Archivi categoria: Scoperte archeologiche nel Modenese

Appennino on the road: le mummie nella cripta

Il mestiere dell’archeologo conserva intatto il fascino di un tempo, benché nutrite schiere di costruttori e politici abbiano negli anni tentato di sottrarglielo, dipingendolo come il “guastafeste” che di fronte all’incedere del progresso cementizio innalza barricate di cocci, ossa e cianfrusaglie inutili. Ovviamente, siamo tutti d’accordo sul fatto che di cinema multisala, centri commerciali e parcheggi siamo colpevolmente difettosi e si debba moltiplicarne il numero per  evitare disagi insostenibili per la collettività…

Mentre in città fra cerimonie e polemiche si inaugura il Novi Ark, il parco archeologico che ospita le antiche spoglie di una Modena oggi convulsamente impegnata a trovare parcheggio al minor prezzo possibile, in una graziosa località dell’Alto Frignano apre una mostra su di un ritrovamento forse meno appariscente, ma che si può certamente definire unico per l’archeologia europea:  si tratta delle 60 mummie (circa) rinvenute nella cripta della piccola chiesa di San Paolo a Roccapelago circa un anno e mezzo fa.

Si badi bene, qui non si parla di corpi artificialmente mummificati –come quelli egizi, per intenderci, o quelli delle Catacombe dei Cappuccini a Palermo; in questo caso, siamo di fronte ad un processo di mummificazione messo per così dire in atto dal microclima fresco, secco e areato che era venuto a formarsi nella cripta. Ciò ha evitato la decomposizione che normalmente interessa le inumazioni. Dei 281 corpi rinvenuti nell’ambiente sotterraneo della chiesa di Roccapelago,  però, solamente una sessantina hanno conservato pelle, capelli, tendini e sudario funebre; degli altri rimane invece solamente il duro scheletro, privo di qualsiasi materiale organico.

Rosalia Lombardo

Il cadavere mummificato di Rosalia Lombardo nelle Catacombe dei Cappuccini a Palermo

A differenza di molte altre scoperte archeologiche divulgate al grande pubblico, questa delle mummie di Roccapelago non deve la sua importanza ad una datazione particolarmente antica dei reperti, o alla ricchezza dei corredi funebri: la camera mortuaria comune fu infatti utilizzata tra il 1500 e il 1700 per seppellire gli abitanti di umili origini del borgo. La sua eccezionalità risiede invece proprio nelle incredibili condizioni di conservazione del deposito, che consentono al team di archeologi e antropologi che ha in studio il materiale di ricostruire le condizioni di vita, l’alimentazione, le patologie, i traumi, i tentativi di cura di una piccola comunità dell’appennino in quei due secoli cruciali che separano il medioevo dal cosiddetto “secolo dei lumi”.

Potrei dilungarmi sulla storia del castello di Roccapelago, poi trasformato nella suddetta chiesa di San Paolo, e sulle vicende tumultuose di Obizzo da Montegarullo, il più celebre e potente dei signori del Frignano, che presidiò a lungo la rocca durante la sua ribellione contro gli Estensi. Ma preferisco che approfondiate la sua storia direttamente a Roccapelago, nel caso visitaste il piccolo museo in buona parte a lui dedicato, che accoglie oggi anche la mostra delle mummie; vi basti tuttavia sapere che nelle cronache di Giacomo Delayto pubblicate poi da Ludovico Antonio Muratori nel tomo XVIII dei Rerum Italicarum Scriptores Obizzo è definito “uomo senza onestà, violatore della fede, dimentico dei benefici ricevuti dagli estensi. Di ingegno torbido ed inquieto”. Bè, che dire di più? La Chronica nova illustris et magnifici Domini domini Nicolai marchionis Estensis di Delayto è peraltro conservata in due codici della Biblioteca Estense di Modena: il manoscritto α. H.4. 1: Annales Estenses de gestis Nicolai Estensis ab anno 1393 usque ad annum 1409.

La mummia del Similaun al Museo Archeologico di Bolzano

Qualora poi, dopo aver visitato la mostra, rimaneste sedotti fascino macabro delle mummie o dal valore scientifico di defunti così ben preservati, vi consiglierei di visitare il museo archeologico di Bolzano, dove di mummia ce n’è una sola, ma rappresenta forse l’esempio più importante al mondo.
Parlo del corpo mummificato (anche in quel caso per un fenomeno naturale) di quello che è stato chiamato Ötzi, l’uomo del Similaun, vissuto (e passatoanche a miglior vita) nell’età del rame, 5000 anni fa, quindi in epoca ben più remota delle nostre mummie di Roccapelago.

