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Know your rights

Per tutte le persone

di tutte le piazze Taksim

di questo nostro meraviglioso

e democratico mondo.

Questo è un annuncio di Pubblico Servizio
con la chitarra
conosci i tuoi diritti
tutti e tre

Numero 1
Tu hai il diritto di non essere ucciso
l’omicidio è un crimine!
Eccetto quando non sia commesso
da un poliziotto o da un aristocratico

Conosci i tuoi diritti

Numero 2
Tu hai diritto al denaro per il cibo
purché naturalmente
non ti dispiaccia un po’ di
investigazione, umiliazione
e se incroci le dita
riabilitazione

Conosci i tuoi diritti
questi sono i tuoi diritti
conosci questi diritti

Numero 3
Hai il diritto di parlare liberamente
sempre che non ti venga tappata la bocca
mentre ci provi

Conosci i tuoi diritti
questi sono i tuoi diritti
conosci i tuoi diritti
questi sono i tuoi diritti

Tutti e tre
ti sono stati suggeriti
in alcuni quartieri questo non è abbastanza
bene
scendi in strada
scendi in strada
e corri
non hai una casa dove andare

Alla fine
quando ti avrò letto i tuoi diritti
hai il diritto di rimanere in silenzio
sei avvertito che ogni cosa dirai
potrebbe essere e sarà usata
come prova contro di te
ascolta
scappa!


Il concerto del Primo Maggio

Il mio concerto del Primo Maggio è stato particolare ma non meno intenso. Una sinfonia di piattini e cucchiaini, assoli di gnocco fritto e brioches. Clienti, che spingevano contro il bancone per effettuare le ordinazioni, come spettatori che cercano la posizione migliore sotto il palco. Perchè in fondo il bancone è un po’ come un palco. Sopratutto se per 4 ore ti passano davanti 300-400 persone. Niente di strano se fai il barista e lavori anche il Primo Maggio.

Forse proprio perchè sono un barista, più probabilmente perchè non ho mai avuto una profonda coscienza politica, non ho niente di illuminante da dire e scrivere su questa giornata dedicata al lavoro e ai lavoratori – giornata purtroppo sempre più festeggiata proprio da chi un lavoro non ce l’ha – ma per queste cose in tanti avranno già detto la loro sui palchi più o meno importanti di tante piazze d’Italia.

Per questo l’unica cosa che voglio fare è augurare buon lavoro a tutti. Un lavoro che non sia solo stipendio a fine mese ma stimolo per migliorarsi e crescere. Qualcosa che riempie la vita e non solo la giornata.

 


Viaggio tra i 5 stelle (di Andrea Dell’Aversano)

Il 21 aprile 2013, alle 18 circa, leggo un post di Beppe Grillo in cui invita tutti a Roma in risposta all’evidente inciucio politico con cui Pd-Pdl-Lista Civica, con la regia dell’ex-neo Presidente Napolitano, si spartiscono le poltrone.

Chiamo mia moglie, ne parliamo e infine decidiamo che nonostante il costo del biglietto del treno dobbiamo andare. In realtà andrò solo io perché abbiamo tre figli e qualcuno deve stare a casa con loro. Così provo a contattare un po’ di conoscenti, tutti in realtà per un motivo o per un altro mi sembrano poco disposti ad andare a Roma; non voglio guidare e quindi do’ un’occhiata agli orari del treno, il prossimo è alle 19.07 e quello dopo alle 20.17.

Ok, io vado, ma ho appena fatto 5 km di corsa e una doccia è doverosa. Dopo 10 minuti sono ripulito, bacio mia moglie che è dispiaciuta e vorrebbe venire con me, mi dispiace non poter salutare i bambini che in quel momento sono dai nonni, mi infilo nelle tasche solo il portafoglio, un pacchetto di sigarette e il cellulare.

Parcheggio la 500 a mezzo km dalla stazione di Modena per trovare un parcheggio non a pagamento anche nei festivi. Quando entro in stazione sono le 19.10, il primo è perso, è la seconda volta che prendo il treno e visto che ho tempo e per pigrizia non uso la macchinetta automatica per il biglietto ma faccio la fila alla biglietteria. Suona il telefono, è Massimiliano mio cognato: ”Sei già partito?… No?… Alle 20.17?… Aspettami vengo anch’io”. Massimiliano non è molto interessato alla politica e a questo genere di cose, ma l’idea di una fuga a Roma lo entusiasma. Arrivo alla cassa e prendo 2 biglietti per il frecciargento delle 20.17.

Ore 19.20 ho i biglietti in tasca insieme allo scontrino di 135€ della mia carta di credito e la pancia vuota, così penso che c’è tempo anche per un big-mac e una coca-cola.

Fumo una sigaretta che comunica al mio stomaco che il tempo dell’abbuffarsi è finito e mi telefona mia madre “lavorata” a dovere da mio fratello che si starà facendo 2 risate pensando alla telefonata… “dove stai andando? È pericoloso! Torna a casa! Mi ha detto tuo fratello che sta succedendo un macello si picchiano tutti! Ci sono dei feriti!…”

Nonostante mio fratello sia più vecchio di 8 anni è come un bambino.

Arriva anche mio cognato e come è tradizione emiliana lo chiamo per cognome “Ciao Lucchi!”

Il treno parte e constatiamo che i sedili sono comodi, a Bologna dobbiamo scendere e cambiare treno, “il Lucchi” che è un tipo molto socievole s’intrattiene con una suora missionaria diretta a Pesaro, è arrabbiata, il controllore le ha fatto la multa perché anche se ha il biglietto ed è su un treno che va in direzione Pesaro ha preso il treno sbagliato. “Su via non faccia così, porti la multa al suo capo vedrà che per lui non è un problema pagarla” ironizza Lucchi. Ha la franchezza e la stessa faccia innocente di un bambino mentre provoca la missionaria spinto dalla curiosità di scoprire cosa risponderà e dalla voglia di farsi una risata.

La donna di mezza età non gli da’ soddisfazione e lo guarda con un accenno di sorriso poi continua a lamentarsi come se lui non avesse detto niente. Dopo aver predicato per quindici minuti che il maligno sta facendo grandi opere e averci tirato in mezzo i grillini e chi li ha votati il treno arriva a Bologna e con la stessa franchezza di prima accompagnata da un ridolino misto cartone animato – pierino il Lucchi la saluta in questo modo: “Noi dobbiamo cambiare treno, faccia buon viaggio, noi andiamo a Roma per sostenere il M5S, siamo quelli che insultava prima… ( altro ridolino )… arrivederci”. Il cambio treno avviene con pochi minuti d’attesa e il nuovo frecciargento sembra più veloce di quello che prima.

Il controllore del treno ha un forte accento romano, rimango stupito perché tutti i passeggeri che mi stanno attorno hanno acquistato il biglietto via web e invece di tirare fuori un tagliando di carta impugnano uno smartphone. Sembra una specie di gioco televisivo, ad ognuno il controllore pone una domanda del tipo: “Eh se io te dico AJFK42 tu che mi dici?” la risposta che i passeggeri leggono sul touch-screen dei loro cellulari è un codice del tipo A7429… quando capisco il meccanismo mi scappa da ridere perché mi immagino il romanesco controllore che chiede a Lucchi “e se io te dico ACVR27 tu che mi dici?”  “Agli mortacci tua” sarebbe sicuramente la sua risposta. Ma a noi non chiede niente, sarà che ha visto che tengo in mano un biglietto “vecchio tipo” e m’immagino quel signore che ha quasi il doppio dei miei anni che pensa quanto sono indietro, senza dubbio ha ragione, in effetti se sostituissimo molta della carta che usiamo con il web avremmo più soldi e più alberi.

23.10 circa la suola delle mie timberland impatta con la banchina del binario 6 nella stazione di Roma Termini, avviso mia moglie che sono arrivato e le prometto di aggiornarla quando sarò davanti a Montecitorio.

Camminiamo per quasi 20 minuti per arrivare li, durante il percorso vediamo degli elicotteri girare su Roma e parecchie pattuglie ferme nelle strade, mi chiedo se sia in atto una rivoluzione.

Arrivato a Montecitorio il mio animo rivoluzionario si spegne del tutto perché davanti a me vi sono in tutto 50 persone tra cui 10/15 tra parlamentari e senatori a cinque stelle e un senzatetto sui 60 anni con cui non so come Lucchi finisce subito per intrattenersi.

Nonostante io segua con interesse questi ragazzi da sempre faccio fatica a distinguerli nella piccola folla, ognuno di loro ha veramente l’aria di uno di noi, riconosco Luigi di Maio e ne distinguo altri solo perché indossano abito e giacca o perché stanno parlando a gruppi di 6/7 persone, un po’ a turno ho il piacere di ascoltare tutti, Sergio Puglia, le sue parole sono semplici ma danno sicurezza e spiega a tutti cosa hanno fatto fino adesso, Giulia Sarti che ci spiega l’invito di Grillo a scendere in piazza e il successivo ritiro dell’invito partito proprio dai parlamentari a 5 stelle, poi addirittura ci da il suo numero di telefono per restare informati su cosa avrebbero fatto il giorno dopo, ce n’erano molti altri di cui con rammarico non ricordo i nomi, ci hanno raccontato della protesta degli elettori PD e di qualche giovane parlamentare del  PD come Civati che è andato a parlare con loro e hanno detto una cosa bellissima: “Si comportavano con i loro elettori proprio come noi”. Ripensandoci oggi mi accorgo di quanto siano lontani quei ragazzi dall’onorevole Gasparri che quello stesso giorno a quella stessa gente mostra il dito medio dall’entrata del parlamento.

Fatti i doverosi saluti chiediamo informazioni per cercare un posto dove dormire e cerchiamo un bar per farci un caffè, noto con curiosità che Mimmo il senza tetto nonostante i saluti continua a seguirci  e a parlare con Lucchi. Offriamo il caffè anche a Mimmo che continua a scortarci per Roma per un’altra oretta. Non appena Mimmo ci saluta e si allontana mi fermo e inizio a fissare Lucchi : “Ma spiegami, come fai ad impezzarti per ore con i personaggi più strani?” per risposta fa la solita risata in stile pierino poi mentre riprendiamo a camminare aggiunge: “Guarda che è un poeta, ha scritto una poesia bellissima, fa così..

Se lo stato se piglia il valore aggiunto

vuol dì che su un prosciutto se piglia la metà

Se poi ce levamo pure il grasso

Vuol dì che alla fine ce magnamo la metà della metà”.

Scuoto la testa e rido anche se in realtà Mimmo dice una grande verità.

Ci sono circa 8 gradi, quando sono partito ho pensato “capirai se a Roma non fa caldo” e mi sono vestito poco, sono pentitissimo. Passiamo davanti a un edificio con colonne altissime in granito e Lucchi mi chiede se è il Colosseo, gli rispondo di no, è il Pantheon, è la terza volta che vengo a Roma e non l’ho ancora visto il Colosseo, lui fa una riflessione più che giusta: “Pensa che questi edifici costruiti da millenni sono ancora qua e le case che facciamo oggi non durano un secolo”.

Ci incamminiamo verso la stazione termini facendo una sosta quasi subito per mangiare un panino in un bar. I primi ostelli e hotel 2 stelle che giriamo sono pieni, gli altri sono troppo cari, gli ultimi hanno già chiuso la reception, guardiamo l’orologio e notiamo che cammina cammina sono le tre di notte. La strategia è camminare tutta notte senza una meta per scaldarsi.

