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Alle mie Madri e alle porte in faccia

A chi ha il cuore saldo e nella confusione più totale conserva il senso della responsabilità rivolgo tutta la mia stima. A chi continua a dare valore alle cose che lo meritano indipendentemente dalle folate di vento che sconvolgono la sua vita. A chi non si cura troppo delle ondate, delle tendenze e delle propensioni degli altri, ma ne cerca di capire il valore e si comporta di conseguenza, tenendo sempre in mente la propria idea, morale o inclinazione che sia. A chi l’equilibrio senza troppe balle lo trova, non perché è più intelligente, più dotato o più brillante, ma perché le ha provate tutte, con pazienza, passo dopo passo, ferita dopo ferita… Questo genere di persone meritano il massimo rispetto. Non certo i virtuosi, i supertalenti, i geni sedicenti demoniaci, nati grandi e mai cresciuti. Ma ci sono (fortunatamente) troppe cose che possono essere spiegate in mille modi, con serio impegno e determinazione, ma che non potranno mai essere chiare se non sgorgheranno direttamente dall’interno della persona in questione. Cose che bisogna capire da soli, spesso ricevendo impulsi da molte e diverse sorgenti, leggendo, camminando, cadendo in bicicletta, litigando, prendendo treni, riparando valige rotte, girando, viaggiando, rimanendo impantanati in un fosso. Solo allora, quando l’intuizione nasce spontaneamente dal soggetto in questione, è allora che tutto quello che si è sentito, i discorsi chiari solo a metà, i comportamenti inconcepibili e le risposte incomprensibili di chi già aveva capito diventeranno piano piano significativi, densi di verità e di scrupolo. Diventeranno ragionevoli, coerenti, mentre prima erano ermetici e stagnanti nella loro parziale evidenza, diventeranno cose comprensibili solo mediante l’uso del Buon Senso, oh che meraviglia il Buon Senso, quanta salute, quanto robusto, semplice e genuino vigore! Peccato solo che a volte quella che si crede essere Forza diventa la debolezza peggiore, peccato che a volte del buon senso rimanga solo l’involucro, la falsa parvenza, la scatola impolverata con la scritta rossa sgargiante “Buon Senso”, e dentro niente. Per questi motivi, chi arriva a trovare l’equilibrio senza perdersi d’animo, chi non lo trova e ne è consapevole, ma continua a cercare imperterrito, chi l’ha trovato e continua a cercare comunque perché mai con certezza saprà di essere giunto alla meta, chi viaggerà tutta la vita col desiderio di colmare i propri occhi di visioni pur sapendo che non potrà mai riempirsi abbastanza, che ci sarà sempre qualcosa di nuovo da vedere, qualcosa di sconosciuto da non capire, da odiare, da amare e da tradire, chi continuerà a dare fiducia pur essendo stato violato, non in nome di una morale dominante o di una fede sciocca, ma in nome della vita, chi ti guarda con il cuore negli occhi, come diceva Pasolini, anche se non può essere certo di chi sei, di quanto bene o quanto male potenzialmente potresti portare, chi si ingegna, chi trova la forza partendo da zero per ricominciare a suonare dopo anni di malsano silenzio e chi ha smesso di fingere, ha trovato se stesso in fondo ad un fosso e ha deciso di non passare oltre ma di fermarsi e ricostruire ancora una volta un palazzo che è già caduto tante volte, ma non basta questa consapevolezza a concedergli di costruire male, senza entusiasmo e senza voglia, a queste persone va tutta la mia ammirazione. Mai fermarsi, mai smettere, mai dire basta provare, basta sbagliare, basta ricominciare, basta sognare. Anche se odieremo le nostre creazioni, se rinnegheremo le nostre scelte, rimpiangeremo di non essere stati buoni zitti e fermi, anche se non capiremo più niente, esattamente in quel momento saranno proprio le cose alle quali avremmo voluto dire basta che ci salveranno.

Per questo, ancora una volta, restiamo umani.


Lemon, CHIUDI TUTTO!

Lemon, chiudi tutto! A Lemon, in effetti, è sempre piaciuto chiudere. Questa qualità gliel’ho sempre invidiata, dal profondo del mio animo, così contrariamente nostalgico rispetto al suo. Non è un caso che mentre io finii a fare l’archeologo, tutto proteso verso la riscoperta del passato remoto, lui divenne economista, così industre nello sforzo di comprendere, interpretare e oliare i meccanismi del motore propulsivo dell’umanità. Perché Lemon, dovete sapere, è infondo un’idealista romantico, anche se si nasconde dietro gli abiti di un materialismo che sa di positivista. Magari potreste vederlo passeggiare per Via del Corso con l’Economist sotto braccio, ma state certi che sul comodino avrà sempre aperto qualche romanzo noire o un bislacco libro fantasy.

Forse vi state chiedendo cosa Lemon chiuderà domani. Lemon, chiudi tutto! è in realtà una frase nata non ricordo più né quando né perché, ma come tutte le cose che nell’istante non hanno senso, un giorno finiscono per acquisirlo con prepotenza, a ricordarci che certe volte le nostre stronzate possono rivelarsi barlumi di un’imprevedibile capacità predittiva. Oggi, quella che suonava come una banale stronzata, è diventata una cosa seria. Perché? Perché domani Lemon si sposa e, come potrete facilmente immaginare, di fronte ad un passo come questo, molte cose si chiudono dietro le sue spalle e molte altre gli si aprono davanti.

Chissà cosa starà passando per la sua testa mentre si rigira nel letto per l’emozione, stanotte.

Ma lasciamolo lì, a dimenarsi nel suo ad una piazza e mezzo, mentre ci occupiamo di lui. Voglio raccontarvi la sua storia, o meglio, la parte che ho percorso con lui, perché sono fermamente convinto che nella storia di Lemon ci sia qualcosa di fuori dall’ordinario, qualcosa che oltrepassa tutti i nostri filtri e perfora prepotentemente il cuore.

Quindici anni fa cominciai il liceo classico, dopo aver frequentato tre anni di scuole medie, che anche nell’austera e laterizia struttura architettonica tuttora apprezzabile per chi passa dalla via Giardini all’altezza del Direzionale ’70, ricorda le origini piccolo borghesi se non addirittura proletarie del quartiere in cui si trova. Lemon, invece, veniva dalle scuole prestigiose del centro, quelle frequentate dall’upper class, dalla futura classe dirigente modenese, anche se lui non le apparteneva affatto. Destino volle che ci trovammo l’uno accanto all’altro nella prima lezione di matematica, tenuta da una giovane professoressa dai modi rassicuranti e dall’aspetto fricchettone.

“Scusa, Cavazzuti, come ha detto di chiamarsi? Germini?”

“Gelmini, imbecille!”

E così iniziò la nostra amicizia, fra l’educato rampollo della City e lo “sbadilatore” della banlieu, fra il parigino e l’ottentoto, per dirla alla Voltaire.

