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It’s a long way to the coast. La strada finisce sul bagnasciuga

28 aprile, Los Angeles. La strada finisce qui, sul bagnasicuga di Venice Beach. Qualcuno come noi è arrivato in auto, altri in Greyhound, altri in motocicletta o in autostop. Alla fine dopo quasi tre settimane e 6500 chilometri percorsi io e il dottore possiamo definirci non tanto stanchi, ma svuotati, quello sì.

L’attraversamento di un paese come gli Stati Uniti ti fa sentire piccolo. Ti fa pensare che tutto ciò che avevi visto prima era più piccolo e di bellezza nemmeno lontanamente paragonabile. Di una bellezza che ti riempie fino a farti trabordare per poi lasciarti vuoto come una bottiglia dopo la festa.

Molti europei e italiani di un certo grado culturale nutrono un sottile disprezzo per gli Stati Uniti a e gli americani che si badi bene sono due cose diverse, come l’Italia dagli italiani. Poi magari in America, in America, o al più ci hanno portato la moglie per Natale a New York. Poi magari in macchina ascoltano Bob Dylan, Patty Smith, o i Creadence Clearwater Revival. E una coca-cola, ogni tanto se la fanno, lontano dagli occhi indiscreti. Io e il dottore lasciamo a loro manie di persecuzione, convinzioni e l’autocompiacimento eurocentrico.  Se però qualcuno avrà la possibilità di viaggiare da una costa all’altra, capirà perché  c’è una bandiera a stelle e strisce ad ogni angolo e finanche nel deserto.

Capirà perché qui è nato il blues, il jazz e il rock’n'roll e perché è stato possibile esportarlo nel mondo. Capirà anche, venendo a Los Angeles, perché il rock’n'roll è finito nella città che è stata una delle sue culle.

Los Angeles ha il fascino della città decadente. I suoi tempi illuminati sono finiti da almeno 20 anni. La sostanza è morta, pur sopravvivendo la forma. E i soldi. Soldi a non finire. Tutto a L.A. gira intorno ai soldi. La Downtown, il centro della città, ospita una decina di grattacieli e tutti sono di banche. Si guardano l’un l’altro fottendosene di cosa succede intorno. In Italia il centro è la piazza, con la chiesa e il comune. A L.A. sono le banche. Ma Los Angeles non è l’America e la downtown non è Venice Beach.

Città del cinema, L.A… Ovunque ci sono i manifesti di The Avengers. Niente da dire sui film che parlano di eroi dei fumetti (il mio preferito è Iron Man), ma pensare a certi grandiosi film del passato girati agli Studios viene la pelle d’oca. Caduti piuttosto in basso.

Uguale per la musica.  Passeggiando sul Sunset Boulevard trovereste tutti i locali della storia della musica moderna. Il Whisky a Go Go, il Rainbow, il Roxy. Al Whisky a Go Go, dove hanno suonato i Doors, gli Who, Frank Zappa, i Toto, Otis Redding,  i Ramones, i Led Zeppelin, i Guns’n'Roses e chi più ne ha più ne metta oggi state certi che 9 volte su 10 vi becchereste dei ragazzini “college rock” a pagamento. Voi pagate 10 dollari. E loro chissà quanti per salire su quel palco. Se vuoi suonare al Whisky, oggi, paghi e la qualità è ovviamente non garantita. Un po’ come a Sanremo giovani.

Qui in California, diversamente dal Mississippi, si è andati avanti, benché la direzione non sia proprio quella della prosperità artistica. Abbandonata l’inluenza del blues nero, il rock ha preso la sua strada bianca. Per questo forse rap e hip-pop hanno dilagato, occupando lo spazio che prima era del rock’n'roll che da Elvis in poi aveva contribuito a sanare un conflitto etnico sanguinoso. Alla Sun Record di Memphis, il produttore discografico Sam Phillips, aveva pensato che Elvis avesse la voce giusta per abbattere quel muro profonda e aggressiva come quella di un nero, ma armonica e dolce come quella di un bianco.  Messa sopra le dodici battute blues del delta del Misissippi MI-MI-MI-MI-LA-LA-MI-MI-SI-LA-MI-MI e al ritmo più andante del country bianco di Nashville ne veniva fuori la sintesi perfetta.

Dopo tante riflessioni che non basta un blog intero per contenerle, e dopo un bagno di libertà nell’oceano io e il dottore vi ringraziamo se ci avete seguito in questo viaggio e ci apprestiamo a raggungervi nel Vecchio Continente, e a tornare  a casa.


It’s a long way to the coast: perché l’America è un grande paese.

Ci sono due ragioni per cui l’America è un grande paese. Il primo che è giovane: giovane rispetto a tutti quelli del nostro caro Vecchio Continente. Il secondo motivo è perché gli americani, o meglio i reietti della vecchia Europa che vi approdarono almeno quattro secoli fa la hanno conquistato nel vero senso della parola.

Tralasciamo i giudizi: ogni conquista implica dei morti. Così è stato per i nativi. Così è stato per gli schiavi deportati dall’Africa sulle navi negriere. Se dovessimo però applicare questo metro di giudizio, quello delle vite spese per la conquista, per i diritti calpestati allora noi europei saremo gli possiamo “vantarne” più di tutti gli altri.

