Archivi categoria: Terremoto in Emilia

SeDici Grazie

SeDici Grazie

Metti una sera a Camposanto. Persone che si ritrovano per ricordare. Parole scambiate tra chi ha vissuto il sisma in prima persona – e continua ad operarsi per la ricostruzione – e chi ha provato a dare una mano, come volontario diretto durante l’emergenza o con la solidarietà indiretta di un progetto video-editoriale che ha cercato di testimoniare il terremoto al di fuori dei canali istituzionali.

Un’occasione in cui l’amministrazione comunale, attraverso le parole del sindaco Antonella Baldini, ha trasmesso passione per il proprio territorio e speranza per il futuro, parole amplificate dagli sguardi e dagli interventi delle persone convenute alla Fermata 23.

Durante la serata è stata consegnata dall’editore Elis Colombini la prima tranche del ricavato del libro Fratture – Storie dal sisma, che si unisce a tutte le donazioni arrivate al Comune di Camposanto per il progetto “Adottiamo le scuole”.

assegnoClaudio Cavazzuti – Elis Colombini – Antonella Baldini

Come curatore del libro – assieme a Claudio – il mio grazie va a tutti gli autori dei testi presenti nel libro e ai fotografi che hanno arricchito l’opera con i loro scatti, alle persone che hanno ideato girato e montato il video documento che è stato riproposto durante la serata. A Elis e Patrizia, che hanno creduto nel progetto e l’hanno supportato con la loro passione e competenza. E a tutti i lettori, passati e futuri, perchè le nostre parole possono dare un piccolo contributo alla ricostruzione solamente grazie a loro.


Controscossa – viaggio di sola andata

Sognavo. Calle bianche e un giardino d’infanzia abbracciato da un sorriso che non posso vedere da troppo tempo. Poi, una voce metallica ha frantumato il sogno e, ancora nel dormiveglia, ho distinto solo tre parole: Modena, ancora, terremoto. Dieci giorni prima le mie colline avevano ballato sotto il mio letto e lì ti avevo sentito pulsare, mia terra, così tanto da farmi dubitare della mia ennesima partenza. Un altro aereo, altri mille chilometri tra me e il tuo verde brillante. Quella mattina ho impiegato secoli che erano attimi a realizzare che di nuovo avevi ricominciato a danzare e questa volta l’avevi fatto forte, spessa come una signora che muove i fianchi in una delle nostre balere. Ti ho guardata da lontano, da uno schermo televisivo troppo vecchio per poter appartenere al nostro mondo moderno. Ti ho sentita nelle ossa e ti ho sentita uscire da me, come quando si guardano i video dei bambini che eravamo e che, a volte, siamo ancora.

Ho sentito il sapore della polvere sulla punta della lingua, mentre fissavo la facilità con cui infiniti posti possono accartocciarsi su se stessi dopo questa tua danza. Ho avvertito la punta della paura partire dal cuore e dilatarsi nelle vene fino a rendermi schiava di un cellulare che riceveva soltanto interruzioni di segnale. E poi, con il telefono in mano, seduta al bordo del letto, ti ho guardata scomparire e dimenarti da lontano. Lo spazio tra me e te non è mai stato più grande di un battito di ciglia, nonostante i chilometri e le decisioni che hanno scandito i cucchiaini dei miei caffè. Ma ora, ora che ti vedo crollare da lontano sento questo mio viaggio come un tradimento. Dovrei essere lì, con te. Dovrei essere lì per riempirmi gli occhi dei tuoi campi che richiamano il sole e quel profumo di terra che soltanto tu sai emanare. Dovrei essere lì, con le mie persone. Intanto, le immagini scorrono implacabili e crudeli sullo schermo. Morti, campanili, capannoni, polvere e mattoni che si mescolano in quelle istantanee ripetute che mi strappano la pelle e continuo, meccanica, a chiamare senza risposta. Ho bisogno di sentire le voci che conosco, quelle che sono nelle mie orecchie sempre e di vedere le espressioni che continuo a cercare tra la folla anche qui, quando cammino sotto l’Orologio Astronomico. Voglio tornare a casa, non posso tornare a casa. Percepisco il sollievo delle persone che mi sanno lontana, sento divampare nel mio cervello l’urlo che rivendica il mio essere lì, per tutti quei sorrisi che ho incrociato sotto la tua torre, Modena, e che ora hanno bisogno di una mano per rialzarsi dalla terra. Mangeranno il fango nella loro storia. Bocche piene di polvere, mani che si rompono sotto i mattoni.

Ho sempre percepito il tempo senza mai misurarlo, credo che dopo quattro servizi e qualche parola scomposta qualcuno abbia risposto stiamo bene, non preoccuparti, resta lì, non tornare finché non smette il pericolo. Sospetto che nella mente del viaggiatore soltanto in quel momento possa scatenarsi la guerra eterna tra camminare o stare fermo. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Il senso di appartenenza scava intorno a sé il buio della perdita e insieme la sensazione della non comprensione. Quante volte avevo visto tragedie naturali schiantarsi contro lo schermo televisivo, paesi così lontani da noi da sembrare irreali. Quante volte avevo sentito la mia incapacità di partecipazione a quelle tragedie, quel senso di non vissuto che mi faceva tenere il braccio teso per distanziare gli occhi degli stupri della natura e del mondo.

