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That’s All Bifolk! – Part.2

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A volte basta semplicemente osare e si rischia addirittura di disturbare e scardinare gli schemi rigidi della nostra provincia. Quando ho ascoltato Gio e Lucio parlare del progetto FEEL, ho pensato fosse qualcosa di assolutamente folle e avventato, due motivazioni sufficienti per convincermi ad adottare il progetto e spalmarlo in rete il più possibile. Come folli e avventate sono state tutte le persone che, quotidianamente, hanno deciso di salire su questa nave e hanno contributo per poterne vedere la realizzazione.

La follia salperà sabato 20 aprile al Teatro Carani di Sassuolo (MO). Come scrivono i Bifolk sulla loro pagina Facebook, FEEL non sarà un semplice concerto, ma un vero e proprio show che saprà coinvolgere a 360° gli spettatori, con una interazione reale che andrà a stimolare tutti i 5 sensi:

-          UDITO: sul palco si alterneranno ospiti di fama nazionale e internazionale

-          VISTA: giochi di luci e visual 3D, a cura del “Visual Lab” dei DeltaProcess (UK)

-          OLFATTO: profumi in sala per accompagnare parte dei brani in scaletta

-          GUSTO: all’ingresso sarà consegnato a ogni spettatore un “kit del Gusto”, contenente prodotti da consumare in momenti specifici

-          TATTO: sarà il finale dello spettacolo, la sorpresa.

L’intenzione è quella di portare il pubblico ad assaporare un’unica grande sensazione, che raggruppi e superi tutti i sensi. To FEEL, l’Emozione appunto. Ospiti della serata, oltre ai padroni di casa, saranno i Rio, Alessio Borghi e Alle Ferrari dei Borghi Bros, Tubby Love (da Boston), Matteo Ferrari e i “No Fence”, un gruppo di ragazzi disabili dell’ANFFAS di Sassuolo, che hanno compiuto un percorso educativo-musicale con i Bifolk nello scorso biennio. L’evento, patrocinato dal Comune di Sassuolo, viene promosso da Ass.ne Le Rune e Level Up Eventi.

Se siete appena tornati da un viaggio nel tempo, se siete appena arrivati da un altro sistema solare o se soffrite di amnesia a breve termine resettandovi ogni cinque minuti, è possibile (ma poco plausibile) che non abbiate ancora comprato il biglietto. Potete acquistarne vagonate (10 euro il biglietto intero, 5 euro il ridotto), portando amici, parenti, vicini di casa, sconosciuti incontrati per strada ma sorridenti, presso la LIBRERIA INCONTRI di Sassuolo (MO), scrivendo a info@bifolkduo.com o telefonando al 3294143623.

That’s all Bifolk!!

Contatti 

http://www.bifolkduo.com/

http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show

http://www.myspace.com/bifolkduo

http://soundcloud.com/bifolk

Email: bifolkduo@gmail.com


That’s All Bifolk!

Metti allo stesso tavolo un violinista che usa le mani come terapia, un chitarrista che della musica ha fatto la sua bandiera e una ricercatrice di parole che racconta le storie degli altri.Il risultato è una conversazione tra folk e chiaroveggenza che esula dal concetto di tempo. I Bifolk sono due, sulla carta, ma sono mille quando ti raccontano cosa vogliono fare, cosa vogliono creare, come vogliono mischiare i sensi alla musica in modo completamente nuovo. Un esperimento, in terra straniera ma natia, che racconta il coraggio di far nascere qualcosa di buono dal nostro distretto ceramico. E se dovessero riuscirci? Se fosse davvero possibile riempire un teatro parlando di arte e cultura senza parlare di politica? In quel caso, e solo in quel caso, si chiamerebbe Rivoluzione. When the beating of your heart echoes the beating of the drums, there is a life about to start when tomorrow comes. 

Tre canzoni che spiegano il vostro legame con il progetto Bifolk.

