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No comment capitolo 1: La Padania, il Graal, gli alieni e Re Artù

“Lunedì andremo alla Malpensa e partiremo alla ricerca del Sacro Graal”

 Radio Padania, 16.07.2011

http://www.youtube.com/watch?v=xqYM8rZg8jg


La clessidra, l’amore e la bomba atomica

Tim è alla ricerca della Principessa, rapita da un mostro orribile e malvagio. Questo è successo perché Tim ha commesso un errore.  Più di uno anzi., Ha commesso molti errori durante il tempo che hanno trascorso insieme, tanti anni fa. I ricordi sono offuscati, sostituiti da altri ricordi, ma un’immagine gli è rimasta impressa nella memoria: la Principessa che gli girava bruscamente le spalle, la sua treccia che lo sferzava con disprezzo. Lei ci aveva provato, ad essere indulgente, ma chi può dimenticare una bugia colpevole, una pugnalata alla schiena? Certi errori cambiano irreversibilmente una relazione, anche se chi ha sbagliato ha imparato dal suo errore e non lo rifarebbe mai. Lo sguardo della Principessa si incupì. E lei divenne più distante.

Il nostro mondo, basato su rapporti di causa ed effetto, ci ha insegnato ad essere avari di perdono, perché perdonare ci espone al rischio di soffrire. Ma se abbiamo imparato dai nostri errori, se ci hanno fatti diventare migliori, non dovremmo essere premiati per questo, piuttosto che puniti?Ma se il mondo funzionasse in maniera diversa, potremmo dirle: “Non intendevo dire quello che ho detto” e lei risponderebbe: “Non importa, capisco” e non se ne andrebbe via. E la vita proseguirebbe come se davvero quella cosa non fosse mai stata detta. L’esperienza ci renderebbe comunque più saggi, ma non dovremmo più soffrire per i nostri errori.

Tim e la Principessa passeggiano nel giardino del castello. Ridono insieme, inventando nomi per gli uccelli colorati. Gli errori dell’uno sono nascosti all’altro, al sicuro tra le pieghe del tempo.-

Tanto anno fa, Tim aveva lasciato la Principessa. L’aveva baciata sul collo, aveva preso la borsa da viaggio e se n’era andato. In parte, rimpiange di averlo fatto. Ora si è rimesso in viaggio per trovarla, per dimostrarle quanto sia stato triste andar via, ma anche per dirle quanto sia stato bello. Per molto tempo, aveva pensato che la loro fosse una relazione perfetta. Lui, ferocemente protettivo, correggeva i suoi errori prima che influissero su di lei. Lei, a sua volta, tenendo a freno i propri errori lo compiaceva in tutto. Ma crogiolarsi nel conforto dell’amicizia può avere gravi ripercussioni. Per renderti perfettamente felice, lei deve capirti perfettamente. E cosi non puoi sottrarti alle sue aspettative, o alla sua influenza. La sua benevolenza ti ha circoscritto e la tua vita non uscirà mai dalla mappa che lei ha tracciato. Tim non voleva essere manipolabile. Voleva una speranza di trascendenza. Aveva bisogno, a volte, di essere immune al tocco amorevole della Principessa. In lontananza, Tim vide un castello dove gli stendardi garriscono anche quando il vento si è spento, e il pane in cucina è sempre caldo. Un posto un po’ magico.

A pranzo dai genitori, un giorno di festa, a Tim sembrò di essere tornato indietro nel tempo a quando viveva sotto il loro tetto, oppresso dall’ostinazione con la quale i suoi si aggrappavano a valori per lui privi di senso. Sporcare di sugo la tovaglia bastava a scatenare un battibecco, a quei tempi. Cercando sollievo nella brezza fresca, Tim si avviò verso l’università che aveva frequentato dopo aver lasciato la casa dei suoi. Via via che si allontanava da quell’ambiente soffocante, sentiva gli imbarazzi dell’infanzia dissolversi nel passato. Ma riviveva ora tutte le insicurezze dei giorni dell’università, tutto il panico del barcamenarsi nelle relazioni sociali. Tim accolse con sollievo la fine della visita: nel presente, seduto nella sua casa e immerso nelle contraddizioni, si scoprì molto migliorato rispetto al passato. Giorno dopo giorno, migliorandosi, si avvicina sempre di più alla Principessa. Se lei esiste – e deve esistere! – trasformerà lui, e tutti gli altri.

Durante il viaggio sentì che ogni luogo evocava un’emozione, e ogni emozione un ricordo: un tempo e un luogo. Non poteva allora accadergli di incontrare la Principessa quella sera stessa, semplicemente vagando e ascoltando le proprie sensazioni? Una pista di sentimenti, di timore e ispirazione, avrebbe potuto condurlo a quel castello: in futuro, stretto nel suo abbraccio, il suo eccitante profumo crea un momento cosi intenso da riportarlo al passato. Il mattino dopo Tim uscì subito di casa, diretto verso qualunque cosa il giorno gli riservasse. Sentiva qualcosa di simile all’ottimismo.

Lei non aveva mai del tutto compreso i suoi impulsi, quell’intensità che, col tempo, aveva cesellato rughe sul suo viso. Non gli era mai abbastanza vicina, ma lui la stringeva come se lo fosse, bisbigliandole all’orecchio parole che solo un’anima gemella dovrebbe ascoltare. Terminata la cena, entrambi compresero che il momento era arrivato. Lui avrebbe detto: “Devo trovare la Principessa”, ma non ce ne fu bisogno. Con un ultimo bacio, si mise in spalla la sacca da viaggio e se ne andò. Per tutte le notti che seguirono, lei continuò ad amarlo come se fosse rimasto lì a confortarla e a proteggerla, e al diavolo la Principessa.

Forse, in un mondo perfetto, l’anello sarebbe un simbolo di felicità. È un segno di eterna devozione: anche se non troverà mai la Principessa, lui continuerà a cercarla. Continuerà ad indossare l’anello. Ma l’anello afferma la propria presenza. La luce che emana è come un avvertimento. Tiene lontane le persone. Sospetto, diffidenza. Le interazioni cessano prima ancora che Tim apra bocca. Col tempo impara a trattare gli altri con prudenza. Imita il loro incedere esitante, aprendosi con delicatezza un sentieri attraverso le loro difese. Ma è stancante, e funziona solo in parte. Non gli procura ciò che gli serve. Tim comincia a nascondere l’anello in tasca. Ma non lo sopporta: se restasse nascosta troppo tempo, quella parte di lui potrebbe soffocare.

