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It’s a long way to the coast. Cronache di un viaggio americano.

Dovevano essere circa le otto e mezza di un mattino dello scorso novembre e mi trovavo sul treno verso Roma dove periodicamente mi reco per lavoro. A turbare il mio scomodo dormiveglia interviene perentoria una suoneria di cellulare. Non realizzo subito che si tratta del mio, ma ripresomi, lo estraggo in fretta con la certezza che, data l’ora, non sto certo per rispondere ad una telefonata di cortesia. Quando vedo che a chiamare è il mio amico dottore mi piglia un po’ l’ansia. Non vorrei mica fosse successo qualcosa di grave, tanto più che sono quasi a Roma, e pare azzardato chiedere al macchinista di fare retromarcia per Modena.

Pronto

Ciao, sono io. Senti, devo proporti una cosa

Sono tutto orecchi” (ero già visibilmente preoccupato)

Io e te dobbiamo farci un viaggio

Dove?

In America” (quando si dice America e basta, si sta dicendo Stati Uniti)

Bene. Quando?

Ad aprile

Ok. Tienimi informato per i dettagli

Bene. Ciao, caro

Ciao

A qualcuno sembrerà bizzarro che sia successo tutto così, in meno di 20 secondi. Certe decisioni impegnative normalmente richiedono più calma. Normalmente. Ma per noi due la categoria di normale è applicabile solo alla statistica. E se vogliamo affidarci alla statistica, considerando che ci conosciamo da 27 anni, si può dire che abbiamo trascorso esattamente il 90% delle nostre esistenze assieme (vi lascio così al calcolo proporzionale della nostra età anagrafica). E ciò è tutto meno che normale. Mettici anche che aprile era sufficientemente lontano e ancora sgombro da impegni. Mettici pure che ultimamente il mio fondoschiena ha fatto troppa amicizia con una sedia da ufficio e i miei occhi con lo schermo del PC. Insomma, alla luce di tutto ciò la proposta del dottore alla fine riscosse un certo successo.

Le settimane seguenti le abbiamo occupate a definire il percorso: Atlanta-Los Angeles. Quante miglia? circa 3000. Il mezzo: una Chevrolet Aveo da noleggiarsi all’aeroporto di Atlanta. Stati attraversati? 9: Georgia, Alabama, Mississippi, Louisiana, Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, California. Tempo concesso? 18 giorni.

Buttando l’occhio sulla carta geografica del Nord America non sembra poi tanta strada. In realtà ci accingiamo ad attraversare un continente, coast to coast. Come ogni mito, il viaggio dalla costa atlantica a quella pacifica degli Stati Uniti d’America si porta dietro un bel po’ di retorica. Per questo non voglio farmi tanti viaggi mentali. Sarà perché non son figlio di dottori, ma alle massiccie dosi di metafisica che si sparano certi intellettuali preferisco la realtà. E siccome la realtà e il presente hanno il brutto vizio di fuggire in tutta fretta sia dalla pelle che, prima o poi, pure dalla memoria, ho deciso che questo giro tengo un diario. Documento. Non prometto niente, ma giuro che ci provo.

SMS del dottore. 13 gennaio. Ore 2:40 p.m.

Prima degli altri continenti Dio ha fatto l’America. Poi, stanco com’era, l’ha guardata bene, s’è preso una vacanza e s’è sparato un coast to coast”


It’s a long way to the top.TSAR, bomba innescata

“Io come una cometa che

brucia e diventa cenere…”

 

L’incipit di questa puntata di It’s a long way to the top, lo cedo al primo verso di Marcello Benetti, cantante degli TSAR.

Fare recensioni non è il mio mestiere, ma dopo aver ascoltato per bene l’ultimo disco -che è anche il primo assieme- degli TSAR, “12 cose divertenti che non devo fare mai più“, mi è venuta la smania di scriverne. Voglio anche in parte maledirli pubblicamente, non me ne vorranno, perché sono esattamente tre giorni che mi sveglio alla mattina con in testa So Low, il primo brano della tracklist.

Vi dirò, mi ero rotto le scatole di scaricare  giga-quantità di musica che poi non avevo il tempo di godermi, o di essere in totale balìa del virale flusso di tubes sui social networks. Basta grandi dimensioni, basta band dell’oltremondo e dell’iperspazio. Volevo un disco in mano, dodici pezzi belli, cantati in italiano da gustarmi in santa pace.