Decidiamo di tornare indietro a Montecitorio e siccome non possiamo dormire prendiamo due caffè prima che chiudano anche gli ultimi bar aperti.

Una cosa che mi ha colpito tantissimo nell’osservare Roma di notte è quante persone abbiamo incontrato che dormivano per strada, avvolti in una coperta o in un letto di cartoni. Siamo stanchi, ci sediamo su un gradino di marmo sporco davanti all’entrata di una pasticceria siciliana a Montecitorio, davanti al Parlamento ci sono un paio di carabinieri, Lucchi mi chiede se quelli con cui parlavo quando siamo arrivati sono quelli che stanno là dentro… ci metto qualche secondo a capire la domanda e gli rispondo di sì che sono parlamentari e quello è il parlamento, lui in modo stupito mi risponde “Si?” come se mentre parlava con Mimmo non avesse capito chi erano quelli con cui parlavano le altre persone. “Ma è quel posto che si vede in tv con tutte quelle poltrone in cerchio?”

“Si, è proprio quello, dentro c’è di ogni, la palestra, il barbiere, il bar, non si sono fatti mancare  nulla”.

“Ecco dove vanno a finire i 1300€ di trattenute della mia busta paga!” ancora una volta non posso dargli torto.

Mentre chiacchieriamo un uomo sulla cinquantina magro con il pizzetto, il cappello a cilindro e il capello un po’ lungo attraversa la piazza quasi ballando e quando è vicino ai carabinieri srotola una bandiera a cinque stelle. In pochi secondi i carabinieri da due diventano una decina e Lucchi è sbalordito “dove erano nascosti questi qua?”

“Non lo so”.

Tra il buffo personaggio e i carabinieri c’è una scaramuccia verbale  che però non riusciamo a sentire bene, poi l’uomo viene invitato ad allontanarsi dalla piazza con la sua bandiera. Quel personaggio curioso obbedisce, lega con qualcosa la sua bandiera alla ringhiera su cui il pomeriggio precedente gli elettori del PD si accalcavano per strappare le loro tessere di partito in faccia ad un parlamento che non li ascoltava e si dirige verso di noi.

È arrabbiato, come la maggior parte del paese, è un personaggio buffo nello stile e nel parlare ma ha una conoscenza dei fatti politici impressionante, una cosa è certa sarà anche strano ma stupido non è.

Decidiamo di alzarci di nuovo e camminare ancora per scaldarci così nel frattempo cerchiamo un bar aperto per bere un the caldo. In giro vediamo molti poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa che a loro volta vanno nei bar per la colazione o un caffè.

Quando torniamo gli unici nella piazza sono i carabinieri, i poliziotti e vari questori o vicequestori, poco dopo il nostro arrivo vediamo tornare il buffo uomo di prima che va ancora una volta a fare delle scaramucce con i carabinieri, e poi si dirige di nuovo verso di noi. “Avete visto chi ha rubato la mia bandiera?” sposto lo sguardo e vedo che la bandiera non c’è più.

“L’ho chiesto ai carabinieri e loro mi hanno chiesto se stavo insinuando che me l’hanno rubata loro, ho detto che io non lo so chi l’ha presa ma voi eravate qua se non siete stati voi avrete visto qualcuno”. Pensai che si erano vendicati del battibecco precedente, do merito della pazienza che le forze dell’ordine devono avere tutti i giorni, ma questo gesto è veramente disonorevole.

Inizia ad arrivare un po’ di gente che viene invitata a non esibire bandiere dalla polizia, inizia un battibecco tra la digos e due signore manifestanti, mi adopero per calmare gli animi e faccio capire alle signore che condivido in pieno quello che pensano ma se vanno avanti hanno solo da perdere, per fortuna mi danno retta.

Sono circa le 9 quando arrivano alcuni parlamentari cinque stelle, rispondono alle domande della  gente, ci informano della conferenza stampa alle 12.00 in zona piramidi, e del corteo alle 15.00 in Piazza degli Apostoli.

Andiamo a prendere un caffè con Vega Collonese deputato del movimento poi insieme a lei e ad altri 7 ragazzi  di Napoli prendiamo 2 taxi per andare alla conferenza al prezzo di 3,50 € a testa.

La prima persona che incontro dopo essere sceso dal taxi è Claudio Messora il famoso blogger, senza pensarci gli do la mano e lo saluto come se fossimo vecchi amici con un “oh ciao Claudio”. Lui mi saluta con altrettanta naturalezza e solo dopo mi rendo conto di non averlo mai incontrato prima. Il posto è gremito di giornalisti, un ragazzo di Uno Mattina mi chiede chi sono penso che abbia il sospetto che io faccia parte dei rappresentanti ufficiali del M5S cosi gli rispondo che non sono nessuno, solo un elettore. Saluto più o meno tutti i ragazzi del parlamento e del senato, salto solo Crimi e la Lombardi perché mi sembrano parecchio impegnati e non voglio disturbarli, simpaticamente  Alessandro Di Battista mi stringe con le mani le braccia tra le spalle e i gomiti dicendomi “Siamo in guerra”.

Inizia la conferenza la sala è gremita, 1 metro davanti a me c’è Mastrangeli che mi mostra la nuca e un po’ mi piacerebbe approfittare dell’occasione per dargli un coppetto ironico e chiedergli che cazzo ci va a fare in televisione? Dalla D’Urso poi…

Beppe è un uragano la conferenza è bellissima, Vito Crimi quando prende parola è anche più bravo, c’è una giornalista americana  che dice che un suo articolo nella traduzione in italiano era stato cambiato in modo diffamatorio da non ricordo che giornale. Grillo ovviamente è inavvicinabile, bisognerebbe affrontare 3 file di giornalisti per riuscire a parlargli.

Lucchi mi torna a chiedere: “Ma questi sono sempre quelli che stanno là dentro, dove eravamo stamattina?”

“Montecitorio? Si sono sempre loro”.

Sulla faccia di Massimiliano si legge un espressione che potrebbe voler dire “strano non sembrano falsi e artefatti come quelli che  vedo in tv”.

Non riesco mai a dargli torto, questo ragazzo sembra avere sempre ragione anche quando non parla.

Siamo stanchissimi e non possiamo affrontare anche il corteo, così programmiamo di prendere la metro fino alla stazione, farci un altro big-mac e tornare a casa.

Il telefono è spento, la carica della batteria è bassa già da ieri e ho deciso di accenderlo solo per le emergenze ma penso sia il caso di avvisare mia moglie del programma di rientro così la chiamo, è un po’ delusa perché non parteciperemo al corteo ma noi siamo troppo stanchi e gli unici biglietti che abbiamo trovato sono per un treno lento che parte alle 15:17 e arriva a Modena alle 21:40 non possiamo tardare oltre il nostro rientro. Pensavamo di dormire in treno per tutto il viaggio ma in realtà i sedili sono troppo scomodi e la posizione in cui dormicchiamo è così innaturale che quando mi sveglio il mio braccio sinistro sembra morto, al punto che non posso spostarlo di un centimetro senza sollevarlo con la mano destra.

Lentamente il sangue riprende a circolare e il braccio a muoversi, Lucchi ovviamente è già impegnato in una conversazione che durerà fino all’arrivo a Modena.

La ragazza che parla con lui è bionda alta e robusta, ha un fortissimo accento napoletano, indossa una tuta ci offre un caffè che ha preparato prima di partire ben confezionato in una bottiglietta da succo di frutta ricoperta completamente di carta stagnola. Mi ricorda un po’ mia madre quindi mi aspetto che tiri fuori dallo zaino una tovaglia per apparecchiare una terrina con dei maccheroni al pomodoro e un’altra con delle braciole e l’insalata.

Sta andando da una zia a Milano, a Napoli lavora in una fabbrica di scarpe e ci dice che forse assumono anche sua cugina che adesso fa la commessa in un negozio 10 ore al giorno dal lunedì al sabato per 100€ a settimana più il panino per il pranzo.

Lucchi è stupito di come possano vivere con così poco e il suo stupore aumenta quando scopre che con il suo stipendio e la pensione del nonno ci vivono in sei.

Quando siamo quasi a Bologna il treno si ferma in mezzo al nulla e mi viene spontaneo di chiedere perché? Due signore che viaggiano abitualmente in treno ci dicono che si è fermato perché siamo in anticipo. Lucchi pone una domanda a cui tutti ridono ma nessuno risponde: “Ma perché fanno i treni ad alta velocità quando quegli vecchi arrivano in anticipo e li devono fermare? Forse ci siamo fermati per non creare un precedente?”

Finalmente arriviamo a Modena, le gambe sono a pezzi e quasi zoppico per arrivare alla macchina, saluto in fretta Lucchi perché tutti e due abbiamo voglia di tornare a casa il prima possibile.

Affronto la tangenziale come se fosse il circuito di Imola e la lancia Y che guida Lucchi mi sta a qualche decina di metri, ci fermiamo nella stessa pizzeria ma questa volta non mangiamo insieme, portiamo le pizze nelle nostre rispettive case.

Apro la porta e mia moglie mi viene incontro, ci baciamo e inizio a raccontargli tutta la storia e dei deputati e senatori cinque stelle, lei sorride e si stupisce di quanto siano realmente cittadini questi onorevoli.


Chi ha incastrato Josef K.? (di Marcello Benetti)

« Sporgendosi dalla lettiga ed offrendo il collo senza tremare, gli fu recisa la testa. E ciò non bastò alla sciocca crudeltà dei soldati: essi gli tagliarono anche le mani, rimproverandole di aver scritto qualcosa contro Antonio. »

