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RED WOMAN BLUES – (4/4) chitarra, voce, vodka e rimpianti

Eddy inseguiva le note, come chi cerca un bar aperto alle 4 di mattina: la foga dell’ultimo bicchiere sulle labbra secche, mentre il nuovo giorno nasce in un’alba sbronza e perduta.

La prima nota sembra scavare nel passato. Un ricordo sommerso che esplode appena lei comincia a cantare. Aveva accordato la chitarra in Re, per adeguare quel suono triste alla sua voce roca. Riconosco subito le parole di “Blind” Willie Johnson: Dark was the night. Un pezzo degli anni ‘20 cantato da una ragazza di vent’anni, che forse nemmeno conosce l’incredibile storia di quella traccia. Sì, una traccia. Perché non è una semplice canzone. Quel pezzo viaggia tutt’ora nello spazio, inciso su un disco d’oro che contiene i suoni della Terra, messaggi in quasi tutte le lingue dell’uomo e canzoni, dentro al Voyager spedito verso i limiti dell’Universo conosciuto nel 1977. Una comunicazione con esseri extraterrestri. Come se loro fossero interessati a conoscerci.

Lei accarezza le corde con dita che sembrano spezzarsi ad ogni accordo. Ed io lì, tra tutti gli spettatori l’unico in piedi vicino al bar, a pregare che non succeda: perché ho bisogno di farmi del male e senza la sua voce non ci riuscirei. I suoi capelli sono troppo corti per quel viso, eppure la trovo bellissima; ma non sono lucido, visto che trovo buono anche questo pesantissimo black russian. Non esiste donna brutta, esiste solo poca vodka, diceva il mio amico Sergey, un ceceno con cui suonavo un milione di anni fa. Probabilmente l’ho chiesto apposta così carico al barman: un’altra scusa per sentirmi colpevole stasera. O forse mi è rimasta poca anima addosso. Tutto qui. Per fortuna lei attacca con l’assolo, e questo mi riporta al motivo per cui sono venuto stasera.

Sono in questo locale per ricordare il mio più grande errore. Prima di cancellare tutto quello che ho lasciato indietro. Lei è la somma di tutte le mie sconfitte. La matematica sensazione di un tutto che non esiste. E che mai avrò la possibilità di recuperare. Non in questa vita almeno. Il palco sembra una nuda schiena, su cui lei passeggia leggera. Vi è una strana nota lieta nella malinconia. E lei forse lo immagina, senza averlo mai capito veramente. Sua madre ha cantato le stesse canzoni. Ha fatto sobbalzare i cuori con le stesse movenze. Il mio, prima di quello di tutti gli altri.

Dopo mezz’ora scende dal palco e, anche se la sala è piena di persone che applaudono, non sento nessuno: perché la vita nasconde in sé un morbido blues, da piangere in solitudine. Si avvicina al bancone, schivando complimenti e sorrisi, fa un cenno al barista che le passa una pepsi. Mi metto al suo fianco, per osservarla per la prima volta da vicino. Siamo distanti un respiro. Sono poche le cose per cui ha davvero senso avere paura. E lei è una di quelle. Perché una donna del genere può portare un uomo alla follia.

“Troppo giovane per bere ma non per suonare”.

Lei si volta senza dire nulla, ma sono contento lo stesso: mi basta il suo sguardo su di me. Perché quegli occhi parlano una lingua che speri, un giorno, di poter capire. Ma non avrò il tempo per questo.

“Tua madre non ha mai amato il rosso. A te invece quei capelli stanno molto bene”.

Ho tutta la sua attenzione adesso. Inarca il sopracciglio destro esattamente come faceva sua madre, le poche volte che qualcuno riusciva a sorprenderla. Si somigliano proprio come due minuti dello stesso quarto d’ora.

“Chi sei?”

“Non importa chi sono”.

“E cosa ci fai qui?”

“Suonavo con tua madre”.

“In tanti hanno suonato con lei”.

“Hai ragione. Per questo non è importante il mio nome”.

Ho strappato un sorriso. Molto di più di quello che mi merito. Prendo la sua mano e la avvicino alle mie labbra: un saluto fuori moda, lo so, ma non potevo andarmene senza rubare una parte di lei.

“Ora è tardi per me. E’ stato un piacere sentirti suonare”.

