Archivi autore: nerocaino

Anticorpi contro gli anti-corpi del femminismo – di Pietro Terzi

Chiunque abbia seguito la vicenda delle Pussy Riot, si sarà senz’altro imbattuto nella formazione femminista ucraina Femen che per prima ha preso le difese della band russa. Piccolo riepilogo: le Femen sono attiviste che operano in topless o completamente nude, attraverso tradizionali manifestazioni di piazza o, in alcuni casi, orge pubbliche. Sembrerebbero un comune movimento di emancipazione dal tono provocatorio, non fosse che si tratta di belle ragazze, statuarie, dal fisico perfetto. Almeno secondo i canoni tradizionali, e vedremo il perché questa precisazione è importante.

Michela Marzano, docente di filosofia morale all’Università René Descartes di Parigi, ha posto sulle colonne di “Repubblica” una domanda che qui è cruciale: «È necessario utilizzare il proprio corpo per portare avanti una battaglia politica?». Bisogna fare attenzione alle domande, perché in larga parte presuppongono già la risposta. In questo caso il quesito da cui partire è corretto, ma mal formulato. Ha se non altro il pregio di localizzare il nocciolo duro del problema, senza però andare fino in fondo e chiedersi: cos’altro utilizzare, oltre al proprio corpo, per portare avanti una battaglia politica? Ha senso domandarselo, perché gli strumenti tradizionali adoperati dai vari femminismi hanno prodotto unicamente lo sterile moralismo reazionario che vediamo all’opera in quota “Se non ora quando?”.

Quello che la Marzano, come tutto certo femminismo, non vuole capire, è che non esiste nient’altro rispetto al corpo; è che non si spezzano le logiche perpetrate da un sistema semplicemente rivendicando un’alternativa, vagheggiando un punto di vista esterno, siderale. Al contrario: la messa in discussione di un paradigma (quello della società «patriarcale») passa attraverso un’intensificazione dell’esistente, vale a dire attraverso l’estremizzazione delle logiche del paradigma stesso. La Marzano nota giustamente come le Femen ripartano dal corpo vissuto, sessuato, piuttosto che da quello simbolico; ma non coglie la portata del loro gesto, che opera esattamente sul campo dove reale e simbolico sfumano l’uno nell’altro: non si tratta dell’esposizione cruda della corporeità tout court, bensì di certa corporeità, quella proporzionata, tonica, soda, atletica, dotata che corrisponde al canone erotico della seduzione. Portare questo corpo in piazza, sfruttarlo per pubbliche manifestazioni, significa interpolare il simbolico nel più radicale dei modi, mostrando cioè che dietro l’esibizione di quel corpo si nasconde qualcosa d’altro, un tout autre politico, sociale, oppure semplicemente esistenziale.

Se ciò che preme alla Marzano è che le donne rivendichino la propria «ragione incarnata», riscattando (principio metafisico) il mentale, lo spirituale sul carnale, ecco che le Femen indicano la via: l’effetto eversivo di quei corpi nudi esibiti senza il ricorso ad alcun medium che non sia lo spazio pubblico è dato unicamente dalla loro dislocazione rispetto all’immaginario erotico maschile. Non più oggetti di godimento, ma oggetti perturbanti che nascondono un messaggio, che rinviano a problematiche di ordine differente. Solo attraverso un certo uso di un certo corpo si può rivendicare una complessità irriducibile alle dinamiche biologiche, eventualmente rendere giustizia alla portata intellettuale delle donne (attenzione, non della Donna).

Questa pratica si contrappone radicalmente a ciò che la Marzano propone come eventuale e possibile alternativa, ovvero l’attivismo ispirato dalle teorie queer, secondo cui, in estrema sintesi, le identità sessuali non sarebbero altro che costrutti sociali con cui è quindi possibile giocare liberamente. Ora, si sa che l’identità in generale è qualcosa di impuro, mai trasparente o identico a sé, che al contrario si fonda sull’innesto dell’alterità al cuore stesso della autocoscienza; ma il difetto di questa corrente di pensierosta principalmente nell’estremizzare il ruolo del condizionamento socioculturale, al punto da portare a proprio sostegno dati scientifici secondo un approccio top-down epistemologicamente discutibile. Che la sessualità umana sia un fatto iper-culturale è indubbio, ma il rischio corso dalle teoriche queer, Judith Butler in primis, è quello di smarrire lo specifico di ciascun sesso, sia esso biologicamente o socialmente determinato. A voler confondere troppo le acque, a voler ricercare prossimità dove non ce ne sono o a volerne imporre di posticce – si veda la richiesta del ministro Fornero di rimuovere l’articolo determinativo femminile di fronte al suo cognome –, si flirta con in primo luogo con l’autoreferenzialità, in secondo luogo col mettere in atto pratiche unicamente discorsive, stimolanti dal punto di vista concettuale, ma dalla portata emancipativa limitata.

I modelli di Genesis P-Orridge, di Boy George o di Antony Hegarty, per attingere al solo ambito musicale, sono senz’altro interessanti, ma servono unicamente al compiacimento di chi è abbastanza colto o sofisticato per intenderne la portata o per esserne inquietato di un’inquietudine tutto sommato controllabile.

