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Il maestro tedesco e il precario nostrano

Le sue mani avanzavano con perizia sulla pietra, togliendo dalle figure le rugosità residue, mentre il pensiero di Benedetto tornava al giorno in cui era stato assunto sul cantiere.

“Avanti il prossimo!”

“Salve, mi chiamo Benedetto, sono qui per un incarico da scalpellino”

“Il cantiere è già pieno di scalpellini e tu sei molto giovane, ragazzo. Mi vuoi dire che hai già esperienza?”

“In montagna, signore, cominciamo a lavorare presto”

“Non ne dubito: sono in tanti come te a venire dalla montagna. Di questo passo, con tutti questi giovani montanari in città, le vostre contrade saranno spopolate! E queste si riempiranno di forestieri… Ma dimmi ragazzo, porti qualcosa con te a prova della tua esperienza?”

“Una lettera di referenza del vicario di Fanano, signore. Eccola”

“Bene…bene… leggo che hai lavorato alla pieve di Fanano e al castello di Sestola…”

“Esattamente. E’ un onore per me decorare le case dei signori, e ancor di più quella di Dio”

“Allora, ragazzo, sei nel posto giusto. In breve, queste sono le condizioni: gli strumenti sono a tuo carico, compresi martello e scalpello; se cadi dalle impalcature, se rimani schiacciato sotto un blocco, per qualsiasi accidente dovessi rimanere offeso, nessun risarcimento; la paga è a fine giornata; se non ti presenti per due giorni consecutivi perdi il lavoro. Accetti le condizioni ragazzo?”

“Accetto, disponi di me come meglio ritieni, maestro”.

“Ebbene comincia a sbozzare quei blocchi, e rammenta: questa cattedrale ci è stata affidata dal popolo, non da un vescovo. Ad esserne orgoglioso, perciò, dovrà essere il popolo intero. Avanti fammi vedere cosa sai fare”.

“Bravo ragazzo, sei pratico del tuo lavoro. La tua lettera di referenza recitava il vero. Verrai con me sul cantiere della facciata. Ho in opera delle lastre sulla Genesi e ho bisogno di un paio di mani esperte per la levigatura dei rilievi”.

Per Benedetto la pietra solamente disponeva della dignità necessaria per ospitare opere di bellezza. Il legno, materiale certo nobile per la sua origine naturale, risultava tuttavia difettoso in durata, perché goloso per i tarli, deformabile dall’umidità e gravemente suscettibile di incendi. I mattoni, ben più solidi e duraturi, peccavano invece di un’eccessiva uniformità, di un colore del tutto innaturale e di una superficie spiacevole al tatto. Il mattone, nella sua noiosa ripetitività, sembrava fatto apposta per costruire e al contempo per essere demolito, asservito alla mutevolezza dei tempi e dei gusti. D’altro canto, trattandosi di un’invenzione umana, sembrava più adatta a servire l’utile e il momento che il bello e l’eterno.

Mentre levigava le figure che il maestro aveva scolpito, ammirava la loro espressività racchiusa nella più assoluta semplicità delle forme. Erano rilievi che parlavano la lingua del popolo. La gente della città e delle campagne avrebbe certo compreso la fatica di quell’Adamo che cacciato dal Paradiso per il suo peccato originale, era costretto a lavorare duramente la terra. Il popolo avrebbe così potuto perdonare al primo uomo quell’atto fatale contro Dio, e concedendo grazia ad Adamo avrebbe concesso grazia anche agli altri uomini “Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, accettando con coscienza il male che entro l’uomo risiede. Vedendo faticare Adamo avrebbero anche compreso che il perdono di Dio e degli uomini passa attraverso il lavoro, e quindi il lavoro solamente restituisce dignità all’uomo.

“Maestro Wiligelmo, la tua opera è di bellezza divina, ma poiché ho l’onore di esserti allievo, voglio chiederti: se questa grande opera non è voluta dal vescovo ma dal popolo, perché effigiare solo storie dei Testamenti e non una di quelle che più comunemente si raccontano e si rappresentano nelle feste di paese e nei ricoveri dei pellegrini? A Ospitale, da dove provengo, esse sono gradite e alleviano le fatiche dei viaggiatori che vanno e vengono da Roma. Non credi che il popolo meglio le comprenderebbe e non si sentirebbe perennemente soggiogato al giudizio di Dio e alla penitenza per il peccato?”

