Archivi autore: Valentina Camac

Passi da gigante lungo la via della recessione (di Maria Chiara Franceschelli)

Modena, via Emilia Est. Linea 760 Castelfranco – Modena. Diciannove aprile, ore 7.35 del mattino.
Sale un ragazzo sui ventotto, estrae dalla tasca della giacca un biglietto blu, lo infila nella apposita macchinetta e si siede sereno. Dieci minuti più tardi si alza e si dirige verso l’uscita dell’autobus. Una fermata prima della sua sale una coppia di controllori. Uno dei due comincia a passare in rassegna ogni passeggero, con la peculiare discrezione e gentilezza che caratterizza i funzionari della rinnovata SETA; l’altro punta il ragazzo in piedi e, con ghigno sardonico, lo raggiunge in due falcate e gli domanda di esibire il suo titolo di viaggio. Il ragazzo tranquillo glielo porge, si scatena il cataclisma.
Purtroppo, un po’ per via della musica nelle orecchie, un po’ per la poca lucidità di prima mattina, un po’ per la parlata dall’accento marcato del controllore, non sono in grado di fornire i dettagli tecnici della fatale infrazione; tutto ciò che ho capito è che il ragazzo aveva sbagliato qualcosa al momento di obliterare, forse non aveva premuto i tasti giusti per indicare la zona in cui è salito.
Il controllore monta su tutte le furie, mentre il suo collega tranquillo procede multando due studentesse che avevano dimenticato l’abbonamento a casa; sbraita di sanzioni e di carabinieri. Il ragazzo non capisce cosa ha sbagliato, protesta educatamente chiedendo il motivo della sua infrazione. Alza la voce per farsi sentire sotto gli improperi del controllore, in un italiano zoppicante misto a un incomprensibile francese. Si rende conto che intanto l’autobus ha proseguito il suo percorso fino a due fermate più avanti e si dibatte animatamente, deve scendere, deve andare a lavorare; ma non importa. I controllori ordinano tranquilli all’autista di non fermarsi né aprire, ma di proseguire la corsa come se niente fosse.
Gli vengono chiesti i documenti. Il passeggero passa sulla difensiva, asserisce di non averli con sé nonostante stringa in mano una cartella in pelle nera.
“Oh amico, niente documenti? Bene. Tu vieni in questura con me.”
Alcuni ragazzi presenti sull’autobus prenotano la fermata successiva, e non appena si aprono le porte il ragazzo scappa ormai all’esasperazione, fra le ingiurie e la maleducazione (dove “maleducazione” è un eufemismo) del personale. “Io devo andare a lavorare”, dice,correndo via.

Largo Garibaldi, un mesetto fa.
Mi hanno rubato il portafoglio pochi giorni fa. Nella vana speranza di ritrovare lui e l’abbonamento al suo interno non ho ancora sporto denuncia allo sportello dell’autostazione, confidando della convinzione per cui tanto “i controllori passano due volte all’anno”.
Succede l’ovvio. Un attimo prima di scendere li incontro lieti, sereni e rumorosi come loro solito. Sospiro in attesa dell’infausto destino.
“Mi dispiace signorina” dice uno, sentendosi quasi in colpa “ma io la multa gliela devo proprio fare. Però mi raccomando, sporga denuncia non appena possibile, potrebbero arrivarle delle sanzioni a casa. Può favorire un documento? No? Beh, allora mi faccia la cortesia di dirmi nome e cognome, per piacere. Scenda, scenda pure. La raggiungo fra un attimo.
“Perfetto. Grazie. Vada in autostazione entro cinque giorni e dovrà pagare solo sei euro, e mi raccomando faccia la denuncia. Arrivederci”

La differenza sostanziale tra me, sedicenne con lo zaino, e il ragazzo, sui ventotto con la borsa, è che lui è nero.

Possiamo stare minuti su minuti a discutere di quanto la sua infrazione fosse insignificante in confronto alla mia, avrei potuto essere l’ennesima furbona che usa i servizi pubblici senza pagare mentre lui il suo biglietto l’aveva regolarmente acquistato; o riguardo alla bassezza dei modi del personale SETA (ben nota a Modena e provincia).
Questo articolo non ha lo scopo unico di essere denuncia delle maniere comportamentali della società di trasporti (riguardo a ciò se ne potrebbero scrivere altri cento. Mi ha fatto sorridere amaramente l’articolo pubblicato tempo fa sul Resto del Carlino che parlava dello scandalo creato dalla fotografia di un autista che guida con una mano sul volante, mentre l’altra regge il cellulare con cui sta telefonando. Ma quale scandalo. Ogni pendolare o quasi, almeno una volta, si sarà trovato al cospetto di una situazione simile. Io personalmente, più di una).
Di articoli come questo se ne trovano altri cent, in piattaforme o giornali di qualsiasi regione d’Italia (anche nella Padania più nebbiosa).
Proprio per questo bisogna continuare a scrivere. A denunciare. A diffondere.
Ciò che mi preoccupa maggiormente è che situazioni come questa, in cui dilaga un evidente razzismo ingiustificato che sembra permettere alle persone di trattare come un cane il primo extracomunitario che passa, vengano archiviate come “normali”, conformi alla norma.
Mi preoccupa che le persone, che scene simili le vedono almeno una volta al mese –oggi, al momento di raccontare alla gente ciò che mi era successo, si è verificata una spiacevole reazione a catena per cui ognuno ha condiviso un momento vissuto in luoghi o servizi pubblici con le stesse caratteristiche– possano abituarcisi.
Non bisogna mai fare affievolire l’indignazione, mai girarsi a guardare i palazzi che scorrono veloci fuori dal finestrino, mai alzare gli occhi al cielo con l’amico di fianco. Bisogna che le fronti non smettano di aggrottarsi e che il senso di nausea perduri per la giornata intera.
Un giorno i controllori che stamattina inveivano pieni di energia saranno vecchi e gracili, e qualcuno di noi li sostituirà. Saremo noi agli sportelli, sui treni, negli uffici, nei negozi, in Parlamento. Se cataloghiamo queste scene come solite e abituali, se l’ardore di avere la voce in capitolo necessaria a impedire che esse si verifichino viene lentamente spento e soffocato, mai si potrà parlare di sviluppo, ma solo di una rapida e irreversibile decadenza verso la trivialità degna della comunità più ottusa e primitiva.