Livio, Ab Urbe Condita, Libro CXX – cit. in Seneca il Vecchio, Suasoriae, 6,17

E’ da qualche tempo che sento il bisogno di una analisi. Una analisi politica, o ancora meglio, sociale. Non di quelle partitiche di un quotidiano o di quelle estemporanee, fatte davanti a un bicchiere di vino, fatte per amore della conversazione; ma una analisi dettata dalla necessità di una presa di posizione permanente, che mi dia un appiglio, a dispetto di tutto il bombardamento di informazione sulla situazione del paese al quale siamo soggetti tutti i giorni. Mi sono trovato spesso davanti a un articolo o a un servizio percependo che, nonostante la mia voglia di obiettare, non ho i mezzi per farlo. Non solo per lacune tecniche o culturali, ma perché semplicemente non ho ben chiara la mia idea a riguardo, e più la cerco nei mezzi di informazione, correndo dietro all’ultimo avvenimento, inseguendo la chimera del “tempo reale” e meno mi sembra di venirne a capo. Sento il bisogno di un’idea mia, di un’idea chiara, che mi tenga fermo, ancorato, almeno per un po’. Accendo una sigaretta. Respiro. Prendo tempo. Penso a quel disgraziato di Josef K. ne “Il Processo”, che viene digerito da un sistema a lui incomprensibile, senza poter fare appello a una chiave di lettura, a una spiegazione razionale, senza uno straccio di Cicerone che gli indichi la via di uscita. “Povero Josef – mi dico – pensa se fossi vissuto in Italia; forse non avresti aspettato che venissero a farti fuori: avresti fatto tutto da solo. Come succede adesso, qui da noi”. La sensazione che provo, comunque, posso riassumerla in una parola: impotenza. Questo volere cambiare le cose e non potere – o non riuscire – a farlo, mi restituisce una frustrazione silenziosa, un piccolo concentrato di vuoto e ansia totalmente priva di sfogo. Mi sembra che tutti siano come piccoli girini in una vasca di fango, fatta di termini come “larghe intese”, “franchi tiratori”, “cambiamento”, “destra e sinistra”; parole diventate, queste ultime, ormai vuoti contenitori, buoni solo per la marmellata. Provo a cominciare questa personale analisi cominciando dalle cose positive: anche se poche, spero mi diano un buon punto di partenza, o di vista, che dir si voglia. In primis noto una diffusa voglia di agire, di mettere mano al presente, migliorarlo, farne qualcosa che ci rispecchia maggiormente. Forse non lo fanno tutti alla stessa maniera: qualcuno si “arruola” ad un partito, qualcuno promuove – e produce – musica e cultura, qualcuno si disinteressa per protesta; ma c’è, questa voglia, questa parte brulicante e pensante di individui che la possiede. C’è. Subito dopo collocherei l’aumento esponenziale – nel bene o nel male – dell’interesse per la politica e per quello che accade nel nostro paese. Dribblando tutti i giochi di partito, le opinioni e i punti di vista, credo che questo punto possa essere universalmente riconosciuto come qualcosa di positivo, un dato che ci rende un popolo forse non meno ignorante, ma sicuramente più informato e manipolabile in minor misura. Vedo persone nelle strade, post nei social network, discussioni davanti a una birra che fino a poco tempo fa, data l’impopolarità della politica (un ossimoro non male), erano impensabili. Non mi attento a definire queste persone “nuove” o “giovani”, perchè quelle oggi sono parole tenute in ostaggio, riviste e strumentalizzate, proprio come profetizzato da Orwell in quel capolavoro di “1984”. In effetti, ho usato il termine “strumentalizzare”, ma a forza di privare il linguaggio di termini “politicizzati” tra poco non si potrà più parlare liberamente (pensa un pò). Purtroppo le cose positive che ho notato oggi, nel “mio”, in questo, paese, finiscono qui. Siamo e rimaniamo quelli che investono l’1% sulla cultura e che ci porta ad essere il fanale di coda di un Europa forse mai tanto odiata. Accendo una sigaretta. Respiro. Prendo tempo. Questo non è ancora un punto di vista, è solo l’analisi, la disamina. Mi sale alla mente la risposta che mi diede il cantante di una band della nostra provincia, subito dopo un concerto: “Mi sento più libero ad ascoltare musica strumentale, senza cantato. Mi arriva più direttamente, lo trovo meno impegnativo”. Trovai emblematico che proprio un cantante, che scrive i testi delle proprie canzoni e lavora con parole e significato, percepisca come liberatoria la loro totale assenza. Probabilmente, penso io, è perché le parole lo inducono a pensare – quindi lavorare – anche mentre ascolta musica, e non si gode il momento. Probabilmente perché le parole sono prigioni e non riesce mai a scrollarsi completamente di dosso il peso di scoprire il vero significato di ognuna. Quindi riflette, quindi pensa… e si perde la musica sotto. Si perde il significante, come si dice in linguistica: il piano del contenuto all’interno di un segno. Per sentire direttamente quello che c’è sotto preferisce bypassare completamente quello che c’è sopra. Forse ci sono. Forse ha ragione il cantante. Forse per trovare un vero punto di vista non servono tutte le parole che leggo e ascolto. Forse quello che leggo e ascolto sono solo tonnellate e tonnellate di merda usata per tener occupato il cervello, per far riflettere su un significato che è totalmente estraneo a quello che accade davvero e non risolverà mai nulla. Un pugno di sabbia gettata sugli occhi della gente, che si lambicca per provare a capire, mentre tutto rimane com’è, dov’è. Forse dovrei smettere di fissarmi sulle parole e ascoltare la musica. Questa volta fatta di movimenti e non di note, di facce e volti e non di strumenti. Premere il tasto “mute” del telecomando e sentire cosa mi arriva. Forse tutto, forse niente. Sentire il ritmo, osservando la danza di tante marionette attorno alle criticità, ai problemi, ai soldi, cercando di fissare un punto fisso. Non in un partito, non in un ideale, solamente guardando quello che si muove e come si muove, senza rimanere ogni volta intontito da montagne insormontabili di concetti e procedure e tecnicismi. Ascoltando, senza banalizzare. Forse non è ancora un punto di vista, ma forse sono più vicino a qualcosa che posso leggere, anche senza lettere. Accendo una sigaretta. Respiro. Prendo tempo.


Elezioni 2013: le proposte politiche in campo.

Il tempo scorre inesorabile e le elezioni politiche sono ormai alle porte. Il 24 e il 25 febbraio saremo chiamati alle urne ad eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento, e bisognerebbe avere le idee chiare su cosa andare a votare. Tuttavia, parlando con amici e conoscenti, mi sono accorto che sono ancora in molti a non aver deciso per chi votare. Di certo la consueta “politica televisiva” anche questa volta ha messo in primo piano i candidati e in secondo i programmi elettorali, non aiutando gli elettori a farsi un’idea precisa. Così ho pensato di scrivere questo articolo per provare a riassumere l’offerta politica in campo e dare la possibilità a chi non ha ancora deciso di basarsi su un quadro d’insieme il più attendibile e sintetico possibile. Di seguito potrete quindi leggere un riassunto delle più importanti proposte politiche dei principali partiti/movimenti assieme ad un’analisi di ciò che questi hanno fatto prima di oggi, in modo tale da confrontare le ricette con i comportamenti passati.

Il centro-destra: PdlLega NordFratelli d’Italia e Grande Sud

Il centro-destra si presenta alle elezioni senza indicare il premier, anche se Silvio Berlusconi agisce come se fosse lui e nessuno nel partito smentisce la leadership. La ricetta che la coalizione propone per uscire dalla crisi si basa principalmente su un abbassamento delle tasse:

-eliminazione dell’Imu sulla prima casa (e restituzione di quella versata nel 2012 dagli italiani).

-riduzione dell’Irap (l’imposta regionale sul reddito delle imprese), misura che finanzia direttamente la spesa della sanità pubblica sul piano regionale.

-accordo con Equitalia per la cancellazione di multe e riscossioni ingiuste che hanno danneggiato cittadini e imprese.

In tema di politica europea poi la linea di Berlusconi punta su un recupero di autonomia decisionale dell’Italia, sventolando suggestioni come l’uscita dall’Euro (proposta non confermata) e mostrando un atteggiamento ostile nei confronti della politica di austerità impostata dalla Merkel. Un altro tema utilizzato in campagna elettorale dal leader del Pdl è quello del condono tombale, che servirebbe a legalizzare situazioni non regolari in campo (anche se questa misura è stata smentita quindi non abbiamo la certezza che rientri negli obiettivi del centro-destra). In questo quadro la Lega Nord, con la nuova gestione Maroni, punta su un’accelerazione del federalismo fiscale proponendo che il 75% delle tasse versate dalle regioni del nord rimanga ai territori e promettendo di sostenere la piccola e media impresa oltre che l’occupazione giovanile. L’idea di fondo del programma del centro-destra pertanto si basa sull’ipotesi che abbassando le tasse alle imprese e ai cittadini possano ripartire i consumi e quindi la crescita dell’economia. La critica più frequente a questa ricetta, qualora venisse applicata, è che il momento di crisi e di incertezza in cui viviamo spingerebbe le aziende ad investire molto oculatamente la maggiore disponibilità economica e i cittadini a risparmiare il denaro per tutelarsi dagli imprevisti che ogni giorno possono verificarsi. In altre parole non si favorirebbe un aumento dei consumi e quindi la ripresa economica. Inoltre la coalizione viene spesso criticata dagli osservatori in quanto il programma descritto è all’incirca lo stesso da vent’anni, cioè da quando è nata l’alleanza che sostiene Berlusconi, quindi molti si domandano come si possa realizzare questa “rivoluzione liberale” proprio ora se non è stato possibile quando la coalizione di centro-destra aveva un’ampia maggioranza (elezioni del 2008). Inoltre queste promesse arrivano a fronte dei numerosi scandali che hanno colpito molti degli esponenti del centro-destra minandone la credibilità. Inoltre risulta difficilmente credibile la proposta della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni del nord, sia perché questo inciderebbe pesantemente sul bilancio dello Stato centrale costringendo ad una riorganizzazione massiccia l’intero apparato burocratico del paese, sia perché nella coalizione di centro-destra sono presenti forze come Grande Sud e il Movimento per le Autonomie (Mpa) che si opporranno certamente a questa proposta, dovendo tutelare gli interessi delle regioni meridionali. Infine l’abbassamento delle tasse coincide inevitabilmente con un taglio della spesa pubblica che non è stato specificato come si intenda realizzare, se non con un taglio ai costi della politica che però coprirebbe solo parzialmente la manovra messa in campo. Pertanto è facile comprendere che queste misure sarebbero sostenute con un ulteriore taglio alla spesa pubblica in materia di sanità, istruzione e sostegno agli enti locali.

Il centro: Scelta Civica, Udc e Fli.

Il centro candida come premier Mario Monti anche se questo non potrebbe avvenire in quanto il Professore è Senatore a vita e dunque non può essere indicato come tale. Uno dei tratti distintivi di Monti durante il suo governo è stata l’integrità istituzionale e la volontà di perseguire una politica di rigore, con i quali ha conquistato una credibilità internazionale. Veniamo al programma. Anche quello di Monti così come quello di Berlusconi si basa sull’abbassamento della pressione fiscale, proposto però in maniera diversa e graduale:

-riduzione dell’Irpef, cioè l’imposta sui redditi dei cittadini, dando la precedenza a quelli medio-bassi

-graduale abbassamento dell’Irap (come proposto anche da Berlusconi)

-riduzione dell’Imu sulla prima casa

-riforma del mercato del lavoro (la flex-security di Ichino) che punterebbe all’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato caratterizzato da una forte riduzione della spesa previdenziale (contributi) e una maggiore facilità di licenziamento (ulteriore depotenziamento dell’articolo 18)

-agevolazioni fiscali a chi assume giovani sotto i 30 anni

Anche in questo caso non è chiaro come si intende sostenere l’abbassamento delle tasse, quindi è intuitivo che ciò avvenga tramite un ulteriore taglio della spesa pubblica. Vengono poi contestate al Professore alcune scelte che fanno emergere delle contraddizioni tra le sue parole e le azioni che seguono. Perché durante il suo incarico ha promosso una politica di aumento della pressione fiscale, sostenendo che fosse inevitabile, e ora che è candidato ha cambiato linea? Inoltre la coerenza e l’integrità istituzionale traevano notevole forza dalla sua terzietà e dalla sua promessa che sarebbe rimasto al di sopra delle parti non candidandosi. Perciò la sua promessa, ripetuta durante tutto il mandato, che non avrebbe sfruttato la notorietà acquisita per scendere in politica, risulta fallace avendo lui scelto infine di candidarsi. Bisogna poi ricordare che la sua nomina a Senatore a vita vieta la candidatura come premier: quindi sorge spontaneo chiedersi se sia coerente chiedere agli italiani il rispetto delle regole e il loro inasprimento, quando chi lo chiede non è capace di rispettare la parola data e seguire esso stesso le regole esistenti.

Il centro-sinistra: Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Centro-Democratico e Socialisti.

Questa coalizione si presenta alle elezioni puntando su una linea programmatica che si compone di due filosofie: da una parte l’investimento diretto dello Stato volto al rilancio dell’economia, dall’altra la politica di austerità già esercitata dal governo Monti. Pertanto le proposte del Pd sono di:

-ridurre gradualmente l’Irpef partendo dai redditi medio-bassi, anche agevolando le detrazioni per i lavoratori dipendenti. Questa misura sarebbe finanziata dalla lotta all’evasione fiscale.

