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Opinioni di un clown (di Tommaso Turci)

 

Quell’incorreggibile del nostro Presidente del Consiglio, Silvio Moira-Orfei Berlusconi, ha portato una ventata di freschezza nel suo spettacolo itinerante. Dopo diciassette anni di onorato servizio, le prestazioni di Emilio Capo-clown Fede cominciavano evidentemente a perdere un po’ di mordente. Costumi ormai desueti, faccia arcinota, pezzo ormai ripetuto ossessivamente a memoria, il vecchio compagno di giochi dei tempi della discesa in campo non riusciva più a richiamare a dovere l’interesse degli spettatori. I provini al tendone di Arcore sono durati quasi tutto l’inverno e hanno richiamato i migliori professionisti da tutta la penisola. La selezione è stata delle più spietate, ma alla fine la fumata bianca è arrivata. Ed è stato proprio lui ad aggiudicarsi la direzione della clowneria del circo berlusconiano: il Jolly Joker, all’anagrafe Augusto Minzolini. Il patron era infatti in cerca di un volto che fosse immediatamente riconoscibile dalla maggior parte degli Italiani, per cui chi meglio di colui che ha prestato il volto alla nostra amata Matta del mazzo francese? Una scommessa azzardata quella del Premier, ma non è certo egli uomo che possa essere tacciato di mancanza di fiuto in veste di talent scout. E difatti i risultati non hanno tardato ad arrivare, nonostante la difficoltà del compito assegnato al novizio dello schermo TV: portare l’allegria in uno degli ultimi luoghi seri dell’informazione televisiva, il Tg1. Un’istituzione in Italia, IL TG per eccellenza, punto di riferimento per gran parte di quel 70% dell’opinione pubblica che forma le proprie opinioni esclusivamente via etere. Intollerabilmente noioso a giudizio di Silvio Orfei, come si poteva estendere la giovialità di Studio Aperto anche a quegli inguaribili barbosi degli spettatori Rai? Serviva un asso nella manica, un Jolly…un Jolly Joker!

Augusto Minzolini si insedia alla Direzione del Tg1 il 20 maggio 2009. Qualche collega che lo presenta pregusta già evidentemente lo spettacolo che ci attende definendolo una persona simpatica, per certi versi irresistibilmente(1). Impiega però un mese per trovare il coraggio di esibirsi per la prima volta in quello che vedremo essere il suo inimitabile pezzo forte: gli editoriali. Il suo consulente d’immagine gli suggerisce di rinunciare alla cuffia coi sonaglietti per evitare uno shock eccessivo nei telespettatori, ma l’espressione è inconfondibile.

E’ il 22 giugno 2009. Da ben quattro giorni il caso D’Addario tiene banco su tutti i tipi di media, non solo a livello nazionale, ma già persino internazionale. Solo il palcoscenico del Tg1 resta vuoto. C’è sconcerto tra i cittadini e all’interno dello stesso mondo dell’informazione, tanto che di questa assenza si comincia a parlare. Ma altro non è che ansia da prestazione. Minzolini è lì dietro le quinte tutto agitato per il suo debutto. Giunge allora il buon Silvio, che capisce i suoi artisti meglio di un padre. Gli avvolge un braccio intorno al collo e gli sussurra amorevolmente: “Tu sei il mio Jolly. Ora va’, è il tuo momento!”. Ed eccolo lì finalmente, sguardo sicuro e fiero, a spiegare a noi telespettatori perché il Tg1, nonostante le polemiche, ha assunto una posizione prudente sull’ultimo gossip, sull’ultimo pettegolezzo del momento: le famose cene – feste, chiamatele come vi pare – nelle dimore private di Silvio Berlusconi.(2) Il motivo è che accade che semplici chiacchiericci e ipotesi investigative diventino notizie da prima pagina. Peccato che queste indiscrezioni da comari perdigiorno di cui parla il Jolly altro non siano che il contenuto dei fascicoli di un’inchiesta della procura di Bari (che a quanto ne so non usa perseguire frottole da bar), secondo cui un certo imprenditore di nome Tarantini forniva escort e cocaina per le feste nelle residenze del Premier. Salta persino fuori che una di queste donne che, di fatto, offrivano a Silvio buona compagnia e/o sesso in cambio di soldi e/o favori, può provare le sue dichiarazioni attraverso registrazioni ambientali da lei stessa effettuate durante uno degli incontri.(3) Ma Minzo non ha dubbi: queste strumentalizzazioni, questi processi mediatici non hanno nulla a che vedere con l’informazione del servizio pubblico. Fin qui un buon pezzo, ma manca la ciliegina sulla torta, il finale col botto, che non tarda ad arrivare: questa è la linea editoriale del Tg1 che vi ho promesso, cari telespettatori, fin dal primo giorno, e che continuerò a garantirvi. Con questa chiusura commuove quasi tutti. La gente a casa sui divani si abbraccia, partono standing ovations. Solo qualche brutto e cattivo sottoposto della nuova stella della TV, uno di quei vecchi boriosi giornalisti, storce il naso e critica l’azione del Direttore. Viene letto in diretta il comunicato con cui il sindacato si dissocia dalla suddetta linea editoriale.(4) Lo show fa tanto frastuono che arriva persino in commissione vigilanza Rai, dove Francesco Pardi (Idv) ne dice: fa ridere i polli.(5) Come se fosse una cosa negativa! Il Minzo è talmente divertente che fa ridere persino i polli, e tu lo critichi? E difatti inizialmente egli cade in una sorta di depressione. Ma ecco che è ancora il buon Silvio a corrergli in aiuto. Lo consola, gli ricorda l’importanza del compito che gli è stato assegnato e che sta facendo un ottimo lavoro per portarlo a termine.