Maria Chiara Franceschelli


Auschwitz non è mai esistito

Non riesci a toglierti via dalla pelle quella sensazione fastidiosa.

Sono quattro ore ormai che ti trovi immersa nella vasca da bagno, nell’acqua ormai fredda. Prendi in mano il sapone e cominci a sfregarti le spalle ed il collo per l’ennesima volta, mentre lo sporco sgocciola nell’acqua che ti sembra fango. Strofini violentemente i polsi, mentre cominci a passare la spugna sulle cosce sempre più freneticamente, i movimenti così veloci e le mani così arrossate che ti spaventi. Presa dall’angoscia lasci scivolare la saponetta, mentre avverti uno strano rumore che ti fa salire il cuore in gola.

Quello che senti assomiglia ad un verso spaventato, simile ad un miagolio. Appoggi la schiena contro le fredde piastrelle del bagno, con il fiato corto e i battiti cardiaci che ti rimbombano nelle orecchie: chi è che fa quel rumore? Chi è che si trova in quella stanza chiusa a chiave?
Senti i versi farsi sempre più acuti e piagnucolanti, fino a che non ti accorgi, sbarrando gli occhi, che escono dalla tua gola. Ti tappi la bocca istintivamente, disperata, il pugno serrato e le nocche livide.

L’acqua non è abbastanza sporca.

Come se niente fosse riprendi il sapone e cominci a passarlo sulle caviglie, e mentre allunghi il braccio bianco intravedi il tuo nome: 927119.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

L’avevi ripetuto così tante volte che ti era rimasto impresso come un marchio, scolpito nella memoria ogni volta che chiudevi gli occhi. Gli appelli erano due, uno al mattino e uno la sera, tutti i giorni. Le file erano serrate e i numeri urlati in rapida successione non avevano pietà: chi non si ricordava il proprio diventava cenere che usciva da un camino.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Cominci a strofinare con forza i polpacci.

Ti avevano chiamata cagna ebrea, ma si erano accorti che eri bella.
Dopo qualche mese, i capelli rasati avevano cominciato a ricrescere, e da sotto il fazzoletto da lavoro si intravedevano i tuoi riccioli neri. La pelle, nonostante il sudore e la fatica, era rimasta bianchissima; gli occhi verdi limpidi avevano continuato a vivere.
Ti avevano chiesto quanti anni avevi. Sedici? Bè, allora sicuramente avresti desiderato lavorare in un luogo più caldo. Non potevi credere che ti stessero offrendo una simile fortuna, così li avevi seguiti senza obiettare, i piedi nudi che affondavano nella neve, le dita viola ormai insensibili.
Ti avevano spogliata e ti avevano guardata a lungo, ma a te non importava: mentre eri nuda sotto il loro sguardo avido, per la prima volta dopo mesi ti trovavi in una stanza con un camino acceso. Non potevi desiderare altro al mondo. Ti avevano dato da mangiare, ti avevano permesso di lavarti.
Il tuo posto era sotto il tetto di una delle baracche private, e dalla finestra ogni tanto vedevi correre delle figure esili. Erano talmente simili ed insignificanti che dopo poco tempo arrivasti a pensare che fossero tutte la stessa persona.
Gli ufficiali venivano a trovarti svariate volte al giorno. Ti dicevano “bella”, ma quando ti domandavano il nome la tua pronuncia non poteva sbagliare:

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Ti è sembrato di vivere quei mesi come in un sogno. Stentavi a credere al dolore fisico che provavi, quando sfinita ti lasciavi scivolare a terra, i muscoli tremanti. Non facevi altro che ripeterti che eri al caldo e che potevi mangiare, e come un mantra ripassavi mentalmente le cifre del tuo nome.
Le ultime settimane non pensavi nemmeno più ai tuoi gesti: un uomo in divisa entrava nella stanza e mentre cominciava a sfilarsi gli stivali con l’aria esausta, come dopo una lunga giornata di lavoro, le tue mani automaticamente ti spogliavano, e prima che l’uomo avesse finito tu eri già nuda, pronta ad eseguire gli ordini.
Mentre diventavi di loro proprietà avevi imparato a non sentirti nel tuo corpo, eri riuscita a non vivere quello che stavi facendo, tutto grazie alla ripetizione spasmodica e incontrollata del tuo nome.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Pronunciando quei numeri all’infinito, nel disperato tentativo di rimanere in vita, eri diventata infine quello che loro avevano deciso, dimenticando la tua vera esistenza.

Mentre ti insaponi il ventre ed i fianchi guardi l’acqua, e all’improvviso ti sembra che il suo colore sia sufficientemente sporco. Hai anche smesso di gemere senza accorgertene.
Soddisfatta, prendi in mano l’asciugamano e ti alzi in piedi. Ti sei dimenticata quanto tempo hai trascorso chiusa in bagno. Ti asciughi lentamente, scorrendo le dita sul tuo marchio. Lo guardi quasi senza capire, poi lo leggi ad alta voce con un sorriso: “Neun. Zwei. Sieben. Eins. Eins. Neun.”

