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Il mondo è un posto pericoloso


I sogni non lasciano profumi addosso

Un vestito rosso, per ricordarsi che l’amore esiste. Da qualche parte.
Ti ho incontrata per caso, anche se il caso è una coincidenza che vogliamo per forza vedere nei fatti di ogni giorno. Non parlavi di te ma volevi sapere tutto del mio passato. Ascoltavi rapita le mie parole, masticando lenta la pizza che forse nemmeno volevi. Provavo a non fissare i tuoi occhi, inutilmente. Avevo paura che capissi quanto mi sentivo fuori posto lì con te. Troppo bella. No. Troppo viva. No, nemmeno quello. Troppo in troppe cose. Che non sapevo esprimere a parole.
“Guardi tutte così?”.
“Ora non sono con tutte”.
“Non scherzare, parlo sul serio”.
“Anche io”.
Ti ho rubato un sorriso. Con una menzogna, lo so, ma ne è valsa la pena.

La verità è uno sbaglio senza voce.
Nonostante la timidezza sono riuscito a portarti a casa mia. Un bicchiere di vino per sciogliere gli ultimi nodi nella mia gola.
“Sembra che tu voglia farmi ubriacare”.
“Quando si conoscono i propri limiti si cerca di superarli con ogni mezzo possibile”.
Ancora un sorriso. Ma stavolta nessuna menzogna, purtroppo.
“Non sembri sorpresa della piega che ha preso questa serata”.
Per la prima volta sei senza parole: mi sa che ho rovinato tutto.
“Tu sei solo uno sbaglio in più in una vita piena di sbagli”.
“Non ti capisco”.
“Io invece sì. Per questo non ho bisogno di farti domande”.

L’amore è una scommessa persa in partenza.
“Si vede da come mi accarezzi che è tanto che non stai con una donna”.
“Perché?”
“Perché sei troppo dolce”.
“E ti dispiace?”
“Non è questo il punto”.
“Qual’é il punto?”
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore?”
“L’amore?”.
“Sì, l’amore. Non ti ho chiesto l’ultima volta che hai scopato”.
“Due anni fa”.
“E perché? Non dirmi che non hai trovato nessuno”.
“Non ho trovato nessuna per cui ne valesse la pena”.
“Stronzate”.
“É vero”.
“No, sei troppo perfezionista”.
“Perfezionista?”
“Sì. Cerchi la perfezione e così non riesci a cogliere le occasioni”.
“Non credo”.
“Ricorda che non è tutto o bianco o nero. Il mondo è fatto di sfumature e dobbiamo riuscire a scorgerle dietro alle ombre e ai sorrisi”.

La felicità mi spaventa ma dopo un po’ passa. No, non la paura.
“Dimmi come ti chiami”.
“Lo sai, perché lo chiedi?”.
“Perché non riesco a credere a nulla di questa serata”.
“Troppo perfetta?”.
“Troppo facile”.
“Così mi offendi”.
“Sai che non lo farei mai”.
Un altro sorriso. Stavolta sei tu a mentire.
“Te l’ho già detto: Natalia”.
“Il tuo vero nome”.
“Natalia”.
“Dai”.
“Ma che ti cambia?”.
“Voglio dire il tuo vero nome mentre vengo”.
“Quando verrai non ti ricorderai nemmeno il tuo, di nome”.

La dolcezza dell’addio.
“Hai ancora paura?”.
“Ne avrò sempre”.
“Eppure ne vale la pena”.
“Perché?”.
“Per momenti come questo”.


La clessidra, l’amore e la bomba atomica

Tim è alla ricerca della Principessa, rapita da un mostro orribile e malvagio. Questo è successo perché Tim ha commesso un errore.  Più di uno anzi., Ha commesso molti errori durante il tempo che hanno trascorso insieme, tanti anni fa. I ricordi sono offuscati, sostituiti da altri ricordi, ma un’immagine gli è rimasta impressa nella memoria: la Principessa che gli girava bruscamente le spalle, la sua treccia che lo sferzava con disprezzo. Lei ci aveva provato, ad essere indulgente, ma chi può dimenticare una bugia colpevole, una pugnalata alla schiena? Certi errori cambiano irreversibilmente una relazione, anche se chi ha sbagliato ha imparato dal suo errore e non lo rifarebbe mai. Lo sguardo della Principessa si incupì. E lei divenne più distante.