La Marzano invita giustamente ad evitare facili dualismi, ma la sua condanna della dicotomie non è funzionale alla loro soppressione e all’elaborazione di un concetto intermedio e plurivoco, bensì al loro superamento tramite la promozione ad un livello superiore, più nobile e privilegiato, di uno dei termini contrapposti, in questo caso quello che inerisce all’ambito del mentale e dello spirituale. Comprensibile la paura di una donna che teme di essere ancora una volta ricondotta alla propria funzione biologica; ma come riconquistare un rapporto consapevole ed equilibrato con essa se non esponendosi come pura carne in un gesto che sfidi l’economia interna di un regime fallocentrico? Rifugiarsi in un dominio solo in apparenza differente come quello del mentale è inutile. A conti fatti si traduce in quelle patetiche rivendicazioni del primato dell’intelletto sulla bellezza che molte donne hanno sottoscritto nei giorni successivi allo scandalo germinato negli appartamenti di via Olgettina.

A ben guardare, il moralismo è un atteggiamento sgradevole sotto il profilo estetico, intellettualmente sciatto e irrilevante sul piano concettuale: non crea prassi, non intacca equilibri, non decostruisce strutture. Viene da chiedersi, oltretutto, se davvero una donna compiuta o, come si dice, realizzata abbia bisogno di ribadire la propria integrità ponendosi a confronto con modelli di condotta disprezzati o di rivendicare alcunché di fronte ad imprecisate istituzioni morali o civili.

Le Femen, in tutto questo, sono riuscite più di chiunque altro ad estendere il dominio della lotta, per citare il titolo di un romanzo di Houellebecq tutt’altro che tenero verso quello che Simone De Beauvoir definiva, discutibilmente, «secondo sesso». Se non altro, insistendo sul corpo della donna, ci fanno capire che non esistono né un corpo né una donna in sé. Si entra nel regime biologico della differenza o di quella che Derrida chiamava différance, vale a dire il continuo differire, il continuo smottare e frangersi del senso che impedisce la cattura di qualsiasi identità unitaria e definita. Ecco perché il femminismo, quando non è rivendicazione individuale, ovvero quando non è manifestazione di una singola femminilità, è semplice ed aberrante castrazione.


Meglio Napoleone III del Pd (di Pietro Terzi)

Prima di tutto un’affermazione, che abbia il valore di una messa a nudo: quando ad ottobre 2007 venne fondato il Partito Democratico potevo essere contato tra quelli che esultavano con le braccia al cielo, alla maniera di quei musulmani che, incazzati o felici, sono sempre fotografati con gli arti tesi al vento di Scirocco. Io non scesi in strada, forse in fin dei conti non esultai nemmeno e neppure potevo dirmi felice, ma contento, ecco, contento sì. Le necessità, ai tempi, erano due: rilanciare un progetto di sinistra, raccogliendo i relitti che il ritiro della marea-Ulivo aveva lasciato in bella mostra sulle spiagge più disparate, dai lidi democristiani alla riviera post-comunista, e segnare lo scarto tra le vecchie ideologie e il nuovo progressismo moderato. Si immaginava la sinistra del futuro, senza pensare che il chiodo fisso del rinnovamento avrebbe mostrato ancora più chiaramente l’impossibilità di scollarsi dall’ingombrante passato.

Si vuole cambiare quando la convivenza con un certo vissuto traumatico non è più possibile, nella speranza che la prospettiva di un restyling futuro retroagisca come sprone per la soluzione di indicibili drammi interni. Nello specifico, il PD doveva essere il nuovo fondotinta con cui coprire gli inestetismi del fallimento politico. Esito: un disastroso make-up fuori tempo massimo. Non si tratta solo della vecchiaia del corpo su cui Veltroni & Co. hanno preteso di innestare nuovo logo, nuova sigla, nuova base sociale, in breve una nuova identità. La questione è più ampia e coinvolge la posizione che il Partito Democratico ha fin dall’inizio cercato di ricoprire all’interno non tanto dello scacchiere politico quanto del relativo registro linguistico. Non smetterò mai di allibire di fronte al modo in cui i politologi glissano sul problema retorico che congestiona la nostra democrazia. Si pensava che la retorica fosse una peculiarità squisitamente totalitaria e che un regime democratico ne fosse immune: il dialogo, si diceva, avrebbe rotto l’imene del linguaggio demagogico. Non è stato così, non è mai stato così: Platone soffriva molto a causa dei sofisti. Ne viene che il lessico e più in generale l’immaginario di ogni partito o sindacato dovrebbero essere il primo oggetto di analisi di una scienza politica seria. Se non altro questo tipo di indagine rappresenta l’unica possibile, dal momento che le dichiarazioni, i raduni, le campagne si susseguono senza che sia possibile localizzare ed isolare un singolo contenuto, mentre le parole si disperdono tessendo reti di significanti privi di qualsiasi referente.