Comunque, sia che a riportare in luce resti sepolti sia la benna di un escavatore che splatea un paio di ettari di parco cittadino, sia che si tratti della mano di un archeologo che solleva una lastra di pavimento di una cripta inconsapevole di cosa troverà al di sotto quando farà passare la torcia nell’apertura,sempre archeologia è; una disciplina sconfinata che nonostante il velato discredito che le viene attribuito (salvo poi corteggiarla, quando si tratta di incassare consenso elettorale), può costituire il percorso interiore che ciascuno di noi può seguire per sapere di più e occupare il tempo libero in qualcosa di tanto poco costoso quanto estremamente stimolante.

Se poi preferite rimanere al caldo cittadino a guardarvi le repliche di Voyager, non aspettatemi a cena e salutatemi Giacobbo.

http://www.roccapelago.it/mostra-antropologica.html


Siamo ancora in viaggio

Roma, via Nazionale. Sulla facciata del Palazzo delle Esposizioni campeggia il grande manifesto della mostra “Homo Sapiens”. Quando la sede è così prestigiosa non può che trattarsi di un evento fuori dall’ordinario e a giudicare dall’eco che sta avendo sulla stampa e le televisioni nazionali, vale la pena esplorarlo. A chi ha assistito nell’ultimo decennio al violento riaccendersi del dibattito sulle origini della nostre specie, risulteranno noti gli attacchi e i tentativi di messa all’indice delle teorie evoluzionistiche da parte dei neo-creazionisti (si pensi ad esempio alle posizioni dell’ex ministro della pubblica istruzione italiano Letizia Moratti o dell’attuale vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche Roberto De Mattei, o ai neo-con statunitensi). Si parla quindi di evoluzionismo, in questa mostra. E ora vediamo come se ne parla.

Se prima di entrare incrociate un addetto ai lavori lo sentirete commentare “nella prima parte del percorso ci sono alcune datazioni imprecise”, “le didascalie sono troppo lunghe”, “troppe copie, ci sono pochi oggetti originali”. E su questi aspetti avrebbe forse ragione, ma dopo che ne sarete usciti se avrete colto il significato del percorso, vi verrebbe voglia di rintracciare quell’addetto per spiegargli cosa non ha capito. E cosa non ha capito il biologo, il paleoantropologo, il genetista, o l’archeologo?

Per prima cosa gli è sfuggito un fatto fondamentale: la mostra è stata curata da Telmo Pievani e Luigi Luca Cavalli Sforza. Quest’ultimo è sì, un genetista di fama internazionale, il cui compito è principalmente quello di dare un profilo scientificamente consistente alla mostra; ma la faccia giovane e operativa (l’avrete forse visto intervistato anche da Corrado Augias su Rai Tre) è quella di Telmo Pievani, il quale non proviene dal fronte delle cosiddette scienze esatte, ma dalle loro “retrovie”, da quella disciplina che osserva e interpreta la storia del pensiero scientifico in divenire, che propriamente si chiama filosofia della scienza. I filosofi della scienza sono un po’ come i cronisti di guerra: si infilano fra la linee e riportano al grande pubblico quelle che sono le mosse, le tattiche, le battaglie cruciali dei contendenti, dove i contendenti sono una nutritissima schiera di accademici in questo caso, che fanno riferimento da un lato all’evoluzionismo di derivazione darwiniana e dall’altro al creazionismo, e alle relativi neofondazioni di entrambe le scuole. Homo Sapiens siamo noi, quindi questa è una mostra che parla di noi, e come scrivono gli stessi curatori nell’introduzione al catalogo, del nostro viaggio iniziato due milioni di anni fa. Non si vada perciò alla ricerca del dato o dell’oggetto da museo in sé, ma si colga l’impostazione del filosofo che mira a decostruire, tecnicamente a destrutturare, il nostro modo di pensare e il nostro common sense per spiegare a tutti “Perché la pensiamo così?” e di conseguenza “Quanto sono vere le nostre convinzioni su noi stessi e sulla nostra specie?”