Il nostro mondo, basato su rapporti di causa ed effetto, ci ha insegnato ad essere avari di perdono, perché perdonare ci espone al rischio di soffrire. Ma se abbiamo imparato dai nostri errori, se ci hanno fatti diventare migliori, non dovremmo essere premiati per questo, piuttosto che puniti?Ma se il mondo funzionasse in maniera diversa, potremmo dirle: “Non intendevo dire quello che ho detto” e lei risponderebbe: “Non importa, capisco” e non se ne andrebbe via. E la vita proseguirebbe come se davvero quella cosa non fosse mai stata detta. L’esperienza ci renderebbe comunque più saggi, ma non dovremmo più soffrire per i nostri errori.

Tim e la Principessa passeggiano nel giardino del castello. Ridono insieme, inventando nomi per gli uccelli colorati. Gli errori dell’uno sono nascosti all’altro, al sicuro tra le pieghe del tempo.-

Tanto anno fa, Tim aveva lasciato la Principessa. L’aveva baciata sul collo, aveva preso la borsa da viaggio e se n’era andato. In parte, rimpiange di averlo fatto. Ora si è rimesso in viaggio per trovarla, per dimostrarle quanto sia stato triste andar via, ma anche per dirle quanto sia stato bello. Per molto tempo, aveva pensato che la loro fosse una relazione perfetta. Lui, ferocemente protettivo, correggeva i suoi errori prima che influissero su di lei. Lei, a sua volta, tenendo a freno i propri errori lo compiaceva in tutto. Ma crogiolarsi nel conforto dell’amicizia può avere gravi ripercussioni. Per renderti perfettamente felice, lei deve capirti perfettamente. E cosi non puoi sottrarti alle sue aspettative, o alla sua influenza. La sua benevolenza ti ha circoscritto e la tua vita non uscirà mai dalla mappa che lei ha tracciato. Tim non voleva essere manipolabile. Voleva una speranza di trascendenza. Aveva bisogno, a volte, di essere immune al tocco amorevole della Principessa. In lontananza, Tim vide un castello dove gli stendardi garriscono anche quando il vento si è spento, e il pane in cucina è sempre caldo. Un posto un po’ magico.

A pranzo dai genitori, un giorno di festa, a Tim sembrò di essere tornato indietro nel tempo a quando viveva sotto il loro tetto, oppresso dall’ostinazione con la quale i suoi si aggrappavano a valori per lui privi di senso. Sporcare di sugo la tovaglia bastava a scatenare un battibecco, a quei tempi. Cercando sollievo nella brezza fresca, Tim si avviò verso l’università che aveva frequentato dopo aver lasciato la casa dei suoi. Via via che si allontanava da quell’ambiente soffocante, sentiva gli imbarazzi dell’infanzia dissolversi nel passato. Ma riviveva ora tutte le insicurezze dei giorni dell’università, tutto il panico del barcamenarsi nelle relazioni sociali. Tim accolse con sollievo la fine della visita: nel presente, seduto nella sua casa e immerso nelle contraddizioni, si scoprì molto migliorato rispetto al passato. Giorno dopo giorno, migliorandosi, si avvicina sempre di più alla Principessa. Se lei esiste – e deve esistere! – trasformerà lui, e tutti gli altri.

Durante il viaggio sentì che ogni luogo evocava un’emozione, e ogni emozione un ricordo: un tempo e un luogo. Non poteva allora accadergli di incontrare la Principessa quella sera stessa, semplicemente vagando e ascoltando le proprie sensazioni? Una pista di sentimenti, di timore e ispirazione, avrebbe potuto condurlo a quel castello: in futuro, stretto nel suo abbraccio, il suo eccitante profumo crea un momento cosi intenso da riportarlo al passato. Il mattino dopo Tim uscì subito di casa, diretto verso qualunque cosa il giorno gli riservasse. Sentiva qualcosa di simile all’ottimismo.

Lei non aveva mai del tutto compreso i suoi impulsi, quell’intensità che, col tempo, aveva cesellato rughe sul suo viso. Non gli era mai abbastanza vicina, ma lui la stringeva come se lo fosse, bisbigliandole all’orecchio parole che solo un’anima gemella dovrebbe ascoltare. Terminata la cena, entrambi compresero che il momento era arrivato. Lui avrebbe detto: “Devo trovare la Principessa”, ma non ce ne fu bisogno. Con un ultimo bacio, si mise in spalla la sacca da viaggio e se ne andò. Per tutte le notti che seguirono, lei continuò ad amarlo come se fosse rimasto lì a confortarla e a proteggerla, e al diavolo la Principessa.