Aveva proprio l’aspetto di un lord inglese, il nostro Lemon. Pelle pura e lattiginosa, quasi glabra, occhiali tondi a fondo di bottiglia, camicia abbottonata stretta fino all’ultimo come il corpetto di una cortigiana, cardigan, pantaloni e scarpe eleganti. Poteva essere il bersaglio perfetto dei bulli del terzo o quarto anno, ma Lemon era una volpe e riuscì a eludere le scorrerie dei “nonni” con l’astuzia di Ulisse nella grotta di Polifemo: si mischiò entro nugoli di petulanti ragazzine, come un tordo in mezzo alle merle e uscì indenne dal rituale antico della “registrazione”.

Il suo aspetto cambiò radicalmente l’ultimo anno del liceo. Abbandonato l’abito e il fare da lord d’Oltremanica, si tinse i capelli di arancione e si mascherò da post-punk londinese, con la voce di Billy Corgan a  sospingerlo acidamente nelle cuffie del walkman.

Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins

Con l’abbandono della suo aspetto da piccolo lord, Lemon per la prima volta chiuse tutto.

La seconda volta in cui Lemon chiuse tutto fu alla fine dell’Università. Per dirla tutta chiuse con Modena, tagliando il cordone ombelicale che lo legava a questa rassicurante e asfittica cittadina della provincia. E quello fu un duro colpo, anche per me. Chiuse con una parte della sua famiglia, anche se non per sua volontà, chiuse una snervante storia con l’allora sua fidanzata, chiuse con un posto fisso ottimamente retribuito alla Maserati. Rifiutò il posto fisso, ragazzi, ma ci pensate?! Oggi una generazione di giovani lotta contro il precariato, ma Lemon non ha mai creduto nella lotta di classe, né ha mai creduto che la sicurezza del lavoro fosse la chiave d’accesso al suo futuro. Fu così che partì, senza tanto baccano, per ricongiungersi con la sua ideale madrepatria. Il Regno Unito.

Fui io ad accompagnarlo nella fredda Scozia dove rimase per vari anni per studiare antropologia economica all’Università di Edimburgo. Di questi anni, pochi conoscono i dettagli e mi viene da dire che forse è meglio così, perché attraverso gli omissis scozzesi la figura di Lemon, finalmente rimasto solo come Ulisse dopo lo stretto di Sicilia, assunse i tratti ombrosi del personaggio mitico. In quei Meadows, che percorreva ogni giorno, su quell’erbetta sempreverde e sempreumida con sopra un cielo piombato, bé lì nel mezzo passeggiava Lemon, con le mani in tasca, bagnato e sorridente.

I Meadows di Edinburgo

Quando andai a trovarlo, non aveva un centesimo, razionava ogni cosa, perché lassù la vita costa cara e lui aveva un lavoro da centralinista sottopagato. Era un immigrato sottoproletario, lui che veniva dalla Modena bene  ed aveva avuto il posto fisso, ma era felice. Mi offrì una tazza di té, ed io mi accesi una sigaretta. Mi studiò, mentre guardavo in che stato, naturalmente pessimo, vessava la sua stanza. Capì al volo e mi disse: “Sai qual è la differenza tra me e te, Claude? Tu ti poni dinnanzi dei limiti, e trai forza di volta in volta nel superarli. Io, invece, non ho limiti e questa è la mia forza. Non c’è una condizione migliore dell’altra o più avvantaggiata. Ciascuno deve solo assecondare il proprio destino”.

Per questo Lemon mi ha sempre ricordato Ulisse: non era dotato della forza e della spregiudicatezza di Achille, né del senso dell’onore e del dovere di Ettore. Lui aveva l’innata capacità di essere sconfinato, di sradicarsi, di lasciarsi alle spalle tutto in nome della curiosità di conoscere nuovi mondi.

In tutti quegli anni non tornò che un paio di volte a Modena e solo per un paio di giorni ciascuna. Uno di quei giorni ci incontrammo sotto il monumento ai caduti, noi che nonostante tutte le peripezie eravamo ancora in piedi. Rimanemmo in un parcheggio a fumare per quei quindici minuti, durante i quali –ancora oggi stento a crederlo- non spiaccicammo parola. Qualcuno passando di lì per caso, avrebbe potuto pensare che avessimo litigato. Invece no, sapevamo tutto l’uno dell’altro già dopo un breve sguardo. Era inutile ogni parola. Avevo capito che Lemon, di lì a poco, avrebbe chiuso per la terza volta e l’avrebbe fatto non con un lucchetto, ma con un fiore. Margherita.

Quel fiore, ironia della sorte, era nato e sbocciato all’ombra dei Fori Imperiali. Certe volte, non sai mai se le cose accadono per caso o siamo noi stessi, inconsapevolmente, a tracciarne il percorso. Bè, fatto sta che io e Lemon ci rincontrammo a Roma, dove eravamo capitati lui per amore e io per lavoro.

E sapete una cosa? Molti pensano che due modenesi a Roma occupino le loro serate in modo sempre diverso, frequentando gente e locali dei più disparati. Io e Lemon, invece, quando ci incontriamo andiamo sempre nello stesso bar e nella stessa piazzetta a San Lorenzo. Infondo siamo gente di provincia, siamo abitudinari e quelle, volenti o nolenti, sono le nostre radici, anche se lui non lo ammetterà mai.

Stanotte penso a Lemon, che si rigira nel suo ad una piazza e mezzo, e penso a quanta strada gli hanno fatto fare tutte le belle cose che iniziano per “A”.

Questa volta è stata colpa dell’Amore. L’amore che domani chiuderà tutto e che forse, Lemon, ti permetterà di approdare finalmente alla tua tanto agognata Itaca.


Il maestro tedesco e il precario nostrano

Le sue mani avanzavano con perizia sulla pietra, togliendo dalle figure le rugosità residue, mentre il pensiero di Benedetto tornava al giorno in cui era stato assunto sul cantiere.

“Avanti il prossimo!”

“Salve, mi chiamo Benedetto, sono qui per un incarico da scalpellino”

“Il cantiere è già pieno di scalpellini e tu sei molto giovane, ragazzo. Mi vuoi dire che hai già esperienza?”

“In montagna, signore, cominciamo a lavorare presto”

“Non ne dubito: sono in tanti come te a venire dalla montagna. Di questo passo, con tutti questi giovani montanari in città, le vostre contrade saranno spopolate! E queste si riempiranno di forestieri… Ma dimmi ragazzo, porti qualcosa con te a prova della tua esperienza?”

“Una lettera di referenza del vicario di Fanano, signore. Eccola”

“Bene…bene… leggo che hai lavorato alla pieve di Fanano e al castello di Sestola…”

“Esattamente. E’ un onore per me decorare le case dei signori, e ancor di più quella di Dio”

“Allora, ragazzo, sei nel posto giusto. In breve, queste sono le condizioni: gli strumenti sono a tuo carico, compresi martello e scalpello; se cadi dalle impalcature, se rimani schiacciato sotto un blocco, per qualsiasi accidente dovessi rimanere offeso, nessun risarcimento; la paga è a fine giornata; se non ti presenti per due giorni consecutivi perdi il lavoro. Accetti le condizioni ragazzo?”

“Accetto, disponi di me come meglio ritieni, maestro”.

