Archivio delle Categorie: Serie a Puntate

Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

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Gli occhi di Sally (di Sara Belletti)

Sempre il vestito più vecchio, quello sgualcito.

Sally metteva ciò che era più vecchio e insignificante e stancamente lo indossava come uno straccio. Sally non voleva essere guardata, non voleva amici con cui trascorrere pomeriggi caldi d’estate, né voleva essere adorata dalla maestra o desiderata dal ragazzo più carino della scuola. Sally non voleva niente.

L’ho sempre guardata con un misto di timore, curiosità e incomprensione. Credeva di essere invisibile a tutti ma ai miei occhi era chiara e luminosa nelle sue grandi felpe nere. Sally non andava al supermercato all’angolo della strada, non spendeva mai soldi, non si fermava davanti alle vetrine come le sue coetanee erano solite fare. Passava il tempo camminando. Nonostante la sua giovane età, credo avesse già percorso più kilometri di una persona col doppio dei suoi anni.

Sally spariva per pomeriggi interi e tornava solo al calare del sole, si perdeva nei vicoli scuri e nell’oro del grano fresco delle campagne, ma solo ai miei occhi si perdeva: ai suoi sembrava fosse tutto conosciuto da anni, sembrava fosse una vita che vagava da sola, sempre estremamente silenziosa e lenta. Spesso andava nella casa abbandonata fuori dal paese, in mezzo al nulla. Si fermava davanti ad essa, guardava se qualcosa era cambiato dalla volta precedente, sembrava controllasse che tutto fosse come l’aveva lasciato e che nessuno avesse messo mano sul suo piccolo luogo sacro.

Se il controllo risultava positivo -come sempre accadeva- si sdraiava sull’erba alta o si sedeva sul dondolo silenzioso di fianco alla casa e si spingeva coi piedi sul terreno fresco: sembrava conoscesse il movimento del dondolo a memoria, sembrava ballasse o volasse al ritmo di un’armonia dettata dal… Niente.

Intorno era deserto, non un rumore. La tranquillità aveva dolcemente preso il posto della frenesia della gente e della confusione delle auto. Era un luogo idilliaco, un fermo immagine di una dimensione estranea all’umanità, tranne che per Sally.

La casa non era nascosta da alti alberi o irraggiungibile, stava lì, al centro di un tappeto d’erba morbida che l’abbracciava come fosse un prezioso gioiello. Tutti potevano vederla ma mai nessuno al di fuori di Sally le aveva prestato attenzione: gli occhi della gente scorrevano su quella casa come su una vecchia pratica in mezzo a una risma, come fosse nulla. Per Sally era una delle cose più importanti che animavano la sua silenziosa e per tutti insignificante vita. Chissà cosa vedeva coi suoi occhi in quella casa… Quanto avrei voluto vedere coi suoi anche per un secondo solo… Ne sarebbe valso mille.

 Forse vedeva fiori nascere dal tetto e cinguettii sommessi di una nuova nascita e forse foglie di mille colori crescerle dalla testa con frutti carnosi appesi ai rami; e donne leggiadre e danzanti in abiti di seta rosa e ghirlande tra i lunghi capelli. Forse sentiva musica, tanta dolce e festosa musica di stelle suonare da un vecchio giradischi dentro la casa.

Io, coi miei stanchi, vecchi occhi di cenere, vedo solo una casa in rovina, un ricordo spoglio e triste del passato di qualcun altro; forse m’incute persino una leggera paura tutto quel mare muto, così profondo e sconosciuto. Sally vedeva ciò che io non vidi mai nella mia vita e che probabilmente è negato anche ai tuoi occhi di lettore.

La sottile bellezza di un albero che lancia i suoi rami verso il cielo tanto da toccarlo quasi e l’incanto di quello stesso cielo che sembra vuoto ma non lo è e “chissà cosa nasconde dietro quella tenda turchina” si chiedeva Sally dietro quegli invidiati occhi. Lei vedeva questo e altro, e di ciò viveva e si nutriva come la gente vive per il lavoro e grazie ad esso si nutre: stessa operazione, coefficienti diversi.

Spero che qualcuno di voi incontri la mia Sally un giorno e si innamori degli straordinari e puri occhi della sua anima e si vesta dei suoi sogni impalpabili come del miglior vestito sgualcito.

