Archivio delle Categorie: Il sergente dalla Pieve

Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo IV

Verso Crocette

 

 

Settimo giorno di licenza.

Conosco bene la stazione di Modena, appena arrivato cerco un posto per dormire e mangiare, ne ho bisogno, e cerco anche informazioni per arrivare a Pavullo.

Oggi è mercoledì, 21 gennaio 1914. C’è il sole e fa freddo ma non come sull’altipiano per fortuna; ho fatto una bella dormita e sto aspettando la corriera della ditta Macchia: ma guarda un po’ si chiamava Macchia anche la signorina delle paghe nel cantiere. Destinazione Pavullo nel Frignano. Oltre all’autista e a un controllore ci sono altri cinque passeggeri, la strada è polverosa e piena di buche. Usciti da Modena passiamo per Formigine, un piccolo borgo, poi dritti fino a Maranello. Arriviamo alla via della stazione e proprio di fronte, prima di cominciare la salita verso la montagna, facciamo una sosta: Osteria dal Cavciòl. Sembra una consuetudine per l’autista che non ha nessuna fretta di arrivare e non sente le mie richieste di ripartire al più presto. Evidentemente non deve ritornare al fronte tra pochi giorni.

“Soldato, venga ad assaggiare lo gnocco fritto, poi mi dirà se è stato tempo perso”.

Scoraggiato scendo. Per mia fortuna. E’ uno strano pane, lo servono con del salume, ed è davvero buono. Mi dicono che è una tradizione di questa zona, lo mangiano anche a colazione il giorno dopo, secco, immerso nel latte. Sono proprio matti qui in continente.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo III

Albarello

 

 

Dopo molti minuti la curiosità è troppo forte, così riprendo a parlare.

“Ricorda com’era?”

“Mi fa una domanda difficile, sono passati sedici anni. Ma lei non lo ha conosciuto?”

“Ero piccolo quando è partito ed ho pochi ricordi di mio padre”.

 

Quando arriviamo in stazione a Verona prendiamo una corriera per Castelnuovo poi, a piedi, arriviamo a casa Bisighìn. Prima spiega come mai è dovuto tornare poi mi presenta alla sua famiglia, sembra brava gente. Sono in tanti: il capofamiglia con la sua sposa, le mogli dei due fratelli, una sorella più giovane, ed ho contato sette o otto bambini piccoli.

Giacomo mentre preparano la cena per noi, loro avevano già mangiato, mi mostra da una scatola di metallo delle foto, nel retro è presente l’anno della mietitura.

“Eccone due del 1898”.

Le guardo, prima una poi l’altra, poi rifaccio il giro.

“Mi sembra questo, ma non ne sono sicuro”.

“Penso che ha visto giusto soldato ed è stato fortunato: c’è un particolare che ricordo di quell’uomo. Mentre lavorava con noi ha sentito parlare di Venezia e di Sona da altri braccianti. Allora quando è finito il lavoro ci ha detto che sarebbe passato da Sona per visitare la parrocchia del Santo  Salvatore, perché era la prima volta che gli capitava di sentire di una chiesa con il suo nome”.

Salvatore, finalmente. Le lacrime scendono piano sul mio viso sorridente. Giacomo per fortuna sembra non accorgersene, mentre riprende a parlare.

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo II

Ricordando Fussen

 

“Vorrei che tu non ti facessi illusioni, non è come cercare una persona al tuo paese o in un paesino in montagna. Se tuo padre e andato in una città e tu non sai quale la ricerca è quasi impossibile. Pensa che mio padre, che viaggiava molto, raccontava di luoghi oltre confine e paesini in montagna, in posti che solo chi li conosce sa le strade per raggiungerli. Mi raccontava che il posto più lontano dove è andato era in Germania e per raggiungerlo aveva attraversato tante città e paesi, e lui sapeva i nomi di tante città che a scriverle ci vorrebbero tanti quaderni.  Questo è successo un anno prima che io nascessi, esattamente nel 1886. In quella regione fu terminata la costruzione di un palazzo che per la sua realizzazione furono coinvolti un sacco di artigiani e commercianti che venivano da molti posti fra Germania, impero Austroungarico e Italia. Nei diciassette anni che servirono per la sua realizzazione mio padre Alfonso ci si recò alcune volte, al seguito di due artigiani che venivano da Ortisei che, con altri provenienti da varie zone del Tirolo, realizzarono tutti i lavori in legno. Pensa che in quel palazzo ci sono centocinquanta stanze e che inizialmente dovevano essere duecento. Arrivarono le cose migliori da tutta Europa: i marmi da Carrara, le porcellane da Limoges e da Capodimonte, preziosi mobili da Parigi, da Firenze e persino dall’Inghilterra. Per la realizzazione del castello di Neuschwanstein non si badarono a spese. Io ho tanto sentito parlare da mio padre di questo posto, che non ho resistito e dopo la sua morte sono andato in quei luoghi a lui tanto cari, e sono rimasto incantato. Quello non è solo un castello: quello è il luogo in assoluto più bello che io abbia mai visto”.

