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That’s All Bifolk! – Part.2

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A volte basta semplicemente osare e si rischia addirittura di disturbare e scardinare gli schemi rigidi della nostra provincia. Quando ho ascoltato Gio e Lucio parlare del progetto FEEL, ho pensato fosse qualcosa di assolutamente folle e avventato, due motivazioni sufficienti per convincermi ad adottare il progetto e spalmarlo in rete il più possibile. Come folli e avventate sono state tutte le persone che, quotidianamente, hanno deciso di salire su questa nave e hanno contributo per poterne vedere la realizzazione.

La follia salperà sabato 20 aprile al Teatro Carani di Sassuolo (MO). Come scrivono i Bifolk sulla loro pagina Facebook, FEEL non sarà un semplice concerto, ma un vero e proprio show che saprà coinvolgere a 360° gli spettatori, con una interazione reale che andrà a stimolare tutti i 5 sensi:

-          UDITO: sul palco si alterneranno ospiti di fama nazionale e internazionale

-          VISTA: giochi di luci e visual 3D, a cura del “Visual Lab” dei DeltaProcess (UK)

-          OLFATTO: profumi in sala per accompagnare parte dei brani in scaletta

-          GUSTO: all’ingresso sarà consegnato a ogni spettatore un “kit del Gusto”, contenente prodotti da consumare in momenti specifici

-          TATTO: sarà il finale dello spettacolo, la sorpresa.

L’intenzione è quella di portare il pubblico ad assaporare un’unica grande sensazione, che raggruppi e superi tutti i sensi. To FEEL, l’Emozione appunto. Ospiti della serata, oltre ai padroni di casa, saranno i Rio, Alessio Borghi e Alle Ferrari dei Borghi Bros, Tubby Love (da Boston), Matteo Ferrari e i “No Fence”, un gruppo di ragazzi disabili dell’ANFFAS di Sassuolo, che hanno compiuto un percorso educativo-musicale con i Bifolk nello scorso biennio. L’evento, patrocinato dal Comune di Sassuolo, viene promosso da Ass.ne Le Rune e Level Up Eventi.

Se siete appena tornati da un viaggio nel tempo, se siete appena arrivati da un altro sistema solare o se soffrite di amnesia a breve termine resettandovi ogni cinque minuti, è possibile (ma poco plausibile) che non abbiate ancora comprato il biglietto. Potete acquistarne vagonate (10 euro il biglietto intero, 5 euro il ridotto), portando amici, parenti, vicini di casa, sconosciuti incontrati per strada ma sorridenti, presso la LIBRERIA INCONTRI di Sassuolo (MO), scrivendo a info@bifolkduo.com o telefonando al 3294143623.

That’s all Bifolk!!

Contatti 

http://www.bifolkduo.com/

http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show

http://www.myspace.com/bifolkduo

http://soundcloud.com/bifolk

Email: bifolkduo@gmail.com


That’s All Bifolk!

Metti allo stesso tavolo un violinista che usa le mani come terapia, un chitarrista che della musica ha fatto la sua bandiera e una ricercatrice di parole che racconta le storie degli altri.Il risultato è una conversazione tra folk e chiaroveggenza che esula dal concetto di tempo. I Bifolk sono due, sulla carta, ma sono mille quando ti raccontano cosa vogliono fare, cosa vogliono creare, come vogliono mischiare i sensi alla musica in modo completamente nuovo. Un esperimento, in terra straniera ma natia, che racconta il coraggio di far nascere qualcosa di buono dal nostro distretto ceramico. E se dovessero riuscirci? Se fosse davvero possibile riempire un teatro parlando di arte e cultura senza parlare di politica? In quel caso, e solo in quel caso, si chiamerebbe Rivoluzione. When the beating of your heart echoes the beating of the drums, there is a life about to start when tomorrow comes. 

Tre canzoni che spiegano il vostro legame con il progetto Bifolk.

