccata al cuore del marito ogni volta che riteneva che questi l’avesse ferita o delusa. Sarà lo stesso comportamento che continuerà a tenere con Jim, una volta che lui diventerà il suo nuovo compagno.

Proprio da questa scandalosa relazione muove il motivo fondamentale del film: l’amore tra Jim e Catherine non intacca infatti la perfetta amicizia tra lui e Jules, che non conosce gelosia nei confronti dell’amico. La relazione fra i personaggi si risolve, apparentemente, in un estetico ménage à trois, senza inganni, senza squallore, puro. Gli alti e bassi sono dati dal carattere volubile, deciso ma capriccioso di Catherine: fughe, minacce, tentati suicidi e tradimenti reciproci rendono la relazione con Jim particolarmente tormentata (<Chi di spada ferisce, di spada perisce. Loro si erano dati e ancora si davano dei gran colpi di spada>, scrive Roché. <Ma chi regala sorrisi graziosi, è salvato da sorrisi graziosi. E loro si erano regalati e ancora si regalavano sorrisi graziosi>).

Catherine è una figura nietzschiana nella sua affermazione del fluire costante della vita che non vuole incontrare argini. Capace di dolcezza e crudeltà, concentra su di sé costantemente l’attenzione e l’ansia dei due uomini (come ben rappresentato dal “salto nella Senna”). Non svelo il finale del film (e del libro), che è quello tipico però di ogni grande storia d’amore.

Perché il successo, seppur fra una (forse neanche troppo) limitata nicchia di cultori? Sicuramente, il film coltiva il sogno di una vita estetica, incentrata sul “triangolo” di amore, amicizia, e arte. E’ il vago desiderio di una vita libera, nel senso di libera espressività. Il desiderio di una vita dove il desiderio è libero, scusate l’impiccio. Ma una lettura di questo tipo nasconderebbe il lato più interessante, e forse veramente affascinante, della vicenda di Roché.

Dobbiamo però premettere una cosa non ancora detta: Jules e Jim è, eccetto che per il finale, una vicenda realmente accaduta. L’atmosfera rarefatta nasconde la vicenda biografica di Roché, cioè, nella narrazione, Jim*. Non siamo, nell’intuizione fondamentale, di fronte a un artificio intellettuale. Né il romanzo, né il libro, pur nelle loro memorabili scene artistiche e sentimentali, rappresentano una condizione di idillio e di avvenuta liberazione. In realtà, ciò che si mostra sono tutti i limiti che l’approdo a questo tipo di vita comporta. Del resto, sotto il “mito” dell’amicizia di Jules e Jim, non c’è in fondo anche il ritratto di un uomo fondamentalmente debole (Jules)? E l’amore tra Jim e Catherine, non è anche il rapporto con una donna volubile, capricciosa, narcisista? Ma, al di là di questo, il racconto si muove benissimo all’altezza della linea di tensione fra ideale e reale. Il ménage à trois, l’amore libero, non è giudicato moralmente in nessun modo. Non viene posto a priori il problema di ciò che è giusto e sbagliato, almeno in assoluto. Ma l’esperienza è quella di un grande fallimento, come testimonia il finale della vicenda. Banalizzando, è un po’ come se Roché volesse dirci “l’ho fatto, questo è tutto il bene e il male che succede”. Si può coltivare il sogno della vita bella, si può farlo durare, ma prima poi il reale metterà in scacco l’ideale. La vita, pur essendo materia plastica, sopporterà tensioni fino a un certo punto. L’esito di una vicenda come questa può essere soltanto la fine, la morte fisica, che interrompe il sogno prima che appassisca, o la morte al proprio ideale di vita libera. La felicità richiede di arrivare fino al baratro, di precipitarci, o di deviare all’ultimo momento e porsi in salvo, al costo del compromesso. Come si sente di affermare nel film Truffaut: <Jim pensava: è bello voler riscoprire le leggi umane, ma è molto meglio adattarsi a ciò che già esiste. Abbiamo giocato con la sostanza della vita, e abbiamo perso>.

*Nonostante l’astrazione del romanzo, la vicenda reale di Jules e Jim non fu immune alle ondate della storia. Jules, al secolo Franz Hassel, era ebreo, e morì nel 1941 internato in un campo di concentramento nazista, solo pochi mesi prima del suicidio di un suo carissimo amico, il filosofo Walther Benjamin. Insieme, sono i traduttori in tedesco de Alla ricerca del tempo perduto, di Proust. Il figlio di Hassel e della donna che nel romanzo è rappresentata da Catherine ha ereditato l’intelligenza del padre e il carattere deciso e ribelle della madre: l’ormai anziano Stéphane Hassel è stato partigiano, ha partecipato alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e ha di recente pubblicato un pamphlet che, diventato un best seller, ha dato l’innesco a un ben noto (e attuale) terremoto sociale: Indignatevi!.