Ora sei tu, Modena, mentre ti spacchi e ti squarci su te stessa. E sono io, a mille chilometri di distanza, mentre ti guardo contorcerti come tante altre volte ho osservato distruggersi mondi così lontani da noi. Ma tu sei mia,  tu sei il mio verde e le mie colline e vorrei essere lì, per spaccarmi con te, ma darti i miei pezzi per ricostruirti.


Emergenza quotidiana – di Luca “Bax” Bassoli

Ore 6 e trenta. La sveglia del cellulare suona: ho scelto un motivo delicato e soave, ma non serve a nulla, perché la mia reazione a quel suono è una smorfia di disappunto. Bevo un po’ d’acqua che ho portato vicino al mio giaciglio e decido finalmente di alzarmi ed uscire dalla tenda. Già ci si vede, d’altronde è il 4 giugno, ed il primo odore che percepisco è il mieloso ed infinitamente dolce profumo dei tigli in fiore. Attraverso la strada e mi soffermo per pochi secondi di fronte alla villetta a schiera dei miei genitori. Faccio un respiro e poi entro. Dal piano semi interrato risalgo lungo le scale fino alla mia camera, prendo la biancheria ed i vestiti dall’armadio poi passo davanti alla stanza da letto dei miei e, fissando mia madre che è già sveglia, le chiedo: “Sentito qualcosa stanotte?”. E lei: “Me aiò durmì totà nòt. An nò sintù gninta”.

Saluto, faccio la doccia, mi vesto ed esco. Quindici minuti secchi. Sempre troppo lunghi per i miei gusti, ma anche questa volta è andata bene.

 

La macchina è parcheggiata nel parco davanti casa, esattamente a fianco della mia tenda 3×6 che è davvero enorme e comoda, anche se ci dormo solamente poche ore per notte. Il mio vicino invece se ne è comprata una più piccola, le altre le avevano finite in poche ore, comunque sia è molto meglio che dormire in macchina come ha fatto per i primi giorni.

Io ed alcuni dei vicini dormiamo in tenda più che altro per paura. Beh, paura: dormiamo in tenda perché abbiamo una paura fottuta del terremoto! Anche se grazie al cielo le nostre case non hanno subito danni.

 

A sud-ovest del parco di fronte a casa ci sono le tende di una cinquantina di pakistani, uno dei quali dorme su una brandina praticamente all’aperto e rimane lì tutto il giorno: ha ambedue le gambe rotte. Pochi lo sanno ma gli infortuni causati dalla fuga in preda al panico sono molto frequenti. Nel campo da calcio a sud-est le tende ne contornano il perimetro e le ampie zone dietro le porte. Saranno una settantina. Nel parco ad ovest invece hanno trovato ospitalità diverse etnie del sud-est asiatico ed è stata approntata una moschea provvisoria che, nonostante la strutture ed i materiali, ha dimensioni di tutto rispetto. Infine più a sud, oltre il campo, c’è invece l’accampamento formato da un centinaio di tende di italiani, così come nel parco ad ovest di casa mia. In questi ultimi si sfiorano livelli di eccellenza dell’arte del campeggio: camion frigo, tende da 40 mq, gazebo enormi, cucine da campo e barbecue, ed impianto luci invidiabile. Vivevo in una casa contornata da parchi, ora vivo in un campeggio globale, dove esiste un unico comune denominatore: la paura.

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Caos disorganizzato

“Nella prima fase tutto sarà caotico. Nelle settimane seguenti avrete un marea di dati, ed inizialmente non ce la farete. Poi prenderete consapevolezza di quei dati e penserete di essere a cavallo; in realtà dopo si aprirà una voragine e sarà anche peggio. Questo è il caos. E andrà avanti per anni e anni” –  anonimo, volontario  della Protezione Civile in Abruzzo e in Emilia – giugno 2012.

 

Giulia è istruttore tecnico nell’ufficio edilizia privata del Comune di Crevalcore, in provincia di Bologna. Anche questo territorio purtroppo è stato duramente colpito dai terremoti del maggio 2012. E fin dal primo giorno lei ed i suoi colleghi si sono ritrovati nella doppia veste di tecnici e terremotati, sia per la casa che per il lavoro.

Tutti gli uffici comunali sono stati spostati nella biblioteca, per ricominciare subito l’attività. Non avevamo nulla i primi giorni: i computer erano un lusso ed anche le penne erano merce rara. Grazie ai Vigili del Fuoco abbiamo recuperato pian piano gli strumenti necessari, ma in quelle condizioni non era possibile lavorare al meglio. I primi giorni la gente veniva a fare la richiesta per il sopralluogo e noi abbiamo dovuto gestire tutto su carta, senza alcun genere di protocollo. Poi man mano si è trovato un modo di archiviare. Abbiamo dovuto crearci delle nuove procedure. Basate però più sul buon senso e che non su vere esperienze dirette.

“Non avete avuto l’appoggio della Protezione Civile?”