Eddy uscì dal locale e camminò verso il nuovo giorno, che non avrebbe vissuto mai. Alzò la testa e guardò la luna: giusto l’ultimo quarto, proprio il finale perfetto che aspettava. Pensò che probabilmente Dio non aveva il tempo per suonare, ma se l’avesse fatto sarebbe stato difficile stargli dietro. Però quanto si sarebbe divertito nel provarci. Arrivò sul ponte e scavalcò il parapetto senza fermarsi, senza nessun ripensamento. Chiuse gli occhi e si lanciò nel vuoto. Il suo ultimo pensiero fu per quella figlia che avrebbe potuto essere sua, se solo lo avesse voluto.

Morì con un buon sapore in bocca. Il suo.


Le rivelazioni di un intruso – Capitolo I (di Giorgio Borghi ed Eugenia Carro)

Le rivelazioni di un intruso (o due)

Capitolo 1. Al principio era ruggine

06-05-2012 ore 19 circa
Oggi siamo in due ad essere intrusi, il cielo è di piombo bianco ma la nostra smania basta e avanza per metterlo a tacere, o quantomeno basta ad impedirgli di uccidere la nostra curiosità e di estinguere i nostri pensieri. Come da copione al cielo di piombo bianco segue quasi necessariamente il fatto che è pure domenica, ma la ruggine rovente che si staglia contro le nuvole ci riempie di inquietudine e d’euforia per il nostro essere intrusi, lì, in quel preciso momento. L’intrusione dura fino al tramonto. Un presentimento interrompe tutto. Un brutto presentimento. Andiamocene. Sì, l’ultima foto e andiamo. E così ce ne andiamo. Uno di noi scappa. L’altro asseconda amorevolmente le sensazioni del primo. Nemmeno due ore prima eravamo seduti al bar, al solito bar. Pensa che assurdità! Basta alzarsi e mettere un piede davanti all’altro per vedersi aprire davanti mondi cristallizzati nel loro muto abbandono, come questo. Basta alzarsi dalla sedia, alzarsi dal letto un po’ prima la mattina, cambiare strada per andare da A a B per capire che in realtà non si conosce niente della propria città. Ci si può ancora perdere, basta solo volerlo. Ci si può ancora stupire e spaventare senza bisogno di sognare Berlino. Le nostre intrusioni sono la prova che questa possibilità c’è ed è data a tutti quanti, basta aprire gli occhi e farsi prendere dalla smania di bambini, come quando si andava ad esplorare un nuovo angolo sconosciuto del giardino o del solaio. Delle nostre intrusioni avrete un resoconto breve ed essenziale, le fotografie e la garanzia che come dice la Vodafone è tutto intorno a voi, sotto i vostri piedi e dietro le vostre spalle, non al di fuori della provincia, insomma, basta solo aguzzare lo sguardo. Guardatevi bene intorno.


Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo VII

Ehi, sergente

 

Mi assegnano una branda, avrei bisogno di dormire ma è dura chiudere gli occhi e vedere la faccia di Giuseppe che si sovrappone a quella di mio padre: non ho potuto salutarli per l’ultima volta come avrebbero meritato. Non riesco a perdonarmi il fatto che il mio sergente sia morto per aiutarmi. E’ tutta colpa mia. Mi dico che è un brutto sogno e presto mi sveglierò; mi ritroverò a casa con la mia famiglia, con Salvatore. E Giuseppe non avrà bisogno di rischiare la vita per me.

Dicono che le informazioni che ho portato sono importantissime e con il telefono arrivano al nostro comando. Il comandante di Alleghe mi dice che mi assegnerà una macchina, con la quale farò ritorno dai miei compagni, e che sicuramente il generale Luigi Cadorna o uno dei suoi ufficiali mi darà un riconoscimento ed una licenza.

“Ma io non ho fatto niente, il merito va tutto al sergente Pavan. Solo grazie al suo sacrificio sono riuscito a fare ritorno”.

“Certo, però hai rischiato la vita anche tu, ed è questo che conta”.

“Sarà anche così ma non mi sembra giusto”.

Mi metto di nuovo la divisa, carico in macchina la roba di Giuseppe, e partiamo per la mia posizione sulle montagne. E’ una giornata nuvolosa, anzi sta proprio piovendo, ed è la prima volta in vita mia che salgo su una macchina.