“Questa è la casa di Dio, Benedetto. Quali storie credi si racconteranno tra mille anni, augurandoci che le fondamenta di questa cattedrale siano forti abbastanza per reggerne la struttura così a lungo? Quelle dell’osteria? No, Benedetto, Dio e gli uomini mostrano e conservano solo ciò che i potenti scelgono di mostrare e conservare. Ed ora, come per molti anni a venire, chi comanda quaggiù è il Papa di Roma. Un ciclo di storie da osteria, per quanto anch’io tragga giovamento dal sentirle narrate, non sopravviverebbero all’arrivo del Vescovo, figuriamoci all’arrivo dell’imminente prossimo secolo. A noi artisti rimane un angoletto buio e nascosto per far filtrare nell’opera il nostro pensiero. La facciata principale spetta al committente”.

Benedetto ringraziò Dio per avergli concesso di essere l’allievo del Maestro Wiligelmo. Senza un maestro nessun lavoro può essere compiuto al meglio, soprattutto un’opera concepita dal popolo, poiché il popolo riserva in essa una grande aspettativa. Sapeva inoltre che avrebbe dovuto osservare ogni suo colpo di scalpello, ascoltare ogni sua riflessione, rispondere ad ogni sua domanda.

Benedetto quel giorno capì anche che se fosse diventato un giorno maestro a sua volta, avrebbe decorato una porta di una grande cattedrale. Ma in lui c’era l’ardore e la testardaggine dei montanari, motivo per il quale già sapeva che non avrebbe seguito il prudente consiglio di Wiligelmo. Benedetto era convinto che senza raccontare sulla pietra una storia popolare il popolo stesso non si sarebbe mai appropriato intimamente di quell’edificio. L’avrebbe sentito lontano e un giorno forse, l’avrebbe demolito, come si fa con le costruzioni in mattone. E quale poteva essere la storia che i pellegrini di tutto il mondo in viaggio verso Roma amavano più di ogni altra?

Forse… ma certamente! Quella di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda…

 


Il Peccato Originale, ultimo capitolo: L’Origine del Male

Lucifero

“Che cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Guardami.”

Silenzio.

Lucifero.”

Sarebbe stato così semplice se fossi rimasto al mio posto.
Avevo tutto. Ero potente, stimato. Godevo della Sua fiducia.
Anzi, ne ero straripante. Ero così dannatamente pieno della sua fiducia che mi sentivo invincibile.

Se Lui non fosse stato maledettamente perfetto, se non avesse creduto così tanto in me, non l’avrei mai fatto. E’ stata colpa sua.

All’inizio era facile godere passivamente della Sua luce, ero in grado di saziarmi della Sua grazia e del Suo potere.
Poi però cominciò a non soddisfarmi più così riccamente, iniziai a rendermi conto che la felicità che avevo in corpo era dimezzata in confronto a quella che avrei potuto raggiungere.

Iniziai a provare rabbia. Una rabbia profonda e incontenibile che aumentava ad ogni Suo sorriso rivolto a me, ogni volta che Lui chiamava dolcemente il mio nome, con la voce ricca di amore.
Lui diceva di amarmi.

Ma se veramente mi avesse amato, se veramente si fosse fidato incondizionatamente di me, perché negarmi una felicità superiore? Perché pensare che io mi potessi accontentare delle briciole del suo amore, quando era evidente all’intero universo che dentro di lui ne risiedeva una quantità infinitamente più potente?

Cominciai a desiderare di essere più grande. Più grande dei miei fratelli, più potente di tutti.
Ero l’angelo più bello e meraviglioso, il mio nome stesso era il segno che il mio destino poteva, doveva essere diverso da tutti gli altri: Lucifero, il portatore di luce, colui che ha il diritto alla luce, alla luce somma, alla Sua luce.
Avevo il diritto di essere come Lui.

