Archivio delle Categorie: Poesie

Nuovo Documento di Microsoft Word (di g. b.)

con un cellulare che ho perso
dieci volte ieri chiederti di vederti
oggi anziché domani senza un motivo solo così
e l’angoscia di non aver modo di saper la risposta
e non voler sapere la risposta

 e poi mi dici che vuoi veder la ruggine in un giorno che piove
nel centro nella nostra metropoli periferica
e andare al cinema con lo sciopero generale
che ci prendono per manifestanti
con la sciarpa
ma è che per noi fa freddo,
che ci mischiano fra la folla
con la bandiera
ma è rosso l’unico ombrello che ho 
tra il mobilio della mia casa auto
con la coperta divano e il pallone soprammobile
estate inverno e sempre
e la bottiglia vuota da riempire alla fontana
e il tappo appeso al retrovisore
totem di altre storie parallele
dove se vuoi quando vuoi se vuoi
dormiremo per sempre a vedere le stelle del drive in
dormiremo per sempre a vedere le stelle dell’alba sui campi umidi
dentro e fuori
dentro
e fuori fiori 

ma non ci mischieremo
emergeremo
come ombre lunghe tra i piedi della gente in centro
lunghi e silenziosi
le nostre ombre di notte alte da sfiorare i tetti dei palazzi
riflessi coi lampioni gialli sulle strade 

e vedremo poi il film
drammaticheroico
di bimbi grandi abbandonati
tra i rottami color dei campi e del tramonto
che era la loro mattinadolescenza
preludio del loro presente adulto decadenza
e pieno di vuoto per gli altri
che ci camminano a fianco
e ci sfiorano
ma senza toccare i nostri mondi
paralleli
e silenziosi di sospiri e progetti
troppo timidi da dire perché ci spogliano
e sentiresti l’odore che parla di te
e di come ti vorrei
con me come me
così mi capiresti invece di appoggiarmi
da lontano. milano.

e reagirò col silenzio di sempre,
lo so,
ma stavolta saprò perché
poi ti chiederò
se vuoi ancora andare in africa
per conferma di niente
e se io sarò un bassista alcolizzato
che mi sto già allenando 

che poi non ci sarò io
comunque vada
e sarò a dormire in macchina a carrara
con un foglio una chitarra che non mi suona e fuliggine
grafite e vinorosso ad accompagnarmi le vene
in giro
a far la spesa di sei giorni
dai pachistani che conoscerò bene
come vorrei conoscere te
come credo di conoscere te
ma che mi abiti solo dietro gli occhi
e non arrivi a stringermi le mani quando tremano
per te
cometa bianca
hai scintille nere bellissime 

e confondere il tuono di adesso
col battito
della mia paranoia
cha mi fa male
ai polmoni
e non sapere se è dentro o fuori
dentro
o fuori fiori
e non sapere cosa pensi cosa vedi
sapere che non bevi
forse la pioggia che mi piove dentro
finché non ci parliamo
e sarà, dopo,
inondazione di tutto.
inondazione dentro e fuori
dentro
e fuori fiori.


L’amore bastardo

E’ l’amore bastardo

da cui esco sconfitto

anche col sapore di un bacio

Quell’amore bastardo

che mi riplasma placido

poi stupido e infine codardo

Congeda con un tiepido grazie

e dagli occhi infuocati

distoglie lo sguardo

Non cede un attimo, non indugia

non spende un minuto

né parola in eccesso

Cento e più aghi impugna a destra

e una bambola che mi somiglia

stringe, crudele, nella sinistra

Strega avara sei, tu,

che non conosci niente di puro

non ti dài, anzi mi togli finanche la sete

Sei un gioco bastardo

che sfuma e confonde

il sesso e l’amore

Tutti ne parlano eppure

nessuna dottrina mi disse

che l’amore bastardo

rapace e beffardo

di fiamma sincera vive

poi nel fumo in silenzio svanisce.


StormWalker: L’angelo della pioggia

Vacillo nell’incertezza

Di ciò che sono stato

E di tutta l’amarezza

Che è in fondo il vivere

Per una singola carezza.