I coloni europei conquistarono le paludi della Lousiana fondando New Orleans, ma gli americani oggi l’hano ricostruita dopo l’uragano Katrina. Hanno domato il deserto del Texas, del Nevada, del New Mexico o dell’Arizona. Hanno costrutio ferrovie e strade nei luoghi più desolati e impervi del pianeta. Hanno scavato pozzi di captazione nei luoghi più aridi, costruito ponti su fiumi della portata del Mississippi. Hanno reso percorribile ogni tratto del continente, da costa a costa. In tre secoli.

Per questo il viaggio e in particolare quello da costa a costa per gli americani è sacro, perché averlo reso possibile è costato fatiche indicibili. Ovunque siamo approdati, dalla Georgia all’Alabama, dal Texas all’Arizone, tutti ci hanno chiesto con rispetto da dove venivamo e dove eravamo diretti. Ci hanno chiesto se avevamo visitato quella o quell’altra bellezza del territorio, come se ci invitassero ad entrare in casa loro. Il tutto sorridendo e augurandoci buon viaggio.

Siamo a 2258 miglia percorse. Ogni miglio di strada sembrava fosse stato costruito per noi. Ogni bellezza, naturale e artificiale, anche la più isolata, viene mantenuta nella più severa pulizia e ordine. Valore. Per gli americani la propria terra (ancor prima che il proprio paese) è sacra. Forse perché se la sono conquistata.

Per questo oggi le foto le dedichiamo alle strade, le highway, che una volta si chiamavano routes, rotte, e che -forse non lo sapevate- negli Stati Uniti si possono adottare.


It’s a long way to the coast: Europa+Africa+America=New Orleans

15-16 aprile, New Orleans. Dopo le campagne del Mississipi e dell’Alabama e 60 miglia di paludi (bayou) inestricabili siamo arrivati in città, una delle più antiche degli Stati Uniti. New Orleans ha una storia di quattro secoli ma a renderla unica è soprattutto una cosa: la musica. Ad ogni angolo. Sarà forse perché siamo capitati durante il French Quarter Festival che colora le strade del quartiere più antico della città, che prima fu spagnola, poi francese e infine venduta da Napoleone alla giovane confederazione americana.

New Orleans è un crogiolo, un coacervo, talvolta persino un’accozzaglia di culture. Come esse si siano fuse, rimane un fatto inspiegabile. Le dominazioni possono risultare indigeste da chi le subisce al tempo presente, ma è ad esse che va tributato il ritmo inarrestabile della città. Fatto sta che come accade un po’ ovunque in America tutte queste culture hanno imparato a convivere e a trasofrmare in virtù un passato tempestoso. C’è dell’Africa, dell’Europa, del Centroamerica: i continenti occidentali del pianeta si sono dati appuntamento a New Orleans.

Si diceva della musica, che è un po’ il leit motiv del vaggio mio e del dottore. Tutti sanno del Jazz ma a New Orleans potete trovare anche delle forme più particolari come il Cajun o la Zydeco, oltre che il più noto blues del delta, portato a sud da Clarksdale al golfo del Messico dal Mississippi. Trombe, tromboni, bassi-tuba, clarinetti, chitarre, banjos, dobros, armoniche, percussioni di ogni tipo occupano la strada fino a tarda notte. Niente spartiti, niente programmi, niente permessi, niente polizia, niente vicini con il mal di testa. Tutto nella più completa libertà.

Le foto certamente non suonano, ma usando un po’ di immaginazione…non lo sentite il Jazz di Bourbon Street?


It’s a long way to the coast: scendendo lungo il Mississippi

New Orleans, Louisiana, 14 aprile. Il viaggio è cominciato dalla Georgia, per poi toccare altri cinque degli stati del sud: Tennessee, un lembo di Arkansas, Mississippi, Alabama e infine la Louisiana.

Ho troppe cose negli occhi e troppo blues nelle orecchie per poter ragionare e raccontare quacosa di coerente. La scienza e il metodo, il programma e le tabelle di marcia sono andate a quel paese, portate via dai flutti del grande fiume. Il Mississippi è la presenza che ci ha accompagnato in questa prima parte di viaggio. E insieme a lui la musica, il blues del delta: una volta che quelle dodici battute ti sono entrate dentro non c’è chirurgo che te le possa cavare via.

Memphis con la sua Beale Street è uno schiaffo in faccia al nostro italico perbenismo da parrocchia e alla rigida compostezza del socialismo reale. Rock’n'roll e blues all night long. D’altra parte cosa ti aspetti dalla città di Elvis, patria della Sun Records, la casa discografica di Elvis, Johnny Cash o Jerry Lee Lewis?

La polizia ci perquisito prima di entrare a Beale Street. Puliti, quindi dentro! E una volta dentro, non c’è bisogno di alcol, droghe o minigonne per fare serata. C’è l’atmosfera e la musica in strada.

Dopo una delle più belle notti della mia vita a Memphis, ci aspetta il Mississippi, ma non solo il fiume, anche lo stato. Tappa a Clarksdale dove è nato tutto.

Tutti da queste parti sanno che una notte a Clarksdale, Mississippi, all’incrocio tra la 49esima e la 61esima Robert Johnson incontrò il diavolo che in cambio della sua anima, gli concesse il talento per la chitarra che lui, chitarrista mediocre, non possedeva. A 26 anni, in onore di quell’incrocio, registrò il suo primo e ultimo disco, Cross Road Blues che raccoglie tutti i suoi brani e fu il big bang in seguito al quale il Blues, il Rock’n'roll, il Soul ebbero origine.

