Archivi autore: valentinamorsiani

Le 9 di mattina

Alle 9 di mattina chi lavora in un’azienda è operativo da oltre un’ora.

Il mio studio è su un soppalco a sei metri da terra dentro a uno di quei capannoni nuovi di cui tanto si è parlato, anche se a volte troppo tardi. Le pareti sembravano di carta e mi sono sentita intrappolata: cercavo un punto sicuro sotto cui ripararmi aspettando e sperando che finisse, come istintivamente si fa se ci si trova in un edificio classico, si individua un muro portante o una trave, ma lì niente. Un capannone non ha zone più sicure di altre, basta che manchi un gancio tra i pilastri e le travi o tra le travi e i copponi, o che siano sottodimensionati, che tutto può crollarti addosso come un lego.

 

Finito. In meno di un minuto tutto tace. Tutto è in piedi. Tutti stanno bene. Grazie.

Ora si deve decidere cosa fare. Niente telefoni, niente internet. Prendo la macchina e controllo le altre aziende, i vicini, i colleghi, i competitor, i fornitori, la paura rende tutti uguali.

Intanto ascolto la radio e mi blocco. Ci sono i morti, morti sotto i capannoni come il mio, solo qualche chilometro più a nord.

 

Devo pensare, mantenere la calma e pensare. Appena ripristinate le linee telefoniche ho contattato il Comune, per richiedere i controlli, per sapere se fossero già usciti e che tempistiche avessero, la risposta è stata: “le squadre per l’agibilità sono al lavoro, ma prima si controllano tutti gli edifici pubblici, poi le case private, poi le aziende”.

Va bene, siamo gli ultimi, è giusto così. Forse. Devo aspettare. Controllo, ricontrollo il mio capannone e quelli vicini. Non c’è niente di strano, tutto sembra a posto.  Alcuni chiudono, altri no.

Devo pensare anche alla mia famiglia. Finalmente mia madre risponde al telefono, sta bene e non vuole lasciare la sua casa e le sue cose per nessun motivo.  Ma come? Mia madre? Mi ha sorpresa, ma non avevo il tempo per rifletterci a lungo.

Mia sorella era ai giardini pubblici, avevano evacuato la biblioteca e lei era lì, sotto un albero, coi libri in mano. L’ho presa e l’ho portata verso sud-est, lontano dalle scosse, da un’amica che ringrazierò sempre per avermi regalato gli unici momenti di pace di quelle giornate.

Rientro in azienda. Decido. Non ci si ferma, si va avanti. Con i portoni aperti, gli uffici spalancati e le chiavi della macchina in tasca, siamo andati avanti. Certo, potevo scegliere diversamente, potevo chiudere qualche giorno, potevo evitare il peso di sentire la vita di altre persone nelle mie mani, persone che di me si fidano e con me lavorano.

Di giorno dovevo farmi vedere decisa, sicura, calma, ma di notte, in quella settimana passata a dormire sola in un centro storico deserto, gli incubi e il pensiero di poter sbagliare non mi hanno mai lasciata. Ho seguito la ragione e come me tanti altri. Non è eroico essere razionali e fare il proprio mestiere, ma non è nemmeno criminale.

Ho ricevuto sguardi e parole critiche rispetto alla mia scelta, hanno pesato molto. Vorrei che queste persone riflettessero meglio.

 

L’Emilia Romagna produce l’8,6% del PIL nazionale. Siamo una regione con una vocazione industriale dimostrata dal peso che l’industria ha nella formazione del PIL – 28,4% rispetto al totale – ben superiore a quello italiano e dei principali Paesi Europei. In Emilia Romagna le imprese di piccole e medie dimensioni sono la grande maggioranza: più del 90% delle aziende ha meno di 50 dipendenti. Sono 420 mila le imprese attive sul territorio, con una dimensione media di 3 dipendenti: un’azienda manifatturiera ogni 69 abitanti.  L’Emilia Romagna è disseminata di piccole realtà che formano una rete di innovazione, tradizione, progresso, conoscenza nuova e tramandata, eccellenza. Siamo una rarità e non bisogna dimenticarsene.