Scegliamo “Jig Morrison”, uno tra i primi pezzi celtici imparati, uno dei nostri punti di partenza e ispirazione che nonostante tutto, dopo 7 anni e 7mila esecuzioni, riesce ancora a prendere il pubblico, anche per le variazioni sempre diverse che siamo abituati a inventare. Poi, “Libertanda”, che rispecchia l’apertura a diversi generi e stii musicali, a terre e culture differenti: l’importante per noi è che il brano piaccia, a noi in prima persona, che ci diverta e stimoli a trovare il modo per renderlo al meglio con un violino, una chitarra e qualche effetto. Infine, “Mario”, emblema, icona, archetipo della nostra ignoranza e del nostro amore per i videogiochi.

Quello che colpisce del vostro progetto è la dinamicità dell’esibizione che, attraverso un viaggio tra generi musicale diversi, riesce a colpire persone differenti per età e gusti musicali. Quali sono, secondo voi, i pilastri imprescindibili per creare uno spettacolo di questo tipo?

L: una tra le caratteristiche necessario credo sia la versatilità, la capacità di spaziare da un genere all’altro, da un’atmosfera ad un’altra, completamente opposta, per mantenere alta l’attenzione del pubblico.

G: suonare generi diversi ti permette di venire a conoscenza in brevissimo tempo dei tuoi limiti e dei tuoi punti di forza: non si tratta di conoscere meccanicamente le tecniche diverse, ma di “entrare” nel brano. Abbiamo molto da imparare sotto questo aspetto, ma ci siamo resi conto che il modo migliore per studiare un genere nuovo, ancor prima di suonare, è ascoltare un sacco di musica, andare ai concerti più diversi e, sicuramente, viaggiare e stare a contatto con gente e culture diverse dalla nostra.

 

Qual’è il “senso” che meglio vi rappresenta e perchè?

L: Forse sarà banale, ma per me è l’udito. Mi capita a volte, ascoltando dei concerti, che i suoni mi provochino un brivido, reale, lungo la schiena, e questa è una sensazione veramente fantastica; ti fa sentire vivo, partecipe di un insieme di persone, di intenti, di emozioni e di esperienze che non sono esclusivamente tue, personali, ma in cui ti rispecchi, e puoi condividere con altra gente. In più questo senso è una parte fondamentale anche per i BiFolk: capita spessissimo mentre proviamo un pezzo, o ne ascoltiamo un altro, che ci venga in mente una parte da aggiungere al nostro repertorio, una citazione di una canzone, 2 note che richiamino una melodia nota a tutti…in questo ci divertiamo davvero un bel po’ a infarcire i nostri pezzi con ingredienti altrui!

G: Sicuro, il gusto. Davanti al cibo si possono toccare gli argomenti più demenziali e profondi dell’universo.

 

Parlando di “sensi”, arriviamo a parlare di FEEL, il vostro prossimo progetto teatrale. Senza aggiungere altro, vi lascio raccontare. 

L: Era più o meno la fine dell’estate 2012, e parlando con Gio gli avevo espresso il mio desiderio di registrare un nuovo Cd, dal vivo come l’ultimo (BiFolk VIVI), ovviamente senza alcuna fretta e lasciando la precedenza agli impegni dei Rio. Beh, qualche tempo dopo mi spiega la sua idea del progetto e…ALLA FACCIA!! Uno spettacolo in grande, anzi di più, coinvolgente in tutti i sensi, con ospiti (persino dall’America!!), giochi di luci, profumi…una cosa davvero nuova per noi, e molto entusiasmante!

G: Il tema è nato alla fine di settembre 2012, da una serata con un amico che non vedevo da qualche tempo. L’intuizione è durata forse 2 secondi, ma siamo riusciti a coglierla. Da quella sera, non sono più riuscito a pensare ad altro: le idee hanno cominciato a gareggiare, intrecciarsi, scomparire e affiorare in qualsiasi momento. Amo le sfide, e questa credo sia una delle più grandi: pensare, organizzare e partecipare a un progetto originale, nuovo e soprattutto bello. Per noi in primo luogo.