Un anno più tardi, nel 1938, il diavolo venne a riscuotere la sua anima e se lo portò via. Forse non fu il diavolo, ma un suo emissario. Forse fu il marito geloso di una donna avvenente ad avvelenarlo con la stricnina in una bottiglia di whiskey dalla quale bevve mentre suonava in un juke joint di Greenwood. A qualunque di queste storie crediate una cosa è certa: Robert Johnson aveva 27 anni, quando morì. Dopo di lui i 27 furono fatali ad altre grandi star del rock’n'roll, Jimi Hendrix, Brian Jones degli Stones, Jim Morrison, Janis Joplin, Kurt Cobain e recentemente Amy Winehouse.

Io e il dottore mio compagno di viaggio, invece, di anni ne abbiamo già 30, quindi siamo già fuori portata e non abbiamo più l’età per uscire di scena da grandi bluesman o rockstar. Un motivo in più per continuare il nostro viaggio verso sud, verso New Orleans dove siamo infine arrivati, attraverso le grandi paludi della Louisiana, ultima tappa al di qua del Mississippi prima di scavalcarlo e affrontare il grande West.

Vi aspettavate qualche cosa su New Orleans? Prossima puntata: It’s a long way to the coast: Europa+Africa+America=New Orleans


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello (di Valentina Morsiani) – HANAMI

Oggi si vola lontano, verso oriente.

Vi porto in un posto che mi attrae come fosse una calamita potente e mi affascina come fosse un mistero intrigato, dove la forza è unita alla poesia, la lealtà alla vita e la storia al contemporaneo.

Giappone, una terra che sta rinascendo un’altra volta dopo un altro disastro. Lo fa in silenzio, lavorando, innovandosi, ma col tentativo di mantenere sempre il sapore dell’antichità, le contraddizioni che ne derivano sono notevoli e lo fanno apparire un luogo ancor meno comprensibile. La diversità di quella cultura è quasi inaccessibile, ci si può avvicinare solo in punta di piedi e passo passo, con perseveranza, si inizia a scalfirne la riservatezza. E’ un popolo che si esprime in architettura, musica, moda, letteratura, cucina, attraverso uno stile preciso, riconoscibile, inconfondibile e questo è il chiaro messaggio di appartenenza ad una radice profonda. E’ un’espressione sintetica, senza sovrastrutture, chiara e che sa raccontare la complessità senza il bisogno di renderla palese. La cura del dettaglio e l’utilizzo di poche linee caratterizzano ogni aspetto della produzione creativa nipponica, e l’armonia che ne scaturisce si porta con sé qualcosa di magico. La tecnologia di accessori informatici, treni, tecniche costruttive, convive con la filosofia dell’Ikebana e i grattacieli con i giardini minimalisti e stracolmi di significati. La spiritualità è inscindibile dal mondo naturale, i luoghi sacri sono legati alle piante e all’acqua, e i colori si amalgamano come su nessuna tela.

Il momento in cui l’incantesimo diventa tangibile è la fioritura dei Sakura (ciliegi) e dedicare tempo all’Hanami, l’ammirazione dei fiori, dona la pace che la bellezza sa racchiudere in sé. In Giappone la natura è trattata come un’opera d’arte e lo è, è la madre dell’arte.


It’s a long way to the coast. Cronache di un viaggio americano.

Dovevano essere circa le otto e mezza di un mattino dello scorso novembre e mi trovavo sul treno verso Roma dove periodicamente mi reco per lavoro. A turbare il mio scomodo dormiveglia interviene perentoria una suoneria di cellulare. Non realizzo subito che si tratta del mio, ma ripresomi, lo estraggo in fretta con la certezza che, data l’ora, non sto certo per rispondere ad una telefonata di cortesia. Quando vedo che a chiamare è il mio amico dottore mi piglia un po’ l’ansia. Non vorrei mica fosse successo qualcosa di grave, tanto più che sono quasi a Roma, e pare azzardato chiedere al macchinista di fare retromarcia per Modena.

Pronto

Ciao, sono io. Senti, devo proporti una cosa

Sono tutto orecchi” (ero già visibilmente preoccupato)

Io e te dobbiamo farci un viaggio

Dove?

In America” (quando si dice America e basta, si sta dicendo Stati Uniti)

Bene. Quando?

Ad aprile

Ok. Tienimi informato per i dettagli

Bene. Ciao, caro

Ciao

A qualcuno sembrerà bizzarro che sia successo tutto così, in meno di 20 secondi. Certe decisioni impegnative normalmente richiedono più calma. Normalmente. Ma per noi due la categoria di normale è applicabile solo alla statistica. E se vogliamo affidarci alla statistica, considerando che ci conosciamo da 27 anni, si può dire che abbiamo trascorso esattamente il 90% delle nostre esistenze assieme (vi lascio così al calcolo proporzionale della nostra età anagrafica). E ciò è tutto meno che normale. Mettici anche che aprile era sufficientemente lontano e ancora sgombro da impegni. Mettici pure che ultimamente il mio fondoschiena ha fatto troppa amicizia con una sedia da ufficio e i miei occhi con lo schermo del PC. Insomma, alla luce di tutto ciò la proposta del dottore alla fine riscosse un certo successo.