 

E se avessimo chiuso tutti?

Invece tutti insieme, continuando a lavorare nonostante le grandi difficoltà del momento generale e particolare e combattendo contro i ritardi e le cancellazioni dei lavori causa terremoto, abbiamo sostituito lo Stato – che non ci ha garantito nemmeno una proroga nei pagamenti delle tasse e dell’IMU in scadenza due settimane dopo quella scossa delle 9 del mattino – ci siamo aiutati da soli.

Nulla di tragico, nulla di sanguinolento e commovente, il terremoto miete sentimenti e fatti anche dove non uccide e non distrugge. Dove è silenzioso, senza boati, senza riflettori, senza Stato.


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello: VITTORIO CORSINI

VITTORIO CORSINI

Palazzina dei Giardini, Modena 17 marzo-10 giugno 2012

Il paesaggio è protagonista della mostra alla Palazzina dei Giardini di Modena.

La sensibilizzazione rispetto alle questioni ambientali passa anche attraverso l’arte contemporanea e Vittorio Corsini propone una riflessione espressa attraverso installazioni, video e sculture.

 

L’attenzione dell’artista è posta sulla dinamicità dei luoghi intesi come spazio in movimento, animato dalle relazioni delle persone che vi abitano. Questa complessità viene resa nelle opere con l’utilizzo di materiali eterogenei come il vetro, il metallo, la carta, l’inchiostro, la segatura e il neon.

 

Il percorso inizia con Paesaggio, opera dal tratto grafico nero su bianco che raffigura una zona delle colline modenesi ed evidenzia le abitazioni delle famiglie che vivono in quelle case con nomi e soprannomi, sottolineando quindi l’importanza delle interazioni umane ed il rapporto uomo-natura-territorio. L’atmosfera è enfatizzata dalla voce di Paolo Nori che legge il suo testo Il lampione.

 

In collegamento a questa grande carta troviamo Geografia e Geografia 2, la prima è costituita da un tappeto di segatura in cui piccoli frammenti lignei neri determinano precise curve di livello indicanti la morfologia di un’area analoga a quella rappresentata in Paesaggio; mentre la seconda è una scultura raffigurante una montagna in cui rivoli d’inchiostro scivolano sui suoi versanti.

 

 

L’esposizione continua con Eros 10.5 e Eros 10.7, in cui il rifrangersi di una luce colorata interrompe la rigidità della struttura; e Risaia, opera della fine degli anni Ottanta in metallo e vetro mai esposta prima.

 

 

L’ultima sala ospita Sul finire dell’occhio, quattro grandi dipinti monocromi in cui linee e parole spariscono, lasciando spazio al notturno e all’energia latente fatta di luce rarefatta.

La ricerca compiuta da Vittorio Corsini è interessante e si distacca dal linguaggio classico dell’arte contemporanea.


caffèlungomacchiatointazzagrande..echesiabello – TIMES SQUARE TO ART SQUARE

Image

Justus Bruns, padre tedesco e madre belga, laureato al TU Delft olandese in Graphic Design, ha 25 anni ed è un ambizioso con gli occhi svegli.

Innamorato dell’arte, Justus sostiene che “un artista sappia portarci in luoghi che altrimenti non scopriremmo”. Da questa verità e dal fastidio provato nel vedere la quantità di spazio dedicato alla pubblicità rispetto a quello dedicato all’arte, parte la sua proposta: trasformare la piazza più famosa di New York in una galleria a cielo aperto. Con 4645 metri quadrati di superficie utilizzabile per le esposizioni e 1500 visitatori al giorno diventerebbe il museo d’arte contemporanea più grande e frequentato del mondo.

