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La Bella e la Bestia (di Martina Di Toro)

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Il maestro tedesco e il precario nostrano

Le sue mani avanzavano con perizia sulla pietra, togliendo dalle figure le rugosità residue, mentre il pensiero di Benedetto tornava al giorno in cui era stato assunto sul cantiere.

“Avanti il prossimo!”

“Salve, mi chiamo Benedetto, sono qui per un incarico da scalpellino”

“Il cantiere è già pieno di scalpellini e tu sei molto giovane, ragazzo. Mi vuoi dire che hai già esperienza?”

“In montagna, signore, cominciamo a lavorare presto”

“Non ne dubito: sono in tanti come te a venire dalla montagna. Di questo passo, con tutti questi giovani montanari in città, le vostre contrade saranno spopolate! E queste si riempiranno di forestieri… Ma dimmi ragazzo, porti qualcosa con te a prova della tua esperienza?”

“Una lettera di referenza del vicario di Fanano, signore. Eccola”

“Bene…bene… leggo che hai lavorato alla pieve di Fanano e al castello di Sestola…”

“Esattamente. E’ un onore per me decorare le case dei signori, e ancor di più quella di Dio”

“Allora, ragazzo, sei nel posto giusto. In breve, queste sono le condizioni: gli strumenti sono a tuo carico, compresi martello e scalpello; se cadi dalle impalcature, se rimani schiacciato sotto un blocco, per qualsiasi accidente dovessi rimanere offeso, nessun risarcimento; la paga è a fine giornata; se non ti presenti per due giorni consecutivi perdi il lavoro. Accetti le condizioni ragazzo?”

“Accetto, disponi di me come meglio ritieni, maestro”.

“Ebbene comincia a sbozzare quei blocchi, e rammenta: questa cattedrale ci è stata affidata dal popolo, non da un vescovo. Ad esserne orgoglioso, perciò, dovrà essere il popolo intero. Avanti fammi vedere cosa sai fare”.

“Bravo ragazzo, sei pratico del tuo lavoro. La tua lettera di referenza recitava il vero. Verrai con me sul cantiere della facciata. Ho in opera delle lastre sulla Genesi e ho bisogno di un paio di mani esperte per la levigatura dei rilievi”.

Per Benedetto la pietra solamente disponeva della dignità necessaria per ospitare opere di bellezza. Il legno, materiale certo nobile per la sua origine naturale, risultava tuttavia difettoso in durata, perché goloso per i tarli, deformabile dall’umidità e gravemente suscettibile di incendi. I mattoni, ben più solidi e duraturi, peccavano invece di un’eccessiva uniformità, di un colore del tutto innaturale e di una superficie spiacevole al tatto. Il mattone, nella sua noiosa ripetitività, sembrava fatto apposta per costruire e al contempo per essere demolito, asservito alla mutevolezza dei tempi e dei gusti. D’altro canto, trattandosi di un’invenzione umana, sembrava più adatta a servire l’utile e il momento che il bello e l’eterno.

Mentre levigava le figure che il maestro aveva scolpito, ammirava la loro espressività racchiusa nella più assoluta semplicità delle forme. Erano rilievi che parlavano la lingua del popolo. La gente della città e delle campagne avrebbe certo compreso la fatica di quell’Adamo che cacciato dal Paradiso per il suo peccato originale, era costretto a lavorare duramente la terra. Il popolo avrebbe così potuto perdonare al primo uomo quell’atto fatale contro Dio, e concedendo grazia ad Adamo avrebbe concesso grazia anche agli altri uomini “Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, accettando con coscienza il male che entro l’uomo risiede. Vedendo faticare Adamo avrebbero anche compreso che il perdono di Dio e degli uomini passa attraverso il lavoro, e quindi il lavoro solamente restituisce dignità all’uomo.

“Maestro Wiligelmo, la tua opera è di bellezza divina, ma poiché ho l’onore di esserti allievo, voglio chiederti: se questa grande opera non è voluta dal vescovo ma dal popolo, perché effigiare solo storie dei Testamenti e non una di quelle che più comunemente si raccontano e si rappresentano nelle feste di paese e nei ricoveri dei pellegrini? A Ospitale, da dove provengo, esse sono gradite e alleviano le fatiche dei viaggiatori che vanno e vengono da Roma. Non credi che il popolo meglio le comprenderebbe e non si sentirebbe perennemente soggiogato al giudizio di Dio e alla penitenza per il peccato?”