Seduti a un caffè all’aperto, in una piazza luminosa, i clienti si rilassano al sole, godendosi le bibite fresche. Ma non Tim: lui nota a malapena il sole, non sente il sapore del caffè. Da quest’angolo abbraccia con lo sguardo la città, e nel vacillare dei passanti, nell’arco tracciato dalla mano di una commessa mentre mostra una confezione di tè a un cliente, Tim spera di trovare indizi. Quella sera, al cinema, avventure fittizie scorrono implausibili sullo schermo. Il pubblico è vario. Alcuni sono clienti del caffè, che ora siedono felici nelle poltrone di velluto, ansiosi di assaporare qualcosa di nuovo per distrarsi dalla noia delle loro facili esistenze. Altri sono pescatori e agricoltori, che sperano di dimenticare la fatica e riposarsi le mani. Anche Tim è qui, ma studia il rossetto sulle labbra dell’attrice, calcola l’angolo del pennacchio di fumo di un elicottero caduto in lontananza … Gli pare di cogliere un messaggio: quando il cinema chiude e la maggior parte degli spettatori si dirige a sud, verso la piazza, Tim va a nord.

Quelli come Tim sembrano vivere controcorrente. Flusso e riflusso, correnti che si scontrano.

Più di ogni altra cosa, Tim vuole trovare la Principessa. Conoscerla, finalmente. Sarebbe importante, per Tim, come una luce abbagliante che abbraccia il mondo rivelando segreti a lungo tenuti nascosti, che illumina – o materializza! – un palazzo dove vivere finalmente in pace. Ma come reagirebbero gli altri abitanti della città, di questo mondo che scorre al contrario? All’inizio la luce sarebbe calda e intensa, ma poi svanirebbe, portando con sé il castello; sarebbe come dar fuoco al luogo che abbiamo sempre chiamato casa, dove giocavamo con tanta innocenza da bambini. Distruggendo per sempre ogni speranza di sicurezza.

Il ragazzo gridò alla ragazza di seguirlo, e la prese per mano. Lui l’avrebbe protetta; sarebbero fuggiti da questo opprimente castello, vincendo le perfide creature fatte di fumo e dubbi, per vivere insieme, finalmente liberi. Il ragazzo voleva proteggere la ragazza, la teneva per mano, o le poggiava un braccio sulle spalle mentre camminavano, per farla sentire protetta e vicina a lui tra la folla impersonale di Manhattan. Svoltarono e si diressero verso la stazione della metropolitana in Canal St., mentre lui si faceva strada tra la calca. Il braccio di lui gravava sulle sue spalle, un senso di costrizione intorno al collo. “Mi opprimi con il tuo ridicolo bisogno” disse lei. O forse: “Stai andando nella direzione sbagliata, e mi trascini con te.” In un altro tempo, un altro luogo, lei disse: “Smettila di strattonarmi, mi fai male!”

Lui si mise al lavoro con riga e compasso. Ragionò. Dedusse. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Stava cercando la Principessa e non si sarebbe fermato finché non l’avesse trovata, perché ardeva di bramosia. Sezionò dei ratti per esaminarne il cervello, impiantò fili di tungsteno nei teschi di scimmie assetate. Lei era di fronte a lui, spettrale, e lo guardava negli occhi. “Sono qui,” disse. “Sono qui. Voglio toccarti. Guardami!” implorò. Ma lui non la vedeva. Sapeva guardare soltanto l’esterno delle cose. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Attraverso questi indizi avrebbe trovato la Principessa, visto il suo viso. Dopo un’intensa notte di lavoro, si inginocchiò dietro un bunker nel deserto; si protesse gli occhi con un vetrino da saldatore e attese.

In quel momento calò l’eternità. Il tempo si fermò. Lo spazio si contrasse in un punto grande quanto una capocchia di spillo. Fu come se la terra si fosse aperta e il cielo si fosse squarciato. I presenti si sentivano dei privilegiati, come se stessero per assistere alla Nascita del Mondo[1]

Qualcuno vicino a lui disse: “Ha funzionato.”

Qualcun altro disse: “Ora siamo tutti figli di puttana.”[2]

Lei era in piedi, alta e maestosa. Era furiosa. Urlò: “Chi è stato a disturbarmi?”. Ma poi, passata la rabbia, sentì la tristezza che giaceva sotto; lasciò il suo respiro cadere gentilmente, come in un sospiro, come ceneri che fluttuano con delicatezza nel vento. Non riusciva a capire perché lui avesse deciso di scherzare con la morte del mondo.

Il negozio di dolciumi. Al di là di quella vetrina c’era tutto ciò che lui desiderava. Il negozio era decorato con colori brillanti, e gli aromi che ne provenivano lo facevano impazzire. Cercò di correre verso la porta, o almeno di avvicinarsi al vetro, ma non poteva. Lei lo tratteneva con una forza immensa. Ma perché lo tratteneva? E come poteva lui liberarsi dalla sua presa? Pensò di ricorrere alla violenza. Erano già stati li durante una delle loro passeggiate giornaliere. Lei non badava ai suoi strilli, il dolore che le causava tirandole la treccia per farla fermare. Era troppo piccolo per capire come comportarsi. Lei lo prese in braccio e lo strinse a sé: “No, piccino,” disse. Lui tremava. Lei seguì il suo sguardo, vide le leccornie adagiate sui cuscini dietro il vetro: la tavoletta di cioccolato e il monopolio magnetico, l’universo computazione e il calcolo etico, e tante altre cose ancora, all’interno. “Forse quando sarai grande, piccino, “ bisbigliò lei, posandolo a terra e avviandosi verso casa, “Quando sarai più grande, forse”. Dopo quel giorno, continuarono a passare di fronte al negozio di dolciumi, ogni giorno, come sempre.