Ti basta sentire quei suoni per acquietarti totalmente. Ogni oscurità sparisce dai tuoi pensieri. Vai in cucina e comincia a preparare la cena, canticchiando.
La tua coscienza è pulita, la mente è serena, il corpo è sano, perché tu lo sai, e ne sei certa che Auschwitz non è mai esistito.

Valentina Camac


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


Gli occhi di Sally (di Sara Belletti)

Sempre il vestito più vecchio, quello sgualcito.

Sally metteva ciò che era più vecchio e insignificante e stancamente lo indossava come uno straccio. Sally non voleva essere guardata, non voleva amici con cui trascorrere pomeriggi caldi d’estate, né voleva essere adorata dalla maestra o desiderata dal ragazzo più carino della scuola. Sally non voleva niente.

L’ho sempre guardata con un misto di timore, curiosità e incomprensione. Credeva di essere invisibile a tutti ma ai miei occhi era chiara e luminosa nelle sue grandi felpe nere. Sally non andava al supermercato all’angolo della strada, non spendeva mai soldi, non si fermava davanti alle vetrine come le sue coetanee erano solite fare. Passava il tempo camminando. Nonostante la sua giovane età, credo avesse già percorso più kilometri di una persona col doppio dei suoi anni.

Sally spariva per pomeriggi interi e tornava solo al calare del sole, si perdeva nei vicoli scuri e nell’oro del grano fresco delle campagne, ma solo ai miei occhi si perdeva: ai suoi sembrava fosse tutto conosciuto da anni, sembrava fosse una vita che vagava da sola, sempre estremamente silenziosa e lenta. Spesso andava nella casa abbandonata fuori dal paese, in mezzo al nulla. Si fermava davanti ad essa, guardava se qualcosa era cambiato dalla volta precedente, sembrava controllasse che tutto fosse come l’aveva lasciato e che nessuno avesse messo mano sul suo piccolo luogo sacro.

Se il controllo risultava positivo -come sempre accadeva- si sdraiava sull’erba alta o si sedeva sul dondolo silenzioso di fianco alla casa e si spingeva coi piedi sul terreno fresco: sembrava conoscesse il movimento del dondolo a memoria, sembrava ballasse o volasse al ritmo di un’armonia dettata dal… Niente.

Intorno era deserto, non un rumore. La tranquillità aveva dolcemente preso il posto della frenesia della gente e della confusione delle auto. Era un luogo idilliaco, un fermo immagine di una dimensione estranea all’umanità, tranne che per Sally.

La casa non era nascosta da alti alberi o irraggiungibile, stava lì, al centro di un tappeto d’erba morbida che l’abbracciava come fosse un prezioso gioiello. Tutti potevano vederla ma mai nessuno al di fuori di Sally le aveva prestato attenzione: gli occhi della gente scorrevano su quella casa come su una vecchia pratica in mezzo a una risma, come fosse nulla. Per Sally era una delle cose più importanti che animavano la sua silenziosa e per tutti insignificante vita. Chissà cosa vedeva coi suoi occhi in quella casa… Quanto avrei voluto vedere coi suoi anche per un secondo solo… Ne sarebbe valso mille.

 Forse vedeva fiori nascere dal tetto e cinguettii sommessi di una nuova nascita e forse foglie di mille colori crescerle dalla testa con frutti carnosi appesi ai rami; e donne leggiadre e danzanti in abiti di seta rosa e ghirlande tra i lunghi capelli. Forse sentiva musica, tanta dolce e festosa musica di stelle suonare da un vecchio giradischi dentro la casa.

Io, coi miei stanchi, vecchi occhi di cenere, vedo solo una casa in rovina, un ricordo spoglio e triste del passato di qualcun altro; forse m’incute persino una leggera paura tutto quel mare muto, così profondo e sconosciuto. Sally vedeva ciò che io non vidi mai nella mia vita e che probabilmente è negato anche ai tuoi occhi di lettore.

La sottile bellezza di un albero che lancia i suoi rami verso il cielo tanto da toccarlo quasi e l’incanto di quello stesso cielo che sembra vuoto ma non lo è e “chissà cosa nasconde dietro quella tenda turchina” si chiedeva Sally dietro quegli invidiati occhi. Lei vedeva questo e altro, e di ciò viveva e si nutriva come la gente vive per il lavoro e grazie ad esso si nutre: stessa operazione, coefficienti diversi.

Spero che qualcuno di voi incontri la mia Sally un giorno e si innamori degli straordinari e puri occhi della sua anima e si vesta dei suoi sogni impalpabili come del miglior vestito sgualcito.

 

Sara Belletti


Quel corridoio rosso e le sedie di legno (di Anna Maniscalco)

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che ha tutto un suo spazio. La prima volta che i miei genitori mi portarono al cinema per vedere un film non d’animazione, non per bambini. Era l’inizio del millennio e si trattava dell’ultimo Woody Allen, “La maledizione dello Scorpione di Giada”. Mi fece ridere fino alle lacrime e, per diversi anni a venire, alla domanda < Che cosa vuoi fare da grande? > rispondevo: < Woody Allen >.