Il percorso inizia con uno schermo interattivo. Sul touchscreen ci sono 36 volti umani di diverse etnie. Prova a suddividerle fino ad un massimo di dieci gruppi, di dieci “razze”, invita lo schermo.  Il risultato di questo test, che non si vuole qui anticipare,  è un indizio già molto chiaro sull’impatto destrutturante che la mostra vuole pereguire, non con strumenti retorici ma attraverso solide premesse scientifiche.

La prima parte infatti sembra un classico “Materiali e Metodi”, cioè il capitolo che sugli articoli scientifici è destinato a spiegare la tematica trattata e le premesse metodologiche, in altre parole “di cosa” si parla e il “come” se ne parla. E’ ricca di dati sull’origine africana del genere homo dalle scimmie antropomorfe, di come, quando è grazie a cosa ci siamo evoluti fino ad emanciparci da quello che una volta veniva definito lo “stato di natura”, raggiungendo poi i diversi continenti attraverso più ondate “out of Africa”.

In una delle prime sale qualcuno potrebbe rimanere scioccato dal modello plastico di “Eva”, cioè della prima femmina della nostra specie; modello al quale si è giunti ripercorrendo a ritroso la storia del nostro DNA mitocondriale. Eva ha gli occhi stretti, le labbra voluminose, il naso appiattito, i capelli rasta… ed è nera. E se Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza…(vedi la forza nell’implicito sillogismi aristotelici?).

Ancora un dato che tarda a entrare nel nostro senso comune: le varie ondate africane hanno determinato spostamenti differenziati nel tempo e nello spazio e conseguenti isolamenti, tali per cui nello stesso momento hanno convissuto diverse specie (quindi non interfeconde, o forse sì?) anche nel medesimo continente, come ad esempio Sapiens e Neanderthalensis, ma anche altre. Insomma non siamo sempre stati tutti fratelli, ma abbiamo convissuto con dei cugini, che poi si sono estinti, lasciandoci definitivamente soli (a competere con noi stessi, inventandoci differenze fantasiose per giustificare tale competizione).

Altre cose emozionanti si incontrano più avanti nel percorso, dettagli che molti addetti potrebbero aver tralasciato. In una vetrina ci sono quattro punte di freccia provenienti dall’Australia, realizzate per scheggiatura da Aborigeni attuali. Ebbene due di queste sono come tradizione in pietra, come quelle preistoriche in selce che potremmo vedere a decine nei nostri musei, altre due sono invece di porcellana e di vetro di bottiglia. Se gli Aborgeni producono con materiali moderni oggetti preistorici, significa che a dispetto del mondo globalizzato in cui noi occidentali crediamo spesso di vivere, siamo coinquilini di intere popolazioni di simili, ma diversi, anche nell’emisfero opposto, anche a migliaia di anni di distanza.

La seconda parte della mostra, forte delle fondamenta scientifiche date dalla prima, si occupa di un passato meno remoto della nostra specie, fino ad arrivare a noi. Da pelle d’oca, la copia del Milione di Marco Polo posseduta da Cristoforo Colombo. Qui i curatori hanno voluto sottolineare con le figure degli esploratori che siamo in viaggio, che la nostra caratteristica principale è la curiosità, la nostra capacità di migrare, adattarci e fondare nuove “colonie” negli angoli anche più reconditi del pianeta. E ciò è tanto evidente due milioni di anni fa nei vari “out of Africa”, quanto nell’intento di Marco Polo, di Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano.

C’è poi un video con due count-down accostati (o sarebbe meglio dire “count-up”). Uno è la cronologia da due milioni di anni fa ad oggi, l’altro è la popolazione mondiale; il tutto è corredato da un planisfero in cui si accendono e si amplificano progressivamente le aree del pianeta che vanno via via popolandosi avvicinandosi ai nostri giorni. Ebbene, l’impressione è che negli ultimi due secoli e mezzo, l’uomo abbia colonizzato le terre emerse come un parassita farebbe con un organismo ospitante, in modo cioè esponenziale. Difficile pensare che un simile trend possa essere sostenuto a lungo.

Sul finale anche un po’ di ironia molto mascherata. Una sala interattiva mostra la nostra affinità genetica con altri organismi: con la banana abbiamo un patrimonio di geni comune al 50%, con il topo a circa il 94% e con la trota? (una stoccata a qualche consigliere regionale reazionario del Pirellone?).

