Archivi autore: Giulia Paganelli

FtoF: The World through My Lens, intervista con Stefano Romano

Ho conosciuto Stefano tramite un social network. A dire il vero, prima ho guardato tutte le sue fotografie e poi ho deciso di interagire verbalmente perchè avevo bisogno di associare il suo linguaggio ai suoi occhi. Stefano Romano è un fotografo, un ritrattista, che riesce a utilizzare la tavolozza di colori dell’umanità intera e a regalartela con una naturalezza che da un nuovo significato alla categoria della spontaneità. Vi lascio alle sue parole.

1) Puoi selezionare 3 fotografie (tue o di altri maestri) che ti rappresentino e spiegarci il motivo?

La prima foto è una scelta obbligata. E’ di Steve McCurry, quello che io considero il mio maestro e il più grande fotografo vivente. Avrei potuto scegliere qualsiasi dei suoi ritratti, come la più famosa Sharbat Gula, la ragazza pakistana, ma scelgo quest’altro ritratto della giovane profuga afghana, perché potrei non smettere mai di osservarlo. La luce negli occhi, i colori, l’espressione: tutto è perfetto. Scelgo McCurry perché io sono un ritrattista, e forse lo sono diventato guardando le sue foto, nei primi anni di studio dei maestri. Poi abbiamo in comune la passione per l’Asia.  Come afferma lui stesso: “Ripensandoci, posso dire che è stato il colore vibrante dell’Asia a insegnarmi a vedere e a scrivere nella luce”. Inoltre le foto di McCurry mi hanno fatto riflettere ultimamente (a Roma il fotografo americano è stato in mostra con circa 250 immagini in questi mesi) sul termine di umanità. Sai, si dice che quella persona ha una grande umanità, ma l’umanità – come sostantivo – include ognuno di noi. Che vuol dire ‘avere umanità’? Ecco, scelgo McCurry perché è un uomo che ha una grande umanità, intesa come qualità e come sostantivo: nelle sue fotografie è rappresentata l’umanità intera.

La seconda fotografia è forse il mio miglior ritratto di sempre. Ed è un ritratto atipico, poiché per decisione etica mi sono imposto di non fotografare i poveri e i mendicanti per strada. Ma lei è diversa, si chiama Yolanda e vive e dorme alla Stazione Termini (la principale stazione ferroviaria di Roma). Ogni volta che passo lì, la incontro, e sono ormai anni. Perciò non è stata una foto e via. Le ho scattato questo ritratto e poi mi sono fermato a parlare con lei. Prima mi ha raccontato la sua incredibile e triste vita, poi mi ha gelato il sangue. Nell’andare via mi ha chiesto scusa perché sicuramente non era venuta bene, troppo stanca quel pomeriggio. Dopo un po’ di giorni  le ho portato la foto stampata; lei era felicissima. Si è fatta scrivere dietro la foto la data in cui l’ho scattata. Perché ormai non ho più uno specchio e non vedo il mio volto da tanto tempo, ora so che in questo giorno il mio viso è così. Non aggiungo altro.

La terza invece è stata fatta in Indonesia. A casa dei parenti di una cara amica che lavora all’Ambasciata Indonesiana a Roma. Quando io e mia moglie siamo andati in Indonesia, abbiamo raggiunto questa famiglia. Sono le classiche grandi case in cui vivono insieme le sorelle e i fratelli con le rispettive famiglie  e, su tutti, la madre cha non sta più molto bene. La sorella più piccola aveva da poco partorito, io le stavo facendo delle foto mentre allattava, quando mi sono voltato e ho notato la sorella più grande che dava da mangiare all’anziana madre. Ho capito subito che poteva essere una bella scena. Sono corso dietro tutti e ho scattato questa foto difficilissima. Primo, perché c’erano due differenti zone di luce molto nette; secondo, perché la casa era molto affollata, con bambini che correvano da tutte le parti; e ultimo, perché la mamma davanti alla finestra allattava il figlio ciondolando come spesso fanno le madri che allattano. L’ho chiamata “Il circolo della vita”. La foto non è perfetta tecnicamente ma è permeata di senso: in una sola scena c’è la madre che nutre il figlio e la figlia che nutre la madre. Questa è una delle foto più amate da tutti, e molte persone mi hanno scritto che le ha profondamente commosse perché ha riportato in mente una madre lontana o persa per sempre.

2) Qual’è stata l’esperienza più intensa che hai vissuto nella tua carriera fotografica?

L’esperienze più intense sono due. Una in cui ho scattato delle fotografie ed una in cui non l’ho fatto.

La prima è legata al mio lungo reportage in Indonesia. Sono stato lo scorso dicembre a Giava per tre mesi, subito dopo il mio matrimonio, a conoscere la famiglia di mia moglie. Questo è il tipo di viaggio che mi piace e che reputo l’unico possibile, quello accompagnato da persone che vivono in quel luogo. Perché la vita che fai là è la stessa che fanno loro, non hotel o viaggi organizzati. Ma visitare le famiglie dei parenti, dormire a casa loro, giocare con i loro figli. Poi, per un italiano convertito all’Islam da poco, come me, essere nella terra con il 90% di musulmani al mondo, significa essere trattato come un re. Durante la permanenza sono stato condotto a visitare una Madrasah, una scuola coranica statale, di dimensioni veramente notevoli. Sono andato insieme ad uno dei responsabili; siamo arrivati verso le 5.30 di mattina ed era già un brulicare di studenti e studentesse (in queste scuole esiste una linea invisibile che divide i ragazzi dalle ragazze). Prima della colazione le bambine erano già in piedi a memorizzare il Corano. Vivono là come in un’Università da noi, per 5 o 6 anni, senza quasi mai uscire, studiando tutte le materie più i corsi islamici. Sono rimasto a lungo, anche durante le lezioni. E’ stata un’esperienza incredibile, documentata da molte foto. Prima di andare in Indonesia mi chiedevo come fosse nascere e crescere in un paese profondamente islamico; in quei momenti l’ho respirato a pieni polmoni. Era pervaso di significato come se fosse pulviscolo nell’aria. Cioè, il senso astratto diventava luce nei volti delle studentesse: per loro quella è la normalità. Come le mendicanti per le strade di Jakarta che indossano l’hijab, logoro e stinto, ma lo indossano. In quella Madrasah ho realizzato il significato di essere musulmano. Nel mio sito e nella mia Pagina, come riassunto del mio lavoro, c’è questa mia frase: “La Fotografia è come la Fede: tu devi lasciare entrare la giusta porzione di luce nel corpo, abbastanza da distruggere l’oscurità, non troppa da bruciare l’anima. E’ tutto una questione di Tempo”. Questa esperienza di essere trafitto dalla luce l’ho provata varie volte in Indonesia, e fa sì che io non veda l’ora di tornarci, sentendone la mancanza quasi come mia moglie.

L’altra esperienza invece rientra tra le foto mancate, che sono il negativo delle foto scattate, o meglio, in quel ‘cimitero di immagini’ come lo chiamo io, che ogni fotografo ha in sé.  Sono quelle fotografie che, per mancanza di macchina fotografica, impossibilità del momento o scelta etica, non siamo riusciti a scattare ma che ugualmente i nostri occhi hanno catturato. Ed ha segnato la mia collaborazione con la più importante Fondazione cinese in Italia, la Soong Ching Ling Foundation of Italy. Risale al gennaio scorso, al caso che ha sconvolto l’Italia, del giovane padre cinese Zhou, ucciso in un quartiere di Roma insieme alla figlia che teneva in braccio, Joy di solo sei mesi, da due rapinatori. Quello è un quartiere che conosco bene perché è quello con la maggiore concentrazione di popolazione bengalese ( la comunità migrante con cui collaboro da più anni), al punto da essere chiamata Bangla Town. Ero andato là per fotografare gli italiani che portavano i fiori sotto il portone della famiglia uccisa. Ero solo, quando è uscita dal portone la giovanissima madre del papà ucciso, insieme a due donne cinesi. Appena lei ha visto i fiori si è sentita male e io sono accorso per sostenerla perché stava svenendo; smettendo ovviamente di fare foto. Le ho aiutate, allora, a portarla in casa e a sdraiarla sul letto. Di colpo mi sono ritrovato, come si dice, dentro la notizia. Per giorni i fotografi e i giornalisti hanno scandagliato ogni frammento della vita di questa famiglia, e io ero là, davanti il letto, ad osservare queste donne che ripetevano cantilenando il nome di Joy tra le lacrime. Ricordo ogni cosa di quella stanza. Avrò scattato dozzine di fotografie, ma solo con i miei occhi, perché esiste e deve esistere un limite invalicabile.