 

Sara Belletti


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part IV

Mentre Indwiloq lentamente peggiorava, soffrendo tra tristezza e malattia, Umano continuava a distruggere e conquistare.

Ma ad un certo punto, nell’ Epoca dell’Egoismo Globale, dell’Oppressione e dell’Ignoranza, non si sa bene cosa sia successo, ma qualcosa portò Umano a modificare i suoi comportamenti.

Molti fra i Fratelli e le Sorelle erano scomparsi, maltrattati o uccisi, e ne rimanevano così solo pochi a testimoniare la follia delle azioni di Umano. Ma è certo che qualcosa cambiò. Forse Umano aveva preteso troppo senza ricambiare, e quindi non gli era rimasto più niente da prendere; forse aveva distrutto troppe cose, talmente tante che l’ormai morente Indwiloq e le altre creature non potevano proprio più sopportare le sue azioni. Forse l’Uomo e la Donna con la loro tecnologia e la loro ottusa insensata rabbia si erano distrutti fra di loro. Forse Umano aveva creato troppi rifiuti e veleni, e l’ambiente da cui Umano era dipendente non era più in grado di dargli quello di cui aveva bisogno, infetto e malato come lo aveva reso.

I più ottimisti sostengono che Umano abbia cambiato il suo modo di vivere di proposito, abbattendo Potere ed Oppressione, Stato e Controllo, le Chiese e i Ministri del Culto, smettendo di espandersi, costruire, distruggere e conquistare, iniziando a ricordare come le cose venivano fatte nelle epoche precedenti, e decidendo così di vivere una vita migliore per sé e per le altre creature.

E’ probabile che accaddero tutte queste cose, perché Umano è una creatura imprevedibile e molto sfaccettata, ma, qualunque sia la risposta, Umano iniziò a ricordare il suo genitore e ad averne considerazione e col tempo chiese scusa per i suoi errori e le sue incoscienze, l’arroganza e l’avidità, i suoi comportamenti violenti e stupidi.

E fu così che Umano chiese scusa ad Indwiloq e a tutti i suoi fratelli e sorelle.

Umano chiese scusa a Cervo, che saltellò ritornando ad abitargli vicino, ad Elefante che barrì felice per il ritorno di suo fratello. Umano chiamò forte e chiese scusa ad Aquila così profondamente e sinceramente che lei ricominciò a volare fuori dal suo rifugio. Umano chiese scusa a tutti, a Coccodrillo, ad  Orso, Pesce, Giraffa, Ragno, e a tutte le altre creature che erano sopravvissute alla sua follia. Dopodiché Umano rifletté molto, ed alla fine chiese scusa con tanta tristezza e lacrime a tutti i suoi Fratelli e le Sorelle che per colpa sua non esistevano più su Indwiloq.

Infine, Umano discusse a lungo con Indwiloq, Madre e Padre allo stesso tempo, e chiese scusa tante volte ed in tanti modi, e promise che si sarebbe impegnato per imparare di nuovo ad ascoltare la conoscenza e la grande saggezza del suo Genitore.

Umano lentamente ma rigorosamente riparò i danni che aveva causato nel corso degli anni, ricordandosi come si viveva prima delle epoche tristi, ed abbracciando così di nuovo tutte le creature.

L’Uomo ritornò ad essere solo Uomo, e non più Re, Imperatore, Legge, Scrittore, Dio, Prete, Ministro, Esercito, Guerriero, Conquistatore, Sacrificio, Fisco, Progresso, Stato, Governo, Denaro.

La Donna ritornò ad essere soltanto Donna, e non più Servitù, Schiavitù, Isteria, Pazzia, Debolezza, Inferiorità, Idiozia, Fragilità, Sessualità.

Uomo e Donna ritornarono ad essere una cosa sola, e tutte e due, e nessuna delle due, e non si considerarono più Uomo e Donna, ma semplicemente Umano.

Fu allora che Indwiloq pianse lacrime di gioia e non più di tristezza, e fece un respiro di sollievo che durò migliaia di anni, irradiando sentimenti di gioia e felicità dal suo nucleo su tutte le sue creature, dando il bentornato alla sua creatura ribelle, e festeggiando così il suo ritorno.

