Ehi, sergente
Mi assegnano una branda, avrei bisogno di dormire ma è dura chiudere gli occhi e vedere la faccia di Giuseppe che si sovrappone a quella di mio padre: non ho potuto salutarli per l’ultima volta come avrebbero meritato. Non riesco a perdonarmi il fatto che il mio sergente sia morto per aiutarmi. E’ tutta colpa mia. Mi dico che è un brutto sogno e presto mi sveglierò; mi ritroverò a casa con la mia famiglia, con Salvatore. E Giuseppe non avrà bisogno di rischiare la vita per me.
Dicono che le informazioni che ho portato sono importantissime e con il telefono arrivano al nostro comando. Il comandante di Alleghe mi dice che mi assegnerà una macchina, con la quale farò ritorno dai miei compagni, e che sicuramente il generale Luigi Cadorna o uno dei suoi ufficiali mi darà un riconoscimento ed una licenza.
“Ma io non ho fatto niente, il merito va tutto al sergente Pavan. Solo grazie al suo sacrificio sono riuscito a fare ritorno”.
“Certo, però hai rischiato la vita anche tu, ed è questo che conta”.
“Sarà anche così ma non mi sembra giusto”.
Mi metto di nuovo la divisa, carico in macchina la roba di Giuseppe, e partiamo per la mia posizione sulle montagne. E’ una giornata nuvolosa, anzi sta proprio piovendo, ed è la prima volta in vita mia che salgo su una macchina.
In mezzo alla roba del sergente trovo la busta che gli aveva dato fra Mansueto: e adesso come fai Giuseppe a mantenere la tua promessa? Come potrai leggerla nel gennaio del 1919?
Mi sistemo dietro e spero, durante il viaggio, di riuscire finalmente a dormire. Ne ho davvero bisogno. Sono in pensiero: cosa dirò hai miei compagni quando mi vedranno tornare da solo? Spero di trovare le parole giuste.
Ehi, sergente, ci sei? Rispondimi ti prego. Non puoi lasciarmi solo proprio adesso.
Mi sveglio che siamo a Belluno, ci fermiamo a mangiare, piove ancora. Mentre gusto qualcosa di caldo penso che sono un soldato e non riesco ad accettare la morte di un compagno: speriamo che la guerra finisca in fretta, altrimenti sono proprio rovinato. Quando ripartiamo mi metto comodo e prendo la bibbia di mio padre. Si vede che è vissuta, che è stata letta dall’inizio alla fine. All’interno trovo una mia foto, non mi ricordavo della sua esistenza. La accarezzo con dolcezza, è consumata: chissà quante volte l’ha guardata Salvatore ripensando a casa.
In fondo trovo le parole che lui ha scritto per noi.
Moglie, che sacrificio vi ho costretto ad accettare con la mia scelta. Mi mancate, lo stesso vale per i miei figli. Ora sono a Padova da dei frati, mi trattano bene; purtroppo non posso scrivervi, perché al mio arrivo ho mentito sulla mia provenienza ed ora, confessargli la mia bugia, m’imbarazzerebbe troppo. Per questo lascio queste parole su questa bibbia. Sono certo che un giorno le leggeremo assieme, e sorrideremo abbracciati sotto al nostro olmo. Ho pensato di restare ancora lontano da voi un paio d’anni per lavorare. Non qui però, perché non hanno tante disponibilità di denari. Dopo vedrete che le cose andranno meglio, non mi allontanerò più dalla mia casa: quando vedo le altre famiglie a tavola, o in chiesa, nella quotidianità, mi si stringe il cuore pensando a cosa ho lasciato indietro. Forse hanno fatto meglio i miei paesani che sono partiti con tutta la famiglia.
A mio figlio Pietro dico che ho voglia di insegnargli tante cose ed ho voglia di riportarlo al mare. Quando sarà grande deve trovarsi da lavorare vicino alla famiglia e non allontanarsi mai dai figli.
E al figlio che non ho mai conosciuto dico questo: spero di avere tanto tempo per farmi perdonare.
Salvatore
Quando arriviamo a Vittorio Veneto, è sera. Mangio in fretta. Sono attorniato da alcuni ufficiali che vorrebbero sapere i particolari della mia missione, si congratulano con me, ma questo non mi aiuta. Mi fa sentire ancor più in colpa, così mi ritiro, dicendo che sono stanco.
La mattina dopo c’è il sole ed è finalmente una bella giornata. Partiamo subito e mi accorgo, per la prima volta, che non ho mai rivolto la parola al soldato che guida l’automobile.