Naturalmente. All’inizio abbiamo seguito le loro direttive, ma sono più che altro procedure standard che purtroppo non sono calate sul nostro territorio. Sono assolutamente molto preparati nella gestione dei campi, tendopoli e prime cure per gli sfollati. Ma non sembrano pronti per la cosiddetta “emergenza amministrativa”, e cioè la gestione di tutta una montagna di carta generata dalle richieste di sopralluogo. Situazioni in cui bisognerebbe da subito sapere cosa fare e come farla: per non perdere tempo e non rallentare le operazioni di ripresa. In più ci si ritrova fra due fuochi, quello dei Vigili del Fuoco e quello della Protezione Civile, che hanno spesso procedure diverse ed interpretazioni diverse della situazione. E tu ci sei in mezzo e devi cercare di coordinare tutto.

“In quanti siete in ufficio?”

Prima del terremoto eravamo tre tecnici ed un amministrativo. Con l’emergenza è cambiato l’organigramma degli uffici, per avere più personale a disposizione.

“Non sono arrivati aiuti da altri Comuni o da tecnici esterni?”

Per i primi due mesi abbiamo avuto una persona fissa della Protezione Civile, tramite la quale richiedevamo il personale necessario alle nostre esigenze. Purtroppo però non ci sono state nuove assunzioni come in altre realtà. Solamente persone che sono venute per turni di due settimane. Si doveva istruirli sul lavoro da fare e, appena cominciavano ad essere indipendenti, già dovevano andare via.

“Ma questo in alcuni casi vi ha rallentato invece che aiutarvi”.

Il doversi occupare di tutte queste attività toglie necessariamente tempo a quelle più determinanti nelle fasi di emergenza. Noi che siamo i tecnici della zona, che conosciamo il nostro territorio, ci ritroviamo a dover fare tanti lavori per cui servirebbero degli amministrativi. E questo ti impedisce di poter fare direttamente le cose più importanti. Ma purtroppo in assenza di aiuti esterni ci si deve arrangiare solo con la buona volontà.

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La nostra torre non c’è più – di Valerio Palazzi

Alle luci dell’alba del 20 maggio scendiamo in strada, noi Finalesi, e dopo poche ore iniziamo a renderci conto che parecchi fabbricati sono stati danneggiati e resi inagibili dalla violenza del sisma. Fra questi, gran parte dei monumenti di Finale: il Castello delle rocche distrutto per metà, il bastione crollato totalmente e la torre a fianco semi distrutti, le sette chiese, tra le quali il Duomo e la chiesa del Rosario, simboli ecclesiastici della città. Ma ancor di più, più di tutto il resto, a colpirmi è stata la nostra torre, la torre dei Modenesi; squarciata per metà, ma quella mattina ancora in piedi, fumante per le macerie cadute a terra e sulle macchine sottostanti.

 

Apprendiamo in breve che la forte scossa della notte ha avuto come epicentro proprio il comune di Finale Emilia, tra tanti luoghi proprio il nostro! Io per primo stento a crederci, anche perché da sempre si diceva, ed eravamo quasi tutti tranquilli sotto quel punto di vista, che questa zona della pianura padana presentasse uno scarso rischio sismico. Ma ora sappiamo che non è più così e nemmeno in passato era così, e dopo più di quattro mesi ormai abbiamo capito tutti quanti che dovremo farci l’abitudine e conviverci.

 

Dopo tutta questa devastazione improvvisa, nei giorni e nelle settimane successive al sisma ci siamo però subito rimboccati le maniche, da buoni emiliani volenterosi e ai primi di luglio è partito un progetto volto alla ricostruzione proprio del nostro simbolo più importante, la torre dei Modenesi, che, ironia della sorte, proprio l’anno prossimo avrebbe festeggiato i suoi primi 800 anni. A questo progetto ho preso parte da subito in prima persona, anche perché da laureato in scienze per la conservazione e il restauro del patrimonio archeologico, non potevo assolutamente esimermi dal dare una mano al mio amato paese… E così partendo dall’inizio di luglio a metà settembre, in poco più di due mesi, i cosiddetti “volontari della torre” hanno recuperato tra le macerie della torre dell’orologio tutto ciò che sarebbe potuto tornare utile in futuro per la ricostruzione del monumento: prima di tutto i mattoni interi ancora utilizzabili per una futura ricostruzione, poi i mezzi mattoni (che come caratteristica dovevano presentare quantomeno tre lati integri su quattro) e via via tutte le altre tipologie di mattoni e di pietre particolari (incise, scritte o decorate) rinvenute tra le numerose montagne di detriti. Tutto questo materiale lo abbiamo sistemato su oltre cinquecento pallet, opportunamente coperti per proteggerli dalle intemperie, e per il momento stoccati all’interno dell’ampio cortile delle scuole elementari comunali “Elvira Castelfranchi”. Rimarranno lì fino a quando non saranno trasportati in Provincia o in Regione e saranno poi trattati e ulteriormente scelti e suddivisi per la ricostruzione. Devo dire che, avendo preso parte in prima persona a questo lavoro, la mancanza di volontari, sia giovani sia un po’ meno, sia di Finale sia dei paesi limitrofi ma anche di altre province e regioni, non si è fatta sentire, anzi al contrario è stato motivo di grande soddisfazione avere visto così tante persone aiutarci e regalarci un sorriso di cui tanto, lo ammetto, avevamo bisogno.