“Questa è la casa di Dio, Benedetto. Quali storie credi si racconteranno tra mille anni, augurandoci che le fondamenta di questa cattedrale siano forti abbastanza per reggerne la struttura così a lungo? Quelle dell’osteria? No, Benedetto, Dio e gli uomini mostrano e conservano solo ciò che i potenti scelgono di mostrare e conservare. Ed ora, come per molti anni a venire, chi comanda quaggiù è il Papa di Roma. Un ciclo di storie da osteria, per quanto anch’io tragga giovamento dal sentirle narrate, non sopravviverebbero all’arrivo del Vescovo, figuriamoci all’arrivo dell’imminente prossimo secolo. A noi artisti rimane un angoletto buio e nascosto per far filtrare nell’opera il nostro pensiero. La facciata principale spetta al committente”.

Benedetto ringraziò Dio per avergli concesso di essere l’allievo del Maestro Wiligelmo. Senza un maestro nessun lavoro può essere compiuto al meglio, soprattutto un’opera concepita dal popolo, poiché il popolo riserva in essa una grande aspettativa. Sapeva inoltre che avrebbe dovuto osservare ogni suo colpo di scalpello, ascoltare ogni sua riflessione, rispondere ad ogni sua domanda.

Benedetto quel giorno capì anche che se fosse diventato un giorno maestro a sua volta, avrebbe decorato una porta di una grande cattedrale. Ma in lui c’era l’ardore e la testardaggine dei montanari, motivo per il quale già sapeva che non avrebbe seguito il prudente consiglio di Wiligelmo. Benedetto era convinto che senza raccontare sulla pietra una storia popolare il popolo stesso non si sarebbe mai appropriato intimamente di quell’edificio. L’avrebbe sentito lontano e un giorno forse, l’avrebbe demolito, come si fa con le costruzioni in mattone. E quale poteva essere la storia che i pellegrini di tutto il mondo in viaggio verso Roma amavano più di ogni altra?

Forse… ma certamente! Quella di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda…

 


Ciò Che colpisce l’occhio…

Ciò che colpisce l’occhio può arrivare all’anima.

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Dal profumo della siepe nel giardino dove giocavamo da piccoli, al suono della voce del prete della nostra parrocchia, ogni cosa produce una precisa impressione in un linguaggio che solo noi possiamo intendere e raramente condividere.

La vecchia casa del contadino oramai diroccata nel campo vicino alla fermata dell’autobus, dove ogni mattina all’alba si aspettava in molti per andare a scuola, mi ricorda qualcosa che sebbene fosse in rovina porta il calore di tutte le vite per le quali quella casa significava qualcosa di più che semplici quattro mura.

Sebbene io non ci abbia mai vissuto nè sapessi chi fossero i suoi abitanti in un qualche modo sentivo che quel luogo era anche mio. In quella casa, al di là che fosse solo un mucchio di mattoni e travi rotte, ogni mattina io ci mettevo parte dei miei pensieri. Alla mente spesso mi ritorna quell’edificio in cui non ho mai vissuto, e  il pensiero che fosse bello nella sua rurale decadenza non mi ha mai abbandonato, neppure ora che al suo posto sorge un sottopassaggio la cui bestiale scorza di cemento e sterile ferro è stata mutata dai giochi di colori di alcuni writers.

Ogni volta che attraverso la strada e mi immergo nella semi oscurità di quel luogo vedendo quelle immagini mi viene da sorridere pensando che tutto cambia e che per quanto possano rovinare e spersonalizzare questa città ci sarà sempre qualcuno pronto ridare senso e significato alle brutture create da uomini senza sogni.

AfricanDettoIlNero


La tua Modena

Ricordo quando mi raccontavi della tua città, con gli occhi ghiacciati e buoni persi nel vuoto, a cercare quella morbida luce rossastra dei lampioni, gli odori e le voci che ti scavarono la pelle e la fecero propria. Voci di pazienti, colleghi, postini, vecchie signore con l’artrite, che resero il tuo viso un mosaico delle loro storie, dei loro problemi,delle loro malattie e delle loro debolezze. Quando mi parlavi della tua città sentivo di aver perso molto di quello che era. La città era cresciuta, si era ammalata, era morta, risorta, era tornata sofferente sui suoi passi, aveva disdegnato il passato e aveva continuato a camminare verso non si sa dove. Ora la città ha una faccia rassegnata da vecchia moglie di un marito insopportabile di cui non riesce a liberarsi, vuoi per paura,vuoi per inerzia, vuoi per abitudine.