Per un poco il nostro Jolly esce di scena, ma continua da dietro le quinte a orchestrare il suo spettacolo perché non perda mai la verve che lui ha promesso ai telespettatori. Vengono infatti introdotte importanti rubriche come “Tg1 Tendenze”, che ogni martedì ci informa su come tenere il nostro stile costantemente al passo coi tempi. La parte finale dello show, ovvero quando la gente è già bell’e che stufa di Obama e di Iran, viene alleggerita da un taglio verso il tabloid, ormai divenuto proverbiale grazie ai celebri montaggi dissacratori del Trio Medusa.(6)

E’ il 3 ottobre 2009. La Fnsi – Federazione della stampa, indice a Roma il primo corteo di protesta contro la tristemente nota Legge Bavaglio, che punisce anche col carcere giornalisti ed editori che pubblichino atti di un processo o intercettazioni e che, vi ricordo, sarà approvata il 29 luglio p.v. alla Camera.(7) Il buon Minzo si sveglia la mattina e gli dicono che i giornalisti protestano perché è a rischio la libertà di stampa. Libertà di stampa? A rischio? Ma se io ne ho quanta ne voglio, pensa lui. Ce n’è anche troppa! E mentre ancora la gente sfila per via con le bandiere, si accendono le luci: vai con l’editoriale!(8) Alla seconda uscita è più sicuro di sé, si contorce sulla scrivania con la sua penna in mano alla ricerca della posa più plastica e seducente. Il pezzo è ancora buono, sfiora i margini del surrealismo quando parla di una manifestazione indetta contro le due querele che Silvio Orfei ha rivolto a Repubblica e a l’Unità. Il finale rimane il suo pezzo forte, caustico, travolgente: si manifesta contro un ipotetico regime politico per insediare un inaccettabile regime mediatico. Stavolta il botto è clamoroso, tanto che i soliti sottoposti brontoloni si riuniscono e lo criticano aspramente. Il Tg1 non si è mai schierato a favore o contro una manifestazione,(9) ma è evidente che non sono in grado di cogliere l’ironia del Joker: è ovvio che il regime politico e quello mediatico coincidono e convergono nella mani del suo datore di lavoro! Era tutta una burla, non c’era da prendersela a quel modo…Addirittura per un po’ scoppia il “caso Minzolini”. Ma dai, ma vi sembra il caso…Ancora una volta il nostro clown se ne sta con la coda tra le gambe per un po’.

10 novembre 2009. Silvio Orfei ha grandi progetti per il suo circo equestre, ma non può pensare di attuarli se certi rompiscatole continuano imperterriti a distrarlo con stupidi procedimenti giudiziari. Uffa. Insomma, è mai possibile che il varietà debba essere così osteggiato nel nostro paese? E’ inaccettabile. Mentre Angelino Alfano il Buttafuori pensa a sistemare questi seccatori, è compito del Jolly Joker intrattenere un po’ il pubblico. Pezzo di grande sostanza, una lezione di livello sulla Costituzione e persino una linea di Riforma della Giustizia.(10) Talmente magistrale che qualcuno comincia a chiedersi se non sia sprecato nel semplice ruolo di clown, se non possa ambire alla carica di Sottosegretario dei Pesci alle Foche o Ministro dei Cerchi Infuocati.

Ancora in scena, dopo la pausa natalizia, il 18 febbraio 2010. Infaticabile, dopo il rodaggio iniziale passa da 1 minuto e 30 a 2 minuti. Questa volta nella cronaca tiene banco il tema dei bastardi che la sera del disastro dell’Aquila se la ridevano a crepapelle pensando con l’acquolina in bocca agli appalti che avrebbero spartito di lì a poco. L’eroe della Protezione Civile Guido Bertolaso è stato intercettato mentre prende accordi con noti affaristi per incontrarsi in un centro benessere, in orario di chiusura al pubblico, con una presunta massaggiatrice. Il Jolly passa allora dalla Giurisprudenza a una trattazione della Sofistica, ricordandoci che bastano due aggettivi, una massaggiatrice professionista scambiata per una escort o altro. Termina poi con la chicca del complotto mediatico pre-elettorale.(11) Leggendo il testo delle intercettazioni mi è parso di comprendere appieno il significato di tutti gli aggettivi tranne uno, usato in forma sostantivata: preservativo. Forse “i preservativi” altro non erano che i massaggi preservativi (della schiena) attuati dalla professionista…ma non si capisce perché poi quelle persone affondassero le mani nel cestino per trovarli.(12) Ma perché, i massaggi usati si buttano? Bah, ha ragione il Minzo: a volte l’italiano è una tale giungla che è meglio lasciar perdere.

13 marzo 2010. Quando si dice che uno se la chiama, nell’ambito delle indagini sulle ingerenze di Silvio Orfei sull’Agcom – Autorità Garante delle Comunicazioni (il contenuto di Raiperunanotte per intenderci), toh!, salta fuori che c’è di mezzo anche il mitico Minzo Jolly Joker! Ovviamente ritorna il grande classico della gogna mediatica e, a grande richiesta, l’invocazione conclusiva ai telespettatori, con la quale sottolinea tutti gli sforzi che è costretto a sopportare per offrire a loro, la luce dei suoi occhi, il suo unico motivo di vita, un’informazione il più possibile approfondita, obiettiva e libera.(13) Ma il passaggio più divertente non è questo; viene subito prima. Quando Minzolini parla della sua opposizione a chi lo vorrebbe sordo e muto, impossibilitato a dire la sua (!). E poi evoca il suo rispetto verso il Tg1 e la sua redazione prestigiosa. Cosa c’è di comico?