Ho pensato che tutta questa Musica per dirla alla Caparezza, mi aveva un po’ stancato. Bombardato e assordato. Dove sono finiti i tempi in cui si mettevano da parte 10 sacchi per andare a caccia di un disco a lungo desiderato? Adesso siamo noi “consumatori” le prede: se è così, mettetemi in una riserva e statemi alla larga.

Per chi non conoscesse l’animale TSAR, consiglio di andarselo a cacciare da qualche parte. Bisogna un po’ indagare, perché le band che fanno buona musica propria sono animali rari. Non vi linko niente, pagine facebook, my space e compagnia bella. Se volete ascoltarvi il loro disco per intero, ve lo andate a scovare, come si faceva una volta. Io mi limito a dire che è una caccia grossa e ne vale la pena.

Tsar, Meghe, Zanna

Recentemente sono andato a vederli live all’OFF, e hanno messo in piedi una bella scaletta, condita con qualche cover, come Keep on Rockin in a free world di  Neil Young o Cracker Man degli Stone Temple Pilots, ma soprattutto con i loro pezzi che sfondano di più: So low, Tempio dei Miracoli, Prova a fingere, Ultima Poesia, Rubami l’anima, e chissà forse pure qualche inedito. Rock’n’Roll con le influenze più disparate: dal grunge di Stone Temple Piltos, Soundgarden e Pearl Jam, ai più classici Stones e Who (l’ultimo pezzo della tracklist si intitola Zanna Who e ricorda le atmosfere di Baba o’Riley), da qualcosa di più alternativo alla Neil Young, ai suoni più rabbiosi alla Velvet Revolver (vedi Sindrome artificiale nel disco), …ne volete ancora?

La sezione ritmica Meghe-Zanna-Vince (chitarra-basso-batteria) fa il suo sporco dovere nell’album, come si suol dire, uscendo anche dal classico 4/4 per avventurarsi negli effetti psichedelici dei 7/8 di Vuoto in Pillole. Chi conosce Meghe  (da tempo sulla scena, con gli Zoom prima, coi Bitch poi) e Zanna (prima Nightrain, poi anche lui nei Bitch), si sarebbe aspettato più note blues, più assoli e arrangiamenti tradizionali, invece, nelle ritmiche come nell’armonia c’è qualcosa di nuovo e interessante.

Da ascoltare per bene, testi e melodie vocali di Marcello Benetti: linee povere in virtuosismo, ma che rimangono ben impresse, perché metrica, ricchezza di parole e soprattutto di immagini si miscelano in un tutto completo.

L’idea che ricorre nei testi è quella dei sogni di una generazione di talento polverizzata e delusa da un sistema che non la fa viaggiare come dovrebbe e la vuole omologata ai suoi standard pre-costitituiti (Dimmi quanto talento affiderai al nuovo pastore, Il tempio dei miracoli). C’è la cometa che brucia e diventa cenere, frase con cui si apre il disco, che già dà l’idea di qualcosa in procinto di esplodere ben consapevole che dopo il botto non sarà altro che polvere. C’è il sognatore in bilico tra il tutto scorre e il tutto rimane uguale, in equilibrio tra la dolcezza del suo sogno e la cruda realtà. C’è l’uomo libero che sente la propria libertà tanto vincolata alla solitudine. Insomma, come si dice da queste parti in estrema sintesi: ce n’èce n’é tanto.

Ora, però, basta futili commenti. Gustatevi i 5 minuti e 28 di So Low, la prima traccia da “12 cose divertenti che non devo fare mai più”.

Il 19 novembre gli TSAR suonano al caffé del Teatro a Fiorano con la formazione Marcello Benetti (vox), Meghe (chitarra), Federico Ansaloni (chitarra e pregevole piano nell’album), Zanna (basso) e Vince (batteria) e il loro concerto sarà aperto dagli immortali Normativa, guidati da un altro animale di razza, Andrea Zini. L’album degli TSAR, immagino lo troverete lì, in vendita. L’appuntamento è ghiotto, specialmente per chi come me si è rotto le scatole della giga-musica stipata in rettangoli gialli su di un desktop bidimensionale.

L’avevamo detto, qualche puntata fa, che sotto le ceneri del Rock’n’Roll ancora qualche brace è rimasta accesa. Forse serve un colpo di vento, per ravvivare qualcosa che magari vestirà un abito diverso e impigheremo un po’ di tempo per riconoscere, ma che sotto potrebbe avere uguale quello spirito di cui da tempo sentiamo la mancanza.