Ogni altro pensiero al di fuori del Suo torto nei miei confronti cominciò ad apparire inutile e vano.
Cosa importava del cuore di un qualsiasi altro angelo, in confronto alla Sua grandezza? La volevo mia.
Ero ossessionato, terribilmente frustrato, stavo perdendo me stesso.
Non ero più in grado di distinguere l’importanza ed il valore della mia esistenza, dal momento in cui la mia anima stava andando in frantumi.
Dentro al mio cuore, tra mille dubbi e sfaccettature, ero straziato dall’amore incompleto che lui riversava senza sosta in me e dal desiderio di erigermi alla sua altezza, così da essere finalmente degno della sua immensità.

Dovevo compiere un gesto decisivo. Non sapevo come, ma dovevo far sì che il mio destino si compisse, ed il mio destino era stare accanto a lui.
Volevo agire in fretta, non ero più in grado di stare fermo a rimuginare e ad ipotizzare. Avrei dovuto rovesciarlo dal suo trono di luce, intrappolarlo, avrei dovuto costringerlo ad ascoltare le parole che non avrebbe mai capito se gliele avessi dette con la stessa dolcezza che usava Lui quando parlava con me.
Gli avrei confessato che stavo spendendo la mia esistenza nell’amarlo, e solo allora mi avrebbe ricambiato appieno.

Avrei dovuto fare tutto questo. Se ci fossi riuscito, il senso di invincibilità sarebbe diventato realtà pura e semplice.

Ma lui vide.

Forse dopotutto ero davvero il suo angelo preferito. Forse mi amava veramente più di chiunque altro.
Altrimenti come avrebbe fatto a intuire che dentro di me infuriava una battaglia, come avrebbe fatto a districarsi nel caos che assediava la mia mente?

Aveva intuito la natura di ogni mio desiderio.

Perché non ho saputo accontentarmi dell’amore che lui provava per me? Solo ora mi rendo conto che la sua vastità era tale da risultare inconcepibile. Ero totalmente accecato, mentre ora nulla ormai ha più senso.

Nulla ha più senso.
Sono vuoto, annullato. Sono morto.
Le sue ultime parole ed il suo ultimo sguardo hanno scavato in me la voragine con cui, sono certo, dovrò convivere per l’eternità.

“Che cos’hai fatto?”
La sua voce era calma, pacata, profonda. Non osai guardarlo, non avrei sopportato le nere pupille cariche d’ira.

“Guardami”
Mi ostinai a tacere, immobile. Fissai ostinato le mie mani, mentre ero al suo cospetto.
Intorno a me sentii i sussurri sbigottiti degli altri angeli.
Non avevo il coraggio di misurarmi con quello che, ero certo, sarebbe stato uno sguardo carico di disprezzo e repulsione.

“Lucifero”

Quando pronunciò il mio nome non ce la feci più. Che senso aveva, ormai, esitare? Avevo progettato una sommossa grandiosa e terribile, ormai non potevo più tirarmi indietro.

Alzai gli occhi lentamente.
Vidi il piedi del trono su cui sedeva, seguii le pieghe della sua veste, vidi le mani che giacevano inanimate sulle sue ginocchia. Arrivai fino al suo viso, con una lentezza esasperante data dal terrore di non essere più così sicuro di ciò che avrei trovato dietro le iridi dorate.

Quando finalmente entrai nel suo sguardo, rimasi folgorato.
La sua potenza mi investì con una violenza tale che cominciai a bruciare. Le fiamme avvilupparono fameliche il mio cuore e la mia anima, mentre la mia mente fu invasa dal terrore e dall’incredulità.
Perché non vidi rabbia, né delusione, né rancore. Non vidi nulla di tutto ciò. Ciò che vidi era talmente immenso e sconcertante che per un attimo mi chiesi se non fosse tutto frutto della morte imminente che incombeva su di me, che sviava la mia ragione.

Vidi il Dolore.
Esasperante e incontenibile, definitivo e assassino dolore che veniva sprigionato dal suoi occhi con una forza tale da far scaturire dal nulla il fuoco intorno a me.

Non avevo capito niente del suo amore.
Ero stato così divorato dal desiderio di esserne riempito totalmente che non avevo intuito come lui mi completasse già, in tutto e per tutto.

Lui era dentro di me, Lui aveva riservato per me una quantità tale di amore che io vivevo solo di quello.
E il fuoco in me era Lui.
Le fiamme che stavano distruggendomi l’anima erano il suo amore che lentamente si consumava, perché non aveva più ragion d’essere.
Quando me ne resi conto, fu lì che iniziai a morire.