“Ebbene comincia a sbozzare quei blocchi, e rammenta: questa cattedrale ci è stata affidata dal popolo, non da un vescovo. Ad esserne orgoglioso, perciò, dovrà essere il popolo intero. Avanti fammi vedere cosa sai fare”.

“Bravo ragazzo, sei pratico del tuo lavoro. La tua lettera di referenza recitava il vero. Verrai con me sul cantiere della facciata. Ho in opera delle lastre sulla Genesi e ho bisogno di un paio di mani esperte per la levigatura dei rilievi”.

Per Benedetto la pietra solamente disponeva della dignità necessaria per ospitare opere di bellezza. Il legno, materiale certo nobile per la sua origine naturale, risultava tuttavia difettoso in durata, perché goloso per i tarli, deformabile dall’umidità e gravemente suscettibile di incendi. I mattoni, ben più solidi e duraturi, peccavano invece di un’eccessiva uniformità, di un colore del tutto innaturale e di una superficie spiacevole al tatto. Il mattone, nella sua noiosa ripetitività, sembrava fatto apposta per costruire e al contempo per essere demolito, asservito alla mutevolezza dei tempi e dei gusti. D’altro canto, trattandosi di un’invenzione umana, sembrava più adatta a servire l’utile e il momento che il bello e l’eterno.

Mentre levigava le figure che il maestro aveva scolpito, ammirava la loro espressività racchiusa nella più assoluta semplicità delle forme. Erano rilievi che parlavano la lingua del popolo. La gente della città e delle campagne avrebbe certo compreso la fatica di quell’Adamo che cacciato dal Paradiso per il suo peccato originale, era costretto a lavorare duramente la terra. Il popolo avrebbe così potuto perdonare al primo uomo quell’atto fatale contro Dio, e concedendo grazia ad Adamo avrebbe concesso grazia anche agli altri uomini “Et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, accettando con coscienza il male che entro l’uomo risiede. Vedendo faticare Adamo avrebbero anche compreso che il perdono di Dio e degli uomini passa attraverso il lavoro, e quindi il lavoro solamente restituisce dignità all’uomo.

“Maestro Wiligelmo, la tua opera è di bellezza divina, ma poiché ho l’onore di esserti allievo, voglio chiederti: se questa grande opera non è voluta dal vescovo ma dal popolo, perché effigiare solo storie dei Testamenti e non una di quelle che più comunemente si raccontano e si rappresentano nelle feste di paese e nei ricoveri dei pellegrini? A Ospitale, da dove provengo, esse sono gradite e alleviano le fatiche dei viaggiatori che vanno e vengono da Roma. Non credi che il popolo meglio le comprenderebbe e non si sentirebbe perennemente soggiogato al giudizio di Dio e alla penitenza per il peccato?”

“Questa è la casa di Dio, Benedetto. Quali storie credi si racconteranno tra mille anni, augurandoci che le fondamenta di questa cattedrale siano forti abbastanza per reggerne la struttura così a lungo? Quelle dell’osteria? No, Benedetto, Dio e gli uomini mostrano e conservano solo ciò che i potenti scelgono di mostrare e conservare. Ed ora, come per molti anni a venire, chi comanda quaggiù è il Papa di Roma. Un ciclo di storie da osteria, per quanto anch’io tragga giovamento dal sentirle narrate, non sopravviverebbero all’arrivo del Vescovo, figuriamoci all’arrivo dell’imminente prossimo secolo. A noi artisti rimane un angoletto buio e nascosto per far filtrare nell’opera il nostro pensiero. La facciata principale spetta al committente”.

Benedetto ringraziò Dio per avergli concesso di essere l’allievo del Maestro Wiligelmo. Senza un maestro nessun lavoro può essere compiuto al meglio, soprattutto un’opera concepita dal popolo, poiché il popolo riserva in essa una grande aspettativa. Sapeva inoltre che avrebbe dovuto osservare ogni suo colpo di scalpello, ascoltare ogni sua riflessione, rispondere ad ogni sua domanda.

Benedetto quel giorno capì anche che se fosse diventato un giorno maestro a sua volta, avrebbe decorato una porta di una grande cattedrale. Ma in lui c’era l’ardore e la testardaggine dei montanari, motivo per il quale già sapeva che non avrebbe seguito il prudente consiglio di Wiligelmo. Benedetto era convinto che senza raccontare sulla pietra una storia popolare il popolo stesso non si sarebbe mai appropriato intimamente di quell’edificio. L’avrebbe sentito lontano e un giorno forse, l’avrebbe demolito, come si fa con le costruzioni in mattone. E quale poteva essere la storia che i pellegrini di tutto il mondo in viaggio verso Roma amavano più di ogni altra?

Forse… ma certamente! Quella di re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda…

 


Visioni in Mente 2011 – L’importanza di un buon curriculum vitae

Lunga doccia, per cancellare i segni di una notte passata a bere con gli amici. Barba appena fatta, per nascondere le ruvidezze della mia anima. Profumo e deodorante sulla pelle, per coprire la tensione dell’attesa che mi aspetta. Completo grigio e cravatta elegante, per mostrare una serietà mai avuta. Scarpe comode, per poter correre svelto a casa dopo l’ennesimo rifiuto.

 

Questa mattina mia madre mi ha lasciato la colazione pronta sul tavolo della cucina, prima di andare al lavoro. Una consuetudine che si ripropone ogni volta che vuole dimostrarmi il suo amore. In silenzio.

Mio padre invece ha espresso tutto il suo affetto non smettendo mai di parlare, per un singolo secondo, durante la mia – purtroppo non solitaria – colazione. Esprimeva ogni concetto guardandomi fisso negli occhi, come a voler inculcare nella mia testa malata le sue regole di vita. Come aveva cercato di fare negli ultimi trent’anni. Inutilmente.

In mezzo al traffico penso a tutte le sue raccomandazioni per l’imminente colloquio: ricorda di non arrivare in ritardo, non fare battute idiote, sorridi, metti un paio di mutande pulite – ??? – non farci fare brutte figure come al solito…

 

Mentre cerco un parcheggio mi rendo conto che sto già tradendo il primo punto della simpatica lista del mio fiducioso genitore: sono le nove e diciassette e dovevo presentarmi alle nove precise. Non male come prima impressione. Vista la situazione lascio la macchina nel parcheggio dedicato agli handicappati. In caso di multa manderò mio padre a testimoniare sulla mia irreparabile disabilità alla vita ed alle sue regole. Sono certo che i vigili, dopo le sue accorate parole, stracceranno la contravvenzione e lo prenderanno sotto braccio per rincuorarlo della triste disgrazia uscita dai suoi lombi.

Entro nell’edificio e prendo le scale. Faccio i gradini a due a due per recuperare all’irrecuperabile, e così annullo precocemente l’effetto di deodorante e buone intenzioni mattutine. Mi ritrovo al quinto piano della palazzina per uffici che accoglie la mia prossima sconfitta pseudo lavorativa.  Al primo sguardo capisco subito di essere nel posto sbagliato: ragazzi eleganti, seduti compostamente, che aspettano di entrare per sostenere il colloquio. Io invece mi presento con il fiatone, mani sui fianchi e testa rivolta verso il basso. Il mio viso stravolto si riflette sulla superficie splendente delle mie scarpe: mia madre le ha lucidate con olio di gomito e speranze.