La notte sono tornato a casa sconvolto, l’impatto emotivo l’ho portato per giorni, e ho scritto una nota raccontando quello che mi era accaduto. Da lì mi ha contattato la Presidente della Fondazione cinese e ci siamo conosciuti. Ora lavoro per loro.

3) Una singola fotografia, senza l’aggiunta di parole, può essere considerata fotogiornalismo?

Sì, una fotografia può essere fotogiornalismo senza didascalie. Ci sono fotografi famosi, come Tano d’Amico o come l’americano David Drew Zingg, che odiano le didascalie. Anzi proprio quest’ ultimo imponeva la pubblicazione delle sue foto a piena pagina senza didascalie. “La fotografia è un linguaggio in sé. L’incontro con l’immagine deve avvenire innanzitutto senza parole, le spiegazioni devono venire dopo”, dice in un’intervista. Però io non sono molto d’accordo. Una foto muta può essere fotogiornalismo, a patto che dopo ci sia la costanza di cercare e approfondire quello che le foto mostra. Pensiamo alle due fotografie che hanno vinto i recenti World Press Photo: le donne che al tramonto urlano il loro dissenso dai tetti di Teheran di Pietro Masturzo nel 2009, o la ragazza afghana sfigurata in volto della fotografa Jodi Bieber nel 2010. Sono due foto belle, che colpiscono e raccontano. Ma ci deve essere una spiegazione. Che fanno quelle donne sul tetto? Perché sono al buio? Che città è? Perché la ragazza non ha il naso? Che le è successo? E’ stata una mina? No, il marito. Una foto deve raccontare molto di suo, però sapere quello che c’è dietro è fondamentale. Consiglio vivamente, per capire cosa intendo, il libro di Reza “Il mestiere del fotografo” della CONTRASTO. Ogni foto spiegata dall’autore; un viaggio incredibile che vale più di mille manuali tecnici.

4) Come si parte? Ma, più difficile, come si prosegue il cammino nella fotografia e nel fotogiornalismo? Come si tiene accesa la capacità di meravigliarsi, fermarsi, muoversi, curiosare nelle pieghe del mondo?

Questa è la domanda più difficile. Primo perché non mi sento in grado di dare consigli a nessuno. Secondo, perché io non sono un fotoreporter. Io amo definirmi un ritrattista. Per me tutta la bellezza dell’umanità sta nei volti. C’è chi si concentra sulla scena, punta il 50mm sulla realtà circostante e la racconta. Io sono più orientato sui volti, ci vado sopra, sempre più vicino, finché non riesco a scorgermi riflesso nei loro occhi. Perciò quello che posso consigliare è di capire cosa vi piace. Fotografate un fiore, un paesaggio, un monumento, un volto o una scena, e appurate quello che vi da maggior piacere nel rivederlo. Quella sarà la vostra strada. E’ importante avere una visione, un progetto mentale su cosa è per voi la fotografia e cosa volete comunicare con essa. Deve essere chiara in voi la vostra griglia wittgensteiniana da poggiare sulla realtà che vi rende diversi dagli altri. Il mondo fuori esiste indipendentemente da noi, è a prescindere: è come noi lo guardiamo che fa la differenza. Per fotografare le persone bisogna amare profondamente l’umanità. Se degli uomini non vi fidate, provate invidie, rancori o presunzioni allora è meglio fotografare i paesaggi; perché tanto le vostre foto lo riveleranno. Se per voi invece gli esseri umani sono lo scrigno di ogni bellezza con le loro storie, allora non potrete mai annoiarvi, o perdere la capacità di meravigliarsi. Quanti volti ci sono fuori che ci aspettano? Anzi, il tempo è sempre troppo poco. Una vita non è sufficiente.

5) A cosa stai lavorando oggi? E quali progetti futuri stai preparando o vorresti preparare (anche progetti solo sognati per ora)?

Al momento sto lavorando ad un lungo reportage che spero di pubblicare in una rivista italiana importante. Racchiude i miei lunghi anni insieme alle comunità migranti, dovrebbe intitolarsi “La Roma che cambia”. Ora vedo molti fotografi interessarsi agli stranieri, alle loro feste. Io lo faccio da 5 anni, e sono stato quasi sempre solo. E non era semplicemente un fotografare le loro attività, ma con alcune di esse quasi un viverci insieme. Sì, diciamo che alcune comunità mi hanno adottato. Ho imparato la loro lingua (cosa che reputo fondamentale per il mio modo di approcciare le persone), ascoltato le loro canzoni, vestito gli abiti e via dicendo. Poi mi sono chiesto perché, e la risposta che mi sono dato dopo tanti anni, è che non si tratta solo di essere cittadini del mondo ma, come diceva il filosofo Merleau-Ponty, far parte della stessa “carne del mondo”. Quando sto con i miei amici stranieri sento la mia identità sgretolarsi, e mi piace. Al punto che spesso mi capita di sentirmi chiedere “da dove vengo”. Il reportage vuole raccontare questo. Diversi aspetti di ogni comunità: la fede, il folklore, gli affetti ed una storia particolare per ognuno di loro. Nella speranza che il tutto divenga un giorno un gran bel libro fotografico. E poi sto allestendo la mia prossima mostra che si terrà a fine Maggio, in occasione della Settimana della Cultura Islamica. Sono le fotografie delle bambine musulmane in Indonesia,  che avevo già esposto qualche mese fa ed era molto piaciuta.

6) Nella tua pagina FB ho letto un messaggio a tua moglie molto toccante. Parlava del sacrificio che il tuo lavoro impone sulla tua vita. Mi chiedo, la Passione Dominante per la fotografia, quegli occhi diversi che si acquisiscono e che svelano il mondo reale da quello percepito, sarebbero gli stessi senza sacrificio?

Il sacrificio non è in ogni storia; ognuno ha il suo percorso di vita. Credo che molti fotografi siano felici e appagati, e lo siano diventati senza nessun problema particolare. E sono ottimi fotografi. Io parlo secondo la mia esperienza. Io fotografo tantissimo, essendomi fatto un nome nelle varie comunità migranti, qualsiasi evento accada a Roma io ci sono o lo vengo a sapere. Ma questo non si traduce in agiatezza economica. Prima avevo un lavoro stabile, nel campo del marketing, ma dopo l’accensione della miccia fotografica ho lasciato che bruciasse tutto. Incluso una lunga storia d’amore che è precipitata proprio per questo. Il dolore proviene da là. Dal vedere accanto a te persone che ti amano e non ti capiscono. I miei genitori che sono ancora molto preoccupati. Ora sono anche sposato con un affitto da pagare, e mia moglie sa che io non rinuncio a questo percorso, perché per me non stiamo parlando di lavoro, ma di me stesso. Io lo so che sto andando nella direzione giusta e che spero, inshAllah, i frutti arriveranno. Ma lo vedo io, per ora. Gli altri devono fidarsi. Il dolore è voler garantire una vita più facile a mia moglie, e più serena ai miei genitori, ma non poterlo fare. Le loro lacrime mi fanno male. E’ solo questione di tempo.

7) Ti senti prigioniero della fotografia a volte? Vorresti guardare le cose con occhi diversi, omologanti, standardizzati?