TSAR, fate tirare ‘sto colpo di vento!


It’s a long way to the top…Sull’orlo del successo (o della rovina)

Nell’ultima puntata abbiamo divagato sulla ormai antica questione della morte vera o apparente del rock’n’roll e sulla possibilità che la nascita di ogni nuova band possa permettergli di sopravvivere ai miasmi di questi tempi impaludati e -chissà forse il giorno in cui ce ne sarà davvero bisogno- di risorgere dalle ceneri, più vivo che mai.

Se avete seguito la storia della nostra ormai formata band, ricorderete che nella puntata precedente eravamo finiti a parlare di democrazia. Che c’entra la democrazia con il rock’n’roll? C’entra, c’entra…perché la band deve prendere decisioni importanti e, data la pluralità di menti e posizioni che la compongono, occorre applicare il metodo democratico, benché quelle stesse menti siano tutt’altro che democratiche, anzi sovversive e riottose nei confronti di ogni metodo e ordine costituito.

Ebbene dopo aver compiuto i primi passi, dopo essersi dotati di un nome, di una saletta, di una serie di strumenti per lo meno di accettabIli e di un repertorio più o meno vasto di pezzi per lo spettacolo, occorre che il più matto della banda salga in cattedra e gridi “E’ ora di fare pezzi nostri!” di fronte ad altre facce ebeti nelle cui espressioni potreste leggere un ampio abbecedario di brillanti pensieri, da “Era ora che qualcuno lo dicesse”, “Se li scrivi tu stiamo messi bene!”, a “Ma questo è scemo?”. Insomma che dire, senza i pezzi propri la banda finisce per diventare quella strana e informe creatura che prende il nome di tribute band.

Ahimé, qui urge una seria digressione per me maledettamente complicata da affrontare, giacché molti amici suonano o hanno suonato in tribute band. Ma per senso di responsabilità bisognerà farlo: i lettori che non si intendono di queste cose hanno tutto il diritto di sapere di cosa stiamo parlando.

C’era un tempo –ebbene sì- in cui questa particolare categoria di band non esisteva. Esistevano le “serate tributo”, quelle sì, a quello o a quell’altro musicista o gruppo, ma nessuno, a parte quelli che si travestono da Elvis a Las Vegas, si era mai sognato di scimmiottare Freddy Mercury o da Angus Young pensando di poter fare così un po’ di soldi e avere una certa forma rifratta di popolarità. queen tribute band

Prendiamo ad esempio Max e Dave dei Muppet Suicide, due miei cari amici che suonano in un tributo ai Guns’n’Roses: sono fra i miei chitarristi preferiti, sebbene sconosciuti al grande pubblico. Potreste vederli suonare in giro per l’Italia coi Muppet. Ma ciò che vi auguro di più è trovarli su una spiaggia con due acustiche mentre jammano qualche blues da strapparsi le mutande o qualche pezzo del gruppo originale di Dave, gli Atomic Ants. Tutta un’altra musica.

Bè, quello che voglio dire è che il successo delle tribute band ha il fascino nostalgico e decadente di un passato sopito, un eredità maledetta che è difficile strapparsi di dosso. Non è tutta colpa loro, s’intende. E’ un problema anche di noi che andiamo a sentire musica dal vivo. Preferiamo consumare il pezzo cantabile, conosciuto, che ascoltare qualcosa di nuovo e unico. Preferiamo la rifrazione dei nostri idoli che esplorare nuove armonie e ritmi. Siamo il target pubblicitario di X-factor e di Amici anche se mettiamo il chiodo, ci facciamo la cresta come i punk o ci ricopriamo di bracciali anelli e orecchini.

Il risultato della ribalta delle tribute band ha significato la crisi delle band originali. I maggiori responsabili di questa crisi, però sono le agenzie, i gestori di eventi e di locali. Provate a chiedere i  giro quanto pagano una tribute band (cifre con tre zeri di solito), e quanto una band originale (se va bene, una pizza). Dovrebbero chiamarle minute band, nel senso che sono un simulacro piccolo piccolo degli originali, come i piccoli duomi di Milano che vendono nelle baracchine, utili al più come arma contundente anti-premier. E i locali che le chiamano a suonare dovrebbero chiamarli mortali, non locali, perché premiano le copie e fanno morire chi vuole suonare per davvero.