Dopo due ore di attesa, in cui ho visto entrare ed uscire candidati senza che nessuno li chiamasse, mi rendo conto che il mio ritardo mi ha fatto perdere il momento dell’appello. Quindi non ho la minima idea di quando comincerà il mio supplizio. Guardo insistentemente la segretaria che – sempre sorridente – risponde al telefono, ma decido di non chiedere nulla: ho troppa paura di essere eliminato prima del colloquio. Non sarebbe la prima volta. E l’attesa, nonostante la sua irritante staticità, è l’unica cosa che ho avuto negli ultimi due anni. Il punto più vicino ad un lavoro vero a cui mi sono aggrappato nella mia vita precaria.

 

Quando esce l’ultimo candidato il terrore mi impedisce di alzarmi dalla sedia. E se fosse finita anche quest’ennesima illusione? Mi vedo già uscire dall’edificio, dopo che la segretaria mi ha cortesemente ricordato di essere fuori posto lì. Dopo alcuni minuti, i primi davvero reali di questa perfetta catena di montaggio da terziario del ventunesimo secolo, quella stessa segretaria che non aveva degnato di un singolo sguardo nessuno – a parte gli invisibili interlocutori telefonici – si alza e viene verso di me. Senza dire una parola mi indica la porta ed allarga ancor di più il suo costante sorriso. Non posso sottrarmi ora: il lavoro del suo dentista non deve andare sprecato.

Entrando nell’ufficio sento una voce che mi chiede di chiudere la porta. Non mi invita a sedermi, ma decido di farlo lo stesso. Il direttore delle risorse umane è una donna grassa di mezz’età che sta mettendo a posto la sua scrivania: ripone fogli e ne prende in mano altri, senza alzare per un secondo la testa. Dopo alcuni secondi comincia a parlare.

 

“Il suo curriculum è eccezionale, lo sa?”

Non so cosa rispondere, perché non ho la minima idea di come si possa mettere assieme la parola eccezionale alla mia vita descritta in due fogli A4.

“Sono tre ore che vedo candidati, uno meglio dell’altro se mi posso permettere, ed avevo tenuto il suo colloquio per ultimo: la classica ciliegina sulla torta”.

Questa è pazza.

“Studi classici… ”

I sette anni più lunghi della mia vita.

“ …attività extra scolastiche… ”

In effetti più numerose di quelle scolastiche.

“ …rappresentante d’istituto… ”

L’unico modo per uscire dalle lezioni senza insospettire i professori.

“ …e naturalmente il massimo dei voti”.

E naturalmente hai preso in mano il curriculum sbagliato. Oppure è una delle piccole inesattezze che ho inserito per avere qualche possibilità in più? E chi se lo ricorda: ho inviato così tanti curriculum online che non so più cosa ho mandato e a chi.

“Iscritto a lettere e filosofia… ”

Dieci anni ben spesi…

“ …Bologna, Alma mater studiorum”.

…tra feste sui colli e corse notturne sotto i portici.

“Vedo che ha fatto alcuni lavori interessanti durante il periodo di studi. Bravo”.

Per pagare l’affitto e mangiare non potevo fare altro.

“Stage in una rivista… ”

Volantinaggi…

“ …ristorazione… ”

…barman notturno…

“ …lezioni private… ”

…pulizie al Cepu.

“ …e addirittura il servizio civile volontario”.

Questo è troppo: non può essere il mio curriculum.

“Noto con piacere che ha fatto un periodo di studi all’estero… ”

Sei mesi passati ad ampliare la mia mente…

“ …progetto Erasmus… ”

…da Rotterdam…

“ …Parigi, la Sorbona”.

…ad Amsterdam.

“Ho un’unica domanda da farle… ”

Ecco la fregatura.

“ …una curiosità diciamo”.

Cazzo.

“Nel suo perfetto curriculum vedo che, a causa di un incidente, lei è paralizzato dal bacino in giù”.

Cazzo. Cazzo. Cazzo.

“Però l’ho vista entrare sulle sue gambe”.

“Un miracolo signora. Un miracolo”.

“Capisco. Allora è solo un problema di aggiornamento del curriculum”.

“ … ”

“Per quanto mi riguarda abbiamo finito. Se non ha domande lasci i suoi dati alla mia segretaria: comincia lunedì”.

Pietro Marra


Visione in Mente 2011 – Posti (quasi) esauriti di Andrea Forti

“Ciao, entra, accomodati!”.

Ma come, mi dà già del tu che nemmeno mi conosce? Ok che devi verificare se so socializzare, l’ho letto nelle varie guide ai colloqui, lo fai per vedere la mia reazione, ma io non ti ho mai visto e onestamente non mi va di dare certe confidenze ad una persona. E poi, sei anche più giovane di me, dovresti darmi del lei per rispetto! Ora cosa faccio? Se le do del lei penserà che voglia tenere le distanze e non sappia stare in un ambiente a contatto coi colleghi, ma se poi col tu si risente per averla trattata da pari? Cerca di rimanere sul vago, Andrea, ricordati! E ricordati di guardarla negli occhi!

“B-b-buongiorno… Bell’ufficio, signora”.

Cazzo, signora no! Figurarsi se ha anche solo il ragazzo, non vedi che non ha nemmeno anelli al dito? Fai attenzione, ora arriva per stringerti la mano, ricordati: energica ma non troppo, e asciugatela che sei tutto sudato!

“Cavoli, che mani fredde!”

“Eh, fuori, il freddo… Alle mani, già!”.

Ok, è finita… Devo recuperare terreno! Cosa diceva quell’articolo… Per ricucire il rapporto, individua qualcosa nella stanza e parla di quello, ma cosa c’è in giro… Solo raccoglitori e fogli!

“U-un computer! E’ un mezzo necessario al giorno d’oggi, non trova? Secondo me senza macchine non vivremmo, lo sa che lo so usare bene? Ho anche studiato il pacchetto Office, ho una conoscenza buona… Buona, cioè, volevo dire ottima!”.

“… Bravo. Raccontami un po’ di te”.

Perfetto, bravissimo, l’hai in pugno, ora ricordati quello che hai imparato, e stavolta non incespicare!

“Beh, che dire, sono una persona solare, estroversa… Sa stare in gruppo, risolvere i conflitti, attitudine al lavoro… Di me dicono che do il meglio di me sotto pressione… So individuare i problemi…”

“Bene, ora dim…”

“Ah poi so ascoltare le persone e non prevalicare, anche se quando ho idee buone cerco di proporle con convinzione!”

Non manca nulla, vediamo, cavoli, stavo per dimenticarmi della parte fondamentale. Sta scrivendo, oddio dalla calligrafia pare nervosa… Le mani!  Non tenerle conserte! Segno di insofferenza! Abbassale, stupido! Cavoli, mette le crocette tutte da una parte, speriamo sia quella giusta! Mi guarda, guardala negli occhi!