Ti rispondo con le parole di Reza, un famosissimo fotografo iraniano di cui sto divorando il libro “Il mestiere del fotografo”: “Il prolungamento del cuore di un pittore è il suo pennello, quello del musicista, il suo strumento, quello del poeta, la sua penna. Per me, il mio apparecchio fotografico. Sono come un leone in gabbia quando non fotografo, mi manca l’ossigeno. Non mi metto necessariamente nella “condizione” di fotografare. E’ una seconda natura. Non divento ogni volta fotografo, lo sono sempre.”

Ora, io non ho la presunzione di paragonarmi a lui, e vorrei che prendessi ogni mia parola di questo dialogo come avulsa da ogni superbia. Però è vero, lo sento anche io. Fotografare non è un secondo, od un diverso momento rispetto al guardare. E’ un’azione che implica uno strumento che è la macchina fotografica, ma lo sguardo è epistemologicamente lo stesso.  Dopo anni che scatti quasi sempre per strada, intendo non con i tempi lenti dello studio, si sviluppa una modalità di vista differente, che ti rimane anche senza macchina fotografica. Per cui se tu guardi a destra, in realtà la retina sta registrando anche quello che accade alla tua sinistra, per essere sempre pronti al caso. Perciò non mi sento prigioniero. Anzi. E’ qualcosa che si avvicina alla “presenza a se stessi” di Gurdjieff. Cercare di rimanere sempre vigili nei confronti della realtà. La fotografia io la intendo così: un esercizio di autocoscienza che mi consente di interpretare e capire di più me stesso, attraverso gli altri.

8) Il progetto ”PORTRAITS” – Travelling with Faces è un itinerario straordinario attraverso i tratti somatici e le espressioni facciali di diverse culture. Cos’è il viaggio per te? Ho cercato spesso parole per descrivere l’essenza del “viaggiare” ma ho trovato soltanto descrizioni approssimative del “viaggiatore”. La fotografia può fornirci parole nuove e silenziose per ampliare e rendere più immediato lo spazio semantico tra noi e il resto del mondo?

In realtà la collezione “PORTRAITS” è il risultato di una scelta casuale, che appartiene solamente alla Pagina delle mie foto su Facebook. Perché sia nel mio profilo che nel Sito ufficiale, i ritratti sono divisi in diverse collezioni: ci sono i ritratti indonesiani, bengalesi, ed altri appartenenti a raccolte legate ad eventi specifici. Nella Pagina ho invece raccolto tutti i ritratti, salvo qualche eccezione, in un unico album. Facendo questo si perde una caratteristica fondamentale, che è invece evidenziata nelle singole raccolte, cioè che la maggior parte dei ritratti sono presi a Roma. Infatti la maggior parte delle persone che vede le mie fotografie mi invidia per la mia possibilità di girare il mondo; invece, a parte l’Indonesia, da fotografo io non sono ancora andato da nessuna parte. Sia l’Europa che le Filippine le ho visitate quando ancora non avevo neanche una buona macchina fotografica. Per questo motivo ho intitolato la collezione “Viaggiando con i volti”. Io amo Roma perché ti consente – se ne hai le capacità – di scovare qualsiasi parte del mondo tu voglia nei volti di chi la abita. Il mio viaggiare è perciò un viaggiare attraverso le persone, inteso sia come ‘per mezzo di’, sia come verbo: attraversare le persone, viaggiare dentro loro, le loro vite, le loro storie. E’ come quando osservi gli stormi migranti di uccelli, immaginando quale sia la loro meta e quale la partenza. In realtà noi li cogliamo solo per quella porzione di cielo che ci sovrasta, ma lasciano intendere una direzione. Così sono le persone. Gli stranieri da cui sono profondamente attratto. Da dove vengono? Dove sono nati? Cosa rimane in quei volti della loro vita precedente? Riuscirò a farla emergere in uno scatto? La semantica dei volti è fondamentale; come hai letto, nelle note alla raccolta amo citare un verso di una poetessa irachena, Amal al-Juburi, intitolata “Il velo dei volti”: “I volti sono lingue senza alfabeto”. Ecco, per me viaggiare significa abitare le parole mute dei volti migranti.

9) Ultima domanda, perché io amo i numeri dispari e primi, e ancor di più i numeri dispari e figli di un numero primo elevato per un numero primo. “Children saved Me”, non voglio aggiungere altro, ti lascio spiegare tutto da solo. 

I bambini veramente mi hanno salvato. Questo fa parte della mia storia personale, perché la mia infanzia non è stata facile, o meglio: non è stata come quella degli altri bambini. Per una malformazione genetica al cuore ho subito negli anni varie operazioni che mi hanno obbligato a trascorrere lunghi periodi in ospedale. Così, sia per le operazioni che per i seguenti mesi post-operatori, trascorrevo l’infanzia lontano dagli altri bambini, o solamente guardandoli. Senza poter giocare con loro. Questo mi ha segnato profondamente, anche se ora sto benissimo e tutto è stato superato. E’ come se un pezzo di vita, il più bello,  fosse trascorso come non doveva, e nessuno me lo rende dietro. La mia infanzia perciò non mi viene restituita, ma io posso riviverla con i bambini. Loro questo lo sentono. C’è un rapporto speciale, compreso meglio da loro che non dagli adulti che anzi lo giudicano, appunto, comportamento infantile. Ma quando io gioco, o interagisco con i bambini (le foto in questo caso vengono in un secondo momento), è come se loro leggessero questa mia esigenza di ritorno a casa, di Homesick – che è poi la citazione finale nelle note della raccolta, una canzone dei Cure che io adoro. Sentono che possono fidarsi, che sono come loro, dei loro. Per me questo è un punto fondamentale di tutta la mia essenza di fotografo. Quando punti la lente su una persona nel suo sguardo deve esserci la fiducia. Anche se è uno sconosciuto.

Nei bambini questa sensazione la provo più che con gli adulti. E poi la loro bellezza è per me il segno tangibile di Dio. Anzi, ho intitolato la raccolta di fotografie sui bambini in Indonesia “I Bambini di Dio”, cosa che ha fatto arrabbiare molti fratelli musulmani, anche perché l’inglese è più confuso rispetto all’italiano, dove c’è una netta differenza tra ‘figli’ e ‘bambini’, che si perde ne generico ‘children’. Dato che nell’Islam Dio non ha figli. Il mio intento invece era proprio rimarcare la tangibilità della bellezza divina nell’infanzia. Concludo con la citazione di Gibran che è tra le mie preferite, in proposito:

Se volete conoscere Dio, non siate dunque solutori di enigmi. Piuttosto guardatevi intorno e vedrete Dio giocare con i vostri bambini.”

  

Sito:  http://stefanoromanophotography.zenfolio.com/

 FB: https://www.facebook.com/pages/The-World-through-my-Lens-Stefano-Romano-Photography/208076279225744


Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù

Lunedi 7 maggio ore 17.30

Aula D, Facoltà di Lettere e Filosofia, Unimore

Largo Sant’Eufemia, 19

Presentazione del libro “Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù” con l’autore Andrea Staid

Nel libro l’autore sceglie un approccio sincero e propositivo alla questione migrante, offrendo uno spunto critico personale sia alle interpretazioni antropologiche classiche europee, sia alle conseguenze politiche e culturali delle quali si rendono complici o promotori gli Stati con la loro perversa articolazione di controllo dei flussi e repressione. La prima parte, più specificamente analitica, è rivolta ad evidenziare sia la confusione vigente tra multiculturalismo e interculturalismo, sia il loro intrinseco identitarismo. La seconda parte del libro è invece dedicata alle interviste non strutturate alle/ai migranti, che restituiscono con voce propria la cornice di un viaggio, spesso amaro, difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, utile per comprendere le nostre gabbie e l’unica voce di un’umanità meticcia.(dalla recensione di Martina Guerrini uscita per Umanità Nova)

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Proiezione del videodocumentario “24 su 24_donne lontane da casa” di Luca Baroncini

