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It’s a long way to the coast. La strada finisce sul bagnasciuga

28 aprile, Los Angeles. La strada finisce qui, sul bagnasicuga di Venice Beach. Qualcuno come noi è arrivato in auto, altri in Greyhound, altri in motocicletta o in autostop. Alla fine dopo quasi tre settimane e 6500 chilometri percorsi io e il dottore possiamo definirci non tanto stanchi, ma svuotati, quello sì.

L’attraversamento di un paese come gli Stati Uniti ti fa sentire piccolo. Ti fa pensare che tutto ciò che avevi visto prima era più piccolo e di bellezza nemmeno lontanamente paragonabile. Di una bellezza che ti riempie fino a farti trabordare per poi lasciarti vuoto come una bottiglia dopo la festa.

Molti europei e italiani di un certo grado culturale nutrono un sottile disprezzo per gli Stati Uniti a e gli americani che si badi bene sono due cose diverse, come l’Italia dagli italiani. Poi magari in America, in America, o al più ci hanno portato la moglie per Natale a New York. Poi magari in macchina ascoltano Bob Dylan, Patty Smith, o i Creadence Clearwater Revival. E una coca-cola, ogni tanto se la fanno, lontano dagli occhi indiscreti. Io e il dottore lasciamo a loro manie di persecuzione, convinzioni e l’autocompiacimento eurocentrico.  Se però qualcuno avrà la possibilità di viaggiare da una costa all’altra, capirà perché  c’è una bandiera a stelle e strisce ad ogni angolo e finanche nel deserto.

Capirà perché qui è nato il blues, il jazz e il rock’n'roll e perché è stato possibile esportarlo nel mondo. Capirà anche, venendo a Los Angeles, perché il rock’n'roll è finito nella città che è stata una delle sue culle.

Los Angeles ha il fascino della città decadente. I suoi tempi illuminati sono finiti da almeno 20 anni. La sostanza è morta, pur sopravvivendo la forma. E i soldi. Soldi a non finire. Tutto a L.A. gira intorno ai soldi. La Downtown, il centro della città, ospita una decina di grattacieli e tutti sono di banche. Si guardano l’un l’altro fottendosene di cosa succede intorno. In Italia il centro è la piazza, con la chiesa e il comune. A L.A. sono le banche. Ma Los Angeles non è l’America e la downtown non è Venice Beach.

Città del cinema, L.A… Ovunque ci sono i manifesti di The Avengers. Niente da dire sui film che parlano di eroi dei fumetti (il mio preferito è Iron Man), ma pensare a certi grandiosi film del passato girati agli Studios viene la pelle d’oca. Caduti piuttosto in basso.

Uguale per la musica.  Passeggiando sul Sunset Boulevard trovereste tutti i locali della storia della musica moderna. Il Whisky a Go Go, il Rainbow, il Roxy. Al Whisky a Go Go, dove hanno suonato i Doors, gli Who, Frank Zappa, i Toto, Otis Redding,  i Ramones, i Led Zeppelin, i Guns’n'Roses e chi più ne ha più ne metta oggi state certi che 9 volte su 10 vi becchereste dei ragazzini “college rock” a pagamento. Voi pagate 10 dollari. E loro chissà quanti per salire su quel palco. Se vuoi suonare al Whisky, oggi, paghi e la qualità è ovviamente non garantita. Un po’ come a Sanremo giovani.

Qui in California, diversamente dal Mississippi, si è andati avanti, benché la direzione non sia proprio quella della prosperità artistica. Abbandonata l’inluenza del blues nero, il rock ha preso la sua strada bianca. Per questo forse rap e hip-pop hanno dilagato, occupando lo spazio che prima era del rock’n'roll che da Elvis in poi aveva contribuito a sanare un conflitto etnico sanguinoso. Alla Sun Record di Memphis, il produttore discografico Sam Phillips, aveva pensato che Elvis avesse la voce giusta per abbattere quel muro profonda e aggressiva come quella di un nero, ma armonica e dolce come quella di un bianco.  Messa sopra le dodici battute blues del delta del Misissippi MI-MI-MI-MI-LA-LA-MI-MI-SI-LA-MI-MI e al ritmo più andante del country bianco di Nashville ne veniva fuori la sintesi perfetta.

Dopo tante riflessioni che non basta un blog intero per contenerle, e dopo un bagno di libertà nell’oceano io e il dottore vi ringraziamo se ci avete seguito in questo viaggio e ci apprestiamo a raggungervi nel Vecchio Continente, e a tornare  a casa.


It’s a long way to the coast: perché l’America è un grande paese.

Ci sono due ragioni per cui l’America è un grande paese. Il primo che è giovane: giovane rispetto a tutti quelli del nostro caro Vecchio Continente. Il secondo motivo è perché gli americani, o meglio i reietti della vecchia Europa che vi approdarono almeno quattro secoli fa la hanno conquistato nel vero senso della parola.

Tralasciamo i giudizi: ogni conquista implica dei morti. Così è stato per i nativi. Così è stato per gli schiavi deportati dall’Africa sulle navi negriere. Se dovessimo però applicare questo metro di giudizio, quello delle vite spese per la conquista, per i diritti calpestati allora noi europei saremo gli possiamo “vantarne” più di tutti gli altri.

I coloni europei conquistarono le paludi della Lousiana fondando New Orleans, ma gli americani oggi l’hano ricostruita dopo l’uragano Katrina. Hanno domato il deserto del Texas, del Nevada, del New Mexico o dell’Arizona. Hanno costrutio ferrovie e strade nei luoghi più desolati e impervi del pianeta. Hanno scavato pozzi di captazione nei luoghi più aridi, costruito ponti su fiumi della portata del Mississippi. Hanno reso percorribile ogni tratto del continente, da costa a costa. In tre secoli.

Per questo il viaggio e in particolare quello da costa a costa per gli americani è sacro, perché averlo reso possibile è costato fatiche indicibili. Ovunque siamo approdati, dalla Georgia all’Alabama, dal Texas all’Arizone, tutti ci hanno chiesto con rispetto da dove venivamo e dove eravamo diretti. Ci hanno chiesto se avevamo visitato quella o quell’altra bellezza del territorio, come se ci invitassero ad entrare in casa loro. Il tutto sorridendo e augurandoci buon viaggio.

Siamo a 2258 miglia percorse. Ogni miglio di strada sembrava fosse stato costruito per noi. Ogni bellezza, naturale e artificiale, anche la più isolata, viene mantenuta nella più severa pulizia e ordine. Valore. Per gli americani la propria terra (ancor prima che il proprio paese) è sacra. Forse perché se la sono conquistata.

Per questo oggi le foto le dedichiamo alle strade, le highway, che una volta si chiamavano routes, rotte, e che -forse non lo sapevate- negli Stati Uniti si possono adottare.


It’s a long way to the coast: Europa+Africa+America=New Orleans

15-16 aprile, New Orleans. Dopo le campagne del Mississipi e dell’Alabama e 60 miglia di paludi (bayou) inestricabili siamo arrivati in città, una delle più antiche degli Stati Uniti. New Orleans ha una storia di quattro secoli ma a renderla unica è soprattutto una cosa: la musica. Ad ogni angolo. Sarà forse perché siamo capitati durante il French Quarter Festival che colora le strade del quartiere più antico della città, che prima fu spagnola, poi francese e infine venduta da Napoleone alla giovane confederazione americana.