“Ma io amo la mia città di un amore che come ogni vero amore è incondizionato”, mi dicevi. “D’estate, quando sulle saracinesche abbassate i cartelli avvertono che sono chiuse per ferie, si cammina sotto i portici delle strade deserte respirando l’aria immobile e calda. Allora so che la città mi sta spiando anche se finge dormire, le sue finestre chiuse non mi ingannano, e so che mi ha riconosciuto. Non sono un intruso. Ci conosciamo da tanti anni…”

Sospiravi e sorridevi malinconico e mi parlavi di tanti anni fa quando la città si avvolgeva di nebbia, poi lasciava che i raggi del sole la spogliassero adagio. Prima mostrava la sua torre bianca, poi i tetti dei palazzi più alti, infine appariva a noi impazienti voyeurs  in tutta la sua nuda, luminosa bellezza.

“Noi amavamo la nebbia”, affermavi deciso, “nascondeva le cose, smorzava i rumori e assorbiva le luci che sembravano fioche e lontane. I contorni delle case, le vetrine, i veicoli, le persone apparivano irreali e misteriosi. Camminavamo fantasticando che qualcosa di magico stesse per accadere e ci lasciavamo inghiottire e proteggere nel suo bozzolo ovattato. Ci piaceva respirarla la nebbia mescolando ai suoi vapori compatti quelli del nostro respiro condensato dal freddo. La nebbia trasformava magicamente ricordi ed episodi anche banali in fiabe. In quei racconti la nebbia era sempre fittissima ma qualcuno garantiva che in una certa altra occasione era stata ancora più fitta. I paragone più frequente era un muro, un muro compatto. Si annuiva in silenzio, orgogliosi come di un privilegio. La nebbia era per noi un blasone di nobiltà. Quelli che non l’amavano non erano dei nostri”.

Quanto mi piaceva quel dei nostri ! Ai miei occhi di bambina era un gruppo misterioso, una specie di partito senza nome e senza bandiera del quale, anche senza sapere cosa fosse e cosa facesse, potevo fidarmi ciecamente. Ero orgogliosa di farne parte, perché nella mia entusiastica fantasia di bambina doveva essere segretissimo, e il solo fatto che se parlasse davanti a me implicava che io ne facessi parte. Mi immaginavo chissà quali imprese eroiche, mi bastava sentire un è dei nostri o non è dei nostri per marchiare a fuoco e irremovibilmente  una persona  mai vista. Speravo sempre che un bel giorno qualcuno sarebbe venuto con nonchalance, con tanto di impermeabile e sigaretta in bocca a chiedermi di prendere parte ad una di queste meravigliose e rivoluzionarie missioni segrete. Ancora adesso conservo gelosamente questo mondo fiabesco un po’ da carboneria, intriso di racconti partigiani e di storielle stupide, magico e straordinario .

Camminavamo d’estate veloci sotto i portici, io trottavo per seguire le tue lunghe gambe, respirando l’aria umida, quasi liquida di questa città squagliata, e tu col cappotto e tutto, impassibile e senza dare nemmeno un minimo segno di stanchezza o quanto meno spossatezza, guardavi i muri scrostati delle stradine del centro e parlavi con lei, la tua eterna amante, la tua Modena.

“Un tempo il tuo colore preferito era il rosso e non si poteva immaginare che te ne piacesse un altro. Piaceva a tutti i tuoi cittadini o quasi. Qualcuno preferiva il rosa, altri il bianco, qualcun altro addirittura l’azzurro. Si trattava peraltro di macchie di colore così piccole che non riuscivano assolutamente ad attenuare il colore di fondo ma anzi lo esaltavano con la loro diversità. Le elezioni con i comizi che le precedevano, la comunicazione dei risultati sui grandi tabelloni, davanti al palazzo comunale, la sera, i festival del partito erano le grandi occasioni di cui tu approfittavi per vestirti di bandiere, rosse naturalmente. Pendevano dalle finestre e ricoprivano le piazze, ondeggiando alla brezza e accarezzando i volti  delle folla col loro sorriso materno. Era un certezza, una garanzia rassicurante. La gente cantava Bandiera Rossa. Era una bella canzone che oggi non si canta più ma che tanti anni fa sembrava capace di esorcizzare da sola e per sempre le tenebre che avevano oppresso per tanto tempo le nostre vite.