“L’arte può ispirare, provocare, far riflettere ed essere amata”: questo è ciò che muove la macchina creativa.

La concretizzazione di una simile idea non è semplice, ma “anche quando non sai bene come fare, la soluzione migliore è iniziare e lavorare”. Attraverso la comunicazione, le tecnologie 2.0, cercando di arrivare al maggior numero di persone possibile, urlando il desiderio di vivere in un mondo con più poesia, coinvolgendo menti diverse ora, a distanza di due anni e mezzo, sono state aperte due fondazioni stabili che lavorano alla realizzazione del progetto, una in Olanda e una a New York. Quando l’intenzione è titanica quanto Times Square to Art Square, bastano poche parole per descriverla.

Vi aggiornerò sugli sviluppi che portano dal virtuale al reale, probabilmente entro quest’anno.

Justus, good luck and never give up. Thanks.

http://www.artsquare2012.org/


caffèlungomacchiatointazzagrande.. echesiabello – Un caffè sui tetti

Perché desidero che il mio caffè sia anche bello?
Perché è un attimo di pace. E la bellezza a me aiuta, mi stupisce, mi dà speranza e coltiva i miei sogni.
Dalle grandi tele classiche alle sculture contemporanee, dal food design all’antiquariato, dal look di una ragazza alla haute couture, dal sole che dopo l’alba taglia i palazzi di Piazza della Pomposa fino al caffè. Tutto questo migliora le mie giornate.
La domenica mattina, quando in giro non c’è ancora quasi nessuno, puoi prendere il tuo tempo e riempirlo delle piccole cose che durante la settimana diventano solo virgole.
Compri il giornale, fai due chiacchiere col ragazzo che ogni giorno quando ti vede arrivare ti prepara il quotidiano sapendo che vai di fretta e ti siedi al tuo tavolino.
La colazione dura anche più di un’ora, spegni il telefono, leggi ciò che desideri, in silenzio e in quella solitudine dedicata solo a te, necessaria per ricaricare le bombole d’ossigeno. Pensando a quello che si potrebbe fare nel resto della giornata, chiedi il solito caffè, ti viene servito con un sorriso ed è anche bello, in una tazza bianca, grande, mai sbeccata e mai con una goccia fuori posto.
Oggi chi deve o vuole restare a Modena può far andare “lo spazio oltre l’orizzonte” gustandosi i Musei.

http://www.museimodenesi.it/page.asp?IDCategoria=282&IDSezione=5347&ID=99360

E per i viaggiatori incalliti ora si vola verso nord, con Giulia, si va a Praga.

All’ultimo piano del Dipartimento di Lettere dell’Università di Modena, c’è una finestra che nessuno mai considera. Da li si vedono tutti i tetti di Modena, ma solo quelli. Niente persone, niente automobili, soltanto tetti. I tetti di Modena si assomigliano tutti, ma non si guardano mai. E quando per sbaglio sono rivolti uno contro l’altro, e ti assicuro che capita raramente, li chiamano Ghetto, qualcosa che deve essere guardato male, da lontano… chiuso da tutto il resto, non accessibile.