Il 26 febbraio il reato per cui era a processo l’avvocato David Mills (aver gestito per anni i conti illeciti di Fininvest) è finito in PRESCRIZIONE (leggina ad Silvium approvata dal Circo Orfei già molto tempo fa). Il Minzo, tanto per fare un po’ il burlone, fa passare la notizia come una ASSOLUZIONE dell’imputato, sostantivo dai risvolti ben diversi dal precedente. Ma del resto lui lo sa bene che guai possono succedere se si scambiano due aggettivi, se si confondono due parole…Infatti lui voleva solo scherzare! Perché tutti si ostinano a non capirlo? E così ha voluto fare una raccolta di firme all’interno della redazione per poter essere sicuro di avere la solidarietà dei colleghi contro le malelingue. Alcuni non hanno firmato. Nel giro di una settimana, tre di questi giornalisti (Tiziana Ferrario, Paolo Di Giannantonio e Piero Damosso, volti storici del Tg), più il caporedattore Massimo De Strobel, sono stati deposti.(14) Maria Luisa Busi ha avuto la dignità di andarsene da sola, il 21 maggio, lasciando appesa alla bacheca una bellissima lettera.(15) Avevo smesso già da molto tempo di assistere ogni sera allo spettacolo indegno del Tg1, ma ricordo benissimo gli occhi della Busi che diventavano lucidi ogni qual volta era costretta a dare notizie insulse sull’incanutimento precoce(16), e sapevo che prima o poi l’avrebbe fatto. Eccola qui l’informazione approfondita, il rispetto per la prestigiosa redazione del Tg1. Ah, il nostro Jolly burlone…

10 giugno 2010. Ad oggi ultima apparizione del Joker sullo schermo. Niente che non potesse risparmiarsi, una profonda analisi socio-economica dell’Italia che affronta la crisi. Voleva più che altro vedere come figurava il suo faccione nella nuova grafica del digitale terrestre e rivelare agli Italiani che, dopo lunga e sofferta elucubrazione, ha deciso di inserire nella sigla l’immagine reale della Terra al posto di quella virtuale.(17)

Ho elencato, per fare una gustosa panoramica, tutte le apparizioni di Augusto Minzolini sull’etere; tranne una. Forse la più clamorosa, quella che mi ha spinto a scrivere questo articolo. Ma andiamo con ordine. L’11 dicembre 2004 il Senatore Pdl Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi fin dall’inizio della sua ascesa imprenditoriale, viene condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri è infatti accusato di essere stato il tramite fondamentale tra Cosa Nostra e Berlusconi, permettendo il riciclaggio del denaro sporco nelle attività delle sue aziende, muovendo boss in su e in giù a svolgere questo o quel compito per conto suo. A chiarire tutte queste dinamiche, e quindi fondamentali per l’impianto accusatorio, sono le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.

Nel corso del processo d’appello sono state ascoltate le deposizioni di un boss mafioso, Filippo Graviano, il quale avrebbe tacciato come “minchiate” le rivelazioni dello Spatuzza. E’ il 12 dicembre 2009. Minzolini impazzisce. Si butta davanti alla telecamera con un’aria compiaciuta che non si era mai vista prima. Ormai è un vero divo, il ragazzo. Vi prego, ascoltatelo.(18) Dice che a chi sparava fino all’altro ieri con la lupara è stato permesso di sparare deposizioni. Quello che dimentica, in questa saggia analisi, è che anche Filippo Graviano è uno che fino all’altro ieri ha sparato con la lupara. Anzi, è peggio. E’ quello che ordinava agli altri di sparare con la lupara. Anzi, vi dirò di più, è quello che ordinava proprio a Spatuzza, di sparare con la lupara. E infatti le rivelazioni di quest’ultimo sono riferite ai rapporti che intercorrevano fra Graviano e Berlusconi, e di cui lui era a conoscenza in quanto il primo era il suo capo. Come mai Minzolini è così convinto che le dichiarazioni dell’assassino mafioso Graviano siano più credibili di quelle dell’assassino mafioso Spatuzza, tanto da chiedere retoricamente al pubblico se la diffusione di quelle balle in tutto il mondo non si poteva evitare? Ma scusate, non è forse sensato che una persona, sentendosi accusata da un’altra davanti ad una corte, risponda che le sue insinuazioni sono tutte minchiate? Basta questo a far sì che lo siano? No Minzolini, non basta. E allora come si fa a stabilire chi dei due dice la verità e chi mente? Si fa un processo, dove si raccolgono le prove, si analizzano, e alla fine un giudice in base a questo decide. E così è stato.

29 giugno 2010. Dell’Utri è condannato a 7 anni in appello. Il motivo dello sconto di due anni è dovuto al fatto che, miracolosamente, i rapporti tra il Senatore e Cosa Nostra sembrano fermarsi d’improvviso nel 1992, proprio all’alba dei due anni di attentati al tritolo che hanno fatto esplodere la Prima Repubblica, proprio all’alba dell’ascesa di Forza Italia che è nata da quelle ceneri. Sorvoliamo su questo aspetto, almeno in questa sede. Quello che comunque nel processo resta agli atti, è che Spatuzza di minchiate ne ha dette ben poche.

Alla luce di tutto questo, caro Minzolini, e dopo sette – dico sette – tuoi editoriali che mi sono sorbito questo pomeriggio, lascia che, per una volta, sia io a porti una domanda. Doveva essere una fresca serata di metà autunno del 1957. I tuoi genitori quella sera, invece di andare al cinema, o al bar, o in qualunque altro posto del pianeta, decisero di restare a casa e concepirti.

Si poteva evitare?


Che roba, Contessa… (di Tommaso Turci)

Il complimento più bello della mia vita l’ho ricevuto in una domenica di splendida primavera, alle soglie di un bosco sospeso fra cielo e mare alle porte delle Cinque Terre. A farmelo è stato un immigrato marocchino di 28 anni, Ibrahim. Ci troviamo la domenica a lavorare insieme sopra i terrazzamenti che circondano la mia piccola casa.

Credo che Ibrahim sia il primo vero proletario che conosco. Qui in Italia è andato a riempire quel vuoto lasciato dalla nostra generazione nelle aree rurali di tutto il paese. Rurale è un eufemismo per un susseguirsi di dirupi lambiti dal mare e sferzati dal vento sui quali si insinuano vitigni e viticoltori eroici, che come equilibristi paiono sempre sul punto di crollare nel vuoto. Per governare questa terra servono gambe e braccia giovani e forti, il temperamento paziente e scaltro tipico del contadino, antichi e saggi insegnamenti.