Le settimane seguenti le abbiamo occupate a definire il percorso: Atlanta-Los Angeles. Quante miglia? circa 3000. Il mezzo: una Chevrolet Aveo da noleggiarsi all’aeroporto di Atlanta. Stati attraversati? 9: Georgia, Alabama, Mississippi, Louisiana, Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, California. Tempo concesso? 18 giorni.

Buttando l’occhio sulla carta geografica del Nord America non sembra poi tanta strada. In realtà ci accingiamo ad attraversare un continente, coast to coast. Come ogni mito, il viaggio dalla costa atlantica a quella pacifica degli Stati Uniti d’America si porta dietro un bel po’ di retorica. Per questo non voglio farmi tanti viaggi mentali. Sarà perché non son figlio di dottori, ma alle massiccie dosi di metafisica che si sparano certi intellettuali preferisco la realtà. E siccome la realtà e il presente hanno il brutto vizio di fuggire in tutta fretta sia dalla pelle che, prima o poi, pure dalla memoria, ho deciso che questo giro tengo un diario. Documento. Non prometto niente, ma giuro che ci provo.

SMS del dottore. 13 gennaio. Ore 2:40 p.m.

Prima degli altri continenti Dio ha fatto l’America. Poi, stanco com’era, l’ha guardata bene, s’è preso una vacanza e s’è sparato un coast to coast”


Articolo 18: Il gattopardo non muore mai, la Costituzione e i diritti, purtroppo, sì (di Mario Zaccherini)

All’interno del grande dibattito che appassiona gli italiani, relativamente all’articolo 18, forse sta sfuggendo un particolare molto importante. L’articolo 18 non è solo una norma a tutela dei lavoratori, ma qualche cosa di decisamente più importante e centrale per la nostra democrazia. È quello strumento che trasforma una visione del Mondo, sulla carta nel Mondo stesso.È lo strumento che permette all’art. 1 della Costituzione di prendere forma e vita.

Come tutti ricordiamo l’Art.1, comma 1, sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non servono traduzioni. I legislatori avevano ben chiaro un concetto, il primo concetto: democrazia e lavoro sono i due cardini fondamentali della nostra Repubblica nata, non dobbiamo mai dimenticarlo, sulle ceneri del fascismo, della guerra, delle ingiustizie ed anche dei rapporti di produzione di tale sistema.

È molto importante aver ben chiaro quanto sopra, perché democrazia non significa solo poter scegliere chi delegare come amministratore, ma anche avere la possibilità di vivere in un sistema che metta in condizione il cittadino di poter sempre esprimere liberamente il proprio pensiero in tutti gli ambiti della vita. Non a caso l’Art. 3 (comma 2) riprende con forza questi ragionamenti nell’affermare “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ed ancora l’Art 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Siamo arrivati al punto: la Costituzione non solo individua Democrazia e Lavoro come le basi della nostra Repubblica, ma va oltre nel dare alla Repubblica il compito di creare le condizioni, affinché l’ordine economico non sia ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Per la Costituzione i cittadini hanno il DIRITTO al lavoro, e quindi alla democrazia ad essa associata, e, nel secondo comma dell’Art.4 afferma che ogni cittadino ha il DOVERE di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Abbiamo il DOVERE, non la sola possibilità, di concorrere al progresso materiale o spirituale della società.

Partendo da questo richiamo si comprende come noi cittadini non possiamo nasconderci su un tema che rischia di vanificare i dettami costituzionali ed indebolire la già fragile democrazia italiana. Dobbiamo ricordare che tutti i princìpi richiamati dalla Costituzione hanno trovato forma nei decenni successivi alla stesura, in particolare Lavoro e Democrazia si sono coniugati solo nel 1970 nella famosa legge 300 (Statuto dei Lavoratori), condensando nell’Art.18 i valori di giustizia e democrazia. La Legge 300 non nasce come ostacolo nei confronti del mondo imprenditoriale, ma per dare quelle tutele indicate dalla Carta. Nasce per impedire che i licenziamenti di massa politici, avvenuti negli anni ’50 e ’60, possano ripetersi nuovamente. Per i più giovani è giusto segnalare che in tali anni era sufficiente essere comunista, o iscritto ad un sindacato di sinistra, per essere espulso dall’unità produttiva. Su tutti i casi Cogne Imola o Ducati.

I detrattori dell’Art.18 sostengono che tale norma impedisca alle imprese di allontanate i “fannulloni” e, nei momenti di crisi economica/produttiva, di ridurre il personale. In realtà queste posizioni sono palesemente false in quanto, Art.18 o non Art.18, le imprese da sempre, avendo in mano documentazioni oggettive, possono licenziare i lavoratori che si macchiano per furto, rissa o per giustificato motivo soggettivo (i fannulloni). Prima di entrare nella nuova normativa ritengo giusto rendere la fotografia del paese, per collocare le modifiche e gli effetti, nelle logiche quotidiane della nostra vita. L’Italia è un paese che sta attraversando una profonda crisi morale, politica e produttiva. Anno dopo anno tutti gli indicatori internazionali posizionano il paese sempre più in basso e, giustamente, il nuovo Governo ha il compito di riportare l’Italia nelle prime posizioni delle varie “classifiche”. Prendiamo l’industria: per fare utili è fondamentale vendere (banale), per vendere devono esistere tre condizioni:

1) esistere un mercato dove allocare il bene prodotto

2) il bene deve, come prodotto, essere appetibile dal mercato

3) il costo del bene competitivo con quello dei concorrenti.