Ma lasciamo le tribute band e il loro pubblico nostaligco nel loro brodo di ieri l’altro. Torniamo invece alla nostra storia, ai nostri aspiranti rockers di oggi chiusi nella loro saletta, soffitta, fienile o garage a discutere di come mandare avanti la baracca. Si tratta di un momento cruciale, di un attimo infinitesimale dove le parole pesano come macigni e dietro ogni sguardo si cela il destino ineluttabile di ciascuno dei componenti della banda. Sull’orlo del successo o della rovina.

Molte delle band che proliferano al sole malsano della Pianura Padana vengono da città medio-piccole, o addirittura paesi, non certo paragonabili ad una Los Angeles o a Londra. In queste località i rapporti tra persone rispondono ad una logica antica, di tipo gentilizio-clientelare, nel senso che i legami di reciproca contiguità residenziale se non addirittura di consanguineità (gens) contano più delle capacità, delle aspirazioni, dell’impegno e del talento dei musicisti. Ne deriva perciò che la band nasce come gruppo di amici, se non addirittura di consanguinei (penso ai “vecchi” Slavekill di Corlo).

All’interno della band ci sarà sempre qualcuno che spinge di più e qualcun’altro che è lì perché con quella band può mettersi in mostra con le ragazzine, o perché può rimanere in compagnia e non isolato sui libri di scuola o sul posto di lavoro, affrancandosi dall’etichetta di nerd, che dalle nostre parti, almeno fino a 16-18 anni ti togli di dosso col calcio o con la musica. La posizione di alcuni elementi (i più alti in grado nella gens di appartenenza) sarà perciò intoccabile. Essi avranno perciò un posto sempre assicurato nella band anche se a cantano come un maiale sgozzato o suonano la chitarra come un Mr. Tambourine parrocchiale alle prime armi con un bel “Camminerò”…

Dalla piccola città di provincia bisognerà perciò andarsene, prima o poi. Andarsene o morire soffocati, non c’è alternativa. Poi, tranquilli, ci sarà sempre tempo per tornare. Bisognerà spiccare il volo e misurarsi con qualcosa di più grande. Lo dice anche Lou Reed nella sua Small Town:

There is only one good thing about small town
there is only one good use for a small town
there is only one good thing about small town
you know that you want to get out

When you’re growing up in a small town
you know you’ll grow down in a small town
there is only one good use for a small town

You hate it and you’ll know you have to leave.

Al momento di spiccare il volo perciò, non tutti sono dotati di ali. Alcuni metteranno lo scoglio di una vita normale, giustificandosi nei modi più disparati: “mio padre è contrario”, “devo lavorare”, “non ho soldi”, “devo finire l’università” o “mi sposo fra un mese” di fronte all’impeto del sogno altrui. Chiunque abbia vissuto quel momento sa. E se l’ha già vissuto e ci ripensa, infondo, l’ha sempre saputo, anche prima di arrivare alla resa dei conti che quello sarebbe andato avanti a misurarsi nell’ignoto e quell’altro sarebbe rimasto lì a contemplare lo stranoto, perdendo così ogni senso reale della misura. Già dalle prime battute si sapeva chi avrebbe un giorno lasciato il nido per migrare, e chi invece sarebbe rimasto a presidio di quel tiepido e rassicurante riparo. Il rischio di questa fase è notevole e molto dipende da chi morde il freno per spiccare il volo, da chi traina il gruppo. Se le sue ali sono ben piumate, simmetriche e forti, allora potrete stare sicuri che il volo sarà alto e maestoso come quello di un cigno (giusto per citare i Queen, quelli veri); ma se quelle ali sono ali di Icaro allora sarà la rovina.

Il volo più bello lo hanno fatto quelle band che dell’unità hanno fatto il loro punto di forza. Quelle che all’orgoglio e alla forza dei singoli hanno saputo sostituire il reciproco rispetto del ruolo di tutti, la profonda conoscenza e la voglia di rialzarsi assieme dopo ogni sconfitta.

Brian Jones, degli Stones, morto nel 1969

Pensate ai Doors e ai Nirvana, con le rispettive morti di Jim e Kurt, morirono anche le band che alla loro ombra erano nate e cresciute. Troppo disequilibrio tra il singolo e il gruppo. Invece gli Stones, gli ACDC, i Metallica seppero reagire ad eventi tragici come le scomparse di Brian Jones, Bon Scott e Cliff Burton, seppero ritrovarsi pur di fronte ad una fatale perdita.