Infine una piccola sala, tutta dedicata all’Italia, e alla ricerca archeologica e antropologica che essa porta avanti sul suo ricchissimo territorio. Ricerca? Se si eccettuano le ultime scoperte neandertaliane alla grotta di Fumane, non è stato messo molto altro, a parte qualche stranoto pezzo da museo la chimera etrusca di Arezzo (tributo agli archeologi), le laminette auree di Pyrgi e il vocabolario d’italiano dell’Accademia della Crusca (tributo ai linguisti). I visitatori potrebbero pensare che in Italia la ricerca sia agonizzante…La sala Italia: forse più un “suggerimento” politico, che un pallino dei curatori.

Merita quindi una visita la mostra “Homo Sapiens”? Sì, ma solo se accurata. E se affrontata disarmati di preconcetti. E ciò vale tanto per  il grande pubblico quanto per gli addetti ai lavori.

Si potrebbe dire che fare una mostra di questo tipo a due passi dal Vaticano sia stata un’operazione audace. In Germania, in Francia, o in Giappone non lo sarebbe, ma nell’Italia oggi lo è. Veniamo da tanti anni di rincoglionimento collettivo –ammettiamolo-, dove la scienza e la sua “narrazione”, per dirla alla Giorgio Manzi, non hanno goduto di grande credito e trasmissione. Uno degli scopi di questa mostra è anche affermare che tutto quel discredito era di fatto immeritato. Tagliando la ricerca non si fa altro che escludere il nostro paese dall’avere una voce autorevole in quel dibattito sovranazionale sulle origini e sul destino della nostra specie.

Ma il fine principale di Pievani e Cavalli Sforza, mai perseguito con la retorica del politico ma sempre con la freddezza analitica dello scienziato, è certamente quello filosofico di renderci più coscienti del nostro essere umani, del nostro esserlo in questo pianeta e nel nostro viaggio ancora in corso.

A Matteo Romandini

e Nicola Nannini.

che come me sono ancora in  viaggio.


“E’ avvenuto una volta un enorme prodigio…”

È avvenuto una volta -come personalmente riscontro nei testi della dottrina etrusca- un enorme prodigio di terre nella regione di Modena, sotto il consolato di Lucio Marcio e Sesto Giulio [91 a.C.]: due montagne, cioè i scontrarono con grandissimo fragore, balzando avanti e retrocedendo, e tra di loro fiamme e fumo salivano al cielo in pieno giorno; assisteva dalla via Emilia, una gran folla di cavalieri romani, con il loro seguito, e di viaggiatori. Per l’urto furono distrutte tutte le case di quelle campagne, e moltissime bestie, che si trovavano nel mezzo, rimasero uccise: si era un anno prima della guerra sociale, che potrei definire più funesta per questa terra d’Italia anche rispetto alle guerre civili”.

Così racconta Plinio il Vecchio, l’autore che molti liceali ben conoscono per le sue Naturalis Historiae, l’evento che circa un secolo prima della sua nascita (23 d.C.) interessò Mutina e dintorni, provocando grande scalpore in tutto il mondo romano. Nel II libro della sua opera al passo 199, l’evento assume i connotati catastrofici di un produzione hollywoodiana. Di certo però, al tempo della stesura delle Historiae, Plinio ignorava che il Fato beffardo avesse in serbo per lui una fine straordinaria.

E fu così che Plinio morì a causa del fenomeno catastrofico più famoso dell’antichità: l’eruzione del Vesuvio datata al 79 d.C. Non a caso i vulcanologi, in onore dell’autore latino, definiscono “pliniane” le eruzioni parossistiche (quelle più esplosive e violente).

Tutte le volte che ho ascoltato a qualche lezione le circostanze della morte di Plinio il Vecchio, me lo sono immaginato alla finestra guardare impietrito la nube ardente che si avvicinava a grande velocità a Pompei ed Ercolano.

Claude Lorrain_Vesuvian Eruption

Claude Lorrain, "Eruzione del Vesuvio"

Per lui, che per una vita aveva osservato e studiato i fenomeni della natura, quello spettacolo deve aver mescolato al terrore che prende l’uomo in faccia alla morte, l’estasi dello studioso che vede manifestarsi in diretta l’oggetto della sua più profonda passione.