“Ok, ora le solite domande, sai mi tocca farle, non vorrei fossi pericoloso per gli altri. Attualmente fai uso di droghe?”

“No, NO! Mai fatto, non sono di quel tipo di persone lì, sono responsabile! Sarei perfetto per questo posto! Nemmeno mi capiterà mai, sai, leggo i giornali, mi informo dei pericoli! Per me e per gli altri, no davvero questo mai! Nemmeno bevo!”

“Bravissimo, ora fammi leggere le altre schede che ho su di te…”

Cavoli, di chi saranno? Dove avranno preso informazioni su di me? Chi gliele ha date? Spero non quello del personale dell’azienda di ieri, era davvero indispettito! Se ho fortuna magari è l’impiegata di quel concorso pubblico di lunedì, mi ha preso in simpatia… O era martedì? Cavoli, oramai ho perso il conto, se penso che nemmeno mi ricordo quando ho fatto la domanda per questo posto, boh, magari è stata una segnalazione del tizio che mi ha provinato  un mese fa, la struttura è nel palazzo a fianco, ho perso il pomeriggio a spargere curriculum in tutti gli uffici, dodici piani in tre ore… Ne è valsa la pena allora!

“Bene, anche medico e assistente sociale hanno dato pareri positivi… per me sei ok!”

“DAVVERO? Splendido! Non se ne pentirà… Stai sicura! Cavoli, sono così felice! Era un anno che cercavo, gli ultimi mesi credevo di impazzire, ma ora ce l’ho fatta!”

“Ahah, dai, siamo qui per questo, ti mostro i tuoi compagni di stanza.

Ragazzi, questo è il nuovo arrivato, si sistemerà nel letto di mezzo, salutatelo!”

“Ciao, siete qui da tanto? Io inizio oggi, non vi preoccupate andremo d’accordissimo!”

“Ciao, come è andata la valutazione del nuovo arrivato?”.

“Bene, il ragazzo ha le capacità per stare in comunità, ma gli ci vorrà del tempo per tornare pienamente nelle sue facoltà mentali”.

“Ah, un altro psichiatrico?”.

“Sì, l’ennesimo ragazzo bruciato dallo stress e dall’ansia da colloquio. E’ il terzo da quando sono qui ”.

“Che schifo. Fino a poco tempo fa arrivavano gli esauriti per il troppo lavoro, adesso non gli concedono nemmeno quello”.


Visione in Mente 2011 – Delle due, l’una? di Simone Ferrari

Giovanni è stato chiamato da Banca Azzurra, un istituto di credito del profondo Nord, ed egli,  emiliano, s’è svegliato molto presto per prepararsi. Fino al martedì prima non aveva creduto all’esistenza delle cinque del mattino ma, suonata la sveglia, e appurata così la presenza del male nel mondo, s’è messo al volante. Non è preoccupato né teso; è convinto che fino alla morte ci arriverà vivo e che l’indomani cadrà ancora e comunque di giovedì, nonostante tutti i nonostante delle cinque del mattino, del lungo viaggio, e del colloquio in banca.

Giovanni è sul posto con mezzora di anticipo rispetto all’orario stabilito.

Si tratta della sede centrale della Banca, non una filiale qualsiasi o lo sportello di paese. Qui sono gli uffici più importanti e qui si terrà il colloquio di gruppo, che come definizione suona strana: richiama “terapia di gruppo”, quasi i partecipanti fossero una mezza via tra cavie da laboratorio e disperati dalle poche speranze di sopravvivenza, disposti a tutto pur di farcela.

La punta è alle nove, ma Giovanni vuole acclimatarsi, spiare il campo da gioco avversario, osservare i movimenti delle persone, guardarne le facce, per cui entra, si presenta e viene fatto accomodare.

La sede centrale è una seriosa Bengodi. La hall è un ambiente largo, che prende luce dalle enormi vetrate che la schermano, ed è stipata di divanetti color vinaccia e tavoli wengè. É tutto così ben curato da sembrar finto.

Malgrado l’ora, è già molto popolata e viva. Giovanni ne osserva interessato la curiosa fauna, distribuita con geometrica regolarità tra banchi e poltroncine.

Gli uomini sono tutti in abito. C’è chi in giacca e cravatta si sente così bello da apparir goffo, c’è chi non ha fatto caso al bavero della camicia troppo grosso, chi alla cravatta troppo larga, chi alle scarpe più da discoteca che da lavoro, chi dovrebbe gettar via la cintura, e infine, il peggiore, chi si è fatto vestire dalla moglie. Delle donne non riesce a farsi un’idea chiara. Sono tutte magre stenche e avranno una seconda di seno, dargliela tutta. Nessun trucco e parrucco da segnalare, tutte molto formali. In volto non appaiono sciupate ma nemmeno raggianti. Sembrano quasi delle supervicky invecchiate trent’anni.

Tutti parlottano tra loro sottovoce, mostrano grafici sul computer ed esibiscono gli uni le altre sorrisi assecondanti e di circostanza, come volessero tenersi ad un metro sociale di debita distanza e continuare a studiarsi. Una rigida compiacenza, triste e preoccupante.

Entra un ragazzo, pressappoco dell’età di Giovanni, viene invitato a sedere al suo fianco.

I due, consapevoli di essere sulla stessa barca, si presentano.

Il suo nome è Stefano, veneto, ben vestito, sembra socievole. Giovanni ricorda allora Fight Club, il film con Ed Norton e Brad Pitt, e lo identifica come il suo amicoporzionesingola. Avrebbe passato il suo tempo con lui, ci avrebbe chiacchierato per ingannare l’attesa.

Quindi sono altre quattro ragazze a raggiungerli.

Dopodichè i sei vengono introdotti in una saletta completamente diversa dalla hall, cambiano infatti mobilio, luce e colori.

Sono attesi da due operatori. Un uomo calvo dalla voce roca e dalla forte inflessione brianzola che sembra simpatico come il lunedì di lavoro. e una donna avvenente, ma dalla carnagione così chiara da svilirne tutta la bellezza.

Il colloquio consiste in diverse prove.

La prima è la redazione di un saggio breve, la seconda una serie di domande attitudinali, mentre la terza è un gioco di gruppo, nonché il trionfo del surreale.

Per puro caso la jeep su cui la compagnia dei banchieri di Brema sta viaggiando, si distrugge in mezzo al deserto: bella sfiga. Un membro riporta ferite e, mentre el Sùv va a fuoco, occorre salvare dieci oggetti tra quelli presenti a bordo, ossia cibo bevande radio materassino garze cappelli antidolorifici corde et cetera.

Il gruppo deve accordarsi e scegliere tra tre opzioni.

- Raggiungere un’oasi lontana quaranta chilometri dall’incidente.

- Camminare fino al paese più vicino, che ne dista settanta.

- Attendere aiuto (e confidare nel proprio dio).

I due operatori devono giudicare non solo la bontà della scelta, ma anche l’esposizione delle idee, le doti di leadership di chi decide, la capacità di convinzione di chi prende parola, e quella di ascolto di ciascun giocatore.