Scegliamo “Jig Morrison”, uno tra i primi pezzi celtici imparati, uno dei nostri punti di partenza e ispirazione che nonostante tutto, dopo 7 anni e 7mila esecuzioni, riesce ancora a prendere il pubblico, anche per le variazioni sempre diverse che siamo abituati a inventare. Poi, “Libertanda”, che rispecchia l’apertura a diversi generi e stii musicali, a terre e culture differenti: l’importante per noi è che il brano piaccia, a noi in prima persona, che ci diverta e stimoli a trovare il modo per renderlo al meglio con un violino, una chitarra e qualche effetto. Infine, “Mario”, emblema, icona, archetipo della nostra ignoranza e del nostro amore per i videogiochi.

Quello che colpisce del vostro progetto è la dinamicità dell’esibizione che, attraverso un viaggio tra generi musicale diversi, riesce a colpire persone differenti per età e gusti musicali. Quali sono, secondo voi, i pilastri imprescindibili per creare uno spettacolo di questo tipo?

L: una tra le caratteristiche necessario credo sia la versatilità, la capacità di spaziare da un genere all’altro, da un’atmosfera ad un’altra, completamente opposta, per mantenere alta l’attenzione del pubblico.

G: suonare generi diversi ti permette di venire a conoscenza in brevissimo tempo dei tuoi limiti e dei tuoi punti di forza: non si tratta di conoscere meccanicamente le tecniche diverse, ma di “entrare” nel brano. Abbiamo molto da imparare sotto questo aspetto, ma ci siamo resi conto che il modo migliore per studiare un genere nuovo, ancor prima di suonare, è ascoltare un sacco di musica, andare ai concerti più diversi e, sicuramente, viaggiare e stare a contatto con gente e culture diverse dalla nostra.

 

Qual’è il “senso” che meglio vi rappresenta e perchè?

L: Forse sarà banale, ma per me è l’udito. Mi capita a volte, ascoltando dei concerti, che i suoni mi provochino un brivido, reale, lungo la schiena, e questa è una sensazione veramente fantastica; ti fa sentire vivo, partecipe di un insieme di persone, di intenti, di emozioni e di esperienze che non sono esclusivamente tue, personali, ma in cui ti rispecchi, e puoi condividere con altra gente. In più questo senso è una parte fondamentale anche per i BiFolk: capita spessissimo mentre proviamo un pezzo, o ne ascoltiamo un altro, che ci venga in mente una parte da aggiungere al nostro repertorio, una citazione di una canzone, 2 note che richiamino una melodia nota a tutti…in questo ci divertiamo davvero un bel po’ a infarcire i nostri pezzi con ingredienti altrui!

G: Sicuro, il gusto. Davanti al cibo si possono toccare gli argomenti più demenziali e profondi dell’universo.

 

Parlando di “sensi”, arriviamo a parlare di FEEL, il vostro prossimo progetto teatrale. Senza aggiungere altro, vi lascio raccontare. 

L: Era più o meno la fine dell’estate 2012, e parlando con Gio gli avevo espresso il mio desiderio di registrare un nuovo Cd, dal vivo come l’ultimo (BiFolk VIVI), ovviamente senza alcuna fretta e lasciando la precedenza agli impegni dei Rio. Beh, qualche tempo dopo mi spiega la sua idea del progetto e…ALLA FACCIA!! Uno spettacolo in grande, anzi di più, coinvolgente in tutti i sensi, con ospiti (persino dall’America!!), giochi di luci, profumi…una cosa davvero nuova per noi, e molto entusiasmante!

G: Il tema è nato alla fine di settembre 2012, da una serata con un amico che non vedevo da qualche tempo. L’intuizione è durata forse 2 secondi, ma siamo riusciti a coglierla. Da quella sera, non sono più riuscito a pensare ad altro: le idee hanno cominciato a gareggiare, intrecciarsi, scomparire e affiorare in qualsiasi momento. Amo le sfide, e questa credo sia una delle più grandi: pensare, organizzare e partecipare a un progetto originale, nuovo e soprattutto bello. Per noi in primo luogo.