-in tema di lavoro si punta a rendere più costosa un’ora di lavoro precario, rispetto ad un’ora di lavoro a tempo indeterminato al fine di disincentivare i contratti atipici e ad incentivare la detassazione sui salari di produttività, cioè abbassare le tasse sulle ore di lavoro straordinario, festivo e notturno per aumentare la produttività delle aziende, come deciso nell’ultimo accordo sindacale firmato da Cisl e Uil.

-sostegno al settore dell’istruzione attraverso un piano per abbattere l’abbandono scolastico; sostegno all’università aumentando le risorse per il diritto allo studio e investimenti in ricerca nei settori ad alto contenuto d’innovazione.

-dotazione per il paese di un sistema per la banda larga.

-piano nazionale di rilancio della crescita per il paese, attraverso un’investimento dello Stato per riqualificazione degli edifici scolastici e la messa in sicurezza del territorio (alluvioni, terremoti ecc.), misure che aumenterebbero la spesa pubblica, ma che permetterebbe di creare occupazione subito.

In questo quadro Sinistra Ecologia e Libertà propone:

-il taglio della spesa militare (ad esempio gli F-35) con la quale si intende finanziare l’irrobustimento del welfare state (istruzione, sanità e diritti) per anni oggetto di tagli e deterioramento dei servizi.

-introduzione di un reddito minimo garantito da erogare a tutti i cittadini. Questa misura aiuterebbe i cittadini a sostenersi nei periodi di disoccupazione e incentiverebbe la ricerca di lavori qualificati, liberando i precari dalla necessità di accettare contratti ricattatori.

-investimenti in cultura: risorse archeologiche, artistiche e paesaggistiche da integrare con l’attività turistica.

-tutela ambientale e difesa del diritto del lavoro attraverso un piano per la messa in sicurezza del territorio (avanzata fin dall’inizio da questo partito); avviamento di una politica industriale che aiuti le imprese attraverso linee guida per gli investimenti (difesa si alcuni settori pubblici strategici, come le reti energetiche e la gestione idrica); incentivi allo sviluppo delle energie rinnovabili.

Le critiche che spesso riceve questa coalizione sono di mancanza di unitarietà, in quanto esistono delle discrepanze tra l’ala di sinistra della coalizione rappresentata da Bersani e Vendola e l’ala moderata incarnata ad esempio da Fioroni e Renzi. Il processo delle primarie si è rivelato un buon collante per trovare un accordo che smorzasse le differenze, tuttavia bisognerà vedere quali saranno i rapporti di forza tra le componenti e le alleanze che si faranno nel dopo voto. Per quanto riguarda la visione generale proposta del centro-sinistra essa si basa su un moderato investimento da parte dello Stato che punti a riattivare il ciclo economico e su riforma dello Stato che punti a rinforzarlo e ammodernarlo. Le maggiori critiche che vengono rivolte a questo metodo sono l’impossibilità di aumentare la spesa pubblica in quanto già troppo alta e corredata da un forte debito pubblico e la difficoltà di mettere insieme la volontà di tagliare la spesa pubblica e di rinforzare la tenuta dello Stato. Tuttavia la proposta del centro-sinistra prevede di finanziare in gran parte la nuova spesa pubblica con un risparmio da realizzare rendendo più efficiente la macchina dello Stato e con una lotta alla corruzione e all’evasione fiscale che permetterebbe di avere un aumento delle entrate fiscali.

Movimento 5 stelle

Per quanto riguarda il Movimento 5 stelle occorre sottolineare due elementi: il primo è che nessuno dei candidati che entreranno in Parlamento ha mai avuto un’esperienza come onorevole; il secondo è che il Movimento non indica il candidato premier, così come avviene nel Pdl, mentre Grillo di fatto agisce come leader. Il programma punta sulla riduzione dei costi della politica e sulla riorganizzazione delle istituzioni dello Stato:

-abolizione delle province, dei rimborsi elettorali e taglio degli stipendi dei parlamentari sono tre delle proposte più rappresentative.

-No alle grandi opere come la Tav e lo Stretto di Messina. Sì alle piccole opere, come la messa in sicurezza del territorio.

-favorire un sistema più efficiente di distribuzione dell’energia che passi progressivamente da un modello in cui il cittadino attinge le risorse dai grandi gruppi (Eni, Edison ecc.) ad uno che preveda l’autoproduzione sulla base di tecnologie di micro-cogenerazione attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili.

-difesa e lo sviluppo delle piccole e medie imprese

-erogazione di un reddito di cittadinanza.

La visione generale del Movimento 5 stelle appare di difficile comprensione a molti osservatori in quanto comprende elementi programmatici propri della linea progressista e liberale. Tuttavia in linea generale sembra che il movimento intenda tagliare una parte di spesa pubblica per recuperare denaro e investirlo per rendere attive le sue proposte. Resta da capire in termini numerici e concreti come si intende dare attuazione a questo programma. Le critiche più frequenti sono indirizzate al suo leader(?) Beppe Grillo che interpreta una posizione ambigua, non essendo di fatto candidato in Parlamento né essendo formalmente capo del movimento. Inoltre viene spesso sottolineato il carattere generico del programma e il fatto che i militanti candidati per il Parlamento non abbiano nessuna esperienza alle spalle che li possa aiutare nel loro lavoro.

Rivoluzione Civile:

E’ un movimento che nasce dall’unione di alcune forze politiche (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Idv) e alcuni movimenti civici di cui il principale è il Movimento Arancione di De Magistris. L’operazione è stata condotta velocemente prima dell’appuntamento elettorale nazionale, anche se l’idea era nell’aria da un po’ di tempo anche per via della rottura tra l’Idv di Di Pietro e il Partito Democratico. Il programma si differenzia per la nettezza delle posizioni del movimento:

-ripristino dell’articolo 18

-affermazione di una politica legalitaria e antimafia che sconfigga la criminalità organizzata e che contrasti la corruzione

-scelta pacifista che prevede il disarmo e il ritiro delle truppe italiane dalle missioni di guerra in cui sono impegnate, oltre che il taglio delle spese militari come gli F-35

-laicità dello Stato e quindi l’approvazione di diritti civili come ad esempio le unioni tra persone dello stesso sesso.

Il candidato premier è Antonio Ingroia che ha voluto schierare in prima fila nelle sue liste esponenti della società civile, mettendo tra le seconde linee i capi di partito come Di Pietro, Ferrero e Diliberto. La visione generale su cui si basa il movimento è un aumento della spesa pubblica per far ripartire l’economia, tuttavia non è molto chiaro come si intende finanziare le proposte avanzate se non attraverso una generica lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. Le principali critiche che riceve il movimento sono la sua nascita improvvisa e la necessità di sintetizzare diverse anime politiche radicali che potrebbero avere difficoltà a coesistere (Idv e Rifondazione Comunista ad esempio).

Fare per Fermare il Declino:

Il movimento nasce dalla volontà di Oscar Giannino, suo leader, di mettere al centro del dibattito pubblico una proposta liberale che in Italia è sempre stata alquanto debole. In questo senso il movimento di Giannino si pone come spina nel fianco del Pdl che avrebbe dovuto in questi anni realizzare la rivoluzione liberale, a detta di molti commentatori anche di centro-destra (come ad esempio Nicola Porro) rimasta incompiuta. Il programma verte sull’abbattimento del debito pubblico da realizzare attraverso:

-la cessione di una parte del patrimonio pubblico (immobili e imprese a partecipazione statale)

-la riduzione del carico fiscale finanziata da un abbattimento della spesa pubblica realizzata con una spending review più coraggiosa che colpisca i costi burocratico-politici e ripensi l’organizzazione di sanità, istruzione e pensioni

-liberalizzazioni complete di settori come trasporti, energia, poste ecc. per aumentare la concorrenza

-adozione di un reddito di cittadinanza che tuteli i lavoratori e non il posto di lavoro

Colpisce di questo programma la precisione con cui vengono indicati gli interventi, elemento che potrete constatare personalmente se vorrete approfondire da soli. La filosofia di fondo della proposta di Giannino (ora però dimissionario) è una radicale riforma del welfare state, che si vuole alleggerire per consentire più libertà d’azione alle imprese e agli individui. Insomma, una proposta all’insegna dello slogan “meno Stato e più Mercato” si tenta di mettere in campo la proposta che fu di Berlusconi e non venne mai realizzata. Le maggiori critiche che vengono mosse a Fermare il Declino sono la possibilità che il sistema Italia non possa reggere a questa cura dimagrante e che ceda sotto il peso dei debiti e dell’incapacità di autosostenersi. Soprattutto in un periodo di recessione praticare i tagli presenti in questo programma potrebbe dare luogo a conflitti sociali e disordini rilevanti come si è già verificato in Grecia o Spagna. Da apprezzare è tuttavia la competenza e l’onestà intellettuale che gli aderenti a questa lista mettono in campo (a parte il leader, visti gli ultimi sviluppi della vicenda Giannino) nel proporsi agli italiani.

A prescindere dalla propria opinione mi pare che ad oggi votando si possano incentivare tre elementi: continuità, cambiamento e stabilità. La coalizione di centro-destra si presenta agli elettori senza aver modificato sostanzialmente il suo personale politico e la sua offerta: il leader resta Berlusconi e il programma verte sempre sull’abbassamento delle tasse. Stessa cosa vale per la Lega Nord, eccezion fatta per il cambio di leader: Maroni al posto di Bossi. Pertanto votando in questa direzione si deciderebbe di promuovere la continuità con le politiche degli ultimi anni.

Vi sono poi movimenti e partiti che si candidano per segnare un cambiamento: Fare per Fermare il Declino vuole rivoluzionare le politiche di centro-destra rendendole meno aleatorie e più liberali; Sinistra Ecologia e Libertà propone un’idea di sinistra senza ambiguità e allo stesso tempo al passo con i tempi, cioè post-ideologica e capace di governare; Rivoluzione Civile si candida poi per affermare un’idea civica, legalitaria e di sinistra netta, che rompa con le politiche di austerità montiane e berlusconiane anche a costo di perdere qualcosa nel campo della mediazione politica e rimanere minoritaria; vi è poi il Movimento 5 stelle che punta ad una rottura netta con il sistema della Seconda Repubblica. Queste forze politiche sono a mio parere quelle che cercano di rivoluzionare di più il sistema politico italiano per superare le vecchie logiche e costruire una Terza Repubblica diversa dalle prime due.

Infine vi sono le forze che puntano principalmente su un’idea di stabilità. Queste sono il Pd e Scelta Civica di Mario Monti. Il Partito Democratico vuole infatti, anche con la logica del voto utile, diventare la forza di governo centrale della prossima legislatura, e per fare questo è disposto a mediare sia alla sua sinistra con Sinistra Ecologia e Libertà sia al centro con Mario Monti. Quest’ultimo punta invece a diventare ago della bilancia e centro, a sua volta di una grande coalizione che persegua il più possibile l’Agenda Monti.

Non sarà facile scegliere, ma l’offerta politica rispetto agli anni scorsi è più ampia. Di certo queste sono elezioni molto importanti che stravolgeranno i vecchi equilibri e determineranno la direzione che l’Italia dovrà prendere nei prossimi anni. Quindi il mio consiglio è di andare a votare con coraggio e scegliere liberamente quali spinte incentivare nel futuro Parlamento.


Movimento 5 Stelle: un prodotto difettoso.