Un mio caro collega durante le sue lezioni di archeologia sostiene sempre che “catastrofi e singoli eventi traumatici rappresentano  una grande fonte di informazione per gli archeologi”, e come dargli torto?

Pompei ed Ercolano, e più anticamente Nola, il relitto di Ulu Burun, le circostanze di morte dell’“Uomo del Similaun” possono essere considerati alcuni dei rarissimi fotogrammi dell’antichità. E’ un po’ come essere in uno strano cinema: lo schermo rimane nero per due ore intere, a parte quattro o cinque spot che appaiono e scompaiono fulminei quando meno te l’aspetti. Poi la gente ti chiede curiosa, ma com’era il film? E tu devi provare a raccontarglielo… Bene, questo è il lavoro degli archeologi e degli storici in generale. Una ricostruzione per fotogrammi.

Uno di questi fotogrammi è stato scattato a pochi passi da Modena, come ci raccontava Plinio. In località Montegibbio gli archeologi potrbbero avere scoperto la prova che la Historia pliniana, benché caricata di iperboli, corrisponde a realtà.

Le salse di Nirano

Ma facciamo un passo indietro. Una giovane archeologa classica, Francesca Guandalini, durante le sue ricerche di dottorato stava esplorando pochi anni fa la zona collinare compresa tra la valle del Secchia e le vallecole minori dei suoi affluenti di destra, quelli ubicati oggi in provincia di Modena. La zona di Nirano e di Montegibbio destava in lei un particolare interesse per la presenza in quel territorio delle famose “salse”. Chi percorresse oggi le stradelle di Nirano rimarrebbe affascinato da quei vulcanetti sempre attivi che ribolliscono ed eruttano costantemente argilla e acqua salata. Per noi moderni, forti della scienza naturale che Plinio contribuì a costruire, si tratta di esalazioni di gas metano, ma per un romano di venti secoli fa quel ribollire era forse provocato dai lamenti inferi dei morti. Senza dubbio però, quel fango aveva proprietà terapeutiche, che i romani conoscevano e sfruttavano.

La zona di Nirano e Montegibbio poteva quindi nascondere per Francesca non solo le tracce di insediamenti, ma anche di luoghi di culto legati proprio al fenomeno delle salse.

Incrociando i risultati delle sue ricognizioni di superficie, con la toponomastica, con le note di archeologi e appassionati che avevano condotto ricerche quei luoghi prima di lei, ma anche con le notizie raccolte dagli abitanti di Montegibbio, Francesca trovò i resti di una villa rustica romana databile al I secolo a.C. (ma anche con successive fasi abitative), ricca di pavimenti pregevoli in opus signinum, praticamente mosaici con motivi geometrici. Le strutture che la costituivano, però, per la maggior parte non si trovavano in posizione originaria, bensì erano crollate rovinosamente lungo il pendio. I geologi intervenuti sullo scavo hanno ipotizzato che il crollo della villa, data la sua portata, fosse attribuibile ad un evento geologico particolarmente distruttivo. Ed è qui che torna in ballo il vecchio Plinio …

Forse la descrizione di Plinio non era così esagerata, anche alla luce di testimonianze successive.

Una vecchia stampa delle salse

Nell’ultima “esplosione” della salsa, infatti, documentata nel 1835, lo studioso Giovanni De’ Brignoli di Brunnhoff ricorda una eruzione accompagnata a scosse di terremoto:  “si innalzò ad un’altezza valutata di circa 41,480 metri (braccia 80) una colonna di denso fumo, entro di cui scintillavano alcune fiamme di colore giallo-rosso-azzurrognolo, videro ancora che dal vertice di quella densa colonna formatasi uno spruzzo a guisa di pioggia, spargendo sassi voluminosi e fango a considerabile distanza mostrante la portata dell’eruzione”.
Portentoso…

Per scoprire qualcosa in più su Montegibbio sono perciò andato ad intervistare l’archeologa a cui si devono tutte queste informazioni, Francesca Guandalini.