Forse, in un mondo perfetto, l’anello sarebbe un simbolo di felicità. È un segno di eterna devozione: anche se non troverà mai la Principessa, lui continuerà a cercarla. Continuerà ad indossare l’anello. Ma l’anello afferma la propria presenza. La luce che emana è come un avvertimento. Tiene lontane le persone. Sospetto, diffidenza. Le interazioni cessano prima ancora che Tim apra bocca. Col tempo impara a trattare gli altri con prudenza. Imita il loro incedere esitante, aprendosi con delicatezza un sentieri attraverso le loro difese. Ma è stancante, e funziona solo in parte. Non gli procura ciò che gli serve. Tim comincia a nascondere l’anello in tasca. Ma non lo sopporta: se restasse nascosta troppo tempo, quella parte di lui potrebbe soffocare.

Seduti a un caffè all’aperto, in una piazza luminosa, i clienti si rilassano al sole, godendosi le bibite fresche. Ma non Tim: lui nota a malapena il sole, non sente il sapore del caffè. Da quest’angolo abbraccia con lo sguardo la città, e nel vacillare dei passanti, nell’arco tracciato dalla mano di una commessa mentre mostra una confezione di tè a un cliente, Tim spera di trovare indizi. Quella sera, al cinema, avventure fittizie scorrono implausibili sullo schermo. Il pubblico è vario. Alcuni sono clienti del caffè, che ora siedono felici nelle poltrone di velluto, ansiosi di assaporare qualcosa di nuovo per distrarsi dalla noia delle loro facili esistenze. Altri sono pescatori e agricoltori, che sperano di dimenticare la fatica e riposarsi le mani. Anche Tim è qui, ma studia il rossetto sulle labbra dell’attrice, calcola l’angolo del pennacchio di fumo di un elicottero caduto in lontananza … Gli pare di cogliere un messaggio: quando il cinema chiude e la maggior parte degli spettatori si dirige a sud, verso la piazza, Tim va a nord.

Quelli come Tim sembrano vivere controcorrente. Flusso e riflusso, correnti che si scontrano.

Più di ogni altra cosa, Tim vuole trovare la Principessa. Conoscerla, finalmente. Sarebbe importante, per Tim, come una luce abbagliante che abbraccia il mondo rivelando segreti a lungo tenuti nascosti, che illumina – o materializza! – un palazzo dove vivere finalmente in pace. Ma come reagirebbero gli altri abitanti della città, di questo mondo che scorre al contrario? All’inizio la luce sarebbe calda e intensa, ma poi svanirebbe, portando con sé il castello; sarebbe come dar fuoco al luogo che abbiamo sempre chiamato casa, dove giocavamo con tanta innocenza da bambini. Distruggendo per sempre ogni speranza di sicurezza.

Il ragazzo gridò alla ragazza di seguirlo, e la prese per mano. Lui l’avrebbe protetta; sarebbero fuggiti da questo opprimente castello, vincendo le perfide creature fatte di fumo e dubbi, per vivere insieme, finalmente liberi. Il ragazzo voleva proteggere la ragazza, la teneva per mano, o le poggiava un braccio sulle spalle mentre camminavano, per farla sentire protetta e vicina a lui tra la folla impersonale di Manhattan. Svoltarono e si diressero verso la stazione della metropolitana in Canal St., mentre lui si faceva strada tra la calca. Il braccio di lui gravava sulle sue spalle, un senso di costrizione intorno al collo. “Mi opprimi con il tuo ridicolo bisogno” disse lei. O forse: “Stai andando nella direzione sbagliata, e mi trascini con te.” In un altro tempo, un altro luogo, lei disse: “Smettila di strattonarmi, mi fai male!”

Lui si mise al lavoro con riga e compasso. Ragionò. Dedusse. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Stava cercando la Principessa e non si sarebbe fermato finché non l’avesse trovata, perché ardeva di bramosia. Sezionò dei ratti per esaminarne il cervello, impiantò fili di tungsteno nei teschi di scimmie assetate. Lei era di fronte a lui, spettrale, e lo guardava negli occhi. “Sono qui,” disse. “Sono qui. Voglio toccarti. Guardami!” implorò. Ma lui non la vedeva. Sapeva guardare soltanto l’esterno delle cose. Studiò la caduta di una mela, la rotazione di sfere di metallo appese a un filo. Attraverso questi indizi avrebbe trovato la Principessa, visto il suo viso. Dopo un’intensa notte di lavoro, si inginocchiò dietro un bunker nel deserto; si protesse gli occhi con un vetrino da saldatore e attese.