Ma tornando al caso PD, che contenuti aspettarsi da un partito che, lasciando correre a briglia sciolta il buonismo della sua componente cattolica, si è lentamente trasformato in un’altra destra, moralista, collaborazionista e qualunquista? I cattolici in politica sono uguali, ovunque, a qualsiasi età. L’ideologia storicamente condizionata dei sinistrati post-andropausa non può nulla contro la fede senza età dei chierici che a sessant’anni continuano a presentarsi col cilicio in parlamento. Questo a Veltroni deve essere sfuggito, troppo impegnato com’era a scrivere pessimi libri, con l’Einaudi piegata a novanta pronta a pubblicarli, e a doppiare il sindaco Rino Tacchino nell’orrendo film Disney Chicken Little. E ancora: che argomenti attendersi da un partito in piena crisi adolescenziale di fronte alla riforma del mercato del lavoro? Si capisce che Bersani sotto sotto è ancora il flaneur che faceva strage di compagne ai dopolavoro operai di Piacenza e che quindi con la Camusso ci andrebbe a nozze, o almeno ci farebbe una partita a rubamazzo; ma il disagio, le spaccature, le smentite e le ambiguità dei suoi colleghi ricordano l’imbarazzo di un ragazzino costretto a partecipare ad una festa di gente che non conosce.

Che ne è poi di tutto il resto, di quella maggioranza di rappresentanti che sono caduti nella trappola del berlusconismo trasformandosi nei nemici su misura per un narcisista in piena decostruzione psicofisica? Qualcuno dovrà rendere conto di questo abbrutimento, così come ci aspetta che qualcuno risponda dell’orrenda campagna pubblicitaria per il tesseramento 2012, in cui l’identità di persone qualsiasi viene ridotta ad un claim di tre righe che pare tratto da una sceneggiatura dei Monthy Python: <<Anna Rita, 26 anni. Vegetariana. Ama la Juventus e vuole cambiare il mondo>>. Qualcuno dovrà pagare per il colpevole silenzio di fronte a temi come i diritti delle coppie omosessuali, la procreazione assistita, la ricerca sulle cellule staminali embrionali (ferma in Italia, unico caso in Europa), che sembrano appartenere unicamente alla giurisdizione dei preti della fu Margherita, della fu Udeur. E infine qualcun altro o forse la stessa persona dovrà spiegarci con che dignità ci si è presi il merito della caduta di Berlusconi, il quale, con un capitalismo in splendida forma, sarebbe senz’altro morto a Palazzo Chigi.

Tra un sondaggio favorevole e una primaria disastrosa, il Frankestein politico, il cut-up ideologico, il frullato di valori democratici, cultura media liceale, immaginario da oratorio romagnolo e retorica moralista tira avanti per inerzia, appagato dai consensi garantiti da chi con l’eros, con il moralismo vero, quello francese à la Montaigne, con la fantasia situazionista e libertaria non ha mai avuto nulla a che fare. Sarebbe un errore imperdonabile illudersi che il PD sia qualcosa di diverso da uno stato mentale. Il PD è una categoria dello spirito, quella che sorregge il pantheon democratico all’interno del quale fanno sfoggio di sé le statue bronzee di un Saviano, di un Fazio, di una Serena Dandini, di una Sabina Guzzanti, di una Concita de Gregorio piuttosto che di una Daria Bignardi. E poi ancora, sui capitelli, le effigi degli scrittori Sandro Veronesi, Alessandro Baricco (rottamatore pro-Renzi), Andrea de Carlo, Eugenio Scalfari. Fa solo piacere constatare che i programmi del tridente rosa Bignardi-Dandini-Guzzanti, su cui La7 tanto scommetteva, facciano insieme il 9% di share, quando per la sola Dandini la rete puntava al 10. Significa che qualcosa si sta incrinando nel presepe democratico, che l’erogazione 24/7 del comfort moderato è destinata ad interrompersi, che il parallelismo tra giustizia sociale e giustizia divina sta per andare in frantumi. Se non l’entità politica, è forse in crisi il buonismo cattocomunista, come a destra sta andando in crisi il berlusconismo. Entrambi facce della stessa medaglia, questi due –ismi rappresentano il sintomo radicale della miseria dell’Italia borghese incapace di far fronte alla complessità del reale una volta messa da parte la volontà di governare il caos. Il realismo, anziché tradursi in disincanto e gusto del dubbio, si è svilito in un imbarazzo maldestro entrato in loop e in continuo ripiegamento su se stesso.

Siamo sicuri che la retorica continuerà ad ammorbare il mondo, in particolar modo quello politico, ovvero quello dove il senso dell’individualità viene cestinato per lasciar spazio alla mitologia del popolo, della comunità, di cui anche il centrodestra-finto cattolico è impregnato. La politica, allo stato attuale, è il carcere dell’uomo libero, e se il PDL ha dalla sua un approccio semi-serio a quello dice, una certa ironia di fondo, il PD sconta un insopportabile prendersi sul serio che fa desiderarne la cancellazione dal creato. Se la politica è una prigione, il PD è quello che la Guyana francese era per Papillon. Non solo un abbrutimento stilistico, di più, un default psichico, la standardizzazione del pensiero, il livellamento di ogni immaginario, insomma: pura e perfetta democrazia 2.0. Di fronte alla quale si potrebbe addirittura sognare il ritorno di una monarchia assoluta: non potendo coltivare l’aristocrazia dello spirito, avremmo almeno una forma meno ipocrita e più completa di sottomissione. Tra il PD e un sovrano autoritario e censore come Napoleone III, che fece impazzire addirittura Victor Hugo, non avrei dubbi: sceglierei il secondo.