Il corto (12 min) prodotto nell’ambito del corso di formazione esperto di videodocumentazione sociale diretto da Daniele Segre,è stato realizzato all’interno del “Centro integrato servizi per donne straniere e famiglie” finanziato dall’Unione Valdera e pensato con la Cooperativa Sociale “Il Progetto” che ha sede a Pontedera. Quattro donne, protagoniste di una storia che riguarda milioni di migranti che scelgono di andare via dalle loro case, dalle loro famiglie, di lasciare mariti e figli, per venire nel nostro paese ad impegnarsi in un lavoro duro e a tempo pieno. Queste donne parlano del loro lavoro, costantemente a fianco di persone anziane, spesso con malattie gravi. Parlano della lontananza da casa, del loro poco tempo libero, di una vita che pare non essere più loro. Questo video tenta di dare loro voce…


Casa Corsini presenta “Scomodi e Organici” di Gualtiero Via

Scomodi e organici: movimenti e volontariato

Discussione e presentazione del libro

Lunedì 30 aprile 2012, ore 21.00

Casa Corsini

via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese (MO)

Ingresso gratuito

Qual è il rapporto tra volontariato e movimenti di contestazione nella storia d’Italia? È tutto nato dal ’68 o le radici affondano ben più indietro nel tempo? Lunedì 30 aprile 2012 alle 21 a Casa Corsini in via Statale 83 a Spezzano (MO) con lo storico Gualtiero Via in occasione dell’uscita del suo libro Scomodi e organici: Movimenti, volontariato e politica nella costruzione dell’Italia contemporanea (Pendragon edizioni) e con Luciano Nicolini, demografo e editore del mensile libertario Cenerentola.

Con un linguaggio divulgativo, che conserva la precisione e l’acume dello storico professionista, l’autore fa luce su un elemento costitutivo che ha contribuito alla conquista dell’Unità e che gioca ancora oggi un ruolo di fondamentale importanza nella società italiana. Gualtiero Via propone l’accostamento tra volontariato e movimenti di contestazione che trovano nella storia d’Italia frequenti punti d’incontro. In controtendenza rispetto alla tradizionale riflessione accademica, che individua negli anni Sessanta le origini dei movimenti collettivi, viene indagato in quali momenti più remoti della storia nazionale i due fenomeni affondino le loro radici. Considerando il periodo che va dall’Unità a oggi, si cerca di capire quanto ci sia di originale e interessante nel cosiddetto “caso italiano”, e quanto abbia contato, nella costruzione di un’immagine allarmante delle masse popolari, l’influenza di partiti di sinistra come il PCI.

Trovate la recensione a cura di Luciano Nicolini sul sito http://www.cenerentola.info/

Gualtiero Via, nato in Calabria nel 1961, vive a Bologna, dove ha studiato Storia contemporanea. Ha lavorato come educatore nel settore dell’handicap e dal 1998 insegna alle scuole superiori. Si è laureato poi a Modena in Analisi dei conflitti e perfezionato in Pluralismo religioso presso l’Istituto di scienze religiose di Bologna. Collabora a iniziative culturali ed editoriali indipendenti ed è stato impegnato nel movimento contro i missili a Comiso nei primi anni Ottanta e nella Rete Lilliput, dal 2002 al 2006.

Per informazioni:

Casa Corsini, via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese (MO)

Orari di apertura: lun., mar., gio., ven. dalle 16 alle 23.

Tel. 0536/076584

Mail: info@casacorsini.mo.it

www.casacorsini.mo.it


APPRODIERRANTI. Una carovana di parole a Casa Corsini

APPRODIERRANTI
Incontrarsi, scrivere e leggere insieme

Martedì 24 aprile 2012, dalle ore 20.00

Casa Corsini
via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese (MO)

Ingresso gratuito

Dopo 17 fortunate settimane virtuali on-line, l’esperimento di scrittura NarrantiErranti trova il suo ApprodoErrante: un rifugio e un luogo di ritrovo fisico, a Casa Corsini, dove fermari per leggere, scrivere, conoscersi e divertirsi insieme.

Una serata aperta a tutti per continuare a scrivere e a leggersi l’un l’altro una selezione dei racconti più apprezzati di NarrantiErranti, per stare insieme all’insegna di un’attività antica come l’uomo: raccontare storie.

Alle ore 20 saranno svelate due misteriose parole da collegare in un racconto. I partecipanti avranno un’ora di tempo per riuscirci, seguendo le rigorose regole del
progetto NarrantiErranti, lievemente adeguate per l’occasione: le due parole dovranno comparire in un racconto di senso compiuto, lungo al massimo dodici
righe.

Dalle 21, come in una carovana attorno al focolare, si leggeranno i racconti prodotti, insieme a una selezione tratta dal repertorio dei NarrantiErranti.

La serata sarà accompagnata dalla performance musicale di Francesco Bedini, Fabio Del Carro e Andrea Izzo in una insolita veste che li vedrà suonare usando come
strumento i NintendoDS.

Per conoscere il progetto NarrantiErranti:

http://​narrantierranti.blogspot.co​m/

http://www.facebook.com/​narrantierranti

Per informazioni:
Casa Corsini, via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano
Modenese (MO)
Orari di apertura: lun., mar., gio., ven. dalle 16 alle 23.
Tel. 0536/076584
Mail: info@casacorsini.mo.it
www.casacorsini.mo.it


Congresso Nazionale Gd: Giuditta Pini risponde

Lo scorso 17 aprile, sul sito di Pensieri Democratici è apparso un articolo del nostro Enrico Monaco sul Congresso Nazionale GD.

CONGRESSO NAZIONALE GD : COLTELLATE FRATRICIDE IN SALSA DEMOCRATICA di Enrico Monaco

Il Rasoio ha chiesto a Giuditta Pini, Segretario dei Giovani Democratici di Modena, una risposta all’articolo, che non è tardata ad arrivare:

Ho letto con stupore l’articolo di Enrico Monaco sul congresso GD, in primo luogo perché esce dopo un mese in cui finalmente si era tornati a fare politica e si era smesso di parlare di tesi in secondo luogo perché pieno di inesattezze.
Comincerò dalle inesattezze: il congresso in cui dai circoli fino al nazionale si eleggono i delegati è una forma alta di democrazia e partecipazione, al congresso erano presenti 320 delegati, in rappresentanza di 48.000 iscritti, la discussione congressuale è durata tre mesi e ha coinvolto ogni singolo militante fino al nazionale.
Inoltre non mi sembra scandaloso il fatto che in un’organizzazione politica si preferisca parlare di idee piuttosto che di leader, anzi mi sembra un bellissimo passo avanti, tra l’altro sentito da tutta l’organizzazione.
Benifei ha deciso di non candidarsi anche dopo che la presidenza aveva accolto la richiesta accorata che gli fosse data lo stesso questa possibilità, nonostante gli mancassero 6 firme per arrivare al 20% dei delegati nazionali.
Nel mio intervento mi sono permessa di dissentire (ma non serve forse a questo un congresso? Non è forse il momento politico in cui si discute e ci si confronta anche aspramente?) perché per mesi abbiamo rincorso persone in tutta Italia, ma non era quello il problema, il problema è stato che veramente ho assistito in prima persona a scene disgustose, fatte da persone che adesso vanno in giro a dire che i gd sono antidemocratici, mi hanno minacciato di denuncia, hanno fatto illazioni sulla mia vita privata, hanno fatto illazioni di trasparenza e di furti, sempre alle spalle, mai davanti.
E mi sarei aspettata che se per mesi si era così convinti di avere davanti dei delinquenti, ladri e di facili costumi, il congresso nazionale sarebbe stato un ottimo momento per discuterne.
Invece il nulla.
Nessuno ha detto niente,
La democrazia interna alla giovanile esiste più che mai, la direzione nazionale è stata votata con le proporzioni del 74 e del 26%, il resto sono baggianate.
Forse si era tentato di riproporre le mozioni del congresso pd di qualche anno fa all’interno della giovanile e si è fallito, e personalmente credo che sia una grande vittoria, non dobbiamo fare l’asilo del pd in cui si ripropongono vecchie divisioni di vecchi partiti, dobbiamo esser una giovanile con idee nuove, in cui certo esiste una minoranza e una maggioranza, ma in cui non esistono le proporzioni impacchettate dall’alto.
Su un’altra illazione, quella del congresso nazionale come un momento in cui si cerca una poltrona al parlamento non mi esprimo, noto solo un rancore personale, e dico che su queste cose bisogna stare attenti perché fare affermazioni così a persone che da anni si fanno il mazzo per creare un’organizzazione giovanile potrebbe far innescare meccanismi molto più grandi che un articolo su un blog.
Dopo quasi un mese dal congresso ritornare a parlare di queste cose mi sembra un po’ inutile, anche se credo che sia doveroso rispondere, preferirei parlare delle iniziative che facciamo per tutta la provincia, dell’incontro con i gd di roma picchiati da casa pound che faremo il 21 a modena, per imparare a combattere le nuove forme di fascismo.
Per citare un intervento del congresso nazionale
“Il problema non era la conta. L’abbiamo fatta. È finita”.