In mezzo alla roba del sergente trovo la busta che gli aveva dato fra Mansueto: e adesso come fai Giuseppe a mantenere la tua promessa?  Come potrai leggerla nel gennaio del 1919?

Mi sistemo dietro e spero, durante il viaggio, di riuscire finalmente a dormire. Ne ho davvero bisogno. Sono in pensiero: cosa dirò hai miei compagni quando mi vedranno tornare da solo? Spero di trovare le parole giuste.

Ehi, sergente, ci sei? Rispondimi ti prego. Non puoi lasciarmi solo proprio adesso.  

Mi sveglio che siamo a Belluno, ci fermiamo a mangiare, piove ancora. Mentre gusto qualcosa di caldo penso che sono un soldato e non riesco ad accettare la morte di un compagno: speriamo che la guerra finisca in fretta, altrimenti sono proprio rovinato. Quando ripartiamo mi metto comodo e prendo la bibbia di mio padre. Si vede che è vissuta, che è stata letta dall’inizio alla fine. All’interno trovo una mia foto, non mi ricordavo della sua esistenza. La accarezzo con dolcezza, è consumata: chissà quante volte l’ha guardata Salvatore ripensando a casa.

In fondo trovo le parole che lui ha scritto per noi.

 

Moglie, che sacrificio vi ho costretto ad accettare con la mia scelta. Mi mancate, lo stesso vale per i miei figli. Ora sono a Padova da dei frati, mi trattano bene; purtroppo non posso scrivervi, perché al mio arrivo ho mentito sulla mia provenienza ed ora, confessargli la mia bugia, m’imbarazzerebbe troppo. Per questo lascio queste parole su questa bibbia. Sono certo che un giorno le leggeremo assieme, e sorrideremo abbracciati sotto al nostro olmo. Ho pensato di restare ancora lontano da voi un paio d’anni per lavorare. Non qui però, perché non hanno tante disponibilità di denari. Dopo vedrete che le cose andranno meglio, non mi allontanerò più dalla mia casa: quando vedo le altre famiglie a tavola, o in chiesa, nella quotidianità, mi si stringe il cuore pensando a cosa ho lasciato indietro. Forse hanno fatto meglio i miei paesani che sono partiti con tutta la famiglia.

A mio figlio Pietro dico che ho voglia di insegnargli tante cose ed ho voglia di riportarlo al mare. Quando sarà grande deve trovarsi da lavorare vicino alla famiglia e non allontanarsi mai dai figli.

E al figlio che non ho mai conosciuto dico questo: spero di avere tanto tempo per farmi perdonare.

Salvatore

 

Quando arriviamo a Vittorio Veneto, è sera. Mangio in fretta. Sono attorniato da alcuni ufficiali che vorrebbero sapere i particolari della mia missione, si congratulano con me, ma questo non mi aiuta. Mi fa sentire ancor più in colpa, così mi ritiro, dicendo che sono stanco.

La mattina dopo c’è il sole ed è finalmente una bella giornata. Partiamo subito e mi accorgo, per la prima volta, che non ho mai rivolto la parola al soldato che guida l’automobile.

“Scusa se ieri non ti ho detto niente. Devi sapere che è morto il mio sergente ed io mi sento in colpa. Sono il soldato Marra Pietro, tu come ti chiami?”

“Autiere Perego Davide e vengo da Giulino di Mezzegra. Prima che me lo chiedi ti dico che è sul lago di Como. Non preoccuparti per ieri, sapevo cosa ti era successo”.

Il viaggio scorre meglio perché parliamo, lui del suo paese ed io del fronte. Ci fermiamo a mangiare e a fare benzina in un campo militare grandissimo di cui non ricordo nemmeno il nome. Alla sera arriviamo a Bassano del Grappa, dove ci fermiamo per dormire.

Quando ripartiamo apro la bibbia di mio padre e, accarezzando il suo nome presente nella dedica, ho la sensazione che sotto ci sia qualcosa: sembra che la copertina sia troppo gonfia, e anche l’altra è uguale. Incuriosito prendo il coltello di Salvatore e faccio un’incisione nel punto dove la copertina finisce ed iniziano le pagine. Dal varco che si è creato escono delle banconote. Mi torna in mente suor Elena dalla chiesa del santo Salvatore: questa deve essere opera sua. Pensa padre, i tuoi averi non ti erano stati rubati, perlomeno non questi; immagino che ce ne siano anche nell’altra copertina. Però io ci rinuncerei pur di riaverti vivo con noi.