Ho amato e rinnegato

E ho più volte tradito

Ciò che mi era stato affidato.

Sono colpevole senza intenzione

In quest’epoca senza ragione.

Il tempo ormai

E’ l’unico testimone della sciagura che ci ha colpiti

E ciò che racconto è al di là

Degli antichi miti.

Ciò che racconto

E’ la verità che fa male

E proverete dolore

Abituati come siete

Alle menzogne senza pudore.

Dissipate ogni dubbio,

Ignorate le perplessità

La mia storia è lo specchio

Tramite cui osserverete

Le vostre vuote realtà.

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Quotidianità (di Chiara Bellini)

Come sempre non sono capace di tranquillità, per me e per chi mi sta vicino. Perché vedi, i casini arrivano inevitabilmente dal mio mondo; porto le bufere di neve da gelarti il cuore, le tempeste da lasciarti spezzato e svuotato come una vecchia quercia, i sorrisi caldi da scioglierti, le distanze come oceani. E tu sempre lì ad aspettarmi e sopportare il mio tutto. Come faccio allora a non sentirmi grata ed ingrata allo stesso tempo?

Con tutti i miei dubbi costanti e tuttavia il cuore che batte forte ad ogni bacio come fosse il primo; i moti interiori che non capisco nemmeno io e alla cui furia ti sottopongo senza alcun diritto. È colpa mia, di quella luce che a volte ti si spegne in viso lasciando la tua bellezza semplicemente plumbea, del tuo cuore che trema ad ogni mia parola o sguardo. Tu non mi lasceresti mai cadere o semplicemente andare … ed io?

Io sono troppo strana per chiunque, figurarsi per te. Non posso andare bene con nessuno, vivo troppo nell’anima delle cose per avere normalità e dare qualcosa di davvero buono; regalo sempre quei terribili fili in bilico tra inferno e paradiso, non conosco tiepidi giardini … soltanto amore estremo, implacabile gelo o incancellabili ustioni. Vorrei lasciarti qui, per la strada, fermare la tua agonia prima di distruggerti sul serio, e non so farlo. C’è ancora un bisogno a legarmi a te, ancora forte. Siamo destinati a restare insieme, male ed insieme.

Potrà succedere che magari qualche volta sapremo darci la forza con un bacio in lacrime.

Chiara Bellini


Poesie senza titolo (di Angelo Vitalia)

#1

Desiderio, figlio del vento,

che ogni notte diventi tormenta,

ed ogni giorno catturi il mio sguardo

verso il sole, lontano, bugiardo.

Desiderio, pallida voce,

gridi, mi strazi, mia unica croce,

e intanto cala l’ombra di chi non sarò mai

ed ogni giorno è più forte,

e cedo, ormai,

all’arte e alla morte.

Quanta vita ho passato nel futuro,

giovane, ingenuo, immaturo,

ed ora che il sogno è diventato bisogno,

ed ora che nel mio sogno sono sempre più solo,

lasciatemi andare: muoio, muoio.

Muoio nell’illusione del compianto,

nel compianto dell’illusione,

nella salvezza, nella confusione,

nell’innocente pallore del mio nome.

Ho abboccato al male di questo mondo,

ed ora sono l’esca del mio sconforto,

me ne vado così, bianco lo sfondo,

guardami ora: son morto, son morto.

Vento impostore, illusione, miraggio:

ci vendi il sogno, ti spacci per saggio,

ma se sogno non vivo, se vivo non sogno.

——————————————————————–

#2

C’erano occhi così pieni di sogni,

che fine han fatto, perché li hai perduti?

Ed in quegli occhi ora solo canzoni

per vendicarti di chi li ha rubati.

Dov’è che li trasporta il vento?

Quei sogni che ci piaceva sfiorare,

siamo cresciuti e lo sguardo s’è spento

lo sguardo dell’uomo che si fa usare.