 

 


caffèlungomacchiatointazzagrande.. echesiabello (di Valentina Morsiani) – Un caffè sui tetti

Perché desidero che il mio caffè sia anche bello?
Perché è un attimo di pace. E la bellezza a me aiuta, mi stupisce, mi dà speranza e coltiva i miei sogni.
Dalle grandi tele classiche alle sculture contemporanee, dal food design all’antiquariato, dal look di una ragazza alla haute couture, dal sole che dopo l’alba taglia i palazzi di Piazza della Pomposa fino al caffè. Tutto questo migliora le mie giornate.
La domenica mattina, quando in giro non c’è ancora quasi nessuno, puoi prendere il tuo tempo e riempirlo delle piccole cose che durante la settimana diventano solo virgole.
Compri il giornale, fai due chiacchiere col ragazzo che ogni giorno quando ti vede arrivare ti prepara il quotidiano sapendo che vai di fretta e ti siedi al tuo tavolino.
La colazione dura anche più di un’ora, spegni il telefono, leggi ciò che desideri, in silenzio e in quella solitudine dedicata solo a te, necessaria per ricaricare le bombole d’ossigeno. Pensando a quello che si potrebbe fare nel resto della giornata, chiedi il solito caffè, ti viene servito con un sorriso ed è anche bello, in una tazza bianca, grande, mai sbeccata e mai con una goccia fuori posto.
Oggi chi deve o vuole restare a Modena può far andare “lo spazio oltre l’orizzonte” gustandosi i Musei.

http://www.museimodenesi.it/page.asp?IDCategoria=282&IDSezione=5347&ID=99360

E per i viaggiatori incalliti ora si vola verso nord, con Giulia, si va a Praga.

All’ultimo piano del Dipartimento di Lettere dell’Università di Modena, c’è una finestra che nessuno mai considera. Da li si vedono tutti i tetti di Modena, ma solo quelli. Niente persone, niente automobili, soltanto tetti. I tetti di Modena si assomigliano tutti, ma non si guardano mai. E quando per sbaglio sono rivolti uno contro l’altro, e ti assicuro che capita raramente, li chiamano Ghetto, qualcosa che deve essere guardato male, da lontano… chiuso da tutto il resto, non accessibile.

Nella mia Praga, i tetti sono le parole attraverso cui raccontarla. Oro e Verde che si scontrano contro il muro dell’orizzonte, bagnato da un fiume che riflette corallo nel tardo pomeriggio. I tetti della Città Vecchia raccontano la storia dimenticata dalle cronologie, quella di un popolo che si è creato e ha resistito alla Cupola. Austeri, spigolosi, spessi, come tutti i rivoltosi devono essere per far si che parole e idee possano cambiare il mondo. Sull’altra riva del fiume, la Città Piccola è l’ossimoro perfetto. Piccoli, colorati e con tanti abbaini da cui esplodono cascate di fiori coloratissimi. Sono i tetti degli alchimisti, i tetti della ricerca, della scoperta.. i primi tetti costruiti a Praga a dire il vero.  Dai tetti della Città Piccola si vedono le colline di Praga, ricoperte da una rete stradale convulsiva e l’eco dei presidi vicino al Museo Nazionale. Ma esiste un momento, nella mia Praga, in cui tutto si ferma. Alle 22.30, la cupola del Teatro Nazionale si accende e, se si ha la fortuna di passeggiare sul ponte Carlo in quel momento, una lenta ma progressiva danza di gabbiani frammenta lo Smeraldo che sorge, ogni sera, per tutta la notte.
Quello è il momento in cui il respiro rallenta, le gambe smettono di ascoltare muscoli tesi e gli occhi, stanchi per tutte le cose che sono loro scivolate davanti durante il giorno, assumono il profumo dell’anice e delle spezie. E’ il momento in cui la distanza geometrica diventa assenza, perchè i tetti ti riflettono nello specchio del mondo e svelano agli occhi di chi guarda, tutta la tua bellezza.


Cara sorellina, siamo sempre qui a parlare del mondo

-          Ma…. secondo te (è talmente variabile in Italia che è sempre bene ipotizzare e mai asserire con fermezza)…. chi c’è al Governo in Italia?

Partiamo da dio: subito mi risponde Bossi, poi si corregge dicendo che l’ha sentito nominare solo come un deficiente per poi illuminarsi in volto e urlare, con elegante francesismo

-          Cazzo lo so, MONTI!!

E io rimango a metà tra il basito e il compiacente, perchè mai mi sarei aspettata che lo sapesse (ha 16 anni, è già molto se sa inquadrare la parola “governo”) ma allo stesso tempo orgogliosa, consapevole di tutti gli anni trascorsi a raccontarle le storie dei filosofi mentre le lavavo i capelli.

-          Eh si, e l’Articolo 18 invece cos’è?

Ahia. Silenzio imbarazzante. So che sta vivendo la sensazione di dover sapere, ma non sapere. Di dover ricordare, ma non ricordare. L’hai sentito al telegiornale infinte volte, dai, ce la puoi fare penso tra me e me, preoccupata forse più per la delusione mia che per la reale conoscenza sua.

-          Dai non lo so, non mi interessa.

SBAM. Sale agli occhi con una velocità che imbarazzerebbe la luce, prende la bocca dello stomaco e ti lascia li, tramortita. Lei, sangue del mio sangue, che dice non mi interessa.  Sa di averlo sentito dire infinite volte, ma non ha voglia di collegare le sinapsi mentali e scavare nella memoria. Potrei morirne, specie se rafforza la sua posizione dicendo che al giorno d’oggi ci vuole coraggio per fregarsene.  Ma le ho sorriso, come le sorrisi più di un anno fa, e le ho detto che avrei scritto un altro articolo per spiegarle di nuovo perchè credo che come lei, moltissimi 16enni siano ignari di ciò che accade effettivamente in Italia e nel Mondo e del potere che hanno nelle loro mani.

Una rivoluzione annunciata

Quando scoppiò lo scandalo Wikileaks, i governi di tutto il mondo vennero presi in contropiede. Spiazzati e tramortiti, palesavano un’arretratezza culturale e una serie di contraddizioni e incomprensioni imbarazzanti sulla natura e la portata della Rete. Fu una rottura epocale tra un passato e un presente di libertà di espressione che si cercava di insabbiare re-inventando la definizione di trasparenza dell’informazione.  Pochi di noi se ne sono accorti, perchè sono riusciti a distrarci con tanti scandali inutili. Abbiamo visto modificato il senso della parola trasparenza in favore di una privacy che non deve essere intaccata, nè profanata dalle intercettazioni, dalle pubblicazioni dei verbali, dalla circolazione di video, telefonate, fotografie, parole nella rete. Allo stesso tempo abbiamo visto le arene politiche spostarsi dal corpo della nazione al corpo dei social network e lì già avremmo dovuto sospettare qualcosa: la politica entra nella Rete. Quindi su Facebook, Twitter, Google+ iniziano a crearsi non solo pagine ufficiali, ma anche gruppi di supporto o di critica, completamente liberi, liberi anche di sbagliare. Si vedevano le mani intrecciarsi in modo fantascientifico con la Rete fino a creare una parodia malriuscita di un universo alla Matrix dove sembrava che fosse Internet a parlare in modo autonomo e i politici, i governanti, coloro che gestiscono e promuovono il nuovo ordine mondiale, fossero vittime di un’intelligenza artificiale di nome HAL 9000.