New Orleans è un crogiolo, un coacervo, talvolta persino un’accozzaglia di culture. Come esse si siano fuse, rimane un fatto inspiegabile. Le dominazioni possono risultare indigeste da chi le subisce al tempo presente, ma è ad esse che va tributato il ritmo inarrestabile della città. Fatto sta che come accade un po’ ovunque in America tutte queste culture hanno imparato a convivere e a trasofrmare in virtù un passato tempestoso. C’è dell’Africa, dell’Europa, del Centroamerica: i continenti occidentali del pianeta si sono dati appuntamento a New Orleans.

Si diceva della musica, che è un po’ il leit motiv del vaggio mio e del dottore. Tutti sanno del Jazz ma a New Orleans potete trovare anche delle forme più particolari come il Cajun o la Zydeco, oltre che il più noto blues del delta, portato a sud da Clarksdale al golfo del Messico dal Mississippi. Trombe, tromboni, bassi-tuba, clarinetti, chitarre, banjos, dobros, armoniche, percussioni di ogni tipo occupano la strada fino a tarda notte. Niente spartiti, niente programmi, niente permessi, niente polizia, niente vicini con il mal di testa. Tutto nella più completa libertà.

Le foto certamente non suonano, ma usando un po’ di immaginazione…non lo sentite il Jazz di Bourbon Street?


It’s a long way to the coast. Cronache di un viaggio americano.

Dovevano essere circa le otto e mezza di un mattino dello scorso novembre e mi trovavo sul treno verso Roma dove periodicamente mi reco per lavoro. A turbare il mio scomodo dormiveglia interviene perentoria una suoneria di cellulare. Non realizzo subito che si tratta del mio, ma ripresomi, lo estraggo in fretta con la certezza che, data l’ora, non sto certo per rispondere ad una telefonata di cortesia. Quando vedo che a chiamare è il mio amico dottore mi piglia un po’ l’ansia. Non vorrei mica fosse successo qualcosa di grave, tanto più che sono quasi a Roma, e pare azzardato chiedere al macchinista di fare retromarcia per Modena.

Pronto

Ciao, sono io. Senti, devo proporti una cosa

Sono tutto orecchi” (ero già visibilmente preoccupato)

Io e te dobbiamo farci un viaggio

Dove?

In America” (quando si dice America e basta, si sta dicendo Stati Uniti)

Bene. Quando?

Ad aprile

Ok. Tienimi informato per i dettagli

Bene. Ciao, caro

Ciao

A qualcuno sembrerà bizzarro che sia successo tutto così, in meno di 20 secondi. Certe decisioni impegnative normalmente richiedono più calma. Normalmente. Ma per noi due la categoria di normale è applicabile solo alla statistica. E se vogliamo affidarci alla statistica, considerando che ci conosciamo da 27 anni, si può dire che abbiamo trascorso esattamente il 90% delle nostre esistenze assieme (vi lascio così al calcolo proporzionale della nostra età anagrafica). E ciò è tutto meno che normale. Mettici anche che aprile era sufficientemente lontano e ancora sgombro da impegni. Mettici pure che ultimamente il mio fondoschiena ha fatto troppa amicizia con una sedia da ufficio e i miei occhi con lo schermo del PC. Insomma, alla luce di tutto ciò la proposta del dottore alla fine riscosse un certo successo.

Le settimane seguenti le abbiamo occupate a definire il percorso: Atlanta-Los Angeles. Quante miglia? circa 3000. Il mezzo: una Chevrolet Aveo da noleggiarsi all’aeroporto di Atlanta. Stati attraversati? 9: Georgia, Alabama, Mississippi, Louisiana, Texas, New Mexico, Arizona, Nevada, California. Tempo concesso? 18 giorni.

Buttando l’occhio sulla carta geografica del Nord America non sembra poi tanta strada. In realtà ci accingiamo ad attraversare un continente, coast to coast. Come ogni mito, il viaggio dalla costa atlantica a quella pacifica degli Stati Uniti d’America si porta dietro un bel po’ di retorica. Per questo non voglio farmi tanti viaggi mentali. Sarà perché non son figlio di dottori, ma alle massiccie dosi di metafisica che si sparano certi intellettuali preferisco la realtà. E siccome la realtà e il presente hanno il brutto vizio di fuggire in tutta fretta sia dalla pelle che, prima o poi, pure dalla memoria, ho deciso che questo giro tengo un diario. Documento. Non prometto niente, ma giuro che ci provo.

SMS del dottore. 13 gennaio. Ore 2:40 p.m.

Prima degli altri continenti Dio ha fatto l’America. Poi, stanco com’era, l’ha guardata bene, s’è preso una vacanza e s’è sparato un coast to coast”


Mens sana in corpore sano

E’ poco più di mezzanotte e ho appena terminato la visione del programma Sirene in onda su RaiTre. La trasmissione di stasera seguiva l’intera missione fatta dalla Guardia di Finanza di SanRemo nei confronti della casa di riposo Villa Borea. Le immagini sono disumane, non sono per tutti e sono molto forti ma credo che per far capire la portata della violenza e della bestialità la visione del video possa rendere giustizia.

Posso dire che in alcuni momenti mi sono coperta gli occhi, quasi che queste potessero proteggermi dalla frammentazione dell’idea di Essere Umano che professo e in cui credo da anni. Ma le retoriche, qui, non ci piacciono e non ci interessano. Ci interessa invece affrontare un altro tema, strettamente legato al tema della crisi economica, che nelle ultime settimane rimbalza tra telegiornali e talk-show senza mai avere una risposta esaustiva: i costi della sanità pubblica. Ho sentito la settimana scorsa a Ballarò parlare di “impossibilità di riduzione ulteriore delle spese della sanità pubblica e, anzi, necessità di espansione degli investimenti” perché i fondi che si investono sono fondamentali per il funzionamento di quello che viene definito “il miglior sistema sanitario d’Europa”. Per prima cosa mettiamo luce su un paio di punti: gli ospedali, le strutture sanitarie e le strutture di assistenziali che fino a pochi anni fa erano considerati servizi pubblici, sono diventati pochi anni fa aziende, simili a quelle private, che producono beni semplicemente di un altro genere. Questo significa che agli amministratori è stato assegnato un budget predefinito per far fronte alle proprie esigenze, che gli incassi vengono calcolari in base al tipo e alla qualità venduti, che sono stati introdotti sistemi di controllo della qualità dei processi produttivi e, infine, come qualsiasi altra azienda privata, sono stati predisposti dei meccanismi di premio per chi contribuisce al raggiungimento degli obiettivi e delle penalizzazioni che possono colpire principalmente i dirigenti responsabili realizzazione dei progetti prestabiliti. Come si va a monetizzare la salute? E’ necessario quantificare quanto produce, a quali costi e pagare all’azienda quanto viene prodotto. Questo avviene tramite i DRG, cioè un calcolo combinatorio basato sulla scheda di dimissione ospedaliera (SDO) in cui vengono indicati patologia del paziente, procedura diagnostica e terapeutica. Ogni DRG ha un valore economico prefissato che viene corrisposto dalle regioni alle aziende ospedaliere.

Significa, per noi comuni mortali, che le aziende premiate sono quelle che garantiscono il maggior numero di prestazione al più basso prezzo possibile. Vi do un momento per riflettere sull’ultima frase. La maggior quantità di prestazioni al più basso prezzo possibile.