 

E così, oltre ai mattoni interi, ai mezzi mattoni e a quelli particolari, abbiamo ritrovato con nostra grande sorpresa, anche frammenti di vetri antichi, di ceramiche medievali e rinascimentali, di stoffe e suole di scarpe antichissime, nonché qualche lembo di cartiglio medievale incredibilmente salvatosi dal crollo e dall’incendio successivo ai piedi della torre; e ancora, vari resti ossei di animali, frammenti lignei e gusci di frutti consumati in quei tempi antichi. Con nostro grande stupore, ogni tanto abbiamo recuperato forse le due tipologie di oggetti più interessanti tra tutte le altre: punte di freccia intere o quasi, rimaste conficcate tra i mattoni delle due cinte esterne della torre (ebbene sì, con il crollo abbiamo scoperto che all’interno la struttura presentava un’altra cinta muraria più spessa), qualche coltello o lama con funzione simile e per ultimi ma non per minore importanza, mattoni probabilmente cotti e poi lasciati essiccare al sole che presentavano impronte di diversi animali e talvolta impronte umane, di bambino o anche di adulto. Da aggiungere a tutti questi reperti sono poi da citare tante tipologie diverse di chiodi e materiali metallici che avevano diverse funzioni, strutturali e non, all’interno della costruzione. Ma i pezzi più importanti, per i quali dovevamo prestare un occhio di riguardo e notevole attenzione, sono stati sicuramente i tantissimi frammenti dell’orologio ritrovati tra le macerie; con questi sarà possibile in futuro ricostruire abbastanza agevolmente la struttura originale dell’enorme orologio che era collocato all’incirca ai due terzi dell’altezza della torre.  Con la speranza che tutto ciò che abbiamo raccolto con amore (e con parecchia fatica sotto il sole di una delle estati più calde degli ultimi decenni) possa venire un giorno davvero riutilizzato per la ricostruzione del nostro simbolo. Ribadisco che la nostra torre adesso non c’è più ma sono convinto che col tempo tornerà ad esserci, rinascerà pian piano sotto i nostri occhi, gli occhi dei Finalesi che tanto hanno pianto per le loro case, i loro monumenti e le loro vite totalmente cambiate da questo perfido terremoto. Perché è così che deve essere ed è così che sarà.


Il terremoto ti rimane dentro – di Mirco Bianchini

Difficile raccontare con chiarezza il periodo del terremoto. Quello che rimane sono attimi, rumori, sensazioni.

 

Era l’1.15 del 20 maggio, steso sul letto consultavo del materiale sull’iphone, tre forti scosse, accompagnate da un rumore sordo, cavernoso; nulla in camera si è mosso, nulla oscillava, solo tre grossi sobbalzi. Scatto in piedi, ritrovo mio padre, assonnato di fronte a me in corridoio, mia madre poco dopo. Tutto tace; immediatamente, non eravamo abituati al terremoto, ma solo a piccole scosse. Prendemmo l’evento come al solito: una scossa, solamente più forte delle altre. E tornammo a letto.

 

tutun tutun tutun…

Questo è il rumore con cui mi svegliai, erano i mobili che sbattevano contro i muri, e di fondo sempre quel boato cupo, profondo. Mi trovai in piedi, nel corridoi, gridando: “Andiamo fuori!” ai miei genitori che stavano uscendo dalla stanza. Tutto era ovattato dal sonno, ci vestimmo con le prime cose e andammo verso la porta. La scossa cessò, ricordo ancora cosa mi disse mia madre nella frenesia di uscire di casa: “Il computer!!”. Lo presi, scendemmo le quattro rampe di scale. Era buio, quasi tutte le altre famiglie che abitano nel condominio erano già fuori. Mi madre con il beauty case in mano, io con il computer e il telefono, mio padre con le chiavi di casa e delle auto; mi disse: “Portiamo fuori le macchine”,  in pochi minuti tutta la strada era invasa da vetture, che giravano, che uscivano dai garage, che cercavano parcheggio. Ero ancora assonnato, ma quello che ricordo è la vibrazione che ti percorre dentro, come se tu continuassi a tremare.

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Paure ed orgoglio

In un caldo pomeriggio d’agosto Andrea e Francesca mi accolgono nel piccolo appartamento che da pochi giorni è diventato la loro nuova casa. Il piccolo Giacomo gioca davanti alla televisione con tutta la naturale passione dei suoi sei anni ed io sono solamente un elemento dello sfondo rispetto al videogioco che, giustamente, lo incuriosisce più del sottoscritto. Dopo due mesi di roulotte finalmente può sfogare la sua voglia di normalità.

Sono qui per ascoltare. Per provare a capire. Però non riesco a non sentirmi in colpa. Come si fa a chiedere a qualcuno di spiegare cosa si prova a perdere tutto? Esistono parole giuste per farlo senza sembrare un ladro di emozioni?

