Archivio delle Categorie: Racconti Affilati

Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

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Mostradamus (di Francesco Tassi)

francesco tassi fumetto


Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

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Auschwitz non è mai esistito

Non riesci a toglierti via dalla pelle quella sensazione fastidiosa.

Sono quattro ore ormai che ti trovi immersa nella vasca da bagno, nell’acqua ormai fredda. Prendi in mano il sapone e cominci a sfregarti le spalle ed il collo per l’ennesima volta, mentre lo sporco sgocciola nell’acqua che ti sembra fango. Strofini violentemente i polsi, mentre cominci a passare la spugna sulle cosce sempre più freneticamente, i movimenti così veloci e le mani così arrossate che ti spaventi. Presa dall’angoscia lasci scivolare la saponetta, mentre avverti uno strano rumore che ti fa salire il cuore in gola.

Quello che senti assomiglia ad un verso spaventato, simile ad un miagolio. Appoggi la schiena contro le fredde piastrelle del bagno, con il fiato corto e i battiti cardiaci che ti rimbombano nelle orecchie: chi è che fa quel rumore? Chi è che si trova in quella stanza chiusa a chiave?
Senti i versi farsi sempre più acuti e piagnucolanti, fino a che non ti accorgi, sbarrando gli occhi, che escono dalla tua gola. Ti tappi la bocca istintivamente, disperata, il pugno serrato e le nocche livide.

L’acqua non è abbastanza sporca.

Come se niente fosse riprendi il sapone e cominci a passarlo sulle caviglie, e mentre allunghi il braccio bianco intravedi il tuo nome: 927119.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

L’avevi ripetuto così tante volte che ti era rimasto impresso come un marchio, scolpito nella memoria ogni volta che chiudevi gli occhi. Gli appelli erano due, uno al mattino e uno la sera, tutti i giorni. Le file erano serrate e i numeri urlati in rapida successione non avevano pietà: chi non si ricordava il proprio diventava cenere che usciva da un camino.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Cominci a strofinare con forza i polpacci.

Ti avevano chiamata cagna ebrea, ma si erano accorti che eri bella.
Dopo qualche mese, i capelli rasati avevano cominciato a ricrescere, e da sotto il fazzoletto da lavoro si intravedevano i tuoi riccioli neri. La pelle, nonostante il sudore e la fatica, era rimasta bianchissima; gli occhi verdi limpidi avevano continuato a vivere.
Ti avevano chiesto quanti anni avevi. Sedici? Bè, allora sicuramente avresti desiderato lavorare in un luogo più caldo. Non potevi credere che ti stessero offrendo una simile fortuna, così li avevi seguiti senza obiettare, i piedi nudi che affondavano nella neve, le dita viola ormai insensibili.
Ti avevano spogliata e ti avevano guardata a lungo, ma a te non importava: mentre eri nuda sotto il loro sguardo avido, per la prima volta dopo mesi ti trovavi in una stanza con un camino acceso. Non potevi desiderare altro al mondo. Ti avevano dato da mangiare, ti avevano permesso di lavarti.
Il tuo posto era sotto il tetto di una delle baracche private, e dalla finestra ogni tanto vedevi correre delle figure esili. Erano talmente simili ed insignificanti che dopo poco tempo arrivasti a pensare che fossero tutte la stessa persona.
Gli ufficiali venivano a trovarti svariate volte al giorno. Ti dicevano “bella”, ma quando ti domandavano il nome la tua pronuncia non poteva sbagliare:

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Ti è sembrato di vivere quei mesi come in un sogno. Stentavi a credere al dolore fisico che provavi, quando sfinita ti lasciavi scivolare a terra, i muscoli tremanti. Non facevi altro che ripeterti che eri al caldo e che potevi mangiare, e come un mantra ripassavi mentalmente le cifre del tuo nome.
Le ultime settimane non pensavi nemmeno più ai tuoi gesti: un uomo in divisa entrava nella stanza e mentre cominciava a sfilarsi gli stivali con l’aria esausta, come dopo una lunga giornata di lavoro, le tue mani automaticamente ti spogliavano, e prima che l’uomo avesse finito tu eri già nuda, pronta ad eseguire gli ordini.
Mentre diventavi di loro proprietà avevi imparato a non sentirti nel tuo corpo, eri riuscita a non vivere quello che stavi facendo, tutto grazie alla ripetizione spasmodica e incontrollata del tuo nome.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Pronunciando quei numeri all’infinito, nel disperato tentativo di rimanere in vita, eri diventata infine quello che loro avevano deciso, dimenticando la tua vera esistenza.