La mamma diceva sempre che le persone sono più importanti delle cose, ora capisco che aveva ragione. Come sempre d’altronde.

Questa bibbia è piena di sorprese: faccio scorrere le pagine e ne trovo due con delle pieghe, con alcune righe segnate a matita. Forse a Salvatore erano piaciute.

 

Mt 6,19 – Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

2 Ts 3,6 – Vi ordiniamo pertanto fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.

 

Queste parole mi fanno ripensare a molti degli episodi vissuti da mio padre nei suoi viaggi. In fondo Salvatore mi hai insegnato molte cose, anche se non hai avuto il tempo di farlo di persona.

Questa volta la salita del Cengio, per l’altopiano dove comincia la strada per arrivare alla mia posizione, me la faccio in macchina. Non so ancora come dire ai miei compagni che il nostro sergente non c’è più: non esistono parole per raccontare un così grande dolore. Arrivati al comando saluto Davide, l’autista; il tenente, appena mi vede, si congratula con me e mi dice che avrò la Croce di Guerra ed una licenza.

Prendo il sentiero per tornare dai miei compagni. Cammino piano, perché non riesco a guardare questa valle senza pensare a Giuseppe.

Il 24 maggio del 1915, con il primo colpo di cannone sparato dal forte Verona sull’altopiano di Asiago, l’Italia dichiara guerra all’Austria ed entra nella prima guerra mondiale. Poi… 

 

Due giorni a gennaio

 

Prima guerra mondiale

Militari morti: quasi 10 milioni

Militari feriti: più di 20 milioni

Militari dispersi: quasi 8 milioni

Civili morti: quasi 7 milioni

 

Il mio sergente, Giuseppe Pavan, è stato il primo di questa vergognosa e lunghissima lista.

Ehi, Giuseppe, ci sei? Ehi, sergente, ovunque tu sia, ti voglio bene. A te che piaceva percorrere strade e sentieri ti dico: fai buon viaggio. Sappi che ora che la guerra è finita andrò a visitare i posti che mi hai raccontato. Voglio proprio vedere se sono veramente così belli come dicevi. Porterò il tuo saluto alle genti di quelle valli e mi auguro che tu possa sentire ancora la magia della campana di San Giacomo.

Ora che avete letto i numeri delle persone morte, ferite e disperse, vi chiedo, nel rispetto delle loro vite, di leggere ed ascoltare cosa diceva sempre mia madre: ci sono cose per cui sono disposta a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposta ad uccidere.

Non è facile, anzi è molto difficile, ma se tutti la pensassero come lei sicuramente non ci sarebbero più guerre.

Quando ero piccolo lei mi raccontava una storia e solo ora ho capito il suo vero significato.

Faceva più o meno così: immagina un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole ma si è indebolita e non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce semplicemente morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua troppo calda, avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone, e si sarebbe salvata.

Queste parole mostrano che, quando un cambiamento avviene in maniera sufficientemente lenta, sfugge alla coscienza e non suscita per la maggior parte del tempo nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Se guardiamo ciò che è successo nei nostri paesi nell’ultimo decennio, ci accorgiamo che abbiamo subito una lenta deriva alla quale ci siamo abituati. Un sacco di cose che ci avrebbero fatto orrore, a poco a poco sono diventate banali e ora ci disturbano solo leggermente, o ci lasciano semplicemente indifferenti. Per questo siamo sprofondati in una guerra, dalla quale non ne è uscito nessun vincitore. 

 

Ritornando a Pieve

 

Sergente oggi è il 5 gennaio del 1919. La guerra è finita da quasi due mesi: non mi chiedere chi ha vinto, me ne vergogno. Sono ritornato in Sardegna a prendere mia madre, Angela e Turi, che ora sono qui con me. Siamo passati da Ca’ di Sola e Dalmine per portare le condoglianze alle famiglie di Damiano Bertozzi e Giulio Bertoni.  Non ce l’hanno fatta purtroppo.