Giovanni conosce il gioco e sa che la risposta giusta è l’ultima. Se vuole vincere, e dare l’impressione di lider maximo ai due operatori, calerà l’asso al momento giusto. Lascia quindi parlare tutti e alla fine propone di attendere, consigliando di salvare ogni cosa possa riparare dal sole, che disseti e che consenta di comunicare.

La sua opinione viene accolta da risate di incredulità e dal completo scherno dell’amicoporzionesingola.

L’idea del rambo veneto è quella di dirigersi verso il paese, caricando il ferito sul materassino che i superstiti avrebbero trainato con le corde. Stefano è bello e cattivo, e non ha orrore del suo suggerimento: guadagna il consenso dei giocatori.

Giovanni invece, per quanto lucido e intelligente, non sembrerebbe convincente e incantevole nemmeno con addosso il vestito della Prima Comunione, e soprattutto non vuole difendere ad oltraggio la sua opinione, anche se ritiene che l’idea del veneto equivalga a mettere il collo sul ceppo e cantare.

Giovanni ora accusa un riflesso del vomito molto accentuato. É schifato dalla situazione grottesca, dalle tresche di Stefano al fine di ingraziarsi i due operatori, dal suo modo di fare accondiscendente e carismatico con cui ha imbambolato le quattro ragazze, la cui partecipazione alla discussione ha avuto la stessa consistenza del borotalco.

“Scegliete lui.

Ha convinto quattro persone su cinque.

Quando dovrete consigliare un investimento azzardato ad un poveraccio alla canna del gas avrete già pronto in casa il pescecane giusto, uno che racconterebbe pure che Cristo è morto dal freddo.

Nel deserto ha praticamente mandato tutti all’arrosto in pentole splendide senza coperchi. Chi meglio di lui potrebbe lavorare in banca? Se il Diavolo fosse un uomo avrebbe un bel vestito, sarebbe ben educato e lavorerebbe in banca. Forse sarebbe pure veneto.”

Mastrolindo e la donna diafana seguono con attenzione lo scontro e chiedono a Giovanni la sua opinione. É l’unico, oltre a Stefano, a non essersi nascosto: vogliono sapere cosa pensi, se sia d’accordo con il gruppo, o resti fedele alla propria linea.

«Se fossi veramente nel deserto e dovessi dare ragione a Stefano, salverei per me stesso un elisir di cianuro! Con quaranta gradi all’ombra io non attraverso nemmeno la strada davanti a casa: non  farei settanta chilometri alla randa del sol trasportando un ferito. Tanti saluti.»

I due operatori, abituati a gestire i giocatori con legnate psicologiche di tarallucci e vino, non capiscono la reazione del ragazzo emiliano, rimangono interdetti e senza favella.

La sicurezza del MacGyver di Padova è svanita, e le ragazze non ridono più. Dopo il bailamme sollevato da Giovanni, questo congresso d’ingegni si è ridotto ad una silenziosa combriccola di soldati in mutande.

É il pelatone a trovare il coraggio di chiedere:«Quindi?»

Giovanni aveva questionato con l’amicoporzionesingola e s’era dimenticato di indossare i guanti della festa per trattare con le ragazze. Doveva capirlo fin da subito, fin da quando aveva studiato la hall del palazzo, d’essere capitato in un luogo ad egli ostile dove sarebbe divenuto una cavia da laboratorio, lo avrebbe dovuto capire dal nome “Colloquio di gruppo”.

É Stefano a cercare una tregua armata e a giocare a carte scoperte:«Se non troviamo una soluzione comune sfiguriamo davanti a chi ci giudica. Io ti seguo solo se riesci a convincere le ragazze.»

Giovanni però vuole solamente andarsene da lì, fosse un monello strillerebbe e si nasconderebbe sotto la stanella della mamma:«Se proprio dobbiamo accordarci, mi chiamo fuori e vengo con voi all’inferno, sperando che là abbiano le sigarette perché nessuno si è preoccupato di salvarle dalla jeep in fiamme.»

Se deve essere un teatro dell’assurdo tanto vale che lo sia fino in fondo.

Presa dal gruppo la decisione di mettere i mali in comunione, ed esibito ai due operatori il progetto di salvezza di disperati dalle poche speranze di sopravvivenza, disposti a tutto pur di farcela, Giovanni viene convocato nella stanza accanto dove risponde ad alcune domande personali circa esperienza lavorativa e formazione professionale.

É la donna a congedarlo:«Qualsiasi sia l’esito del colloquio le manderemo una mail per comunicarle la nostra decisione.»

L’unica ambizione del ragazzo è quella di rivedere tutti loro alla terza reincarnazione, non prima.

Prende, ciao a tutti e se ne torna in Emilia.

Due settimane dopo, Giovanni, ancora alla ricerca di lavoro, consegna curricula e ne invia tramite posta elettronica. Ancora niente.

Una mattina riceve due risposte, la prima è la lettera di Banca Azzurra, la seconda l’e-mail di un’azienda della propria città cui aveva inviato un curriculum.

La lettera, molto formale, recita:”Gentile Giovanni, La ringraziamo per aver partecipato al processo di selezione del personale del nostro istituto bancario. Purtroppo ci duole comunicare che l’esito del suo colloquio non è risultato attinente alla figura da noi ricercata, ma sarà nostro interesse mantenere attivo il suo profilo all’interno dei nostri database, così da ricontattarLa nel caso di una proposta diversa. Cordiali saluti e blablabla.”

L’e-mail, tanto irritante quanto geniale perché, si sa, la forza sbilenca dell’ironia va apprezzata soprattutto quando rivolta il coltello nella piaga, dice: Gentile Giovanni, La ringraziamo per averci sottoposto il curriculum. Lo inseriremo nell’apposito archivio (no, non nel cestino come comunemente si crede) e lì rimarrà a prendere polvere digitale. Un bel giorno (speriamo presto) avremo bisogno di lei; la chiameremo e lei non potrà venire perché sarà Presidente della Camera. Queste cose vanno sempre a finire così”

C’è delusione e delusione: delle due, l’una?

Simone Ferrari


Visione in Mente 2011 – La sincronia del caso di Giulia Poggiola

“Scriva, allora, signorina. Data primo febbraio 1998. Si si, abbrevi pure. 1/2/98. Sono le ore..9 inpunto. Iniziano i colloqui. Prego, lei, si accomodi. Il suo nome prego?”

“Marco Poli.”

“Marco Poli.. ha scritto signorina?”

“Certo!”

“Bene.”

“Si, è un nome un po particolare.. un po` ridicolo, effettivamente.. Anche perché c’è questa “i” che stona.. Ma per fortuna che c’è, dico io! Addiruttura, vi dirò, mio padre, mio padre, si chiama Niccolò. No no, non penso proprio sia un caso! Ve lo dico io.. Magari il tutto non era intenzionale all’inizio.. ma in fondo nemmeno casuale.. io non ci credo nel caso..”

“Bene allora, Signor Poli, ci dica.. Cosa l’ha spinta a presentarsi per questa occupazione?”