Io non sono uno di quelli che odia il Movimento 5 Stelle. Non mi sentirete mai dire che i voti al M5S fanno perdere il centro-sinistra e vincere Berlusconi (se il centro-sinistra perdesse ciò accadrebbe per sua unica responsabilità), o che è un movimento di fanatici adoratori della figura autoritaria di Grillo.

Mi sembra però utile fare delle critiche al Movimento 5 Stelle e al suo “non-leader” che vadano oltre gli insulti del Giornale o le “minacce” di Bersani. Critiche circostanziate. La prima di queste è sul programma.

Non si può attaccare i “vecchi partiti politici” mettendoli tutti sullo stesso piano, dicendo che non hanno contenuti e poi presentare un programma per punti che di fatto è una lista non seguita da come si intende attuarlo (
http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf
). Nei comizi che Beppe Grillo fa in giro per l’Italia si sente poco parlare di questi punti e di come si potrebbe svilupparli, mentre si sente molto discutere dell’affaire MPS e di quanto il Pd e il Pdl siano simili. Ognuno può dire quello che vuole, ma questo è la vecchia retorica del “delegittimo l’altro sulla base degli errori commessi” senza però fornire un’alternativa solida. Insomma, questa tanto sbandierata diversità dovrebbe a mio parere trovare riscontro in una maggiore presentazione dei programmi e delle loro modalità di attuazione.

Ma forse Grillo potrebbe risponderci che non è lui il leader del Movimento e quindi non sta a lui parlare del programma, perché lui è solo il detonatore. E qui veniamo ad un altro punto controverso: il ruolo del leader.

Il Movimento 5 Stelle rifiuta di fatto l’idea del leader, in nome di una presunta orizzontalità dove “uno vale uno”. Per questo i segretari dei gruppi locali del Movimento 5 Stelle vengono definiti portavoce. Allora, a rigor di logica dovrebbe esistere un portavoce nazionale del Movimento. Ma questo non esiste, e se esiste non ha visibilità. Perché? Forse perché bisogna lasciare questo ruolo a Beppe Grillo, che tuttavia non lo può interpretare formalmente in quanto egli è l’autoproclamato custode del Movimento. In questo assomiglia a Monti che è Senatore a vita, Premier e candidato Premier, però non si potrebbe candidare, quindi si candida non candidandosi, ma offre il suo nome alla lista Scelta Civica. Insomma una cosa non molto coerente.

E questo ragionamento ci conduce al terzo punto, la democrazia interna al Movimento. Va detto che su questo il M5S era partito bene, costruendo il sistema dei Meet Up, gruppi organizzati sui territori che si riunivano affrontando tematiche precise (ambiente, riciclo ecc.). Successivamente con la crescita del Movimento i vari Meet Up sono stati assemblati in gruppi territoriali. In questi luoghi è stato possibile, e lo è tuttora, partecipare e confrontarsi democraticamente anche avendo la possibilità di acquisire posizioni di responsabilità sulla base delle proprie capacità e competenze. Dove sta allora l’inghippo? Come si fa a mantenere insieme un gran numero di persone libere che si confrontano democraticamente senza unirle su un programma politico organico e solido e senza avere a disposizione una struttura di partito? Controllo dall’alto.

Il Movimento è controllato dall’alto dal suo non-leader Beppe Grillo che lascia una certa libertà sui programmi locali, ma che detta la linea nazionale. Ed è possibile mantenere posizioni di minoranza se si è in disaccordo con la linea nazionale? No, perché l’unità è una delle armi principali del Movimento: dire tutti le stesse cose. Infatti, Giovanni Favia è stato cacciato dal Movimento per il suo disaccordo sulla partecipazione ai talk show e ancora prima Valentino Tavolazzi ha subito la stessa sorte, reo di aver proposto un “congresso” che avesse lo scopo di far incontrare tutti i militanti dell’Emilia-Romagna. Ma i congressi sono roba da vecchia politica e il M5S non può avere strutture fisiche. Forse perché se non si possono incontrare fra loro i leader locali sono depotenziati e non possono in questo modo acquisire consenso senza vivere sulla figura di Grillo? Guarda caso, l’unico che era riuscito ad acquisire una credibilità su un piano nazionale a prescindere dal ruolo del detonatore , Giovanni Favia, è stato cacciato e disconosciuto. Uno che fino al giorno prima era un pilastro del Movimento il giorno dopo era un traditore da calunniare. Questo non vi ricorda per caso la cacciata di Fini da parte di Berlusconi? E questo sistema da partito di plastica non vi ricorda Forza Italia, con le dovute differenze?

Concludo con il quinto e ultimo punto: la collocazione politica del Movimento. Come tutti sappiamo il Movimento 5 stelle si autoproclama “Né di destra, né di sinistra: noi siamo oltre”. Si può discutere se oggi le categorie destra o sinistra siano superate (io non penso), tuttavia anche questo non collocarsi nel ventaglio politico-ideologico ancora esistente può sembrare più una scelta per distinguersi dagli altri partiti che una vera volontà di costruire un nuovo soggetto politico slegato dai vecchi retaggi del ’900. Questa “terzietà” permette ai militanti 5 Stelle di alimentare lo schema consolidato del “noi siamo gli unici onesti e gli altri sono tutti uguali”, una macchina del fango di berlusconiana memoria. Su questo gioco retorico si fonda a mio parere una buona fetta del consenso del Movimento 5 Stelle, perché definendosi al di fuori delle parti e attaccando gli altri partiti senza fare distinzioni si serve di quel fascino populista che fa presa su molti italiani, come d’altronde ha fatto Silvio Berlusconi dopo la sua discesa in campo.

Il M5S, interpretando le posizioni di una forza politica nuova che non ha preso parte alla distruzione del nostro paese, consente all’elettore di scindere le sue convinzioni passate e la sua storia politica dal presente e di attaccare in modo moralistico e violento gli altri partiti svincolandosi da ogni responsabilità: cos’hanno votato i militanti 5 stelle prima di scegliere il Movimento? I Ds, la Dc, la Lega, il Pdl? Quindi prima di arrogarsi il titolo di moralizzatori e di scagliarsi come tanti piccoli Parsifal contro i dormienti o i corrotti forse sarebbe il caso di farsi un esame di coscienza. Ma si sa che è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, che la trave nel proprio.

Inoltre alcune delle proposte che fa il Movimento sono anche punti centrali delle altre forze politiche ad esempio il “reddito minimo garantito” questione sulla quale Sinistra Ecologia e Libertà combatte da molto tempo o il sostegno alle piccole e medie imprese, cavallo di battaglia della Lega Nord. Perché quindi non sostenersi a vicenda?

La mancanza di una collocazione politica chiara consente di fare un mix di tematiche con le quali attirare elettori da destra e da sinistra: così succede che parlando di piccola e media impresa, di costi della politica e usando toni enfatici da presa della Bastiglia si attiri elettori della Lega Nord e invece parlando di energie rinnovabili e di un sistema di trasporti all’avanguardia si catturino voti a sinistra.

Il limite di questa scelta sta nell’impossibilità di sviluppare un modello a 360°, un’idea di società definita. Per questo il programma del M5S è carente sull’istruzione o su temi come l’immigrazione perché le scelte su questi argomenti porterebbero il Movimento verso una collocazione politica più chiara rompendo il giocattolo del “noi siamo altro da loro”, oltre che all’emergere di contraddizioni interne insanabili e ad una conseguente guerra intestina.

In conclusione penso che il ruolo del Movimento 5 stelle sia stato determinante per segnare una rottura con il sistema della Seconda Repubblica, segnale che i partiti politici tradizionali (Pd, Pdl, Udc, Lega) non sono riusciti a dare. Tuttavia penso che un voto dato a loro, che comunque entreranno in Parlamento con una considerevole pattuglia di persone pronte a fare opposizione, non garantisca la governabilità e un progetto politico completo. Inoltre sono convito che se il M5S non modificherà la sua struttura interna in modo tale da consolidarsi sui territori e creare una classe dirigente che possa fare a meno del suo detonatore, sia destinato ad implodere qualora venisse meno il ruolo di leadership di Grillo.


Se D’Alema avesse ascoltato Muddy Waters…

McKinley Morganfield nacque a Rolling Fork, nella contea di Sharkey, Mississippi, nel 1915. Neanche il tempo di compiere tre anni, e sua madre morì, lasciando solo lui e altri nove figli. Suo padre, come spesso accadeva ai braccianti negri del sud, vagava fra le contee circostanti a caccia di lavoro dai “capi” latifondisti del cotone. McKinley e gli altri nove fratelli Morganfield si trasferirono così dalla nonna materna, a Clarksdale, Mississippi.  Fu lei a soprannominarlo Muddy, “fangoso”, perché adorava sguazzare nelle acque torbide del Grande Fiume, che scorre poche centinaia di metri a ovest del centro abitato di Clarksdale.

Muddy Waters, davanti casa, con la chitarra.

Durante tutta la sua adolescenza, la sua occupazione diurna consisteva in spezzarsi la schiena nei campi di  cotone, ma verso sera la chitarra reclamava di diritto il posto che di giorno spettava alla zappa. E giù di blues, si direbbe, davanti a casa, alle feste contadine con l’odore di pesce gatto fritto o in qualche Juke Joint della contea dove suonavano bluesmen del calibro di Son House.

Muddy trasse la sua ispirazione da lì, da Son House, Charley Patton e Robert Johnson, quello che vendette l’anima al diavolo all’incrocio tra la 49esima e la 61esima in cambio di un talento straordinario per il blues. Ma quella di Robert Johnson è un’altra storia, finita male quando all’età di 27 anni (RJ fu il primo del cosiddetto “club dei 27”) il diavolo tornò a riscuotere il suo credito.

Pare facile dire blues, e forse pure da suonare non risulta complicatissimo, specialmente se sei un negro del Mississsippi o del Tennessee. Ma le radici delle dodici battute che articolano una strofa blues e della scala pentatonica, partono dal centro della terra e delle cartine geografiche, l’Africa, culla della cultura di Homo Sapiens. Quelle antiche radici a forma di ritmi e suoni hanno attinto poi da quattro secoli di schiavismo, da un secolo di proletariato agrario e di work songs con la loro tipica struttura “call and response”, da una buona dose di religiosità mezza cristiana mezza pagana distillata nelle cerimonie battiste e negli spirituals. Insomma da tanta, tanta roba. Per fare un paragone con qualcosa di più vicino a noi, il blues dei primordi era qualcosa di simile ai canti delle nostre mondine, non tanto dal punto di vista musicale, quanto da quello sociale.

Nel 1941 avvenne uno di quegli incontri che il destino tiene nella manica, come un asso da giocare quando la partita della storia è a una svolta all’insaputa dei contemporanei. Uno studioso di antropologia (uno dei più celebri etnomusicologi americani), texano e bianco sta percorrendo in lungo e in largo il sud degli Stati Uniti per conto della Archive of American Folk Song di Washington. Resosi conto che la meccanizzazione dell’agricoltura stava mettendo a repentaglio la cultura popolare afroamericana, si era dato la missione di campionare quella musica prima che si perdesse nell’esodo dei braccianti negri dal Sud rurale alle le città del Nord industrializzato, fatto di tutt’altro tipo di ritmi e sonorità.  Fu così che il registratore di Alan Lomax incontrò la voce e la chitarra di Muddy Waters, a Clarksdale, Mississippi, nel 1941.