Villa Borea è un esempio tra tanti di azienda ospedaliera-assistenziale statale sommersa (anche se di statale mantengono probabilmente soltanto il valore nominale sull’insegna e sulla carta intestata). Perchè sommersa? Perchè per essere un’azienda riconosciuta dallo stato sono necessari controlli continui e protocolli rigidi demografici e di sicurezza. Come tante altre case di riposo che diversamente non potrebbe sopravvivere in forma strettamente privata, Villa Borea è prima di tutto un’associazione che riceve fondi di mantenimento per assistenza ad anziani dalla regione  ligure. E secondariamente, non essendo un’azienda ospedaliera e assistenziale diretta, non è sottoposta a controlli sul personale e protocolli di sicurezza. La responsabile, nondimeno moglie del senatore PDL Gabriele Boscetto, accusata di non aver denunciato i soprusi e le violenze sessuali che venivano inflette alle anziane della casa di riposo è stata rimessa in libertà e, volendo, da domani può tornare a gestire la sua associazione e la sua struttura. Quindi, i soldi pubblici grazie alla regione ligure sono stati dati non per eliminare le attese chilometriche delle prestazioni mediche, ma per finanziare un mattatoio. Ma, secondo il ragionamento basato sul DRG, Villa Borea risulta un ottimo investimento per l’azienda ospedaliera e per la regione ligure: a grande quantità di prestazione corrisponde una spesa minima di trattamento perché gli anziani non venivano alimentati, non venivano prestate loro cure mediche, non esisteva un direttore sanitario da retribuire e soprattutto gli infermieri venivano presi da una struttura privata esterna. Solo a me sembra paradossale?

Alla luce di questo, ripenso alle parole sentite sui costi della sanità pubblica. Penso, prima di tutto, che si faccia fatica a parlare di “pubblico” e “statale” quando gli ospedali sono diventati uno strumento di monetizzazione della salute. Aggiungo che gli investimenti statali nel settore sanitario dovrebbero mirare prima di tutto a garantire il diritto alla salute e all’assistenza a tutti quanti, seguito da un alta formazione del personale (e probabilmente noi a Modena siamo fortunati perchè, dati alla mano, abbiamo un’ottima facoltà di Medicina sulla carta) che però non si limiti alla preparazione clinica ma che preveda una maggiore attenzione per le dinamiche sociologiche e antropologiche che la medicina inevitabilmente si porta dietro. Credo che i soldi pubblici dovrebbe servire per annullare le liste d’attesa di esami, prestazioni e interventi nel nostro paese perchè non basta dire “l’America è messa peggio” per sentirsi migliori (Ricordo che nella riforma sanitaria americana, il sistema MEDICAID amplia il servizio per i cittadini indigenti fino a coprire chiunque guadagni meno del 133% della soglia di povertà -29mila dollari l’anno per una famiglia di quattro persone- e aumenta il contributo federale ai singoli Stati per la copertura dei costi.), bisogna creare una rete medico-sanitaria che sia funzionale e che smetta di pensarsi come un’impresa che produce un bene commerciale, ma sia quella struttura pubblica in cui la giustizia sociale ancora non muore nel nostro paese, al contrario di tutti gli altri settori vitali. Eppure se devo sottopormi ad una visita medica, oggi come oggi posso scegliere tra aspettare tre mesi (se va bene) e pagare il superticket oppure se con qualche decina di euro in più farmi visitare privatamente dallo stesso medico nel giro di tre giorni. Provate a fare due conti utilizzando la tabella sottostante e la vostra esperienza personale…

Io stessa al Pronto Soccorso dell’Azienda Ospedaliera di Sassuolo ho pagato Eur. 58.00 per una lastra ai polmoni e sette ore di attesa nell’accogliente sala d’aspetto. Con venti euro in piu’  potevo sbrigarmela il giorno dopo in cinque minuti, me l’ ha detto anche l’ infermiera che stava in accettazione, preoccupata perche’  l’ affluenza al Pronto Soccorso stava diventando quella della stazione di Milano Centrale, ma altrettanto non preoccupata dei tempi biblici di visita in pronto soccorso, della mancanza di personale in pausa caffe’  visibile perfettamente dal vetro dell’ accettazione e da un sistema a colori che dubito persino loro abbiano compreso ( sembra la nuova numerazione della Posta, avete presente? Quella marchingenio infernale che suddivide le richieste secondo canoni completamente inutili allo smaltimento delle code ma utilissimi per permettere un esaustivo avvicendamento del personale alla macchinetta della Lavazza?)

Mi chiedo, non è forse lo stesso meccanismo che muove il sistema di assicurazione sanitaria in America “se ho i soldi, mi curo“? Se i soldi pubblici servono a finanziare strutture come Villa Borea, a pagare gli stipendi dei Dirigenti e non ad incentivare la ricerca medica, il lavoro degli operatori socio-sanitari, il progredire delle strutture e il rispetto del diritto sanitario in cosa esattamente siamo migliori? Nel mercato in forte crescita delle assicurazione medica?


Rivolta in Egitto: tra democrazia e poteri oscuri. (di Alberto Canuri)

1. IL PASSATO

Per capire attentamente la rivoluzione popolare in Egitto a partire da fine gennaio 2011, è necessaria una cronistoria del paese dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale.

Partiamo dal 1948, anno in cui,dopo la nascita dello Stato d’Israele, vi fu la prima guerra arabo-israeliana. L’Egitto uscì sconfitto dalla guerra, peggiorando la situazione economica già grave. Nel 1952  Gamal Nasser, a capo dell’organizzazione militare  Liberi Ufficiali , con un colpo di stato si pone al potere in Egitto. Per lui, come per molti altri del suo gruppo, era inammissibile la corruzione e lo stretto legame con la Gran Bretagna del regime monarchico di re Farouq.

L’organizzazione dei Liberi Ufficiali iniziarono a mettere in cantiere ampi progetti di ristrutturazione dell’economia e della società soltanto dopo la guerra di Suez del 1959.Essa fu frutto di un’invasione dell’Egitto preparata e condotta con molta superficialità dalle forze della Gran Bretagna, Francia e Israele per rovesciare Nasser, il quale oltre ad aver nazionalizzato il canale di Suez, stava sostenendo gli algerini in rivolta contro il colonialismo francese e aveva appena concluso con la Cecoslovacchia l’acquisto di una fornitura militare che minacciava di mutare l’equilibrio di potere nella regione. L’invasione fallì e al contempo aumentarono il prestigio del potere di Nasser sia in Egitto che nel Medio Oriente. Nasser iniziò una politica antimperialista, confiscando le proprietà degli imperialisti e utilizzandole per finanziare un rapido sviluppo economico e sociale. In quegli anni \vi furono numerosi fattori positivi, quali un’efficiente riforma agraria, l’ampliamento dei diritti delle donne e lo sviluppo di un funzionale sistema scolastico e sanitario. Vi erano però anche fattori negativi, quali il ricorso al pugno duro per reprimere qualsiasi oppositore(in quegli anni le carceri egiziane erano piene di dissidenti politici, dai militanti di  sinistra agli islamici più radicali) e una concreta limitazione dei diritti degli operai.

Il modello egiziano venne ammirato e copiato da Iraq e Siria.

Nel 1967 Nasser ordinò la chiusura del Canale di Suez alle navi israeliane. Nasser definiva Israele  “un pugnale diretto contro la nazione araba”, ritenendolo un intralcio all’unità araba. Israele iniziò la seconda guerra contro i paesi arabi. La guerra durò solo 6 giorni e si risolse con una clamorosa sconfitta degli eserciti arabi. L’esercito israeliano conquistò l’intera città di Gerusalemme, la Cisgiordania, la penisola del Sinai e le alture del Golan.