Ragazzi, era falso. Quello era 2001 Odissea nello Spazio ed era un film.

2012, nessuna Odissea e troppo spazio

Pochi giorni fa, il sito della Direzione territoriale del lavoro di Modena è stato chiuso per ordinanza del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali (sociali?!?!?!?) Fornero.

La motivazione ufficiale è interessante da analizzare: al fine di garantire una rappresentazione uniforme delle informazioni istituzionali e con riferimento agli obblighi di trasparenza ed ai profili di comunicazione e pubblicazione delle informazioni di interesse collettivo anche per quanto attiene agli Uffici territoriali, si chiede alle SS.LL. di provvedere alla immediata chiusura del sito internet www.dplmodena.it

Quando la parola uniformità viene impiegata vicino al paradigma della trasparenza inserendoci in mezzo un obbligo, c’è sicuramente qualcosa che tocca. A questo aggiungiamo la scoperta di informazioni di interesse collettivo, e la conseguente esistenza di informazione di interesse non collettivo. Ma in uno stato a sovranità popolare il governo che compie una distinzione tra informazioni di interesse collettivo e “non collettivo” , non sarà mica anti-costituzionale? Chi ha concesso l’autonomia di azione, decisione, espressione,  e sovranità al Governo Tecnico?

Mi dispiace rinfacciarlo, ma io ve l’avevo detto. Cara sorellina, a te e alla masnada di tuoi coetanei, avevo espressamente spiegato che il ruolo delle vostre generazioni e la vostra apertura mentale (che vi rende naturalmente idonei all’utilizzo massimizzato della Rete) erano gli strumenti più potenti per l’indipendenza e la totale trasparenza che l’informazione deve  mantenere viva e autentica per restare tale. Avevo anche detto che presto o tardi, i governatori avrebbe compreso la vostra forza e avrebbero cercato di limitarla, partendo prima da casi singoli, chiudendo siti, censurando blog o videomaker, per poi arrivare ad un nuovo paradigma opaco di trasmissione informativa che non prevede in alcun modo la libertà di scambio opinionale e, anzi, tenterà di soffocare i punti di vista differenti.  Ma io, convinta che la Speme abbandoni solo i Sepolcri, credo ancora che sia tutto nelle vostre mani e nelle nostre che dobbiamo solleticare la vostra curiosità e riuscire a meravigliarvi, coinvolgervi, darvi fiducia.

Brave New World

Ehi, se pensate che Fornero abbia un delirio di onnipotenza (come scrive Il Fatto di questi giorni) siete fuori strada. Si chiama strategia pianificata e strutturante, che modifica con calma l’assetto e il posizionamento del nostro giudizio nei confronti della Rivoluzione Digitale. Che differenza trovate tra il ddl intercettazioni voluto da Berlusconi e la chiusura del sito del DPL Modena?  Nessuna, si cerca in entrambi i casi di far passare l’uguaglianza di trattamento come tutela della trasparenza e del bene collettivo e non come veicolo strumentale all’adattamento di tutti a tutto, ad eccezione dei tecnocrati e della classe dirigente che governa ogni cosa in stile neroniano. E’ una versione peggiorativa della Repubblica platonica praticamente. Ed è incredibile che non cambino nemmeno le reazioni delle parti politiche opposte, scandalizzate, contrarie, sgomente che ripropongono lo stesso “Una scelta politicamente inaccettabile e giuridicamente illegittima” che utilizzano per qualsiai situazione troppo moderna per la loro struttura novecentesca.

Tutto scorre, Tutto tace

Se un Ministro decide di chiudere un sito capace di fornire dati, informazioni, riferimenti legislativi e normativi in modo facile e accessibile a tutti, verrà da chiedersi come mai accade una cosa del genere invece di intasare quotidiani e social network con 300 diversi aggettivi per descrivere il proprio sgomento?  Che proposte pratiche sono state portate avanti dal 6 aprile (giorno di chiusura del sito) ad oggi? Una mail. Del resto è il nuovo che avanza.

Imparare a trovare lo straordinario e a condividerlo per creare una praticità instantanea che impedisca ai tempi della vecchia politica di inghiottire il cervello e renderci inutili. Serve anche tempo. Il tempo per fare e fare bene, e non il tempo per pensare a come utilizzare il tempo stesso. Serve velocità e un ventaglio infinito di soluzioni alternative allo stesso problema che vengano create in automatico. La rete ci fornisce la capacità di pensare con paradigmi differenti da quelli obsoleti imposti dall’educazione standardizzata delle società occidentali. Serve movimento, spinta al divenire, la volontà di proteggere ciò che è nostro contro i poteri forti.

Vedi, cara sorellina, quanto coraggio serve per dire mi interessa e voglio capire, conoscere, cambiare e diffondere?


Stiamo ancora marciando

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Le foto sono perle rare che raccontano ciò che la lingua ancora non è in grado di descrivere.

Abbiamo marciato. Per chi fosse stato cosi sprovveduto da sottovalutare l’Indie March e averlo bypassato, NOI ABBIAMO MARCIATO. E marciamo anche ora. Abbiamo iniziato, abbiamo mischiato sudori diversi e abbiamo shackerato per bene per vedere cosa ne veniva fuori. Il risultato è stato una tavolozza di colori che, nonostante le aspettative pessimistiche di alcuni, ci rende liberi. Che sollievo, il sollievo dell’armatura che scopre al suo interno un guerriero ancora vivo.

Il Rasoio ringrazia tutti quelli che sono intervenuti, quelli che ne hanno parlato bene, quelli che ne hanno parlato male. Ringraziamo anche quelli che ci hanno ignorato perché avranno avuto un pessimo risveglio il giorno dopo.  Ringraziamo chi ha acquistato le antologie del Rasoio “La città senza cuore” e “Lo Strappo” perché ci da la forza di andare avanti. Ringraziamo l’arte, la musica, le grandi città e la bellezza autentica per averci riportato tutti qui, e il Caffè del Teatro per The Southern Harmony and Musical Companion e per essere stato il luogo perfetto al momento giusto. Voi si che siete Indie!!

Cosi tante persone da non riuscire a contarle. Era lo scopo, mettere insieme una macchina che potesse camminare da sola.

STAY INDIE STAY MARCH.

un tributo speciale va ad Appunto e a Formìzine che nella temperie di questi giorni indolenti non smettono mai di realizzare cose belle.


INDIE MARCH

Negli ultimi due anni Il Rasoio è stato per noi un percorso libero, difficile spesso, ma mai condizionato da influenze e finanziamenti esterni. Siamo cambiati, in un continuo confronto con chi ci legge e chi, per scelta, preferisce non leggerci e affidarsi alle più note testate quotidiane di Modena e provincia. Abbiamo esplorato luoghi diversi, cambiato prospettiva, desiderato un continuo e prolifico rapporto con punti di vista differenti. Ricorderete l’articolo La scoperta dell’Indie e la riflessione straordinaria che ci portava ad alzare lo sguardo verso le caratteristiche comuni di tanti progetti indipendenti della nostra zona.