Fu come se mi avessero strappato il cuore dal petto, come se mi stessero divorando il fegato. Non sentivo più alcun suono, le voci degli angeli erano scomparse, non avvertivo il vento accarezzare le mie bianche ali. La mia mente non era più libera, le mie mani non erano più calde.
Ero intrappolato nell’immensità del suo sguardo, e ogni secondo che vi rimanevo era una breccia in più che Lui spalancava nel mio petto: stava creando una voragine.

Era dentro di me. Lo sentivo accaparrarsi tutti i miei sentimenti ed il mio essere, era un mostro che mi stava dilaniando senza pietà, prelevava con cura ogni pezzo del mio essere lasciando al suo posto devastazione, lo conservava amorevolmente per sé, e il rimanente lo maciullava con tutte le sue forze.

Questo fu il dolore di Dio.

Il fuoco si intensificò sempre di più.
Il candido piumaggio che rivestiva le mie ali si annerì e cadde, lasciandole nude.
Ogni forza fu strappata dal mio corpo.
Cominciai a inquadrare immagini sempre più sfocate, finchè non mi resi conto che stavo precipitando nel vuoto.
Cadevo in picchiata dal Paradiso, ancora avvolto dalle fiamme. Non c’erano più bianco e oro, solo il rosso bollente intorno a me e i suoi occhi, che nonostante il volo mi seguivano inesorabilmente. Non ero in grado di sfuggirvi.

Mi schiantai. Finì tutto, di colpo.
Mi ritrovai rannicchiato a terra.
Provai a rialzarmi, e mi osservai inorridito: le mie splendide ali erano diventate qualcosa di disgustosamente nudo e nero.
Osservai le mie mani. Erano ancora lisce e pulite. Mi toccai piano il viso, studiandolo con le dita: ero ancora perfetto.

Urlai con quanto fiato avevo in corpo, caddi a terra straziato: tutto l’amore che mi aveva animato, saziato e sostenuto, quell’amore agognato e alimentato, era scomparso.
La consapevolezza di averlo perduto per sempre, infine, mi distrusse.

Ora sono qui. Con le mani tra i capelli, come per ricordarmi che c’è ancora qualcosa di reale in questa meschina esistenza. Mi guardo dentro e non vedo altro che la voragine, che però pulsa con meno violenza: ora è rivestita da qualcosa che non riesco a spiegarmi, ma è qualcosa che mi permette di continuare a respirare senza stramazzare al suolo.
Questa entità farà sì che io possa esistere ugualmente, anche dopo aver perso tutto, anche ora che sono vuoto.
E’ un balsamo che allevia il dolore della mia immensa ferita.
E’ una sensazione piacevole.
E’ il male.

Valentina Camac


Il Peccato Originale cap.6: La Prima Volta (di Veronica Di Santo)

Allungo una mano e accarezzo il suo corpo liscio, morbido e freddo.

Lo stringo piano nel pugno e lo sento scorrere mentre mi striscia lungo il braccio, oltre la spalla, sulla nuca, solleva la testa e si avvicina al mio orecchio

Eva…

Chiudo gli occhi e schiudo le labbra, piego la testa da un lato per permettergli di scivolare meglio tra i miei seni, sul mio stomaco, nell’interno coscia…

Mi tremano le gambe, mi inginocchio al suolo e mi aggrappo alla terra con le mani mentre il suo corpo mi scorre tra le cosce e sale su per la schiena.

Non riesco a respirare e sento un calore mai provato, diverso da quello del sole, diverso da quello del Suo amore; mi passa tra i capelli e li scosta dal mio viso con la testa, la sua lingua esce brevemente ad accarezzarmi il collo per poi sussurrare di nuovo sulla mia pelle

Eva…

Torna a vagare per il mio corpo, che fino ad ora non avevo mai sentito nudo, e io alzo la testa al cielo, spalanco gli occhi e ansimo, sapendo che Lui mi sta guardando, che sa quello che sto facendo, quello che sto provando.

Gemo e mi piego, appoggiandomi sugli avambracci, sto sudando e piangendo; mi sdraio sulla schiena e allargo le mie gambe tremanti, mi contorco e lamento.