Francesca, oggi vogliamo saperne di più sul sito archeologico di Montegibbio e iniziamo con una domanda secca: cosa è rimasto sepolto a Montegibbio fino al tuo arrivo? Il sito archeologico era già noto grazie ad alcune ricerche di ricognizione archeologica effettuate sia da Fernando Malavolti agli inizi del 1900 sia da Ivan Zaccarelli negli anni’90. Successivamente io ho ripreso la segnalazione facendo ripetutamente ricognizioni sul posto durante la mia tesi di dottorato. La stesse persone del posto, quando il campo veniva arato, vi si recavano a vedere i cocci e le strutture che venivano portate in superficie. Oggi sappiamo si tratta di un insediamento romano che vive almeno sette secoli in diverse fasi non contnue e assume almeno due diverse destinazioni funzionali: da probabile area sacra ad insediamento abitativo.
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Dal 2006 avete cominciato a scavare, e anno dopo anno pare emergano strutture e oggetti sempre più importanti dal punto di vista storico e archeologico. Ti aspettavi qualcosa di così straordinario per il territorio modenese? Sinceramente no, anche perché nella zona collinare e montana molto raramente gli insediamenti antichi si conservano, essendo soggetti all’erosione dei versanti e non coperti dalle spesse coltri alluvionali che invece coprono quelli di pianura. I lavori agricoli quindi hanno spesso effetti del tutto distruttivi sulle strutture archeologiche. In questo caso la fortuna ha voluto che a causa di un evento sismico verificatosi in antico, le strutture seppur in crollo si siano conservate perché il deposito archeologico si trova anche a tre metri di profondità dal piano di campagna. La particolarità del sito è infatti rappresentata dalle evidenti deformazioni subite dalle strutture archeologiche messe in luce.

Come si evolverà in futuro il progetto di ricerca che finora ha coinvolto Soprintendenza, Università, Comune di Sassuolo e privati? E come sarà valorizzata l’area? Speriamo che la cosa si possa evolvere e che le ricerche archeologiche strettamente congiunte a quelle geologiche trovino a Montegibbio un inedito campo scuola in cui l’interdisciplinarietà sia il filo conduttore. Di questi tempi però manca il denaro perché ciò possa avvenire… Per ora il sostegno finanziario è venuto solo dal Comune di Sassuolo, che dal 2006 ha scommesso su Montegibbio, e da qualche privato.

Finiamo con qualcosa di meno scientifico e un po’ più personale: oggi sei a Montegibbio su un progetto per cui hai sempre profuso grandi sforzi, ma se potessi teletrasportarti nello scavo dei tuoi sogni, su che sito ti troveremmo con cazzuola e pennelllo in mano? Se fosse possibile, sarei in cima ad un cucuzzolo della Grecia, magari in Peloponneso, a scavare un sito d’altura, possibilmente un’area sacra (quante pretese!). Rimasi assolutamente stordita dalla visita all’antica Messene. Ma va benissimo anche un bel sito d’altura in Italia meridionale… Roccagloriosa in Campania, per esempio.

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Lasciamo Francesca a mettere in luce gli straordinari mosaici della villa e torniamo verso la pianura.

La strada che porta al sito

La strada che porta al sito

All’incrocio tra la strada comunale e la provinciale mi fermo per dare la precedenza, alzo lo sguardo per vedere il nome della via…via della Rovina! Evidentemente la toponomastica non mente mai.

Mentre percorro la strada che scende ripidamente a valle mi accorgo della veduta sempre mozzafiato che nelle giornate di sereno si ha sulla valle del Secchia e sulla pianura sterminata come una steppa asiatica. Montegibbio è una terrazza privilegiata, come forse lo era 2000 anni fa. Solo, lo spettacolo non era deturpato dal grigiume di capannoni e ciminiere del nostro beneamato e benemerito distretto ceramico. Come a dire, dalle ville romane all’industria di oggi. Nulla dura per sempre, a parte la memoria.

La pianura vista da Montegibbio


La tomba del prete. Mille anni di storia riemersi dagli scavi archeologici di Magreta

Se fosse burbero o gentile, cosa predicasse nei sermoni, quale fosse il piatto preferito di Ludovico Antonio Bartolamasi, rettore della parrocchia di Magreta agli inizi del ‘700, non ci è dato sapere. Di lui però ci rimane una scarpa in cuoio e legno (incredibilmente conservata), un pendaglio dorato a crocifisso, e un mucchio d’ossa deposte in una camera sepolcrale al di sotto dell’altare attuale della chiesa di Magreta.