Ma Francesca cancella tutti i miei dubbi con le sue prime parole: è importante raccontare quello che è successo, tenere viva l’attenzione sui problemi che ci sono qui. Già adesso i media trattano la cosa sempre con meno enfasi, come se ormai il peggio fosse passato.

I suoi occhi passano dai miei a quelli di Andrea, che annuisce silenzioso.

Perciò cominciamo. Spara…

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Le 9 di mattina

Alle 9 di mattina chi lavora in un’azienda è operativo da oltre un’ora.

Il mio studio è su un soppalco a sei metri da terra dentro a uno di quei capannoni nuovi di cui tanto si è parlato, anche se a volte troppo tardi. Le pareti sembravano di carta e mi sono sentita intrappolata: cercavo un punto sicuro sotto cui ripararmi aspettando e sperando che finisse, come istintivamente si fa se ci si trova in un edificio classico, si individua un muro portante o una trave, ma lì niente. Un capannone non ha zone più sicure di altre, basta che manchi un gancio tra i pilastri e le travi o tra le travi e i copponi, o che siano sottodimensionati, che tutto può crollarti addosso come un lego.

 

Finito. In meno di un minuto tutto tace. Tutto è in piedi. Tutti stanno bene. Grazie.

Ora si deve decidere cosa fare. Niente telefoni, niente internet. Prendo la macchina e controllo le altre aziende, i vicini, i colleghi, i competitor, i fornitori, la paura rende tutti uguali.

Intanto ascolto la radio e mi blocco. Ci sono i morti, morti sotto i capannoni come il mio, solo qualche chilometro più a nord.

 

Devo pensare, mantenere la calma e pensare. Appena ripristinate le linee telefoniche ho contattato il Comune, per richiedere i controlli, per sapere se fossero già usciti e che tempistiche avessero, la risposta è stata: “le squadre per l’agibilità sono al lavoro, ma prima si controllano tutti gli edifici pubblici, poi le case private, poi le aziende”.

Va bene, siamo gli ultimi, è giusto così. Forse. Devo aspettare. Controllo, ricontrollo il mio capannone e quelli vicini. Non c’è niente di strano, tutto sembra a posto.  Alcuni chiudono, altri no.

Devo pensare anche alla mia famiglia. Finalmente mia madre risponde al telefono, sta bene e non vuole lasciare la sua casa e le sue cose per nessun motivo.  Ma come? Mia madre? Mi ha sorpresa, ma non avevo il tempo per rifletterci a lungo.

Mia sorella era ai giardini pubblici, avevano evacuato la biblioteca e lei era lì, sotto un albero, coi libri in mano. L’ho presa e l’ho portata verso sud-est, lontano dalle scosse, da un’amica che ringrazierò sempre per avermi regalato gli unici momenti di pace di quelle giornate.

Rientro in azienda. Decido. Non ci si ferma, si va avanti. Con i portoni aperti, gli uffici spalancati e le chiavi della macchina in tasca, siamo andati avanti. Certo, potevo scegliere diversamente, potevo chiudere qualche giorno, potevo evitare il peso di sentire la vita di altre persone nelle mie mani, persone che di me si fidano e con me lavorano.

Di giorno dovevo farmi vedere decisa, sicura, calma, ma di notte, in quella settimana passata a dormire sola in un centro storico deserto, gli incubi e il pensiero di poter sbagliare non mi hanno mai lasciata. Ho seguito la ragione e come me tanti altri. Non è eroico essere razionali e fare il proprio mestiere, ma non è nemmeno criminale.

Ho ricevuto sguardi e parole critiche rispetto alla mia scelta, hanno pesato molto. Vorrei che queste persone riflettessero meglio.

 

L’Emilia Romagna produce l’8,6% del PIL nazionale. Siamo una regione con una vocazione industriale dimostrata dal peso che l’industria ha nella formazione del PIL – 28,4% rispetto al totale – ben superiore a quello italiano e dei principali Paesi Europei. In Emilia Romagna le imprese di piccole e medie dimensioni sono la grande maggioranza: più del 90% delle aziende ha meno di 50 dipendenti. Sono 420 mila le imprese attive sul territorio, con una dimensione media di 3 dipendenti: un’azienda manifatturiera ogni 69 abitanti.  L’Emilia Romagna è disseminata di piccole realtà che formano una rete di innovazione, tradizione, progresso, conoscenza nuova e tramandata, eccellenza. Siamo una rarità e non bisogna dimenticarsene.

 

E se avessimo chiuso tutti?

Invece tutti insieme, continuando a lavorare nonostante le grandi difficoltà del momento generale e particolare e combattendo contro i ritardi e le cancellazioni dei lavori causa terremoto, abbiamo sostituito lo Stato – che non ci ha garantito nemmeno una proroga nei pagamenti delle tasse e dell’IMU in scadenza due settimane dopo quella scossa delle 9 del mattino – ci siamo aiutati da soli.

Nulla di tragico, nulla di sanguinolento e commovente, il terremoto miete sentimenti e fatti anche dove non uccide e non distrugge. Dove è silenzioso, senza boati, senza riflettori, senza Stato.


Ci siamo abituati

Qualcuno sostiene che ci siamo abituati. Quando uno è ancora vivo si abitua a tutto.