Ho la mente annebbiata, sento il respiro che mi si blocca in gola, per un attimo ho il terrore che non esca, che mi strozzi per quello che sto facendo.

All’improvviso sento un male lancinante e i suoi denti che mi perforano la pelle e affondano nella mia carne.

Apro la bocca per urlare, ma il suono che ne esce è una risata, piena, forte, disperata e felice, come non ne avevo mai udite.

Il dolore è talmente forte che non riesco neanche a capire dove mi ha morsa, sento solo un fuoco bruciante che parte dal mio ventre e si irradia in tutto il mio corpo.

Le lacrime mi cadono sulle guance e continuo a ridere, il suo veleno continua a scorrermi dentro, ustionando ogni cellula del mio essere.

Sono viva, per la prima volta in tutta la mia eternità capisco di essere viva.

Mi sveglio tremante e sconvolta, mi guardo attorno e vedo che ogni cosa è diversa, più colorata e più intensa; guardo il cielo e vedo nuvole dense che filtrano la luce.

Porto le ginocchia al petto e comincio a piangere, non so neanche io se per la gioia, la paura o solo per la confusione.

E’ così che mi trova Adamo; chiama il mio nome, che non è mai stato così bello alle mie orecchie, con una voce che sento per la prima volta preoccupata: povera creatura, non mi ha mai visto in questo modo, non ha mai assaporato il sale delle lacrime.

Mi accarezza una spalla e io alzo la testa per guardare il suo viso; lo trovo bellissimo.

Lentamente, dolcemente, un altro tipo di calore inizia a farsi strada dentro di me, un calore che parte dal petto.

Gli appoggio una mano sulla guancia per avvicinarlo a me e unisco le sue labbra alle mie; dopo qualche istante ci separiamo e vedo che i suoi occhi sono sbarrati, confusi, spaventati e nudi e so di Amarlo, come non potrò amare nessun altro, né me stessa, né il mondo, né Lui.

Gli sorrido e lui capisce che deve fare una scelta.

Alza lo sguardo titubante alle nuvole chiare e calme e poi lo riporta sul mio; e capisce anche che qualunque cosa, chiunque, lui scelga io continuerò ad amarlo.

Forse è per questo , o forse è solo perché io gli ho permesso di scegliere, che mi sorride a sua volta, incerto e terrorizzato, e mi stringe a se.

Mormora parole dolci mentre mi accarezza i capelli; mi rassicura e dice che mi proteggerà, ma il suo abbraccio è disperato, si aggrappa a me, nasconde il suo viso nel mio collo e io vengo cullata dal tremore del suo corpo e della sua voce.

Quando si scosta da me mi posa una mano sulla guancia e mi guarda con una dolcezza che non avevo mai provato prima.

Ci accarezziamo e per la prima volta scopriamo le differenze e le somiglianze dei nostri corpi, alcune importanti, altre no, alcune piacevoli, altre meravigliose.

Ad un certo punto apro gli occhi e vedo che il cielo sopra di noi è diventato ombra; il respiro mi si ferma in gola e ho un fremito di paura che mi contrae il corpo.

Adamo capisce, mi stringe una mano e mi indica una sfera, che si staglia su quell’oblio, luminosa.

La vedo riflettersi nei suoi occhi e mi accorgo che la sua luce mi è lontana, ma familiare.

Mi rilasso nell’abbraccio del mio uomo e chiudo gli occhi, assaporando il calore del suo corpo.

Sento il mio cuore battere regolare, piano, e so di avere qualcosa per cui vale la pena essere dannata.


Il Peccato Originale cap.5: Sogno o son desto?

Un giorno capiranno, Gabriele.

Non sono sicuro, Signore, che questa punizione potrà mai essere compresa.

Il mio disegno non sempre può essere capito.

Certo, Signore, è il tuo ordine.. la prossima volta però potremmo essere meno crudeli?

Devi proteggerli dal mondo che Gli hanno concesso di creare, Gabriele, non da me.

I nostri figli, Eva…

Frasche e foglie di alberi morti. Il vento suona campi di prati al cloro. Si puo’ descrivere il sapore di un profumo senza cadere nell’abisso? ….Sono morti anche questi odori.