La scarpa del prete

Sapremo forse di più su di lui quando i suoi resti ossei verranno studiati: ad esempio la sua statura (da vivo!), il suo stato di salute, le cause eventuali del decesso. Non è certo una sorpresa che sotto i piedi dei fedeli che seguono oggi le sacre funzioni siano nascoste tombe più o meno antiche, giacché fino al principio del XIX secolo la deposizione delle salme nelle chiese era prassi comune, tanto nelle cattedrali dei centri maggiori, quanto nei piccoli oratori di campagna. Fu poi Napoleone a vietare questa pratica e ad imporre il seppellimento nei campisanti esterni ai margini degli abitati. Gli scavi condotti all’interno della chiesa dall’archeologo Francesco Benassi (ArcheoModena) e diretti da Donato Labate della Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Emilia Romagna non hanno messo in luce solamente la tomba di Bartolamasi, ma un’intricata storia narrata dal sovrapporsi di molteplici strutture. Una storia affascinante, che si dipana per oltre un millennio. Cercheremo di ripercorrere quella storia a ritroso, come fanno gli archeologi, partendo da ciò che sta sopra per poi scendere in profondità verso tempi via via più lontani da noi. L’attuale chiesa, oggi interessata dai noti problemi strutturali che hanno richiesto l’intervento conservativo in corso, fu eretta tra il 1821 e il 1823 in senso Nord-Sud, sfruttando come base per le fondazioni della volta principale i resti di una struttura preesistente che correva perpendicolarmente, cioè in senso Est-Ovest, come accade per tutte le chiese antiche e per i templi ancora più antichi (i fedeli, entrando, guardano infatti a Est, in direzione del sole nascente, simbolo di rinascita spirituale). Questa struttura –si sarà già capito- non era altro che una chiesa del XIII-XIV secolo, poi ampliata nel ‘500, della quale Bartolamasi fu appunto rettore tra il 1671 e il 1721. Al suo interno, oltre alla sua tomba, ve n’erano anche altre, appartenenti ad altri personaggi locali eminenti, a religiosi e ad alcuni bambini. Se qualcuno pensasse che la storia sia qui conclusa, si sbaglierebbe: in profondità, nella zona dell’abside dell’attuale chiesa, si sono conservati resti di una struttura altomedievale, forse databile al X-XI secolo, probabilmente la cappella dell’antico castello di Magreta che, come già sappiamo, sorgeva proprio in quell’area. Accanto ad essa si trovano anche alcune sepolture a cappuccina collettive (contenenti cioè più individui ciascuna).

Le tombe "a cappuccina"

Le coperture di queste tombe sono costituite da mattoni “manubriati” d’età romana, il ché testimonia che anche a oltre mezzo millennio dalla caduta dell’Impero, i materiali che si recuperavano dalle rovine romane semisepolte venivano reimpiegati per gli utilizzi più disparati. E al di sotto dei resti del Castello? Potrebbero celarsi altre tracce del passato di Magreta? Dove si trova l’insediamento romano di cruciale importanza che conosciamo come Campi Macri e che ha dato il nome al paese a noi tanto familiare? Può quello stesso luogo, nascondere i resti di una terramara, “sorella” di quella di Tabina o Casinalbo? Ogni nuova scoperta dà sempre lo slancio per nuove domande, ma oggi ci fermiamo qui, perché i viaggi nel tempo richiedono tempo, sempre tuttavia ben speso quando si tratta di soddisfare la nostra inappagabile curiosità.

Mappa del '700 del castello di Magreta con annessa la chiesa

Si ringraziano Donato Labate (Sopr. Beni Archeologici dell’Emilia Romagna) e Francesco Benassi (ArcheoModena).


IL SEGRETO DENTRO LA COLLINA*

Cronache di archeologia recente e remota del territorio formiginese

Alla fine della guerra, a Casinalbo i ragazzini erano tornati a giocare lungo la lieve discesa che dalla chiesa, attraversando la via del Montello scendeva giù verso la Giardini, le madri che li guardavano da lontano. Pochi di loro si sarebbero poi chiesti come mai, proprio lì nella pianura più piatta e noiosamente uniforme, ci fosse un “Montello”, una piccola collinetta sulla cui sommità, se così si può dire, sorgeva l’oratorio. Continua a leggere


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