Ricordo anche che quella sera, al cinema, ci andammo a piedi. Perchè era nel centro di Modena. Era dietro l’Accademia, a un passo dai Giardini. Si chiamava Cinema Cavour, e l’ingresso era tutto rosso. Forse no, ma io nella mia mente lo rivedo così. Un corridoio rosso e la sala con le sedie di legno. Probabilmente erano già state imbottite; nell’immagine sfocata che ritorna alla mia memoria però erano di legno, più romantiche che scomode. Tre anni dopo ci sono tornata con il mio papà a vedere “Il Mistero dei Templari”. Il film non aveva nulla di speciale, ma era bello stare in quella saletta confortevole con mio padre, che là ci andava bambino. Quando uscì il seguito, lo andammo a vedere al Raffaello. Perché ormai il Cinema Cavour, dietro all’Accademia, non esisteva più.

Ci sono passata davanti pochi giorni fa, e allora l’ho notato, per la prima volta dopo anni. Resta abbandonato, serrato, le locandine ricoperte di scarabocchi e dei numeri di telefono scritti da amici che fanno gli spiritosi. Non potrò più controllare se effettivamente le sedie erano di legno oppure no. Rimane l’insegna, un’ombra del tempo che fu. Il Cinema Embassy non è più nemmeno quella. Ora è un supermercato. Dove passò una pellicola di Sofia Coppola, adesso puoi comprarti il sugo di pomodoro. Per non parlare dello Splendor, del Principe. Il centro di Modena era pieno di sale. Si guardava il film, e poi si passeggiava, per strade che erano vive anche dopo cena, discutendo magari di quanto appena visto. Con un gelato, stagione permettendo.

Adesso si esce dal multisala, dove sei arrivato affannato perchè se non sei lì mezz’ora prima la prenotazione ti scade e stai fresco, rimani lì con i tuoi nachos e senza biglietto, e poi scappi a recuperare la macchina, imprechi nel parcheggio e infine vai. Adesso, magari, neanche pensi a che film andare a vedere. Nello stesso edificio ci sono tutte le ultimissime uscite, una vale l’altra. Ragazzi, ci troviamo là, decidiamo poi cosa vedere. Sarà più comodo, ma certo non restituisce il gusto di scrutare attentamente la colonnina sul giornale per vedere in che sala danno il film che davvero interessa, la sala che in cartellone ha solo quello, la sala che profuma di cinema e non di pop corn. Che poi, è buono anche quello, ma dov’è la magia?

Forse sono solo nostalgica. Ma quando chi è più grande di me ricorda: “Il Principe, era quello dei cartoni animati a Natale”, non posso non pensare a cosa significasse andare a vedere un film. Era prima di tutto un piccolo piacere che ci si concedeva. Un momento rilassante, da soli, con la famiglia, con gli amici. Noi, in una sala che può contenerci appena, noi e il nostro regista preferito, noi e i nostri eroi del momento. Un bellissimo tête-à-tête, con l’odore delle poltrone un po’ vecchiotte, quando erano poltrone. Un posto intimo quanto sacro, come la platea di un teatro. Un posto pronto ad accogliere famigliarmente una bambina che andava a vedere il suo primo film non d’animazione.

Tra i tanti ricordi d’infanzia, ce n’è uno che un suo spazio, ora, non ce l’ha più.

Anna Maniscalco


Ci sfioriamo appena

Ogni giorno siamo circondati da una marea di persone. Amici, conoscenti, colleghi o famigliari sono le persone vicine. Gli sconosciuti sull’autobus, la ragazza carina per strada o il postino sono estranei.
Le persone vicine (o per usare un sinonimo, gli amici) sono coloro che conosciamo e che ci conoscono.
Gli estranei sono coloro che non sanno nulla di noi, e dei quali non ci interessiamo minimamente.

Il mare delle nostre relazioni è generalmente vasto, composto di conoscenze più o meno importanti, ma sempre conoscenze sono. Noi conosciamo delle persone, quindi vorrebbe dire che sappiamo come sono fatte, cosa gli piace, cosa sognano, di cosa hanno paura. E poiché queste sono persone importanti e fidate, ovviamente anche loro sanno chi siamo noi.
Adesso potremmo fare un gioco: facciamo una bella lista mentale delle persone che conosciamo e ordiniamole in base all’importanza che hanno nelle nostre vite. Così, senza scrupoli, senza pensare che “non si fa” perché le persone non si ordinano e varie. L’ho detto, è un passatempo.

Però adesso mi chiedo: se invece di usare l’importanza usassimo come metro di classificazione la profondità? E non la profondità della relazione, la ma profondità della conoscenza che noi abbiamo dell’altra persona.
Prendiamo venti persone che ogni giorno si confrontano con noi, con le quali siamo a stretto contatto. Iniziamo da quelli con cui ci troviamo bene: quindici su venti. Poi scegliamo quelli che consideriamo amici, dieci su venti. Prendiamo quelli che consideriamo buoni amici: cinque su venti.
Adesso selezioniamo quelli che, se dovessimo pensare a cosa regalargli per il compleanno, non avremmo assolutamente dubbi, perché li conosceremmo così bene che impiegheremmo non più di qualche minuto per pensarci. Quanti sarebbero? Uno, toh, due al massimo. Sui venti di partenza. Eh, ma cosa vuoi, potreste dire, una persona la conosci bene anche se non sai che regalo farle. Bè, nessun problema, dico io. Sapreste dirmi per cosa il vostro tale amico si arrabbierebbe di più? O cos’è che lo lascerebbe senza fiato dalla gioia? O quello che avrebbe sempre desiderato essere? Il colore dei suoi occhi?
Senza dubbio non avreste esitazioni nel dire quale musica gli piace o il suo piatto preferito. Sta bene? Ma sì dai, l’avete visto in forma.
Questi buoni amici, quanto saprebbero di voi? Teoricamente tanto, insomma, condividete un’amicizia da tempo, magari da anni. Ma se vi trovaste nel baratro, chi chiamereste? Dubito che si avrebbe l’impressione di avere l’imbarazzo della scelta. Dubito anche che chiamereste qualcuno.