Lui mentirebbe se dicesse di aver capito. Anzi, forse non è mai stato confuso come ora. Ma tutti questi momenti che ha contemplato … è successo qualcosa. Nella sua mente quei momenti sono solidi e pesanti, come pietre. Si inginocchia, tenendo la mano verso la più vicina. Accarezzandola la scopre liscia e fresca. Soppesa la pietra; si accorge che può sollevarla, che può sollevarle tutte. Può usarle per creare delle fondamenta, un argine, un castello. Per costruire un castello di dimensioni appropriate gli serviranno tantissime pietre. Ma quelle che ha possono bastare, per il momento.

sito ufficiale: http://www.braid-game.com/


[1] citazione di Robert Jay Lifton tratta dal suo libro The Broken Connection, dove descrive proprio l’esplosione della prima bomba atomica.

[2] Citazione questa volta di Kenneth Tompkins Bainbridge, fisico che ha partecipato al progetto Manhattana (il progetto che si è occupato della costruzione della bomba atomica) che commenta (rispondendo a Robert Oppenheimer) l’esposione della bomba atomica di prova, il “Trinity test”. Questo test è stato svolto nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part IV

Mentre Indwiloq lentamente peggiorava, soffrendo tra tristezza e malattia, Umano continuava a distruggere e conquistare.

Ma ad un certo punto, nell’ Epoca dell’Egoismo Globale, dell’Oppressione e dell’Ignoranza, non si sa bene cosa sia successo, ma qualcosa portò Umano a modificare i suoi comportamenti.

Molti fra i Fratelli e le Sorelle erano scomparsi, maltrattati o uccisi, e ne rimanevano così solo pochi a testimoniare la follia delle azioni di Umano. Ma è certo che qualcosa cambiò. Forse Umano aveva preteso troppo senza ricambiare, e quindi non gli era rimasto più niente da prendere; forse aveva distrutto troppe cose, talmente tante che l’ormai morente Indwiloq e le altre creature non potevano proprio più sopportare le sue azioni. Forse l’Uomo e la Donna con la loro tecnologia e la loro ottusa insensata rabbia si erano distrutti fra di loro. Forse Umano aveva creato troppi rifiuti e veleni, e l’ambiente da cui Umano era dipendente non era più in grado di dargli quello di cui aveva bisogno, infetto e malato come lo aveva reso.

I più ottimisti sostengono che Umano abbia cambiato il suo modo di vivere di proposito, abbattendo Potere ed Oppressione, Stato e Controllo, le Chiese e i Ministri del Culto, smettendo di espandersi, costruire, distruggere e conquistare, iniziando a ricordare come le cose venivano fatte nelle epoche precedenti, e decidendo così di vivere una vita migliore per sé e per le altre creature.

E’ probabile che accaddero tutte queste cose, perché Umano è una creatura imprevedibile e molto sfaccettata, ma, qualunque sia la risposta, Umano iniziò a ricordare il suo genitore e ad averne considerazione e col tempo chiese scusa per i suoi errori e le sue incoscienze, l’arroganza e l’avidità, i suoi comportamenti violenti e stupidi.

E fu così che Umano chiese scusa ad Indwiloq e a tutti i suoi fratelli e sorelle.

Umano chiese scusa a Cervo, che saltellò ritornando ad abitargli vicino, ad Elefante che barrì felice per il ritorno di suo fratello. Umano chiamò forte e chiese scusa ad Aquila così profondamente e sinceramente che lei ricominciò a volare fuori dal suo rifugio. Umano chiese scusa a tutti, a Coccodrillo, ad  Orso, Pesce, Giraffa, Ragno, e a tutte le altre creature che erano sopravvissute alla sua follia. Dopodiché Umano rifletté molto, ed alla fine chiese scusa con tanta tristezza e lacrime a tutti i suoi Fratelli e le Sorelle che per colpa sua non esistevano più su Indwiloq.

Infine, Umano discusse a lungo con Indwiloq, Madre e Padre allo stesso tempo, e chiese scusa tante volte ed in tanti modi, e promise che si sarebbe impegnato per imparare di nuovo ad ascoltare la conoscenza e la grande saggezza del suo Genitore.

Umano lentamente ma rigorosamente riparò i danni che aveva causato nel corso degli anni, ricordandosi come si viveva prima delle epoche tristi, ed abbracciando così di nuovo tutte le creature.

L’Uomo ritornò ad essere solo Uomo, e non più Re, Imperatore, Legge, Scrittore, Dio, Prete, Ministro, Esercito, Guerriero, Conquistatore, Sacrificio, Fisco, Progresso, Stato, Governo, Denaro.

La Donna ritornò ad essere soltanto Donna, e non più Servitù, Schiavitù, Isteria, Pazzia, Debolezza, Inferiorità, Idiozia, Fragilità, Sessualità.

Uomo e Donna ritornarono ad essere una cosa sola, e tutte e due, e nessuna delle due, e non si considerarono più Uomo e Donna, ma semplicemente Umano.

Fu allora che Indwiloq pianse lacrime di gioia e non più di tristezza, e fece un respiro di sollievo che durò migliaia di anni, irradiando sentimenti di gioia e felicità dal suo nucleo su tutte le sue creature, dando il bentornato alla sua creatura ribelle, e festeggiando così il suo ritorno.

Con il tempo, il pianeta Indwiloq recuperò le forze, e Umano imparò a non uscire più dal sentiero della saggezza e della conoscenza. Umano giurò di non dimenticare mai i suoi errori, ed imparò a raccontare la storia della sua incoscienza ed arroganza alle generazioni successive, cosicché  tutte le creature tenessero bene in mente come non si sarebbe dovuto vivere in futuro. Umano inoltre creò la musica e la poesia per rendere omaggio al pianeta che gli aveva dato la vita, e tutte le generazioni successive impararono che attraverso la musica e la poesia potevano sentire di appartenere al pianeta, di essere a casa.

Col tempo anche i pianeti devono morire, ma quel tempo era per Indwiloq ancora molto, molto lontano. Per il resto della sua vita, con il ciclo delle esistenze che in armonia ruotava, Indwiloq, che è la Madre e il Padre di tutta la vita che conosciamo, visse in un’immensa felicità con tutte le sue creature, compresa quella bestia ostinata e pericolosa che è Umano.