Nella mia Praga, i tetti sono le parole attraverso cui raccontarla. Oro e Verde che si scontrano contro il muro dell’orizzonte, bagnato da un fiume che riflette corallo nel tardo pomeriggio. I tetti della Città Vecchia raccontano la storia dimenticata dalle cronologie, quella di un popolo che si è creato e ha resistito alla Cupola. Austeri, spigolosi, spessi, come tutti i rivoltosi devono essere per far si che parole e idee possano cambiare il mondo. Sull’altra riva del fiume, la Città Piccola è l’ossimoro perfetto. Piccoli, colorati e con tanti abbaini da cui esplodono cascate di fiori coloratissimi. Sono i tetti degli alchimisti, i tetti della ricerca, della scoperta.. i primi tetti costruiti a Praga a dire il vero.  Dai tetti della Città Piccola si vedono le colline di Praga, ricoperte da una rete stradale convulsiva e l’eco dei presidi vicino al Museo Nazionale. Ma esiste un momento, nella mia Praga, in cui tutto si ferma. Alle 22.30, la cupola del Teatro Nazionale si accende e, se si ha la fortuna di passeggiare sul ponte Carlo in quel momento, una lenta ma progressiva danza di gabbiani frammenta lo Smeraldo che sorge, ogni sera, per tutta la notte.
Quello è il momento in cui il respiro rallenta, le gambe smettono di ascoltare muscoli tesi e gli occhi, stanchi per tutte le cose che sono loro scivolate davanti durante il giorno, assumono il profumo dell’anice e delle spezie. E’ il momento in cui la distanza geometrica diventa assenza, perchè i tetti ti riflettono nello specchio del mondo e svelano agli occhi di chi guarda, tutta la tua bellezza.


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello – HANAMI

Oggi si vola lontano, verso oriente.

Vi porto in un posto che mi attrae come fosse una calamita potente e mi affascina come fosse un mistero intrigato, dove la forza è unita alla poesia, la lealtà alla vita e la storia al contemporaneo.

Giappone, una terra che sta rinascendo un’altra volta dopo un altro disastro. Lo fa in silenzio, lavorando, innovandosi, ma col tentativo di mantenere sempre il sapore dell’antichità, le contraddizioni che ne derivano sono notevoli e lo fanno apparire un luogo ancor meno comprensibile. La diversità di quella cultura è quasi inaccessibile, ci si può avvicinare solo in punta di piedi e passo passo, con perseveranza, si inizia a scalfirne la riservatezza. E’ un popolo che si esprime in architettura, musica, moda, letteratura, cucina, attraverso uno stile preciso, riconoscibile, inconfondibile e questo è il chiaro messaggio di appartenenza ad una radice profonda. E’ un’espressione sintetica, senza sovrastrutture, chiara e che sa raccontare la complessità senza il bisogno di renderla palese. La cura del dettaglio e l’utilizzo di poche linee caratterizzano ogni aspetto della produzione creativa nipponica, e l’armonia che ne scaturisce si porta con sé qualcosa di magico. La tecnologia di accessori informatici, treni, tecniche costruttive, convive con la filosofia dell’Ikebana e i grattacieli con i giardini minimalisti e stracolmi di significati. La spiritualità è inscindibile dal mondo naturale, i luoghi sacri sono legati alle piante e all’acqua, e i colori si amalgamano come su nessuna tela.

Il momento in cui l’incantesimo diventa tangibile è la fioritura dei Sakura (ciliegi) e dedicare tempo all’Hanami, l’ammirazione dei fiori, dona la pace che la bellezza sa racchiudere in sé. In Giappone la natura è trattata come un’opera d’arte e lo è, è la madre dell’arte.


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello – LA TAVOLOZZA E’ NOSTRA

Dopo un torpore grigio di anni in cui l’apatia ha lasciato scorrere fiumi di speculazioni economiche, politiche e anche culturali, i colori stanno riconquistando il loro posto. Le persone sanno riunirsi e sfruttare le proprie qualità per creare un luogo vivo, in cui lo scambio eterogeneo arricchisce il movimento. Gli artisti si rinnovano, i musicisti urlano il loro pensiero scritto su cinque righe, i professionisti si ribellano a quel sistema che premia non attraverso il merito e i giornalisti indipendenti esprimono opinioni.

Il fermento evidenzia le peculiarità di ogni individuo e l’apertura verso gli altri permette il legame e aumenta la forza di tutta quella generazione offesa dai propri rappresentanti che ne sottolineano solo gli aspetti negativi. I bamboccioni e gli annoiati dal posto fisso stanno attuando una rinascita della ricerca culturale, che è l’unico motore degno di un mondo che si autodefinisce civile.