Nasser muore nel 1970, e gli succede Anwar al Sadat. Il nuovo presidente si potrà ricordare per tre elementi.

Il primo è la liberalizzazione dell’economia, la quale ebbe pessimi risultati dal punto di vista

sociale : disoccupazione, violenza, povertà, mancanza di servizi, analfabetismo, ed un divario incolmabile tra i poveri e i ricchi, segnarono livelli mai visti prima di allora.

Il secondo è la guerra sferrata da Egitto e Siria  contro Israele , definita “del Kippur” in quanto iniziò nel giorno della tale festività ebraica. La guerra si risolse senza vincitori né vinti.

Terzo elemento fu la firma a Camp David nel 1978 da parte di al-Sadat del primo trattato di pace con Israele, con il quale l’Egitto recuperò una parte della zona del Sinai, e soprattutto riconobbe, dopo trent’anni di ostilità, lo Stato d’Israele, rinunciando alla speranza di tanti arabi di vedere la Palestina libera. Il trattato suscitò malcontenti generali in Egitto, bloccati solo con l’uso di una dura repressione. E sul  piano della politica estera , l’Egitto viene sia dalla Lega Araba sia dalla Conferenza Islamica.

Proprio in quel momento in cui l’economia egiziana era a livelli bassissimi e la rabbia popolare incrementava sempre più, un ufficiale dell’esercito egiziano con simpatie islamiche, freddò il presidente con tre colpi di Kalanshnikov il 6 ottobre 1981.

A succedergli fu il vice-presidente Hosni Mubarak.

Il nuovo presidente proseguì in modo più deciso l’apertura economica, smantellando progressivamente il settore pubblico e aprendo la strada ad un’autentica trasformazione capitalistica dell’economia egiziana.

Il Partito Nazionale Democratico(PND) filo-presidenziale ha vinto tutte le competizioni elettorali, conquistando sempre l’assoluta maggioranza nei seggi. Da sottolineare che i partiti dell’opposizione sono sempre stati ostacolati, anche con arresti e aggressioni, nelle varie sedute elettorali. Sotto Mubarak, soprattutto negli anni ’90, l’Egitto ha conosciuto una pericolosa escalation del terrorismo estremista islamico. La cieca furia del terrorismo ha tuttavia isolato gli estremisti dalla  maggioranza musulmana della popolazione. Questa perdita di contatto con la base popolare ha condotto progressivamente alla sconfitta del terrorismo interno.

L’Egitto di Mubarak ,riguardo al piano politico internazionale, ha perso ulteriormente peso: nonostante il paese sia stato riammesso sia nella Lega Araba sia nella Conferenza Islamica, il suo schieramento sempre più netto a favore degli Stati Uniti ha indebolito la sua capacità contrattuale nei confronti dei paesi arabi.

 

2. IL PRESENTE

Arriviamo a metà gennaio 2011: una folla di milioni di cittadini egiziani invade le strade e le piazze (ormai famosa la piazza Tahrir) della capitale invocando la cacciata dal potere di Mubarak, in carica da ben 31 anni.

Se analizziamo la protesta possiamo evidenziare due punti importanti: è una rivolta da considerarsi “giovane”, in quanto a manifestare sono soprattutto ragazzi sotto i 30 anni( che rappresentano ben i 30 % della popolazione ), ed è laica, non legata a nessun tipo di ideologia religiosa ( non si vedono infatti nelle manifestazioni bandiere islamiche, ma solo bandiere nazionali).

Ma veniamo a capire i motivi di questa rivoluzione, che passerà certamente alla storia.

Uno dei motivi più importanti è da trovarsi nell’economia. Se ci si fermasse a solo alcuni dati , l’economia sembrerebbe florida: negli ultimi cinque anni è cresciuta a tassi superiori del 5%, attraversando, senza particolari contraccolpi, la crisi del 2008/2009. Questo ha permesso la creazione nel quinquennio di circa 4 milioni di nuovi posti di lavoro e la caduta del tasso di disoccupazione dall’11 al 9 %. Tuttavia bisogna andare a vedere altri dati, quali ad esempio un elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile, in quanto l’incremento del livello di scolarizzazione ,fortemente voluto  dal governo egiziano negli ultimi anni, non è stato seguito da un aumento della domanda di lavoro qualificato. Altri punto dolente è la frenata dell’esportazioni di petrolio, in quanto ,per l’aumento del fabbisogno interno, l’Egitto da esportatore,dal 2011 è diventato importatore della preziosa materia prima. Se poi si aggiunge che l’incremento demografico(all’incirca 80 milioni di abitanti secondo stime recenti è lo stato più popoloso del Medio Oriente e il secondo stato più popoloso dell’Africa, in maggioranza concentrati lungo il corso del Nilo ) non ha avuto un supporto adeguato di sussidi e sovvenzioni sociali, e il prezzo delle materie prime alimentari ha raggiunto massimi storici( l’Egitto è il più grande importatore di grano nel mondo per quantità), si capisce che la situazione è diventata altamente critica.

Se ci si  sofferma sulla politica, si ha un paese in cui la corruzione è a livelli altissimi, e i partiti oppositori, tra i quali I Fratelli Musulmani a matrice islamica, non riescono, per vari brogli,arresti  e intimidazioni, a poter essere una reale opposizione al partito PND di Mubarak . Si è in presenza di una democrazia , che non ha nessun connotato democratico.

Dal punto di vista dei rapporti con i paesi esteri, questa situazione è vista in due modi differenti. Dalla parte degli Stati Uniti, si palesa un proprio imbarazzo nei confronti di Mubarak,in contrasto con la fiducia espressa dalla Casa Bianca nei confronti del suo vice Suleiman, il quale, secondo gli ultimi telegrammi pubblicati da Wikileaks, rappresenterebbe la soluzione preferita anche da Israele. Obama ha segnalato che, pur accennando alle preoccupazioni americane riguardo al rispetto dei diritti umani in Egitto, non vorrebbe troppo contestare apertamente Mubarak, perché questi costituisce “una forza per la stabilità e il bene in Medio Oriente” ed è stato per molti aspetti “un alleato forte per gli Stati Uniti”. Obama ha inoltre detto di non considerare Mubarak un leader autoritario, anche se vi sono critiche sul modo in cui funziona la politica in Egitto.

D ‘altro canto il Presidente iraniano Ahmadinejad ha appoggiato il progetto della rivoluzione , aggiungendo con molta autorevolezza che sta nascendo un nuovo Medio Oriente, libero dagli Stati Uniti e da Israele, e ha invitato gli egiziani a diffidare dell’amicizia mostrata dagli americani.

Divergenze molto ampie, in una situazione in cui è palese che sia Israele che gli Usa hanno timore che dall’attuale confusione nasca una forza comandante a matrice islamica. Secondo il Time “La posizione di Mubarak nei confronti d’Israele è servita a frenare gli altri stati arabi, per non parlare degli 80 milioni di egiziani le cui opinioni su Israele sono ,secondo i sondaggi, tra le più negative nel mondo”.

Dati molto tristi e inquietanti di questo primo mese di rivoluzione  sono stati i più di 300 morti tra i manifestanti e di circa un migliaio di feriti, l’allontanamento dei vari reporter internazionali dai principali luoghi di manifestazione, numerosi casi di intimidazioni, aggressioni e arresti degli inviati delle varie testate giornalistiche e televisive.