 

E proprio per FEEL state sperimentando il crowdfounding, sistema utilizzato niente meno che da Barack Obama per finanziare la sua ultima campagna elettorale. Potrebbe essere una straordinaria special guest per FEEL! A parte gli scherzi, come possiamo aiutarvi nella realizzazione di questo progetto?

G&L: Purtroppo alla fine Obama ha scelto Bruce Springsteen e rispettiamo la sua scelta…ma non ce la sentiamo proprio di invitarlo per la serata. Per aderire e diventare fondamenta del nostro progetto, potete guardare il video qui sotto e poi andare su http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show e scegliere la ricompensa più adatta alle vostre esigenze: facendo così, contribuirete attivamente alla realizzazione della serata, e vi portate a casa un bel gadget BiFolko.

 

 

La musica, quando prende sostanza, va supportata. Invito tutti gli amici del Rasoio e gli amici degli amici del Rasoio a creare uno straordinario passaparola per supporta FEEL, uno spazio in musica e sensi si incontrano, si scontrano, si abbracciano. Dovete andare su http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show, loggarvi con l’account di Facebook che fate prima (:P) e selezionare una delle ricompense idonee alla vostra donazione. CORRETE, TUTTI!!!!


Solo andata

Sono sempre stata convinta che se si perde qualcosa spunta fuori solo ed esclusivamente quando siamo alla ricerca d’altro. Mia nonna, quando perde qualcosa, recita il responsorio da che io ho memoria. Con lei funziona, ha sempre funzionato. Io, invece, sono dovuta partire da tutto e tutti per perdere me stessa e sperare di trovare quello che avevo dimenticato di aver perso, mentre cercavo di ritrovarmi.

Non si è mai pronti per partire, i fili di lana che ci collegano alle persone non sempre sono cosi resistenti da oltrepassare i confini del nostro paese, della nostra città, del nostro cuore. A volte le persone, semplicemente, si perdono. Smettono di essere in ascolto. E quando succede, quando ti ritrovi in mano un filo spezzato che hai provato a tirare per colmare una mancanza di contatto, allora inizi a capire che è la perdita la parte fondamentale di ogni viaggio. Ti rendi conto che di fili spezzati, nella tua vita, ce ne sono stati talmente tanti da poter riformare matasse eterne da maglioni disfatti. E’ una sensazione inaspettata, perché non potrai mai metterla in conto al momento del check-in. E col tempo, col passare delle notti e dei giorni, ti rendi conto che sentirsi “pronti” alla partenza significa restare chiusi alla meravigliosa coda di pavone di tutte le cose inaspettate che ti potranno capitare. Si scoprono linguaggi diversi, si cercano modi di comunicare verbali che, in qualche modo, colmino la mancanza dell’espressione del volto, della mano sul braccio, degli abbracci e di tutti gli occhi che si guardano nello scambio. Non credo nelle persone che partono per fuggire da una realtà che non li soddisfa, credo fermamente, invece, nelle persone che decidono di andare per imparare a restare in qualche posto. Perché durante il viaggio si scopre che un posto in cui tornare, ci serve. Nonostante le meraviglie che ti riempiranno gli occhi nella tua nuova casa, sai di aver lasciato una parte di te e che qualcuno resterà sempre lì, ad aspettarti. E questo, vi assicuro, è la massima forma di conforto quando il freddo proviene da dentro e non da fuori.
Ritrovarsi significa rimettere insieme i pezzi di un mosaico che è caduto per terra e si è frammentato in milioni di tasselli. Non riuscirai mai a ricostruirlo in modo identico, resteranno tasselli fuori dallo schema, ma quello che conta in realtà è il tempo e la pazienza delle onde, nel loro perpetuo andare e venire, che hai impiegato per la ricostruzione. E’ li, in quel tempo delimitato da uno spazio, che ritrovi le cose dimenticate, perdute, bruciate nel corso degli anni. Ed è in quel processo di ricostruzione che devi amalgamare ciò che eri a quello che sei ora, quello che avevi a quello che, inaspettatamente, hai trovato. Le persone che erano legate a te prima della partenza a quelle che hai trovato durante, persone che ti hanno mostrato strade diverse, ti hanno regalato punti di vista differenti, sono state con te a bere caffè sotto un orologio e ti hanno concesso parte delle loro storie. A loro, più che a te stessa, devi il cambiamento che riconosci quando ti guardi allo specchio. Perché, vedete, gli specchi sono fondamentali, soprattutto se sono lontani e ti riflettono da New York o Francoforte. Riescono, in un modo che ancora non capisco ma mi rassicura, a farti vedere quello che sei e a farti capire che la casa, alla fine, è dove vive il tuo cuore e che le cose che hanno cercato di succhiarti energia e voglia di essere devono essere lasciate indietro, senza pensarci troppo sopra.
Tornare significa provare paura. Tentare di attaccarsi a tutte le cose che si sono vissute per non cadere, di nuovo, negli stessi schemi da cui sei partita. Ma tornare significa anche aver capito che il coraggio, quello autentico, non è in chi decide di restare, ma è in chi esce per guardare il mondo e poi, soltanto dopo, decide di portare tutto quello che ha assimilato a casa, restarci, cambiare i flussi che restano immutati da troppo tempo. Perché, vedete, il viaggio non finisce. E neanche il viaggiatore smette di essere un viaggiatore. Il viaggio è un percorso che si riflette nel cuore e nella mente, prima che sulle scarpe che si consumano. E una volta iniziato, una volta che tu diventi la tua casa, non esisterà filo di lana spezzato che possa impedirti di cambiare le tue all star almeno una volta all’anno. Il segreto del viaggio, in fondo, è avere sempre un buon paio di scarpe per camminare.