La Fornero conosce benissimo questa realtà e, partendo dalla constatazione che l’industria sta collassando, deve intervenire… lo sta facendo. Prendiamo l’esempio Fiat. Sul punto 1 non spendiamo parole in quanto è ovvio che esiste un mercato. Un mercato che per le aziende tedesche ha regalato un 2011 da favola con utili che rimarranno impressi a lungo negli annali; non così per la Fiat. Da qui la prima considerazione: il mercato esiste ed è vivo, ma per Fiat le soddisfazioni sono mancate. Perché? In fondo il costo orario del lavoratore Fiat è decisamente inferiore a quello dei tedeschi, ma tale risparmio non si riesce a riportarlo più di tanto nei modelli auto. Ci dicono che la “produttività” italiana è inferiore a quella tedesca. Ci dicono una verità, ma……..ma bisogna chiarire il concetto di produttività. Spesso questo termine viene inteso come “voglia” di lavorare o intensità del lavoratore nell’applicarsi nei compiti dati dall’azienda. Quindi i tedeschi lavorano più degli italiani? Balle, bugie, menzogne.

In realtà la produttività è legata a due variabili: all’investimento (impianto e ricerca) ed all’utilizzo dell’impianto. In sostanza le aziende più performanti investono cifre importanti nella ricerca e negli impianti produttivi (esempio macchine utensili più veloci, linee di montaggio che permettano cambi scocca in tempi minori rispetto alle precedenti ecc ecc), impianti che devono produrre il più possibile (turni che coprano anche 7 giorni su 7). Se l’investimento è stato azzeccato ogni ora/lavoro permetterà al lavoratore, a parità di fatica, di produrre un numero superiore di beni e quindi di ridurre il costo/bene. Al termine di questo processo la macchina tedesca sarà maggiormente competitiva rispetto alla vettura torinese che utilizza ancora, in larga parte, linee obsolete.

Non è solo il costo che incide su un prodotto, ma anche il valore aggiunto in esso compreso. Oggi vediamo vetture, anche le meno costose, dotate di tanti optional gratuiti oppure di strumentazioni tecnologiche che rendono maggiormente agevole l’utilizzo del mezzo. Non solo: le case, proprio per la crisi, hanno letteralmente invaso il mercato con nuovi modelli per riaccendere e stimolare un settore produttivo in “letargo”. Con queste poche righe mi sembra sia chiaro come, almeno per la Fiat, non si possa parlare più di tanto di un mercato in crisi, ma di un player che ha preferito non investire e scaricare i costi della crisi sui lavoratori, sapendo di essere assistito comunque dagli ammortizzatori sociali nazionali.

Questo è il punto: se non investo non riesco ad innovare l’offerta dei vari marchi, continuerò a sopravvivere grazie alla Panda, ma la mancanza di investimento mi impedisce anche di ridurre i costi per unità di prodotto. Quindi? Quindi rimane una sola strada, quella di ridurre i salari e stipendi dei lavoratori.

Prima di ritornare alle modifiche relative all’Art.18 dobbiamo inserire un ulteriore ragionamento che collega costo del lavoro, lavoratore, sistema produttivo. Ogni lavoro ha un tempo/costo di inserimento, un ciclo nel quale, per l’azienda, viene massimizzato l’investimento uomo e una uscita in quanto l’età non favorisce più l’ottimizzazione del lavoratore. Maggiormente il lavoro è usurante e prima viene a mancare l’ottimizzazione. È nella natura delle cose che certe mansioni come operaio turnista alla catena di montaggio, addetto alle fonderie, minatori, infermieri, fornai, pompieri ecc ecc abbiano una “vita operativa” relativamente breve in quanto estremamente usuranti. Tutte queste categorie di lavoratori richiedono un ricambio piuttosto veloce al fine di mantenere un servizio efficiente senza innalzare i costi.

Apparentemente, nel disegno del Governo Monti, queste condizioni non sono state tenute nella giusta considerazione, dal momento che è stata innalzata l’età per il raggiungimento della pensione. A questo punto abbiamo due elementi abbastanza chiari:

1) le grandi imprese non investono (non tutte chiaramente)

2) la vita lavorativa è allungata impedendo, per qualche anno, un forte turnover aziendale.

Questo vale per le aziende italiane, ma se volgiamo lo sguardo alle imprese straniere, ulteriori elementi ci fanno capire che i licenziamenti non sono l’unico motivo per cui il sistema Italia non sia attrattivo per loro. Costo delle materie prime altissime (gas, energia elettrica, benzina), tempi burocratici scandalosamente elevati rispetto all’Europa, giustizia dai tempi lunghissimi, rischio di dover competere con la mafia, tasse ai top mondiali, università e ricerca ormai abbandonate a se stesse. Solo un folle verrebbe in Italia per creare sistemi produttivi: infatti ormai sono mosche bianche gli imprenditori attratti dal nostro paese. Avendo ben chiaro tutti questi elementi possiamo comprendere la portata della riforma Fornero.