L’angolo del barbone #11

Via Cannizzaro e via Aristotele: il neo-  assessore all’urbanistica Giacobazzi con voce camuffa e baffetti finti alla Sitta spiazza tutti: “I costruttori ci chiedono di costruire”

Rivogliamo Sitta, quello vero.


Ci siamo abituati

Qualcuno sostiene che ci siamo abituati. Quando uno è ancora vivo si abitua a tutto.

 

Nel 1996 facevo la prima liceo a Modena. Era circa mezzogiorno di un 15 ottobre insolitamente caldo e ci trovavamo nel bel mezzo del compito in classe di latino. Non ci ero abituato al terremoto, altrimenti non mi avrebbe sorpreso così. Riuscii ad applicare le poche regole di sicurezza impartiteci in qualche prova formale di evacuazione: fiòndati sotto il banco finché non passa, poi esci ordinatamente. I miei compagni furono altrettanto disciplinati (a parte uno di una classe vicina che saltò dalla finestra del primo piano), la nostra professoressa di latino un po’ meno: se la filò all’istante e ci mollò lì, ancora con la biro in mano e lo sguardo dubbioso sui verbi semideponenti. Si vede che lei c’era abituata, al boato e al tremore, e si vede pure che si fidava talmente tanto dei muri a norma di legge e dei piani di evacuazione che a costo di assecondarli preferì rimettersi alla rapidità delle sue gambette e delle scarpe coi tacchi da prof.

Nonostante non abbia mai rimosso quell’episodio, né la paura che provai, l’esperienza e l’età più matura non mi hanno aiutato a distanza di sedici anni. Il boato, il buio e il terrore. L’impossibilità di tornare a dormire. Una telefonata alla mamma. Da adulto a bambino, in un attimo.

 

Pur non avendo perso nulla, nei giorni successivi decisi come tanti di mettermi in moto. C’è chi la chiama “solidarietà emiliana”, ma non ne farei una questione genetica, sempre che non ci consideriamo una razza superiore; diciamo piuttosto che siamo abbastanza ricchi da permetterci di mandare donazioni via sms, di andare ai concerti per la raccolta fondi, di comprare libri il cui ricavato andrà alle popolazioni colpite. La solidarietà che si sporca le mani ed impiega il suo tempo sul posto al di là del portafogli è decisamente più costosa, specialmente in una temperie come questa, tempi indeterminati nei quali la lotta contro la precarietà del lavoro per qualcosa che somigli a un salario è quotidiana, interessa un’intera generazione e lascia poco spazio al sostegno reciproco. Se in un dramma e nelle perdite conseguenti non ci si trova coinvolti personalmente, bisogna essere dotati di una sensibilità superiore, oppure avere vicino qualche caro che lo vive sulla propria. A stimolare la mia sensibilità, del tutto ordinaria, furono i miei coinquilini.

 

Uno di mestiere fa l’archeologo ed è originario di Camposanto, dove vivono i suoi amici e la sua famiglia. Durante quelle settimane lavorava a Milano, sul cantiere dell’Expo. Ha dovuto assistere a quasi tutta questa vicenda da lontano, al confino per lavoro, perché bisogna continuare a lavorare, dopotutto, sennò come si riparte. Quando nel weekend tornava, si adoperava negli aiuti, andava a caccia di tende, sacchi a pelo e generi di prima necessità. Diverse volte i suoi amici di Camposanto, Finale, San Felice e Cento passarono da noi, un po’ per stare fuori dalla zona calda e distendere i nervi. Avevamo fatto entrare la bassa in casa nostra e la lasciavamo sfogare tra un bicchier di vino e una cronaca appassionata degli episodi più singolari. Così grazie a loro iniziai ad appassionarmi anche io.