La vita di un uomo da queste parti veniva un tempo scandita da questi tre passaggi: nascita dell’individuo sano e robusto (selezione naturale); tempra del carattere attraverso il lavoro e contemporanea acquisizione della sapienza; trasferimento della stessa sapienza ai nuovi nati. Oggi che i nuovi nati fuggono a gambe levate dalle campagne verso altri destini (migliori?), gli ultimi saggi anziani si ritrovano a non sapere più a chi consegnare il loro fardello culturale, e senza più la forza per applicarlo loro stessi.

Quando un giovane immigrato volenteroso arriva in un paesino sperduto fra i colli di La Spezia come Biassa, gli anziani come Lido sono contentissimi: hanno qualcuno a cui insegnare; e proprio Lido mi ha fatto conoscere Ibrahim. Credo che laggiù le persone sotto i trent’anni in grado di costruire un muretto a secco si possano contare sulle dita di una mano. Dato che io non sono fra quelli, sono dovuto ricorrere al suo prezioso aiuto per poter riparare i miei muretti.

La prima volta che mi ha visto non deve aver avuto un’ottima impressione di me: ero arrivato su la sera prima col mio coinquilino Calogero, ci siamo svegliati tardi, siamo usciti fuori per mangiare un panino all’aria aperta, bere una birra, e poi ripartire subito dopo. La seconda volta invece è andata leggermente meglio: mi ha trovato intento a sminuzzare pini caduti con la sega elettrica, da bravo boscaiolo contemporaneo; almeno fa qualcosa, avrà pensato! Difatti mi ha lasciato fare per un po’. Poi, visto che faticavo come un suino in estate, mosso da compassione si avvicina e mi fa: “Scusi, perché non usi lacuna?”. Io subito non capisco, aggrotto la fronte. Allora lui scompare e ricompare con una scure, una mazza e un cuneo: “Lacuna!”. Pianta il cuneo nel tronco, con due colpi di mazza lo spacca a metà. Piglia la scure, con due colpi l’ha fatto in quattro. Allibisco. “Usa lacuna, fa meno fatica!”. Grazie.

Dopo cinque ore di lacuna ottengo la mia medaglia al valor boscaiolo, Ibrahim mi chiede gentilmente di accompagnarlo a Biassa in macchina (da casa mia al paese è un bel pezzo a piedi). Una volta giù, mi invita a bere qualcosa a casa sua. La cosa mi sorprende molto: non me lo sarei mai aspettato. Mi rendo conto di non essere mai stato a casa di un immigrato in Italia. E in effetti, dopo averla vista, penso tuttora di non essere stato in una casa: per una scala pericolante si accede ad un locale di quattro metri per quattro per due; contro tre delle pareti altrettanti letti incastrati come in un tetris; su uno di questi sta seduto un Tunisino che sta mangiando una zuppa di verdure. Vede entrare un ospite, sorride e me ne offre un po’. Rifiuto garbatamente, rendendomi conto del valore e del significato del suo gesto; sulla quarta parete la TV da 1 pollice (mozzato) trasmette una specie di MTV marocchina; un filo con sopra il bucato steso corre da un angolo all’altro della stanza; Ibrahim scopare in un buco del pavimento del quale subito non mi ero accorto. Risorge dopo cinque minuti con un bicchiere ed una esotica teiera in mano: “Chai, tè marocchino!”. Il loro italiano è stentato, il mio arabo… Dopo una scalcinata conversazione su Al Jazeera penso sia meglio andarmene, e faccio per alzarmi. Loro mi trattengono, non facciamo nulla ma vogliono che resti con loro. Me ne sto lì ad osservarli, mi guardo intorno, non posso non perdermi nelle mie riflessioni: fra poco tornerò nella mia casa, la mia seconda casa, che sembra una reggia in confronto a questo rifugio; ma dove la trovano la forza per alzarsi ogni mattina?; e io che ogni tanto penso fra me e me che sia scomodo vivere in una doppia; ma dov’è il bagno???; questo posto mi ricorda l’Etiopia…ma davvero aprirò quella porta e fuori vedrò l’Italia? Come mai invece dall’Italia non riuscivo a vedere questo posto?

Al nostro terzo incontro eravamo finalmente amici. Mi sveglio di buon mattino e lo trovo come ogni domenica già fuori al lavoro. Mi metto a segare un tronco di pino per la lunga, cosa che sembrerebbe assai svantaggiosa. “Perché tagli così” mi fa, memore dei miei inesperti affanni. Ma questa volta non sa che ho frequentato uno stage da Lido, il giorno precedente, il quale mi ha spiegato come costruire delle panche di legno. “Faccio delle panchine!”. Il volto gli si illumina di stupore. Lo stimo molto, per cui sono contento di averlo stupito. “Aaaah! Bravo, bravo!”.

Finito quel logorante taglio, mi rimetto a scassare alacremente tronchi col metodo appreso la volta precedente. Uno di questi è particolarmente ostico, il mio colpo fa volare il cuneo poco distante da Ibrahim. Non si tratta però del cuneo di ferro, bensì di uno di legno che ho costruito io stesso poco prima. Ibrahim non lo sa, e vedendolo pensa che sia il manico del mio attrezzo, disintegrato da un colpo sgangherato. Mi guarda sornione: “Rotto la mazza, eh?”. Io mi avvicino, raccolgo il legno, glielo porgo ed esclamo fiero: “No, è lacuna!”.

Non so bene descrivervi che cosa si dipinse sul suo volto in quel momento, un’espressione non più sorpresa, ma quasi ammirata, come se io avessi superato un passaggio, una prova, l’iniziazione a quel piccolo grande mondo: temperamento scaltro, la seconda fase. Parlò così con entusiasmo, ed è allora che ricevetti il complimento più bello della mia vita:

  • Sì bravo, perché lacuna di ferro era troppo sottile, allora tu preso legno, costruito lacuna più spesso così funzioni meglio! Bravo! Tu ragioni.

Il ragazzo venuto da Marrakech sedeva sul muretto accanto a me, davanti a noi il mare sterminato fino alla Corsica, alla nostra destra il sole scendeva pian piano, nell’aria andava una musica che fino ad allora, troppo intento al lavoro, avevo scordato di ascoltare.