“Scusa se ieri non ti ho detto niente. Devi sapere che è morto il mio sergente ed io mi sento in colpa. Sono il soldato Marra Pietro, tu come ti chiami?”
“Autiere Perego Davide e vengo da Giulino di Mezzegra. Prima che me lo chiedi ti dico che è sul lago di Como. Non preoccuparti per ieri, sapevo cosa ti era successo”.
Il viaggio scorre meglio perché parliamo, lui del suo paese ed io del fronte. Ci fermiamo a mangiare e a fare benzina in un campo militare grandissimo di cui non ricordo nemmeno il nome. Alla sera arriviamo a Bassano del Grappa, dove ci fermiamo per dormire.
Quando ripartiamo apro la bibbia di mio padre e, accarezzando il suo nome presente nella dedica, ho la sensazione che sotto ci sia qualcosa: sembra che la copertina sia troppo gonfia, e anche l’altra è uguale. Incuriosito prendo il coltello di Salvatore e faccio un’incisione nel punto dove la copertina finisce ed iniziano le pagine. Dal varco che si è creato escono delle banconote. Mi torna in mente suor Elena dalla chiesa del santo Salvatore: questa deve essere opera sua. Pensa padre, i tuoi averi non ti erano stati rubati, perlomeno non questi; immagino che ce ne siano anche nell’altra copertina. Però io ci rinuncerei pur di riaverti vivo con noi.
La mamma diceva sempre che le persone sono più importanti delle cose, ora capisco che aveva ragione. Come sempre d’altronde.
Questa bibbia è piena di sorprese: faccio scorrere le pagine e ne trovo due con delle pieghe, con alcune righe segnate a matita. Forse a Salvatore erano piaciute.
Mt 6,19 – Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
2 Ts 3,6 – Vi ordiniamo pertanto fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.
Queste parole mi fanno ripensare a molti degli episodi vissuti da mio padre nei suoi viaggi. In fondo Salvatore mi hai insegnato molte cose, anche se non hai avuto il tempo di farlo di persona.
Questa volta la salita del Cengio, per l’altopiano dove comincia la strada per arrivare alla mia posizione, me la faccio in macchina. Non so ancora come dire ai miei compagni che il nostro sergente non c’è più: non esistono parole per raccontare un così grande dolore. Arrivati al comando saluto Davide, l’autista; il tenente, appena mi vede, si congratula con me e mi dice che avrò la Croce di Guerra ed una licenza.
Prendo il sentiero per tornare dai miei compagni. Cammino piano, perché non riesco a guardare questa valle senza pensare a Giuseppe.
Il 24 maggio del 1915, con il primo colpo di cannone sparato dal forte Verona sull’altopiano di Asiago, l’Italia dichiara guerra all’Austria ed entra nella prima guerra mondiale. Poi…
Due giorni a gennaio
Prima guerra mondiale
Militari morti: quasi 10 milioni
Militari feriti: più di 20 milioni
Militari dispersi: quasi 8 milioni
Civili morti: quasi 7 milioni
Il mio sergente, Giuseppe Pavan, è stato il primo di questa vergognosa e lunghissima lista.
Ehi, Giuseppe, ci sei? Ehi, sergente, ovunque tu sia, ti voglio bene. A te che piaceva percorrere strade e sentieri ti dico: fai buon viaggio. Sappi che ora che la guerra è finita andrò a visitare i posti che mi hai raccontato. Voglio proprio vedere se sono veramente così belli come dicevi. Porterò il tuo saluto alle genti di quelle valli e mi auguro che tu possa sentire ancora la magia della campana di San Giacomo.
Ora che avete letto i numeri delle persone morte, ferite e disperse, vi chiedo, nel rispetto delle loro vite, di leggere ed ascoltare cosa diceva sempre mia madre: ci sono cose per cui sono disposta a morire, ma non ce n’è nessuna per cui sarei disposta ad uccidere.
Non è facile, anzi è molto difficile, ma se tutti la pensassero come lei sicuramente non ci sarebbero più guerre.
Quando ero piccolo lei mi raccontava una storia e solo ora ho capito il suo vero significato.
Faceva più o meno così: immagina un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole ma si è indebolita e non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce semplicemente morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua troppo calda, avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone, e si sarebbe salvata.
Queste parole mostrano che, quando un cambiamento avviene in maniera sufficientemente lenta, sfugge alla coscienza e non suscita per la maggior parte del tempo nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Se guardiamo ciò che è successo nei nostri paesi nell’ultimo decennio, ci accorgiamo che abbiamo subito una lenta deriva alla quale ci siamo abituati. Un sacco di cose che ci avrebbero fatto orrore, a poco a poco sono diventate banali e ora ci disturbano solo leggermente, o ci lasciano semplicemente indifferenti. Per questo siamo sprofondati in una guerra, dalla quale non ne è uscito nessun vincitore.