Ora sono nel cimitero della chiesa di Pieve, con don Bof. Non sono riuscito a trovare dove ti hanno seppellito ma forse è meglio così: tu eri uno spirito libero e questo cimitero è troppo piccolo per racchiudere tutti i racconti che avevi dentro. Il parroco ha acconsentito affinché io metta, a fianco della tomba di mio padre, una targa in legno sulla quale ho fatto incidere:

 

Sergente Giuseppe Pavan, figlio di Alfonso e Armida

1887 – 1914

Morto perché amava troppo le sue montagne e gli amici

 

Mentre mia madre pulisce la tomba di suo marito, Turi mi porge la tua  Croce di Guerra. Pensa che a me, che non ho fatto niente e sono ancora vivo, ne hanno data una uguale. La stringo con forza tra le dita poi la conficco sulla targa, in prossimità del tuo nome.

Chiunque, nel passare dalla chiesa di Pieve di Livinallongo di Col di Lana, può venire a fare un saluto a mio padre e al mio sergente: non sono diventati eroi per come sono morti, lo sono stati per come hanno vissuto.

Non ho ancora finito sergente. Ricordi la lettera che ti aveva dato fra Mansueto? Ebbene io l’ho presa con me ed ora la apriamo insieme.

 

Lettera di un padre al proprio figlio.

Se un giorno, quando sarò vecchio, mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi da solo abbi pazienza: ricorda il tempo che ho passato ad insegnartelo.

Se quando parlo ripeto sempre le stesse cose, anche se sono senza senso, non interrompermi. Ascoltami invece. Quando tu eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa favola finché non ti addormentavi sereno.
Se non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare: ricorda di quando dovevo correrti dietro, inventando delle scuse perché non volevi farlo tu.

Se non riuscirò a parlare correttamente dammi il tempo necessario per finire i miei pensieri e non guardarmi con un sorrisetto ironico: ho avuto tutta la pazienza del mondo per insegnarti l’abc.

Se ad un certo punto perderò il filo del discorso dammi il tempo necessario per ricordare e, se non ci riuscirò, non t’innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te, di averti lì che mi ascolti.
Se le mie gambe stanche non mi consentiranno di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso: vieni verso di me con le tue braccia forti, nel modo in cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.
Se dirò che preferirei morire piuttosto che vivere piegato dai dolori e dai ricordi non arrabbiarti: un giorno comprenderai che cosa mi spingerà a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.

Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te e che ho tentato di spianarti la strada.

Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza. Dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui l’ho fatto per te.
Aiutami a camminare e mangiare, aiutami a finire i miei giorni con serenità: in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.

Ti amo figlio mio. Ti ho amato ancora prima che tu nascessi e, se saprai ascoltare, sentirai il mio amore per te anche quando non ci sarò più.

Sergente, ora avete mantenuto un giuramento: fra Mansueto aveva una buona calligrafia ed un cuore grande, per aver trascritto queste parole per voi.

Ora vado a Padova dal maresciallo Basso. Mi ha scritto che forse ci sono dei signori che hanno bisogno di manodopera; chissà se la daranno anche a me, se gli dico che vengo dalla Sardegna.

Ho qui i loro nomi: Lancini, Calderoli e Borghezio.

 

 


Il crollo dei ricordi

Loredana cammina avanti e indietro da quando hanno cominciato i lavori. Nonostante il caldo soffocante, che spinge gli altri inquilini a ripararsi all’ombra del castagno in fondo alla strada, continua ad andare. A testa bassa. Avanti, come una cantilena strascicata tra i denti per darsi la forza che non crede di avere più, indietro, per non abbandonare quelle mura che ha chiamato casa per quarant’anni. Alza la testa solo quando il rumore dei crolli diventa più forte: un attimo prima che la ruspa si fermi per un momento, per riprendere poi con una nuova sezione dell’edificio.

Quattro piani, dodici famiglie.

La notte del primo terremoto si sono ritrovati tutti in strada, chi in pigiama chi in tuta, spaventati da quel boato che sembrava non finire mai. Le mamme tenevano i figli per mano, qualcuna in braccio, mentre i padri parlavano tra loro concitati. Loredana era stata l’ultima ad uscire: non che avesse il sonno pesante, e nemmeno perché era la più anziana del condominio. Semplicemente non voleva farsi vedere in vestaglia da nessuno. Da nessuno che non fosse il suo Mario. Suo marito. E così si era presa il tempo necessario per cambiarsi: spaventata come solo durante la Guerra quando almeno, prima dell’arrivo dei bombardamenti, il parroco aveva il buon senso di suonare le campane per avvisare tutti dell’imminente pericolo. Invece questa volta nessuna campana e nessun avviso. Soltanto paura e senso d’impotenza.