Con il tempo, il pianeta Indwiloq recuperò le forze, e Umano imparò a non uscire più dal sentiero della saggezza e della conoscenza. Umano giurò di non dimenticare mai i suoi errori, ed imparò a raccontare la storia della sua incoscienza ed arroganza alle generazioni successive, cosicché  tutte le creature tenessero bene in mente come non si sarebbe dovuto vivere in futuro. Umano inoltre creò la musica e la poesia per rendere omaggio al pianeta che gli aveva dato la vita, e tutte le generazioni successive impararono che attraverso la musica e la poesia potevano sentire di appartenere al pianeta, di essere a casa.

Col tempo anche i pianeti devono morire, ma quel tempo era per Indwiloq ancora molto, molto lontano. Per il resto della sua vita, con il ciclo delle esistenze che in armonia ruotava, Indwiloq, che è la Madre e il Padre di tutta la vita che conosciamo, visse in un’immensa felicità con tutte le sue creature, compresa quella bestia ostinata e pericolosa che è Umano.


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part III

In quest’epoca, Uomo vedeva Donna come il suo opposto, e quindi cominciò ad odiarla, a sottometterla e a violarla. Uomo iniziò a credere che tutto quello che era opposto a lui era “femminile” e “debole”, e quindi iniziò a pensare ad Indwiloq solo come ad una “madre”: Uomo si dimenticò che il suo genitore era maschio e femmina, e tutti e due, e nessuno dei due. Dimenticò che quello che era lo era principalmente per creare,  curare e nutrire.

Invece si convinse che il suo ruolo era quello di fare le regole e di punire, di disciplinare e giudicare, conquistare e distruggere; pensava che il suo “essere Uomo”  fosse un’arma, ed iniziò ad usare il suo “essere Uomo” come se fosse davvero un’arma, prendendo dalla Donna qualsiasi cosa volesse senza preoccuparsi di restituirle niente.

Alcuni uomini iniziarono ad essere conosciuti rinnegarono anche, insieme alla loro natura, il loro nome: Re, Imperatore, Legislatore, Scrittore, Dio, Prete, Ministro, Esercito, Guerriero, Conquistatore, Sacrificio, Fisco, Progresso, Stato, Governo, Denaro.

Donna cambiò e diventò varie cose: resa oggetto e molestata da Uomo, iniziò a non piacersi più ed ad odiare il suo essere Donna. Circondata da tronfi prepotenti che non si risparmiavano un’occasione per parlare male di lei, arrivò perfino a credere davvero alla bugia che fosse meno saggia ed intelligente di Uomo, iniziando a pensare a se stessa come ad una schiava che non poteva essere altrimenti, e per questo cominciò a dare ogni cosa senza chiedere niente in cambio.

Alcune Donne iniziarono ad essere chiamate con altri nomi: Servitù, Schiavitù, Isteria, Pazzia, Debolezza, Inferiorità, Idiozia, Fragilità, Sessualità. Indwiloq credeva che Umano di certo non sarebbe potuto andare oltre questo scempio, ma purtroppo si stava sbagliando.

Umano era determinato a distanziarsi il più possibile dal suo genitore, e continuò a crescere ed espandersi, conquistare e reprimere, discutere, arrabbiarsi, combattere e distruggere un secolo dopo l’altro, fino a che non ci fu più nessun nuovo spazio da conquistare e sfruttare per Umano.

Dunque questa era L’Epoca dell’Egoismo Globale, dell’Oppressione e dell’Ignoranza.

In quel tempo, Umano era così lontano dal suo genitore che si era quasi completamente dimenticato di Indwiloq. Chiuso in sé stesso e sempre più determinato a riprodursi, conquistare ed espandersi, Umano smise di guardare a quello che aveva intorno ed iniziò a guardare verso l’alto. Costruirono torri enormi, obelischi di metallo affilato che bucavano i cieli di Indwiloq, non contenti delimitando i loro confini con strade, muri, agenti di sicurezza e controllori.