 


When the Music’s over (turn out the lights)

La prima volta che sono entrata all’Oasis i biglietti di ingresso si strappavano ancora da un carnet arancione, ci si aggiungeva a biro la frase da orgasmo Un Drink Omaggio e si sentiva ancora odore di umano, non di nazionalità, ma di umano. Il mondo all’Oasis era diviso in due parti, mai statiche, mai fisse. Nella sala grande nascevano i grandi amori, quelli che poi finivano per lasciare i propri liquidi sui divanetti nascosti dalla consolle. Si ballava, con tutti e si creavano quei morbosi repeat musicali dei giorni a venire. Ci si prestavano gli occhi, le labbra e le parole, ci scambiavamo sudore e tutto quello che volevamo essere era lì, a portata di mano. Cantavamo le nostre frasi, quelle che ora sono scolpite in quello spazio tra noi e i visi senza nome che riconosciamo per strada. Tutti i nostri desideri sono passati da li, ed erano tanti. Probabilmente pochi si sono avverati, molti si sono evoluti, altri sono scomparsi investiti da cose inaspettate. Limp Bizkit, Afterhours, Linkin Park, Chemical Brothers e già quando si riusciva ad arrivare a questi ultimi, era una vittoria nella guerra personale contro il sonno e l’alcool. Nella sala piccola, invece, vi erano tutte le mani, i piedi, i salti dell’intera vita, quelli che il giorno dopo ti bloccavano agonizzante sul divano con la carne greve fino alle mascelle. Alla sala piccola si arrivava con calma, dopo cinque o sei giri nel percorso minato che dall’ingresso portava ai bagni, fiore all’occhiello del peggior splatter mai visto. Nella sala piccola c’erano quelli cattivi, quelli che nel pogare ti lasciavano un tatuaggio sanguinante con il bracciale borchiato. Quelli che quando partiva Paradise City scaravoltavano gli occhi e si mettevano in mezzo, mimando in malo mondo quella chitarra omicida.