 

Nel 1996 facevo la prima liceo a Modena. Era circa mezzogiorno di un 15 ottobre insolitamente caldo e ci trovavamo nel bel mezzo del compito in classe di latino. Non ci ero abituato al terremoto, altrimenti non mi avrebbe sorpreso così. Riuscii ad applicare le poche regole di sicurezza impartiteci in qualche prova formale di evacuazione: fiòndati sotto il banco finché non passa, poi esci ordinatamente. I miei compagni furono altrettanto disciplinati (a parte uno di una classe vicina che saltò dalla finestra del primo piano), la nostra professoressa di latino un po’ meno: se la filò all’istante e ci mollò lì, ancora con la biro in mano e lo sguardo dubbioso sui verbi semideponenti. Si vede che lei c’era abituata, al boato e al tremore, e si vede pure che si fidava talmente tanto dei muri a norma di legge e dei piani di evacuazione che a costo di assecondarli preferì rimettersi alla rapidità delle sue gambette e delle scarpe coi tacchi da prof.

Nonostante non abbia mai rimosso quell’episodio, né la paura che provai, l’esperienza e l’età più matura non mi hanno aiutato a distanza di sedici anni. Il boato, il buio e il terrore. L’impossibilità di tornare a dormire. Una telefonata alla mamma. Da adulto a bambino, in un attimo.

 

Pur non avendo perso nulla, nei giorni successivi decisi come tanti di mettermi in moto. C’è chi la chiama “solidarietà emiliana”, ma non ne farei una questione genetica, sempre che non ci consideriamo una razza superiore; diciamo piuttosto che siamo abbastanza ricchi da permetterci di mandare donazioni via sms, di andare ai concerti per la raccolta fondi, di comprare libri il cui ricavato andrà alle popolazioni colpite. La solidarietà che si sporca le mani ed impiega il suo tempo sul posto al di là del portafogli è decisamente più costosa, specialmente in una temperie come questa, tempi indeterminati nei quali la lotta contro la precarietà del lavoro per qualcosa che somigli a un salario è quotidiana, interessa un’intera generazione e lascia poco spazio al sostegno reciproco. Se in un dramma e nelle perdite conseguenti non ci si trova coinvolti personalmente, bisogna essere dotati di una sensibilità superiore, oppure avere vicino qualche caro che lo vive sulla propria. A stimolare la mia sensibilità, del tutto ordinaria, furono i miei coinquilini.

 

Uno di mestiere fa l’archeologo ed è originario di Camposanto, dove vivono i suoi amici e la sua famiglia. Durante quelle settimane lavorava a Milano, sul cantiere dell’Expo. Ha dovuto assistere a quasi tutta questa vicenda da lontano, al confino per lavoro, perché bisogna continuare a lavorare, dopotutto, sennò come si riparte. Quando nel weekend tornava, si adoperava negli aiuti, andava a caccia di tende, sacchi a pelo e generi di prima necessità. Diverse volte i suoi amici di Camposanto, Finale, San Felice e Cento passarono da noi, un po’ per stare fuori dalla zona calda e distendere i nervi. Avevamo fatto entrare la bassa in casa nostra e la lasciavamo sfogare tra un bicchier di vino e una cronaca appassionata degli episodi più singolari. Così grazie a loro iniziai ad appassionarmi anche io.

 

L’altro coinquilino è di Ferrara e fa l’ingegnere di quello che una volta si chiamava il genio civile, per la Regione. Mentre scrivo, a più di tre mesi dalle prime scosse, è ancora impegnato in sopralluoghi e pratiche, torna sempre tardi a casa ed io, quando posso, gli preparo la cena. Il primo giugno mi disse: “ti porto un po’ in giro per la bassa così fai qualche foto per il Rasoio”. Non racconterò le mie impressioni di fronte alla distruzione, perché non sono così originali. Ma fu il suo entusiasmo a colpirmi: gli occhi di un ingegnere civile per anni incollati sulle pagine di Scienza delle Costruzioni che si cimentano con la fragilità delle strutture e la loro risposta all’eccezionalità dell’evento. “Un sisma di queste proporzioni per un ingegnere civile è un’occasione unica”, diceva. Gli stessi occhi eccitati che in alto misuravano tenute e crolli di tetti e travi, si abbassavano poi quando si parlava di normative, di come sono state redatte e applicate, in base a quali logiche ed interessi. Perizie tecniche, schede Aedes, ordinanze comunali, conflitti di competenze. Lui che era stato impegnato anche all’Aquila, manifestava qualche perplessità: “Vedrai la solidarietà emiliana, quando si tratterà di ottenere i rimborsi… Quando il tuo vicino li percepisce e tu no, quando il tecnico del comune ti risponde ‘non lo so’…”.

Documentammo fotograficamente la distruzione che avevamo di fronte a Mirandola, Medolla, Cavezzo, San Felice, e pubblicai le immagini sul blog.