Più crescevano più le loro richieste a Indwiloq e agli altri Fratelli e Sorelle diventavano pressanti ed insostenibili: aumentarono sempre di più l’estrazione del sangue metallico prelevato dall’esausto corpo del genitore, incrementarono il taglio dei suoi capelli e della sua pelliccia alberata. Umano consumò sempre di più le sue sorelle Piante e i suoi fratelli Animali, con una crudeltà indescrivibile, e poiché non dava loro nulla in cambio, per nessun motivo, restarono in vita pochissimi Fratelli e Sorelle sulla superficie di Indwiloq.

L’arroganza dell’Uomo e della Donna in quest’epoca era nuova e più cattiva che mai. Umano iniziò a pensare che la sua intelligenza e conoscenza fossero molto più avanzate di quelle di Indwiloq, addirittura credeva fossero molto più avanzate di quelle del Tutto, dello Spirito di Tutta la Vita Cosmica!

Armati di questa presunzione e incoscienza, l’Uomo e la Donna crearono e costruirono un’infinità di oggetti che non avevano alcun senso, credendo però che questi aggeggi, queste reliquie avrebbero loro facilitato la vita. E con l’industria che veniva utilizzata per produrre queste cose, Umano portò sulla terra i suoi veleni, le sue tossine, e i suoi rifiuti, che danneggiarono ogni creatura.

Quindi, a quel tempo, Indwiloq non solo era addolorato e triste per le cattiverie di Umano, ma il pianeta era anche dolente, contaminato dai veleni e ferito dagli attacchi dei suoi figli ribelli. Piangendo e lamentandosi in maniera impercettibile alle orecchie ormai sorde degli Uomini e delle Donne, Indwiloq si ammalò gravemente ed iniziò a morire, e con lui tutte le creature del pianeta, Umano incluso.


Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part II

A quel tempo, la più giovane creatura di Indwiloq veniva chiamata Umano. Umano era un animale  magnifico che camminava su due zampe e comunicava in tantissime affascinanti lingue diverse. Dato che era la creatura più giovane ed inesperta, Umano aveva ancora molte cose da fare e da provare davanti a sé, ma giunse anche per Umano il tempo in cui diventò adolescente, ed iniziò a ribellarsi al proprio genitore.

Umano visse per molto tempo una bellissima infanzia, curato da Indwiloq, amorevole Madre e premuroso Padre, ma in seguito Umano iniziò ad essere impaziente ed irritabile e, nei suoi capricci, imparò ad essere egoista. Umano piagnucolava, si agitava e si lamentava, ed iniziò a dire spesso ad  Indwiloq che lui era diverso, migliore rispetto a tutte le altre creature e forme di vita, che in realtà erano sue sorelle, suoi fratelli e suoi spiriti amici. Si senti sottovalutato, incompreso, ignorato. Questo causò un terribile fremito di paura tra tutte le altre creature in mezzo alle quali Umano aveva sempre vissuto, con le quali si era voluto bene, ed iniziò il periodo della Grande Diffidenza.

Cervo sparì, Elefante corse via per la paura di incontrare Umano. Aquila volò dove nessun Umano avrebbe potuto raggiungerla, Pesce iniziò a nuotare in acque più profonde.

Ape e Vespa iniziarono a volare e arrampicarsi sugli alberi, costruendo alveari come fortezze per proteggersi dall’esterno, mentre Orso, che già era molto esperto e saggio, si limitò a fare qualche smorfia di biasimo, andando ad accucciarsi nelle grotte più profonde e buie per farsi delle belle dormite. Anche Coccodrillo fece un sorrisetto e nuotò lontano, mentre Giraffa abbassò il suo nobile collo e trotterellò via con gli altri animali, e Ragno si nascose  sotto i sassi  e dietro le foglie.

Formica ritornò nel suo villaggio sottoterra, Pipistrello si tappò le orecchie ed iniziò a svolazzare da tutte le parti per non sentire. Pure le forme di vita invisibili fuggirono altrove, mentre le Piante, che poverine non riuscivano a muoversi abbastanza velocemente, tremavano tutte  dalla paura.

Per un po’ di tempo quindi Tutta La Vita su Indwiloq fuggì da Umano lasciandolo solo al suo destino. Il pianeta genitore provò in tutti i modi a consolare la sua creatura inquietata con parole d’amore,  d’incoraggiamento, con l’abilità che solo una madre sa avere e la saggezza che solo un padre sa avere. Ma Umano non ne voleva proprio sapere.