Quando mi hanno detto che l’hanno demolito, la prima cosa che ho pensato è che probabilmente tra quelle macerie c’è ancora un mio cerchietto borchiato, perso durante una delle migliori serate della mia vita. Il mio cerchietto. Il mio Oasis. Quando, da lontano, ho visto la foto di quello che è rimasto mi si è spalancato il cuore e ho vissuto una serie inaspettata di epifanie, cose che avevo perduto, dimenticato, bruciato nel corso degli anni. Se non fosse stato per l’Oasis e per quella serie di straordinari eventi che mi hanno portato ai miei primi compagni di viaggio, non avrei mai visto Praga sullo sfondo dell’assenzio, dei rolloni diabetici e delle partite a Pinacolo fino alle cinque di mattina. Non avrei mai deciso di tornare qua, per viverci. Ma più di ogni altra cosa, non avrei mai compreso che il per sempre in amore può durare una serata sola che è eterna e che l’unica musica che spinge nelle casse è quella che crei tu armonizzandoti con chi, come te, li dentro ha lasciato i tasselli di un mosaico ancora in divenire.


Le rivelazioni di un intruso – Capitolo I (di Giorgio Borghi ed Eugenia Carro)

Le rivelazioni di un intruso (o due)

Capitolo 1. Al principio era ruggine

06-05-2012 ore 19 circa
Oggi siamo in due ad essere intrusi, il cielo è di piombo bianco ma la nostra smania basta e avanza per metterlo a tacere, o quantomeno basta ad impedirgli di uccidere la nostra curiosità e di estinguere i nostri pensieri. Come da copione al cielo di piombo bianco segue quasi necessariamente il fatto che è pure domenica, ma la ruggine rovente che si staglia contro le nuvole ci riempie di inquietudine e d’euforia per il nostro essere intrusi, lì, in quel preciso momento. L’intrusione dura fino al tramonto. Un presentimento interrompe tutto. Un brutto presentimento. Andiamocene. Sì, l’ultima foto e andiamo. E così ce ne andiamo. Uno di noi scappa. L’altro asseconda amorevolmente le sensazioni del primo. Nemmeno due ore prima eravamo seduti al bar, al solito bar. Pensa che assurdità! Basta alzarsi e mettere un piede davanti all’altro per vedersi aprire davanti mondi cristallizzati nel loro muto abbandono, come questo. Basta alzarsi dalla sedia, alzarsi dal letto un po’ prima la mattina, cambiare strada per andare da A a B per capire che in realtà non si conosce niente della propria città. Ci si può ancora perdere, basta solo volerlo. Ci si può ancora stupire e spaventare senza bisogno di sognare Berlino. Le nostre intrusioni sono la prova che questa possibilità c’è ed è data a tutti quanti, basta aprire gli occhi e farsi prendere dalla smania di bambini, come quando si andava ad esplorare un nuovo angolo sconosciuto del giardino o del solaio. Delle nostre intrusioni avrete un resoconto breve ed essenziale, le fotografie e la garanzia che come dice la Vodafone è tutto intorno a voi, sotto i vostri piedi e dietro le vostre spalle, non al di fuori della provincia, insomma, basta solo aguzzare lo sguardo. Guardatevi bene intorno.


Il mondo è un posto pericoloso


Settantatre battiti di palpebre da Berlino

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It’s a long way to the coast. La strada finisce sul bagnasciuga

28 aprile, Los Angeles. La strada finisce qui, sul bagnasicuga di Venice Beach. Qualcuno come noi è arrivato in auto, altri in Greyhound, altri in motocicletta o in autostop. Alla fine dopo quasi tre settimane e 6500 chilometri percorsi io e il dottore possiamo definirci non tanto stanchi, ma svuotati, quello sì.

L’attraversamento di un paese come gli Stati Uniti ti fa sentire piccolo. Ti fa pensare che tutto ciò che avevi visto prima era più piccolo e di bellezza nemmeno lontanamente paragonabile. Di una bellezza che ti riempie fino a farti trabordare per poi lasciarti vuoto come una bottiglia dopo la festa.