 

L’altro coinquilino è di Ferrara e fa l’ingegnere di quello che una volta si chiamava il genio civile, per la Regione. Mentre scrivo, a più di tre mesi dalle prime scosse, è ancora impegnato in sopralluoghi e pratiche, torna sempre tardi a casa ed io, quando posso, gli preparo la cena. Il primo giugno mi disse: “ti porto un po’ in giro per la bassa così fai qualche foto per il Rasoio”. Non racconterò le mie impressioni di fronte alla distruzione, perché non sono così originali. Ma fu il suo entusiasmo a colpirmi: gli occhi di un ingegnere civile per anni incollati sulle pagine di Scienza delle Costruzioni che si cimentano con la fragilità delle strutture e la loro risposta all’eccezionalità dell’evento. “Un sisma di queste proporzioni per un ingegnere civile è un’occasione unica”, diceva. Gli stessi occhi eccitati che in alto misuravano tenute e crolli di tetti e travi, si abbassavano poi quando si parlava di normative, di come sono state redatte e applicate, in base a quali logiche ed interessi. Perizie tecniche, schede Aedes, ordinanze comunali, conflitti di competenze. Lui che era stato impegnato anche all’Aquila, manifestava qualche perplessità: “Vedrai la solidarietà emiliana, quando si tratterà di ottenere i rimborsi… Quando il tuo vicino li percepisce e tu no, quando il tecnico del comune ti risponde ‘non lo so’…”.

Documentammo fotograficamente la distruzione che avevamo di fronte a Mirandola, Medolla, Cavezzo, San Felice, e pubblicai le immagini sul blog.

Nei giorni successivi insieme ad altri amici partecipammo ai picchetti di sorveglianza della zona rossa di Concordia, a volte anche di notte. Un pomeriggio di inizio giugno vedemmo un troupe televisiva (erano in due, uno con la telecamera) che si aggirava abbastanza furtivamente per il centro storico del paese sprovvista di casco e giubbetto e soprattutto privi della scorta obbligatoria di Vigili del Fuoco. In base alle indicazioni che ci avevano dato, chiamai i Carabinieri per informarli della presenza e ci dissero che non avevano autorizzato alcuna troupe televisiva. Nel frattempo i due si erano già dileguati in qualche vicolo e i Carabinieri non li trovarono.

C’è chi entra e chi no. La stessa sera, ormai rimasto solo lì davanti al Teatro del Popolo nella cosiddetta postazione 4, mi si avvicinò un’auto privata da cui uscì una famigliola. Un uomo sulla quarantina, una donna e un bambino coi ricci biondi che avrà avuto sì e no quattro anni. Mi avvicinai alle transenne che ci separavano, io dentro la zona rossa, loro fuori.

“Possiamo entrare? Abitiamo lì”.

“Mi dispiace, non posso farvi entrare se non siete accompagnati dai Vigili del Fuoco”.

“Ci metto un attimo, devo prendere alcune cose in casa. Davvero, due minuti”.

“Non insista, la prego”.

“Tanto ormai ci siamo abituati”.

Non mi ero accorto, ma la donna piangeva. E il bambino: “Mamma, non piangere”.

“Come ti chiami?” gli chiesi io.

“Luca”.

“C’hai la faccia da monello, Luca” gli dissi scherzosamente “vedrai che tra un po’ tornerai a casa”. Un sorriso, altre due chiacchiere e se ne andarono. Mi chiedo ancora perché risposi così, magari a casa non ci sono ancora tornati o forse non ci torneranno nemmeno. Forse a Luca non ho detto la verità e potevo risparmiarglielo. Non avrebbe dovuto esserci un funzionario pubblico lì a rispondere? Un Carabiniere, un Vigile urbano dietro le transenne e dietro la divisa? Invece c’era un volontario “forestiero” in borghese che si era permesso di dire di no a una famiglia che lì ci abitava da sempre.

A seguito di questo episodio decisi che piuttosto del vigilante sarebbe stato meglio fare il mio mestiere.

 

Durante l’estate i miei colleghi archeologi mi coinvolsero nel mettere in piedi laboratori per i bambini nei centri estivi della bassa. E’ una parte del nostro lavoro fondamentale e forse la più appagante. Nei campi di Massa Finalese e Cavezzo facevamo con i bambini vasi di argilla, così come si producevano all’epoca delle terramare, circa 3500 anni fa. Poi se li portavano a casa, i loro vasetti, qualcuno forse l’avrà pure cotto e messo in camera o in tenda. Dopo aver tanto sentito gli adulti raccontare di terremoto, stare con i bambini è tutta un’altra musica. Li ho visti manipolare l’argilla, prendere confidenza con la stessa terra che li ha spaventati, con la quale si fanno e si sono sempre fatti mattoni e case.