 

E proprio per FEEL state sperimentando il crowdfounding, sistema utilizzato niente meno che da Barack Obama per finanziare la sua ultima campagna elettorale. Potrebbe essere una straordinaria special guest per FEEL! A parte gli scherzi, come possiamo aiutarvi nella realizzazione di questo progetto?

G&L: Purtroppo alla fine Obama ha scelto Bruce Springsteen e rispettiamo la sua scelta…ma non ce la sentiamo proprio di invitarlo per la serata. Per aderire e diventare fondamenta del nostro progetto, potete guardare il video qui sotto e poi andare su http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show e scegliere la ricompensa più adatta alle vostre esigenze: facendo così, contribuirete attivamente alla realizzazione della serata, e vi portate a casa un bel gadget BiFolko.

 

 

La musica, quando prende sostanza, va supportata. Invito tutti gli amici del Rasoio e gli amici degli amici del Rasoio a creare uno straordinario passaparola per supporta FEEL, uno spazio in musica e sensi si incontrano, si scontrano, si abbracciano. Dovete andare su http://www.musicraiser.com/projects/578-feel-music-show, loggarvi con l’account di Facebook che fate prima (:P) e selezionare una delle ricompense idonee alla vostra donazione. CORRETE, TUTTI!!!!


When the Music’s over (turn out the lights)

La prima volta che sono entrata all’Oasis i biglietti di ingresso si strappavano ancora da un carnet arancione, ci si aggiungeva a biro la frase da orgasmo Un Drink Omaggio e si sentiva ancora odore di umano, non di nazionalità, ma di umano. Il mondo all’Oasis era diviso in due parti, mai statiche, mai fisse. Nella sala grande nascevano i grandi amori, quelli che poi finivano per lasciare i propri liquidi sui divanetti nascosti dalla consolle. Si ballava, con tutti e si creavano quei morbosi repeat musicali dei giorni a venire. Ci si prestavano gli occhi, le labbra e le parole, ci scambiavamo sudore e tutto quello che volevamo essere era lì, a portata di mano. Cantavamo le nostre frasi, quelle che ora sono scolpite in quello spazio tra noi e i visi senza nome che riconosciamo per strada. Tutti i nostri desideri sono passati da li, ed erano tanti. Probabilmente pochi si sono avverati, molti si sono evoluti, altri sono scomparsi investiti da cose inaspettate. Limp Bizkit, Afterhours, Linkin Park, Chemical Brothers e già quando si riusciva ad arrivare a questi ultimi, era una vittoria nella guerra personale contro il sonno e l’alcool. Nella sala piccola, invece, vi erano tutte le mani, i piedi, i salti dell’intera vita, quelli che il giorno dopo ti bloccavano agonizzante sul divano con la carne greve fino alle mascelle. Alla sala piccola si arrivava con calma, dopo cinque o sei giri nel percorso minato che dall’ingresso portava ai bagni, fiore all’occhiello del peggior splatter mai visto. Nella sala piccola c’erano quelli cattivi, quelli che nel pogare ti lasciavano un tatuaggio sanguinante con il bracciale borchiato. Quelli che quando partiva Paradise City scaravoltavano gli occhi e si mettevano in mezzo, mimando in malo mondo quella chitarra omicida.

Quando mi hanno detto che l’hanno demolito, la prima cosa che ho pensato è che probabilmente tra quelle macerie c’è ancora un mio cerchietto borchiato, perso durante una delle migliori serate della mia vita. Il mio cerchietto. Il mio Oasis. Quando, da lontano, ho visto la foto di quello che è rimasto mi si è spalancato il cuore e ho vissuto una serie inaspettata di epifanie, cose che avevo perduto, dimenticato, bruciato nel corso degli anni. Se non fosse stato per l’Oasis e per quella serie di straordinari eventi che mi hanno portato ai miei primi compagni di viaggio, non avrei mai visto Praga sullo sfondo dell’assenzio, dei rolloni diabetici e delle partite a Pinacolo fino alle cinque di mattina. Non avrei mai deciso di tornare qua, per viverci. Ma più di ogni altra cosa, non avrei mai compreso che il per sempre in amore può durare una serata sola che è eterna e che l’unica musica che spinge nelle casse è quella che crei tu armonizzandoti con chi, come te, li dentro ha lasciato i tasselli di un mosaico ancora in divenire.