Ritornando a Pieve
Sergente oggi è il 5 gennaio del 1919. La guerra è finita da quasi due mesi: non mi chiedere chi ha vinto, me ne vergogno. Sono ritornato in Sardegna a prendere mia madre, Angela e Turi, che ora sono qui con me. Siamo passati da Ca’ di Sola e Dalmine per portare le condoglianze alle famiglie di Damiano Bertozzi e Giulio Bertoni. Non ce l’hanno fatta purtroppo.
Ora sono nel cimitero della chiesa di Pieve, con don Bof. Non sono riuscito a trovare dove ti hanno seppellito ma forse è meglio così: tu eri uno spirito libero e questo cimitero è troppo piccolo per racchiudere tutti i racconti che avevi dentro. Il parroco ha acconsentito affinché io metta, a fianco della tomba di mio padre, una targa in legno sulla quale ho fatto incidere:
Sergente Giuseppe Pavan, figlio di Alfonso e Armida
1887 – 1914
Morto perché amava troppo le sue montagne e gli amici
Mentre mia madre pulisce la tomba di suo marito, Turi mi porge la tua Croce di Guerra. Pensa che a me, che non ho fatto niente e sono ancora vivo, ne hanno data una uguale. La stringo con forza tra le dita poi la conficco sulla targa, in prossimità del tuo nome.
Chiunque, nel passare dalla chiesa di Pieve di Livinallongo di Col di Lana, può venire a fare un saluto a mio padre e al mio sergente: non sono diventati eroi per come sono morti, lo sono stati per come hanno vissuto.
Non ho ancora finito sergente. Ricordi la lettera che ti aveva dato fra Mansueto? Ebbene io l’ho presa con me ed ora la apriamo insieme.
Lettera di un padre al proprio figlio.
Se un giorno, quando sarò vecchio, mi sporco quando mangio e non riesco a vestirmi da solo abbi pazienza: ricorda il tempo che ho passato ad insegnartelo.
Se quando parlo ripeto sempre le stesse cose, anche se sono senza senso, non interrompermi. Ascoltami invece. Quando tu eri piccolo dovevo raccontarti ogni sera la stessa favola finché non ti addormentavi sereno.
Se non voglio lavarmi non biasimarmi e non farmi vergognare: ricorda di quando dovevo correrti dietro, inventando delle scuse perché non volevi farlo tu.
Se non riuscirò a parlare correttamente dammi il tempo necessario per finire i miei pensieri e non guardarmi con un sorrisetto ironico: ho avuto tutta la pazienza del mondo per insegnarti l’abc.
Se ad un certo punto perderò il filo del discorso dammi il tempo necessario per ricordare e, se non ci riuscirò, non t’innervosire: la cosa più importante non è quello che dico ma il mio bisogno di essere con te, di averti lì che mi ascolti.
Se le mie gambe stanche non mi consentiranno di tenere il tuo passo non trattarmi come fossi un peso: vieni verso di me con le tue braccia forti, nel modo in cui io l’ho fatto con te quando muovevi i tuoi primi passi.
Se dirò che preferirei morire piuttosto che vivere piegato dai dolori e dai ricordi non arrabbiarti: un giorno comprenderai che cosa mi spingerà a dirlo. Cerca di capire che alla mia età non si vive, si sopravvive.
Un giorno scoprirai che, nonostante i miei errori, ho sempre voluto il meglio per te e che ho tentato di spianarti la strada.
Dammi un po’ del tuo tempo, dammi un po’ della tua pazienza. Dammi una spalla su cui poggiare la testa allo stesso modo in cui l’ho fatto per te.
Aiutami a camminare e mangiare, aiutami a finire i miei giorni con serenità: in cambio io ti darò un sorriso e l’immenso amore che ho sempre avuto per te.
Ti amo figlio mio. Ti ho amato ancora prima che tu nascessi e, se saprai ascoltare, sentirai il mio amore per te anche quando non ci sarò più.
Sergente, ora avete mantenuto un giuramento: fra Mansueto aveva una buona calligrafia ed un cuore grande, per aver trascritto queste parole per voi.
Ora vado a Padova dal maresciallo Basso. Mi ha scritto che forse ci sono dei signori che hanno bisogno di manodopera; chissà se la daranno anche a me, se gli dico che vengo dalla Sardegna.
Ho qui i loro nomi: Lancini, Calderoli e Borghezio.