Questa generazione si schiera, è forte, studia, lavora e impiega le energie per produrre libri, dischi, inchieste, quadri, sculture, innovazione e sperimentazione. E’ una generazione attenta e attiva rispetto alle problematiche etiche, ambientali e di giustizia che attanagliano l’occidente e non solo. E chi non sa vedere questo e sfruttarne le potenzialità non ha l’occhio fresco e proiettato sul lungo termine.

Gabriele Veronesi, per esempio, è uno di questa generazione e il suo lavoro ha un grande valore anche rispetto all’impatto emotivo creato dalla deturpazione del paesaggio, dal vivere immersi nell’assenza di bellezza e di studio estetico con la conseguente costruzione di edifici di nessun rilievo architettonico.

Le arti e le sensibilizzazioni verso i molteplici aspetti culturali del contemporaneo sono discipline che sembrano intangibili, ma che in realtà permeano il quotidiano e fotografano il presente costruendo il futuro.


caffèlungomacchiatointazzagrande…echesiabello – “La chiesa del Redentore”

CHIESA DEL REDENTORE, via Leonardo Da Vinci 220, Modena

Il creare dal nulla un luogo di culto è un compito arduo e la difficoltà aumenta esponenzialmente se si deve costruire in un paesaggio che di spirituale non ha niente. Il progettista non è più solo un ideatore di spazi che può plasmare e caratterizzare secondo il suo gusto personale, ma diventa chi dà anima al luogo o dà voce all’anima del luogo. Erigere una cappella o una cattedrale nel mezzo di un bosco, sulla vetta di un colle o a strapiombo sul mare è ben diverso dal costruire una chiesa parrocchiale in una zona di nuova urbanizzazione, priva di storia e di affascinanti elementi naturali. E’ un compito adatto ai coraggiosi e agli sperimentatori, e forse il Leonardo a cui la via è intitolata, si sarebbe buttato a capofitto in una tale impresa.

L’esterno della Chiesa del Redentore ha come unici richiami religiosi palesi una piccola croce e il campanile. Il sagrato si trasforma in piazza, aperta verso la città, che sottolinea l’essere finito e piccolo dell’uomo messo a confronto con le sterminate pareti bianche simboleggianti la purezza e l’infinità del divino. La sensazione di incompiutezza dell’edificio lascia all’uomo lo spazio e il compito di concludere l’opera, con la sua presenza.

La struttura ti accoglie poi per entrare nel luogo sacro, ti fa passare attraverso un portone vertiginoso, che ancora una volta sottolinea la tua bassa statura rispetto alla Sua, poi nuovamente ti accoglie attraverso l’ingresso laterale, accorciando quindi le distanze tra te e Lui. L’altare è a sinistra e ha alle spalle una vetrata che lascia vedere un prato con gli ulivi, mentre l’ambone si trova a destra, davanti ad una corsia d’acqua che dalla vasca battesimale esce verso l’esterno.

Sei circondato da giochi di luce, grandi finestre e la presenza dei due elementi naturali con maggior simbologia religiosa dona un respiro vitale. Le opere d’arte, tele contemporanee, volutamente scarseggiano: un crocefisso e una Madonna con Bambino. La cappella feriale, posta verso est, rimane il luogo più ricco ospitando un grande trittico che occupa un’intera parete.

In un’epoca in cui siamo abituati a confrontarci con una tempesta continua di immagini, in cui la velocità e l’organizzazione non contemplano l’imprevisto, trovarsi davanti ad una struttura spoglia, bianca, che sembra non conclusa, ti spiazza, ti attira e ti obbliga a dedicarvi il giusto tempo per la comprensione.

Stilisticamente, diciamocelo, è al limite un esempio di razionalismo, quindi un po’ fuori tempo massimo. Ricorda le realizzazioni di Terragni, Moretti e Albini, ma volendola trasporre nel terzo millennio la avvicinerei alle rivisitazioni del movimento moderno di cui Ferrater, Chipperfield e Campo Baeza sono tra gli esponenti.