Sentire il proprio sound riprodotto da una macchina spinse Muddy ad abbandonare definitivamente il lavoro nelle piantagioni. Come quella di tanti altri, anche la sua strada portava verso nord e più precisamente verso Chicago, Illinois. La zappa la si poteva lasciare a Clarksdale, ma a Chicago con la chitarra si poteva guadagnare qualche dollaro.

Nel frattempo l’FBI teneva sotto controllo Alan Lomax. « L’investigazione condotta tra i vicini dimostra che è un individuo molto strano: si interessa soltanto di musica folk, è davvero poco affidabile e scontroso. [...] Non dà alcun valore ai soldi, usa la sua proprietà e quella del governo con negligenza, praticamente non si cura del suo aspetto». Si direbbe che oltre ad essere bianco, texano e acculturato, Lomax avesse simpatie comuniste, e infatti: « Da una fonte confidenziale di informazioni è stato fatto sapere a questo Bureau che un certo Allan [sic] Lomax, che è impiegato alla Sezione Musicale della Biblioteca del Congresso, è sulla base del resoconto un simpatizzante del Partito Comunista[1]».

Alan Lomax alle prese con le sue registrazioni.

A Chicago intanto, di nuovo un bianco incrociò la propria strada con quella Muddy Waters. Si chiamava Leonard Chess, un ebreo polacco con la passione della musica, l’ambizione borghese tipica del sogno americano e un’idea che realizzò ben presto: aprire una casa discografica a Chicago, dandole il nome forse poco originale di Chess Records. Tralascio per motivi di brevità l’affascinante storia della Chess Records (vi consiglio il bel film di Darnell Martin, Cadillac Records, del 2008, che la racconta molto bene), ma vi basti sapere che Muddy incise per Chess scalando le classifiche e portando il blues nero al successo nazionale.

Nel maggio del ‘55 piomba nello studio della Chess Records un nero di Saint Louis, che a forza di suonare i ritmi incalzanti del country bianco aveva acquisito una certa velocità sulla tastiera della chitarra. Ma anche per Chuck Berry le radici etniche e musicali affondavano nelle dodici battute e nelle pentatoniche del blues nero. Per una sorta di magica alchimia, i due filoni musicali rincontratisi nel Nuovo Continente dopo millenni di separazione vissuta nel Vecchio Mondo (un divorzio da far risalire forse al Paleolitico Inferiore) si accoppiarono di nuovo dando origine di fatto al Rock’n’Roll.

Molti sostengono che negli Stati Uniti la segregazione, il conflitto tra bianchi e neri fosse solo un altro modo per chiamare più apertamente quel fenomeno che in Europa veniva di prassi definito lotta di classe. Verissimo, solo che figuriamoci, in Nordamerica un determinato lessico marxista creava un certo imbarazzo durante la Guerra Fredda. Prima che la politica di Malcolm X, del reverendo King e le lotte per i diritti civili, fu la musica e quindi la cultura a minare il muro razziale e sociale tra bianchi borghesi e proletari neri. Elvis e Chuck Berry, insomma. E se passate da Beale Street, a Memphis, Tennessee, dove ML King fu ucciso il 4 aprile del ‘68, non c’è la statua di Abramo Lincoln, ma quella del re del rock’n’roll. A Sam Phillips, padrone della Sun Records di Memphis, sono attribuite queste parole: «Se trovassi un bianco che canta con l’anima di un negro diventerei miliardario». Trovò Elvis.

La statua di Elvis a Beale Street, Memphis

Waters, Lomax, Chess, Berry, Presley, Phillips in America sono eroi nazionali, degni delle Hall of Fame di cui vanno tanto orgogliosi. A loro sono intitolati musei, monumenti, strade e piazze. Se la vittoria in Europa gli americani l’hanno ottenuta con le armi, per la vera conquista si sono serviti della cultura. Ma a causa del nostro compulsivo consumo di cultura americana può esserci sfuggita una parte più o meno consistente di quella storia, del suo significato e del valore che essa potrebbe rivestire anche per noi del Decrepito Continente. D’altronde consumo e approfondimento sono due termini che non vanno affatto d’accordo. A questo proposito, apro un inciso: faccio un appello a Coop Estense che anche oggi mi fa trovare nella cassetta della posta una delle sue 2 milioni di copie cartacee del bel mensile “Consumatori”, pieno di articoli scritti da stagisti sottopagati per cantarsela e suonarsela. Dato che mi chiamate “Consumatore”, da domani riconsegno la tessera di socio che i miei mi convinsero malauguratamente a sottoscrivere in nome della convenienza, prima che tutta l’opulenza di frutta e verdura fuori stagione non venisse a farmi vomitare.  Le fragole a febbraio…ma chi diavolo le compra? Peraltro in questo bellissimo numero di Consumatori a pagina 34 c’è un articolo che si intitola “L’invenzione del consumerismo gentile”, che a parte l’italiano da scuola dell’obbligo è un inno all’autocompiacimento e al moralismo che neanche Dickens due secoli fa avrebbe saputo inventarsi. Vi consiglio di leggervelo, se volete farvi quattro risate. Fine dell’inciso. Parlavamo di cultura.

Non abbiamo capito che la fortuna della cultura americana è stato il fatto di essere popolare. O meglio, i nostri intellettuali lo sanno perfettamente e ben si sono guardati dal prendere esempio. Vi siete chiesti perché in Nordamerica non esiste il termine “populismo”? Provate a cercare su Wordreference la traduzione anglo-americana di “populismo”, vi esce: “cercavi forse botulismo?”. Se Barack Obama canta, da nero qual è, il blues con Aretha Franklin o Bill Clinton suona il sax a The Arsenio Hall Show non lo si chiama populismo. E’ normalità. Invece in Italia gli intellettuali (di centro e sinistra) non vedono l’ora di tirare fuori dal cilindro il “populismo” berlusconiano, definendolo “tipico di un regime sudamericano” (a Veltroni in particolare piace da morire). Cosa abbiamo in comune con il Sudamerica, di cui il cosiddetto populismo è figlio? Lo so a cosa state pensando…siete sulla strada giusta, e qua rischiamo di essere messi all’indice. Più in generale la definirei come la divisione mai sanata tra la Cultura “alta” e la cultura “popolare”, tipica di un sistema ancora feudale, in cui l’aristocrazia detiene il potere politico e la cultura, lasciando al popolo le tradizioni, il “folklore”, mentre la borghesia sbava per occupare i palazzi dei signori.

Una barriera invisibile quella tra cultura alta e popolare che era compito dei sedicenti comunisti-socialisti-socialdemocratici-democratici abbattere: ma quando si sono trovati al di là del fosso, bé gli è piaciuto, quello stile di vita…e così si sono ben guardati dal lasciare aperto il ponte levatoio. Ecco perché in Italia non c’è mai stata una rivoluzione inglese, francese o russa, perché chi la doveva veicolare qui è sceso a patti con un re di lignaggio medievale e poi pure un papa, anch’egli per definizione poco incline al progresso (anche se ora ha messo su Twitter, applausi). Ecco cosa ci accomuna col Sudamerica post-coloniale.

Non sarà questo il motivo per cui il primo mondo ci deride quando Berlusconi vince quattro tornate elettorali su sei? O perché la retorica celtista della Lega ha così tanto successo al Nord? Come popolo abbiamo preferito sempre il leader o il partito popolare (che da noi equivale a populista) al dotto intellettuale nato e cresciuto nell’inaccessibilità del palazzo, destinato per diritto di sangue al seggio di velluto rosso, all’intellettuale che si stupisce del successo “populista” di Beppe Grillo, allo stesso intellettuale bocconiano che va al governo solo in un momento di sospensione della volontà popolare, per decisione del Quirinale.

Non so perché, ma ho la netta sensazione che la frase “dobbiamo investire di più in cultura e ricerca, il vero patrimonio dell’Italia”, più del nostro zero e qualcosa percento del PIL, sia una fregatura quando la dicono i politici. Perché non lo fanno, allora, dopo averlo sbandierato in tutti i programmi elettorali dal dopoguerra ad oggi?

Non è che se la cultura diventa patrimonio comune, priva di distinzioni in “alta” e “popolare”, c’è davvero il rischio che diventiamo veramente democratici?

Gli intellettuali di sinistra diranno che sto semplificando, mentre loro vedono la “complessità”…Confesso di aver imparato a diffidare di chi evoca la complessità quando deve argomentare, perché per esperienza posso assicurare che il loro intento è fregarti. Forse quegli intellettuali, se non lo sono per finta, per moda o convenienza, potrebbero cominciare col regalare a Massimo D’Alema un’edizione bignami della Teoria e Pratica di Gramsci; meno impegnativo, ma forse più utile, fargli ascoltare un disco di Muddy Waters durante le gite sulla sua 60 piedi in mare aperto.

E ora potete tranquillamente darmi del populista.


[1] Brano tratto da Alan Lomax, L’anno più felice della mia vita – Un viaggio in Italia (1954-55), a cura di Goffredo Plastino, ed. Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 18-19.


Cosa serve per vincere le elezioni in Italia?

Stiamo entrando nella fase più calda della campagna elettorale che questa volta si configura come scontro a tre tra Bersani, Monti e Berlusconi. Come di prassi, assistiamo all’occupazione degli spazi televisivi, attività condotta con una certa perizia da Berlusconi e in parte anche da Monti che con il suo piglio da professore sta tentando di rassicurare gli italiani spaziando da Unomattina ai salotti di Vespa. Ed ecco che il vantaggio accumulato dal centro-sinistra, grazie anche alla positiva operazione delle primarie, va sfumando di fronte all’avanzata “centrista” di Monti e al recupero di Berlusconi (e pare di risentire la rabbia di Nanni Moretti che dal palco di Piazza Navona afferma “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai!”). Perché? Come è possibile si chiederanno in tanti ancora una volta (soprattutto a sinistra) che gli italiani possano preferire un professore austero come Monti che ha imposto pensati tagli o il solito Silvio Berlusconi, il principale protagonista del governo del paese degli ultimi anni e quindi anche responsabile in parte della condizione politica del nostro paese?

Beh, forse come al solito non ci chiediamo (o non vogliamo proprio farlo) chi siamo noi italiani come popolo. Siamo tra i paesi europei che meno spendono in libri e giornali, infatti gli italiani che fruiscono di almeno un libro non scolastico durante un anno sono il 41%, posizione che ci colloca agli ultimi posti in Europa (Fonte: Istat) ; siamo tra i paesi europei dove l’accesso alle connessioni internet è il più basso e arretrato per qualità: basti sapere che deteniamo il primato in Europa di connessioni lente e occupiamo la quattordicesima posizione in Ue per quanto concerne le connessioni a banda larga (Fonte: Tvdigitaldivide.it); siamo uno dei paesi con il minor tasso di laureati, dove i cittadini tra i 25 e i 64 anni che ne possiedono una sono solo il 15%, mentre la media Ocse si attesta al 30%, senza contare poi che abbiamo i professori più anziani d’Europa (Fonte: Grr.rai.it); siamo inoltre il secondo paese più anziano del mondo e il più vecchio d’Europa (Fonte: lastampa.it), oltre che la nazione caratterizzata dall’emigrazione delle migliori menti verso l’estero; siamo poi uno dei paesi europei con la minore libertà di informazione, infatti nel mondo occupiamo la sessantunesima posizione, dietro un discreto numero di paesi africani (Fonte: ilcorriere.it) e siamo infine il paese dove la televisione è il maggiore strumento di informazione, con una diffusione del 95,9% (Fonte: punto-informatico.it).