Diceva, “Io sono il migliore! Sono differente da tutti voi e so tutto molto meglio di voi!”

E anche, la cosa più dolorosa di tutte, “ Io non ho bisogno di voi!”

Indwiloq pianse per molte centinaia di anni, pianse di un dolore che solo un genitore rifiutato dalle proprie creature può sentire. Attraverso i suoi occhi lucidi e gonfi di lacrime, Indwiloq guardava come il suo figlio ribelle, Umano, si allontanava dal sentiero della conoscenza.

Fu così dunque che il mondo entrò nell’Era Scura dell’Umanità.

Umano iniziò a moltiplicarsi con una frequenza sempre maggiore. Uomo e Donna iniziarono a vivere in ogni parte del mondo, perpetuando il male e andando contro il loro genitore.

Un tempo, per quello che tutti possono ricordare, Indwiloq accudiva Umano con i frutti e gli strumenti che il suo corpo poteva offrire. Umano prendeva anche dai suoi fratelli animali e dalle sorelle piante, ma con la sicurezza di restituire sempre quello che aveva preso, in un modo o nell’altro.

Ora, Uomo e Donna non erano più soddisfatti di quello che Indwiloq dava loro liberamente, cominciarono quindi ad esplorare l’interno del mondo, dove nessuno aveva mai pensato di andare a cercare, e fu così che iniziarono a prendere quello che volevano da dentro il suo corpo. Iniziarono anche a strappare, lacerare e derubare la superficie del loro genitore per i loro fini, e a tormentare i loro spiriti amici con le loro continue richieste rifiutandosi di dare qualcosa in cambio.

Era l’Epoca dell’Egoismo e dell’Ignoranza.

Donna  e Uomo costruirono nuovi strumenti e inventarono la tecnologia. Iniziarono a svuotare le arterie di Indwiloq dal metallo, che era il suo sangue, e con questo metallo fecero martelli, aratri, falci e spade, lance, alabarde, asce, scudi e armature. Abbatterono grandi porzioni della pelliccia di Indwiloq, la foresta sacra e  antichissima che dava la casa a migliaia di creature. Se un tempo vivevano con i frutti della foresta, o al massimo con piccoli orti se quello che si poteva trovare nel boschi non era sufficiente, ora Uomo e Donna massacravano la foresta e la sostituivano con campi e pascoli, mangiavano e si espandevano e non si preoccupavano di dare niente in cambio a nessuno. Indwiloq e Tutta La Vita Sulla Terra si opposero a questa nuova esistenza di Umano, e glielo dissero come poterono, ma Umano fece semplicemente finta di non sentire.

Ma l’arroganza di Umano era solo all’inizio, e incominciò a dire:

“Il mio modo di vivere è l’unico modo possibile, piantatela tutti di rimproverarmi e di fare delle tragedie! C’è solo una maniera per vivere su questo mondo, tutte le altre sono sbagliate! Tutto o è una cosa oppure un’altra, tutte le cose o sono nere o sono bianche, non esiste nessuna via di mezzo, nessun terreno comune!”, e finì dicendo “Voi mi dite che sbaglio, ma il mio modo è l’unico modo giusto! Quindi siete voi che sbagliate, voi siete i miei nemici!”.

Indwiloq allora si sentì spaventato e col cuore a pezzi: Umano voleva distruggere il mondo stesso che l’aveva generato. Uomini e Donne iniziarono addirittura a distruggersi a vicenda, molte popolazioni diverse pensarono che il loro modo di vivere fosse l’unico modo, il modo giusto, e vollero eliminare tutti quelli che vivevano in maniere differenti perché non erano più in grado di confrontarsi. Molti iniziarono a pensare come se tutto fosse una cosa contro un’altra, o bianca o nera. Iniziarono a pensare alle opposizioni e non alle composizioni, agli opponenti e non ai complementi.

Ciò comportò l’entrata nell’Epoca dell’Ignoranza, dell’Egoismo e dell’Oppressione.