I templi contemporanei progettati da architetti italiani a cui far riferimento per poter leggere quello modenese sono, per esempio, quello di Fuksas a Foligno, o di Zucchi a Sesto San Giovanni o di Citterio a L’Aquila.

La Chiesa del Redentore rimane un’opera di tutto rispetto se riferita alle opere presenti nella nostra provincia e tutte le critiche che ha ricevuto mi fanno pensare non solo che non siamo pronti al contemporaneo, ma nemmeno al moderno. Spero di sbagliarmi.

E non oso immaginare cosa si possa pensare di chiese come quella di Zumthor a Wachendorf, Germania; quella di Menis a Tenerife, Spagna; quella di Clavel a Murcia, Spagna; quella di Gijs e Van Vaerenbergh a Limburg, Belgio; quella di Mondada a Saint Loup, Svizzera o la super pubblicata Chapel Tree of Life di Cerejeira Fontes Arquitectos a Braga, Portogallo, giusto per stuzzicare la curiosità citando un po’ di avanguardie europee.

E ora, finite di bere il caffè e fate un salto in via Leonardo da Vinci!

Questa presentazione richiede JavaScript.


Ora siamo tutti marinai

Le prime pagine dei quotidiani e il bombardamento televisivo ci donano periodicamente l’illusione trascendente di divenire esperti criminologi, politici, economisti.

Ora siamo tutti marinai.

Questa non è un’analisi tecnica di ciò che è avvenuto nel nostro Tirreno, non è un’ennesima teoria sul come un gigante di tali proporzioni si inabissi: è semplicemente una riflessione fatta a bassa voce e col capo chino rivolto alle vittime.

Il mondo blu è fatto di leggi scritte e di leggi non scritte, va conosciuto e diventa la grande metafora dell’esistenza. Come quando si dà inizio ad un’avventura, che sia un nuovo lavoro, una nuova esperienza, una nuova amicizia, un nuovo amore, quando si lasciano gli ormeggi si deve essere certi che ci siano le giuste condizioni. Si parte per un viaggio in cui ci si trova protagonisti di una società dai confini ben precisi, ogni azione ha una sua importanza, ci si deve affidare l’un l’altro, si devono rispettare i ruoli e si deve tener sempre presente con lucidità, prontezza e prudenza che si ha a che fare con un essere potente, che può ammaliarti e distruggerti come le sirene di Ulisse.

L’acqua salata è una, unica, assume sembianze e caratteristiche differenti a seconda dell’ambiente in cui si trova, proprio come noi esseri umani. A volte è silenziosa, a volte grida a squarciagola, è in continuo movimento ed è piena di vita: alcune specie non si incontrano mai, altre dialogano durante le migrazioni, che in questo momento storico sono parecchie, così come avviene sulla terraferma.

Il mare è un mondo fatto di doveri e disciplina, che in cambio ti regala la magia di toccare la sensazione dell’infinito; per poterci vivere devi distogliere l’attenzione dalla visione antropocentrica di cui ci facciamo portatori, devi ricollocarti, ridimensionarti e devi saperti porre al di sotto di lui.

Il rispetto è ciò che governa la navigazione.

Il rispetto per l’elemento acqua e per i suoi abitanti, per l’elemento fuoco perché rappresenta la diversità, per l’elemento aria che è ciò che ti circonda e che da sempre permette alle vele di gonfiarsi e salpare, e per l’elemento terra, il punto d’arrivo.

Il rispetto del codice e della gerarchia presente su ogni imbarcazione, il rispetto verso chi incontri, soprattutto se è più piccolo e meno forte di te, e il rispetto verso il dovere di aiutare, chiunque, in qualsiasi circostanza.

italia isola del giglio


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 53 follower