Modena, via Emilia Est. Linea 760 Castelfranco – Modena. Diciannove aprile, ore 7.35 del mattino.
Sale un ragazzo sui ventotto, estrae dalla tasca della giacca un biglietto blu, lo infila nella apposita macchinetta e si siede sereno. Dieci minuti più tardi si alza e si dirige verso l’uscita dell’autobus. Una fermata prima della sua sale una coppia di controllori. Uno dei due comincia a passare in rassegna ogni passeggero, con la peculiare discrezione e gentilezza che caratterizza i funzionari della rinnovata SETA; l’altro punta il ragazzo in piedi e, con ghigno sardonico, lo raggiunge in due falcate e gli domanda di esibire il suo titolo di viaggio. Il ragazzo tranquillo glielo porge, si scatena il cataclisma.
Purtroppo, un po’ per via della musica nelle orecchie, un po’ per la poca lucidità di prima mattina, un po’ per la parlata dall’accento marcato del controllore, non sono in grado di fornire i dettagli tecnici della fatale infrazione; tutto ciò che ho capito è che il ragazzo aveva sbagliato qualcosa al momento di obliterare, forse non aveva premuto i tasti giusti per indicare la zona in cui è salito.
Il controllore monta su tutte le furie, mentre il suo collega tranquillo procede multando due studentesse che avevano dimenticato l’abbonamento a casa; sbraita di sanzioni e di carabinieri. Il ragazzo non capisce cosa ha sbagliato, protesta educatamente chiedendo il motivo della sua infrazione. Alza la voce per farsi sentire sotto gli improperi del controllore, in un italiano zoppicante misto a un incomprensibile francese. Si rende conto che intanto l’autobus ha proseguito il suo percorso fino a due fermate più avanti e si dibatte animatamente, deve scendere, deve andare a lavorare; ma non importa. I controllori ordinano tranquilli all’autista di non fermarsi né aprire, ma di proseguire la corsa come se niente fosse.
Gli vengono chiesti i documenti. Il passeggero passa sulla difensiva, asserisce di non averli con sé nonostante stringa in mano una cartella in pelle nera.
“Oh amico, niente documenti? Bene. Tu vieni in questura con me.”
Alcuni ragazzi presenti sull’autobus prenotano la fermata successiva, e non appena si aprono le porte il ragazzo scappa ormai all’esasperazione, fra le ingiurie e la maleducazione (dove “maleducazione” è un eufemismo) del personale. “Io devo andare a lavorare”, dice,correndo via.
Largo Garibaldi, un mesetto fa.
Mi hanno rubato il portafoglio pochi giorni fa. Nella vana speranza di ritrovare lui e l’abbonamento al suo interno non ho ancora sporto denuncia allo sportello dell’autostazione, confidando della convinzione per cui tanto “i controllori passano due volte all’anno”.
Succede l’ovvio. Un attimo prima di scendere li incontro lieti, sereni e rumorosi come loro solito. Sospiro in attesa dell’infausto destino.
“Mi dispiace signorina” dice uno, sentendosi quasi in colpa “ma io la multa gliela devo proprio fare. Però mi raccomando, sporga denuncia non appena possibile, potrebbero arrivarle delle sanzioni a casa. Può favorire un documento? No? Beh, allora mi faccia la cortesia di dirmi nome e cognome, per piacere. Scenda, scenda pure. La raggiungo fra un attimo.
“Perfetto. Grazie. Vada in autostazione entro cinque giorni e dovrà pagare solo sei euro, e mi raccomando faccia la denuncia. Arrivederci”
La differenza sostanziale tra me, sedicenne con lo zaino, e il ragazzo, sui ventotto con la borsa, è che lui è nero.
Possiamo stare minuti su minuti a discutere di quanto la sua infrazione fosse insignificante in confronto alla mia, avrei potuto essere l’ennesima furbona che usa i servizi pubblici senza pagare mentre lui il suo biglietto l’aveva regolarmente acquistato; o riguardo alla bassezza dei modi del personale SETA (ben nota a Modena e provincia).
Questo articolo non ha lo scopo unico di essere denuncia delle maniere comportamentali della società di trasporti (riguardo a ciò se ne potrebbero scrivere altri cento. Mi ha fatto sorridere amaramente l’articolo pubblicato tempo fa sul Resto del Carlino che parlava dello scandalo creato dalla fotografia di un autista che guida con una mano sul volante, mentre l’altra regge il cellulare con cui sta telefonando. Ma quale scandalo. Ogni pendolare o quasi, almeno una volta, si sarà trovato al cospetto di una situazione simile. Io personalmente, più di una).
Di articoli come questo se ne trovano altri cent, in piattaforme o giornali di qualsiasi regione d’Italia (anche nella Padania più nebbiosa).
Proprio per questo bisogna continuare a scrivere. A denunciare. A diffondere.
Ciò che mi preoccupa maggiormente è che situazioni come questa, in cui dilaga un evidente razzismo ingiustificato che sembra permettere alle persone di trattare come un cane il primo extracomunitario che passa, vengano archiviate come “normali”, conformi alla norma.
Mi preoccupa che le persone, che scene simili le vedono almeno una volta al mese –oggi, al momento di raccontare alla gente ciò che mi era successo, si è verificata una spiacevole reazione a catena per cui ognuno ha condiviso un momento vissuto in luoghi o servizi pubblici con le stesse caratteristiche– possano abituarcisi.
Non bisogna mai fare affievolire l’indignazione, mai girarsi a guardare i palazzi che scorrono veloci fuori dal finestrino, mai alzare gli occhi al cielo con l’amico di fianco. Bisogna che le fronti non smettano di aggrottarsi e che il senso di nausea perduri per la giornata intera.
Un giorno i controllori che stamattina inveivano pieni di energia saranno vecchi e gracili, e qualcuno di noi li sostituirà. Saremo noi agli sportelli, sui treni, negli uffici, nei negozi, in Parlamento. Se cataloghiamo queste scene come solite e abituali, se l’ardore di avere la voce in capitolo necessaria a impedire che esse si verifichino viene lentamente spento e soffocato, mai si potrà parlare di sviluppo, ma solo di una rapida e irreversibile decadenza verso la trivialità degna della comunità più ottusa e primitiva.
Maria Chiara Franceschelli