Il disegno, nel breve periodo, è molto chiaro:

1) allungare la vita lavorativa dei lavoratori (risparmio dello Stato perché le pensioni vengono posticipate)

2) permettere alle aziende di poter attivare licenziamenti individuali/collettivi, per motivi economici, con la scusa del “giustificato motivo oggettivo”. Questo è il vero punto centrale della contesa, infatti, già oggi è possibile attivare un percorso, in caso di crisi aziendale, di riduzione del personale e/o chiusura aziendale. Devono esistere le condizioni e si può attivare il percorso. Se il lavoratore licenziato ritiene che la situazione presentata dall’azienda non corrisponda alla realtà può appellarsi al Giudice, il quale valuterà se, dette condizioni, siano reali. In mancanza dei requisiti il lavoratore verrà reintegrato. Questo punto deve essere molto chiaro: anche con l’Art.18 se l’azienda va male può, di concerto con i sindacati, ridurre il personale.

Cosa cambia? Molto, anzi moltissimo. Il Giudice potrà valutare se le condizioni oggettive di crisi esistano o meno, ma nel caso non esistano non potrà più disporre il reintegro del lavoratore, ma solo una indennità tra le 15 e 27 mensilità a suo favore. Ecco il trucco, caro Governo Monti: allunghi la vita lavorativa, creando un danno alle imprese, ma metti le stesse imprese nella condizione di poter liberamente licenziare i lavoratori anche se non ne esistono le condizioni. Non è finita: già oggi, vedi la Marcegaglia, stipula contratti di inserimento per i giovani con salari, per i primi sei anni, inferiori di 300 euro al mese rispetto ai colleghi di pari funzione. Facile, vedendo questi comportamenti, immaginare cosa sarà l’Italia da qui a poco. Facili licenziamenti per anziani e lavoratori non omologati al pensiero aziendale, sostituiti da giovani lavoratori sottopagati per lunghi anni e poi si vedrà. Berlusconi ha provato per vent’anni a trasformare l’Italia nella Repubblica delle banane cercando di scardinare la Costituzione, Monti e i partiti che lo sostengono rischiano di riuscirci in pochi mesi.

Il gattopardo non muore mai, la Costituzione ed i diritti, purtroppo, si.

Mario Zaccherini

http://www.pensieridemocratici.it/

Ps

Sul caso stipendi ridotti in Marcegaglia

www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/19/pd-scarica-fiom-allea-marcegaglia-stipendio-ridotto-assunti/198713/

Sulla vera filosofia del Governo Monti

www.repubblica.it/economia/2012/03/20/news/commento_clericetti-31875612/


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello (di Valentina Morsiani) – LA TAVOLOZZA E’ NOSTRA

Dopo un torpore grigio di anni in cui l’apatia ha lasciato scorrere fiumi di speculazioni economiche, politiche e anche culturali, i colori stanno riconquistando il loro posto. Le persone sanno riunirsi e sfruttare le proprie qualità per creare un luogo vivo, in cui lo scambio eterogeneo arricchisce il movimento. Gli artisti si rinnovano, i musicisti urlano il loro pensiero scritto su cinque righe, i professionisti si ribellano a quel sistema che premia non attraverso il merito e i giornalisti indipendenti esprimono opinioni.

Il fermento evidenzia le peculiarità di ogni individuo e l’apertura verso gli altri permette il legame e aumenta la forza di tutta quella generazione offesa dai propri rappresentanti che ne sottolineano solo gli aspetti negativi. I bamboccioni e gli annoiati dal posto fisso stanno attuando una rinascita della ricerca culturale, che è l’unico motore degno di un mondo che si autodefinisce civile.

Questa generazione si schiera, è forte, studia, lavora e impiega le energie per produrre libri, dischi, inchieste, quadri, sculture, innovazione e sperimentazione. E’ una generazione attenta e attiva rispetto alle problematiche etiche, ambientali e di giustizia che attanagliano l’occidente e non solo. E chi non sa vedere questo e sfruttarne le potenzialità non ha l’occhio fresco e proiettato sul lungo termine.

Gabriele Veronesi, per esempio, è uno di questa generazione e il suo lavoro ha un grande valore anche rispetto all’impatto emotivo creato dalla deturpazione del paesaggio, dal vivere immersi nell’assenza di bellezza e di studio estetico con la conseguente costruzione di edifici di nessun rilievo architettonico.

Le arti e le sensibilizzazioni verso i molteplici aspetti culturali del contemporaneo sono discipline che sembrano intangibili, ma che in realtà permeano il quotidiano e fotografano il presente costruendo il futuro.


Il Sindaco contro Gabriele Veronesi.

Modena, 26 marzo. Gabriele Veronesi e i suoi legali in conferenza stampa rispondono alla querela per diffamazione dell’avv. Giorgio Pighi in merito ad un passaggio del documentario Modena3 – Una storia di ipertrofia urbana.

Passano i mesi da quella prima proiezione del 9 ottobre e la querela di Giorgio Pighi a Gabriele Veronesi fa fare un salto di qualità alla vicenda di Modena3. La storia assume sempre di più i tratti dell’affaire, e in alcuni punti sfiora perfino i toni del giallo. Ma cerchiamo di ricostruire la storia con un po’ di ordine.

L’antefatto. Gabriele Veronesi, giovane giornalista indipendente, organizza la proiezione del documentario autoprodotto Modena3 – Una storia di ipertrofia urbana al piccolo Teatro Tempio, gremito per l’occasione. Alla fine della proiezione scrosciano gli applausi per circa due minuti. Un applauso del quale chi era presente ha subito colto il retrogusto di liberazione, come se qualcuno avesse finalmente deciso di uscire allo scoperto e raccontare la storia dello sviluppo urbanistico di Modena senza timori, mettendo insieme dati, documenti e voci scomode abituate ad essere coperte dal silenzio o dal volume della retorica politica a cui giornali, quotidiani e televisioni ci hanno abituato.