Crescere, migrare, misurarsi con qualcosa di grande, senza dimenticare la puzza della strada. Come il Noodle di C’era una volta in America, come i Clash che Bob Gruen, il loro fotografo, racconta dopo il live allo Shea Stadium di New York “Visitors backstage included David Bowie and Andy Warhol, but The Clash never forgot their fans. [...] Where as most bands never let their audienc backstage, The Clash welcomed they in their dressing room after the show [...]. They didn’t want ot be so big that they couldn’t reach the people”.

Alla fine di questo flusso di pensieri, di ricordi e proiezioni penso che i Clash avevano capito tutto, come Vittorio Arrigoni.

Bisogna rimanere umani, a prescindere da quanto si è grandi.

 

P.S. Questa puntata di It’s a long way to the top, la dedico alla grande Amy. Se la porta via a 27 anni dalla sua casa di Londra un cocktail preso contro la sua solitudine, contro il suo male. Se avesse cantato in una band, una vera band, forse l’essere arrivata lassù, sulla cima più alta, non l’avrebbe fatta sentire così sola.


It’s a long way to the top: il suicidio non premeditato.

Ben sintonizzati ancora una volta sul programma “It’s a long way to the top…”! Qualcuno si sarà convinto che i capitoli precedenti sono ispirati da una qualche forma di nostalgia dei bei tempi del rock’n’roll. Inevitabile. Mi sono a lungo domandato su chi fosse il responsabile della fine del rock’n’roll. Ho cercato a lungo un capro espiatorio sul quale sfogare la rabbia accumulata per l’ascolto obbligato su ogni radio, sulla televsione, e in ogni locale delle deiezioni fecali che il nostro bel mercato discografico oggi produce.

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It’s a long way to the top: il nome della banda, Malcolm X e il cul de sac della democrazia

Ci eravamo congedati l’ultima volta dopo aver affrontato l’annosa questione della saletta, che sta al rock’n’roll come il bambin Gesù alla mangiatoia. Ora, tralasciando metafore scomode, è il momento per la nostra banda di riunirsi nella tana e tentare di darsi un nome.

Occorre però fare una premessa. La scelta del nome dovrebbe avvenire secondo i pacifici crismi della democrazia, il cui principio fondamentale è “una testa, un voto”, giacché solo così tutti i membri della banda potranno identificarsi con un titolo, un’idea, un simbolo (che tenderanno a scrivere ovunque e a tatuarsi sul braccio come galeotti con il nome della fidanzata o della mamma). Nota: sul parallelismo banda-fidanzata/o, della serie “La banda e il rapporto di coppia: un’anologia pericolosa”, discuteremo prossimamente. Tornando alla questione democratica, questa è solo teoria. Nella pratica la faccenda è molto più ruvida e la scelta del nome rappresenta la prima grande prova che la nostra banda deve affrontare in termini di equilibri, pesi e contrappesi intrapersonali. Se la banda è poi formata da un numero esiguo e pari di elementi, la possibilità di finire nel cul de sac della democrazia è un rischio reale, che può portare gli “scontenti” a cristallizare un certo rancore e dichiarare una Guerra Fredda destinata a durare fino allo scioglimento definitivo.

E’ qui che sorge la prima grande contraddizione del rock’n’roll; se avete letto le prime puntate di “It’s a long way to the top” ve ne sarete certamente accorti. Come fa un gruppo di giovani ribelli squattrinati a darsi una costituzione democratica? E se ci riesce, può mantenere la propria natura ribelle?

Di primo acchito verrebbe da rispondere no ad entrambi i quesiti. O ribelle, o democratico: una cosa sembra escludere l’altra. O Malcolm X, o Martin Luther King. O Fidel Castro o JFK.

Molto spesso la volontà di potenza di ciascun elemento si trasferisce dal piano della dialettica a quello dei Watt: amplificatori monumentali, di impossibile trasporto, vengono installati nelle salette al solo scopo di seppellire a suon di decibel il vicino chitarrista o il cantante, che viene sistematicamente coperto dai suoi compagni armati di strumenti a corde. Poveri cantanti, loro non sono “armati”, dispongono soltanto della voce. Immaginate uno scontro tra Jackie Chan e gli sgherri con la mitraglietta…

Democrazia o tirannide, oligarchia o monarchia illuminata, poco importa, in fin dei conti. Ciò che conta è che si trovi un nome d’effetto e che si vada d’amore e d’accordo.