Vedete, a volte basta un articolo per mettere in modo una macchina senza sosta che spinge nella direzione giusta. Basta unire i punti di quelle tante isole dell’arcipelago dell’Indie per comprendere la portata della forza che si ha nelle mani e volerla condividere. E, anche se quest’anno la metafora risulta parecchio inflazionata, il viaggio comincia qua, nell’ora e adesso che spinge verso il dopo. E’ l’inizio di un percorso che si pone lo scopo di esprimere e far circolare idee, arte, musica, bellezza genuina rimanendo indipentente dall’universo della comunicazione istituzionale, dall’editoria acriticamente schierata, dalla produzione oligarchica e seriale delle case discografiche.
E’ un’esperienza che va ben al di la’ di una semplice etichetta che possiamo incollarle sopra per tentare di definirla.

Unica regola: state sul pezzo!!!


I rumori della Valle (di Pietro Tarozzi)

Avrei voluto allontanare il più possibile, evitarlo, se si poteva, il momento in cui i barbari dall’esterno, gli schiavi dall’interno si sarebbero avventati su un mondo che si pretende essi rispettino da lontano o servano dal basso, ma i cui benefici sono a loro interdetti”

Adriano, imperatore romano

18, marzo, Val di Susa
Arriviamo verso mezzogiorno a Susa e il cielo non promette nulla di buono.
Fa freddo ma qualcuno che non conosciamo ancora ha preparato anche per noi polenta e ragù.
Quanto segue vorrebbe essere il semplice racconto di una giornata, nessun dettaglio tecnico sul Tav, sulla sua inutilità e sulle ragioni che stanno tutte da una sola parte. Le informazioni a riguardo ci sono, basterebbe leggersele, poi confrontarle con la banalità dei comunicati ufficiali che trovano in un nuovo treno per il trasporto delle merci la chiave d’accesso dell’Italia a un Europa in via di decomposizione. Qua e Qua qualche dato ma potrebbe essere prodotta un’intera biblioteca.Per quanto mi riguarda vorrei solo essere in grado di riassumere i rumori della Valle.
Si sale, l’appuntamento è su una collinetta che domina Susa, un’ex zona militare abbandonata che per qualche ora rivivrà una più degna esistenza. La gente non è molta ma mentre si procede ci si saluta come tra persone che condividono un comune sentire: di preoccupazione.

E’ un’eleganza ancestrale quella che ci attende, spettacolo che è il riassunto vivente di atmosfere tzigane, circhi novecenteschi e sit-in hippy. Giocolieri, attori e musicisti intrattengono i presenti, i bambini si divertono mentre i grandi chiacchierano, mangiano e applaudono. All’esterno dell’edificio diroccato quattro attivisti con le tute bianche si calano nel vuoto per dipingere una grande scritta NoTav che dominerà la città di Susa per qualche tempo.

Ci si muove verso la collinetta da cui si vede la valle, Susa ha un fascino tutto suo: di confine e piemontese. Un ragazzo del posto ci legge la sua città, quella che si ramifica sotto di noi: la Dora Riparia, il vecchio ponte fatto saltare dai partigiani durante la guerra e la discarica sulla montagna che potrebbe riempirsi di nuovi materiali inquinanti se iniziassero i lavori. Ci indica dove dovrebbe sorgere la nuova stazione internazionale (una stazione internazionale in un paese di 6.500 anime rimane un mistero) e le aziende che hanno affari con il Tav. Solo lavori di recinzione perché di cantieri in Val Susa non ve n’è l’ombra. Sono racconti di fallimenti e l’odore è quello tipico mafioso.

Ci racconta di come, secondo lui, viene visto il progetto dall’alto, da chi detiene il potere: “è come in un plastico”, ci dice, “tu tracci una linea senza la minima idea della vita e del luogo che scorre là sotto, non puoi toccarlo e non lo afferri, hai solo il plastico ed i soldatini che muovi come nei migliori film di guerra”. “Il problema”, argomenta, “è quando anche tu che ti opponi cominci a vedere le situazioni come in un plastico”. “Cosa vuoi dire?” “Non lo so neanche io, dico tante cose.” Certo è che da lassù, sopra Susa, nella vita reale e non come in un plastico, l’affermazione ricopre tutto il proprio senso anche in assenza di parole di spiegazione. Ci racconta dei fatti di luglio e delle vicende di poche settimane fa’, del gas Cs lanciato vicino alle abitazioni e dei rastrellamenti fino dentro ai bar, vetrine comprese. Conosciamo le vicende e siamo qua anche per questo.

Dopo avere parlato di lacrimogeni e rastrellamenti l’appuntamento a Giaglione per visitare il non-cantiere si tinge di cupo come il cielo sopra di noi. Ma scendendo dalla collinetta dell’ex-forte militare ci accorgiamo che non siamo soli. Non lo siamo mai stati in Valle, eppure non conoscevamo nessuno. Si canticchia camminando e un musicista che aveva suonato poco prima durante il pasto, conoscendo la canzone prosegue le strofe dettando i tempi. Anche solo la musica comunica come ha sempre fatto.

L’appuntamento a Giaglione per la marcia è bagnato da un pioggerellina fine. Non si capisce quanta gente vi sia ma la cifra può essere racchiusa tra le 150 e le 250 persone. Si riconoscono Perino eTuri Vaccaro, il pacifista che strappa sorrisi ai poliziotti. Più tardi lo vedrò intonare una preghiera con altre decine di persone davanti al non-cantiere, prima di scoprire, il giorno dopo, che verrà arrestato a Torino senza alcun motivo se non la sua presenza.
Non stupisce più il fatto. Sempre per lui due settimane fa avevamo assistito al ripristino della consuetudine fascista del “fermo di polizia preventivo”, arresto senza imputazioni. Un po’ come quello che accadeva durante il ventennio ogni qualvolta che un gerarca andava in visita a una città. Allora l’occasione fu la visita di Napolitano, sabato c’era Monti e il trattamento si è rivelato lo stesso.

Sicuramente, dopo avere visto pregare quell’uomo che gira a piedi nudi, ci si accorge che per esso le barriere non contano e che tutto il resto assume una rilevanza relativa perché, oltre l’indignazione, quell’uomo sarà ovunque infinitamente più libero dei suoi carcerieri.
Potranno fare il Tav, privatizzare l’acqua, tradire la Costituzione, abolire i diritti dei lavoratori, il tutto in meno di un anno, ma sarà dura privarci pure della dignità.

I primi sbarramenti sono aperti e si prosegue verso la zona militarizzata. Il cantiere osservato dall’alto del sentiero appare minuscolo e senza senso, come un piccolo feudo, in dissonanza con la bellezza della Val Clarea. Non è nient’altro che un piccolo recinto di filo spinato sotto a un viadotto, abitato da qualche cellulare della polizia e da qualche mezzo militare. Avvicinarsi alle recinzioni mette angoscia, l’assurdità della visione non lascia fughe ai dubbi. Gli unici lavori eseguiti sono quelli che sono stati fatti per recintare piccole porzioni di terreno, quelle che il movimento NoTav presidiava.
Nel 2005, dopo il blitz della polizia contro il presidio di Venaus, i lavori vennero abbandonati e la magistratura mise sotto sequestro l’intero cantiere. Oggi il progetto è già modificato: non c’è più Venaus ma Giaglione, come se il Tav potesse essere costruito in ogni parte della Valle indipendentemente dalla fattibilità e dall’economicità dell’opera.

Accanto al filo spinato cominci a comprendere quanto sia vero l’assioma che il potere lo detieni finché sei in grado di non esercitarlo, perché non appena lo eserciti (almeno nella misura osservabile da questa Valle) hai già cominciato a perderlo ed in maniera definitiva, a prescindere dal tempo. E non è un caso se il coro favorevole al Tav accomuna trasversalmente la maggior parte degli schieramenti politici, questi difendono la loro esistenza ed una sacralità ormai profondamente in bilico.
Ci vuole poco a decifrare la dinamica del “prendi i soldi e scappa”: l’opera è affare bipartisan, dalle cooperative “rosse” come la Cmc di Ravenna alla onnipresente Impregilo, le stesse del famigerato ponte sullo stretto. C’è poco da fare, l’economia, se presa di petto, rimane per molti una materia dal sapore quasi metafisico. Se la si cala in un territorio però e la si legge tramite la lente del suo sfruttamento, alla luce di un dubbio beneficio ed a discapito di una intera popolazione, le sue dinamiche diventano maggiormente decifrabili e certi personaggi cominciano ad assomigliare sempre di più a ladri di polli, con qualche dollaro in più.