Nella prima versione di Modena3 c’era un passaggio in cui si sosteneva che l’avv. Giorgio Pighi avesse rivestito il ruolo di legale difensore di William Braga, Presidente della Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi (CMB) in un procedimento penale per corruzione nel contesto più generale di Tangentopoli.

La querela per diffamazione dell’avvocato Giorgio Pighi si riferisce proprio a questo passaggio. In realtà all’epoca William Braga non era presidente della CMB, ma della Cooperativa Muratori Mirandola indagata dalla Procura di Modena, mentre Presidente della CMB era Cesare Rinaldi indagato invece dalla procura di Milano, poi assolto mentre i manager della CMB chiesero e ottennero di patteggiare la pena (v. documento di Gabriele Veronesi). Secondo Pighi, Veronesi avrebbe perpetrato un intento diffamatorio nei suoi confronti scambiando i nomi delle cooperative; un intento che secondo Pighi merita l’intervento della magistratura e un conseguente procedimento penale.

Veronesi, subito dopo la proiezione del 9 ottobre, fu informato dell’errore e provvide a rettificare il video e a smentire ufficialmente sulla Gazzetta di Modena la versione ufficiale del video per quanto concerneva quell’unico passaggio.

Sul web non è mai circolato il video originale. Quello che chiunque oggi può vedere su youtube, direttamente sul sito modena3.it o su quello del Rasoio, è la versione corretta dall’autore.

Il giallo del video scomparso. Alla proiezione del 9 ottobre non era presente Pighi come non era presente Daniele Sitta, assessore all’urbanistica al centro della critica di Veronesi, né erano presenti ufficialmente membri della giunta o del consiglio comunale. Qualcuno tuttavia riferì al sindaco il passaggio che poi ha scatenato la reazione per vie legali e l’ordinanza di sequestro del video originale emessa dalla magistratura.

Ma il DVD del video originale non si trova più. Veronesi non era in regia la sera della proiezione al Teatro Tempio. All’uscita, nella confusione generale, non si occupò di recuperarlo. Il giorno seguente modificò il file progetto in suo possesso e non salvò la copia originale. Giorgio Pighi non ha pertanto avuto modo di vedere la versione originale di Modena3, ma ne è stato informato da almeno uno dei circa 200 testimoni presenti quella sera. Il video originale pertanto non può essere sequestrato in questo momento, poiché non è più in circolazione né l’autore ne è più in possesso.

Le risposte politiche alle critiche di Veronesi. L’unica reazione ufficiale della giunta ad eccezione della querela da parte dell’avvocato Pighi fu quella del sindaco stesso, consegnata alla Gazzetta di Modena dell’11 ottobre (due giorni dopo la proiezione “live”, ma in presenza già della versione corretta sul web): “Rimango colpito dalla capacità di inventare storie senza fondamento frutto di pura fantasia, al solo scopo di denigrare chi ricopre una carica pubblica. Non conosco l’autore del film, ma le falsità che ha detto la dicono lunga. La mancanza di rispetto ha gravità e contorni che nella civilissima Modena non si erano mai realizzati”.

Anche senza prestare attenzione alla retorica, c’è una evidente discrasia tra le parole di Pighi alla Gazzetta e le sue azioni successive. Alla conferenza stampa i giornalisti della Gazzetta di Modena, di Trc, e delle altre testate giornalistiche ufficiali hanno posto alcune domande a Veronesi che avrebbero forse dovuto essere dirette al sindaco, più che a Veronesi stesso e ai suoi legali. Alcune delle domande più scottanti le riportiamo qui:

-         se Modena al Cubo è una storia tutta inventata, perché la querela verte su un passaggio così marginale del documentario?

-         se si tratta di “falsità” (al plurale) perché denunciare una singola informazione data nel documentario e non tutte le altre?

-         visto che l’autore sostiene pubblicamente di avere erroneamente scambiato CMB per CMM, si può dire che rappresenti un atto con lo “scopo di denigrare”?

-         il fatto che un sindaco di centrosinistra sia legale difensore di cooperative emiliane in processi per corruzione rappresenta una notizia che merita di essere chiamata diffamazione?

Forse qualcuno sarà d’accordo con l’avvocato Pighi: Modena, dopo la proiezione di Modena al Cubo non è più civilissima. Forse il sindaco ignora che la dimostrazione di tale e tanta inciviltà l’ha data anche il DJ Matteo Borghi all’OFF di via Divisione Acqui lo scorso venerdì sera, quando tra un brano e l’altro ha invitato tutta la platea danzante a fare un applauso di sostegno a Gabriele Veronesi, riscuotendo peraltro un notevole successo.

L’impressione è che la querela a Veronesi rappresenti più un monito a Modena, per rimanere “civilissima” e non si lasci andare a simili atti di ingloriosa inciviltà. Veronesi ha sbagliato, ha fatto ammenda, ha corretto il video. Quello che viene da chiedersi, e i posteri risponderanno, è se la civiltà di Giorgio Pighi, o di Daniele Sitta (civilissimo negli interventi pubblici riportati nel documentario), saranno state utili o meno a questa città. Di sicuro sono oggi un buon viatico per un seggio a Palazzo Madama o a Montecitorio, com’è prassi per i primi cittadini modenesi alla fine del loro secondo mandato.