Da quel 20 maggio nessuno è più potuto entrare nel proprio appartamento. Troppo pericoloso, hanno detto. A vederla da fuori sembra avere bisogno soltanto di qualche lavoro di recupero, certo alcune crepe sono davvero brutte, ma non pare molto diversa rispetto alle altre case della stessa strada. Ma a guardarla bene c’è un particolare che salta agli occhi: per accedere all’ingresso si dovevano fare cinque scalini, ed ora gli ultimi due sono diventati inutili. La casa si è abbassata di venti centimetri. L’edificio è letteralmente sprofondato sulle colonne scoppiate. L’inquilino del terzo piano ha cercato di sdrammatizzare dicendo che finalmente avrebbe fatto meno fatica a portare su la spesa, generando risate e sorrisi. I primi di quella triste giornata. Loredana non ha riso. Lei, che continua a rispettare il suo turno di pulizia delle scale nonostante gli acciacchi dell’età, non riesce a sorridere pensando a quei due gradini che hanno perso la loro primaria funzione. Lei, che con il suo Mario aveva scelto il quarto piano per la vista che si aveva su tutto il paese, non voleva accettare di ridere davanti a quei due gradini protesi verso il nulla. Li aveva utilizzati così tante volte, certo il passo era cambiato molto in quarant’anni, che erano ormai parte di lei e non solo della casa. Erano stati il momento delle partenze e dei ritorni, il punto in cui stringersi per bene nel cappotto prima di uscire sotto la pioggia, il riparo dalla calura estiva seduta su di essi assieme al suo Mario.

Mario.

Sono passati quasi dieci anni da quando è morto, eppure Loredana non ha dimenticato nulla della loro vita assieme. Nemmeno degli ultimi due anni in cui il tumore l’ha prima consumato e poi se l’è portato via. All’inizio hanno tentato ogni possibile cura, ma con il tempo era diventato fin troppo chiaro che era tutto inutile. E così Mario, un giorno, davanti alle nuove terapie prospettate dal loro dottore, aveva semplicemente detto basta. Non era un uomo di molte parole, per questo Loredana sapeva che quando parlava non era possibile fargli cambiare idea. Nei mesi successivi continuarono ad uscire, per le loro solite passeggiate, ma ogni volta facevano sempre meno strada rispetto alla precedente. Un pomeriggio, dopo aver disceso faticosamente le scale, si era fermato sul primo gradino esterno e, mentre Loredana allungava una mano per aiutarlo a scendere in strada, aveva detto qualcosa che però lei non aveva capito. Così Loredana si era avvicinata, salendo fino al secondo gradino, per sentire quello che suo marito voleva dirle. Mario tolse lentamente una mano dalla tasca e, accarezzandole il viso, disse semplicemente basta. Quella notte Loredana si sdraiò per l’ultima volta accanto a suo marito, ma non dormì nemmeno per un momento: perché ci sono cose per cui non servono ne campane ne avvisi.

Per questo oggi Loredana non guarda quella casa, quei gradini, con gli stessi occhi degli altri inquilini. Per questo continua a camminare. Avanti e indietro. Ripercorrendo in pochi passi una vita intera.

a Dino, che mi mancherà

a tutte le Loredana della bassa, i gradini su cui ricostruire nuovi e splendidi ricordi


Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo VI

Ricordando Alfonso

 ”Ehi, Pietro, ci sei?”

“Ehi, sergente. Ci sono”.

Al mattino sveglia presto. Nello zaino mettiamo dei vestiti civili, salutiamo i compagni, poi giù al comando. Mentre scendiamo si fa giorno, mi sento euforico e lo è anche Giuseppe.

Quando arriviamo il tenente ci saluta con una stretta di mano poi ci indica un camion del 39° che ci porterà prima ad Asiago poi a Bassano del Grappa.

Mentre andiamo il sergente mi parla del suo paese: Pieve.

“Visto che la strada è lunga, vorrei raccontarti qualcosa di casa mia. Si trova nell’Impero austriaco, precisamente nel Tirolo; è un paese con una chiesa e quattro case, ai piedi della Marmolada. Il suo nome è Pieve di Livinallongo di Col di Lana. Poi, un qualche buontempone, molti anni fa si è divertito a far risaltare ancor di più il fatto che è un piccolissimo paese con un nome troppo lungo ed ha aggiunto un’ultima parte. Così, se vuoi mandarmi una cartolina devi scrivere: Pieve di Livinallongo di Col di Lana della Rocchetta di sotto”.