Ne ho in mente tante, di bande che hanno segnato la storia del rock’n’roll modenese nel decennio 1995-2005. Gli Ateche, gli Slavekill, i Landslide Ladies, gli All in Vein, gli Handle With Care, gli Angus McCog, i NitroRevoltuion, gli Spleen, i FreakOut (quelli di una volta, quando facevano Rock’n’Roll), gli Zoom, i Don’t Care at all, Lobo e i BiAiv, i Bobbit’s Project, i Normativa, i Buoi Filoguidati, le Menadi, le Flight of Fancy, i Blood&Wine, i Vallanzaska, i Dolceuchessina, gli Atwood, Kwick&Mart, i Taubgoat, “one man band” Paolino Ventura, i Bitch, e tanti altri che le bevute degli ultimi anni potrebbero avermi fatto dimenticare. Tutte queste bande avevano una cosa in comune: tutte scrivevano pezzi propri (spesso in italiano!), pur non avendo, nella stragrande maggioranza dei casi, alcun contratto discografico. Motivo per cui, quasi tutte oggi riposano in pace nei ricordi di una generazione di modenesi. Avevano tutte il proprio seguito più o meno numeroso, i propri locali di riferimento, la propria identità. Hanno inciso dischi, in barba spesso alla siae, con strumentazioni che oggi sembrano anteguerra… ricordate “Vai ora vai, ora picchia picchia vai…ora fermo, mi giro dall’altra parte!” (Ateche)? Tutte avevano qualcosa da dire, l’hanno detto, l’hanno scritto. E come gli storici sanno bene, quando qualcosa viene scritto diventa storia. Come tale, questa storia di Modena, messa giù in versi in qualche scantinato, va ricordata, trasmessa e conservata.

Noi del Rasoio siamo con tutte quelle bande, sgangherate, inclassificabili, rumorose e moleste che ancora provano gusto ad attaccare un Jack all’amplificatore e a spazzare via con un MI maggiore e un colpo di rullante i vari Tiziano Ferro e Marco Carta. E se un dio da qualche parte c’è, sarebbe bello che facesse suonare tutte quelle altre sudice facce da checca di Amici, dopo gente come Meghe, Marcello Appio Cassanelli, Andrea Zanasi, Fabio Grenzi, Andrea Govoni, Aldo Belli, Kehyre, Cecco, Vanes, Carlo, Paolino Ventura…! Se ne andrebbero via dal palco a capo chino, con vergogna, implorando l’ufficio di collocamento di trovare loro un posto alla Standa, che si guarderebbe bene dall’assumerli.

Allora sì che queste voci tutte uguali e inespressive che Maria de Filippi, quotidianamente e merdosamente, ci fa ingoiare, verrebbero scaricate nel dimenticatoio della musica e della nostra storia.

allo_meghe_bitch


It’s a long way to the top. La saletta, il colmodore ed Edwige

(continua dalla scorsa settimana…)

Dopo aver riunito i banditi, la missione è trovare una saletta, un luogo più o meno accogliente dove suonare. Dalle parti dell’umida Pianura Padana, la saletta difficilmente si distingue per signorilità e confortevolezza paragonabili ad un lussuoso appartamento del centro. Salvo che uno dei membri della banda non sia figlio di un notabile della città (il ché sarebbe ben poco Rock’n’Roll), la prima saletta non potrà che avere una di queste due possibili location: il garage/soffitta nella periferia urbana, e la ex-stalla/fienile in campagna. Ciò non deve stupire.

Il carro, diceva un vecchio bassista di mia conoscenza, è l’antenato dell’automobile, come il cavallo lo è della motocicletta. Ne consegue che il garage è l’evoluzione filogenetica della stalla. A questo punto, direte, stalla o garage, un luogo vale l’altro. Ma non è così.

E’ statisticamente provato che la saletta cittadina spinge la band verso il grunge, il punk, la psicadelia o il metal, più in generale verso uno sferragliante “garage rock”. Al contrario, nelle salette di campagna, complice l’atmosfera agreste assimilabile a quella della Louisiana, è più naturale sistemarsi su un sound più blueseggiante, fatto di pentatoniche e di settime di MI, stile Cream, Stones, Creadence, etc.