  • Ibra, ma tu li conosci i Rolling Stones?
  • No, non conosce.
  • Sono questi qua.
  • Ah, musica bella. Bella musica.
  • Rock ‘n’ Roll…

Fini dei giochi (di Tommaso Turci)

Sperare che un ex Fascista ci salvi dalla dittatura, questa è l’Italia.

Commento di un lettore, da Il Fatto Quotidiano del 22/04/10

E’ il 22 aprile 2010. Sessantacinque anni fa Modena si liberava definitivamente dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista seguita, tre giorni dopo, dalla nazione intera. Gianfranco Fini – ex presidente di Alleanza Nazionale, ovvero l’evoluzione politica del Movimento Sociale Italiano, partito dei reduci di Salò come Giorgio Almirante, fino alla morte del quale è stato amato pupillo –, quello stesso Fini, in queste giornate così evocative, compie una nuova marcia su Roma. Una marcia sui generis, una retro-marcia rispetto a quella del 28 ottobre 1922. Sì, perché se allora quell’atto ci consegnò nella mani della dittatura, oggi quest’altro rischia invece di essere il primo sussulto di ribellione alla dittatura già in essere.

Ma che cosa è successo il 22 aprile scorso? Cercherò di dare una visione d’insieme. Quello che io ho sempre visto in Forza Italia è un branco di pasciuti pecoroni avvinti al carisma, al portafoglio, al potere di Silvio Berlusconi; una compagnia circense fatta di clown, nani barbuti, starlet impaiettate, raccolti col flauto magico dall’imprendi-incantatore tra le file di una politica sfilacciata da Tangentopoli e dal tramonto di Craxi, oltre che ovviamente dentro i suoi avamposti aziendali. Molte volte si sente dire: ma non poteva accontentarsi dei miliardi e continuare a fare l’imprenditore? Io ho sempre pensato che B. non fosse così smanioso di scendere in campo, in verità. Manie di grandezza, sì, sete di potere che più si asseconda più si accresce, certo, ma di fatto tra P2, mafia e soprattutto il succitato Bettino, il buon Silvio si trovava già in una botte di ferro. A diventare politico [o meglio: Presidente del Consiglio, dato che dal giorno della sua prima candidatura ha militato ben poco tra le file dell'opposizione e comunque senza particolari angosce, grazie al sodalizio con fìdati-del-baffo D'Alema ('96-'01) e all'harakiri dell'Unione ('06-'08)] è stato costretto dal crollo del perimetro difensivo del suo impero economico. B. non è un politico, e infatti nel suo partito non si è mai parlato di politica. Uno showman impegnato 24/7 a promuovere i capisaldi della strategia salva-chiappe a una platea festante, circondato da un entourage di politici sì, ma del calibro di Bondi, uno che nel 1990 è stato eletto sindaco col PCI e che ora, con quella faccia, è stato scelto come Ministro della Cultura perché abbina un sostantivo ad un aggettivo e poi va a capo (http://gamberorotto.com/miscellanea/sandro-bondi-poeta/).

Alleanza Nazionale era qualcosa di diverso. Non si può certo dire che i personaggi che la popolavano non abbiano mai alzato un braccio teso in vita loro, ma la sostanza è un’altra. Dopo la rottura con quelle radici che affondavano direttamente nel Fascio Littorio (manifestazioni di retro-struttura a parte, vedi saluti romani per l’elezione al Campidoglio di Alemanno), nel bagaglio del partito è rimasta quell’anima che ha nome di Destra Sociale. Negli ultimi 16 anni Destra è stato sinonimo di Berlusconi, e non nego che la fusione di AN e FI abbia contribuito a consolidare questa sensazione; ma non è così. La Destra Sociale viene da lontano e ha una storia, valori politici e morali da difendere e sui quali costruire una proposta di governo degna di tale nome. E non sorprenda il fatto che, adesso che Fini ha avuto il coraggio di dirlo forte e chiaro a B., il Partito Democratico abbia subito aperto, non dico una porta, ma almeno una fessura a una collaborazione fra la Sinistra moderata e la sua corrente. Pur partendo da due posizioni molto distanti, da presupposti divaricati, si vede molto bene come le due parti guardino due facce della stessa medaglia.

Innanzi tutto il riconoscimento assoluto e inviolabile delle Istituzioni, dello Stato, di quella Costituzione a cui appellarsi irrinunciabilmente e con cui B. e Bossi (uno perché gli ricorda che è un criminale, l’altro perché non è italiano) si pulirebbero volentieri il culo (il sedere).

La sussidiarietà come strumento di coesione sociale, la partecipazione come momento costitutivo essenziale della vita democratica (e non un rischio, come pensa B.); princìpi che soltanto derivano dall’educazione ai valori cristiani cattolici e non a quelli socialisti. Ma almeno è un’educazione, no?

Un’Italia che conta in Europa, che partecipa alla sua vita e alla sua costruzione, non che la ignora e la insulta come fanno B&B (uno perché gli ricorda che è un fenomeno da baraccone, l’altro perché non è europeo); soltanto, rispetto alla Sinistra, la Destra pone un accento più spiccato sui sostantivi patria e nazione. Ma almeno sono accenti e non quintali di sterco, no? Un’Italia che, certo, mantiene la propria identità e cultura, ma che si offre al mondo e al globale. Non di certo un paese dove un insegnante di Messina non può andare a lavorare a Milano perché dovrebbe richiedere un permesso di soggiorno.

Gianfranco, mi viene da chiedergli, ma che cosa pensavi allora? In quei giorni di fine marzo di un anno fa, mentre la primavera romana bussava alle porte della città, mentre un’altra coppietta chiudeva un lucchetto sul Ponte Milvio, mentre un altro gladiatore di cartapesta si guadagnava il pasto importunando Giapponesi, mentre la sinfonia dei clacson accompagnava il sorgere di un’altra mattina, e alla Fiera si costituiva il PDL; mentre tutto questo accadeva, tu che cosa pensavi? Non conoscevi abbastanza bene B. per renderti conto che avrebbe continuato con la sua politica, con la sua visione, con la sua vita autoreferenziale? Non avevi capito che avrebbe venduto anche i figli a Bossi pur di continuare a stare sulla cresta dell’onda? Gianfranco ma perché, in quella mattina di sole, non mi hai telefonato?