“Perché mi racconta tutto questo? Perché vuole togliermi ogni speranza?”

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Il sergente dalla Pieve (di Ivano Baldoni) – Capitolo I

Il rifugio

 Domenica 6 dicembre 1914.

“Seguite il sentiero, la vostra trincea è l’ultima poi c’è un salto di duecento metri sulla Valsugana; tenete i muli avanti a voi: ormai conoscono la strada e non potrete sbagliare”.

“Quanto manca ancora?”

Il tenente, dando una pacca sulla spalla, disse: “Sergente, ora di tempo ne ha fin che vuole, da qui in avanti la strada è sicura; appena arrivato faccia riposare gli uomini e nei prossimi giorni completeremo la sua squadra”.

Il sentiero è scavato nella roccia e nella neve ed il silenzio è rotto solo dai rumori della salita, si sente persino il respiro affaticato di chi non ne può più. Finalmente, dopo due ore di freddo, un soldato intima l’alt: erano arrivati a quella che sarebbe diventata la loro casa per molto tempo. Dentro, il rifugio è pieno di fumo ma caldo, gli uomini sistemano gli zaini, mangiano qualcosa, poi in branda a riposare, visto che sono due giorni che marciano e dormono dove capita.

Alle cinque si svegliano: per lavarsi devono rompere il ghiaccio nel secchio. C’è chi si rade poi caffè per tutti, amaro, a ricordare che non sempre arriva lo zucchero lassù. E’ cattivo ma riscalda, e tanto basta. L’unico rumore che si sente è quello delle gavette e le imprecazioni di chi non si è ancora abituato all’acqua gelata; qualcuno era in branda con ancora tutti i vestiti addosso.

 

“Caporale Olinto Greco a rapporto signor sergente”.

“Riposo caporale. Da quanti giorni siete arrivati ?”

“Da una settimana. Sergente, se ora viene con me, le mostro la nostra postazione”.

Usciti dal rifugio girano a destra, lungo la trincea che ritorna verso la valle da dove sono venuti: là è acquartierato il comando con il resto della compagnia; poi a sinistra inizia una trincea alta e stretta, tutta scavata nella roccia bianca. Ogni dieci metri circa sono presenti dei punti di osservazione verso la valle, duecento metri più sotto.

Il sergente conta sette postazioni poi finisce la trincea, oltre c’è la Valsugana. Il panorama è stupendo: si vede nella conca della valle il fiume Brenta e la strada che lo costeggia, poi un ponte e, in lontananza, il lago di Levico e oltre quello di Caldonazzo. Fino ad un certo punto si vede la ferrovia che si perde in una macchia estesa quasi fino alla parete ripida della montagna. Sulla strada vi è un continuo andare e venire di camion e militari: il nemico si sta organizzando.

“Caporale da dove venite?”

“Da San Severo”.

“E dov’è?”

“Puglia, provincia di Foggia”.

“Sergente, ma è vero che ci sarà la guerra?”

“Speriamo di no caporale”.

“Signore e noi che cosa ci facciamo quassù?”

“Dobbiamo spiare il nemico e, fino a che non ci istalleranno il telefono, comunicheremo con il comando mandando delle staffette. Il nostro è un compito molto importante: con più informazioni sullo spostamento di truppe e di artiglieria mandiamo al comando e meglio potranno contrastare le loro mosse. Saremo gli occhi del 39° reggimento esploratori. Ora continuiamo il giro caporale; io sono Giuseppe Pavan e vengo da Pieve di Livinallongo, vicino a Belluno”.

Ritornando verso il rifugio il sergente osserva il ricovero per le munizioni e gli attrezzi, dove vengono riparati dal freddo i muli, poi subito a una decina di metri il primo dei due rifugi dove alloggiano i soldati.

“Quanti saremo sergente?”

“Presto arriverà l’ultimo gruppo che completerà la nostra squadra: saremo all’incirca quindici soldati e tre sottoufficiali; il nostro comandante è un tenente che gli sa fatica farsi due ore di salita e resta giù al comando”.

Mentre rientrano arriva un uomo basso, carico di neve sul cappello quasi come il mulo che lo segue.

“Soldato scelto Marra Pietro a rapporto signor sergente, sono del 152° reggimento brigata Sassari, con me ci sono gli ultimi quattro soldati; il tenente giù dal comando le manda a dire che ora siamo al completo e possiamo iniziare il nostro lavoro”.

“Riposo soldato. Andate pure dentro a scaldarvi e dormire, so che avete sulle spalle una lunga marcia”.

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