Sono proprio matti qui in continente, penso, ma non faccio in tempo a dirlo che Giuseppe riprende il suo racconto.

“Io sono nato in una malga di quelle parti, nel 1887. Anche mio padre Alfonso è nato lì, nel 1860; e quando non lavorava nella malga, faceva il contrabbandiere. Perché quando vivi vicino al confine diventa normale portare merci da una parte all’altra e vendere alla gente quello che ti viene richiesto. Pieve è nella parte Austro-ungarica e il nostro cognome viene da Belluno. Quando alcuni anni fa i rapporti con l’Italia si sono fatti più tesi abbiamo lasciato le nostre cose e, attraversato il confine, ci siamo sistemati vicino ad Alleghe”.

“Sergente, che cosa contrabbandava suo padre?”

“Di tutto: dalle sigarette alle armi, dalle medicine agli oggetti d’arte”.

“E quando è morto avete continuato voi?”

“Sì, però i tempi sono cambiati. Ultimamente il confine è più presidiato, per questo è diventato più difficile non farsi prendere”.

“Siete fortunato sergente, perché avete dei ricordi di vostro padre. Io, del mio come sapete, non ne ho molti visto che ero molto piccolo quando è partito”.

“Una cosa che mi piace ricordare è quando sono stato abbastanza grande per seguirlo nei suoi traffici. Erano viaggi lunghi, che attraversano molti paesi, e che duravano anche due o tre mesi. In quelle occasioni caricavamo sul carro formaggio, marmellate e prodotti e utensili che mio padre faceva lavorando il legno”.

“Ma allora era anche un artigiano?”

“Devi sapere che in montagna gli inverni sono davvero lunghi e si rimane bloccati nelle case per mesi, per questo chi sa lavorare il legno costruisce oggetti da vendere nella bella stagione”.

“Adesso ho capito”.

“Come ti dicevo, caricavamo il nostro carro, trainato da due cavalli che nei tratti piani mio padre mi lasciava cavalcare, e partivamo. Dove le salite erano ripide, in prossimità dei passi, noi ce la facevamo a piedi per non dare altro peso alle bestie. Essendo una regione con montagne molto alte, alle prime nevicate i passi sono chiusi, per questo i viaggi si facevano d’estate; passavamo per molte valli e tanti paesi. In questi viaggi c’era una consuetudine: Alfonso si fermava ad Ortisei, e da degli artisti che lavoravano il legno, acquistava degli oggetti di arte sacra da portare al santuario di san Romedio, vicino a Bolzano. Si fermava là anche per pregare in una chiesina, quella di San Giacomo. E perché tu capisca il motivo, ti racconterò una storia. Devi sapere che il Trentino è una regione soggetta a mutamenti climatici molto violenti: pioggia, neve, vento e tempeste; di conseguenza, per via dell’altitudine su cui si trova la maggior parte dei paesi, vi è un grande rischio di essere colpiti dai fulmini. Quando avvenivano episodi tragici, si credeva con grande facilità che la causa era il diavolo stesso che, per qualche segreto motivo, aveva colpito la tal casa piuttosto che un’altra. Era uso combattere il temporale con le campane che prontamente il parroco faceva suonare, per scacciare col suono benedetto il demonio. L’intervento dei preti in situazioni soprannaturali, dove la forza umana non poteva far nulla, era molto richiesto e, oltre i temporali, gli ecclesiastici dovevano correre anche dietro ad altre calamità naturali, quali frane ed inondazioni. La campana per questo era un simbolo importante, sacro, considerato fondamentale anche nella difesa dei castelli.