Ma a tutto c’è un limite. C’è un limite alle umiliazioni che un uomo dalla dignità politica di Fini può subire. (Non vorrei passare per un improvvisato fan di questo politico: semplicemente l’ho sempre rispettato, sentimento attualmente non molto diffuso nei confronti della categoria. Ricordo che persino mia nonna – contadina che al posto dei santini, sulla credenza, teneva la foto di Berlinguer – l’ha sempre definito “un profesòr, un sèrī…anc s’ l’è un fasìsta!”). Così, dopo aver dato diversi trattenuti segnali di inquietudine, Fini ha avuto un sussulto di lucidità, ha preso la parola e ha così parlato:

  • Il PDL doveva essere un organo ispirato alle logiche dei Partiti Popolari europei, dove tante anime differenti convivono. Dalle tante opinioni certo si trae infine una sintesi unitaria, ma non prima di avere ascoltato tutti. In un partito dove non può esistere un’ortodossia, non può esistere nemmeno un’eresia. Perché nel PDL non c’è un dibattito sull’azione politica?
  • Abbiamo lasciato il Nord in mano alla Lega, dove siamo diventati praticamente la sua fotocopia. Non abbiamo alzato nessuna delle bandiere proposte in campagna elettorale e che il Carroccio non gradiva, come l’abolizione delle Province. L’istruzione è nazionale, l’organizzazione è regionale: perché non abbiamo storto il naso, ma addirittura abbiamo accolto la proposta di permettere solamente agli insegnanti indigeni di insegnare in ciascuna regione? Perché non ci indigniamo quando gli effetti di certi provvedimenti fanno sì che i figli di un immigrato che perde il posto di lavoro, e di conseguenza il permesso di soggiorno, siano sbattuti fuori dalla scuola come fossero bambini di serie B? Oppure quando un medico è costretto a denunciare e a non curare un paziente che si rivela essere immigrato clandestinamente?La Lega è un grande, preziosissimo alleato; ma io ho contribuito a fondare il PDL, non una grande associazione Lega-PDL, poiché alcuni nostri valori sono molto distanti dai loro.

    [1° infarto del Premier]

  • Siamo un partito riformista, vogliamo fare le riforme? Perché non ne stiamo parlando? Sarà il caso di smetterla di sparare i grandi titoli “Riforma della Giustizia”, “Riforma del Parlamento”, e iniziare a comporre delle commissioni interne al partito per capire che cosa vogliamo veramente da queste riforme? Come si possono fare in maniera condivisa se non abbiamo neanche una nostra posizione?[2° infarto del Premier. Verdini si agita sulla sedia, cerca un defibrillatore ma trova solo il testone pelato di Bondi, che è lì immobile con gli occhi vitrei da 35 minuti buoni]
  • Fra tre anni gli elettori giudicheranno principalmente come il governo si è mosso attraverso la crisi e ci chiederanno il conto. E allora, Presidente, il tuo carisma non basterà. Vogliamo riflettere sul fatto che le riduzioni fiscali promesse nel programma elettorale non sono più possibili, e indicare una nuova strada da percorrere fino alla fine della legislatura?[3° infarto. Verdini apre lo sportellino sul petto di robo-Bondi, ne estrae il cuore e tenta un disperato trapianto con mezzi di fortuna. La situazione è critica.]
  • Legalità. Va bene lodare le Forze dell’Ordine quando arrestano i criminali. Ma legalità significa anche, quando si parla di Riforma della Giustizia, non dare la minima impressione che si vogliano creare sacche di impunità. Come quando abbiamo litigato in privato – ti ricordi, Berlusconi? Diciamolo anche in pubblico allora – sul processo breve: 600.000 processi cancellati in un batter di pupilla. [Miracolo: B. rinviene di colpo e sbotta: “SU 8 MILIONI!!!” – evidentemente il coma ha già leso parecchi neuroni: cosa significa? Se 600.000 criminali su 8 milioni se la cavano con una stretta di mano la legge funziona perché gli altri 7.400.000 saranno puniti? E chi li sceglie, questi 600.000? Bah...]. E’ ictus. Morte cerebrale.

E le conseguenze? E’ ancora presto per dirlo.

Bossi si è subito fregato le mani: dopo essersi reso conto di non avere più nessun bisogno di B. nel Nord, con due Governatori freschi di bucato eletti in Piemonte e Veneto, un pretesto per minacciare una rottura col PDL gli sarà parso una manna dal cielo. Ora potrà gridare forte e chiaro che il federalismo è il PDL che non lo vuole, che è il PDL ad ostacolare la corsa riformista, completando così la conquista del Nord che tutto intero dà quattro carri armati verdi in più ad ogni turno.

E l’opposizione, ah l’opposizione! Avrà esultato e sguainato le spade pronta a valersi delle debolezze dell’avversario politico per poter ribaltare la situazione elettorale. Macché. Qualcuno è andato a bussare sulla tomba del PD per sentire cosa succedeva, ma da dentro è arrivato solo un flebile: “Occupato…”. Di Pietro prova a contattare Bersani: “Pierluigi dobbiamo preparare una coalizione, potrebbero esserci elezioni anticipate!” [1° infarto di Bersani]. Proverò a fare come Nanni Moretti fece con D’Alema, anche se purtroppo non portò molto bene: BERSANI, DI’ QUALCOSA DI SINISTRA!!!

In molti attendevano le reazioni di Silvio dopo lo smacco subito. Non sono arrivate. E’ scappato subito a Mosca a stipulare un accordo con Putin per riportare il nucleare in Italia. Del resto si sa, quando la vita ti riserva qualche batosta, non c’è niente di meglio che ritrovarsi con qualche vecchio amico a sparare stronzate.