 

 

 

3. IL FUTURO

 

Mentre scrivo questo articolo (11 febbraio 2011) si apprende che Mubarak si è dimesso, lasciando il potere ai militari.

Nel futuro si dovrà gestire un’enorme perdita economica causata da uno stallo di tutte le industrie

(soprattutto quella del turismo, importantissima fonte di ricchezza), dall’assalto ai conti con annessa fuga di capitali, appena le banche riapriranno. Difficilmente imprenditori e capitali saranno investiti in quest’Egitto strappato.

Cosa prevede il futuro? Quali vie si dovranno percorrere per ritrovare un equilibrio saldo? Potremmo ipotizzarne tre, a mio avviso:

1)      La prima è quella di un lento passaggio ad una reale democrazia, che necessiterà di molto tempo per uno sviluppo economico che permetta un minore divario tra le classi sociali e una migliore redistribuzione del denaro.

2)      La seconda è l’entrata al potere del vice Suleiman, ipotesi non gradita al popolo, sperando che non utilizzi per calmarla il pugno duro, che provocherebbe un enorme costo di vite umane. Questa situazione non cambierebbe di tanto le problematiche molto gravi che attanagliano il paese.

3)      La terza via è quella di una rapida ascesa del gruppo I Fratelli Musulmani e soprattutto di altri gruppi islamici più estremisti. Ciò potrebbe essere di rilievo, in quanto la posizione dell’Egitto nel Medio Oriente è fondamentale per la stabilità. Israele si potrebbe allarmare, memore del passato bellicoso tra i due stati. Potrebbe iniziare una spirale d’odio nei confronti d’Israele, con conseguenti problematiche internazionali (pensate che cosa può succedere se venisse bloccato il canale di Suez).

Un paese bucato e al limite. E in attesa, in attesa di una forza di volontà e di una moralità talmente strong da ricreare i binari su cui tornare a viaggiare uniti.

Alberto Canuri

 


CHINA POWER – cap. 2, IL BULLO DEL QUARTIERE

È dura essere la più grande potenza militare del mondo.

D’altra parte conosciamo bene la megalomania degli USA e a ragion veduta possiamo immaginare che per loro non sia affatto gravoso travestirsi da paladino della giustizia; specialmente se il denaro per comprarsi il costumino deriva ormai da estorsioni e ricatti morali, che ho brevemente illustrato nel capitolo precedente.

Noi modenesi nel nostro piccolo non sentiamo direttamente sulla pelle gli effetti nefasti delle spacconate statunitensi: a questo proposito se la passa peggio Vicenza, che nel 2007 ha dovuto chinare la testa di fronte al via libera del governo Prodi al raddoppio di Camp Ederle, la base militare americana lì in città. Più che finanziamenti, gli USA si aspettano da noi italiani collaborazione e finanche servilismo. Facciamo la parte dei lacchè, insomma, nei cui panni si trovava assai a suo agio mister B. quando alla Casa Bianca alloggiava G. W. Bush.

Le basi militari americane in Italia comunque sono 113, sparse un po’ dappertutto nel paese. Questo numero, che può sembrare enorme, in realtà include anche semplici stazioni radio (una sul Cimone, per esempio), ripetitori, magazzini, eccetera. Ad ogni modo l’Italia è il secondo paese europeo per presenza di militari americani sul territorio: poco meno di 10.000.

La ragione è semplice: durante la Guerra Fredda la cortina di ferro tagliava in due proprio l’Adriatico, separando il Bel Paese dalla Jugoslavia di Tito. L’Italia infatti vanta un’ottima posizione geostrategica, poiché si estende nel Mediterraneo e si trova a ridosso dell’Europa dell’est restando tuttavia protetta dal mare. Gli USA questo lo sanno bene e così durante le guerre nell’ex Jugoslavia (Serbia, Kosovo) e anche adesso durante il conflitto iracheno i raid aerei americani partono anche dal nostro paese.

A questo punto parlare dei raid aerei americani potrebbe far sorgere una domanda: perché gli Stati Uniti si avvalgono tanto dei bombardamenti aerei? La risposta può essere: perché la loro tecnologia militare glielo consente.

Tuttavia la faccenda non è così semplice.

Come ho detto nell’articolo precedente, gli USA hanno timbrato la geopolitica mondiale con la loro bandiera a stelle e strisce già nel secondo dopoguerra. D’altra parte i progressi in campo militare non solo hanno consentito agli Stati Uniti di guadagnare una posizione di estremo prestigio e potere agli occhi del mondo, ma sono stati anche il motore del loro sviluppo economico. Basti pensare che lo strumento primario della globalizzazione, internet, non è altro che il perfezionamento del vecchio arpanet, un network progettato negli anni ’60 dal DARPA, organo dipendente dal ministero della difesa americano, il cui scopo era creare un sistema di controspionaggio e di telecomunicazione a prova di attacco sovietico. Anche gli sforzi americani per la conquista dello spazio si inscrivono nella competizione con l’Unione Sovietica. L’azienda americana Lockheed Martin, quella che ha sviluppato la tecnologia stealth, quella che su una gamma di una quarantina di prodotti ne annovera solo 10 ad uso civile, ha registrato un fatturato nel 2008 pari a 42 miliardi di dollari, ossia circa lo 0,3% del PIL americano. Si potrebbe anche affermare che coi suoi centocinquantamila dipendenti la Lockheed possa in qualche modo influenzare scelte di senatori o membri del congresso. Se sei un politico americano eletto in zone ad alta densità di dipendenti della Lockheed, per esempio, potresti sentirti in imbarazzo al momento di votare la soppressione di un programma militare. Drastiche riduzioni negli introiti di un’azienda come la Lockheed potrebbero gettare in mezzo alla strada molti dipendenti, che poi non ti voterebbero più.

Ma non intendo approfondire adesso l’influenza che le lobby militari possono eventualmente esercitare sul governo degli USA. Quello che conta davvero è che la straordinaria forza militare americana non è assolutamente all’altezza degli enormi capitali che vi si investono. Anzi, dopo aver fatto la voce grossa con nazifascisti prima e russi poi, il potere militare statunitense sta lentamente ma inesorabilmente declinando.

Primi segnali di cedimento si possono vedere già nella guerra di Corea del 1950. Il conflitto fu scatenato dai nordcoreani che invasero il sud del paese fino a conquistarlo quasi completamente. La risposta americana fu immediata e gli invasori furono respinti dietro il confine tra le due coree e oltre, fino alla frontiera con la Cina. A quel punto, temendo l’estensione della guerra sul proprio suolo, la Cina decise di intervenire, inviando un contingente di 780.000 soldati. L’esercito cinese era dotato di equipaggiamenti e preparazione irrisori rispetto ai nemici, eppure gli americani furono ricacciati a sud. Il fronte si attestò nuovamente sul 38° parallelo, senza che le forze USA riuscissero a sfondare la resistenza rossa: questa situazione non mutò fino all’armistizio firmato nel 1953, che sancì definitivamente la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud.

Non si può però considerare la guerra di Corea come una sconfitta riportata dagli USA: per questo si dovrà attendere ancora una decina d’anni.