Le rivelazioni di un intruso – Capitolo I (di Giorgio Borghi ed Eugenia Carro)

Le rivelazioni di un intruso (o due)

Capitolo 1. Al principio era ruggine

06-05-2012 ore 19 circa
Oggi siamo in due ad essere intrusi, il cielo è di piombo bianco ma la nostra smania basta e avanza per metterlo a tacere, o quantomeno basta ad impedirgli di uccidere la nostra curiosità e di estinguere i nostri pensieri. Come da copione al cielo di piombo bianco segue quasi necessariamente il fatto che è pure domenica, ma la ruggine rovente che si staglia contro le nuvole ci riempie di inquietudine e d’euforia per il nostro essere intrusi, lì, in quel preciso momento. L’intrusione dura fino al tramonto. Un presentimento interrompe tutto. Un brutto presentimento. Andiamocene. Sì, l’ultima foto e andiamo. E così ce ne andiamo. Uno di noi scappa. L’altro asseconda amorevolmente le sensazioni del primo. Nemmeno due ore prima eravamo seduti al bar, al solito bar. Pensa che assurdità! Basta alzarsi e mettere un piede davanti all’altro per vedersi aprire davanti mondi cristallizzati nel loro muto abbandono, come questo. Basta alzarsi dalla sedia, alzarsi dal letto un po’ prima la mattina, cambiare strada per andare da A a B per capire che in realtà non si conosce niente della propria città. Ci si può ancora perdere, basta solo volerlo. Ci si può ancora stupire e spaventare senza bisogno di sognare Berlino. Le nostre intrusioni sono la prova che questa possibilità c’è ed è data a tutti quanti, basta aprire gli occhi e farsi prendere dalla smania di bambini, come quando si andava ad esplorare un nuovo angolo sconosciuto del giardino o del solaio. Delle nostre intrusioni avrete un resoconto breve ed essenziale, le fotografie e la garanzia che come dice la Vodafone è tutto intorno a voi, sotto i vostri piedi e dietro le vostre spalle, non al di fuori della provincia, insomma, basta solo aguzzare lo sguardo. Guardatevi bene intorno.


MUSIC IS MY RADAR. Viaggio nella Storia della Musica

Casa Corsini e i DJ della storica radio fioranese Antenna Uno (101.300 FM) presentano l’ultimo appuntamento con Music is my Radar, un percorso nuovo all’interno della storia della musica. Partendo da Lou Reed e i Velvet Undreground, passando per l’atmosfera della culture club  con la musica elettronica ed esplorando la storia dell’Hip Hop, questa sera finalmente è arrivato il momento di affrontare l’onda anomala, la New Wave: un movimento musicale che a partire dalla fine degli anni settanta e i primi anni ottanta ha sconvolto il modo di fare musica in tutto il mondo.  Discendente del punk, la new wave accoglie al suo interno diverse influenze, mescolando il pop con il rock, il punk con il reggae e l’alettronica, ridefinendo la grammatica e la dimensione della musica rock per sempre.

Attraverso musica, video e parole, alessandro Corbelli e Vittorio Ferrari guideranno la serata creando un altro appuntamento di grande musica nello stile ormai consueto e apprezzato dal pubblico di Music is my Radar.