“Non il caso.. di certo! Non ci credo io, nel caso, non ci credo che ci sia una corrente che ci trasporta, e noi stiamo li, a galleggiare e affondare, a scorrere fino a che non ci capita di incappare in qualcosa, per caso. Se il caso realmente gestisse tutto, le bussole non esisterebbero!! O no!? Come potrebbero indicarti una direzione precisa? Dovrebbero essere, appunto, casuali!! Gli esploratori e avventurieri girerebbero con la palla, la palla 8, quella nera del biliardo, avete presente? Quella che la scuoti e ti da la risposta! Ecco! Tanto varrebbe girassero con quella! Così sarebbero sempre perfettamente coerenti col loro destino!

Beh io non c’è l’ho una palla 8.. in realtà non ho nemmeno una bussola..

Ho visto il vostro annuncio. Una pagina in internet.. Tutto qui..

“Tutto qui eh.. L’annuncio era lì.. Tutto qui.. Scusi ma.. Che interesse ha lei per questa offerta di lavoro?”

“Beh.. era lì.. Anche io ero li.. Tutto lì.. O come dicevo appunto, “tutto qui”.. cioè.. dipende solo dal punto di vista..! Però, era un contemporaneo esserci. Questo sì. Entrambi. Io e l’annuncio. Io e voi che avete messo l’annuncio. E nella sincronia io ci credo. Non nel caso. Non ci credo nel caso io. Ma una sincronia di eventi ha voluto che questo fosse il mio nome. L’ha scelto mia madre, il nome, l’ha scelto lei, perché le suonava bene! Mia madre non ha studiato, viene dalla campagna, dalla bassa veronese.. Da Legnago.. Però il nome Marco, le suonava bene.. Non ci aveva pensato, forse non lo aveva nemmeno mai sentito quell’altro là! Dopotutto in campagna se ne fregano dell’Oriente, della seta e le spezie..! E poi quella “i” in ogni caso, cambiava tutto..! Per lei cambiava tutto.

Ero lì, io col vostro annuncio. Io l’ho letto e ho pensato che mi avrebbe fatto sentire realizzato, un lavoro del genere, questo tipo di progetto. E forse anche l’annuncio stesso si è un po’ sentito realizzato nell’essere letto. È da alcuni mesi che sto cercando un impiego. Ero lì, col vostro annuncio, e la vostra offerta: un Milione di Lire..”

“Quali sono state le sue esperienze precedenti? Formative e lavorative?”

“Ho lavorato negli ambiti più svariati. Sono laureato in psicologia.. ma non credo sia la mia vocazione. La mia ex-ragazza, Vera, me lo disse: <Non ci credo che tu sia uno psicologo! Non riesci a capire nemmeno me! Perché uno dovrebbe pagarti per una cosa che non sai fare nemmeno a gratis!!> . Non potevo darle torto. E così dicendo se n’è andò. Nel “Tutto qui” non ci stava più. E in quel momento capìi che non ero uno psicologo. Ho lavorato come cameriere, in una trattoria, “La Verde Geraniera”. Suonava bene, il nome dico.”

“Oh, ci sono stata! L’ho sempre pensato.. che suona bene.”

“Signorina.. la prego si limiti a prendere nota delle risposte del Signor Poli..”

“Si.. chiedo scusa..”

“Diceva Signor Poli?”

“Si, dicevo appunto che suonava bene.. e sento sempre un’attrazione per queste cose, per i nomi che suonano bene. Forse proprio perché il mio nome stona, invece.. perché c’è sempre quella “i”.. capisce?

In ogni caso, anche quel lavoro se n’è andato. Nel “Tutto qui” non ci stava più..”

“Quindi lei ha mollato quell’impiego?”

“Si.. o lui ha mollato me.. Non saprei dirlo con certezza.. Però è stato meglio così. Per me. E forse anche per lui..”

“Per quali motivi, ci dica, pensa che dovremo scegliere lei?”

“Ah.. come non posso sapere se l’annuncio si sia sentito realizzato o meno nel momento in cui l’ho letto, allo stesso modo non riesco a intuire se voi, che dopotutto siete l’annuncio, siate soddisfatti di me e di questo incontro. Io so che dovevo presentarmi, dovevo essere qui. Perché se io l’avessi avuta, quella maledetta palla 8 nera, sono convinto che mi avrebbe detto di essere qui, oggi. Potrei dirvi che sono migliore di altri candidati, che dovreste scegliere me perché ho una buona capacità di trovare soluzioni ai problemi; perché sono determinato e mi metto d’impegno nel raggiungimento degli obiettivi; perché sono una persona puntuale e diligente.

Ma altrettante ragioni motiverebbero il contrario.

È come chiedere ad una persona di elencare i suoi pregi, senza poi chiederle quali crede siano i suoi difetti! Anche perché, diciamocelo, chi mai sarebbe sincero sui propri difetti, ad un colloquio di lavoro?

In realtà non credo assolutamente di essere la persona perfetta per questo impiego.. come non credo che l’impiego stesso lo sia per me.. In fondo le agenzie di viaggi non mi sono mai piaciute.. Mi sono sempre chiesto perché una persona debba rivolgersi a loro quando oggi come oggi basta trovarsi su un sito e.. CLIC.. fare tutto da soli.. Sono convinto che i progetti uno se li debba costruire da solo. Il futuro, poi, quando lo vivrà, lo vivrà lui.. mica l’agenzia.. tanto vale che il CLIC lo faccia lui stesso..

Si, forse è così. Non sono fatto per questo lavoro. Forse DOVEVO essere qui per raggiungerne la consapevolezza.. Forse DOVEVO essere qui perché era giusto che io vi facessi perdere tempo. O per dare modo a qualcuno di voi di pensare o di cambiare qualcosa. Quello che conta è che io sono qui.”

“Bene, la ringrazio Signor Poli, e la saluto. Le faremo sapere al più presto l’esito del colloquio.. Signorina accompagni il Signor Poli all’uscita. Grazie.”

La sincronia dei passi verso la porta. E quella voce, che suonava bene, disse con un sorriso sussurrato:

“Bene..Tutto qui..!”.


Visione in Mente 2011 – LeFarSa di Nunzio Tango

Sono qui. Seduto in questa stanza dove, tutti i giorni, decine di persone entrano ed escono portando con se le loro vite in formato doc (pdf quelli più avanti). Decine di vite in Times New Roman o Arial o Verdana, che hanno  fatto di tutto perchè la loro esistenza sia formattata, standardizzata e ridimensionata in NON troppe pagine, punti salienti, aspetti professionali rilevanti, esperienze, titoli, dati…il tutto rigorosamente senza spazio alcuno per CHI abbia ottenuto quei titoli, a CHI vadano riconosciute quelle esperienze…ancora adesso sorrido pensando che, CV alla mano, Hannibal Lecter avrebbe certamente più chances di me nel trovare lavoro in un ospedale.

Dietro al FORMATO EUROPEO o EUROPASS, hanno rinunciato, per sempre, alla loro unicità, a quello che li caratterizza davvero come persone. Un tempo, diceva mia nonna, chi cercava un lavoro si presentava vestito solo della sua dignità e della sua parola, faceva fede la sua faccia, le sue intenzioni, ma si sa che i vecchi raccontano di un mondo che non esiste più.