Nei giorni successivi insieme ad altri amici partecipammo ai picchetti di sorveglianza della zona rossa di Concordia, a volte anche di notte. Un pomeriggio di inizio giugno vedemmo un troupe televisiva (erano in due, uno con la telecamera) che si aggirava abbastanza furtivamente per il centro storico del paese sprovvista di casco e giubbetto e soprattutto privi della scorta obbligatoria di Vigili del Fuoco. In base alle indicazioni che ci avevano dato, chiamai i Carabinieri per informarli della presenza e ci dissero che non avevano autorizzato alcuna troupe televisiva. Nel frattempo i due si erano già dileguati in qualche vicolo e i Carabinieri non li trovarono.

C’è chi entra e chi no. La stessa sera, ormai rimasto solo lì davanti al Teatro del Popolo nella cosiddetta postazione 4, mi si avvicinò un’auto privata da cui uscì una famigliola. Un uomo sulla quarantina, una donna e un bambino coi ricci biondi che avrà avuto sì e no quattro anni. Mi avvicinai alle transenne che ci separavano, io dentro la zona rossa, loro fuori.

“Possiamo entrare? Abitiamo lì”.

“Mi dispiace, non posso farvi entrare se non siete accompagnati dai Vigili del Fuoco”.

“Ci metto un attimo, devo prendere alcune cose in casa. Davvero, due minuti”.

“Non insista, la prego”.

“Tanto ormai ci siamo abituati”.

Non mi ero accorto, ma la donna piangeva. E il bambino: “Mamma, non piangere”.

“Come ti chiami?” gli chiesi io.

“Luca”.

“C’hai la faccia da monello, Luca” gli dissi scherzosamente “vedrai che tra un po’ tornerai a casa”. Un sorriso, altre due chiacchiere e se ne andarono. Mi chiedo ancora perché risposi così, magari a casa non ci sono ancora tornati o forse non ci torneranno nemmeno. Forse a Luca non ho detto la verità e potevo risparmiarglielo. Non avrebbe dovuto esserci un funzionario pubblico lì a rispondere? Un Carabiniere, un Vigile urbano dietro le transenne e dietro la divisa? Invece c’era un volontario “forestiero” in borghese che si era permesso di dire di no a una famiglia che lì ci abitava da sempre.

A seguito di questo episodio decisi che piuttosto del vigilante sarebbe stato meglio fare il mio mestiere.

 

Durante l’estate i miei colleghi archeologi mi coinvolsero nel mettere in piedi laboratori per i bambini nei centri estivi della bassa. E’ una parte del nostro lavoro fondamentale e forse la più appagante. Nei campi di Massa Finalese e Cavezzo facevamo con i bambini vasi di argilla, così come si producevano all’epoca delle terramare, circa 3500 anni fa. Poi se li portavano a casa, i loro vasetti, qualcuno forse l’avrà pure cotto e messo in camera o in tenda. Dopo aver tanto sentito gli adulti raccontare di terremoto, stare con i bambini è tutta un’altra musica. Li ho visti manipolare l’argilla, prendere confidenza con la stessa terra che li ha spaventati, con la quale si fanno e si sono sempre fatti mattoni e case.

La cosa strana, è che più mi interessavo al dramma della bassa, più la frequentavo, meno mi interessavano gli articoli pubblicati sui quotidiani locali. E oggi quando vedo un servizio alla tv dai territori colpiti, cambio dopo pochi secondi canale. Sono diventati un prassi, un’abitudine per chi li produce e per chi li manda in onda. Finito l’entusiasmo. Finite le storie sul maxischermo. Chiuso il sipario. Al contrario i racconti delle persone comuni, lontane dal giornalismo e dall’informazione istituzionale mi appassionano come agli inizi.


L’Aquila, ottobre 2012 – di Francesco Erbani

Ogni tanto su L’Aquila si accende una luce abbagliante. Dura poco. Poi la città torna al buio. E ci resta a lungo. Un riflettore si è illuminato il 7 ottobre scorso, quando Renzo Piano ha inaugurato l’Auditorium progettato ai piedi del Castello spagnolo, esattamente su uno dei bordi del centro storico ancora disabitato a tre anni e mezzo dal terremoto. Nel capoluogo abruzzese sono arrivati il Presidente della Repubblica, molte autorità, i giornali nazionali, le tv. E si è parlato del fallimento delle cosiddette new town, della ricostruzione che non c’è, di una città che ancora non ha elaborato un’idea di sé nel futuro. Poi sui palazzi puntellati, sulle poche strade del centro che si rianimano di giorno e dopo le 6 tornano nel silenzio, è ripiombato il buio.

Chi a L’Aquila ha resistito ora è sfibrato, stanco. Il tono della voce è diventato dimesso e fioco. Prima del 6 aprile 2009 la città andava faticosamente cercando un equilibrio. Il centro storico restava il centro direzionale di un organismo urbano che si distribuiva su un vasto territorio sparpagliandosi in una sessantina di piccole frazioni. Non era effetto di sprawl. L’Aquila si era data questo assetto almeno dalla seconda metà del Duecento, quando i castelli feudali (99, secondo la leggenda, di meno, secondo le ricostruzioni più attendibili) sottoscrissero il patto federativo che produsse la nascita di un insediamento centrale, simbolo di un solidarismo urbano che poi sarebbe stato raffigurato nella Fontana delle 99 cannelle.