Per informazioni:
Casa Corsini, via Statale, 83 – Spezzano di Fiorano Modenese
Orari di apertura: lun., mar., gio., ven. dalle 16 alle 23.
Tel. 0536/076584
Mail: info@casacorsini.mo.it
www.casacorsini.mo.it

Il volto di un viaggiatore

Questo non è solo l’invito ai lettori del Rasoio a visitare il sito di un amico, ma è anche e soprattutto un tributo ad un compagno di viaggio. Compagno perché abbiamo condiviso lo spazio infimo di una giornata assieme ma è stato come rivederci dopo anni di lontananza, anche se quella era la prima volta che ci incontravamo. compagno di viaggio perché, anche se lontani, so che stiamo tutti e due viaggiando, in qualche modo, nella stessa direzione. Oggi, a distanza di sei mesi, ho trovato il suo sito, e sono tornata con una disarmante vertigine a quest’estate: Santarcangelo di Romagna, il campo dei Mutoidi accanto al Rubicone che aveva ormai abbandonato il suo letto lasciandoci solo nuvole nere di zanzare, tre ragazzi in viaggio verso sud con la loro tenda e i loro occhi spinti oltre l’orizzonte livido del cielo della torrida provincia di Rimini. Il mio compagno di viaggio per un giorno si chiama Nudo Ma Felice, così si è presentato, e così l’ho ritrovato, oggi, come un lampo improvviso, uno squarcio nella tela precisa e minuziosamente compatta della mia città, uno strappo nella sciarpa tirata fin sopra al naso, un vento freddo e piacevolmente diverso. Nudo Ma Felice fa sorridere, perchè non ha la pretesa di essere capito, ascoltato, divulgato, si lascia squadrare con lo sguardo che i ‘grandi’ rivolgono ai ‘piccoli’, e lo fa volentieri. Le mie parole vanno a lui perché ha abbandonato con una carezza ogni intesa, ogni assunzione indebita ed ogni convenzione per una naturale fratellanza con il mondo: una delle cose più coraggiose che si possano fare. Credo. È il più esposto di tutti noi a quegli sguardi paterni (o materni, a seconda dei casi) che tanto possono avvilire e destituire, erodendo nello spazio di tempo di un battito di ciglia un sogno immenso e ammirevolmente sproporzionato. Non è un giornalista, che mal che vada può sentirsi dire di non essere stato obiettivo, o di aver scritto in modo troppo elementare, non parla a sé stesso ma a tutti coloro che incroceranno la sua strada. Corre il rischio di vedersi capovolgere il mondo sotto i piedi, ogni istante, perché in quello che scrive, disegna, fotografa o canta a squarciagola non c’è una parte, una parentesi della sua vita, un settore con le sue regole e le sue limitate (per quanto grandi pur sempre limitate) influenze sulla sua persona. Non c’è distacco, non c’è divisione, ma un flusso di vita, morte e rinascita che evade inesorabilmente e senza presunzione da ogni parte. Siamo afflitti dal relativismo cronico, e per questo Nudo Ma Felice è un eroe.

“L’assenza totale
di prevenzioni
è la vera essenza
della fragilità!”

Un eroe fragile: non è facile credere nella semplice limpidezza delle parole, nel loro primo archetipico significato esplosivo di senso. Il suo stesso nome scatena inevitabili espressioni da vecchi navigati conoscitori della vita e delle sue multiformi sembianze, ma questo nome, da solo, risponde sorridendo a viso aperto, mostrando la pienezza del suo senso nella dritta arcata dei suoi denti bianchi.

“Non esiste il trucco,
c’è solo il saperlo fare”

A Gio, Tommaso, Umberto e Jack, con l’augurio che il loro viaggio non termini mai.


Tracce del Rasoio #15

Il cielo di Praga sono le guance di un’anziana signora che fa la maglia vicino al camino. Si colora del calore del sole e dei lampioni e del fiato delle persone che sentono la differenza tra un cielo vivo e un cielo blu. Perché il cielo invernale a Praga non si colora mai di azzurro e il freddo cambia a seconda di ciò che si vede voltando la fronte in alto. Il freddo del mattino bianco prende le guance e le labbra, le rende quasi insensibili al calore, le fa pizzicare e ti sveglia, ti sveglia perché non ammette che i tuoi occhi possano essere noncuranti di fronte alle cose che lei ti mostra. Quando a metà giornata il cielo si tinge di rosa, il freddo passa alle spalle e alla schiena, per tenerti dritta e per mostrarti le rughe che la storia ha scalfito sul suo volto. E poi, in un attimo preciso della giornata, un solo attimo che segna il passaggio tra il pomeriggio e la sera, il cielo diventa viola. In quel momento le mani si ghiacciano, le spalle sono paralizzate e le labbra piene, ma ciò che vedi, ciò che senti, è cosi tanto calore proveniente dall’abbraccio di una madre che ti accoglie e ti protegge sempre, anche quando arrivi qui per caso. Il cielo di Praga è vivo, cambia, muta, come l’umore di una donna.. e lei ti mostra ciò che in realtà non hai mai avuto il coraggio di vedere, la tua bellezza.