Molti europei e italiani di un certo grado culturale nutrono un sottile disprezzo per gli Stati Uniti a e gli americani che si badi bene sono due cose diverse, come l’Italia dagli italiani. Poi magari in America, in America, o al più ci hanno portato la moglie per Natale a New York. Poi magari in macchina ascoltano Bob Dylan, Patty Smith, o i Creadence Clearwater Revival. E una coca-cola, ogni tanto se la fanno, lontano dagli occhi indiscreti. Io e il dottore lasciamo a loro manie di persecuzione, convinzioni e l’autocompiacimento eurocentrico.  Se però qualcuno avrà la possibilità di viaggiare da una costa all’altra, capirà perché  c’è una bandiera a stelle e strisce ad ogni angolo e finanche nel deserto.

Capirà perché qui è nato il blues, il jazz e il rock’n'roll e perché è stato possibile esportarlo nel mondo. Capirà anche, venendo a Los Angeles, perché il rock’n'roll è finito nella città che è stata una delle sue culle.

Los Angeles ha il fascino della città decadente. I suoi tempi illuminati sono finiti da almeno 20 anni. La sostanza è morta, pur sopravvivendo la forma. E i soldi. Soldi a non finire. Tutto a L.A. gira intorno ai soldi. La Downtown, il centro della città, ospita una decina di grattacieli e tutti sono di banche. Si guardano l’un l’altro fottendosene di cosa succede intorno. In Italia il centro è la piazza, con la chiesa e il comune. A L.A. sono le banche. Ma Los Angeles non è l’America e la downtown non è Venice Beach.

Città del cinema, L.A… Ovunque ci sono i manifesti di The Avengers. Niente da dire sui film che parlano di eroi dei fumetti (il mio preferito è Iron Man), ma pensare a certi grandiosi film del passato girati agli Studios viene la pelle d’oca. Caduti piuttosto in basso.

Uguale per la musica.  Passeggiando sul Sunset Boulevard trovereste tutti i locali della storia della musica moderna. Il Whisky a Go Go, il Rainbow, il Roxy. Al Whisky a Go Go, dove hanno suonato i Doors, gli Who, Frank Zappa, i Toto, Otis Redding,  i Ramones, i Led Zeppelin, i Guns’n'Roses e chi più ne ha più ne metta oggi state certi che 9 volte su 10 vi becchereste dei ragazzini “college rock” a pagamento. Voi pagate 10 dollari. E loro chissà quanti per salire su quel palco. Se vuoi suonare al Whisky, oggi, paghi e la qualità è ovviamente non garantita. Un po’ come a Sanremo giovani.

Qui in California, diversamente dal Mississippi, si è andati avanti, benché la direzione non sia proprio quella della prosperità artistica. Abbandonata l’inluenza del blues nero, il rock ha preso la sua strada bianca. Per questo forse rap e hip-pop hanno dilagato, occupando lo spazio che prima era del rock’n'roll che da Elvis in poi aveva contribuito a sanare un conflitto etnico sanguinoso. Alla Sun Record di Memphis, il produttore discografico Sam Phillips, aveva pensato che Elvis avesse la voce giusta per abbattere quel muro profonda e aggressiva come quella di un nero, ma armonica e dolce come quella di un bianco.  Messa sopra le dodici battute blues del delta del Misissippi MI-MI-MI-MI-LA-LA-MI-MI-SI-LA-MI-MI e al ritmo più andante del country bianco di Nashville ne veniva fuori la sintesi perfetta.

Dopo tante riflessioni che non basta un blog intero per contenerle, e dopo un bagno di libertà nell’oceano io e il dottore vi ringraziamo se ci avete seguito in questo viaggio e ci apprestiamo a raggungervi nel Vecchio Continente, e a tornare  a casa.


It’s a long way to the coast: perché l’America è un grande paese.

Ci sono due ragioni per cui l’America è un grande paese. Il primo che è giovane: giovane rispetto a tutti quelli del nostro caro Vecchio Continente. Il secondo motivo è perché gli americani, o meglio i reietti della vecchia Europa che vi approdarono almeno quattro secoli fa la hanno conquistato nel vero senso della parola.