Le costanti di entrambe le location, urbana e rurale, tuttavia esistono e sono essenzialmente tre:

uno, il COLMODORE. Se non siete mai stati in una saletta dove si suona rock’n’roll, bè, vi siete persi una esperienza olfattiva indimenticabile. Un mix di alcol, fumo e sudore, di per sè stesso anestetizzante più di qualsiasi altra sostanza stupefacente. Il fenomeno del colmodore è assimilabile al processo di fermentazione che avviene negli intestini delle vacche, quindi in luogo assolutamente chiuso e privo di areazione, anche se i reagenti sono diversi;

due, poster e fotografie. La personalizzazione della saletta è accorgimento fondamentale per l’identità della banda. Iggy Pop, Morrison, Hendrix, la Joplin sono solitamente associate a figure meno talentuose ma altrettanto ispiratrici e insostituibili nell’arredo, come Carmen Electra, Sylvia Saint o Edwige Fenech per i più vintage;

tre, il clima pessimo. Garage ed ex-stalla godono di una maggiore frescura estiva, ma al contempo di un freddo invernale lancinante. Soffitta ed ex-fienile si caratterizzano per una tendenza inversa: caldissimo d’estate (grado massimo di colmodore) e non freddissimo d’inverno. In ogni caso, per almeno sei mesi l’anno la saletta è luogo di sofferenza ed espiazione, specialmente a queste latitudini. D’altra parte senza sofferenza non c’è tensione, senza tensione non c’è elettricità, e senza elettricità potete lasciare a casa Stratocaster e amplificatori vari, e darvi al flamenco.

Edwige Fenech

Esistono anche salette a noleggio, in luoghi appositi. Niente in contrario, anzi, se passate da via Divisione Acqui a Modena ne troverete alcune molto funzionali. Il difetto di quelle salette è che –giustamente-non sono personalizzabili, quindi non rispondono alle tre costanti suddette.

rock iggy pop

iggy pop

Di positivo c’è che in quelle salette comuni suonano molte bande, quindi se la vostra vi scarica con la scusa che da quando avete messo su la/il fidanzata/fidanzato non vi impegnate più allo stesso modo, potete elemosinare un posto da bassista nella banda che suona nella stanza accanto. Per inciso, queste salette pubbliche, il Comune di Modena le ha costruite vicino al deposito dei cassonetti della spazzatura…messaggio intimidatorio?

In ogni modo, nel caso della saletta privata, i nostri banditi dovranno “insonorizzare” bene l’ambiente, ossia applicare uno spessore di materiale isolante direttamente proporzionale alla quantità di casino che i loro strumenti producono. Lo spazio utile si ridurrà di una percentuale considerevole, il sound e il colmodore impregneranno per bene tutta la gomma piuma isolante, ma niente paura, i sensi saranno più ricettivi e certamente il prodotto musicale sarà superiore. Controindicazione: il nemico pubblico numero uno della banda. Il vicino rompiscatole. C’è sempre un vicino rompiscatole che chiama la polizia.

Una volta allestita la tana, alla banda manca il nome. Un nome che entri facilmente nell’immaginario ribelle del seguito che la band intende farsi. Un nome cattivo, dolce, evocativo, misterioso, corto, lungo, composito, onomatopeico, ridondante, mordace, come vi pare… Ma questa è ancora un’altra storia.

We won’t get fooled again – The Who (1971)


It’s a long way to the top…

C’è una sola condizione per il rock’n’roll: avere avuto uno spirito ribelle nell’età compresa tra quattordici e diciotto anni. E più a lungo quello spirito sopravvive, resistendo agli assalti del mondo della norma e più i risvolti saranno imprevedibili. Solo chi sviluppa un certo grado di insofferenza alle regole imposte può aspirare a salire sullo sgangherato treno del rock’n’roll, e finché ci sarà qualcuno che si ribellerà a qualche ordine costituito, quel treno esisterà e vi porterà da qualche parte.

Vi siete mai chiesti perché  il Rock’n’Roll sceglie la sua cavalleria fra le schiere di ragazzini dell’oratorio? Quello è il regno dell’ordine, della legge divina. Ma dove c’è legge c’è anche peccato, dove la morsa della coscienza è più stretta, là cresce l’ingegno. Quanti, ascoltando il sermone, non si sono immaginati al posto di Don Angelo Bon Scott che recitava la genesi! Let there be rock!