L’economia odierna presenta spaventose analogie con le centrali nucleari: i profitti sono privati mentre i costi delle catastrofi si scaricano sui contribuenti. E’ economia di guerra e i militari, i bossoli dei lacrimogeni e il filo spianato sono lì davanti a ricordarcelo.

Qualcuno si avvicina alle reti, tenta una comunicazione con i carabinieri oltre il filo spinato. Si tenta di divulgare l’inutilità dell’opera all’unica interfaccia che questo governo tecnico concede: i poliziotti. Ormai è una questione di fede e di dogmi. Appare strano ma nel 2012 il potere che ci governa è quanto di più impermeabile vi possa essere alla ragione, è dogma allo stato puro. Non c’è nessun patto tra i diaconi bocconiani e i cittadini, solo ordini da eseguire e chi ha qualche ragione da discutere può comunicarla ai carabinieri.

In effetti una comunicazione avverrà ma questo solo dopo avere “suonato” per una mezzoretta le recinzioni in ferro con dei sassi. Bom, Don, Bom, Don… Prima uno, poi tre, poi dieci persone tutte a battere le pietre contro lo steccato, unico modo per farsi udire. Strana la frustrazione metallica all’interno di un bosco. Era come suonare il campanello di una porta che non esiste.

Un signore dalla giacca verde prende la parola, di fronte, oltre la recinzione, ha il capitano dei carabinieri come interlocutore. Comincia indicando un generatore con un faro sul quale vi è scritto “Officine Giuliano”, provincia di Napoli. Partono supposizioni, poi domande sul come fosse possibile noleggiare macchinari così in lontananza se a parole il cantiere doveva portare lavoro in Valle.

Discutono di tutto, di Costituzione e di legalità, interviene anche Turi Vaccaro che poco prima avevo visto pregare assieme ad altri signori della Valle. Domanda al capitano perché non viene arrestato siccome è in possesso di un “foglio di via”, una specie di obbrobrio giuridico dalla giurisprudenza incerta.

Le risposte del capitano, quando ci sono, eludono ed alla fine è quasi come battere i sassi contro la barricata: il rumore rimbalza senza interazione. Non c’è scambio, solo una barriera, sia mentale che fisica. Il capitano ha giurato di difendere le Istituzioni e non i cittadini. Ne consegue che queste possano rubare la Costituzione, rispettando le regole, ma il cittadino non possa fare blocchi stradali o manifestazioni per difenderla perché, in queste condizioni, difendere la Costituzione significa diventare dei fuorilegge. Sono strani i confini della legge.

“Papà quando avrò diciotto anni se credi sia giusto mi comprerai la maschera antigas?” domanda un bambino di dieci-dodici anni. Quando senti cose simili hai già la sensazione che la Valle, quella Valle, sia già oggi un museo vivente, carne viva del paese che verrà. Non è semplice spiegarlo, occorrerebbe andare là con i propri sensi per comprenderlo. Mentre con lo sguardo si assapora la bellezza primaverile della Val Clarea, sul versante opposto non si può non deglutire l’anarchica insensatezza di un non-cantiere circondato da filo spinato. Il boccone non scende, rimane appeso come un nodo in gola convinto a non scomparire.

Mentre si cammina non posso non pensare a certi paesaggi del Kurdistan turco: militari e recinzioni come un limes che trasuda una funerea verità, una direzione che ci traghetta verso un nulla catastrofico. Bambine che giocano con vestiti colorati accanto al filo spinato, piccole esistenze poco più grandi di loro ammassate su vecchi camion per il trasporto delle truppe. E’ l’esercito turco: diciottenni senza neanche i peli sulla faccia ma armati fino ai denti. Capre e spazzatura danzano come su una giostra attorno alle barriere, la prima spinta dal vento si incastra agli aculei del filo spinato, le seconde brucano quel poco che può offrire una terra arsa tenendosene lontane. Una saggezza eterna, alle volte, è nascosta in un’immagine.

Il cantiere che vedo non esiste. Ci sono alberi abbattuti che lasciano il posto alle nuove trincee della modernità, quelle che espropriano un luogo vissuto (una baita arrangiata in questo caso) per metterlo a profitto. Perché la Valle racconta tanto se solo si dispone del coraggio di ascoltarla. La sua grammatica è quella dei beni comuni ma la lingua che esprime è sconfinata, come una storia che ne racchiude tante altre, e forse è da queste che occorre partire per provare anche solo a immaginare un mondo migliore.

“Poco tempo fa”, ci raccontano, “in una scuola qua vicino è crollato il tetto ed è morto un bambino”. “Perché impieghiamo le pubbliche risorse per una grande opera che non serve quando sarebbero altri i lavori da promuovere?”. “E’ successo nuovamente, ma la fortuna ha voluto che questa volta non ci fossero bambini dentro…. l’ospedale di Susa era un’eccellenza, il suo reparto di ortopedia all’avanguardia, venivano addirittura da Torino a farsi curare qui ora è quasi a rischio chiusura. Torino, quanto è distante da qua la metropoli, ma quanto conta”. “Fassino, ci vergogniamo ad essere quasi compaesani di Fassino, suo padre faceva il partigiano su queste montagne, a lui è anche intitolato un circolo nella zona, se fosse vivo oggi si vergognerebbe delle scelte del figlio.” Venendo in Valle si incontrano ancora le effige delle olimpiadi invernali e chissà quale buco hanno lasciato nelle casse del comune di Torino. Per cosa? Per un trampolino inutilizzato ed una montagna solcata da una pista per bob ormai dimenticata? Quali analogie con la Grecia olimpica ora in fallimento?

In realtà i paesi della Valle non sono tutti attivi. A Giaglione ad esempio, il movimento è quasi inesistente: “guardano la televisione che quasi ci descrive come terroristi e hanno paura per i loro bambini, qua c’è una scuola e non vogliono noie, ma non si accorgono che se mai partissero i lavori questo posto diventerebbe insalubre?”.

Come dagli torto, sembra che le persone della Valle, quelle attive, non gli ignavi che non si traducono mai in maggioranze silenziose semmai in semplici sottomessi (Dante non li metteva neanche nell’inferno: sciaurati che mai non fur vivi), abbiano ormai raggiunto un livello di consapevolezza interiore che è quasi una gemma nella pozzanghera moderna. “Abbiamo da tempo smesso i panni del fare delle divisioni, alle nostre manifestazioni partecipano tutte le categorie sociali: vecchi, bambini, donne, uomini, lavoratori, disoccupati, italiani e stranieri, sindaci e persone dei centri sociali”. “Noi non apparteniamo a centri sociali ma se in determinate manifestazioni non ci fossero stati anche loro non sappiamo cosa sarebbe successo. Alcuni ragazzi che vengono qua su sanno molto meglio di noi alle volte a cosa si va incontro. Vengono attrezzati con le maschere antigas. In luglio ci hanno gassati come topi e alcuni ragazzi che hanno tirato le pietre l’hanno fatto per consentire ad altri, anche donne e anziani, una via di fuga. Non possiamo non riconoscerglielo.

Non vi sono leader, le scelte vengono prese assieme, spesso sorgono spontanee”.
Comincia prendere senso la parola molteplicità e accanto a quella, anche la parola comunità…
Non posso non pensare ad un testo, “Hacer comunidad

Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.

L’anatra che si alza in volo non ha la risposta. Nessuno ce l’ha. C’è molto istinto in tutto questo. Quell’istinto che le fa volare verso sud. Quell’istinto che le fa volare verso un luogo caldo dove possano stare bene.

 

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