La cosa strana, è che più mi interessavo al dramma della bassa, più la frequentavo, meno mi interessavano gli articoli pubblicati sui quotidiani locali. E oggi quando vedo un servizio alla tv dai territori colpiti, cambio dopo pochi secondi canale. Sono diventati un prassi, un’abitudine per chi li produce e per chi li manda in onda. Finito l’entusiasmo. Finite le storie sul maxischermo. Chiuso il sipario. Al contrario i racconti delle persone comuni, lontane dal giornalismo e dall’informazione istituzionale mi appassionano come agli inizi.


Il posto fisso di Monti (di Stefano Grassi)

Mario Monti, posto fisso


Discussioni a Casa Lorenzini (di Elisa Toninelli e Francesco Tassi)

Erano gli ultimi giorni di luglio di un’estate che doveva ancora iniziare. La notte stellata, il suono dei tamburi dalla strada, il dolce sapore di un narghilè alla mela. Io e Fil. I soli reduci di questa casa Lorenzini, luogo di incontro e di dibattito sul senso del mondo e del vivere. Sessi, culture, paesi, fisicità diverse, costrette a confrontarsi e a capire, giorno dopo giorno, che nel mondo il nostro non è che uno fra i tanti modi di esistere. Io sono la coinquilina più anziana. Ricordo bene quando li vidi per la prima volta, Ahmed e Sasha.

Ahmed fu il primo ad arrivare, vestito di nero, tutto scuro, ombroso e rude nei modi, voleva quella camera subito. Io accettai di mostrargliela. Seguirono le sue chiamate insistenti per potere occupare il salotto nell’attesa che i vecchi inquilini se ne andassero. Poi finalmente occupò la sua camera e presto la casa si riempì dei segni della sua presenza: un narghilè, scarpette da calcio, musica araba, l’odore pregnante di dopobarba e il profumo di pollo alle patate e cipolle.

 Sasha, invece, alto e biondo, muscoloso e misurato, non sembrava nemmeno umano, ma un robot creato per uccidere. Con un vestito elegante, entrò dal portone e analizzò l’ambiente. Non si poteva leggere nei suoi occhi di ghiaccio quello che stava pensando quando entrò nella casa per la prima volta. Si guardava intorno dicendo: “Buono, tutto buono, quanto costa? Bene. Ciao!”. Bastarono due minuti e tre parole per concludere la trattativa.  All’inizio credevo che non sapesse parlare italiano, ma mi sbagliavo. Come presto scoprimmo sapeva usare il congiuntivo e, dopo qualche bicchiere di vodka, era perfino capace di comporre frasi al condizionale.

 Ahmed e Sasha: nulla poteva essere più diverso di loro. Ahmed, beduino arabo e cittadino israeliano, naso schiacciato, altezza media, un po’ tarchiato, moro con principi di calvizie, barbuto come solo come chi ha sangue arabo nelle vene può essere. Sasha, pugile e studente di italiano, era al contrario lo stereotipo perfetto del russo, con il suo naso rotto, i tatuaggi sui bicipiti, l’abbigliamento sportivo, l’accento slavo e l’amore per la vodka e le belle ragazze. Mi ricordava l’eterno sfidante di Rambo.

Russia e Palestina: niente di più differente, eppure costretti a dividere lo stesso tetto, a Casa Lorenzini.

“Fil, ti ricordi quella sera…”

Casa Lorenzini, 9 di sera.

Ahmed: “E’ pronto!!!! Filipp-poò dove sei?! “

Sasha annusa l’aria della cucina: “Cosa hai cucinato Ahmed?”

A: “Cucina araba! Ali di pollo, cipolla e patate!”

S: ”Vaffanculo Ahmed! Tu sempre pollo! Io voglio mia zuppa.”

Mentre Giorgia e Filippo si siedono a tavola, Ahmed serve il cibo nei piatti.

Sasha apre il frigo.

S: “Dov’è mia zuppa?? Stupidissimo arabo hai mangiato ancora mia zuppa! Vaffanculo! Tu capisci nulla!!”

A: “Mannaggia, mannaggia! Io non sono ladro.”

Filippo: “Cosa hai messo nella zuppa Sasha?”

S: “Poco: Olio, pollo, anice, cipolla, aglio, peperone, melanzana, mela, pera, patata, ketchup, senape, maionese, maiale…”

A: “Maiale???”

S: ”Maiale, dà!”

A: “Ah mannaggia mannaggia, ho mangiato maiale! Andrò in inferno!”

S: “Stupidissimo Ahmed. Che cosa dici?”