Ricordo quattro ragazzi che sgattaoiolarono in chiesa, un pomeriggio di primavera, che la porta era aperta e dentro non c’era nessuno. Chiusero la porta della casa santa alle spalle e puntarono con passo deciso verso la zona dove si posiziona usualmente il coro. Il piano era in atto. Uno di loro, quello coi capelli lunghi, andò a sedersi all’organo, gli altri sfoderarono le chitarre acustiche e uno il microfono.

Vai attacca! Intro di organo. Lui era già bravo, quello coi capelli più lunghi, forse erano i capelli a renderlo più bravo. Occhio, tocca a noi! LA minore, FA diesis minore… Duro il barré con le corde di metallo, fa male! LA minore, FA diesis minore, You know that it would be untrue, you know that I would be a liar…Speriamo non entri nessuno proprio adesso, pensa se entra il Don! …Occhio, Ritornello…SOL! Come on baby light my fire, come on baby light my fire, try to set the night on fire…

Cosa pensò Gesù in quel momento dall’alto della croce appesa là nel presbiterio, nessuno può dirlo con certezza. Forse non approvava fino in fondo che nella sua casa si cantasse di sesso, eccessi o amplessi, ma è altrettanto probabile che si sia divertito, anche perché in caso contrario avrebbe fatto entrare il parroco, o avrebbe provocato un black out all’impianto elettrico, o sarebbe apparso con manganello e olio di ricino, anche se quello non è proprio il suo stile. Invece non successe nulla di tutto ciò, e credo che quei ragazzi abbiano preso l’atteggiamento non-interventista della divinità come un placet. Gesù approva, che altro serve? Let there be rock!

Il primo passo per chi vuole aprirsi al rock’n’roll è costituire la band, la banda, che data l’assonanza si presupporrebbe composta di banditi, ossia da personaggi (almeno in apparenza) “poco raccomandabili”. Questo atto costitutivo, questo sacro patto di sangue tra i futuri membri della futura banda, viene sancito solitamente in un garage della periferia, o nella camera disordinata di un qualche sedicenne occhialuto con la madre che nella stanza accanto scuote la testa, amareggiata per le cattive amicizie del figlio. In quel fatidico momento, c’è la decisione fatale che potrebbe mutare irrimediabimente il destino di quei quattro amici dell’oratorio:

Ok, io sono il cantante perché non so suonare neanche il campanello. te cosa suoni?

Bè io la chitarra…chiaro…so già suonare la “classica” e mi faccio regalare per il compleanno l’elettrica! Tu?

Bè, anch’io la chitarra, magari uso la strato di mio padre! (c’è sempre un chitarrista con parenti stretti già dotati di strumenti epici e inestimabili, mentre tu non hai nemmeno una RO**EK, n.d.r.)

Troppe chitarre, qualcuno dovrà suonare il basso.

A quello ci penso io, i bassisti sono i più fighi…Sid Vicious, Lemmy, Flea…fa te!

Manca la batteria.

La batteria manca sempre.

Per tutte le band in fasce, la ricerca del batterista assume spesso i connotati di un’impresa titanica. Quella dei batteristi, dovete sapere, è una famiglia variegatissima con tanti generi, specie e sottospecie. Come i mammiferi: vanno dal delfino all’ornitorinco. Quindi, trovarne uno, e trovarlo con tutte le caratteristiche psico-fisiche che si adattino alla neonata band, significa avere trovato il mammifero giusto. Tenetevelo stretto il vostro batterista, perché tanto sicuro è il suo braccio sinistro che picchia sul rullante, quanto volubile è il destro che si perde in istrionici raddoppi sul charleston o ritmi improbabili sul raid. Insomma vogliategli bene, al vostro batterista, perché é elemento raro e già solo per questo merita rispetto; va anche tenuto presente che alla sorte il batterista paga lo scotto di non essere mai visto in faccia durante i concerti, nascosto da un muro di cianfrusaglie. Nessuno ha chiesto autografi a Ringo Starr fino al 1970, e ancora oggi non tutti riconoscono charlie Watts…

Ancora mancano tre cose fondamentali ai nostri banditi…strumenti consoni, un nome di battaglia, ma prima di tutto una tana: la saletta. Ma questa è ancora un’altra storia.

Jimi Hendrix Rock_n_Roll Fender stratocaster strato


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