Salgo scale intermittenti che, ingannevoli, paiono già viste e percorse. Profumo di cedro e sensazioni offuscate trasportano davanti ai miei occhi immagini di qualcosa che ancora non esiste: corpi smembrati lottano per una causa a loro ignota, ma la fedeltà al loro Re li guida incondizionatamente; li vedo seguire bandiere che cambiano suono al modificarsi del vento.. vedo carni masticate dalla bramosia di possedere e mani che si alzano per ricadere sporche nel piatto vuoto; occhi che si volgono stanchi al sole e si abbassano quando ormai non c’è più luce sulle terre; vedo disordine e desolazione.. vedo dolore e imperfezione.. e di fronte a questo vedo indifferenza e rassegnazione.. ma quando si legge sulla roccia la parola silenzio vedo terrore e il mio fallimento..

Non è profumo di cedro questo, è profumo di sangue.

Sangue rappreso. Vecchio. Dimenticato. Abbandonato. Esiliato. Punito.

Rubini color fumo luccicano sotto la mia mano. Colori offuscati dalla polvere che zuccherina si scioglie sulla punta della lingua. Ebano e Cristallo suonano ora la danza arcana della mia dannazione. Ferro. Ferro e rame intorno a me, ne posso riconoscere il gusto. Cerco di aprire veloce le palpebre per abituarmi alla luce verde acido che mi avvolge. Sagome arancioni e voci.. voci ovattate che tentano di arrivare al mio udito invano.

I nostri figli, Eva… Hai ucciso tutti i nostri figli….


Il Peccato Originale cap.4 – Avremo altri nomi e altri modi per perderli di nuovo (di Martina Di Toro)

Fotografie di Martina Di Toro, anche su http://www.flickr.com/photos/marthie/sets/72157626255486984/

Eva è interpretata da Francesca Ebaldi.


Il Peccato Originale cap.3: EVA (di Giulia Sala)

che cosa ho fatto? io, nella calda sfera di certezza divina, ora creatura di peccato e dolore. il Giardino di Perfezione non ha più senso: Io, creatura di carne, colore, odore e sapore, non più infallibile. che cosa ho fatto? davvero è successo? doveva accadere? dovevo cedere? Sto male, , il Vuoto è opprimente, o forse è meglio dire che è tutto troppo pieno..non riesco a ragionare. ipotesi, ripensamenti, sogni, incubi. poteva bastare, tutto quello che avevo e invece no, ho rinnegato tutto in un unico gesto: quanto ancora dovrò pagare? e che ne sarà dei miei figli? non deve ricadere su di loro! ora è finita, non mi ribellerò, giuro! sono sola, e non è colpa mia, no! ecco.. è ingiusto, magari potessi… Dio, magari volessi… Basta piangere, non sei più una bambina. basta farneticare. respira. la senti l’aria nei polmoni? ora sei donna mortale. ora concentrati sul dolore, sei sul ciglio della voragine di paura spalancata nel tuo cuore. non indietreggiare. vedi? non cadi, puoi guardare. devi annullarti nella sensazione, il tuo terrore di creatura abbandonata… così riuscirai a capire cosa ti aspetta. l’aria che ora ti perfora i polmoni sarà del tutto normale, sarà vitale. presto sarai forte, forte fra i mortali, forte nel peccato, dimenticherai ogni cosa, crederai di essere da sempre così, da sempre donna, ma ne soffrirai. soffrirai ricordando qualcosa che non sai e non puoi comprendere, non più, e sarai spinta a cercare il limite della tua natura, a superarlo, come hai già fatto adesso, a ripetere l’eterna sfida. e sai una cosa? non puoi permetterti di perdere nessun dolore. resta cosciente, questo è il momento più importante della tua vita e tu lo stai sprecando, te ne stai andando altrove. dove scappi? non cercare di evitare la sensazione, non puoi. l’ unico modo è andare a fondo, lasciarti cadere ad occhi aperti, devi fare ancora così tanta strada… solo toccando il fondo arrivi a decidere cosa fare di te. basta con questo eterno giardino, senti qualcosa dentro di te che spinge? che scalcia? da te uscirà vita e uscirà morte. questo ti darà sufficiente consapevolezza per capire che questo peccato è necessario. lascia, ti dico, lascia che ogni cosa scorra, devi superare la barriera che questo precario universo ha come limite. solo così ora sei dannata e insieme salva. benedici il tuo peccato. e adesso vai, la strada è lunga. dovrai capire il doloroso meccanismo dell’ esistenza. è questo il motivo che ti ha mosso: sei più vicina alla perfezione più di quanto potessi mai sperare.