Un tempo le parole avevano significati precisi e non avevano ancora subito violenze semantiche. Si “coniugavano” soltanto i verbi, i “teoremi” erano soltanto verità geometriche da dimostrare, le rette parallele non erano mai convergenti e le alleanze non erano mai “strategiche” ma venivano strette fra persone o forze politiche che avevano gli stessi ideali e volevano conseguire gli stessi obiettivi. Poi molte cose sono cambiate.

Ora, alla base della torre bianca, chiuse nelle loro gabbie di vetro, le fotografie di oltre millecento partigiani ci guardano con i loro occhi buoni e cercano di capire”.


Magic Moments Production cap.4 – Ecomostro


Numeri sulla città. Modena-Legoland

Quando andavo alle elementari, alle scuole Don Milani, avevo due o tre amici compagni di classe con cui al pomeriggio mi ritrovavo a giocare. La prassi era trovarsi a casa di uno di questi (quello con la villa su tre piani e giardino mastodontico annesso) e portare il proprio sacco di lego. A dire il vero, il mio non era proprio un sacco, aveva più che altro le dimensioni di poco più che una sporta. In realtà era una piccola sacca della seconda guerra mondiale, che avevo ricevuto in regalo da una persona a me molto cara.

Ad ogni modo, il mio amico, quello della villa, ce l’aveva decisamente più grosso. Il suo era proprio un sacco di quelli della spazzatura neri ed io mi chiedevo come potessero sentirsi i suoi lego ad essere trattati come monnezza. Mah…

Messi a confronto i miei lego con i suoi davano l’impressione di essere l’esercito degli Spartani contro quello Persiano alle Termopili. Ma i miei trecento erano una schiera scelta, selezionati con cura scientifica per colore, dimensioni, personaggi, ambientazione. Un’accurata coscrizione era d’obbligo: una scatola di lego arrivava esclusivamente nelle grandi occasioni e più importante era l’occasione, più le dimensioni del pacco aumentavano.

Ci abbiamo giocato fino a 16 anni, con i lego (poi altre cose ci distrassero). Abbiamo costruito mondi e ci siamo immaginati la città come più ci piaceva. Piccola o grande che fosse era perfetta. Medievale, piratesca, moderna o futuristica.

A dire il vero, quella del mio amico (quello della villa e del sacco della spazzatura), era un città orribile nonostante le dimensioni. Disordinata, grigia, trafficata. Una città con troppi mattoncini e poco cuore. Tant’è che lui non si faceva scrupoli a demolirla alla fine di ogni pomeriggio. Io invece la rimettevo nel sacco senza smembrarla, per poterla ammirare e perfezionare ulteriormente una volta tornato a casa.

E’ sbalorditivo di come la mente umana associ vecchi ricordi e nuove esperienze: pensavo ai lego quando mettevo insieme i dati statistici sullo sviluppo dell’edilizia a Modena negli ultimi anni. Pensavo a come si possa concepire una città, realizzare i progetti più virtuosi e infine volerle bene, senza mai avere il sentimento di demolirne un po’.

Noi Modenesi vogliamo bene alla nostra città? A seguito delle trasformazioni che ha subito in questi ultimi anni, le vogliamo più bene o meno bene?

Per capire come si è trasformata nell’aspetto abbiamo elaborato i dati del servizio statistico del Comune, capitolo edilizia, che potrete trovare a questa pagina web:

http://www.comune.modena.it/serviziostatistica/pagine/edilizia/edilizia.shtml

E’ poca roba, ma interessante. Buona visione!

modena urbana città edilizia

Metri quadri di territorio urbanizzato a Modena dal 2001 al 2010

Metri quadri urbanizzati per abitante a Modena tra il 2001 e il 2010

Numero di nuove case edificate per ogni nuovo abitante


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