Questa cosa non vale per quando siete felici, al contrario: la gioia è tanto bella quanto facile da condividere, anzi, è smaniosa di essere messa in mostra. Ma con il baratro non c’entra niente.
Qui si parla di quando vi sentite perduti, senza via d’uscita. Si parla di quando il vostro sguardo è sbarrato e fisso nel vuoto. Si parla di quando l’entità dei problemi che vi sentite addosso vi fa annaspare. Se aveste la fortuna di poter chiedere aiuto a qualcuno, sarebbero molti i candidati? E, una volta trovata la persona giusta, qui vi voglio: avreste il coraggio e la forza di aprire completamente voi stessi per farvi aiutare?

Questo è il punto. Vogliamo sempre essere circondati da persone vere, da “veri amici”, da persone che ti conoscono sul serio e che ci sono nel momento del bisogno, coloro che non vi tradirebbero mai… ma quando il bisogno è impellente e immane, è proprio lì che noi ci chiudiamo. Ci serriamo, totalmente: non ce la facciamo.
Non possiamo dare agli altri la possibilità di guardarci dentro, di vedere chi siamo realmente. Non capirebbero, oppure sfrutterebbero la nostra vulnerabilità, chi lo sa. Fatto sta che tutta la fiducia che doniamo e che ricerchiamo a nostra volta va letteralmente a ramengo, perché siamo talmente terrorizzati dal far toccare le nostre anime che rifiutiamo il contatto vero e sincero, accontentandoci di sfiorarci appena. D’altra parte permettere ad un esterno di conoscerci per come siamo veramente lascerebbe fuggire quelle poche persone rimaste dal conteggio iniziale. Siamo tanto bravi ad analizzare noi stessi, e poi quando è il momento di comprendere la follia degli altri, o di abbracciare l’immensità di sogni che non sono i nostri, allora cominciamo a pensare “io, io, IO” e l’essenza di un rapporto svanisce.

Non voglio dire che non sia possibile qualcosa di più oltre al semplice sfiorarci, anzi: fortunatamente esistono ancora quei rapporti in cui basta guardarsi negli occhi per capire cosa sta pensando l’altro. Dico però che questi rapporti sono una stretta minoranza, e mi sembrano sempre più rari. La cosa mi intristisce, perché penso che per quanto sia difficile aprirsi agli altri, nel momento in cui si riesce a farlo vuol dire che abbiamo realizzato il concetto di fiducia; penso anche che la difficoltà dell’avere rapporti veri e profondi derivi da una mancanza di interesse per una persona diversa da noi, appunto il pensieri fisso “Io” schiaccia tutto il resto, impedendoci di provare curiosità per gli altri, quella curiosità che sola può portarci a una conoscenza reale e interessata dei nostri cosiddetti amici.

Penso che questa curiosità ci stia chiamando da tempo.. La sentite?

 