Fu infatti in Vietnam che la forza militare USA ricevette il primo vero schiaffo, il cui dolore fu amplificato dal fatto che, sulla carta, la vittoria avrebbe indubbiamente arriso alla coalizione americana. Invece le tattiche di guerriglia vietnamite erano imbattibili e la fanteria americana si rivelò del tutto incapace di affrontare questa sfida. Nel 1973 Nixon firmò il trattato di pace e nel ’75 il Congresso approvò il taglio totale ai finanziamenti di questa guerra. Il Vietnam del Nord (sostenuto da Cina e URSS) poté perciò riunificare il paese sotto la bandiera comunista, non appena le operazioni americane vennero interrotte.
guerra del Vietnam
La guerra in Vietnam fu un tale smacco per gli Stati Uniti che costò loro l’immagine di egemone incontrastato, dipingendoli molto più come un bullo che crea guai in casa degli altri. Il terrore di bissare l’insuccesso e l’opinione pubblica contraria all’intervento diretto fecero sì che le guerre successive conoscessero una partecipazione americana sempre marginale, limitata al sostegno di una parte in causa con armi e capitali, al limite con bombardamenti aerei.

In particolare gli USA sostennero finanziariamente l’Israele contro il Libano in funzione anti-Siria, salvo poi inviare militari in Libano, dietro pressioni internazionali, per incoraggiare gli israeliani a ritirarsi. Gli americani tuttavia si dileguarono dopo un attentato ad una caserma dei marines che provocò 240 vittime a stelle e strisce. Gli Stati Uniti si impegnarono finanziariamente negli anni ’80 anche in Centroamerica e Africa contro le rivoluzioni comuniste a El Salvador, Honduras, Nicaragua, Angola e Mozambico.

Ma la più eclatante prova di questa presenza vigliacca degli USA si ha con la (prima) guerra in Afghanistan (1979-1989), quando il paese fu invaso dai russi. Gli americani sostennero le resistenze dei mujaheddin e del Pakistan con l’operazione Cyclone, aiuti vari ammontanti complessivamente a circa sette miliardi e mezzo di dollari (0,1% del PIL). Questo colossale stanziamento di denaro valse agli USA lo schiacciamento delle forze sovietiche, tuttavia non era certo stato ribaltato lo scomodo verdetto del Vietnam.

Le successive guerre del Golfo in difesa del petrolio kuwaitiano non fanno che alimentare le perplessità riguardo alla potenza militare USA. L’operazione Desert Storm non fu altro che una grandinata di bombardamenti aerei, consentita dall’insuperata tecnologia americana nel campo dell’aviazione. Le manovre terrestri perciò furono solo secondarie ed ebbero un fulmineo successo grazie alla preparazione del terreno e poi al sostegno incessante da parte dei cacciabombardieri stealth americani. La domanda che riempì le bocche di personalità militari e di governo USA fu: che senso ha disporre di un esercito superiore a qualsiasi altro, se poi non viene utilizzato?

La paura di ricacciarsi in una situazione analoga a quella del Vietnam impedì perciò agli Stati Uniti di avvalersi in larga misura della sua fanteria, paura che si ripresentò anche nel corso delle guerre jugoslave del 1991-95.

Il vigore del braccio militare americano era ancor più messo in discussione, specialmente a livello psicologico, da questa riluttanza ad intraprendere consistenti manovre terrestri. Questo e il contemporaneo caos finanziario, che ho riassunto nel capitolo 1, fanno apparire gli USA come una tigre di carta.

L’attentato dell’11 settembre allora fornisce a W. Bush l’occasione di riscattare la U.S. Army e l’egemonia americana in generale. Viene dunque varato il progetto del New American Century, una strategia di ampio respiro mirata a ripristinare la credibilità internazionale degli Stati Uniti e il loro controllo sull’andamento del mondo. Inizialmente dunque viene invaso l’Afghanistan con la prospettiva di catturare Bin Laden ed eliminare i Taliban in breve tempo. Tuttavia la missione non approda ad un esito felice nei tempi sperati, forse anche perché tra i Taliban che costituiscono la spina nel fianco delle truppe americane si trovano vassalli della guerra (es. Gulbudin Hekmatyar) armati e ingrassati dagli stessi americani, ai tempi dell’attacco sovietico al paese; ben presto dunque mantenere i finanziamenti e soprattutto il consenso dell’opinione pubblica a questa guerra inconcludente cominciò ad essere un problema serio per W. Bush.

Nel 2003 gli strateghi della Casa Bianca pensano di attaccare l’Iraq per appropriarsi del suo petrolio, rendere quindi la guerra autosufficiente dal punto di vista economico e distogliere l’attenzione dall’incapacità americana di sopprimere i ribelli afghani. La giustificazione degli USA che venne propinata alla comunità nazionale e internazionale affermava che Saddam Hussein detenesse armi atomiche e che fosse un accanito sostenitore del terrorismo internazionale. Questo è vero solo in parte: Saddam finanziava l’OLP contro Israele ma non sono stati affatto dimostrati i suoi rapporti coi seguaci di Bin Laden. Ad ogni modo l’annientamento dell’Iraq sarebbe stato un colpaccio per gli Stati Uniti: innanzitutto avrebbero depennato il paese dalla loro lista di stati-canaglia, facendo un figurone sulla cattedra della Nato; avrebbero alleggerito Israele dal loro peggior nemico; avrebbero dato un chiaro segnale ai circostanti stati arabi di quanto gli americani sappiano fare sul serio; avrebbero guadagnato un’ottima base geopolitica per i loro successivi interventi in Medioriente.

Le ragioni informali della deviazione in Iraq dunque erano piuttosto valide sul tavolo del Pentagono, peccato che la tradizionale fobia statunitense per le tattiche di guerriglia non sia stata smentita nemmeno stavolta. Il danno che le resistenze mediorientali hanno arrecato alla propaganda dello zio Sam è amplificato anche dal fatto che le forze afghane e irachene impallidiscono ancor più di quelle vietnamite di fronte al colosso militare americano.

Come diamine è possibile che il massimo signore della guerra del mondo si faccia mettere nel sacco da semplici ribelli e partigiani nascosti in grotte e villaggi?

Il sostanziale fallimento delle campagne militari in Medioriente, sancito dall’insanabile instabilità dei governi iracheni/afghani nati sotto occupazione americana, non può però risolversi con un normale ritiro delle truppe. La posizione finanziaria e politica degli Stati Uniti è sul filo del rasoio e i loro atti di bullismo cominciano ad essere sopportati malvolentieri dalla comunità internazionale, specialmente se questa possiede larghe quote del debito pubblico americano. Abbandonare il campo come avvenne in Vietnam trent’anni fa, firmerebbe una volta per tutte il tramonto del protagonismo statunitense. Barack Obama questo lo sa bene, sa di non potersi permettere un ulteriore affossamento del ruolo del suo paese, ed ecco dunque che, nonostante il preventivo Nobel per la pace, Obama deve procrastinare lo sgombero dall’Iraq al 2013, inviando nel frattempo nuovi contingenti.

Nemmeno la permanenza in Medioriente può tuttavia salvare la baracca a tempo indeterminato, perché gli obbiettivi prefissati all’alba delle invasioni (ossia sradicamento del terrorismo) non sono affatto stati raggiunti, come ha dimostrato il giovane Abdul Faruk Abdulmutallab pochi giorni fa.

Di recente perciò i vertici del governo USA hanno cominciato a ventilare l’ipotesi di invadere lo Yemen, forse solo per confondere un po’ le acque, per strappare un qualche risultato da questo interminabile logorio militare che da otto anni vede le truppe americane vagare per il Medioriente senza ottenere nulla.

La domanda a questo punto si spinge oltre: cosa ci può essere sotto l’eventuale spostamento del conflitto in Yemen?