Tracce del Rasoio #14

- Un ponte è un ponte – mi dicono – non è niente di diverso dagli altri ponti che hai visto.

Io dico che un ponte congiunge, collega, sostiene, sovrasta, percorre, sospende e questo – in un modo che ancora non mi è chiaro, ma mi rassicura – ti lega a sè e ti dona un nuovo modo di respirare e di vedere ciò che è stato e ciò che sarà.

Ti mostra la sua storia con le sue statue nere, ti mostra la modernità che incombe dissacrante con le statue pulite e bianche che li sopra davvero non possono starci. Questo ponte sa quali desideri, pensieri e sorrisi gli passano sopra ogni giorno e te li regala, fa in modo che tu, camminando in un grigio praghese che mai è triste, possa accorgerti di ogni volto che incontri.

Io dico che qui sopra il tempo sognato e il tempo per sognare diventano una cosa sola e tu hai tempo, hai tempo davvero, anche per sbagliare e ricominciare tutto da capo.


Grazie infinite, Signor Glenn Gould

A 11 o 12 anni mi sono innamorata perdutamente di Glenn Gould, ed è bastato ascoltare le sue due versioni delle Variazioni Golberg:la prima, quella del 1955-56 incisa a 23 anni, 

e la seconda, quella del 1981-82, anno della sua  morte.

 

 Poi ho letto i suoi libri, le sue riflessioni, i suoi dialoghi con se stesso (un capitolo dell’Ala del turbine intelligente si chiama proprio Glenn Gould parla con Glenn Gould di Glenn Gould), le pagine di feroce critica musicale, momenti di megalomania, irriverenza o eccentricità esasperata alternati ad altri di spietata autodistruzione e lucidissime autocritiche mai di commiserazione. A Glenn Gould sono state attribuite montagne di citazioni, dicerie, leggende e stravaganze sufficienti a fare di lui un pagliaccio, un fenomeno da baraccone, col cappotto e i guanti in Luglio, sempre seduto sulla sua seggiolina rasoterra, gobbo e con lo sguardo meravigliosamente luminoso, il genio misantropo che a 32 anni decise di non suonare mai più in pubblico e si rifugiò nella sua casa sul Lago Simcoe, in Ontario. Anche tutti questi elementi, la più che mai classica aura di genialità e follia che si portava dietro e che veniva tritata e ritritata nelle sue biografie e nei suoi stessi testi di cui io mi nutrivo e ovviamente la sua (per me) travolgente bellezza, furono anche queste tutte cose che alimentarono il mio amore per lui. Ma sinceramente credo che gran parte degli aneddoti e delle leggende che gravitano intorno alla sua figura e che fanno di lui un puntiglioso misantropo perlopiù odioso e presuntuoso non rendano giustizia alla sua persona. Distinguiamo fra persona e figura! Poteva apparire eccentrico e arrogante ma sono convita che un uomo capace di suonare in questo modo, di fare due versioni così delle Variazioni Goldberg, una all’esordio della sua nascita di pianista e una alla fine della sua vita, due versioni enormemente distanti, simbolo e sintomo di una crescita umana che è molto rara da trovare, insomma un uomo ossessionato dal progresso tecnologico nel campo della registrazione, deciso a trovare la perfetta corrispondenza fra idea e linguaggio non solo per sé ma per il mondo, incidendo e registrando dal 1964 (anno del suo ultimo concerto) fino alla morte (1982) senza tregua la musica che gli risuonava nella testa, che gli impregnava le membra e che sentiva di dover esperire, comunicare, deciso fino al giorno della sua morte a portare avanti, da solo, una missione eroica e umanitaria, ecco un uomo così non penso che meriti di essere definito scontroso, sgradevole, presuntuoso e misantropo. E poi già allora pensai che in confronto a tutti i virtuosi sedicenti demoniaci che pestano i loro strumenti e violentano i testi musicali in nome della tecnica, della brillantezza accecante delle loro vuote letture, ebbene in confronto a questi chiunque sia interprete e non lettore è certamente umano e non disumano nel senso letterale della parola.