Ci si pugnala per sentire l’ebbrezza,

di un sogno che se ne vola lontano,

ma nei tuoi occhi soltanto amarezza

per quel sorriso strappato invano.

Ma adesso chiedimi perché continuo a vivere

chiedimelo ancora una volta e ti risponderò così.

Chiedimi perché continuo a fissare le stelle

chiedimelo ancora una volta

e ti risponderò sempre così.

Per i sogni

della mia vita malata

Per il sorriso

della mia mente ubriaca

Per un amico

per un segreto, 

per il dolore che ho avuto.

Per il dolore che ho dato.


Stessa morte (di Alessandro Venturelli)

 

non ricordate occhi di paese?
il vecchio Milton etilico seguace
che a mala pena sforzava la sua voce
nel trattenere rutti e frasi scordinate

non ricordate occhi di paese?
chi della voce faceva la sua lama
e su sentenze inchiodava la sua fama
nel tribunale degli uguali nel vestito
ma diversi nel vissuto?
Il giudice Frank e il suo martello con cui
edificava le prigioni sacrificando la pietà umana
alla divina legge ?

Per strada si incrociarono
attorno ai 100 all’ora
la miseria dell’anima contro quella delle tasche
esplosero in una chimica miscela di lamiera
lasciando poco più che un titolo a un giornale
“stessa morte per due vite così diverse”.

ed ora quasi si tengono per mano
ciò che l’orgoglio in vita tien lontano
cade in ginocchio al polso della sorte
che gran concilio sociale fa la morte

ma forse è magra la consolazione
che ottiene un povero al prezzo della vita
ma certo è grande il freddo disincanto
che rende poveri al suono di uno schianto

e come le bottiglie vuote all’ubriaco
restano vuoti i volti agli imputati
è forse questo cio che li ha legati?
diversi i vizi ma uguale il risultato


Storia di un politico (di Alessandro Venturelli)

 

Mi accorsi tardi nella vita,
di scegliere quel mestiere
che Dio abbandonò anzitempo.

Perchè non esiste uomo al mondo
in grado di sorridere al contadino spolpato
dal progresso agricolo
e all’industriale ambizioso,
mostrando gli stessi denti stretti
sulla stessa faccia sincera.
Come una scimmia che per non cadere
si regge tra due rami.

Eppure è questo che dice la democrazia:
tutti han diritto ad avere un sorriso dello stato.
Il contadino perderà il lavoro,
l’industriale sarà travolto dal mercato.
Non biasimatemi
se deciderò di mangiare dal piatto
in cui il Signore ha lasciato i suoi avanzi.
Non sarò certo io
il terzo infelice della tragedia.
Sono un uomo semplice nelle vesti di un drago
bruciato dal mio stesso fuoco.
Ed ora mi troverete qui,
a leccarmi le ferite
nelle casse dello stato.

Puttaniere,corrotto,parassita,
fannullone,privilegiato: questo
scriveranno sul mio epitaffio.
Questo è ciò con cui il potere droga
i suoi atleti.
Ma ora, sul mio letto di morte
avrete la vostra vendetta,
quando rimpiangerò la pace
di chi è vissuto povero e ingenuo
ma mai colpevole
delle disgrazie di un altro uomo.


Il pianista (di Alessandro Venturelli)

 

pensate che un coltello nella schiena sia doloroso?
pensate che la morte abbia l’escusiva nel troncare vite?
pensate che il dolore sia testimone della gravità di una ferita?

Io non urlai nemmeno quando, cadendo dalle scale
mi ruppi due dita della mano.
Poi venne la scadente medicina
a cancellare la sensibilità dei nervi.
Fu allora che il mio cuore gridò disperato.
Quando, oltre al dolore, quelle dita
non distinguevano più l’aria dai tasti del
pianoforte.
E se con i valzer hai giocato come un bambino
lasciando la tua anima avvinghiata
alla ghisa di uno strumento a coda,
senza le mani,
di te resta solo un vestito
fatto di carne ossa e stoffa
e l’orecchio ti condanna alla memoria
di ciò che hai amato.