Ebbene, ci stupiamo se la presenza ossessiva di Monti e Berlusconi in TV fa aumentare i consensi nei loro confronti? Ci stupiamo se al leader che punta sui contenuti (o almeno ci prova) ma non ha appeal “televisivo”, viene preferito quello brillante e privo di contenuti credibili? In un paese dove l’unità sindacale non esiste più, dove il centro-sinistra fa fatica a stare insieme, dove manca troppo spesso uno Stato che aiuti il cittadino, ci stupiamo che proporre un modello di collaborazione e di redistribuzione della ricchezza, come ha cercato di fare Obama in America, risulti una proposta debole? Ci stupiamo inoltre che prevalga un modello che propone l’abbassamento delle tasse e che suggerisca ad ognuno singolarmente di cercare la sua felicità attraverso l’arricchimento? La sinistra italiana per troppo tempo, e in parte ancora oggi, è stata ostaggio della sua presunta superiorità culturale (e morale), e questo gli ha impedito di parlare agli elettori di centro-destra. Ma non si vincono le elezioni nei salotti degli intellettuali romani o sperando che l’italiano medio voti dall’altra parte solo perché il tuo competitor ha governato male. In Italia si vince sapendo prima di tutto parlare alle persone di cose concrete: avete sentito discutere seriamente in questa campagna elettorale di fiscalità, di burocrazia, del mercato del lavoro o della scuola pubblica? Si sono sentiti molti slogan e alcune indicazioni generali. Perché? Perché è molto probabile che nessuna delle coalizioni in campo riesca a conquistare la maggioranza e dunque possa governare realizzando il proprio programma. Ciò significa che il giorno dopo il voto sarà necessario cercare un equilibrio in Parlamento con forze politiche distanti e allontanarsi dalle proposte fatte in campagna elettorale, quindi non conviene impegnarsi con promesse che non si possono mantenere (però questo non l’ha detto nessuna forza politica, tranne quelle che puntano realmente alla vittoria come Sel, Rivoluzione Civile o il Movimento 5 stelle e quindi non corrono in quest’ottica). Inoltre essendo la televisione il principale campo di scontro politico, la battaglia tra i candidati si adatta alle condizioni imposte dal mezzo che non consente per i tempi televisivi l’esposizione di programmi organici e l’esposizione dei contenuti, favorendo invece l’esaltazione delle qualità personali dei leader elemento che privilegia la forma alla sostanza. Così tutti parlano e si ricordano dello show di Berlusconi da Santoro e in pochi delle rare discussioni concrete portate avanti su Omnibus Notte.

In Italia può vincere chi è in grado di proporre una leadership forte, dove con questo intendo una personalità (o anche un gruppo dirigente) capace di portare avanti un programma coerente che unisca settori della società diversi (lavoratori e classe produttiva come vorrebbe il centro-sinistra, o classe produttiva ed èlite finanziaria, come cerca di fare Monti), capace di comunicare le sue idee a tutti soprattutto in televisione, o alternativamente andandosi a confrontare sui territori, come sta facendo assiduamente il Movimento 5 stelle. Per questo penso che in Italia quelli come Berlusconi o come Monti continueranno sempre a vincere, o a riuscire a non far vincere quelli come Bersani, fino a quando non emergerà un leader o un gruppo dirigente capace di unire a contenuti alternativi a quelli degli avversari la capacità di comunicarli prima e di realizzarli poi.

Questa coalizione dovrà essere in grado di parlare anche agli elettori dello schieramento opposto e formare una nuova classe dirigente. Questa dovrà nascere grazie ad un vero confronto con i suoi elettori e dovrà essere selezionata non sul criterio di una cieca fedeltà alimentata dalla promessa di una carriera politica o dallo sfruttamento di accordi clientelari di parte, come hanno fatto in questi anni ampi settori del Pd, Pdl, della Lega e dell’Udc, perché queste modalità come abbiamo visto portano a costruire un ceto politico artificiale e slegato dal paese reale. Servono invece criteri che mettano al centro le capacità e le competenze tecniche e politiche che portino nella vita pubblica persone con un’esperienza professionale alle spalle e che quindi conoscano realmente il mondo del lavoro e dell’impresa, oltre che individui dotati di una lealtà sincera al proprio gruppo grazie alla quale la loro azione politica sia indirizzata verso il bene del partito e del paese, mettendo in secondo piano il proprio interesse personale. Uno schieramento capace di mediare politicamente con altre forze, ma indisponibile a compromessi al ribasso, che costruisca il suo consenso con il coraggio delle scelte e non con l’unificazione di settori di società minoritari (lobby e clientele) attraverso l’azione corporativa.

Anche se siamo lontani da un’offerta del genere oggi per fortuna stanno emergendo esempi virtuosi che evidenziano un modo di fare politica più alto. Sta a noi elettori, liberandoci dalla falsa paura dei voti utili, incentivare andando alle urne e con la partecipazione attiva al dibattito pubblico le realtà virtuose che si stanno mettendo in moto.


Monti e il centrismo: nuova politica o vecchio bluff?

Si è ormai conclusa l’esperienza del governo Monti e prima di avviarci verso le elezioni politiche del 2013 è bene fare un bilancio di questa parentesi tecnico-politica, che probabilmente non scomparirà con l’uscita di scena del ex premier. In questi tredici mesi il governo dei tecnici ha cercato di ottenere credibilità agli occhi degli italiani presentandosi come governo al di sopra delle parti, capace di cogliere il meglio dagli schieramenti di centro-destra (Pdl,Udc e Fli) e di centro-sinistra (Pd) che lo avrebbero sostenuto. Insomma si è presentato come forza tecnica di centro, equidistante dalle due principali linee di azione politica (destra-sinistra) e quindi capace di praticarle entrambe. Il primo slogan del governo Monti era infatti “rigore, equità e crescita”, ovvero promessa di tagli (alla spesa pubblica), redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico, una buona sintesi tra politiche di sinistra e di destra. Il rigore, cioè le politiche di austerità, è uno strumento tipico dei governi di destra che ha inciso profondamente in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con le politiche di taglio dei servizi dello Stato soprattutto a partire dagli anni ’80. L’equità, cioè politiche basate sulla redistribuzione della ricchezza e la costruzione di un Welfare State a difesa del cittadino, sono politiche tipicamente di sinistra realizzate ad esempio dai governi socialisti che si sono susseguiti in Europa tra gli anni ’60 e ’70, e particolarmente nei paesi scandinavi. Infine lo sviluppo economico senza una specificazione sulle modalità del suo raggiungimento non può trovare definizione, in quanto un governo di destra tenderà a conseguirlo con la riduzione della tassazione e della spesa pubblica assieme ad un investimento a favore delle imprese, mentre un governo di sinistra punterà ad ottenerlo tramite un aumento dei salari dei lavoratori, una redistribuzione della ricchezza e l’investimento nell’istruzione e nella ricerca (meglio se pubbliche) e tramite politiche attive per la creazione di posti di lavoro (aumento della spesa pubblica). Non specificare come si intende realizzare la crescita, come ha fatto il governo Monti, equivale pertanto a non spiegare come si intende perseguirlo.

Ma veniamo alle cose fatte dal governo per poter misurare sui fatti, le promesse da esso inizialmente realizzate.

Una delle prime riforme introdotte dal governo dei tecnici è stata quella sulle pensioni, dal ministro Fornero. Questa legge ha innalzato l’età pensionabile dei lavoratori portandola a 62 anni per le donne dipendenti (63 per le lavoratrici autonome) e a 66 per gli uomini, passando da un sistema retributivo calcolato cioè sulla reddito ad un sistema contributivo, stimato sui contributi versati. Nel realizzare questo passaggio sono stati penalizzati molti lavoratori con più di 40 anni di lavoro sulle spalle che avevano cominciato la loro attività molto presto (14, 15 anni), che nel passaggio al nuovo sistema si sono visti prolungare l’attività lavorativa e allontanare la pensione. L’allungamento del periodo lavorativo è stato calcolato sulla base dell’aspettativa di vita e non tiene conto delle sostanziali differenze che intercorrono tra un’operaio che lavora in fonderia e il dipendente che svolge le sue mansioni in ufficio. L’imprecisione nel passaggio al nuovo sistema ha anche portato alla nascita degli esodati, persone in età avanzata che avendo perso il lavoro durante la crisi non riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro, ma neanche a maturare la pensione, rimanendo in un limbo senza protezioni. Insomma questa riforma che voleva ottenere un risparmio considerevole sulla spesa pubblica è stata realizzata senza tenere conto delle differenze tra i lavoratori, senza prendere seriamente in considerazione il diritto di quest’ultimi di godere di una vecchiaia dignitosa dopo una vita di lavoro e penalizzando le giovani generazioni che con l’aumento dell’età pensionabile si trovano ad avere una minore possibilità di collocarsi nel mondo del lavoro.

La riforma del lavoro, sempre del ministro Fornero, ha poi introdotto la possibilità per un datore di lavoro di licenziare un suo dipendente, anche senza “giusta causa”, affidando poi al giudice in caso di esposto del lavoratore la decisione dell’eventuale reintegro (o di un equo indennizzo in denaro). Questo provvedimento ha determinato la manomissione dell’articolo 18, che tutelava il diritto del lavoratore a non essere licenziato per ingiusta causa, al fine di aumentare la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (licenziamenti). Non si è fatto lo stesso nella costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali universale che favorisca la ricollocazione dei lavoratori licenziati, campo in cui l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) è andata ad integrarsi con il sistema della cassa integrazione senza arrivare alla costituzione di un modello nuovo e organico capace di tutelare tutti i lavoratori. Inoltre la riforma non ha inciso sulla riduzione delle tipologie di contratto atipiche che sono rimaste 34, elemento che pone il lavoratore precario in una situazione di forte debolezza nei confronti del datore di lavoro. Tra le norme positivamente introdotte dalla riforma c’è il nuovo contratto di apprendistato che favorisce l’accesso dei giovani ad un’esperienza di lavoro formativa. Insomma una riforma che aumenta di fatto la flessibilità e la precarietà senza favorire la possibilità di riqualificazione del lavoratore. Ci si chiede, anche qui, dove stia l’equità di un governo che si è dichiarato di “moderati”.

La Speding Review (revisione della spesa pubblica) del governo poi si è caratterizzata come taglio lineare non realizzato con sufficiente attenzione per gli elementi di spreco e per quelli positivi. Ad esempio la riduzione delle entrate per i comuni e gli enti territoriali è stata realizzata riducendo alla fonte l’erogazione di denaro da parte dello Stato, senza tenere conto delle differenze tra i comuni virtuosi e quelli che negli anni avevano sperperato denaro pubblico. Unitamente al patto di stabilità, che ha bloccato l’accesso a fondi in eccesso per i comuni virtuosi, questa revisione della spesa ha messo in grave difficoltà anche le buone amministrazioni che al pari delle altre hanno dovuto intervenire anche tagliando servizi essenziali, come gli asili nido e i trasporti pubblici, colpendo direttamente i cittadini. Nel campo della sanità, settore già in sofferenza, si è agito allo stesso modo senza avviare riforme sostanziali, ma riducendo l’erogazione alla fonte. Dunque anche in questo caso, molto rigore e poca equità.