Mentre ti insaponi il ventre ed i fianchi guardi l’acqua, e all’improvviso ti sembra che il suo colore sia sufficientemente sporco. Hai anche smesso di gemere senza accorgertene.
Soddisfatta, prendi in mano l’asciugamano e ti alzi in piedi. Ti sei dimenticata quanto tempo hai trascorso chiusa in bagno. Ti asciughi lentamente, scorrendo le dita sul tuo marchio. Lo guardi quasi senza capire, poi lo leggi ad alta voce con un sorriso: “Neun. Zwei. Sieben. Eins. Eins. Neun.”

Ti basta sentire quei suoni per acquietarti totalmente. Ogni oscurità sparisce dai tuoi pensieri. Vai in cucina e comincia a preparare la cena, canticchiando.
La tua coscienza è pulita, la mente è serena, il corpo è sano, perché tu lo sai, e ne sei certa che Auschwitz non è mai esistito.

Valentina Camac


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


Borderline: Qualcosa brucia

In equilibrio sull’orizzonte invisibile e precario del tramonto.

Questo sole rosso che muore lentamente rende languidi i confini di terra e cielo.

In equilibrio dal punto più alto a quello più basso per la dinamica del pensiero e l’inefficacia dell’espressione mentre tutto scompare nell’ultimo bagliore di luce.

Le nubi tremolanti crepano gli occhi con i sussurri del cambiamento mentre le certezze evaporano in tempo di crisi, ed anche un sasso arriva a galleggiare a mezz’aria quando si leva il primo alito di buio.

La rovina risorge in ogni certezza con la calma di chi ha aspettato a lungo fidando nell’umano ingegno per ritrovarsi poi faccia a faccia con la follia.

Sorge la luna e brilla.

Un unico chiarore, questo chiarore, che affila la lama e cura la ferita.

La sua forza dona speranza e ristabilisce nella notte Fede divina tra le dee, colei che sempre sostiene chi la segue.

E Pietro aveva fede nel gesto che stava compiendo; una tanica di benzina e un semplice accendino che accendeva e spegneva ritmicamente mentre camminava, facendo così illuminare il selciato di lampi sempre diversi.

Tre litri, non uno di più non uno di meno per distruggere e rendere polvere l’acciaio forte delle sue catene.

Ancora una volta dopo tanto tempo avrebbe sentito il suono crepitante della libertà avvicinarsi, quella libertà che brucia, quella libertà data dal sacrificio nel fuoco.

Pietro si ferma, posa la tannica, svita il tappo e versa il contenuto oleoso osservandolo espandersi e scivolare sulla carena del mezzo.

 

 

La benzina cade sul’asfalto nero e nera pare anch’essa, ma Pietro si china e illumina una sola goccia per accendere un mare.

Così accade.

Quando la colonna di fiamme è già alta afferra la tanica e le chiavi e ve li lancia dentro con forza.

Rumore di vetri rotti, ed il fuoco divora anche quelli.

Pietro come sempre si interroga, non sa esattamente  quali saranno le conseguenze né sa che genere di felicità può portare un gesto del genere che comunque oramai è compiuto.

A forza di stare nel mezzo tra mondi diversi è divenuto un outsider, e come tutti outsider Pietro osserva lasciandosi scivolare addosso ciò che non gli interessa.

Non sa ancora quanto sia auto-lesivo frequentare un ragazzo come Benedetto Bracchetti, né ancora lo sapete voi.

Tutto quello che lui e che voi sapete è che domani mattina sul giornale in prima pagina leggerete di un Suv bianco bruciato in Corso Canal Grande.


Gli occhi di Sally (di Sara Belletti)

Sempre il vestito più vecchio, quello sgualcito.

Sally metteva ciò che era più vecchio e insignificante e stancamente lo indossava come uno straccio. Sally non voleva essere guardata, non voleva amici con cui trascorrere pomeriggi caldi d’estate, né voleva essere adorata dalla maestra o desiderata dal ragazzo più carino della scuola. Sally non voleva niente.

L’ho sempre guardata con un misto di timore, curiosità e incomprensione. Credeva di essere invisibile a tutti ma ai miei occhi era chiara e luminosa nelle sue grandi felpe nere. Sally non andava al supermercato all’angolo della strada, non spendeva mai soldi, non si fermava davanti alle vetrine come le sue coetanee erano solite fare. Passava il tempo camminando. Nonostante la sua giovane età, credo avesse già percorso più kilometri di una persona col doppio dei suoi anni.