Il Peccato Originale cap.2


Il Peccato Originale cap.1: Non ascoltare le Voci

La tua figura si avvicina, che voce suadente hai… E’ così bello ascoltarti, è proprio vero quello che mi stai dicendo? Aspetta, aspetta…cos’è quella vocina dentro di me?

Le voci dicono che tu sai.

Dovresti stare all’erta.

Non c’è da scherzare.

Ti ricordi bene cosa ti ha detto, vero? Mentre Lo ascoltavi le voci sembravano più sottili.

Zitta, zitta, voglio ascoltare le sue parole.

Sssai che lo vuoi anche tu, lo desideri ardentemente… Non devi avere paura… Non avere paura…

Vieni… Vieni, vedrai che sarà tutto molto più ssemplice, bambina, basta non pensarci. Ci sssono io qui, non può succederti niente.

 

Ora la tua mente è circondata dal buio. Hai aspettato troppo tempo, certe decisioni vanno prese in fretta. Prima c’erano tante luci, ma si stanno spegnendo, piano piano. Lo sai che tra poco non vedrai più niente.

 

Il Desiderio cresce.

C’è il fuoco dentro di te.. non assscoltare gli altri, io lo so che c’è, io vedo… io vedo dove gli altri non posssono… lascia che ti aiuti, lascia che il tuo fuoco si riaccenda, allora rideremo insieme bambina, quando si riaccenderà, sarà un enorme incendio che avvilupperà la tua mente.

Sarà bellisssimo. Vedrai.

Rimarrai sempre più sola. Quando ogni luce si sarà spenta sarai cieca, e allora ti farai del male, o peggio! Arriverà Lui e ti farà dubitare di ogni cosa, nel buio.

Nessun fuoco si riaccenderà, nessuna vita scaturirà da quel buio.

Tu non conosci la sua natura!

E’ bello, è forte, ma possibile che non vedi il veleno che gli scorre dentro?

Non devi credere a quello che dicono di me, piccina. E’ tutto falso, te lo assicuro. Cosa può succederti di male? Posso darti così tanto, anzi, io ho bisogno di te! Io… Io… Ti voglio bene, bambina mia… Vieni, avvicinati bambina…

 

Con quegli occhi gialli trasudi sincerità. O forse… No.. No, non può che essere vero quanto mi stai dicendo.

Ascolta la voce della tua ragione! Ascolta il tuo buon senso! Nella testa ti martella un rumore assordante, le vedi le macerie? Non ancora, vero? Non aspettare di vedere che tutto crolli! Non ascoltarlo!

Non puoi volere quello che lui ti offre, sono solo menzogne! Non seguirlo.

Non so cosa devo fare.

 

Non ascoltare le voci.

Non assscoltare le voci.

 

Non devo ascoltare le voci! No!

 

Stai attenta.

Ssstai attenta.

Perchè non posso provare? Solo provare, non mi può fare del male.

 

Bravisssima…  Vieni con me, Eva.


 

Valentina Camac

Eugenia Carro

Brano di Francesco Galavotti


L’incredibile storia del Peccato Originale

 

Eva e la Tentazione, disegno di Mattia Molli      

Il Rasoio è lieto di presentarvi l’inizio di un nuovo viaggio, un percorso fra le nostre diverse visioni del Peccato Originale, un tentativo di ricerca e scoperta di un mondo legato per alcuni punti alla nostra memoria collettiva, stretto alle più antiche radici: l’albore dell’umanità prende forma dal Peccato, in chiave cristiana la definitiva condanna dell’uomo ad essere mortale poichè ha deciso di tragredire la parola del Padre per scegliere da sè cosa è bene e cosa è male.

Partendo da questa massiccia ed antichissima materia cercheremo nei prossimi giorni  di disfarla e ricomporla, di ripercorrere insomma, attraverso diverse chiavi di lettura, la storia eterna del Peccato, del sottile e infindo limite che a volte si confonde fra Bene e Male.


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