In quel momento calò l’eternità. Il tempo si fermò. Lo spazio si contrasse in un punto grande quanto una capocchia di spillo. Fu come se la terra si fosse aperta e il cielo si fosse squarciato. I presenti si sentivano dei privilegiati, come se stessero per assistere alla Nascita del Mondo[1]

Qualcuno vicino a lui disse: “Ha funzionato.”

Qualcun altro disse: “Ora siamo tutti figli di puttana.”[2]

Lei era in piedi, alta e maestosa. Era furiosa. Urlò: “Chi è stato a disturbarmi?”. Ma poi, passata la rabbia, sentì la tristezza che giaceva sotto; lasciò il suo respiro cadere gentilmente, come in un sospiro, come ceneri che fluttuano con delicatezza nel vento. Non riusciva a capire perché lui avesse deciso di scherzare con la morte del mondo.

Il negozio di dolciumi. Al di là di quella vetrina c’era tutto ciò che lui desiderava. Il negozio era decorato con colori brillanti, e gli aromi che ne provenivano lo facevano impazzire. Cercò di correre verso la porta, o almeno di avvicinarsi al vetro, ma non poteva. Lei lo tratteneva con una forza immensa. Ma perché lo tratteneva? E come poteva lui liberarsi dalla sua presa? Pensò di ricorrere alla violenza. Erano già stati li durante una delle loro passeggiate giornaliere. Lei non badava ai suoi strilli, il dolore che le causava tirandole la treccia per farla fermare. Era troppo piccolo per capire come comportarsi. Lei lo prese in braccio e lo strinse a sé: “No, piccino,” disse. Lui tremava. Lei seguì il suo sguardo, vide le leccornie adagiate sui cuscini dietro il vetro: la tavoletta di cioccolato e il monopolio magnetico, l’universo computazione e il calcolo etico, e tante altre cose ancora, all’interno. “Forse quando sarai grande, piccino, “ bisbigliò lei, posandolo a terra e avviandosi verso casa, “Quando sarai più grande, forse”. Dopo quel giorno, continuarono a passare di fronte al negozio di dolciumi, ogni giorno, come sempre.

Lui mentirebbe se dicesse di aver capito. Anzi, forse non è mai stato confuso come ora. Ma tutti questi momenti che ha contemplato … è successo qualcosa. Nella sua mente quei momenti sono solidi e pesanti, come pietre. Si inginocchia, tenendo la mano verso la più vicina. Accarezzandola la scopre liscia e fresca. Soppesa la pietra; si accorge che può sollevarla, che può sollevarle tutte. Può usarle per creare delle fondamenta, un argine, un castello. Per costruire un castello di dimensioni appropriate gli serviranno tantissime pietre. Ma quelle che ha possono bastare, per il momento.

sito ufficiale: http://www.braid-game.com/


[1] citazione di Robert Jay Lifton tratta dal suo libro The Broken Connection, dove descrive proprio l’esplosione della prima bomba atomica.

[2] Citazione questa volta di Kenneth Tompkins Bainbridge, fisico che ha partecipato al progetto Manhattana (il progetto che si è occupato della costruzione della bomba atomica) che commenta (rispondendo a Robert Oppenheimer) l’esposione della bomba atomica di prova, il “Trinity test”. Questo test è stato svolto nel deserto di Jornada del Muerto nel Nuovo Messico


StormWalker: L’angelo della pioggia

Vacillo nell’incertezza

Di ciò che sono stato

E di tutta l’amarezza

Che è in fondo il vivere

Per una singola carezza.

Ho amato e rinnegato

E ho più volte tradito

Ciò che mi era stato affidato.

Sono colpevole senza intenzione

In quest’epoca senza ragione.

Il tempo ormai

E’ l’unico testimone della sciagura che ci ha colpiti

E ciò che racconto è al di là

Degli antichi miti.

Ciò che racconto

E’ la verità che fa male

E proverete dolore

Abituati come siete

Alle menzogne senza pudore.