Sally spariva per pomeriggi interi e tornava solo al calare del sole, si perdeva nei vicoli scuri e nell’oro del grano fresco delle campagne, ma solo ai miei occhi si perdeva: ai suoi sembrava fosse tutto conosciuto da anni, sembrava fosse una vita che vagava da sola, sempre estremamente silenziosa e lenta. Spesso andava nella casa abbandonata fuori dal paese, in mezzo al nulla. Si fermava davanti ad essa, guardava se qualcosa era cambiato dalla volta precedente, sembrava controllasse che tutto fosse come l’aveva lasciato e che nessuno avesse messo mano sul suo piccolo luogo sacro.

Se il controllo risultava positivo -come sempre accadeva- si sdraiava sull’erba alta o si sedeva sul dondolo silenzioso di fianco alla casa e si spingeva coi piedi sul terreno fresco: sembrava conoscesse il movimento del dondolo a memoria, sembrava ballasse o volasse al ritmo di un’armonia dettata dal… Niente.

Intorno era deserto, non un rumore. La tranquillità aveva dolcemente preso il posto della frenesia della gente e della confusione delle auto. Era un luogo idilliaco, un fermo immagine di una dimensione estranea all’umanità, tranne che per Sally.

La casa non era nascosta da alti alberi o irraggiungibile, stava lì, al centro di un tappeto d’erba morbida che l’abbracciava come fosse un prezioso gioiello. Tutti potevano vederla ma mai nessuno al di fuori di Sally le aveva prestato attenzione: gli occhi della gente scorrevano su quella casa come su una vecchia pratica in mezzo a una risma, come fosse nulla. Per Sally era una delle cose più importanti che animavano la sua silenziosa e per tutti insignificante vita. Chissà cosa vedeva coi suoi occhi in quella casa… Quanto avrei voluto vedere coi suoi anche per un secondo solo… Ne sarebbe valso mille.

 Forse vedeva fiori nascere dal tetto e cinguettii sommessi di una nuova nascita e forse foglie di mille colori crescerle dalla testa con frutti carnosi appesi ai rami; e donne leggiadre e danzanti in abiti di seta rosa e ghirlande tra i lunghi capelli. Forse sentiva musica, tanta dolce e festosa musica di stelle suonare da un vecchio giradischi dentro la casa.

Io, coi miei stanchi, vecchi occhi di cenere, vedo solo una casa in rovina, un ricordo spoglio e triste del passato di qualcun altro; forse m’incute persino una leggera paura tutto quel mare muto, così profondo e sconosciuto. Sally vedeva ciò che io non vidi mai nella mia vita e che probabilmente è negato anche ai tuoi occhi di lettore.

La sottile bellezza di un albero che lancia i suoi rami verso il cielo tanto da toccarlo quasi e l’incanto di quello stesso cielo che sembra vuoto ma non lo è e “chissà cosa nasconde dietro quella tenda turchina” si chiedeva Sally dietro quegli invidiati occhi. Lei vedeva questo e altro, e di ciò viveva e si nutriva come la gente vive per il lavoro e grazie ad esso si nutre: stessa operazione, coefficienti diversi.

Spero che qualcuno di voi incontri la mia Sally un giorno e si innamori degli straordinari e puri occhi della sua anima e si vesta dei suoi sogni impalpabili come del miglior vestito sgualcito.

 

Sara Belletti


Ci sfioriamo appena

Ogni giorno siamo circondati da una marea di persone. Amici, conoscenti, colleghi o famigliari sono le persone vicine. Gli sconosciuti sull’autobus, la ragazza carina per strada o il postino sono estranei.
Le persone vicine (o per usare un sinonimo, gli amici) sono coloro che conosciamo e che ci conoscono.
Gli estranei sono coloro che non sanno nulla di noi, e dei quali non ci interessiamo minimamente.

Il mare delle nostre relazioni è generalmente vasto, composto di conoscenze più o meno importanti, ma sempre conoscenze sono. Noi conosciamo delle persone, quindi vorrebbe dire che sappiamo come sono fatte, cosa gli piace, cosa sognano, di cosa hanno paura. E poiché queste sono persone importanti e fidate, ovviamente anche loro sanno chi siamo noi.
Adesso potremmo fare un gioco: facciamo una bella lista mentale delle persone che conosciamo e ordiniamole in base all’importanza che hanno nelle nostre vite. Così, senza scrupoli, senza pensare che “non si fa” perché le persone non si ordinano e varie. L’ho detto, è un passatempo.