Oggi si querela un giovane giornalista per un frase pronunciata davanti a duecento persone e prontamente rettificata. Ma se è vero quanto riportato da Veronesi e mai smentito da nessun membro della giunta o del Partito Democratico, quando i modenesi cammineranno solo sull’asfalto, quando saranno coperti e circondati da cemento e calcestruzzo, chi potranno avere il lusso di querelare?

LINKS…

Il sito di Modena al Cubo. modena3.it

Fuori Tv - Querela per “Modena al cubo”

Mumble – Libera querela libero cemento

Formìzine - Solidarietà a Gabriele Veronesi – Querelateci tutti!

Gazzetta di Modena, 26 marzo - “Modena al Cubo”, il mistero del video scomparso

Il Rasoio - “Modena3. Storia di un ipertrofia urbana”. Un applauso di due minuti per Gabriele Veronesi.

Il Rasoio - “Modena al cubo”. Pubblicata sul web l’inchiesta scottante

Il Rasoio - Intervista a Gabriele Veronesi: il “backstage” di Modena³

Il Rasoio - La scoperta dell’Indie. Il virus che cambierà il mondo?

Il documento a firma di Gabriele Veronesi distribuito oggi in conferenza stampa

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caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello (di Valentina Morsiani) – “La chiesa del Redentore”

CHIESA DEL REDENTORE, via Leonardo Da Vinci 220, Modena

Il creare dal nulla un luogo di culto è un compito arduo e la difficoltà aumenta esponenzialmente se si deve costruire in un paesaggio che di spirituale non ha niente. Il progettista non è più solo un ideatore di spazi che può plasmare e caratterizzare secondo il suo gusto personale, ma diventa chi dà anima al luogo o dà voce all’anima del luogo. Erigere una cappella o una cattedrale nel mezzo di un bosco, sulla vetta di un colle o a strapiombo sul mare è ben diverso dal costruire una chiesa parrocchiale in una zona di nuova urbanizzazione, priva di storia e di affascinanti elementi naturali. E’ un compito adatto ai coraggiosi e agli sperimentatori, e forse il Leonardo a cui la via è intitolata, si sarebbe buttato a capofitto in una tale impresa.

L’esterno della Chiesa del Redentore ha come unici richiami religiosi palesi una piccola croce e il campanile. Il sagrato si trasforma in piazza, aperta verso la città, che sottolinea l’essere finito e piccolo dell’uomo messo a confronto con le sterminate pareti bianche simboleggianti la purezza e l’infinità del divino. La sensazione di incompiutezza dell’edificio lascia all’uomo lo spazio e il compito di concludere l’opera, con la sua presenza.

La struttura ti accoglie poi per entrare nel luogo sacro, ti fa passare attraverso un portone vertiginoso, che ancora una volta sottolinea la tua bassa statura rispetto alla Sua, poi nuovamente ti accoglie attraverso l’ingresso laterale, accorciando quindi le distanze tra te e Lui. L’altare è a sinistra e ha alle spalle una vetrata che lascia vedere un prato con gli ulivi, mentre l’ambone si trova a destra, davanti ad una corsia d’acqua che dalla vasca battesimale esce verso l’esterno.

Sei circondato da giochi di luce, grandi finestre e la presenza dei due elementi naturali con maggior simbologia religiosa dona un respiro vitale. Le opere d’arte, tele contemporanee, volutamente scarseggiano: un crocefisso e una Madonna con Bambino. La cappella feriale, posta verso est, rimane il luogo più ricco ospitando un grande trittico che occupa un’intera parete.

In un’epoca in cui siamo abituati a confrontarci con una tempesta continua di immagini, in cui la velocità e l’organizzazione non contemplano l’imprevisto, trovarsi davanti ad una struttura spoglia, bianca, che sembra non conclusa, ti spiazza, ti attira e ti obbliga a dedicarvi il giusto tempo per la comprensione.

Stilisticamente, diciamocelo, è al limite un esempio di razionalismo, quindi un po’ fuori tempo massimo. Ricorda le realizzazioni di Terragni, Moretti e Albini, ma volendola trasporre nel terzo millennio la avvicinerei alle rivisitazioni del movimento moderno di cui Ferrater, Chipperfield e Campo Baeza sono tra gli esponenti.

I templi contemporanei progettati da architetti italiani a cui far riferimento per poter leggere quello modenese sono, per esempio, quello di Fuksas a Foligno, o di Zucchi a Sesto San Giovanni o di Citterio a L’Aquila.

La Chiesa del Redentore rimane un’opera di tutto rispetto se riferita alle opere presenti nella nostra provincia e tutte le critiche che ha ricevuto mi fanno pensare non solo che non siamo pronti al contemporaneo, ma nemmeno al moderno. Spero di sbagliarmi.

E non oso immaginare cosa si possa pensare di chiese come quella di Zumthor a Wachendorf, Germania; quella di Menis a Tenerife, Spagna; quella di Clavel a Murcia, Spagna; quella di Gijs e Van Vaerenbergh a Limburg, Belgio; quella di Mondada a Saint Loup, Svizzera o la super pubblicata Chapel Tree of Life di Cerejeira Fontes Arquitectos a Braga, Portogallo, giusto per stuzzicare la curiosità citando un po’ di avanguardie europee.

E ora, finite di bere il caffè e fate un salto in via Leonardo da Vinci!

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