Principio di scarica elettrica (11° parte)

Baratro e Duke salirono su quell’altissimo ponte che è Rialto, ancora una volta facendo lo slalom tra i turisti. Appena il Saggio li vide accennò un sorriso e lì abbracciò serenamente: sembrava molto tranquillo, e questo a Baratro non tornava.

“Avete fatto un buon viaggio?”.

Duke rispose un sì sarcastico, poi continuò: “A parte questi rozzi turisti, che girano per l’isola come zombie attirati da qualcosa di magico; servirebbe un apripista per levarseli da davanti. Sono troppi ed insopportabili”. Baratro rideva dell’uscita dell’amico: tipico di Duke. Poi guardò il Saggio, contento di averlo finalmente ritrovato.

Erano le sette di sera ed il sole stava ormai calando, così andarono in un’osteria a mangiare e bere come facevano i marinai della Repubblica Veneziana di un tempo: lontani finalmente dalle urla scomposte dei turisti e dalle loro cene discutibili. Furono accolti dall’oste che, con un marcato accento veneziano, li fece accomodare e li servì rapidamente.

Il Saggio sembrava aver messo da parte quella sua inconsueta tranquillità iniziale: una luce strana e scintillante cominciava a balenare nei suoi occhi e Baratro, resosene conto, gli chiese: “Che facciamo questa sera?”. Lui si mise a ridere, cercando di dissimulare quell’incredibile pensiero che percorreva il suo cervello come un animale impazzito. Guardandoli dritti negli occhi chiese: “Avete mai sentito il suono di una chitarra rimbombare sulle onde del mare?”. Quella domanda, detta in quel modo teatrale dal Saggio, che era una persona incredibile, non poté che avere un effetto dirompente nella mente e nei cuori dei due. Duke preso dall’emozione e dalla curiosità lo prese per il bavero e, quasi minaccioso, chiese di cosa stesse parlando. Il Saggio, soddisfatto di aver infiammato i loro animi rise per un po’ tra sé e sé, poi aggiunse: “Questa sera uno dei più grandi gruppi mai esistiti suonerà in laguna dalle parti di Dorsoduro” poi estrasse dalla tasca tre biglietti e aggiunse “Questi sono i nostri lasciapassare”.

Baratro e Duke erano senza parole: guardavano il Saggio senza più capire niente. La loro razionalità si era fottuta, come dopo una corsa in macchina in una lunga notte di follie: con il cambio che, a forza di essere messo alla prova da mani stanche, si blocca inesorabilmente. Erano rimasti in folle. Ma poi si ripresero da quello stato e scoppiarono in un ringraziamento clamoroso, fatto di abbracci ed ovazioni, tanto che ogni persona del locale si voltò a guardarli, chi ridendo felicemente, chi considerandoli dei pazzi.

Ora camminavano per le calli, con la pancia piena e la mente sgombra. Il loro passo era lento ed inesorabile: superava i numerosi ponti ed aggirava le mille chiese.

La sera Venezia è uno spettacolo: attorno alle 8 la città si calma e sembra che le persone e i palazzi, i ponti ed il mare, tutto, stia bene assieme, come in un grande affresco idilliaco. Mentre vedevano tutto questo un leggero vento spirava dolce sulla laguna, incantata e sorpresa dalla sua stessa bellezza.

In questo quadro i tre arrivarono di fronte alla Facoltà di Architettura, che era stata costruita sulle ceneri di una vecchia fabbrica di cotone. Poi il Saggio li invitò a salire su una piccolissima collinetta lì davanti per assistere allo spettacolo che si estendeva sotto ai loro occhi: un palco, che sorgeva tra i canali e che sembrava incastonato nell’intricato disegno di quelle strade, era già assediato da centinaia di ragazzi e ragazze di tutte le età, che continuavano ad affluire da ogni parte.