La risposta, a mio avviso, parte dalla Somalia. La Somalia è un paese lacerato da profondi conflitti etnici e religiosi, drasticamente aggravati da tutti gli interventi della banderuola americana nel corso degli ultimi vent’anni. USA e Europa già dagli anni ’90 finanziarono progetti fallimentari per contrastare gli estremismi islamici, il cui unico risultato fu rafforzarli, consentendogli di recitare la parte degli eroi contro le malvagità dell’Occidente. Anche gli interventi dell’Etiopia, istigata dagli Stati Uniti, si tradussero in un massacro della popolazione civile e in un incremento del consenso agli islamisti dell’organizzazione nota come Al Shabaab. La Somalia tuttavia non è mai stata per i bureau americani di interesse strategico pari a quello dell’Afghanistan, perciò il paese è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso.

Non che questo abbia costituito un grosso problema per i fondamentalisti somali, che hanno potuto crearsi una fitta rete di clienti e sponsor, tra i quali certi salafiti strettamente collegati con l’Iran, i pirati del Puntland e, per finire, le cellule di Al Qaeda di stanza in Yemen.

Ecco che l’intervento USA in Yemen può avere il senso di scongiurare la nascita di una metastasi del terrorismo islamico in Africa, mediante la testa di ponte della Somalia. Secondariamente, potrebbe trovarsi in questo cocktail geopolitico il controllo del canale di Suez. Gli USA potrebbero essere più o meno in buona fede e temere che il consolidamento delle posizioni di Al Shabaab in Somalia avvantaggi per transitività i predoni del mare che operano sul corno d’Africa.

Il canale di Suez infatti è uno snodo vitale per il commercio est-ovest: nel 2008 attraverso di esso sono transitate 21.000 navi, di cui 4000 petroliere, che costituiscono i due terzi dell’approvvigionamento europeo di petrolio e gas. In generale il canale di Suez accoglie l’8% dei trasporti mondiali via nave; il 28% del tonnellaggio totale in transito (sempre nel 2008) proveniva da Singapore e dalla Cina.

È evidente che la protezione del canale di Suez (o la sua gestione) può ravvivare a buon titolo l’attenzione degli Stati Uniti d’America. Anche il semplice controllo geopolitico del mar Rosso può bastare ad una forza militare americana al disperato inseguimento di risultati concreti.

Queste però sono solo supposizioni. Quello che è certo è che gli Stati Uniti hanno chiuso con il loro vecchio ruolo di campioni del bene. I loro fallimenti militari in Vietnam, Afghanistan e Iraq hanno sbiadito forse irreparabilmente la popolarità di cui godevano sulla scena globale. Da questo scenario però emerge sempre più un vincitore silenzioso, la Cina. Mano a mano che gli USA imponevano la loro autorità con la forza, increduli di fronte al loro lento ma vistoso declino, la Cina ha perseguito una politica sottile ma efficace di ricerca del consenso, erodendo la base politica degli Stati Uniti, insinuandosi nel loro sistema finanziario tramite l’acquisto del loro debito pubblico, stringendo legami coi paesi dimenticati dall’arroganza americana (ottobre 2000, primo Forum a Pechino per la Cooperazione Cina-Africa, incremento del volume degli scambi del 1000% in 6 anni) e prendendo parte a numerose leghe commerciali (zona di libero scambio Cina-ASEAN completata nel 2010).

In sostanza, mentre gli USA si affannano per evitare il loro collasso, l’astuta Cina si dedica indisturbata a costruire, mattone su mattone, le basi del suo impero economico mondiale.

Nel cap. 3 di China Power, una breve storia politica della Cina del ’900. La caduta del nazionalismo e la vittoria comunista, per arrivare poi a comprendere le radici del moderno socialismo di mercato che si rivela vincente sopra le speculazioni capitalistiche del mondo occidentale.

Gabriele Vaccari


CHINA POWER – cap. 1, I PASTICCI CAPITALISTICI DELLO ZIO SAM

In periodo di crisi c’è paura e smarrimento nell’aria, specialmente per chi ha qualcosa da perdere. C’è chi perde denaro, lavoro, moglie, senno; c’è chi perde la qualità dell’insegnamento, come il sottoscritto a Ca’ Foscari (Venezia) e molti altri studenti. In periodo di crisi c’è campo libero per il montare di paranoie e stereotipi riguardo a cose che si conoscono poco. Gli schemi ricorrenti in cui mi sono imbattuto negli ultimi tempi sono quelli sulla Cina.

La Cina è un paese grande, perlopiù ignoto, e da dieci anni a questa parte ha avuto uno sviluppo economico, politico e sociale impressionante, che l’ha portato alla ribalta in un batter d’occhio, con tutti i suoi lati oscuri e le sue contraddizioni. Inquadrare il ruolo mondiale della Cina è un compito arduo, complicato anche dalla velocità con cui è piombata sulla scena.

In virtù dei miei studi (Lingue e istituzioni dell’Asia orientale, indirizzo Cina, a Ca’ Foscari), ho conosciuto e approfondito dinamiche che aiutano a comprendere questo nuovo e spaventoso Stato- nazione; non pretendo di poter spiegare dettagliatamente il miracolo economico cinese, però posso esporre in breve perché la Cina è ora sulla bocca di tutti e che cosa possiamo aspettarci di buono e di cattivo da essa. La percezione che si può avere di questo grande paese è sempre soggettiva, ma qualche informazione in più è certamente utile per sentirsi, se non altro, meno confusi e per essere meno vittima dei soliti luoghi comuni; o anche solo per saperne di più su questo vasto, misterioso, affascinante paese.

L’egemonia economica americana

La potenza della Cina affonda le sue origini nella fine della seconda guerra mondiale. L’intervento risolutivo degli USA contro le velleità nazi-fasciste e contro i militaristi giapponesi, annichiliti da un paio di bombe atomiche, ha messo gli Stati Uniti in una posizione di forza nei confronti dell’Europa e di larga parte del mondo. Gli americani avevano salvato il culo un po’ a tutti, cinesi inclusi. Avevano anche umiliato pubblicamente Stalin, quando il dittatore russo decise di barricare Berlino nel ’48: il presidente Truman e il generale Wedemeyer organizzarono il famoso ponte aereo, col quale rifornirono la città sotto gli occhi attoniti dei russi. Poco dopo Stalin pensò bene di abbassare la cresta e Berlino venne poi spaccata dal Muro (anziché essere interamente detenuta dai comunisti). Un altro fattore fondamentale per il successo USA fu che l’Europa era devastata dalla guerra, mentre gli Stati Uniti, forti anche della loro posizione geografica, ne erano usciti indenni. Investire nella ricostruzione dell’Europa era per gli americani una miniera d’oro, soprattutto in termini di consenso e di potere contrattuale. Per questo il Piano Marshall poté ricostruire l’Europa (e riarmarla) sotto lo stendardo americano. Successivamente l’Europa divenne il principale sbocco commerciale per l’economia americana. Stessa sorte toccò al Giappone, anche se per coercizione. Dopo l’atomica infatti l’esercito americano invase il paese del Sol Levante ed impose la democrazia e il capitalismo, rendendo il Giappone una sorta di protettorato americano. Si profilavano già le linee dei blocchi della Guerra Fredda. La Cina da parte sua era più o meno fuori dai giochi. Gli USA e l’ONU riconoscevano il governo nazionalista di Taiwan come rappresentante del popolo cinese, piuttosto che il governo comunista di Mao Zedong. Dall’altra parte Mao aveva deciso che il comunismo russo non si adattava alle specificità del suo paese e i rapporti Cina-URSS andarono peggiorando già dagli anni ’50.