A: “Maometto dice non mangiare maiale, non è puro! Haram, Haram! I musulmani non mangiano maiale! Allah akbar, perdonami!”

S: “Maometto non è qui che ti guarda! Bevi birra, da?”

A: “NO!!! Alcool non si può bere! Senti! Tu devi capire! Corano dice no maiale, no alcool, no sesso prima di matrimonio!”

S: “Che ti importa di Corano? Io credo che, come si dice, uomino schiavo della religione. Dov’è Dio? Io non lo vedo. Dio Dio. Io sono Sasha, io sono il mio Dio! Io faccio cosa voglio. Io mangio cosa voglio, bevo birra, vodka. Faccio festa e scopo quanto voglio! “

A: “No! Noi non facciamo così! Tu chiedi moglia a padre, un anno fidanzati e poi ti sposi, fai bambini. Io ho già casa pronta, pecore tutto! Il mio sogno è portare moglia nella casa di mio padre e fare famiglia grande come le stelle nel cielo.”

S: “Famiglia è uno schifo! Giovane scopare, fare festa. Poi trenta anni, vado in isola deserta per dieci anni, io e mia vodka. Imparo sopravvivenza, rissa con scimmia, come in quel film, come si chiama, ehm… inglese, Cast Away , conosci? Poi torno in Russia e forse sposo, ma non fare bambini, bambini fare tanta merda, quindi bambini è schifo.”

A: “Vedi Sasha tu non capisci! Bambini sono la cosa più bella. Io voglio fare pedatra, voglio avere tanti bambini! Ahmed II, Mohamed, Aisha, Fatima e ultimo Moyad, come mio nonno.”

S: “Si, ma Tu bisogna prima mettere tuo arnese in pesca (equivalente russo della nostranam“patata”)!!”

A: “No! Prima moglia! No fare come italiane.”

Giorgia: “Ma Linda? La tua fidanzata Ahmed, non è italiana? Cosa ne pensa di questo?”

A: “Lei stupida, voleva solo scopare, io lasciata.”

S: “Tu ricchione arabo! Tu devi fare come me! “

Tin-tin-tin-tin , suona un telefono.

F: “Ehi Sasha, quale delle tue ragazze è questa volta?”

S: “L’ australiana, c’è festa in Discoteca Barone Rosso, poi dopo casa sua. Lei stupidissima, solo cazzo in sua testa!”

Sasha si picchia colpi nella testa.

Din-don, Filippo va a rispondere al citofono.

Filippo: “Chi è?”

Voce esterna: “Sono Sayuri! C’è Sasha?”

F: “Sasha, è la ragazza coreana!”

S: “Dille di tornare domani. Già con l’australiana questa sera.”

Sasha è pensieroso…

Giorgia: “Sasha perché sei così pensieroso, stai filosofeggiando?”

S: “Si, filosofia del cazzo. Io stupidissimo… Potevo scopare tutte e due! Ah ah ah!”

Ahmed: “Mannaggia mannaggia! Bella vita Erasmus, tutte puttane. Solo pensare a divertimento.”

S: “Cosa è Erasmus? Io sempre sento parlare di Erasmus, cazzo è Erasmus?”

Filippo: “E’ un periodo di studio che si svolge in un’università europea diversa da quella in cui sei iscritto”.

S: “Ah si conosco. Ma Erasmus in Russia nessuno fa!  Io voglio Erasmus in Siberia! Mosca-Siberia è dodici ore di treno! Ahahah! Erasmus vaffanculo!”

A: “Russia?! Ah chi vuole fare Erasmus in Russia? Freddo, cibo cattivo e musica brutta.”

S: “Russia ha musica bellissima! Leningrado’s cowboys, Peter Nalich, per esempio!”

Sasha fa partire la musica dal pc.

S: “Questa è musica! Non quella che ascolti tu! “

A: “Io ascolto solo musica che capisco.”

Giorgia: “Nemmeno gruppi famosi come i Rolling Stones?”

A: “No, non mi piace.”

Filippo: “Nemmeno cantanti italiani? Celentano, Bocelli, Pavarotti…”

A: “Pfiu! Mai sentiti io ascolto solo musica araba. Ascoltate!”.

Musica proviene dal cellulare di Ahmed e si sovrappone alla musica di Sasha.

S: “Questa è merda! Vaffanculo arabo io vado a fare festa, io vado al Barone e lascio solo con tua musica! Ciao!”