 

PS:

Ho da poco ultimato le ultime righe e vengo a sapere che il sindaco di Modena Giorgio Pighi (PD, guarda caso) ha querelato per diffamazione Gabriele Veronesi, autore di Modena3, documentario-inchiesta sull’ampliamento urbanistico della città. Anziché ribattere o dibattere pubblicamente, cosa senz’altro possibile in un contesto cittadino e provinciale come quello modenese, il sindaco sceglie vie legali. Vorrei che tutto l’articolo fosse riletto alla luce di questo fatto.

 

 

 


Red Ronnie è più rosso di voi miserabili (di Pietro Terzi)

Prima che voi leggiate questo articolo, leggetene un altro, nello specifico questo:

http://www.corriere.it/politica/speciali/2011/elezioni-amministrative-ballottaggi/notizie/19-red-ronnie-facebook-cruccu_e9ffd69c-8243-11e0-817d-481efd73d610.shtml.

Mi sono evitato di spiegarvi i fatti, ci ha pensato il Corriere, con perizia di sintesi da baretto, essendo il Corriere fondamentalmente un giornale da paninoteca, almeno stando al gradiente di provincialismo e di ottusità.

Io mi limiterei a porre l’attenzione su questo fatto: Red Ronnie – personaggio che alcuni ricorderanno per il Roxy Bar (chiunque abbia avuto un’educazione musicale in casa degna di questo nome l’ha seguito da bambino, così i Cranberries te li beccavi a dieci anni e li superavi subito; almeno fino ad un certo punto, quando si è messo a esibire porcherie tipo i Funeral de Kocis nel nome dello slogan cretino “è bello ciò che piace”), dicevo, Red Ronnie da qualche tempo collabora con Letizia Moratti. Ci sono stati molti polveroni sui compensi da lui ricevuti, ma non è questo il punto.

Red Ronnie è sempre stato in contatto con la Comunità di San Patrignano (in modo disinteressato, perché non ha alcun interesse da tutelare, essendo lontano da anni dalla tv), è un vegetariano convinto ed impegnato e promuove iniziative a favore delle giovani band emergenti (vedi il LiveMi, documentato ampiamente su Youtube). Nessun motivo per pensare che sia un leccaculo, come è stato accusato di essere, o un’opportunista. Se uno osserva attentamente la sua biografia, ci si accorge di scelte spesso controcorrente. Mi riferisco in particolare al suo impegno con San Patrignano, rimasto tale durante lo scandalo che vide coinvolto il fondatore Don Muccioli, accusato di violenze e di terapie “coercitive”. Da imprenditore della musica quale è e non solo, la sua collaborazione con Letizia Moratti ha tutto fuorché una valenza politica. Conoscendo la Moratti da anni, non avrebbe faticato ad ottenere un programma tv, come è stato per Sgarbi. A fine anni Novanta il Roxy Bar dava la paga ai vari Festivalbar e San Remo, non solo in termini di Telegatti, ma anche di valore intrinseco del prodotto.

Questo non per difendere Red Ronnie, anzi, la sparata sull’ “effetto Pisapia” l’ha fatta ed è una stronzata colossale. Ma si tratta semplicemente di aver preso la cosa sul personale. Il LiveMi evidentemente è un progetto che gli sta molto a cuore. Ho avuto l’occasione di assistervi, è cosa lodevole, che fa da contraltare alla moda xfactoriana di mettere su un palco gente a storpiare canzoni di altri. Mi preme solo fare un profilo della persona, prima di passare ad esprimere tutto il mio orrore aristocratico per quello che avviene nella sua pagina pubblica o nei confronti della figlia.

Certo, la pagina Facebook della figlia, LUNARCHIA, è piena di stronzate, ma come quelle che tutti voi scrivete o avete scritto nel Moleskine da artistoidi che vi portate appresso; io stesso ammetto senza alcuna vergogna di essere favorevole come lei all’introduzione di un voto a punti assegnato in base al risultato di un test di un certo tipo. Ma fortunatamente mio padre non è un personaggio pubblico e a nessuno importa di sfruttare miserabilmente la mia persona per accusarlo.

Vomito le adenoidi nel vedere come il popolo della sinistra non esiti a compattarsi nell’Esercito del Bene & dei Buoni Sentimenti e ad esercitare un nobilissimo squadrismo nei confronti del povero Red. Che avrà pure detto una bislaccata (e, su, ammettiamolo, la figlia poteva pure starsene zitta), ma questo non autorizza i vari frustrati, la cui opinione conta unicamente nella paninoteca sotto casa, a dover compiere linciaggi del genere – peraltro spacciandola per ironia. Fosse vera ironia, che so: spamming simpatico, io sarei il primo a dire “bene, bravi”. Chi mi conosce sa che sono tutto tranne che serioso. Solo, l’ironia, quella vera, è altra cosa. Anche perché l’ironia vera è prerogativa della brillantezza di uno solo, del suo genio. Se uno deve far ridere perché quello prima ha fatto ridere, è solo uno scemo qualunque, tipo quelli che cercano le citazioni su frasicelebri.it e fanno i bulli con gli amici.

Manifestazioni orgiastiche di questo tipo, peraltro contro l’anello debole della catena, oltre ad essere miserabili e da poveri, servono a dimostrare come il popolo della sinistra (generalizzo, sia chiaro) non sia minimamente degno 1) di vivere senza Berlusconi 2) di vedere la fine della crisi economica, siccome è meglio prima risolvere la crisi psichica  3) di festeggiare la vittoria di Pisapia.