Valentina Camac


“Se leggera ti farai”: storia del Movimento Pro-Ana

“Permettimi di presentarmi. Il mio nome, o quello datomi dai cosiddetti “medici”, è Anoressia. “Anoressia Nervosa” è il mio nome per esteso, ma tu puoi chiamarmi Ana. Possiamo diventare auspicabilmente grandi socie.”
Inizia così la lettera spedita nientemeno che da Anoressia, per gli amici “Ana”, inviata a tutte quelle ragazze disperate che in lei hanno trovato la soluzione a tutti i problemi, la via d’uscita e la morte. Questa lettera è stata pubblicata su migliaia di pagine web, affinchè tutti potessero conoscere e farsi persuadere da quella che è un’inquietante personificazione della patologia.
Da pochi anni a questa parte nasce sul web il Movimento Pro-Ana: migliaia e migliaia di ragazze che si aggregano in forum, blog e community per condividere la loro esperienza e la loro vita con Ana (della quale si parla sempre come fosse una persona illuminata, quasi una divinità), spazi nei quali dispensare dubbi consigli sulla perfetta alimentazione e nei quali ci si sorregge e sprona a vicenda per abbracciare completamente la malattia, da molti chiamata “filosofia di vita”.
Pagina dopo pagina, blog dopo blog, ho cercato di capire come fosse possibile l’esistenza di simili volontà e consapevolezze disarmanti dell’andare incontro alla morte.
“Vi prego, aiutatemi: come si diventa anoressiche?”,
“Non fidarti di nessuno, fidati solo di lei che ti è vicina, solo lei dice la verità, affidati completamente a lei, fai come ti dice, non opporti, ti farà stare bene!”
E commenti su commenti, incoraggiamenti, saluti affettuosi da tante altre “Piccole Ana”. La maggior parte di queste ragazze ha meno di quindici anni. E’ scioccante vedere ogni pagina decorata da tantissime fotografie di modelle anoressiche, corpi nudi rinsecchiti, croci rosse su un piatto di pasta, addirittura il disegno di una piramide alimentare che alla base ha l’acqua, poi le pillole dimagranti, poi caffè e sigarette e per ultimo, in cima, il cibo (con di fianco scritto “se proprio è necessario”).
Urla disperate, post scritti freneticamente dove si possono leggere le lacrime, le unghie affondate nella pelle, la disperazione di quando si ha tradito Ana, abbuffandosi davanti al frigo aperto. Ma niente paura, perché in questi casi non c’è solo Ana ad accompagnarle e a sgridarle: ha un’amica altrettanto severa e completamente disposta a correggere i loro errori:
“[…]Qualcuno mi conosce come “Bulimia Nervosa”, ma visto che saremo presto intime, potrai semplicemente chiamarmi Mia. Questo è il nome con cui le mie migliori amiche mi chiamano. Le mie amiche leali. Col tempo, anche tu diventerai una mia amica leale. A volte potrai sentirti schiavizzata, ma poi penserai a tutto quello che faccio per te, e ti ricorderai che sono la tua unica vera amica.”
Ed è così che ci sono anche tante piccole Mia, che narrano nei dettagli le loro giornate vissute tra la cucina e il gabinetto, tra la furia dell’abbuffarsi senza assaporare nulla di quanto trangugiato e il dolore seguito dall’immediato sollievo di quando si ha vomitato, a volte per ore.
“Voglio essere felice.. peccato che la mia felicità è legata al mio corpo che è legato al mio peso che è legato alla mia mente.. è tutto un cerchio che si ripete all’infinito.. non smetterà mai.. non finirà mai..”
La cosa peggiore di tutte sono i commenti. E non quelli delle ragazze che si complimentano con l’autrice di tale post perché in un giorno ha ingerito solamente 250 calorie, ma quelli di anonimi che insistono con il sottolineare la pazzia e a ridere, ironizzando quanto siano intelligenti a mangiare così poco o addirittura consigliando vivamente di andare al manicomio. Ci sono anche quelli che provano a spiegare con pazienza la gravità della situazione, provando ad esporre tutti i rischi, cercando di mettere queste ragazze davanti alla razionalità.
Ma la razionalità, con Ana e Mia, non esiste. Esiste solo la profondità dello specchio dalla quale queste ragazze si sono lasciate inglobare, ritenendo la loro vita senza via di fuga. I nomi dei blog sono più che eloquenti: “La mia gabbia dorata”, “Se leggera ti farai”, “Pro Ana per sempre”.
Ed i consigli che si scambiano tra di loro sono a dir poco agghiaccianti: dal mettersi nude davanti allo specchio quando si ha fame al bere litri e litri di acqua ghiacciata, dal fare quattro ore di palestra al giorno fino a contare e ricontare sistematicamente ogni singola caloria.
Queste ragazze sembrano alla ricerca del nulla. Alcune scrivono esplicitamente che tutto il loro amore per Ana e Mia deriva dal fatto che solo rifugiandosi tra le loro braccia sono state capaci di dimenticare i problemi e a nasconderli sotto al tappeto. Si sono rifiutate di affrontare la realtà, nascondendosi dietro le scritte “WANT TO BE LIKE HER” di fianco a foto di ragazze magrissime, si sono convinte che solo seguendo agghiaccianti regole si potrà raggiungere la perfezione e la felicità.
“Essere magri è più importante che essere sani;”
“ Non puoi mangiare senza sentirti colpevole;“
“Non sarai mai troppo magra;”
“Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo.”

Nel 2003, il Dr. Agostino Giovannini è il primo scopritore del fenomeno Pro-Anoressia in Italia: rendendosi conto di quanto sia diffuso tra i giovani, dà inizio alla ricerca di materiale che nel 2005 si concretizza in una pubblicazione della sua indagine scientifica, che raccoglie testimonianze, articoli e studi contro la malattia. Ad oggi amministra un blog (http://proanorexiaresearch.splinder.com/) nel quale riunisce e pubblica tutto il materiale trovato, al fine di informare e soprattutto aiutare a combattere questo terribile fenomeno.
In vari paesi, dopo aver scoperto la natura di questi siti, si è giunti all’oscuramento e alla semplice censura del blog pubblici, con il risultato che i ragazzi hanno continuato a creare forum e altre pagine in silenzio, spazi introvabili sui motori di ricerca e raggiungibili solo attraverso invisibili passaparola e richieste private di accesso.
In Italia, tutt’ora, i siti non sono né illegali (come in Francia, dove si rischia il carcere fino a due anni e multe fino a 30mila euro se si pubblicano informazioni su come rifiutarsi di mangiare) né censurati (la Spagna ha ottenuto dalla Microsoft l’oscurazione di tutti i blog Pro-Ana e Pro-Mia).
Da noi si sono piuttosto sviluppati siti internet che combattono il fenomeno, dove dietologi e psicologi si sono messi a disposizione per aiutare tutte le ragazze che, chiuse nella solitudine della loro stanza, hanno trovato in internet l’unico contatto con il mondo esterno.
A nulla servirebbe censurarli: sarebbe solamente un nascondere il problema, sarebbe un vero e proprio insulto a tutte le grida di aiuto che vengono lanciate attraverso le scritte cubitali e le pagine colorate: perché altro non sono che una richiesta di comprensione, un voler risalire dal fondo nero e umido nel quale si sono rifugiate.
Quello che possiamo fare, come minimo, è non ignorarle.

Valentina Camac


Lei, terribile e bruciante.

Sto correndo da giorni attraverso una landa desolata, una bianca terra di ghiaccio dove il cielo è perennemente buio e l’unica luce che rischiara questa visione incontaminata è data dalla grande Luna, enorme, dura, splendente e perfetta, accompagnata dalla miriade di corpi celesti che spruzzano l’oscurità di speranza e di vani desideri.