Filippo: “…eh già Giorgia quella cena è stata indimenticabile. Quei due discutevano sempre, eppure riuscivano a condividere la stanza, riuscivano a capirsi in quell’italiano inventato che noi due non abbiamo mai decifrato. E poi, se ricordi, la mattina in cui Sasha è partito per tornare in Russia si sono abbracciati. Nonostante i litigi, nonostante le diversità avevano imparato a volersi bene.

Gli ho visti in cucina una sera sul balcone mentre parlavano e fumavano il narghilè come stiamo facendo noi adesso. Parlavano del loro paese e sorridevano. Nujudat e Mosca. Isreale e Russia. Ahmed parlava della sua famiglia e Sasha dei suoi amici. Sasha parlava del freddo gelido dell’inverno russo e Ahmed gli descriveva il caldo soffocante dell’estate nel deserto. Parlava anche della guerra e delle ingiustizie che accadono nel suo Paese. Sasha che ha sempre fatto la parte del più forte allora ha cambiato espressione in quel momento. Gli occhi brillavano ad entrambi sotto il cielo stellato. E sotto quelle stelle infinite sembrava che la loro diversità fosse solo un questione di punti di vista. Abbiamo bisogno di sapere chi siamo ed è solo condividendo la nostra vita con chi è diverso da noi che possiamo impararlo.”

Giorgia: “Già, ben detto Fil. Ma io sono stanca e vado a dormire… Sai una cosa? Ora che quei due se ne sono andati e tutto è tornato tranquillo mi viene da pensare che questa casa non sarebbe la stessa senza di loro… Siamo stati fortunati e vivere insieme a loro anche se è durato poco. Mi hanno fatto scoprire due mondi nuovi e un ponte che li collega.”


Appennino on the road: le mummie nella cripta

Il mestiere dell’archeologo conserva intatto il fascino di un tempo, benché nutrite schiere di costruttori e politici abbiano negli anni tentato di sottrarglielo, dipingendolo come il “guastafeste” che di fronte all’incedere del progresso cementizio innalza barricate di cocci, ossa e cianfrusaglie inutili. Ovviamente, siamo tutti d’accordo sul fatto che di cinema multisala, centri commerciali e parcheggi siamo colpevolmente difettosi e si debba moltiplicarne il numero per  evitare disagi insostenibili per la collettività…

Mentre in città fra cerimonie e polemiche si inaugura il Novi Ark, il parco archeologico che ospita le antiche spoglie di una Modena oggi convulsamente impegnata a trovare parcheggio al minor prezzo possibile, in una graziosa località dell’Alto Frignano apre una mostra su di un ritrovamento forse meno appariscente, ma che si può certamente definire unico per l’archeologia europea:  si tratta delle 60 mummie (circa) rinvenute nella cripta della piccola chiesa di San Paolo a Roccapelago circa un anno e mezzo fa.

Si badi bene, qui non si parla di corpi artificialmente mummificati –come quelli egizi, per intenderci, o quelli delle Catacombe dei Cappuccini a Palermo; in questo caso, siamo di fronte ad un processo di mummificazione messo per così dire in atto dal microclima fresco, secco e areato che era venuto a formarsi nella cripta. Ciò ha evitato la decomposizione che normalmente interessa le inumazioni. Dei 281 corpi rinvenuti nell’ambiente sotterraneo della chiesa di Roccapelago,  però, solamente una sessantina hanno conservato pelle, capelli, tendini e sudario funebre; degli altri rimane invece solamente il duro scheletro, privo di qualsiasi materiale organico.

Rosalia Lombardo

Il cadavere mummificato di Rosalia Lombardo nelle Catacombe dei Cappuccini a Palermo

A differenza di molte altre scoperte archeologiche divulgate al grande pubblico, questa delle mummie di Roccapelago non deve la sua importanza ad una datazione particolarmente antica dei reperti, o alla ricchezza dei corredi funebri: la camera mortuaria comune fu infatti utilizzata tra il 1500 e il 1700 per seppellire gli abitanti di umili origini del borgo. La sua eccezionalità risiede invece proprio nelle incredibili condizioni di conservazione del deposito, che consentono al team di archeologi e antropologi che ha in studio il materiale di ricostruire le condizioni di vita, l’alimentazione, le patologie, i traumi, i tentativi di cura di una piccola comunità dell’appennino in quei due secoli cruciali che separano il medioevo dal cosiddetto “secolo dei lumi”.