Il centro dell’Aquila ha svolto nei secoli un ruolo gerarchicamente preminente in questa complessa città/territorio. E ancora alla vigilia del 6 aprile, nonostante l’affanno prodotto da una corona periferica sorta negli anni Sessanta e Settanta e infiltrata anche dentro il nucleo più antico con orrendi squarci, il centro storico assolveva a una funzione vitale. Molto più vitale di altri centri storici italiani. Qui era la sede di tutte le istituzioni pubbliche. Qui banche e assicurazioni, qui i negozi, gli artigiani, oltre diecimila dei settantamila residenti in tutta la città, circa seimila studenti alloggiati precariamente, in nero, mal sopportati, ma comunque portatori di un’energia che illuminava strade e vicoli e regalava alla città un’immagine amichevole.

Il terremoto ha fermato il battito del centro storico. Poteva essere rianimato, sistemando i suoi abitanti in strutture provvisorie, ma si è scelto di fare altrimenti. La Protezione civile e il governo di Silvio Berlusconi hanno deciso di costruire 19 nuovi insediamenti per 15 mila persone (un terzo dei senza tetto aquilani), costati 830 milioni di euro (2 mila 800 euro a metro quadrato) che sono andati ad appesantire la maglia già slabbrata del tessuto aquilano. In pochi mesi, dal luglio al settembre 2009, senza un briciolo di pianificazione, sono stati piazzati in aree agricole o destinate a verde 3 mila 500 appartamenti distribuiti in 19 aggregati di palazzine senza il minimo servizio, solo qualche aiuola, le altalene per i bambini e i parcheggi sotto gli edifici come unico luogo d’incontro.

Le cosiddette new town sono state chiamate Progetto C.a.s.e.. In questo acronimo, che sta per Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che racchiude l’apologetico richiamo a un bene rassicurante come la casa, è racchiuso il senso che Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi hanno dato all’operazione post-terremoto: un affare edilizio, una soluzione individualistica e privatistica che si sostituisce all’esigenza collettiva della ricostruzione di una città. La casa come valore assoluto. Il tetto che protegge da un esterno pieno insidie. I muri che isolano ed escludono. Qualcuno ricordava, guardando l’insediamento di Coppito 2 o di Bazzano, lo slogan che a metà degli anni Ottanta accompagnò il lancio delle tv Fininvest: «Torna a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta».

Contemporaneamente si è lasciato in abbandono il centro storico, il perno di tutto l’organismo urbano dell’Aquila. Si è proceduto con puntellamenti financo eccessivi, che a prima vista non preludevano a nessun restauro, solo a un imperituro imbracamento, a una conservazione a fini di contemplazione archeologica. L’Aquila come Pompei. Un centro storico ad uso delle visite di frotte di turisti con il naso all’insù. Si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Riattivare gradualmente il centro storico appariva, fin da subito, una strategia praticabile, concreta, economica. Il centro storico non era raso al suolo. I crolli si contavano a qualche decina. La gran parte del lavoro consisteva in riparazioni e restauri, le cui procedure erano contenute nel Piano regolatore vigente, risalente alla metà degli anni Settanta. Un percorso lungo, accidentato. Ma un percorso chiaro, che consentiva di alimentare la partecipazione dei cittadini alla ricostruzione di quel che era inagibile e anche alla ricostruzione di sé, alla sutura delle ferite che ognuno portava dentro.

Ma, appunto, la strada intrapresa è stata un’altra e a tre anni e mezzo si fanno i bilanci. La città ha cambiato forma, è ora un aggregato di periferie senza un centro. Più di ventimila persone non sono ancora tornate nelle proprie case. Poco più di tredicimila aquilani abitano segregati nel Progetto C.a.s.e.. Moltissimi ancora quelli che vivono da parenti e amici. Le strade sono costantemente intasate e la città è completamente a misura di macchine private. Cantieri sono attivi solo nella cintura periferica. Le iscrizioni all’università sono diminuite. Le ore di cassa integrazione sono esplose. Quasi un anno è stato speso per redigere un Piano di ricostruzione del centro storico che il Commissario di governo (dopo Bertolaso, il presidente della Regione Gianni Chiodi) giudicava indispensabile per avviare i lavori e che ora, invece, pare non sia più indispensabile. Un’orgia burocratica ha intasato tutte le procedure che i commissari avrebbero dovuto accelerare e invece hanno ingolfato.

L’Aquila stenta a riconoscersi in un qualche modello di città. La dimensione urbana, la sostanza collettiva sono ripiegate in un angolo. E anche la partecipazione e la protesta, così vivaci dopo che si diffusero le intercettazioni telefoniche degli imprenditori che ridevano la notte del 6 aprile, sono uscite fiaccate dalla sordità degli interlocutori pubblici e di un ceto politico immiserito. È questa la città sulla quale si sono accesi i riflettori la sera del 7 ottobre 2012,  quando il maestro Claudio Abbado ha dato l’avvio all’orchestra Mozart nell’Auditorium firmato da Renzo Piano. Un Auditorium che, terminato il concerto, ha chiuso i battenti perché il cantiere è ancora in funzione e mancano i collaudi.

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