Poi capisco tutto. Come si dice di solito? “La gente è stanca”, giusto.

Anche io sono stanco, anche il marchese Pietro Terzi è stanco.

Sì, il marchese.

Perché vorrei che la sinistra, a cui dovrei appartenere, fosse più aristocratica. Non dell’aristocrazia plasticona radical chic della cricca culturale veltroniana, gli Scipioni della sfiga (Curzio Malaparte, Concita De Gregorio, De Magistris etc. etc.), quelli che stanno col popolo ma ridono se il popolo sbaglia il congiuntivo. No: un’aristocrazia dello spirito, che abbia orrore dei luoghi comuni, del ben pensare e del ben esprimersi, che sappia vestire bene ma che non guardi con schifo chi ha la felpa della Napapijri. Ma che, soprattutto, sappia dire: “il mio cervello ha un valore, e anche la mia esperienza ne ha uno, sommati ne hanno troppo perché io possa concedermi il lusso di essere catalogabile ed esponibile nello stand surgelati, di fare una cosa solo per sfogare le mie frustrazioni da socio degli amici della lega antivivisezione.

Non è più tempo di alibi.

Non lasciamo che ci impongano alibi. La gente è stufa: chissenefrega. Non sarà mai abbastanza stufa perché sia accettabile comportarsi come la controparte. Soprattutto nel nome di un’eventuale scomodità, antagonismo o che so io.

Se c’è un motivo per cui stimo Red Ronnie è il suo impegno trasversale, in tempi dove è comodo adagiarsi in situazioni che diano l’impressione di essere scomodi, con i risultati che ben sappiamo. L’antagonismo odierno fa orrore. Non a caso lo splendido Capovilla, frontman della pluri-demagogica band del Teatro degli Orrori, sempre prode nel denunciare lo schifo del Potere (la P maiuscola è sua, non mia), non ha esitato a lanciarsi in questa caccia al calzino azzurro (ci siamo intesi) di Red Ronnie. Tanto noi tutti ci ricordiamo di Ken Saro Wiwa, che sicuramente non si sarebbe messo a fare le battutine di Pisapia o a dire ad una ragazzina che è una totale demente solo perché è la figlia di un suo “avversario”. Quando gli ho fatto presenti queste cose mi ha detto: “pietro tanzi_ andiamo, Pietro! ci stiamo divertendo.” A parte che Tanzi sarà tua madre, è molto più che divertirsi.

Io questi poser dell’impegno sociale non li tollero, soprattutto quando l’impegno sociale è una deriva dell’impegno politico e non viceversa. È questo essere di sinistra? Aggrapparsi alla prima dichiarazione di un personaggio in fondo trascurato come Red Ronnie per sfogarsi se il melone della Coop fa schifo? Tirare in mezzo la famiglia per motivi ideologici? Non c’entra che lui abbia detto o che la figlia abbia fatto: l’uomo non è un animale, non risponde rigidamente agli stimoli, non è un cavallo che se gli metti di fronte la biada la mangia, se invece gli dai una svizzera no.

Io dopo quel che ho visto, dopo gli 80.000 commenti ho capito. Anzi, prima ho vomitato nel cesso i rigatoni ancora interi, poi ho deciso che sarebbe meraviglioso se Berlusconi governasse per ancora 30 anni e, ovviamente, se vincesse la Moratti. Questa sarebbe ironia vera.

Perché tanto che ci stiamo a fare qua, noi di sinistra? Ditemelo voi; che cazzo ne sa la gente dell’antagonismo, dell’opposizione, dell’impegno? Non ne sa un cazzo. Poi certo qualcuno potrà obiettare, come fanno di solito i poverini, “e tu? Tu che ne sai?”. Io non lo so, senz’altro non è questo il modo, senz’altro non sono ottusamente convinto di essere Caporal Maggiore della Miserianell’Esercito del Bene. Senz’altro il marchese Pietro Terzi non si abbruttisce in questo modo, gratuitamente: se lo fa è perché sceglie di farlo, non perché qualcuno due secondi fa ha scritto che è colpa di Pisapia se le rette parallele non convergono. Nemmeno se è Pierpaolo Capovilla. Che vada a leggere Majakovskij facendo finta di essere Carmelo Bene. E voi che siete antagonisti tornate ad ascoltarvi A sangue freddo, che se parlasse dei gerani di zia Ida nessuno l’ascolterebbe.


Critica della ragion antagonista (di Pietro Terzi)

In occasione dell’occupazione, conclusa, dell’ex torrefazione Molinari e dell’attuale in corso del Nuovo Cinema Scala da parte del Collettivo Autonomo Studentesco, ritengo sia doveroso fornire un punto di vista sul progetto Guernica a partire da una posizione che non sia sommaria tanto nel difendere quanto nel criticare, siccome soprattutto le critiche fino ad ora non hanno mai colto il nocciolo della questione, che ha ben altra portata rispetto alle dichiarazioni degli esponenti del centrodestra, Ghelfi e Leoni fra i tanti. Io personalmente mi sono reso inviso a molti del C.A.S. – e colgo qui l’occasione per precisare che non si tratta di anarchici, a differenza di quanto i giornali hanno spesso scritto – per via delle mie posizioni ostinatamente contro il Guernica, ricevendo come risposta che non ho capito nulla dello spirito della cosa. Forse è vero, ma mi sono sforzato di guardare oltre lo spirito e quello che ho notato valga come un’interpretazione fra le tante.