Baratro, estasiato da quella visione, stava pensando “ragazzi e ragazze, come noi, qui a Venezia per vedere un concerto pazzesco… No va beh”, così si girò verso gli altri due e guardandoli negli occhi gridò: “Cosa stiamo aspettando!?”. Poi si voltò e scese dalla collinetta correndo verso quel mare di gente. Mentre scendeva si voltò diverse volte per guardare a che punto fossero gli altri. La terza volta inciampò su sé stesso e finì di slancio addosso ad un tipo che cadde clamorosamente per terra. I due si rialzarono subito. Baratro non ebbe neanche il tempo di chiedere scusa che l’altro, un ragazzo alto e ben piazzato, cominciò ad offenderlo in dialetto veneziano dicendogliene di tutti i colori. Lui per fortuna non aveva capito la maggior parte degli insulti e continuava a scusarsi dispiaciuto per l’accaduto, ma l’altro sembrava sordo e continuava a cercare in Baratro un senso di colpa che non avrebbe mai trovato. Nel frattempo Duke li aveva raggiunti e, stufo di assistere a quella scena patetica, si intromise nella discussione portandosi di fronte al veneziano e, a cinque centimetri dal suo viso, disse: “Ciao. Io sono un suo amico” indicando Baratro, poi continuò “Vorrei poterti offrire da bere per riparare al suo grave errore, che ne dici?”. Il veneziano indietreggiò di un passo, colpito da quell’inaspettata proposta, poi la sua espressione prese a cambiare lentamente fino a che non si fece mansueta e, ridacchiando qualcosa in dialetto con i suoi amici, indicò una strada vicina.

Così, uno stuolo di veneziani e due giovani modenesi, si mossero assieme alla ricerca di una birra.

Enrico Monaco


In viaggio verso l’isola (10°parte)

Il treno correva veloce disegnando una linea dritta nel cuore della campagna ferrarese. Nelle sue carrozze Baratro e Duke, inseparabili come Ulisse e Diomede, correvano alla volta di una nuova avventura. Il Saggio non era potuto tornare a Modena, così li aveva invitati a raggiungerli e loro non avevano potuto rifiutare: avevano un disperato bisogno dei suoi consigli.

Una strana luce illuminava quei canali di campagna, che come coltelli perfetti tagliavano le terre colte di quella pianura veneta, e già in lontananza si potevano vedere i colli euganei ergersi maestosi di fronte alla corsa testarda del treno. Così passarono Rovigo e poi Monselice per raggiungere Padova. Poi il treno continuò la sua corsa indifferente, fino a quando altissimi mostri dalle braccia di metallo invasero il paesaggio: le strutture della Fincantieri informavano i due viaggiatori che la Laguna non era lontana. E infatti sul treno andavano moltiplicandosi parlate venete e linguaggi duri e aspri, che raccontavano una storia dolorosa mai dimenticata, neanche dalla pioggia perpetua di denaro che aveva investito il Nord-Est.

Il treno stava per arrivare, e una voce meccanica annunciò ai passeggeri che erano nei pressi di “Venezia Santa Lucia”. Così Baratro e Duke agguantarono i loro cappotti e non appena il treno si fu fermato scesero sorridenti dal treno con una sigaretta in bocca.

Entrare a Venezia è come varcare la soglia di un altro mondo. Il ponte e il mare sono le uniche due porte che collegano l’isola a tutto il resto. Non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo secondo ragione, basta esserci stati nella città del Doge, per rendersi conto della sua alterità manifesta.

In quel momento i due amici muovevano i loro passi non senza un certo stupore tra turisti bardati di souvenir e nativi frettolosi di sbrigare i loro impegni. Si vedeva benissimo che loro due non appartenevano né all’una né all’altra razza: i primi venivano per quella Venezia kitch, fatta di bancarelle, famose opere d’arte e ristoranti ipercostosi; mentre quegli altri correvano così tanto che forse si erano dimenticati della bellezza di quella città. Baratro e Duke invece erano viaggiatori, in cammino sì per un obbiettivo personale e definito, ma pronti a cogliere quel valore e quella bellezza che la città non aveva smarrito, soltanto era nascosto dal mondo artificiale creato per il turista/consumatore.

Dopo una lunga marcia tra turisti distratti e calli di singolare bellezza, durante la quale più volte Duke aveva augurato la morte a non pochi che si trovavano sulla sua strada, arrivarono a Rialto: lì li aspettava sorridente il Saggio con il suo basco in testa. Il vento della laguna lo investiva dolcemente e i raggi del sole calante lo accarezzavano disegnandolo come un eroe romantico.

Allora Baratro capì che quella notte veneziana sarebbe stata incredibile e che lui non sarebbe mai più stato lo stesso.

Enrico


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