Una cosa è  certa, paradossalmente, in una percentuale variabile, nessuno è totalmente autore della propria “carriera della vita”. I più fortunati hanno amici, fidanzati, parenti che in toto o, in parte, si sono prodigati per la stesura dei loro CVs, altri sicuramente hanno contattato dei professionisti, gente del ramo, magari anche pagando. Come per la preparazione dei CVs, così per la conduzione di un colloquio, una nuova figura professionale è nata: l’INTERVIEW COACH. D’altra parte chiunque abbia sostenuto almeno un paio di queste interviews, si sarà subito reso conto che un colloquio di lavoro inizia ben prima dell’ora in cui è stato fissato. Incomincia con una serie di rituali, come la scelta dell’abito idoneo, per dare una certa impressione, un canovaccio di frasi e parole fatte, preparate a puntino, da elargire appena se ne si presenti l’occasione e, cosa più importante, si può sentire la reale presenza del colloquio dalla tensione crescente, dalle aspettative e dalle speranze alimentate da un possibile esito positivo. Su quest’onda di emotività esistenziale, di chi cerca un’occupazione, surfeggia, un pò come un preparatore atletico dei colloqui di lavoro, questo fritto misto di psicologo/consigliere/visagista/stilista/stratega che ti dice come vestirti, pettinarti, cosa/come/quando/perchè dire certe cose, come muoversi (perchè anche la comunicazione corporea è un requisito), come essere subdolamente e falsamente onesti, come non cadere nelle dialettiche trappole di chi ti esamina. Il tutto senza neanche curarsi di sapere che il plurale di curriculum è appunto curriculum, e non curricula, il che la dice lunga sulla sua attenzione verso i particolari. Si insomma, la ricerca di un lavoro ha partorito decine di figure lavorative, tanto da indurre a pensare che se questa sera la disoccupazione fosse scongiurata, domani mattina si creerebbero nuovi disoccupati.

Sono ancora qui seduto, ad aspettare, stanco e un pò demoralizzato (dopo mesi e mesi di colloqui), un pò spazientito, ad aspettare. La puntualità è certamente un requisito importante ma, evidentemente, non per tutti quelli che siedono dall’altra parte della scrivania che ho di fronte. Mentre mi tormento per l’ennesima volta il nodo alla cravatta (il look è il 50% della prima impressione, e la prima impressione è il 100% di quello che conta, così mi dicono tutti), torno a pensare alla jungla di carpette, CVs, fototessere che stanno sicuramente passando sotto i portici del palazzo seicentesco in cui mi trovo, nel pieno centro della città. Rifletto sulle parole di una mia amica (anche lei in cerca di una dignità lavorativa):” cercare un lavoro è un lavoro!”. In effetti come darle torto, mandava (tra on line e cartaceo) non meno di una decina di CVs al giorno da mesi, aveva una mappa della città dove segnava tutte le agenzie di lavoro che andavano foraggiate, a loop, ogni mese con nuovi curriculum, spendeva ore ed ore delle sue giornate su internet alla ricerca di qualsiasi offerta anche, seppur vagamente, inerente con i suoi studi (una Biologa con tanto di dottorato di ricerca). Un giorno decise che avrebbe accettato semplicemente qualsiasi offerta di lavoro, a qualsiasi retribuzione, per qualsiasi lasso di tempo le fosse stato offerto. Fu il giorno in cui le annunciarono che non era stata scelta come DERATTIZZATRICE in una cittadina di provincia, ruolo che richiedeva ESPRESSAMENTE la laurea in biologia nell’annuncio di lavoro.

Finalmente sento un vociare, vedo entrare due figure, una donna e un uomo, io spero sia la donna, ho sempre avuto molto più feeling col mondo femminile. La mia ragazza (una psichiatra) mi avrebbe detto che questo era dovuto al mio conflitto esistenziale con mio padre. Fatto sta che i due parlottano e, mio malgrado, entra l’uomo. Come mi aspetto, impeccabile nel vestito e nel look, meticolosamente preparato a dare di se, se non una buona impressione, certamente nessuno spazio ad una interpretazione negativa del suo aspetto fisico, come farebbe uno che non è venuto ne a giudicare ne a esser giudicato, una figura neutra. L’uomo in verità, non troppo più vecchio di me, si siede, mi da la mano sorridendo in un modo molto amicale, d’altra parte in certi frangenti, cortesia, educazione, dizione, attenzione all’ascolto e buoni propositi alla miss america sono, veri o falsi che siano, puro format, così come nessuno potrebbe immaginare di scrivere un CV in Monotype Corsiva, altrettanto chiaramente, nessuno si presenterebbe in jeans strappati e masticando una gomma…anche se fosse oggettivamente più spigliato ed a proprio agio. L’aspetto, anch’esso canonizzato come una divisa, al di là di certi gradi di libertà di genere: per lui cravatta o almeno giacca, lei tacco/gonna al massimo pantalone elegante, trucco non pesante.

Fu un colloquio lungo, capillare e che assunse, a tratti e volutamente, connotazioni da interrogatorio. Ci sono manuali su come condurre questi colloqui, lo sapevo. Avevo fantasticato pensando che fossero stati creati inizialmente dalla CIA o dal KGB e che alcuni stralci, quelli che studiavano il linguaggio del corpo, oppure la scelta dei colori degli abiti piuttosto che il linguaggio verbale utilizzato, fossero stati trasportati nel recruitment del così detto mondo del lavoro. D’altra parte mi interrogavo spesso se il colore di una particolare cravatta o una mimica convincente, influenzassero, a livello inconscio, la possibilità di considerare idoneo, per una particolare mansione, un individuo più o meno di qualcun’altro che aveva sfoggiato invece un lessico propositivo o una certa griffe.

Tra la presentazione dei CVs (su cui tutto il lavorativamente rilevante è scritto), e la presentazione del proprio aspetto esteriore, il colloquio si colloca come una terra di nessuno in cui il colloquio stesso è una rappresentazione teatrale e rituale delle parti, di chi esamina e di chi è esaminato. Ma il mondo va così mi dicevo, ci si deve adattare, ognuno ha la sua parte sul palcoscenico e la mia è una parte triste…quindi, come ormai di rito, quando un CANDIDATO non è IDONEO, quando i REQUISITI non sono CONFORMI alle richieste del DATORE DI LAVORO che ha pubblicato L’ANNUNCIO, a me tocca chiudere nella carpetta del CV, tra le righe della vita di quest’ uomo, tutte le sue speranze, tutte le sue aspettative, tutte le parole e le esperienze umane che non mi ha detto e che non gli ho dato modo di dirmi, perchè occupato e preoccupato a rispondere a domande standard…chiudo la carpetta, gli tendo la mano, così come il sorriso più amicale che la mia amorale mi permette di fare e, rimandandolo nella jungla, lo saluto rassicurandolo con tre sole parole.

LE FARemo SApere.

Nù!


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