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part III

In quest’epoca, Uomo vedeva Donna come il suo opposto, e quindi cominciò ad odiarla, a sottometterla e a violarla. Uomo iniziò a credere che tutto quello che era opposto a lui era “femminile” e “debole”, e quindi iniziò a pensare ad Indwiloq solo come ad una “madre”: Uomo si dimenticò che il suo genitore era maschio e femmina, e tutti e due, e nessuno dei due. Dimenticò che quello che era lo era principalmente per creare,  curare e nutrire.

Invece si convinse che il suo ruolo era quello di fare le regole e di punire, di disciplinare e giudicare, conquistare e distruggere; pensava che il suo “essere Uomo”  fosse un’arma, ed iniziò ad usare il suo “essere Uomo” come se fosse davvero un’arma, prendendo dalla Donna qualsiasi cosa volesse senza preoccuparsi di restituirle niente.

Alcuni uomini iniziarono ad essere conosciuti rinnegarono anche, insieme alla loro natura, il loro nome: Re, Imperatore, Legislatore, Scrittore, Dio, Prete, Ministro, Esercito, Guerriero, Conquistatore, Sacrificio, Fisco, Progresso, Stato, Governo, Denaro.

Donna cambiò e diventò varie cose: resa oggetto e molestata da Uomo, iniziò a non piacersi più ed ad odiare il suo essere Donna. Circondata da tronfi prepotenti che non si risparmiavano un’occasione per parlare male di lei, arrivò perfino a credere davvero alla bugia che fosse meno saggia ed intelligente di Uomo, iniziando a pensare a se stessa come ad una schiava che non poteva essere altrimenti, e per questo cominciò a dare ogni cosa senza chiedere niente in cambio.

Alcune Donne iniziarono ad essere chiamate con altri nomi: Servitù, Schiavitù, Isteria, Pazzia, Debolezza, Inferiorità, Idiozia, Fragilità, Sessualità. Indwiloq credeva che Umano di certo non sarebbe potuto andare oltre questo scempio, ma purtroppo si stava sbagliando.

Umano era determinato a distanziarsi il più possibile dal suo genitore, e continuò a crescere ed espandersi, conquistare e reprimere, discutere, arrabbiarsi, combattere e distruggere un secolo dopo l’altro, fino a che non ci fu più nessun nuovo spazio da conquistare e sfruttare per Umano.

Dunque questa era L’Epoca dell’Egoismo Globale, dell’Oppressione e dell’Ignoranza.

In quel tempo, Umano era così lontano dal suo genitore che si era quasi completamente dimenticato di Indwiloq. Chiuso in sé stesso e sempre più determinato a riprodursi, conquistare ed espandersi, Umano smise di guardare a quello che aveva intorno ed iniziò a guardare verso l’alto. Costruirono torri enormi, obelischi di metallo affilato che bucavano i cieli di Indwiloq, non contenti delimitando i loro confini con strade, muri, agenti di sicurezza e controllori.

Più crescevano più le loro richieste a Indwiloq e agli altri Fratelli e Sorelle diventavano pressanti ed insostenibili: aumentarono sempre di più l’estrazione del sangue metallico prelevato dall’esausto corpo del genitore, incrementarono il taglio dei suoi capelli e della sua pelliccia alberata. Umano consumò sempre di più le sue sorelle Piante e i suoi fratelli Animali, con una crudeltà indescrivibile, e poiché non dava loro nulla in cambio, per nessun motivo, restarono in vita pochissimi Fratelli e Sorelle sulla superficie di Indwiloq.

L’arroganza dell’Uomo e della Donna in quest’epoca era nuova e più cattiva che mai. Umano iniziò a pensare che la sua intelligenza e conoscenza fossero molto più avanzate di quelle di Indwiloq, addirittura credeva fossero molto più avanzate di quelle del Tutto, dello Spirito di Tutta la Vita Cosmica!

Armati di questa presunzione e incoscienza, l’Uomo e la Donna crearono e costruirono un’infinità di oggetti che non avevano alcun senso, credendo però che questi aggeggi, queste reliquie avrebbero loro facilitato la vita. E con l’industria che veniva utilizzata per produrre queste cose, Umano portò sulla terra i suoi veleni, le sue tossine, e i suoi rifiuti, che danneggiarono ogni creatura.

Quindi, a quel tempo, Indwiloq non solo era addolorato e triste per le cattiverie di Umano, ma il pianeta era anche dolente, contaminato dai veleni e ferito dagli attacchi dei suoi figli ribelli. Piangendo e lamentandosi in maniera impercettibile alle orecchie ormai sorde degli Uomini e delle Donne, Indwiloq si ammalò gravemente ed iniziò a morire, e con lui tutte le creature del pianeta, Umano incluso.


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part II

A quel tempo, la più giovane creatura di Indwiloq veniva chiamata Umano. Umano era un animale  magnifico che camminava su due zampe e comunicava in tantissime affascinanti lingue diverse. Dato che era la creatura più giovane ed inesperta, Umano aveva ancora molte cose da fare e da provare davanti a sé, ma giunse anche per Umano il tempo in cui diventò adolescente, ed iniziò a ribellarsi al proprio genitore.

Umano visse per molto tempo una bellissima infanzia, curato da Indwiloq, amorevole Madre e premuroso Padre, ma in seguito Umano iniziò ad essere impaziente ed irritabile e, nei suoi capricci, imparò ad essere egoista. Umano piagnucolava, si agitava e si lamentava, ed iniziò a dire spesso ad  Indwiloq che lui era diverso, migliore rispetto a tutte le altre creature e forme di vita, che in realtà erano sue sorelle, suoi fratelli e suoi spiriti amici. Si senti sottovalutato, incompreso, ignorato. Questo causò un terribile fremito di paura tra tutte le altre creature in mezzo alle quali Umano aveva sempre vissuto, con le quali si era voluto bene, ed iniziò il periodo della Grande Diffidenza.

Cervo sparì, Elefante corse via per la paura di incontrare Umano. Aquila volò dove nessun Umano avrebbe potuto raggiungerla, Pesce iniziò a nuotare in acque più profonde.