Sovracapacità

Il potere politico degli USA nel frattempo si rafforzava sempre di più, grazie alla situazione precaria dei paesi del blocco capitalista, che dipendevano dagli aiuti americani. Gli USA giunsero presto ad un monopolio della guerra entro la loro sfera di influenza, e poterono imporsi come i poliziotti delmondo contro i criminali comunisti. A livello economico, gli Stati Uniti potevano contare sul sistema del gold standard, secondo cui il valore della moneta di un paese dipende esclusivamente dalle sue riserve in oro. Al tempo, nessun altro paese occidentale aveva un Fort Knox pieno fino all’orlo, così il dollaro la faceva da padrone. Il gold standard e il Piano Marshall in sostanza furono il fulcro della potenza americana, ed allo stesso tempo furono la loro rovina. I guai incominciarono a saltar fuori quando la Germania e il Giappone raggiunsero gli USA nella corsa allo sviluppo. Il Marko e lo Yen erano deboli rispetto al dollaro, perciò le esportazioni di questi due paesi erano favorite. La concorrenza sul mercato divenne più aspra e i produttori americani assistettero ad un consistente calo dei profitti. Il problema a monte del blocco capitalista era però la corsa sfrenata all’accumulazione, prima ancora che la concorrenza: la deregulation di molti settori dell’economia, tipica della teoria capitalistica, e il libero mercato avevano consentito la proliferazione di moltissime imprese grandi, medie e piccole. Queste, appena vedevano ridursi le proprie fette di mercato a causa della competizione intercapitalistica, non riducono la produzione, come vorrebbe la teoria. Invece si spostano verso nuovi mercati e, quando anche questi sono saturi, operano un processo di finanziarizzazione, si convertono cioè alla finanza, al capitale liquido. Il panorama è quello di una produzione esasperata, di una sovracapacità di produzione che pompa continuamente beni materiali o immateriali sul mercato, gonfiandosi sempre di più.

Il pendolo della fine

Tornando alla storia, questa appena descritta è la situazione dell’economia americana (e del blocco capitalista) durante la Guerra Fredda, l’isteria generale alla ricerca del guadagno, senza il quale s’abbassa anche la domanda interna con un danno a tutto il sistema. Per arrestare il calo dei profitti e far riprendere l’economia, il governo americano deve applicare una forte politica keynesiana (facilitazione del credito, immissione di liquidità nel sistema). Per innaffiare l’economia di capitali però bisogna svincolare la circolazione della moneta dalle riserve auree, così nel ’71 Nixon abbandona il gold standard. In questo modo si ottiene anche un secondo effetto: il valore della moneta è di nuovo esposto alle fluttuazioni del mercato; e infatti partono numerosi processi speculativi sul dollaro.

La principale catena di eventi che si innesca è ora la seguente: immettendo liquidità nel sistema, aumenta l’inflazione e si svaluta la moneta. Per recuperarne il valore Nixon opera una poderosa stretta del credito. Il salvataggio del dollaro riesce, a prezzo però del fallimento di molte industrie medio-piccole che non riescono più ad esportare. La crisi viene evitata ritornando al keynesismo (abbattimento dei tassi d’interesse → convenienza nel chiedere prestiti → liquidità del sistema) e costringendo i Giapponesi ad investire negli Stati Uniti. Il dollaro alto e il flusso di capitali in circolazione conducono alla stagflation degli anni ’70, un mix di economia stagnante, data dalla difficoltà ad esportare, e inflazione, data dalla quantità di moneta nell’economia.

L’unico modo per uscire dalla situazione apparve abbattere di nuovo il valore del dollaro tramite accordi internazionali (Plaza Accord, 1985) e forzare il blocco capitalista allo sviluppo, per far riprendere i consumi e le esportazioni. È in quel periodo che emergono le tigri asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong e anche Thailandia e Malaysia), forti di una rinnovata integrazione nell’economia globale; anche il Giappone conosce un’ulteriore grande fortuna, poiché la sua moneta raggiunge i massimi storici sul dollaro. Ben presto però la forza della moneta si traduce in calo delle esportazioni e crisi economica.

I nipponici giocavano ora nello stesso ruolo che avevano avuto gli americani vent’anni prima. Per evitare il collasso del Giappone si applica il reverse Plaza Accord nel 1995, tramite il quale si procede all’ennesima rivalutazione del dollaro, stavolta per salvare in extremis lo Yen. La rinnovata forza della moneta americana è un fattore che, combinato con l’azzeramento dei tassi di interesse e l’incalzante finanziarizzazione dell’economia americana, rende Wall Street accessibile e appetibile per gli investitori locali e stranieri: i titoli di stato USA (espressi in dollari) diventano

potenzialmente assai redditizi e la loro domanda aumenta. L’offerta degli stessi era ugualmente alta perché gli USA dovevano finanziare la spesa militare (vendendo titoli di stato), divenuta stratosferica nella corsa agli armamenti contro l’URSS protrattasi per tutti gli anni ottanta (vedi cap. 2). In questo modo l’indebitamento degli Stati Uniti nei confronti degli investitori lievita fino a raggiungere colossali dimensioni. I titoli di stato infatti funzionano così: l’investitore compra i titoli, finanziando il governo che li emette, nella prospettiva di riavere indietro la spesa con tanto di interessi. Se la moneta in cui si calcolano i valori dei titoli è forte, gli interessi saranno gonfiati. Tuttavia, i debiti contratti dagli Stati Uniti in questo modo sono difficilmente solvibili, a causa del deficit della loro bilancia commerciale (rapporto import-export), che spesso caratterizza le monete forti. L’America è stata dunque costretta ad emettere ulteriori titoli, per finanziare i propri debiti, entrando in un circolo vizioso di proporzioni tremende (si parla di un debito ammontante complessivamente a milioni di miliardi di dollari).

Conclusioni

Fin’ora l’economia americana è apparsa in buona salute perché non sono mai mancati gli investitori. Non che costoro comprassero il debito americano per il loro buon cuore innamorato di Barbie e Coca-cola, beninteso. In certi casi ha giocato a favore degli americani il potere contrattuale di cui disponevano in virtù del loro ruolo egemone, acquisito dopo la seconda guerra mondiale. Infatti gli USA, per la loro posizione economica, godono di trattamenti di favore da parte degli organismi internazionali (FMI, Banca Mondiale) che di fatto sono loro creazioni. In altri casi, il pensiero di un crollo del sistema americano è un buon deterrente per i capi di stato che non vogliano finanziare lo zio Sam. Se gli Stati Uniti dovessero colare a picco, tirerebbero dentro il gorgo molti altri paesi a loro strettamente connessi. Di ciò è prova lampante la crisi dei sub-prime che ha coinvolto numerosi attori internazionali oltre agli USA.

Tuttavia lo spauracchio del disastro americano ha già cominciato ad affievolirsi, con l’emergere della Cina come nuova potenza mondiale, come terreno fertile in cui deviare i propri investimenti.

Nel prossimo capitolo, cercherò di fornire un quadro del declino della forza militare americana, che è avanzata di pari passo con il guasto economico qui descritto; e dell’emergere della Cina come nuovo protagonista della scena globale, per arrivare poi ad esporre le radici storiche della potenza cinese.

Gabriel DeMelant


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