Non è la Rai (di Tommaso Turci).

Rai per una notte, ma io vorrei che questa Rai fosse per mille e una notte. Questa serata è stata una di quelle cose Belle, che per la loro bellezza vanno raccontate, come le fiabe.

C’era una volta, in un paese lontano, un monarca arcigno, crudele e beffardo di nome S.B. Il suo popolo oppresso e frustrato sarà stato in continua rivolta, direte voi; e invece no, perché il grande S.B. era venuto in possesso, in tempi molto lontani, di uno strumento misterioso e potente, chiamato televisione. Questo aggeggio infernale era in grado di trasmettere immagini parlanti in tutto il regno contemporaneamente, esercitando un’influenza implacabile sulla coscienza di chi le vedeva. S.B. aveva ovviamente infarcito la televisione di personaggi della sua corte, in modo tale da poter mandare il suo messaggio persuasivo anche nei momenti (rari per la verità) in cui non poteva comparire personalmente. Ecco allora che i sudditi, come avvinti dall’immagine illusoria che la televisione dava del regno, non potevano osservare le nefandezze che quotidianamente il monarca perpetrava e, anche quando ne venivano a conoscenza, ne erano talmente assuefatti da lasciar correre la critica in un perpetuo magma di oblio.

Nessuna speranza per loro, direte voi. E invece no. Nascosto nella fitta trama del gomitolo televisivo stava un personaggio particolare, tale Santorus, il quale non amava affatto il suo re. Convinto che anche là fuori, davanti alle televisioni del regno, stessero sudditi che la pensavano come lui e soffrivano quella terribile situazione, cominciò a diffondere un’informazione diversa. Sebbene in un primo momento cercasse di mitigare le sue idee per non incorrere in qualche guaio, accortosi che la sua azione poteva avere qualche fausto esito, prese coraggio e alzò il tiro, spingendosi frontalmente contro il re e le malefatte della sua corte. Non servì molto a S.B. per rendersi conto di quel che stava accadendo. – Stolto, pensò il re, crede di potermi battere sul mio campo da gioco! Si fece così una grassa risata, alzò la cornetta, e nel giro di due telefonate quel giornalista fu preso ed esiliato dal regno.

Santorus non si diede per vinto. Cavalcò molte miglia e si rese conto che tanta gente lo appoggiava ed era con lui. Tornò allora nel regno e, forte di questa nuova spinta, riprese il suo ruolo nella televisione. Questa volta puntò in alto: conosceva benissimo i loschi traffici di S.B., e volle spiattellarli in prima serata. Venuto a sapere delle sue intenzioni, il re montò su tutte le furie, e chiamò immediatamente i suoi scagnozzi più fedeli perché trovassero il modo di fermarlo ad ogni costo. Siccome qualcuno assistette alle loro conversazioni, sono in grado di riferirvi suppergiù come queste si svolsero:

-        Innocentius! Masibus! Non è accettabile che nel mio regno, nella mia televisione, vada in onda un programma che mi fa passare per un farabutto! Cribbio!

-        Stiamo provando di tutto Nostro Signore, ma pare che una parte del popolo lo protegga, non possiamo avvicinarlo senza scatenare un putiferio…

-        Incapaci! Cretini! Devo fare sempre tutto da solo! Ma cosa vi pago a fare, me lo volete spiegare?! *@!§*

Così Santorus va in onda, e la rabbia del re diventa esponenziale. E’ tempo di prendere una risoluzione perentoria. Editto del re: da oggi tutte le trasmissioni in cui anche solo il nome dell’Illustrissima Maestà vostra viene pronunciato sono bandite, pena la morte. Solo il Re in persona, quando e come lo riterrà opportuno, potrà intervenire all’interno della scatola parlante detta televisione. E infatti ciò non tarda a verificarsi: il faccione sorridente del re prende a comparire in ogni dove, e arringa la folla col suo solito stile, fatto di balletti e grevi battute. I fedelissimi gongolano.

Ad essere triste e rassegnato è invece il nostro Santorus: la guerra è persa. Va così errando nella foresta finché, esausto, si abbandona sopra una roccia piangendo a dirotto. Tutto sembra perduto, quand’ecco comparire zompettando un folletto molto strano, tutto cosparso di strani cavi ed apparecchi:

-        Chi sei tu?

-        Mi chiamo Asymmetric Digital Subscriber Line, e sono venuto per aiutarti. Caro Santorus, pensi ancora alla televisione? Quella ormai appartiene al re: smettila di cercare di sottrargliela e trova altri mezzi per comunicare.

-        Ahimè! Quale altro mezzo può essere altrettanto diretto ed efficace?

-        Tieni, ti regalo questo arnese di mia invenzione che ho chiamato Modem. Va in città, monta un grande schermo dove tutti possano vederlo e collegalo al Modem. Poi chiama quelle persone che, come te, hanno impugnato la lotta per la libertà d’informazione. Portali giovedì notte nella foresta dove ci siamo incontrati, alle 21.00 in punto.

Pur non avendo ancora idea di quel che sarebbe successo, Santorus fece ciò che aveva detto il folletto. Venne giovedì notte, e quando lui e i suoi colleghi furono radunati intorno al grande sasso nella foresta, ADSL accese le luci su di loro, e il grande schermo riportò le immagini in diretta. I folletti presero a suonare una musica di violoncello e pianoforte, come quella che Santorus usava nella sua vecchia trasmissione. Il popolo uscì dalle case ed accorse in massa per vedere quello che stava succedendo. S.B., affacciatosi alla finestra per conoscere la causa di tanto baccano, non poteva credere ai suoi occhi:

-        Innoceeeeeeeeentiuuuuus!!! Maaaaaaaaaasibuuuuuus!!! Che diavolo sta succedendo?! Fermate quel miserabile scellerato!

-        Non possiamo Nostro Signore, non si trova nei nostri studi televisivi e non riusciamo a capire da dove trasmetta!

