Chiunque abbia seguito la vicenda delle Pussy Riot, si sarà senz’altro imbattuto nella formazione femminista ucraina Femen che per prima ha preso le difese della band russa. Piccolo riepilogo: le Femen sono attiviste che operano in topless o completamente nude, attraverso tradizionali manifestazioni di piazza o, in alcuni casi, orge pubbliche. Sembrerebbero un comune movimento di emancipazione dal tono provocatorio, non fosse che si tratta di belle ragazze, statuarie, dal fisico perfetto. Almeno secondo i canoni tradizionali, e vedremo il perché questa precisazione è importante.
Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Università René Descartes di Parigi, ha posto sulle colonne di “Repubblica” una domanda che qui è cruciale: «È necessario utilizzare il proprio corpo per portare avanti una battaglia politica?». Bisogna fare attenzione alle domande, perché in larga parte presuppongono già la risposta. In questo caso il quesito da cui partire è corretto, ma mal formulato. Ha se non altro il pregio di localizzare il nocciolo duro del problema, senza però andare fino in fondo e chiedersi: cos’altro utilizzare, oltre al proprio corpo, per portare avanti una battaglia politica? Ha senso domandarselo, perché gli strumenti tradizionali adoperati dai vari femminismi hanno prodotto unicamente lo sterile moralismo reazionario che vediamo all’opera in quota “Se non ora quando?”.
Quello che la Marzano, come tutto certo femminismo, non vuole capire, è che non esiste nient’altro rispetto al corpo; è che non si spezzano le logiche perpetrate da un sistema semplicemente rivendicando un’alternativa, vagheggiando un punto di vista esterno, siderale. Al contrario: la messa in discussione di un paradigma (quello della società «patriarcale») passa attraverso un’intensificazione dell’esistente, vale a dire attraverso l’estremizzazione delle logiche del paradigma stesso. La Marzano nota giustamente come le Femen ripartano dal corpo vissuto, sessuato, piuttosto che da quello simbolico; ma non coglie la portata del loro gesto, che opera esattamente sul campo dove reale e simbolico sfumano l’uno nell’altro: non si tratta dell’esposizione cruda della corporeità tout court, bensì di certa corporeità, quella proporzionata, tonica, soda, atletica, dotata che corrisponde al canone erotico della seduzione. Portare questo corpo in piazza, sfruttarlo per pubbliche manifestazioni, significa interpolare il simbolico nel più radicale dei modi, mostrando cioè che dietro l’esibizione di quel corpo si nasconde qualcosa d’altro, un tout autre politico, sociale, oppure semplicemente esistenziale.
Se ciò che preme alla Marzano è che le donne rivendichino la propria «ragione incarnata», riscattando (principio metafisico) il mentale, lo spirituale sul carnale, ecco che le Femen indicano la via: l’effetto eversivo di quei corpi nudi esibiti senza il ricorso ad alcun medium che non sia lo spazio pubblico è dato unicamente dalla loro dislocazione rispetto all’immaginario erotico maschile. Non più oggetti di godimento, ma oggetti perturbanti che nascondono un messaggio, che rinviano a problematiche di ordine differente. Solo attraverso un certo uso di un certo corpo si può rivendicare una complessità irriducibile alle dinamiche biologiche, eventualmente rendere giustizia alla portata intellettuale delle donne (attenzione, non della Donna).
Questa pratica si contrappone radicalmente a ciò che la Marzano propone come eventuale e possibile alternativa, ovvero l’attivismo ispirato dalle teorie queer, secondo cui, in estrema sintesi, le identità sessuali non sarebbero altro che costrutti sociali con cui è quindi possibile giocare liberamente. Ora, si sa che l’identità in generale è qualcosa di impuro, mai trasparente o identico a sé, che al contrario si fonda sull’innesto dell’alterità al cuore stesso della autocoscienza; ma il difetto di questa corrente di pensierosta principalmente nell’estremizzare il ruolo del condizionamento socioculturale, al punto da portare a proprio sostegno dati scientifici secondo un approccio top-down epistemologicamente discutibile. Che la sessualità umana sia un fatto iper-culturale è indubbio, ma il rischio corso dalle teoriche queer, Judith Butler in primis, è quello di smarrire lo specifico di ciascun sesso, sia esso biologicamente o socialmente determinato. A voler confondere troppo le acque, a voler ricercare prossimità dove non ce ne sono o a volerne imporre di posticce – si veda la richiesta del ministro Fornero di rimuovere l’articolo determinativo femminile di fronte al suo cognome –, si flirta con in primo luogo con l’autoreferenzialità, in secondo luogo col mettere in atto pratiche unicamente discorsive, stimolanti dal punto di vista concettuale, ma dalla portata emancipativa limitata.
I modelli di Genesis P-Orridge, di Boy George o di Antony Hegarty, per attingere al solo ambito musicale, sono senz’altro interessanti, ma servono unicamente al compiacimento di chi è abbastanza colto o sofisticato per intenderne la portata o per esserne inquietato di un’inquietudine tutto sommato controllabile.
La Marzano invita giustamente ad evitare facili dualismi, ma la sua condanna della dicotomie non è funzionale alla loro soppressione e all’elaborazione di un concetto intermedio e plurivoco, bensì al loro superamento tramite la promozione ad un livello superiore, più nobile e privilegiato, di uno dei termini contrapposti, in questo caso quello che inerisce all’ambito del mentale e dello spirituale. Comprensibile la paura di una donna che teme di essere ancora una volta ricondotta alla propria funzione biologica; ma come riconquistare un rapporto consapevole ed equilibrato con essa se non esponendosi come pura carne in un gesto che sfidi l’economia interna di un regime fallocentrico? Rifugiarsi in un dominio solo in apparenza differente come quello del mentale è inutile. A conti fatti si traduce in quelle patetiche rivendicazioni del primato dell’intelletto sulla bellezza che molte donne hanno sottoscritto nei giorni successivi allo scandalo germinato negli appartamenti di via Olgettina.
A ben guardare, il moralismo è un atteggiamento sgradevole sotto il profilo estetico, intellettualmente sciatto e irrilevante sul piano concettuale: non crea prassi, non intacca equilibri, non decostruisce strutture. Viene da chiedersi, oltretutto, se davvero una donna compiuta o, come si dice, realizzata abbia bisogno di ribadire la propria integrità ponendosi a confronto con modelli di condotta disprezzati o di rivendicare alcunché di fronte ad imprecisate istituzioni morali o civili.
Le Femen, in tutto questo, sono riuscite più di chiunque altro ad estendere il dominio della lotta, per citare il titolo di un romanzo di Houellebecq tutt’altro che tenero verso quello che Simone De Beauvoir definiva, discutibilmente, «secondo sesso». Se non altro, insistendo sul corpo della donna, ci fanno capire che non esistono né un corpo né una donna in sé. Si entra nel regime biologico della differenza o di quella che Derrida chiamava différance, vale a dire il continuo differire, il continuo smottare e frangersi del senso che impedisce la cattura di qualsiasi identità unitaria e definita. Ecco perché il femminismo, quando non è rivendicazione individuale, ovvero quando non è manifestazione di una singola femminilità, è semplice ed aberrante castrazione.