Però adesso mi chiedo: se invece di usare l’importanza usassimo come metro di classificazione la profondità? E non la profondità della relazione, la ma profondità della conoscenza che noi abbiamo dell’altra persona.
Prendiamo venti persone che ogni giorno si confrontano con noi, con le quali siamo a stretto contatto. Iniziamo da quelli con cui ci troviamo bene: quindici su venti. Poi scegliamo quelli che consideriamo amici, dieci su venti. Prendiamo quelli che consideriamo buoni amici: cinque su venti.
Adesso selezioniamo quelli che, se dovessimo pensare a cosa regalargli per il compleanno, non avremmo assolutamente dubbi, perché li conosceremmo così bene che impiegheremmo non più di qualche minuto per pensarci. Quanti sarebbero? Uno, toh, due al massimo. Sui venti di partenza. Eh, ma cosa vuoi, potreste dire, una persona la conosci bene anche se non sai che regalo farle. Bè, nessun problema, dico io. Sapreste dirmi per cosa il vostro tale amico si arrabbierebbe di più? O cos’è che lo lascerebbe senza fiato dalla gioia? O quello che avrebbe sempre desiderato essere? Il colore dei suoi occhi?
Senza dubbio non avreste esitazioni nel dire quale musica gli piace o il suo piatto preferito. Sta bene? Ma sì dai, l’avete visto in forma.
Questi buoni amici, quanto saprebbero di voi? Teoricamente tanto, insomma, condividete un’amicizia da tempo, magari da anni. Ma se vi trovaste nel baratro, chi chiamereste? Dubito che si avrebbe l’impressione di avere l’imbarazzo della scelta. Dubito anche che chiamereste qualcuno.

Questa cosa non vale per quando siete felici, al contrario: la gioia è tanto bella quanto facile da condividere, anzi, è smaniosa di essere messa in mostra. Ma con il baratro non c’entra niente.
Qui si parla di quando vi sentite perduti, senza via d’uscita. Si parla di quando il vostro sguardo è sbarrato e fisso nel vuoto. Si parla di quando l’entità dei problemi che vi sentite addosso vi fa annaspare. Se aveste la fortuna di poter chiedere aiuto a qualcuno, sarebbero molti i candidati? E, una volta trovata la persona giusta, qui vi voglio: avreste il coraggio e la forza di aprire completamente voi stessi per farvi aiutare?

Questo è il punto. Vogliamo sempre essere circondati da persone vere, da “veri amici”, da persone che ti conoscono sul serio e che ci sono nel momento del bisogno, coloro che non vi tradirebbero mai… ma quando il bisogno è impellente e immane, è proprio lì che noi ci chiudiamo. Ci serriamo, totalmente: non ce la facciamo.
Non possiamo dare agli altri la possibilità di guardarci dentro, di vedere chi siamo realmente. Non capirebbero, oppure sfrutterebbero la nostra vulnerabilità, chi lo sa. Fatto sta che tutta la fiducia che doniamo e che ricerchiamo a nostra volta va letteralmente a ramengo, perché siamo talmente terrorizzati dal far toccare le nostre anime che rifiutiamo il contatto vero e sincero, accontentandoci di sfiorarci appena. D’altra parte permettere ad un esterno di conoscerci per come siamo veramente lascerebbe fuggire quelle poche persone rimaste dal conteggio iniziale. Siamo tanto bravi ad analizzare noi stessi, e poi quando è il momento di comprendere la follia degli altri, o di abbracciare l’immensità di sogni che non sono i nostri, allora cominciamo a pensare “io, io, IO” e l’essenza di un rapporto svanisce.

Non voglio dire che non sia possibile qualcosa di più oltre al semplice sfiorarci, anzi: fortunatamente esistono ancora quei rapporti in cui basta guardarsi negli occhi per capire cosa sta pensando l’altro. Dico però che questi rapporti sono una stretta minoranza, e mi sembrano sempre più rari. La cosa mi intristisce, perché penso che per quanto sia difficile aprirsi agli altri, nel momento in cui si riesce a farlo vuol dire che abbiamo realizzato il concetto di fiducia; penso anche che la difficoltà dell’avere rapporti veri e profondi derivi da una mancanza di interesse per una persona diversa da noi, appunto il pensieri fisso “Io” schiaccia tutto il resto, impedendoci di provare curiosità per gli altri, quella curiosità che sola può portarci a una conoscenza reale e interessata dei nostri cosiddetti amici.

Penso che questa curiosità ci stia chiamando da tempo.. La sentite?

 

Valentina Camac


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