Ho potuto constatare direttamente la scarsa diffusione di una capacità di problematizzare la realtà che una vera mente antagonista dovrebbe possedere e la diffusione per converso di un certo facile dogmatismo. D’altronde già Adorno ed Horkheimer, due padri della critica alla società capitalista e massificata, hanno illustrato come tutte le rivoluzioni, culturali e non,  intenzionate a migliorare lo stato di cose di fatto finiscano per produrre mitologia, intolleranza, contraddicendo nei fatti i nobili proposti iniziali. E questa non è speculazione fine a se stessa, non è disimpegno né tantomeno pigrizia, come spesso la si vuole fare passare. È un insegnamento che viene dalla Storia, che ci può aiutare nell’affrontare le tante contrapposizioni sorte a partire dall’età moderna: si vedano le teste tagliate del Terrore, il dogmatismo scientifico seguito alla Rivoluzione industriale o le purghe staliniane che finirono per fagocitare anche chi, come Trotsky, non faceva sconti sul raggiungimento dell’obiettivo: “O con noi o fuori dalla Storia”.

Questo per dire che la rivoluzione deve essere prima di tutto affare del pensiero, e che non si dà uno stravolgimento del sistema con i mezzi messi a disposizione del sistema stesso, quindi sostituendo potere a potere. Tutte le rivoluzioni conosciute nel Novecento occidentale sono avvenute all’interno del sistema e non hanno fatto altro che perpetrarlo. Si tratta, prima di licenziare una rivoluzione, di indire in se stessi una rivolta.

O ancora: rivoluzione significa partire da un punto, compiere un giro completo e lì tornare – in questo senso una rivoluzione è un movimento conservatore. Ciò di cui si ha bisogno ora è piuttosto una rivolta, in cui i termini del ragionamento, quindi la posizione stessa, vengono stravolti, offrono un’altra faccia. Rivolta significa dunque amare un uomo che non esiste ancora, che noi non siamo, un tipo di uomo che ha smesso di scendere a patti con ideologie, limitandosi a cambiare colore all’ingiustizia, e che ribalta la mentalità, la quale è presupposto di ogni cambiamento.

Per spiegare meglio questa differenza vorrei rifarmi al significato del termine jihad, che per i Musulmani è duplice: significa tanto uno sforzo interiore per emendare l’io dalle pulsioni, dalle facili credenze, quanto un impegno militare, esteriore. Queste due mobilitazioni sono l’una il presupposto dell’altra. Ugualmente, ciò che spetta a chiunque voglia porsi-contro è liberare se stesso dalle catene dogmatiche di ogni facile soluzione, di ogni risposta che sembri cosa limpida e chiara e semplice.

Per questi motivi, e per altri, non condivido la critica culturale che lo Spazio Guernica incarna, in quanto praticata con stilemi e preconcetti tipici di una sottocultura asservita al sistema, che già per essa ha predisposto tutto, dai vestiti alle bombolette spray da usare sulle lenzuola della madre agli slogan di utilizzare. Anche lo spirito critico millantato nelle note pubblicate sul profilo facebook dello Spazio Guernica si dimostra del tutto inautentico ed emerge il tentativo di forzare nella sintesi sociale realtà che non meritano di essere così banalizzate, prime fra tutte le proteste studentesche dei giorni scorsi. Nell’antagonismo esasperato io sento fin nelle ossa la catena di montaggio che rovina l’opinione pubblica del nostro paese e mi convinco sempre più che non sia questa la soluzione.

Per quanto il Guernica sia un’ipotesi di associazionismo, una marea che finalmente a Modena ha preso a salire e scendere, la modalità in cui si è manifestata, e cioè l’occupazione, non la ritengo accettabile; ritengo ammissibili atti di questo genere solo in casi estremi, quando la libertà individuale presente e futura è soffocata oltre la soglia di sopportazione, ma non di certo per motivazioni come la richiesta di uno spazio sociale, che per quanto giusta ritengo malamente perorata – soprattutto se rivendicata nel nome di Modena, secondo la più becera delle prassi propagandistiche.

Il fatto è che non sempre è possibile guardare il caso particolare, bisogna vedere talvolta le conseguenze del proprio comportamento qualora venisse utilizzato universalmente. Il primo scopo di chi vive all’interno di un sistema democratico, oggigiorno, è quello di rendere questo il più armonico possibile, perché non è possibile cambiarlo, in quanto, essendo più grande della somma delle parti,  sfugge ad ogni intervento localizzato. Il primo fine di qualsivoglia movimento deve quindi essere quello di ridurre i conflitti evitando di fare della propria esigenza l’esigenza di ognuno.

Faccio presente un dato: se dal 2000 l’uso di psicofarmaci e antidepressivi in Italia è aumentato del 310%, ciò è da imputarsi non più, come un tempo, ai conflitti tra pulsioni e norme sociali, ma al senso di inadeguatezza materiale e culturale che questo sistema impone. La depressione e i suoi sintomi, attacchi di panico in primis, sono in costante aumento. Può sembrare bizzarro fare riferimento a dati di questo tipo per affrontare il tema di cui si sta scrivendo, ma è fin troppo comune la prassi di piallare l’individuo sullo sfondo della società, senza tenere conto di come le condizioni materiali e culturali influenzino la vita vissuta.