Il ragno (di Alessandro Venturelli)

 

Il primo filo lo tese mia madre
col suo morboso amore per me creatura,

il secondo lo annodò mio fratello
talentuoso primogenito ribelle
ladro di ogni fatica dell’esser figlio,

il terzo lo stese la ricchezza
risparmiandomi il sudore
per la libertà;
grande e somma forma di prigionia.

Il quarto fu un vero amore
ma in me,
lei,
non trovò un vero uomo.
Mai più la vidi
da quando un Maggio
fuggì per l’Inghilterra,

il quinto fu un finto amore
abbandonato come i gatti
davanti al mio portone ,
su lei riversai come vomito
tutto il mio affetto
finendo per odiarla;

il sesto lo cucì dio,
smisi di credere in lui senza aver mai cominciato,
bestemmiai contro il suo potere
portando flagello
al mio nuovo candido capro espiatorio.

il settimo fu un lavoro
che chiuse il cancello ai miei sogni da studente
incatenandomi a un tavolo imbandito di dolciumi.
Divenni grasso.

il ragno che mi tese la trappola non lo conobbi mai..

“signora Bonanni le consiglierei un’investimento di larghe vedute
con un’interesse del 3%, i suoi soldi sono per noi un dovere!
per questa banca è importante il sorriso di un cliente”

così mi lamentavo mentre come una mosca venivo sbranato dalla vita.


Pochi secondi che mi separano da te (di Baldoni Fabio)

(poesia tratta da QUALCUNO PER NESSUNO)

ascolta mentre leggi

Freddo spiraglio di luce tra le lancette
ed un solo pensiero

speriamo che non sia lei

Il dottore è senza espressione
come un manichino meccanico
a cui hanno dato una carica di vita

mi accompagna lento,
chissà quante volte
avrà fatto lo stesso giro
con altri disperati

tutti in attesa
di sapere per cosa dovranno piangere:
dolore
gioia,
facce mute della stessa medaglia
che gira tra le nostre dita

Cammina
con passi studiati
come se non volesse disturbare,
non per paura
nemmeno per rispetto

forse è l’unico modo
che ha per sopravvivere
qui,
in mezzo ai morti

Lo seguo
distante,
cammino piano

ho voglia di raggiungere quel corpo
in fretta,
per vedere che non sei tu
per sapere se posso ancora sperare

ma ho troppa paura
di aver già perso tutto
di non avere più nessun motivo
per andare avanti

Ecco, ci siamo

col suo camice
troppo chiaro
il dottore mi invita
a questo spettacolo

Odore
di cloroformio e solitudine
mi colpisce
e mi invade

barcollo
cerco un appoggio
la salvezza
una fuga

ma trovo solo acciaio
di un tavolo da laboratorio
ed una mano
sicura
troppo sicura

Cazzo

questa persona starà pensando al suo pranzo
forse al weekend
mentre tu attendi
che qualcuno tolga quel lenzuolo bianco dal tuo viso
per metterlo sui miei occhi
sulla mia vita
per sempre

e vorrei urlare
dirgli che si è sbagliato
che non puoi essere tu
che non doveva fare il mio numero

Ma ha già cominciato

lentamente
senza guardarmi
senza parlare
senza capire

lui ha cominciato
ad aprire la botola
che conduce al mio inferno

lucida
riflette queste mani
che non riesco a tener ferme
tra le tasche ed i ricordi

Cercano di aggrapparsi
a quello che mi è rimasto

non la speranza
quella non so più dove l’ho lasciata
ma ai pochi secondi
che mi separano da te

Spuntano piedi nudi
piccoli
bianchi
vuoti

non sono io tuoi
ne sono certo,
li ho accarezzati
mentre mi scalciavi
mentre mi sfuggivi
mi amavi

eppure quello smalto
no, non può essere

non devi essere tu

Mi avvicino al tavolo
un panno ci divide
e ci unisce

il cuore ha smesso di battere
e continuo ad avere paura
perché non so se posso fidarmi dei miei occhi

ora non sono più sicuro di niente

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