-        Idiooooooooooootiiiiiiiiiiiii!!! Cretiiiiiiiiiiniiiiiii!!!

Santoro, Floris, Iacona, Norma Rangeri, il pubblico stesso (dentro il Paladozza, nella piazza fuori – ma quanti sono? Sembra un fiume in piena –, in tutte le altre piazze, a casa davanti a milioni di schermi) si rendono conto che qualcosa è cambiato, e qualcosa di molto grande è successo. “La censura ha generato il suo antidoto” esordisce Gad Lerner con gli occhi grandi da bambino. Man mano che arrivano i dati sui collegamenti web, sulle piazze, ai protagonisti vengono i brividi e nell’aria si respira la commozione dei grandi rari momenti in cui un popolo si muove all’unisono.

Qualche tempo fa ho detto che, per uscire dallo stallo tremendo in cui si è cacciata la società civile, sarebbe occorso mettere in giro contenuti, solidi mattoni su cui costruire una nuova coscienza. Contenuti ne sono usciti tanti, tantissimi giovedì sera. Lontano dal garbo formale delle trasmissioni ufficiali, è parsa ancora più evidente di quanto pensassi la distanza fra come le teste pensanti di questo paese hanno potuto ragionare finora in TV, e come potrebbero farlo al di fuori di essa. Due sono pertanto i punti che voglio sottolineare:

  1. Il nuovo mezzo comunicativo impiegato, che apre orizzonti clamorosi. Non potrei parlare di questo in maniera più esaustiva ed elegante di Michele Serra, per cui vi rimando al suo meraviglioso articolo:

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/27/news/serra_santoro-2932680/

  1. La quantità e la qualità degli spunti proposti a Rai per una notte. Non posso qui ora fermarmi a ragionare su ogni singolo tema toccato da ciascun protagonista; sarebbe altresì improduttivo farlo da solo. Invito perciò ciascuno di voi a dire la sua su ciò che ha sentito, perché sarebbe fantastico estendere l’atmosfera di quel salotto ad altri luoghi, rendendolo così un evento veramente produttivo. Chi non avesse assistito alla manifestazione, ha il mio più caldo invito a rimediare su:

http://tv.repubblica.it/copertina/raiperunanotte/44564?video

Il popolo così eccitato e soddisfatto fece ritorno nelle sue case, consapevole, per la prima volta dopo tanti anni, che non tutto era ancora perduto.

TO BE CONTINUED…


Dalla natura vera, alla natura virtuale (di Tommaso Turci)

Stavo ripensando allo scorso anno, a quando io e alcuni fra i fondatori dell’ARSE abbiamo deciso di avventurarci nella gestione di un orto. Se mi concentro, riesco ancora a sentire la fatica asfissiante che mi toglieva il respiro battendo la zappa, il sole che cuoce la testa dei primi pomeriggi estivi, il prurito mortale dell’assalto dei battaglioni di zanzare. Stavo ripensando a tutto questo mentre, seduto nell’aula informatica dell’Università di Pisa, osservavo un collega indaffarato tra mouse e tastiera. Questi era intento in un gioco di formidabile strategia, che consisteva niente meno che nel gestire un orto virtuale. Semina, raccolta, cura delle piante, tutto quanto…come nella realtà!

Mi fermo un attimo e mi domando: da quanto tempo abbiamo incominciato a dire: come nella realtà? A rifletterci bene, tutti i giochi virtuali sono come nella realtà, o come vorremmo che fosse, o come vorremmo essere noi dentro di essa, anche solo per poche ore. Ma ci si è spinti oltre: programmi televisivi dove riusciamo a sbirciare persone che vivono come nella realtà, che si corteggiano come nella realtà, che si incontrano e discutono come nella realtà. Quante cose che accadevano nella realtà abbiamo spostato e rinchiuso dentro scatole elettroniche, dietro rassicuranti (e alienanti) schermi al plasma? Penso al mondo di cui mi occupo, quello agricolo.

L’azienda che produce pane bianco per toast ci ricorda che un tempo, nella realtà, il grano si macinava dentro il mulino; che quello che sta nascosto sotto lo strato di goloso cioccolato sono semi di cereali, i quali, nella realtà, crescevano in ridenti distese dorate e che sì, un tempo, ci si poteva correre attraverso; che la mela qualcuno, anche se non la lanciava attraverso un’intera vallata per farla arrivare al fruttivendolo, la tirava giù dall’albero e la metteva in una cassetta. La pubblicità è la tutrice dei ricordi, anche se edulcorati, non oso nemmeno dire nostri (classe ’80-’90), ma dei nostri genitori o nonni. A questo punto siamo dunque giunti: il mondo virtuale riporta la realtà che il mondo reale non è più in grado di offrire. Perché dove noi andiamo a raccogliere pane, cereali e mele, a me davvero sembra essere un luogo virtuale: le corsie dei supermercati, dove verdura carne pesce formaggi detersivi utensili fotocamere crescono insieme sullo stesso scaffale; e intanto, nel reparto televisori, simultanea scorre su ventiquattro schermi l’immagine del vecchierello che vien dalla campagna, e reca in mano un mazzolin di spinaci e di bietole.

Mi domando se non sia un errore fatale quello di rinchiuderci nella città, e poi nelle case, e poi nei computer, facendo poi passare attraverso quelli tutti i contenuti esterni, reali, come contenuti virtuali. Mi chiedo se riportare i cittadini in campagna, a imparare – come facemmo noi a nostre spese – che il cetriolo è rampicante e perciò molto difficile da gestire, che le mucche fanno veramente muuu, e si mungono due volte al giorno, non sia un elemento culturale di importanza tale da dover essere inserito nel progetto scolastico, proposto all’essere umano fin dall’infanzia. Perché mentre i bambini crescono pensando che la carne si trovi in natura sotto forma di hamburger, noi ci abbandoniamo all’inconscio rimpianto del nostro passato, cercando invano di assaporare attraverso il desktop il nostro ultimo raccolto di pomodori virtuali.

Tommaso Turci


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