Ape e Vespa iniziarono a volare e arrampicarsi sugli alberi, costruendo alveari come fortezze per proteggersi dall’esterno, mentre Orso, che già era molto esperto e saggio, si limitò a fare qualche smorfia di biasimo, andando ad accucciarsi nelle grotte più profonde e buie per farsi delle belle dormite. Anche Coccodrillo fece un sorrisetto e nuotò lontano, mentre Giraffa abbassò il suo nobile collo e trotterellò via con gli altri animali, e Ragno si nascose  sotto i sassi  e dietro le foglie.

Formica ritornò nel suo villaggio sottoterra, Pipistrello si tappò le orecchie ed iniziò a svolazzare da tutte le parti per non sentire. Pure le forme di vita invisibili fuggirono altrove, mentre le Piante, che poverine non riuscivano a muoversi abbastanza velocemente, tremavano tutte  dalla paura.

Per un po’ di tempo quindi Tutta La Vita su Indwiloq fuggì da Umano lasciandolo solo al suo destino. Il pianeta genitore provò in tutti i modi a consolare la sua creatura inquietata con parole d’amore,  d’incoraggiamento, con l’abilità che solo una madre sa avere e la saggezza che solo un padre sa avere. Ma Umano non ne voleva proprio sapere.

Diceva, “Io sono il migliore! Sono differente da tutti voi e so tutto molto meglio di voi!”

E anche, la cosa più dolorosa di tutte, “ Io non ho bisogno di voi!”

Indwiloq pianse per molte centinaia di anni, pianse di un dolore che solo un genitore rifiutato dalle proprie creature può sentire. Attraverso i suoi occhi lucidi e gonfi di lacrime, Indwiloq guardava come il suo figlio ribelle, Umano, si allontanava dal sentiero della conoscenza.

Fu così dunque che il mondo entrò nell’Era Scura dell’Umanità.

Umano iniziò a moltiplicarsi con una frequenza sempre maggiore. Uomo e Donna iniziarono a vivere in ogni parte del mondo, perpetuando il male e andando contro il loro genitore.

Un tempo, per quello che tutti possono ricordare, Indwiloq accudiva Umano con i frutti e gli strumenti che il suo corpo poteva offrire. Umano prendeva anche dai suoi fratelli animali e dalle sorelle piante, ma con la sicurezza di restituire sempre quello che aveva preso, in un modo o nell’altro.

Ora, Uomo e Donna non erano più soddisfatti di quello che Indwiloq dava loro liberamente, cominciarono quindi ad esplorare l’interno del mondo, dove nessuno aveva mai pensato di andare a cercare, e fu così che iniziarono a prendere quello che volevano da dentro il suo corpo. Iniziarono anche a strappare, lacerare e derubare la superficie del loro genitore per i loro fini, e a tormentare i loro spiriti amici con le loro continue richieste rifiutandosi di dare qualcosa in cambio.

Era l’Epoca dell’Egoismo e dell’Ignoranza.

Donna  e Uomo costruirono nuovi strumenti e inventarono la tecnologia. Iniziarono a svuotare le arterie di Indwiloq dal metallo, che era il suo sangue, e con questo metallo fecero martelli, aratri, falci e spade, lance, alabarde, asce, scudi e armature. Abbatterono grandi porzioni della pelliccia di Indwiloq, la foresta sacra e  antichissima che dava la casa a migliaia di creature. Se un tempo vivevano con i frutti della foresta, o al massimo con piccoli orti se quello che si poteva trovare nel boschi non era sufficiente, ora Uomo e Donna massacravano la foresta e la sostituivano con campi e pascoli, mangiavano e si espandevano e non si preoccupavano di dare niente in cambio a nessuno. Indwiloq e Tutta La Vita Sulla Terra si opposero a questa nuova esistenza di Umano, e glielo dissero come poterono, ma Umano fece semplicemente finta di non sentire.

Ma l’arroganza di Umano era solo all’inizio, e incominciò a dire:

“Il mio modo di vivere è l’unico modo possibile, piantatela tutti di rimproverarmi e di fare delle tragedie! C’è solo una maniera per vivere su questo mondo, tutte le altre sono sbagliate! Tutto o è una cosa oppure un’altra, tutte le cose o sono nere o sono bianche, non esiste nessuna via di mezzo, nessun terreno comune!”, e finì dicendo “Voi mi dite che sbaglio, ma il mio modo è l’unico modo giusto! Quindi siete voi che sbagliate, voi siete i miei nemici!”.

Indwiloq allora si sentì spaventato e col cuore a pezzi: Umano voleva distruggere il mondo stesso che l’aveva generato. Uomini e Donne iniziarono addirittura a distruggersi a vicenda, molte popolazioni diverse pensarono che il loro modo di vivere fosse l’unico modo, il modo giusto, e vollero eliminare tutti quelli che vivevano in maniere differenti perché non erano più in grado di confrontarsi. Molti iniziarono a pensare come se tutto fosse una cosa contro un’altra, o bianca o nera. Iniziarono a pensare alle opposizioni e non alle composizioni, agli opponenti e non ai complementi.

Ciò comportò l’entrata nell’Epoca dell’Ignoranza, dell’Egoismo e dell’Oppressione.


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part I

 

Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica

di Rowan Tree WalkingWolf 

A mia madre, per avermi regalato un’infanzia ricca di fiabe.

E a tutti coloro che continuano a raccontarne.

Non molto lontano da qui, non molto tempo fa, nacque un piccolo mondo. Questo mondo aprì i suoi minuscoli occhi onniscienti, fece il suo primo respiro, e fece uno sbadiglio lungo migliaia e migliaia di anni.

Tutto, che aveva dato vita a questo piccolo, gli stava accanto sussurrandogli con un’incomprensibile, lento sussurro cosmico, e disse così al pianeta: “Ti chiamerai Indwiloq, anche se ti saranno dati molti nomi diversi nel corso della tua esistenza”.

Il mondo appena nato schiamazzò “Indwiloq!”, e si stiracchiò a lungo e ben bene mentre il Tutto continuava a fare ruotare il suo Discorso.

Passò abbastanza tempo, e nel mentre il giovane mondo girò e rigirò in tondo per molto tempo, rimuginando, sperimentando, crescendo e cambiando in continuazione. Ascoltò attentamente tutte le cose che il Cosmo gli insegnava, pensando e riflettendoci sopra, e così facendo univa la sua voce ed i suoi pensieri al Ritornello di Tutta la Vita.