Potrei dilungarmi sulla storia del castello di Roccapelago, poi trasformato nella suddetta chiesa di San Paolo, e sulle vicende tumultuose di Obizzo da Montegarullo, il più celebre e potente dei signori del Frignano, che presidiò a lungo la rocca durante la sua ribellione contro gli Estensi. Ma preferisco che approfondiate la sua storia direttamente a Roccapelago, nel caso visitaste il piccolo museo in buona parte a lui dedicato, che accoglie oggi anche la mostra delle mummie; vi basti tuttavia sapere che nelle cronache di Giacomo Delayto pubblicate poi da Ludovico Antonio Muratori nel tomo XVIII dei Rerum Italicarum Scriptores Obizzo è definito “uomo senza onestà, violatore della fede, dimentico dei benefici ricevuti dagli estensi. Di ingegno torbido ed inquieto”. Bè, che dire di più? La Chronica nova illustris et magnifici Domini domini Nicolai marchionis Estensis di Delayto è peraltro conservata in due codici della Biblioteca Estense di Modena: il manoscritto α. H.4. 1: Annales Estenses de gestis Nicolai Estensis ab anno 1393 usque ad annum 1409.

La mummia del Similaun al Museo Archeologico di Bolzano

Qualora poi, dopo aver visitato la mostra, rimaneste sedotti fascino macabro delle mummie o dal valore scientifico di defunti così ben preservati, vi consiglierei di visitare il museo archeologico di Bolzano, dove di mummia ce n’è una sola, ma rappresenta forse l’esempio più importante al mondo.
Parlo del corpo mummificato (anche in quel caso per un fenomeno naturale) di quello che è stato chiamato Ötzi, l’uomo del Similaun, vissuto (e passatoanche a miglior vita) nell’età del rame, 5000 anni fa, quindi in epoca ben più remota delle nostre mummie di Roccapelago.

Comunque, sia che a riportare in luce resti sepolti sia la benna di un escavatore che splatea un paio di ettari di parco cittadino, sia che si tratti della mano di un archeologo che solleva una lastra di pavimento di una cripta inconsapevole di cosa troverà al di sotto quando farà passare la torcia nell’apertura,sempre archeologia è; una disciplina sconfinata che nonostante il velato discredito che le viene attribuito (salvo poi corteggiarla, quando si tratta di incassare consenso elettorale), può costituire il percorso interiore che ciascuno di noi può seguire per sapere di più e occupare il tempo libero in qualcosa di tanto poco costoso quanto estremamente stimolante.

Se poi preferite rimanere al caldo cittadino a guardarvi le repliche di Voyager, non aspettatemi a cena e salutatemi Giacobbo.

http://www.roccapelago.it/mostra-antropologica.html


Questione asili a Modena. I sindacati uniti contro la giunta

Si apre una nuova fase di scontro tra i sindacati e la giunta sulla questione asili. Il Rasoio aveva seguito la vicenda si dai suoi esordi sulla scena cittadina:

 “Privatizziamo gli asili? E dopo gli asili…” (28 febbraio 2012)

  “Resoconto del confronto pubblico sull’emergenza asili a Modena” (7 marzo 2012)

Per dovere di cronaca, oggi pubblichiamo il comunicato congiunto dei sindacati uscito qualche giorno fa.

FP/CGIL           FP/CISL            UIL/FPL          CSA          DICCAP

MODENA

comunicato stampa 26/6/2012

FONDAZIONE CRESCI@MO: I SINDACATI CONTRARI A DIVERSO CONTRATTO E ALLE MODALITÀ DI ASSUNZIONE DEI DIPENDENTI

Dopo aver più volte negato che il passaggio di quattro scuole comunali dell’infanzia alla Fondazione Cresci@Mo serviva per risparmiare sul costo del lavoro e per avere mano libera sulle assunzioni, il Comune di Modena ha gettato la maschera!

Mesi fa, quando il Comune ipotizzava di appaltare le scuole, genitori e organizzazioni sindacali si opposero paventando lo scadimento della qualità per effetto della forte penalizzazione economica per gli assunti diretti della Fondazioni che il relativo trattamento contrattuale avrebbe comportato: quando la differenza di salario è ampia, è normale che il personale con più capacità cerchi di migrare verso diverse e più gratificanti realtà professionali, con buona pace della continuità didattica. Un dignitoso inquadramento economico è quindi la leva per garantire qualità e continuità. Le affermazioni del Comune di Modena facevano pensare che i lavoratori assunti dalla Fondazione avrebbero avuto il medesimo inquadramento dei dipendenti del Comune: parliamo di salari nell’ordine del 1100 euro netti al mese, tutt’altro che faraonici considerata la delicatezza del servizio che questo personale svolge.