Un altro esempio in questo senso è rappresentato dall’IMU, la tassa sugli immobili che riprendendo l’impostazione dell’ICI ha ridotto le distinzioni tra le case (limitando le possibilità di detrazione), ha reso beneficiari dell’incasso della tassa oltre al comune anche lo Stato (mentre prima era solo un’entrata comunale) ed infine ha applicato delle aliquote sulla base delle quali i comuni possono alzare o abbassare il loro rendimento, cosa che unita al patto di stabilità e ai tagli già subiti ha spinto gli stessi ad alzare le aliquote. Questo meccanismo ha portato alla creazione di una tassa più salata rispetto alla precedente Ici, che ha colpito tutti i proprietari senza tenere in dovuto conto le distinzioni esistenti.

Veniamo poi al ddl anticorruzione,  che doveva contribuire a sviluppare un sistema più moderno e trasparente, soprattutto introducendo ostacoli alle candidature di soggetti con procedimenti penali in corso o condannati in via definitiva. Questo provvedimento, pur essendo stato spinto da una campagna mediatica favorevole, è stato depotenziato dall’azione del Pdl risultando infine decisamente annacquato:  prova ne è il fatto che in materia di falso in bilancio, auto-riciclaggio e sui tempi di prescrizione il governo non sia intervenuto e che l’esclusione dalla candindatura venga applicata solo ai condannati in via definitiva in processi penali con pene superiori ai due anni. Ciò appare quantomeno bizzarro, se si considera che uno dei requisiti necessari a qualunque cittadino che aspiri ad un normale posto di lavoro è proprio una fedina penale assolutamente pulita e spesso non gravata da processi in corso.

La legge di Stabilità, infine, partita da un budget di 15 miliardi per poi lievitare fino a 30 (e qui sarà l’imminente campagna elettorale, ma il rigore è proprio saltato) vede al suo interno il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con 3,4 miliardi di euro. Vi è poi la promessa e mancata riduzione dell’Irpef (imposta sui redditi alle persone fisiche) tassa divisa in 5 scaglioni sulla base del reddito. La riduzione era prevista sui primi due scaglioni, cioè per i contribuenti che percepiscono 15.000 e 28.000 euro l’anno (in maggioranza operai e dipendenti). Il taglio è stato “compensato” con l’aumento alle detrazioni sulle spese per le famiglie con più di due figli e ai disabili. In un paese come l’Italia che da anni è in calo demografico, la misura risulta essere per pochi. Vi è inoltre l’aumento dell’Iva, dal 22% al 23%, già salita di un punto a settembre, tassa indiretta che colpisce tutti indistintamente quindi altamente regressiva. Ed infine una riduzione dell’Irap (imposta regionale attività produttive) che favorisce le aziende, assieme alla detassazione dei salari di produttività (riduzione fiscale del 10%) grazie alla quale si riduce la pressione fiscale sul lavoro notturno, festivo e straordinario. Quest’ultima misura, in condizione di mancanza di investimenti fissi sull’innovazione, non si configura tanto quanto aumento di produttività quanto come aumento della spremitura dei lavoratori a beneficio delle aziende.

In questo quadro sono mancati, o sono stati marginali i provvedimenti per lo sviluppo economico (vedi decreto sviluppo e sviluppo 2) che passa attraverso l’impiego di investimenti per la crescita. È mancata l’equità che come visto nei passaggi sui provvedimenti è sempre stata messa da parte a favore del rigore, realizzato nella maggior parte dei casi sulle spalle dei ceti meno abbienti e su quello del ceto medio. Pertanto questo governo si è rivelato un governo di destra, altamente classista che ha scaricato il costo della crisi sulle fasce più deboli e sul ceto medio, colpendo il settore pubblico e non incidendo nel privato (lotta all’evasione, alla corruzione e ai privilegi). Non è riuscito a migliorare le condizioni per dare la possibilità ai ceti produttivi di rimettere in moto il processo di sviluppo, dal momento che ha continuato ad aumentare il gettito fiscale che colpisce chi produce (e non le rendite finanziarie e i patrimoni). Questa politica, in continuità con quella di Berlusconi, ha generato una sempre più stretta élite che beneficiando di un patrimonio finanziario enorme ha la possibilità di sfuggire al controllo dello Stato (evasori, detentori di capitali spostati all’estero, investitori finanziari) e dall’altra parte ha creato una larga fascia di popolazione che oscilla tra un ceto medio impoverito e una classe di lavoratori che scivola verso la povertà relativa e assoluta. Questa situazione ha determinato un blocco dell’economia reale, in quanto il flusso di denaro tende a circolare solo ai piani alti e trasformarsi in forme sempre più virtuali (derivati e prodotti finanziari): sempre meno persone investono nelle imprese e nell’economia reale perché i tassi di profitto sono ridotti rispetto all’investimento finanziario e le condizioni di sviluppo difficili. A fronte di tutto ciò assistiamo al riposizionamento di molti partiti che si dichiarano moderati o si spostano verso quest’area (interpretata secondo molti dal governo Monti): Berlusconi che vuole unire i moderati, Casini che si dichiara moderato e sostenitore del governo e il Pd che promette di continuare l’agenda Monti, aggiungendo un po’ di lavoro ed equità. In tanti si allineano ad un’area che di fatto non ha definizione, perché il centrismo in Italia non si caratterizza come politica dell’equidistanza tra destra e sinistra come visto, ma si tramuta in un modo per ritagliare una politica fatta sulle esigenze del leader e dei poteri che lo sostengono, prima di Berlusconi con il suo personalismo e ora di Monti con il mondo delle banche e dei mercati alle spalle. In questa corsa al centro si perdono di vista i contenuti e le differenze tra le forze politiche, e così finisce per emergere la coalizione guidata dalla personalità che più attrae gli elettori.

Potrebbe quindi essere utile tornare ad una distinzione più netta delle risposte politiche, in un quadro dove venga detto chiaramente come si intende uscire dalla crisi, se con un taglio dello Stato e con una maggiore libertà di impresa (uscita a destra) o con una maggiore redistribuzione della ricchezza e con politiche attive per il lavoro (uscita a sinistra). Lo schiacciamento al centro è solo un modo per non dire come si intende rispondere alla crisi e per nascondere ambiguamente la propria identità politica o gli interessi di cui si è portatori.


Per non dargliela vinta – scena e retroscena di un uxoricidio

PER NON DARGLIELA VINTA, da questo statuto della prevaricazione che esalta la malvagità del violento, proviene il proposito che anima la nostra ribellione. Anche solo per non darla vinta alla prepotenza, allottusa legge del più forte, continueremo a proclamare la verità che si vuole nascondere; alla sleale legittimazione del male opponiamo l’oggettiva evidenza dei fatti. E anche se le istituzioni faranno orecchie da mercante, siamo certi che la verità non lascerà insensibili le coscienze degli onesti, non importa se privi di potere istituzionale. Tra i primi proprio quegli uomini che, non riconducendo la propria virilità ad un mero esercizio di brutalità e protervia, prendono le distanze da questa sottospecie di maschio che ancora si aggira con la clava in mano nelle caverne della propria preistoria. La condanna operata dal buon senso è la più autentica, duratura e costruttiva.

Recensire un libro che parla di Femminicidio è complicato e ingombrante per i continui dibattiti politicamente strumentalizzati sul tema. Ma quando il libro parla della morte di un’amica, il peso del piombo in fondo al cuore rischia di frenare la mano che scrive.

La sera dell’11 febbraio 2009, Giulia viene massacrata dal marito con una pietra, gettata nel greto del fiume Secchia e accusata di suicidio dallo stesso. Poi, lui, crolla e confessa di averla uccisa. La vicenda giudiziaria non è priva di zone d’ombra tanto che la sentenza in Appello esclude la premeditazione, nonostante le chiare e lampanti prove a carico. Marco Manzini, l’omicida, attualmente aspetta in carcere il pronunciamento della Cassazione.

Tre anni e mezzo dopo la madre di Giulia, Giovanna Ferrari, decide di scrivere un libro per raccontare la vera storia della figlia, infangata, stigmatizzata e resa causa prima del proprio omicidio da perizie psichiatriche, confessioni del marito, verbali dei processi. E’ la forza di questa donna che oggi ci regala un libro scritto con una lucidità e con una chiarezza tali da porre l’attenzione dei media sul caso della figlia. Per non dargliela vinta, edito da Il Ciliegio, è la ricostruzione di quella notte e di tutta quell’oscurità che si è gettata sul nome di Giulia durante i processi.

Il libro mette in luce la continua pressione psicologica a cui Giulia è stata sottoposta per anni, prima del suo assassinio: una maternità negata da un marito che temeva di perdere il controllo sulla famiglia e la sua posizione centrale agli occhi di Giulia a causa della sua impotenza, il tradimento di lui, la continua umiliazione e la costanza con cui lei ha sempre cercato di salvare un matrimonio logoro, ma nel quale credeva fermamente, fino ad arrivare alla scarnificazione delle parole offensive e infanganti che lui ha utilizzato per screditarla agli occhi dei giudici.

Ci si chiede come sia possibile che la vittima diventi carnefice dando credito alle parole del suo assassino. Purtroppo la storia di Giulia è anche questo, una continua e faticosa corsa verso la verità urlata e pretesa dai genitori, dalla sorella, dagli amici. Perché in questa storia, le istituzioni non hanno protetto la vittima, ma hanno lasciato che parole non dimostrabili e urlate da chi quella pietra gliel’ha scagliata addosso, avessero un peso e una credibilità. Incredibile, eppure la perizia psichiatrica, richiesta dal tribunale, per verificare la sanità mentale dell’assassino, si trasforma nel suo svolgimento in un delirante monologo sulle carenze affettive e coniugali che Giulia avrebbe avuto, gravi a tal punto da giustificarne, quasi, l’omicidio. Qui più che mai, la frase “si muore una volta sola” perde il suo significato perché tutte le bugie che hanno colmato la fase processuale l’hanno lapidata ancora e ancora, senza pietà.

Dicevo che è difficile recensire un libro che parla del massacro si un’amica. Io e Giulia abbiamo trascorso le nostre estati sopra le scale che dividevano la sua banca e il centro fisioterapico in cui ero impiegata a Sassuolo Due, circondate dall’afa e dal cemento che solo il nostro Distretto Ceramico può regalare. Ci siamo perse di vista quando ho iniziato l’università, anche se saltuariamente continuavamo a sorriderci dal vetro della biglietteria dell’Emiro di Rubiera. Il regalo più importante che Giulia mia ha lasciato è stato il coraggio, la forza, la tenacia che ha iniettato nei famigliari e negli amici perchè nessuno potesse infangare o affievolire il suo ricordo. Leggo e continuo a leggere che l’attenzione sulla vicenda non si affievolisce grazie a questo libro, che c’è spazio per raccontare la storia, quella autentica, di Giulia e per non darla vinta a coloro che hanno tentato di ucciderla due volte. In qualche modo oscuro e misterioso, ma rassicurante, la verità prende strade tortuose per venire alla luce e per essere vista da tutti. Soltanto i ciechi e i colpevoli, allora, sceglieranno di non vederla.

A Giulia che è

figlia e sorella

zia e nipote

amica

Donna.

Facebook: PER NON DARGLIELA VINTA

Casa Editrice Il Ciliegio: PER NON DARGLIELA VINTA

Prossimi Eventi:

Giovedi 22 novembre 2012 la madre di Giulia sarà ospite a Porta a Porta, puntata dedicata alla violenza sulle donne con il Ministro Fornero e la criminolog Dott.ssa Bruzzone in studio.

Domenica 25 novembre 2012 presentazione del libro al Teatro Carani di Sassuolo (MO) ore 17.00

Venerdi 30 novembre 2012 presentazione del libro alla Sala Consigliare del Comune di Castelvetro (MO) ore 20.30


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