Ma giunse il tempo anche per Indwiloq di diventare grande. In questa nuova  epoca, Indwiloq si sentì pronto a diventare un Creatore, un Datore di Vita. Proprio come Tutto, Indwiloq si sentì pronto per creare quel grande regalo e mistero che è la Vita.

E così fu che il già grande Indwiloq si tuffò in un magnifico sogno ad occhi aperti, una filastrocca dell’immaginazione, e in questo stato un po’ dormiente e un po’sveglio, tutto preso dalla creazione, diede vita ad ogni pianta e ogni animale, ogni piccolo insetto, funghetto, erbaccia, ogni batterio e virus che la sua superficie avesse potuto sostenere. Sognò interi ecosistemi e zone climatiche, e si ingegnò anche per cambiare se stesso in modo da permettere alle sue creature di crescere nel modo migliore sul suo grande manto.

Quando le nuove vite aprirono gli occhietti ed iniziarono a stiracchiarsi, Indwiloq cominciò a sussurrare nei loro neonati cuori gli immensi segreti del Cosmo, la conoscenza e la saggezza del Tutto. Tutti ascoltavano con attenzione e meraviglia il suono della voce del Mondo.

Per moltissime generazioni, tutto andò a meraviglia tra le creature di Indwiloq. Esse riuscivano a capire bene che era un privilegio e una fortuna per loro riuscire ad ascoltare la muta voce del perpetuo sussurro di Indwiloq. Ognuna di esse sapeva come abitare nel proprio spazietto, come gestirlo bene, e sapeva anche come comportarsi con tutte le altre creature. Sapevano farsi capire e comunicare, con una moltitudine sorprendente di linguaggi e codici. Sapevano anche che per sopravvivere bisognava chiedersi a vicenda alcune cose, non troppo, e sapevano che bisognava però anche ricambiare quello che gli veniva dato. Sapevano come tramandare il mistero della vita alle loro stesse creature, e sapevano addirittura come morire.

Tutto continuò in questo modo per davvero, davvero moltissimi anni.


Alle mie Madri e alle porte in faccia

A chi ha il cuore saldo e nella confusione più totale conserva il senso della responsabilità rivolgo tutta la mia stima. A chi continua a dare valore alle cose che lo meritano indipendentemente dalle folate di vento che sconvolgono la sua vita. A chi non si cura troppo delle ondate, delle tendenze e delle propensioni degli altri, ma ne cerca di capire il valore e si comporta di conseguenza, tenendo sempre in mente la propria idea, morale o inclinazione che sia. A chi l’equilibrio senza troppe balle lo trova, non perché è più intelligente, più dotato o più brillante, ma perché le ha provate tutte, con pazienza, passo dopo passo, ferita dopo ferita… Questo genere di persone meritano il massimo rispetto. Non certo i virtuosi, i supertalenti, i geni sedicenti demoniaci, nati grandi e mai cresciuti. Ma ci sono (fortunatamente) troppe cose che possono essere spiegate in mille modi, con serio impegno e determinazione, ma che non potranno mai essere chiare se non sgorgheranno direttamente dall’interno della persona in questione. Cose che bisogna capire da soli, spesso ricevendo impulsi da molte e diverse sorgenti, leggendo, camminando, cadendo in bicicletta, litigando, prendendo treni, riparando valige rotte, girando, viaggiando, rimanendo impantanati in un fosso. Solo allora, quando l’intuizione nasce spontaneamente dal soggetto in questione, è allora che tutto quello che si è sentito, i discorsi chiari solo a metà, i comportamenti inconcepibili e le risposte incomprensibili di chi già aveva capito diventeranno piano piano significativi, densi di verità e di scrupolo. Diventeranno ragionevoli, coerenti, mentre prima erano ermetici e stagnanti nella loro parziale evidenza, diventeranno cose comprensibili solo mediante l’uso del Buon Senso, oh che meraviglia il Buon Senso, quanta salute, quanto robusto, semplice e genuino vigore! Peccato solo che a volte quella che si crede essere Forza diventa la debolezza peggiore, peccato che a volte del buon senso rimanga solo l’involucro, la falsa parvenza, la scatola impolverata con la scritta rossa sgargiante “Buon Senso”, e dentro niente. Per questi motivi, chi arriva a trovare l’equilibrio senza perdersi d’animo, chi non lo trova e ne è consapevole, ma continua a cercare imperterrito, chi l’ha trovato e continua a cercare comunque perché mai con certezza saprà di essere giunto alla meta, chi viaggerà tutta la vita col desiderio di colmare i propri occhi di visioni pur sapendo che non potrà mai riempirsi abbastanza, che ci sarà sempre qualcosa di nuovo da vedere, qualcosa di sconosciuto da non capire, da odiare, da amare e da tradire, chi continuerà a dare fiducia pur essendo stato violato, non in nome di una morale dominante o di una fede sciocca, ma in nome della vita, chi ti guarda con il cuore negli occhi, come diceva Pasolini, anche se non può essere certo di chi sei, di quanto bene o quanto male potenzialmente potresti portare, chi si ingegna, chi trova la forza partendo da zero per ricominciare a suonare dopo anni di malsano silenzio e chi ha smesso di fingere, ha trovato se stesso in fondo ad un fosso e ha deciso di non passare oltre ma di fermarsi e ricostruire ancora una volta un palazzo che è già caduto tante volte, ma non basta questa consapevolezza a concedergli di costruire male, senza entusiasmo e senza voglia, a queste persone va tutta la mia ammirazione. Mai fermarsi, mai smettere, mai dire basta provare, basta sbagliare, basta ricominciare, basta sognare. Anche se odieremo le nostre creazioni, se rinnegheremo le nostre scelte, rimpiangeremo di non essere stati buoni zitti e fermi, anche se non capiremo più niente, esattamente in quel momento saranno proprio le cose alle quali avremmo voluto dire basta che ci salveranno.

Per questo, ancora una volta, restiamo umani.