Nell’incontro del 22 giugno scorso, l’Amministrazione ha comunicato alle organizzazioni sindacali il CCNL che intende applicare ai lavoratori della neonata Fondazione il CCNL scuole private Aninsei applicato da Confindustria, che oltre a creare disomogeneità con i colleghi comunali, prevede esattamente la metà delle ore (100 anziché 200) per formazione, programmazione attività didattica a rapporti con i genitori. Aggiungiamo che pur essendo il CCNL Autonomie Locali non particolarmente oneroso e fermo da anni, con il contratto Aninsei  a un’insegnante di scuola d’infanzia si garantisce appena la possibilità di arrivare a 900 euro al mese e saranno chiari gli scopi del Comune: risparmiare sulla pelle dei lavoratori, erogando salari non dignitosi.

Mesi di promesse sul mantenimento del modello educativo modenese, di impegni sull’omogeneità di insegnamento, di garanzie per il personale, si sono sciolte al primo sole dell’estate: personale  qualificato o con anni di esperienza, che garantisce per 8 ore al giorno educazione ed insegnamento ai piccoli modenesi, non merita nemmeno da lontano 1.000 euro al mese. Ed a poco vale la promessa di un sostanzioso contratto integrativo: per arrivare ai 1.200 euro scarsi di un’insegnante comunale servirebbe un aumento di oltre il 30%, cifra che il Comune evidentemente non intende certo mettere sul piatto.

Ma non è tutto: al momento di assumere, trattandosi formalmente di un soggetto privato, la Fondazione non costituirà alcuna graduatoria in base al merito individuale, bensì assumerà di volta in volta la persona ritenuta più consona. Immaginiamo che giovani ragazze a “rischio maternità” o 50enni a “rischio mal di schiena” non saranno ritenute particolarmente consone…  Non è nemmeno previsto nessun meccanismo di valorizzazione in termini di punteggio di chi ha lavorato negli ultimi anni presso le scuole comunali di Modena, altro elemento che, secondo le promesse, si sarebbe dovuto tenere in considerazione in modo da garantire in modo chiaro e trasparente l’auspicata continuità didattica .

Pur essendo un soggetto interamente partecipato dal pubblico e pur utilizzando solamente denaro pubblico, la Fondazione non darà alcuna garanzia (al contrario di quello che gli enti pubblici sono obbligati a garantire) di merito al personale che parteciperà alle selezioni, in quanto, appunto, non vi sarà alcuna graduatoria pubblica. Adesso risulta anche più chiaro perché il riferimento a Confindustria sia stato ritenuto più idoneo, e non tanto per ragioni di efficienza, ma per la discrezionalità, da esercitarsi, non con proprio denaro come fa l’imprenditore privato, ma con quello dei cittadini. Per i Sindacati i meccanismi di selezione devono essere trasparenti, prevedere delle graduatorie che valorizzano i singoli!

Tutto questo è inaccettabile. Ed offusca anche l’unica buona notizia, e cioè l’assunzione a tempo indeterminato del personale insegnante. Sarebbe una bella notizia, ma quanto vale un posto fisso? 250 euro netti in meno al mese? 6 giorni di ferie in meno? Minori tutele sulla malattia? Meno trasparenza sulle assunzioni?

Abbiamo chiesto al Comune di Modena, e lo ribadiamo con questo comunicato, di rivedere la propria scelta, tanto del contratto di applicazione quanto delle modalità di assunzione. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad individuare insieme gli strumenti per garantire gli operatori cercando al contempo di non appesantire la spesa per le casse comunali.

Altrimenti sarà chiaro a tutti che non è iniziato un virtuoso esperimento di nuove e più moderne forme gestionali dei servizi all’infanzia (come è stato detto ai modenesi negli ultimi mesi) ma semplicemente una rozza privatizzazione della quarantennale storia delle scuole comunali sulle spalle di lavoratori e lavoratrici che già oggi faticano ad arrivare a fine mese. Con buona pace di chi a questo esperimento aveva creduto davvero.

Segreterie provinciali Fp/Cgil,   Fp/Cisl,   Uil/Fpl,   Csa,    Diccap     Modena


Zone Rosse: Campagne e capannoni (San Felice s.P., Mirandola e dintorni)


Foto di Claudio Cavazzuti


Zone rosse: Cavezzo

Foto di Claudio Cavazzuti


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