Ho il fiato corto, sto continuando a correre, sento il pulsare dei muscoli affaticati attraverso la carne, il sangue è sovraccarico di ossigeno, le forze allo stremo. Eppure non riesco a fermarmi, non posso fare a meno di correre, correre, correre, lanciare il mio corpo attraverso l’impossibile sfida di dimenarmi per l’eternità. La realtà, però, è che non è la sfida a muovermi. Continuo imperterrita a lanciare il mio passo in avanti perché il terrore di quello che potrebbe assalirmi se mi fermassi sovrasta ogni altro pensiero nella mia mente.

Se smettessi di scappare, infatti, di certo la donna spaventosa e terribile che mi insegue avrebbe finalmente modo di dilaniarmi.

Lei è travolgente e crudele, enorme, possente e nuda; è fatta di fiamme brucianti che si impadroniscono di ogni cosa lungo il suo inarrestabile cammino. Il suo nome è Verità.

Le lingue di fuoco che rivestono la sua figura non vedono l’ora di impadronirsi del mio corpo esausto che urla pietà, grida che non vuole più fuggire.

Le mie gambe insistono per fermarsi, ma sciocche, non capiscono che se si danno per vinte proprio adesso, Lei le raggiungerà per divorare loro e tutto ciò che io sono?

Non voglio bruciare.

Preferisco perdermi nell’immenso vuoto che si apre davanti a me, preferisco arrendermi all’infinita e buia distesa di ghiaccio. Essa mi mentirà sempre, è vero, ma lo farà con dolcezza e premura, e mi cullerà tra le sue braccia di stelle mentre con un soffio gelato drogherà il mio respiro, e ogni problema si addormenterà con me.

No, non sono pronta a farmi raggiungere dalla Verità. Mi direbbe cose orribili che di certo mi sconvolgerebbero, mi rivelerebbe ciò che io sono senza esitare, mi mostrerebbe ciò che ha visto mentre guardava dentro la mia anima. E io non voglio saperlo.

Lei è troppo bollente e possente, è troppo decisa, troppo forte. E’ in grado di sciogliere tutto il maestoso ghiaccio che incontra sul suo cammino, e rincorre proprio me. Continua a volermi, come se non fosse disposta a rinunciare a me, come se mi desiderasse più di ogni altra cosa al mondo.

Io corro più forte che posso, ma lei riesce a diminuire la distanza che ci separa: sento i suoi sussurri caldi raggiungermi e farmi formicolare le orecchie, insinuando in me il dubbio e ricordandomi che un tempo anche le mie mani erano tiepide, come i miei occhi.

In quel momento che sento le lacrime impossessarsi del mio viso, perché nonostante continui a correre lontano, il mio cuore si ricorda di quanto sia ancora bruciante e profondo l’amore che prova per quella donna, per Verità. Alla fine, come posso anche solo pensare di poter fuggire da una forza così terribile e bruciante, così meravigliosa? Non posso pretendere di vivere per sempre nell’oblio del ghiaccio, semiaddormentata dalla menzogna, con il velo dell’incertezza a coprire il mio essere.

Ho deciso. La corsa rallenta mentre lei si avvicina fiutando l’aria. Devo smetterla di fuggire, devo affrontarla a testa alta. Mi volto lentamente, trovandomi di fronte l’essere più maestoso che abbia mai visto. Le gambe mi tremano ancora, ma alzo lo sguardo decisa per incontrare il suo.

Non è così doloroso come mi aspettavo. Anzi, è stranamente piacevole. Le membra che si erano abituate al freddo vengono invase da un calore talmente liberatorio che quasi mi si mozza il fiato.

Mentre lei lentamente mi avvolge in un abbraccio bollente, vengo catapultata di fronte a quella parte di me che mi era sempre rimasta preclusa, o meglio, che avevo sempre avuto il terrore di scoprire. Ma per la prima volta, nel momento in cui riesco ad affrontare Verità consentendole di illuminare ogni mio angolo di incertezza, mi sento bene. E’ dannatamente difficile permetterle di entrare in me, ma il risultato che ottengo è semplicemente straordinario: la liberazione dalla terra di ghiaccio, dal buio stellato, dal gelo. E anche dal terrore che mi incuteva quella parte di me sempre rimasta in ombra.

Ora non è più spaventosa: è semplicemente diventata la mia completezza, la mia libertà.

 

Valentina Camac


Le cento piazze dello Sciopero Generale

Stamattina ero talmente stupita dalla fiumana di gente che continuava ad affluire in Piazza Roma che mi sono chiesta ad alta voce “Ma quanti saremo?!”.

Una signora davanti a me, con la bandiera dell’UDI sulle spalle, si è girata per guardarmi e mi ha risposto “Te lo dico io in quanti siamo: mai abbastanza”.

La mia manifestazione è iniziata nel piazzale Tien an men, alle nove di stamattina.

Ammetto che nonostante la carica e la convinzione con cui sono andata verso il luogo di ritrovo, non mi aspettavo troppa gente a manifestare, seppur per una motivazione così valida come il dissenso alla Manovra Economica. Invece quando sono arrivata c’era già un discreto numero di bandiere svolazzanti e persone di ogni età che aspettavano, chi trepidante, chi con aria serafica, l’inizio del corteo verso Piazza Roma.

Le lettere cubitali dello striscione di apertura, portato dagli studenti, bruciavano l’aria carica di pioggia: “Salviamo l’Italia: siamo il cambiamento che aspettavamo”.