Lo scopo di questa digressione è quello di sottolineare come tanto il metalmeccanico quanto il poliziotto che lo deve tamponare in manifestazione sono dalla stessa parte della barricata, e ugualmente il “padrone” e l’operaio. Pur esistendo spaventosi dislivelli di reddito, non sussistono più divisioni, come un tempo, tra proletariato e borghesia, non esistono più le classi. Oggigiorno siamo tutti borghesi, perché la borghesia è diventata pensiero calcolante, razionale, bisogno rinchiudere la realtà nelle sbarre della propria esigenza – e chi può dirsi estraneo a questa mentalità? Ma la realtà non si presta ad essere rinchiusa entro interpretazioni di comodo, e se esiste una nevrosi “postmoderna” questa è proprio dovuta all’essere noi tutti borghesi in tempi in cui l’antropologia borghese ha fallito, tempi in cui ogni cosa muta prima che sia possibile inquadrarla nella nostra personale visione del mondo.  Sopra noi tutti ci sono un mercato e un pensiero operatorio che soffocano le nostre radici dal profondo. Finché questo non verrà compreso, siamo destinati come nella pittura di Goya a fare la fine dei due uomini nelle sabbie mobili, che invece di aiutarsi ad uscire, si prendono a bastonate.

In questo contesto, lo scontro sociale è ciò che propriamente oggi deve essere evitato. Se si deve dare un’unione, questa deve essere il più universale possibile, deve rinunciare agli scompartimenti stagni. Per fare ciò bisogna rifondare l’idea stessa di diversità. La società capitalista e globalizzata vuole, appunto, globalizzare, che non significa rendere tutto omogeneo, significa rendere ogni particolarità superflua, interscambiabile, vana. Dobbiamo ripensare una diversità autentica, che sia frutto della conquista individuale e non collettiva, perché le discriminazioni, le violenze, i pregiudizi si diffondono quando la diversità viene intesa a livello comunitario.

Il primo passo è quindi quello di porre in questione continuamente ciò che si agita dentro di noi, le nostre credenze e speranze, dacché null’altro ci muove nella vita. Il che si traduce nel migliorare la qualità delle proprie domande, piuttosto che affrettarsi nella ricerca di risposte, come appunto il pensiero borghese vuole.

Ma tornando alla questione da cui siamo partiti, proprio in virtù di una necessaria aggregazione che incentivi l’unione e l’esercizio del pensiero critico di cui si è parlato fino ad ora, sono totalmente d’accordo sull’esigenza di uno spazio per i giovani. Questo, tuttavia, non significa che si possano giustificare metodi come l’occupazione. Si potrà dire che per le proprie idee si debba talvolta forzare la mano. Ragionamento corretto, ma anche qui il fascio non può contenere tutta l’erba. Il Comune che presta ascolto solo con le scalinate occupate ricorda molto la madre che dice di “sì” al bambino per sfinimento. E non c’è nulla di nobile in questo, anzi, significa aver fallito nel dare valore alle proprie idee. Significa che ciò in cui si crede non è stato recepito e non necessariamente che dall’altra parte la gente sia sorda.  

Che poi il Guernica abbia potuto vantare una grande affluenza, un notevole consenso di giovani, lo so bene, sono stato presente più volte.  Ma è erroneo fondarsi sui risultati. Tartaglia che spacca i denti a Berlusconi ha avuto il consenso di molti, ma si può dire che sia stato un mezzo giusto? No, al contrario, ha fatto solo un favore colui che cercava di ledere.

La questione è che ogni conquista va ottenuta nella legalità. Siccome si è in democrazia, ci sono sempre le possibilità di manifestare le proprie ragioni senza farne la ragione – e tutti coloro che sono così veloci nel criticare la democrazia sono i primi che frignano se viene leso uno dei loro diritti.

Pare inoltre un paradosso chiedere soldi per sostenere le spese legali e lamentarsi dei costi degli spazi per le associazioni – e anche qui ci sarebbe da farsi domande sull’uso di questi soldi, se, come in tutti i movimenti, vi è un élite che trae profitto e dei novizi che, resi ciechi dall’esaltazione, ignorano la gerarchia di potere esistente.

Siccome quindi detesto i piagnistei, rinunciare a certi slogan che già di per loro sottintendono un clima di conflitto avrebbe di certo reso l’opera di dialogo tra C.A.S. e Comune più semplice. Non ci si può piangere addosso senza sottoporre a vaglio critico ciò che si è fatto.

Invito, in conclusione, a non accomodare queste parole – che sembrano di critica distruttiva, in realtà contengono germi utilissimi e, credo, edificanti per chi voglia coglierli – ai propri bisogni intellettuali e ideologici, ma a considerarle per quello che sono. A mettersi in discussione sulla base di esse. Perché per essere contro, per creare un’alternativa, è necessario de-situarsi, uscire dalla propria posizione, rinunciare a dogmatismi che sono propri del sistema, fare critica (che in greco antico voleva dire analisi, giudizio) a 360°. Essere quindi pronti, talvolta, a rinunciare anche a se stessi.