Il Pirata Jack e la principessa delle fate (parte V)

Jack non chiuse occhio durante la notte (non che ce ne fosse bisogno, essendo stato reso completamente cieco), ma non riuscì a trovare un modo per rappresentare l’immagine della principessa; almeno finché non fu l’alba. Come in tante altre avventure di mare, fu il vento dell’alba a dargli consiglio.
Riaccompagnato sull’altura della regina Jack si mise al centro di essa, e tutte le fate lo osservavano fremendo per la febbrile attesa della mossa del principe.
Quando la principessa fu accompagnata sull’altura al cospetto di Jack, lui girò intorno a lei a breve distanza, finché non fu esattamente sottovento rispetto all’esile corpo di lei. Poi in silenzio attese che il vento spirasse più forte e si spogliò completamente.
Si avvicinò a lei, senza toccarla, e aspettò che la brezza proveniente da dietro la principessa disegnasse sul corpo di lui il profilo di lei. Si concentrò per percepire ogni singola molecola del suo corpo, finché quando ebbe chiara l’immagine di lei prese della sabbia bagnata e con essa plasmò una statua talmente simile alla principessa che tutte le fate si spaventarono temendo che la statua di sabbia prendesse vita. “Manca ancora una cosa perché questa statua si veramente la principessa” disse Jack. Allora si tolse la corona con la bianca perla e la mise in capo alla statua.
La principessa era ammutolita e fissava la statua di sabbia. Non pensava che un uomo potesse dipingere tanta bellezza senza l’uso della vista. In quel momento capì che anche se l’avesse vista davvero, non sarebbe cambiato nulla perché la bellezza di lei stava nel cuore di lui. E così se ne innamorò. Ma improvvisamente le sparirono le ali e al posto di esse sulla sua schiena comparì un’edera, l’edera che l’avrebbe legata per sempre al suo principe. Così smise di essere una fata e perse tutti i suoi poteri. Diventò donna, ma finalmente sorrise e le fate, applaudirono e gridarono di gioia a quel semplice, timido segno di felicità.
Jack fu rivestito e accompagnato sulla spiaggia dove una barca a forma di cigno attendeva lui e la principessa.
“A nome del popolo delle fate, ti ringrazio principe naufrago” disse la regina delle fate “Insieme alla gioia nel mio cuore c’é anche il germe della nostalgia che proverò per mia figlia, una volta che lascerete questi lidi. Tuttavia ciò che io non potevo donarle glielo hai dato tu. E lei ricambierà il tuo amore con il suo, la sua felicità con la tua. E ora andate. Addio”.

Il finale di questa storia è dei più incerti. Alcuni sono convinti che i due vissero sempre felici e contenti regnando sui mari. Altri sostengono che distribuirono le ricchezze accumulate dal pirata Jack a tutte le famiglie povere del mondo. Altri ancora, e non sono pochi, ritengono che dopo anni di felicità la smarrirono nelle profondità del mare. Infine pochissimi credono che dopo una lunga vita si siano trasformati nelle stelle più luminose, Venere e la Stella Polare, e che dal cielo guidino i viaggi dei marinai. Nessuno però sa realmente come si andata a finire, forse perché questa storia non si è ancora conclusa.
Ma non è questo il punto. Il punto è che comunque sia andata a finire tra Jack e la principessa, entrambi hanno trovato quel tesoro che gli uomini chiamano felicità e, nel remoto caso l’avessero infine persa, sapranno certamente quale stella seguire per ritrovarla”.

Una favola di Claudio Cavazzuti
dedicata ai piccoli, ai grandi,
e a chi di tutto si priverebbe, ma non dell’avventura e dell’amore.


Il pirata Jack e la principessa delle fate (parte IV)

All’alba la balena tornò e, prima che il pirata si risvegliasse dai suoi dolci sogni, gli spruzzò sugli occhi l’inchiostro nero che nella notte aveva reso magico. Al suo risveglio Jack si ritrovò cieco e non riusciva a vedere nulla e gridava in preda al panico. Ma il vecchio lo tranquillizzò “Jack, mi avevi detto che volevi trovare l’isola delle fate…e questo è l’unico modo. Privarti della vista degli occhi umani”.

“Ma che mi hai fatto, vecchio cetaceo? Ora non potrò più vederle, come non potrò più vedere le stelle e la luna e l’arcobaleno e tutte le cose belle!”

“Jack, amico mio, tornerai a vedere, non ti preoccupare. Ma solo quando capirai che non sta negli occhi la bellezza. E ora” continuò il saggio porgendogli qualcosa che assomigliava ad una corona “ti darò un’altra cosa. Ti servirà per tornare dall’isola con ciò che di più bello e prezioso esista al mondo. L’unica cosa che il mare nasconde e che tu ancora non conosci. Fidati di me.”

Riluttante e impacciato il pirata Jack risalì quasi piangente sulla sua nave-tartaruga e il vecchio saggio del mare lo sospinse con il suo soffio verso il mare aperto. Ora Jack sapeva che doveva sfruttare solo il vento. Senza però sapere dove stava andando.

Dopo vari giorni di viaggio, stremato dalla sete e dalla fame, il pirata Jack si trovò ad affrontare la più violenta delle tempeste che in breve tempo lo fece naufragare. Quando si svegliò era ancora tutto completamente buio, ma dal calore che gli inondava la faccia si stava rendendo conto che in realtà era giorno. Si toccò il capo, per vedere se era tutto intero e scoprì di avere ancora in testa la corona. Per dovere di cronaca, la corona era di fili vetro e rugiada, con incastonata la perla bianca sulla fronte. Era sfavillante e regale, come quella di un principe.

Ebbene, ad un tratto sentì una vocina soave che gli sussurrava “Tutto bene principe naufrago?”

“Sì…credo di sì, ma dove sono?…come sono finito qui?…e tu chi sei? Non ti vedo”.

“Quante domande, principe naufrago! Sei sull’isola delle fate e io sono una fata. Una di quelle che ti ha salvato la vita. E finché sarai cieco potrai riposarti qui presso di noi”.