Glenn Gould cantava mentre suonava, come Keith Jarrett, ripeteva la melodia, in modo spontaneo, spesso a voce alta e in contrasto con il massimo lirismo e la minuziosa misura dell’ interpretazione, dove ogni nota aveva la sua forma perfetta e ogni minuscola variazione equivaleva per lui ad un uragano che avrebbe potuto spezzare il tronco della più grande quercia del mondo. Si scusava, con sincerità e naturalezza, dicendo che era un riflesso incondizionato, che non poteva farci niente, insomma, se provava a colmare le lacune lasciate dal pianoforte, che rendevano l’idea e l’espressione distanti.

Ho passato anni della mia vita profondamente ossessionata e impressionata da Glenn Gould, ho pianto centinaia di volte ascoltando le Variazioni Golberg suonate da lui, e mi sono sentita come dentro alla pancia di mia madre ascoltando le trascrizioni di Wagner che scrisse per pianoforte 

E anche se oggi il mondo della musica classica è distante da me, quella rimarrà la Musica per me, veramente l’unica  in grado, sempre, in ogni momento della mia vita, indipendentemente dalle mie preferenze momentanee di farmi sentire improvvisamente avulsa da tutto e poi di colpo prepotentemente nella terra, di farmi tornare ad un’infanzia un po’ deformata, di commuovermi e emozionarmi ogni volta con un’intensità incontenibile. Non ho mai rinnegato la gratitudine immensa che nutro nei confronti di Glenn Gould e di chi mi ha reso in grado di sentirlo così come lo sento.

Al mio maestro

 


Tracce dal Rasoio #13

Ho imparato a fare la maglia. Sembro scomposta con quei due ferri in mano, e in tre tentano di farmi apprendere tecniche personalizzate per creare i primi punti. Intanto sul lato sinistro del tavolo c’è chi la maglia la sa fare, e continua a farla, con amore e precisione da una vita intera. Una velocità di movimenti quasi affascinante… e io l’osservo, mentre tento con dita inesperte di infilare un ferro sull’altro, non potendo fare a meno di pensare che la lana è una bella metafora per l’Alzheimer. Se potessi pensare.. se potessi concepire questa malattia in modo razionale, allora si la penserei come un gomitolo di lana da creare disfando un maglione lasciato a metà da troppo tempo. Nodi, grovigli, fili spezzati… Mi chiedo se sia tutto buio li dentro, o se quando ti guarda e sorride qualcosa in lei dice “aspetta… la conosco…”… Continuo a fare la maglia e lei ogni tanto mi guarda e sorride, forse divertita da quella prossima laureanda che trova difficoltà a svolgere un compito cosi semplice. Si diverte, lei. Beve il suo the con una compostezza che profuma di arcaico e di camino d’inverno..Si commuove quando riconosce dei volti, o meglio quando riesce ad associarvi un nome.. Penso “Dovrà sentirsi sola li dentro”.. sola.. in mezzo ad un groviglio di storie che lentamente ogni giorno diventano sempre più sfuocate. Ed io, in un pomeriggio di inizio autunno, penso a tutte le infinite sfaccettature che questa malattia porta con sè.. rimango li, chiacchero di Cagliostro e di Numerologia, ma con un occhio guardo sempre le espressioni di quel volto che confusamente tentano di trovare il bandolo della matassa per sorridere consapevole e non per circostanza..

Alla lana, alla forza e al coraggio di combattere


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