Tralasciamo i giudizi: ogni conquista implica dei morti. Così è stato per i nativi. Così è stato per gli schiavi deportati dall’Africa sulle navi negriere. Se dovessimo però applicare questo metro di giudizio, quello delle vite spese per la conquista, per i diritti calpestati allora noi europei saremo gli possiamo “vantarne” più di tutti gli altri.

I coloni europei conquistarono le paludi della Lousiana fondando New Orleans, ma gli americani oggi l’hano ricostruita dopo l’uragano Katrina. Hanno domato il deserto del Texas, del Nevada, del New Mexico o dell’Arizona. Hanno costrutio ferrovie e strade nei luoghi più desolati e impervi del pianeta. Hanno scavato pozzi di captazione nei luoghi più aridi, costruito ponti su fiumi della portata del Mississippi. Hanno reso percorribile ogni tratto del continente, da costa a costa. In tre secoli.

Per questo il viaggio e in particolare quello da costa a costa per gli americani è sacro, perché averlo reso possibile è costato fatiche indicibili. Ovunque siamo approdati, dalla Georgia all’Alabama, dal Texas all’Arizone, tutti ci hanno chiesto con rispetto da dove venivamo e dove eravamo diretti. Ci hanno chiesto se avevamo visitato quella o quell’altra bellezza del territorio, come se ci invitassero ad entrare in casa loro. Il tutto sorridendo e augurandoci buon viaggio.

Siamo a 2258 miglia percorse. Ogni miglio di strada sembrava fosse stato costruito per noi. Ogni bellezza, naturale e artificiale, anche la più isolata, viene mantenuta nella più severa pulizia e ordine. Valore. Per gli americani la propria terra (ancor prima che il proprio paese) è sacra. Forse perché se la sono conquistata.

Per questo oggi le foto le dedichiamo alle strade, le highway, che una volta si chiamavano routes, rotte, e che -forse non lo sapevate- negli Stati Uniti si possono adottare.


It’s a long way to the coast: Europa+Africa+America=New Orleans

15-16 aprile, New Orleans. Dopo le campagne del Mississipi e dell’Alabama e 60 miglia di paludi (bayou) inestricabili siamo arrivati in città, una delle più antiche degli Stati Uniti. New Orleans ha una storia di quattro secoli ma a renderla unica è soprattutto una cosa: la musica. Ad ogni angolo. Sarà forse perché siamo capitati durante il French Quarter Festival che colora le strade del quartiere più antico della città, che prima fu spagnola, poi francese e infine venduta da Napoleone alla giovane confederazione americana.

New Orleans è un crogiolo, un coacervo, talvolta persino un’accozzaglia di culture. Come esse si siano fuse, rimane un fatto inspiegabile. Le dominazioni possono risultare indigeste da chi le subisce al tempo presente, ma è ad esse che va tributato il ritmo inarrestabile della città. Fatto sta che come accade un po’ ovunque in America tutte queste culture hanno imparato a convivere e a trasofrmare in virtù un passato tempestoso. C’è dell’Africa, dell’Europa, del Centroamerica: i continenti occidentali del pianeta si sono dati appuntamento a New Orleans.

Si diceva della musica, che è un po’ il leit motiv del vaggio mio e del dottore. Tutti sanno del Jazz ma a New Orleans potete trovare anche delle forme più particolari come il Cajun o la Zydeco, oltre che il più noto blues del delta, portato a sud da Clarksdale al golfo del Messico dal Mississippi. Trombe, tromboni, bassi-tuba, clarinetti, chitarre, banjos, dobros, armoniche, percussioni di ogni tipo occupano la strada fino a tarda notte. Niente spartiti, niente programmi, niente permessi, niente polizia, niente vicini con il mal di testa. Tutto nella più completa libertà.

Le foto certamente non suonano, ma usando un po’ di immaginazione…non lo sentite il Jazz di Bourbon Street?


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