Il mostro in prima pagina (di Pietro Terzi)

Alla luce della puntata di Chi l’ha visto? sul caso di Sarah Scazzi, andata in onda mercoledì 6 ottobre 2010,  e del suo prevedibile risvolto imprevisto, trovo necessario spendere alcune parole a riguardo, non con la speranza di fornire risposte, in quanto lungi dal padroneggiare una teoria della comunicazione tale da risolvere il dilemma tecnico sollevatosi, ma con quella di localizzare il valore concreto, che ancora rimane sepolto sotto le logore banalità spese circa la mercificazione dell’esistenza e l’audience conseguente – questo sulla scorta di nessuna competenza, ma della mia sola appartenenza all’umano, inteso come diversità (alterità, direbbero i filosofi che se la tirano) tra ciò che io sono e ciò che l’altro è nella vita e unità di ciò che insieme siamo nella morte.

Come ho già accennato, soffermarsi sull’audience e sulla mercificazione assoluta significa non essere all’altezza della questione. Sotto la coltre, la verità è diversa, meno intuibile perché riguarda il soggetto che la coglie, cioè noi stessi, che non siamo chiamati a chiederci solo se si poteva fare diversamente o dove sia il confine tra diritto di informare e privacy, ma anche come e perché si sia arrivati a questo punto. Si tratta di interrogarci su ciò che la resa mediatica di certi eventi produce in noi, e questo mi sembra tanto più importante quando leggo di tassisti linciati per aver investito dei cani o di gruppi su Facebook inneggianti alla pena di morte per Misseri, che mi fanno dare ragione a quello che si può leggere sulla provocatoria ma non così gratuita pagina di Nonciclopedia (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/NonNotizie:Risolto_l’omicidio_di_Sarah_Sticazzi).

Possiamo comunque affrontare il primo interrogativo, dicendo che sì, era possibile gestire la situazione in modo diverso, rinunciando al collegamento in diretta e facendo uso di interviste rilasciate in separata sede, così da ottemperare comunque al desiderio della madre di avvalersi del programma, oppure interrompendo il collegamento con un atto di coraggio che puntasse al fine di preservare la delicatezza della situazione attraverso il ricorso ad ogni mezzo.  Ma, ripeto, preferisco lasciare tali questioni a chi ha più competenze tecniche a riguardo. Per chiudere con la seconda domanda, posso solo dire che Chi l’ha visto? può essere considerato un programma con utilità sociale, come rivendica Federica Sciarelli, la sua coraggiosa conduttrice, ma si tratta pur sempre di un valore senza peso, dal momento che la trasmissione lo persegue attraverso la riproposizione di tutte le formule appartenenti all’estetica e alla retorica del dolore esibito, declassando il dramma a melodramma. Non esiste, in quello che è accaduto mercoledì, diritto di informare, dacché l’informazione scaturisce sulla soglia del pubblico e lì si ferma, non dilaga nell’interiorità, che è cosa ben diversa dal privato (il cui saccheggio è legittimo qualora abbia rilevanza pubblica).

Liquidate le prime due domande, fondate ma non decisive, puntiamo ora alla questione centrale. Si tratta di capire la verità di cui si parlava all’inizio: al di là del profitto e di tutte le teorie circa il medium divenuto messaggio, che lascio agli studiosi, possiamo dire che attualmente il meccanismo televisivo propina (consciamente o inconsciamente, questo non sono in grado di dirlo) modelli di Bene e Male, in perfetta sintonia con la modalità binaria di pensiero che, a discapito della problematizzazione che il reale esige, è preponderante nella società della tecnica, per cui anche la pietà o va a destra o va a sinistra e non si espande organicamente. Abbiamo quindi lo zio, l’orcus vulgaris, l’Orco, una definizione assolutamente aberrante, e la madre, il simulacro del dolore, con cui tutta la popolazione può soffrire in una catarsi collettiva quanto volgare.

C’è un’imposizione della dinamica del patire che è totalizzante, una creazione di modelli che dimostra come non siamo in grado di individuare riferimenti in noi stessi per ciò che ci accomuna tutti, ovvero la condizione umana e non la tanto inflazionata quanto infondata natura umana. Si è sottoposti noi tutti ad una manipolazione della sensibilità per cui ad evento deve corrispondere una reazione emotiva predeterminata, in un determinismo psicologico che impedisce di cogliere i problemi sottesi a noi e al mondo delle cose. Si propone insomma un modello à la Barbara d’Urso che consiste in ostentazione dello schifo ed emissione a raffica di sentenze e proclami.

Cosa possiamo dunque imparare da quanto accaduto? Da un lato, abbiamo già visto, che la televisione non si limita alla scontata manipolazione del pensiero ma si spinge fino a controllare il nostro sentire, che, è bene ripeterlo, non ha nulla a che vedere con la nostra natura – essendo la natura luogo di indifferenza, sperpero e, come dicevano i Greci, innocente crudeltà –, ma tutt’al più con la nostra cultura, sede delle convenzioni sociali e delle differenze che fondano la dimensione individuale e collettiva dell’individuo; dall’altro, più radicale, ci spiega anche che abbiamo perduto la cultura della morte, che non siamo più in grado di riconoscerla ed affrontarla nel suo paradosso di evento accomunante e soggettivo al tempo medesimo e proprio per questo meritevole della più alta tutela.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 53 follower