Sull’isola delle fate viveva un grande numero di fate. Tutte erano dotate ovviamente di ali aggraziate e svolazzavano qua e là facendo luccicare la chioma di capelli argentini, spargendo alle spalle una polvere cristallina che presto svaniva, lasciando nell’aria un dolce profumo di orchidea. Mille erano le leggende che si raccontavano su di loro, ma in realtà nessuno mai le aveva viste davvero. Infatti le fate non potevano mostrarsi agli uomini altrimenti avrebbero perso tutti i loro poteri e si sarebbero trasformate in esseri umani. Per questo si ammantavano di luce affinché la loro sagoma fosse solo vagamente percepibile. Inoltre non potevano nemmeno vedere la propria immagine riflessa, perché erano talmente belle che la vanità le avrebbe trasformate in esseri umani. Insomma, in sintesi, non potevano nè essere viste dagli uomini, nè vedere la propria immagine.

Le fate avevano una regina tanto incantevole quanto solenne, che governava l’isola con saggezza e magnanimità. La regina aveva una figlia, la principessa per l’appunto, la quale era la più splendida delle fate; splendida ma infelice. Infelice, perché era circondata da così tanta bellezza che quella stessa bellezza ormai per lei aveva perso ogni senso e quando le dicevano “Non essere triste principessa, perché tu sei la più bella” lei si intristiva sempre di più e da parecchio tempo addietro aveva smesso addirittura di parlare per la tristezza e la noia che la attanagliavano.

Quando le fate accompagnarono sull’altura più elevata dell’isola il pirata Jack, la regina lo stava aspettando sul suo alto trono di pietra lavica tutto ricoperto di edera fresca e profumata.

“Le fate ti salutano, principe naufrago, dalla luminosa corona. Io sono la regina e tu sei l’unico uomo che sia mai stato al mio cospetto, visto che sei stato privato della vista”.

“La leggiadria della tua voce onora le mie orecchie, mia regina” rispose Jack.

“Non credere, principe naufrago, che ti abbiamo salvato la vita in cambio di nulla” ribatté la regina delle fate. “Devi saldare il tuo debito con noi, ora. Se riuscirai in ciò che ti chiedo avrai la libertà e con essa anche la mano della principessa mia figlia”.

Di fronte a quelle parole Jack capì quanto era legato alla sua libertà, a cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo. In più se la regina non mentiva, avrebbe avuto in sposa la principessa delle fate, che si narrava fosse la creatura più splendida di tutte e ciò lo rese ancor più determinato. “Accetto” disse con voce ferma “Dimmi cosa devo fare”.

“Devi riuscire, nonostante la tua cecità, a riprodurre un’immagine di mia figlia, la principessa, in modo che lei possa capire dove sta la sua vera bellezza. Non potrai però nemmeno toccarla. Così estirperai il suo germe d’infelicità e si trasformerà, ahimè, in una donna, ma in una donna amata e felice accanto a te, colui che è riuscito a farle aprire gli occhi del cuore. Hai una notte per pensare ad un modo per farlo. E ora ti congedo, principe naufrago. Vediamo se sei degno della corona di perla che porti e soprattutto della mano di mia figlia”…

continua


Il pirata Jack e la principessa delle fate (III parte)

Sospinto più che dal maestrale, dall’ardente desiderio di vedere le fate, giunse presto ai mari tropicali. Si gettò in acqua equipaggiato solo del suo flauto magico di conchiglia, di una minuscola biglia di vetro e di una bottiglia vuota, scendendo verso i fondali più impervi.

Laggiù in quelle inesplorate profondità trovò quello che cercava: una ostrica piccola piccola, grande sì e no come un dito mignolo portata fin lì per leghe e leghe dalle correnti. L’ostrica però era chiusa, gelosa del suo tesoro nascosto. Allora il Pirata Jack cominciò a suonare il suo flauto magico più soavemente che poteva e dopo un poco l’ostrica si addormentò per sognare il luogo dove era nata. Quindi immersa nel sogno si aprì, dischiudendogli la perla più piccola e bianca che occhi umani avessero mai visto; talmente bianca e luminosa che sembrava racchiudere tutta la luce e tutti i colori del mare. Jack prese la perla, la infilò nella bottiglia vuota e la sostituì con una la biglia di vetro, perché l’ostrica non si accorgesse del furto, e continuando a suonare si allontanò.

Poi scese negli abissi dell’oceano dove regna il buio più completo. Ma Jack aveva la perla bianca dentro la bottiglia a fargli luce e tutte le creature che abitavano in quel mondo privo di luce si nascondevano spaventate, non avendo mai visto niente brillare così. Jack scese giù e sempre più giù fino a che non arrivò all’antro della piovra gigante.

Parecchie leggende la dipingevano come un mostro terribile che per mangiare risaliva dalla sua grotta fino in superficie per cibarsi addirittura di navi intere.

Prima di giungere all’antro Jack nascose la bottiglia contenente la perla per riuscire ad avvicinarsi col favore dell’oscurità. Quando fu vicino all’imboccatura della grotta vide la piovra ergersi minacciosa davanti a lui. Chiunque avesse visto la minuscola figura del pirata Jack di fronte a quella montagna di tentacoli, l’avrebbe dato per spacciato. E forse lo sarebbe stato davvero, se non avesse estratto repentinamente la bottiglia con la perla bianca davanti alla piovra gigante. Questa infatti, non abituata ad una luce così folgorante e improvvisa, rimase accecata e schizzò un getto di inchiostro nero più nero della pece. Il pirata Jack allora aprì la bottiglia di vetro e, senza far uscire la perla, la riempì dell’inchiostro e fuggì senza perdere un minuto lontano dalla piovra gigante.

Quindi tornò sulla sua nave-tartaruga e via veloce come il vento verso la casa del vecchio saggio del mare.

Delle due cose che ti ho chiesto, ne vedo solo una” disse la balena una volta che Jack giunto a destinazione gli porse la bottiglia.Guarda meglio, vecchio saggio” lo incalzò il pirata.

Il vecchio allora vuotò l’inchiostro nero in una ampolla vuota e per ultima scese la perla bianca.Ottimo lavoro, Jack. Devo ammetterlo, proprio un lavoro eccellente. E ora che mi hai portato ciò che ti ho chiesto, posso finalmente aiutarti. Ma devi lasciarmi una notte per preparare quello di cui hai bisogno”.

Il vecchio saggio s’inabissò con l’inchiostro nero e la bianca perla. E il pirata Jack si addormentò non tanto perché fosse evidentemente spossato, ma piuttosto per la sua voglia impaziente di sognare le fate.

continua…


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