Ti dico questo perché la chiesa fu costruita da una nobile famiglia, in occasione di un voto che il conte di allora fece nel caso gli fosse nato un figlio maschio. Così accadde e, dopo essersi recato a Santiago de Compostela, al ritorno fece costruire l’edificio sacro. La campana riecheggia ancora oggi, tra le fronde di una valle silenziosa, difendendola come un tempo perché la magia non si è mai esaurita. E la chiesa è dedicata a San Giacomo, protettore dei pellegrini e dei viandanti: ecco perché mio padre si fermava sempre a pregare in quel luogo. Da lì il nostro viaggio proseguiva fino a Bolzano poi, più a sud, verso la val di Non e, in una gola molto stretta, seguendo un sentiero poco più grande del carro che ci trasportava, si arrivava a San Romedio. Quello di san Romedio è certamente uno dei santuari più caratteristici e visitati della regione, è meta di molti pellegrinaggi. Emana un’aura di solennità e mistero, forse per l’incredibile posizione al centro di una profonda e selvaggia forra, in cima ad un picco roccioso alto quasi 100 metri. Alfonso, mio padre, faceva dei buoni affari con quei monaci: vendeva loro molta della nostra produzione di formaggi e insaccati e moltissimi oggetti di legno con raffigurazioni religiose, che poi sarebbero stati venduti ai pellegrini in visita. In alcune occasioni commissionavano perfino a mio padre delle statue di legno anche più grandi, da mettere nelle chiese”.

“Sergente, vedo che sapete parecchie cose su quei posti, immagino che vi siano piaciuti davvero tanto”.

“Piaciuti è dir poco. Questi sono i miei ricordi più belli dell’infanzia”.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo V

Ritorno al fronte

M’incammino verso la stazione, torno al fronte. Attendo il primo treno per Vicenza, oggi non ce ne sono più, così dormo su una panchina.

 

Tredicesimo giorno di licenza.

Quando arrivo alla stazione di Vicenza trovo molti soldati, tutti in attesa di essere caricati sui camion per raggiungere gli avamposti della guerra imminente. Partiamo molto lentamente, è una colonna lunghissima e non se ne vede la fine. Sono deluso: ho trovato tanto di Salvatore ma in sostanza sono in un vicolo cieco. Spero che, parlando con i miei compagni, almeno loro riescano a cogliere quello che a me è sfuggito. A Piovene Rocchette ci  fanno scendere per caricare roba pesante così noi dobbiamo continuare a piedi. La salita per il Cengio è durissima, con i camion che rendono la strada piena di buche e fango poi, quando siamo sull’altipiano, la marcia continua lenta. Passiamo i paesi di Tresche, Fondi e di Cavrari. Prima di Canove di Roana è buio ed io, con altri quattro soldati, mi metto a dormire in un ovile: che freddo, non me lo ricordavo più. Siamo stanchi e ci addormentiamo subito dopo aver mangiato delle gallette; non sono un granché, ma è l’unica cosa che abbiamo.

 

Ultimo giorno di licenza.

La mattina è una bella giornata di sole ed io riparto presto perché ho paura, anche se non sono lontano dalla nostra postazione, di non fare in tempo prima che mi si chiuda la licenza. Mi aspetta una marcia in mezzo al caos, al fango e a tanti altri soldati, su strade che improvvisamente sono chiuse per far passare camion o macchine con ufficiali. Finalmente, prima che faccia buio, la voce di Olinto mi intima l’alt. Sono arrivato, sono di nuovo a casa. Mi abbraccia e mi chiede se la mia ricerca ha avuto successo. Faccio no con la testa e quasi piango; vado subito in branda ma non prima di aver salutato con un cenno negativo il sergente. Prima di addormentarmi mi rendo conto che ho le lacrime che bagnano il cuscino. Mia madre diceva sempre: il mondo è pieno di sofferenza, ma è anche pieno di persone che le hanno superate. Mi addormento pensando a lei e a casa.

La mattina solita sveglia alle cinque, c’è freddo, ed il caffè è cattivo. Restituisco i soldi che non ho speso ma i miei compagni presenti nel rifugio decidono che faremo una gran mangiata e una bevuta appena ritrovato Salvatore. Mi viene da ridere, voglio bene a tutti loro e con questo pensiero vado a fare il mio turno di guardia. La giornata è bellissima, c’è il sole e la vallata è piena di soldati. Mentre sono mancato sono aumentate le trincee, i cannoni. Un silenzio irreale viene rotto da una campana lontana. I fuochi da campo svelano che anche il nemico fa colazione. Ho la compagnia di due corvi.

Nel pomeriggio siamo tutti al caldo nel rifugio, sono sulla branda con i miei pensieri ed i compagni sono in silenzio: sembra che aspettino qualcosa da me. La mamma diceva sempre che chi non comprende il tuo silenzio, probabilmente non capirà nemmeno le tue parole

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

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Mostradamus (di Francesco Tassi)

francesco tassi fumetto


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