Lentamente, mentre i manifestanti continuavano ad aggiungersi al corteo, abbiamo marciato attraverso la via Emilia, bloccando il traffico, cantando, correndo, sventolando le nostre bandiere, incitando i passanti ad unirsi a noi. Erano tanti quelli che se ne stavano bloccati sui marciapiedi, guardandoci passare con indifferenza o con l’aria di chi avrebbe tanto voluto essere in mezzo a noi, se solo il gesto non fosse sembrato troppo “estremo”, troppo pretenziosamente rivoluzionario. Eppure quando ci siamo messi a cantare Bella Ciao, anche quelli alle finestre -che ignoravano i nostri richiami- muovevano le labbra a tempo.

Ci siamo dunque diretti verso la piazza, dove abbiamo trovato una folla di gente sotto tantissime bandiere diverse e un palco circondato da palloncini e striscioni della Fiom. Ovunque cartelloni e slogan, gente che cantava, il colore rosso che si ritrovava un po’ dappertutto, persino gli stand di Emergency e dell’Unione Universitari. Dopo un paio di canzoni della band salentina “Krasì”, sono iniziati gli interventi. Inizialmente si sono alternate le segretarie provinciali della CGIL Tania Scacchetti e Fiorella Prodi, seguite dai segretari generali Donato Pivanti e Rossana Dettori.

 E’ stato grazie al discorso di quest’ultima, più lungo e appassionato rispetto ai precententi, che tutti i sentimenti del popolo sono usciti allo scoperto.

La Dettori ha cominciato a parlare della Manovra economica in tutti i suoi dettagli, trattando punto per punto. Osservando la folla, si poteva quasi vedere la sua trasformazione in una enorme belva accucciata, pronta a saltare e ad attaccare. Commento dopo commento, era possibile avvertire come il respiro della belva si facesse sempre più accelerato e impaziente, carico di rabbia, carico di senso di unità, con un urlo che, almeno oggi, è riuscito a non rimanere intrappolato in gola.

I boati, i fischi, gli applausi: ma veramente è possibile ignorare una tale dimostrazione di volontà? Tutte le persone che erano in piazza oggi, non solo a Modena, ma in tutta Italia, nelle loro grida imprimevano solo una cosa: ascoltateci.

Si è passato dal sottolineare come la Chiesa non paghi l’ICI (intervento accompagnato da grandi fischi) al discutere su come sia possibile che nella manovra siano comprese misure di collocamento a parte per i disabili (anche lì, urla indignate), dalla richiesta di spiegazioni alla Cisl e Uil per la loro presa di posizione a proposito dell’Articolo 8 alla proposta di spostamento delle Feste Civili del 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.

Quello che mi ha stupito è stato vedere come la CGIL sia riuscita, nella giornata di oggi, ad organizzare uno sciopero in cui si sono riunite tante bandiere (Sel, Idv, ANPI, Fiom, Filcams, Rete degli Studenti, GD, UDI, Rete Viola, UDU, Nidil, Rifondazione) e come sia stata dunque vero e proprio simbolo di democrazia ed unione del popolo, cosa che -per quanto io possa sapere poco di politica-, mi sarei aspettata dall’opposizione.

Girando tra la folla e parlando con i partecipanti ho conosciuto Cristina, una giovane educatrice professionale: “Non sono iscritta a nessun sindacato, ma mi sono sempre sentita molti vicina alla Cisl. Oggi tuttavia ho deciso di manifestare, perché sono convinta che ogni cittadino abbia il diritto di esprimere la sua contrarietà nei confronti della sua presa di posizione.”

Tanto negativa invece è stata la conversazione con Marco, un pensionato: “Penso che la CGIL di trent’anni fa fosse molto più sentita, oggi i lavoratori se ne fregano: vogliono fare i signori in bolletta, preferiscono l’apparire.”

“E’ una visione molto pessimista”

“Non è pessimista, è la realtà! Se ci avessero creduto, la piazza sarebbe stata molto più piena. Anche gli altri due sindacati ci sarebbero stati, sarebbe stato tutto molto più sentito. C’è la gente che vuole solo apparire, vede quanta gente abbronzata? Sono andati tutti in ferie, questi? Certo che no, ma i centri di bellezza sono tutti pieni, vada invece a vedere in biblioteca quanta gente c’è. Siamo lo specchio della nazione.”

Non sono mancate però anche le voci speranzose, come quella di Maurizia, educatrice d’infanzia: “E’ giunto il momento di  compattare la delegazione sindacale, perché separati non si arriva da nessuna parte. Credo che Cisl e Uil debbano fare un passo indietro e capire veramente cosa pensano i loro iscritti, vedere le piazze come si sono mosse oggi e ricompattarsi alla CGIL. Sono molto ottimista riguardo alla giornata di oggi, credo sia l’inizio di una mobilitazione che dovrà diventare sempre più generale: tutte le confederazioni e tutti i cittadini dovranno unirsi contro questa manovra, perché se non facciamo qualcosa ci porterà alla rovina. Oggi ho visto anche i giovani in piazza, me ne aspettavo di più, ma spero che sia solo l’inizio per un futuro promettente!”

Dunque, siamo solo all’inizio. Come dice il titolo dell’estratto letto dal segretario Claudio Riso al termine degli interventi sul palco, “Salviamo l’Italia”.

Credo che il movimento di oggi, che ha visto più di cento piazze italiane conquistate dalla protesta, sia il primo di una lunga serie. Non resta da vedere che cosa hanno intenzione di fare i signorotti seduti al governo: saranno anche bravi a tapparsi le orecchie e fingere che vada tutto bene, ma la belva ormai è sveglia, ed ha fame.

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Valentina Camac


La Bella e la Bestia (di Martina Di Toro)

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