Dissipate ogni dubbio,

Ignorate le perplessità

La mia storia è lo specchio

Tramite cui osserverete

Le vostre vuote realtà.

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Il potere della Bellezza

E’ sufficiente accendere il computer per osservare come il potere si manifesti in una moltitudine di forme affascinanti che attraversano la storia dell’uomo e si dipanano come un capolavoro di intelaiatura nella ragnatela della vita.

Che cos’è il potere nel nostro paese? Penso alla forza delle parole di un capomafia, che può costringere migliaia di persone a vivere nella paura e a rispettare regole non scritte e non concordate. Penso al potere di quei politici che non basano la loro legittimazione sulle idee, ma sul valore del loro nome, fatto di lauree più o meno guadagnate meritevolmente, di migliaia di posti di lavoro “donati” agli amici e agli amici degli amici, di favori scambiati fra potenti, di ricchezze accumulate nella lunga sfida allo Stato (un ricco terreno di conquista nel Novecento). Penso all’uso criminoso dei mezzi di comunicazione, che diventano tecnologie subordinate alle dinamiche del potere che questi uomini impongono deregolamentandone le relative leggi. Penso al potere del silenzio, subito o usato dal parlamentare di opposizione che non affonda mai la sua lancia nella corruzione, atteggiamento che gli frutta molti soldi e altro potere (perché il silenzio a tutti i livelli ha un costo economico e politico da pagare); esso arriva fino all’uomo comune che deve adeguarsi al silenzio per sopravvivere, perché pochi sono per nascita vasi di ferro, molti di terracotta.

Torniamo ad osservare il ragno del tempo e dell’esistenza intrecciare questa tela fantastica, ora possiamo svelare uno dei poteri più incisivi ma magistralmente nascosti in ognuno di noi: il potere della bellezza.

Che cos’è la bellezza? Un concetto astratto, a mio avviso, che superando i limiti del tempo e dei canoni umani investe l’uomo dalle sue origini. Non lo si può ingabbiare nella profondità dello sguardo di una donna, nè lo si può ridurre all’altissimo valore di un quadro che raffigura la vittoria rivoluzionaria come La Libertà che guida il popolo. Non si può nemmeno sintetizzarla negli atti quotidiani di un bambino che sorride spensierato, perché il potere della bellezza comprende tutte queste sfaccettature che a loro volta non possono rappresentarla a pieno singolarmente. Che cosa ha spinto i tantissimi artisti e scienziati italiani a fare ciò che hanno fatto? Che cosa ha ispirato la scrittura dell’Inferno, se non la bellezza di una donna? Che cosa portò alla creazione di Santa Maria in Fiore, se non l’amore per l’arte e l’ardire di creare una cupola che possa quasi sfuggire alle leggi della fisica? Che cosa portò Garibaldi e Mazzini a dedicare la loro vita al loro paese, se non l’amore che questi nutrivano per la bellezza dell’Italia? Perché Amore e Arte sono manifestazioni tangibili della Bellezza, lo scrivevano i greci e nessuno ha mai potuto smentirli.

Quando Tremonti dice che con la cultura non si mangia dimostra quanto sia ignorante la sua affermazione (la quale in realtà è maliziosa, poiché il nostro ministro dell’Economia è tutto tranne che poco istruito). Oggi questi Capolavori consentono all’Italia di avere un patrimonio artistico che produce ricchezza a distanza di secoli. Queste conquiste e queste opere consentono al nostro paese la creazione di un’unica lingua che permetta al valdostano di comprendere ciò che vuole comunicare un salentino. Ci permette di avere uno Stato unito, più forte sul piano economico e politico nelle sfide che la globalizzazione ci sbatte in faccia; provate a quantificare sul piano economico il valore di tutto questo?

Il potere della bellezza è duraturo. Quando una cosa è bella rimane nel tempo qualsiasi forma abbia, che sia una canzone, invisibile e inconsistente, o che sia una statua. E la grandezza di questa concetto è che è libero: tutti possono comprendere la bellezza se ne hanno un po’ dentro, tutti possono replicarla e tutti possono crearla dal nulla. Ma chi conosce e sa usare questo potere ha qualcosa in più, una luccicanza. Se fossimo negli anni ‘70 potrei proporre l’istituzione di veri e propri portatori/portatrici della Bellezza, persone (riconosciute e legittimate dallo Stato) incaricate di creare e diffondere questo potere.  Probabilmente, se ne riderebbe salvo poi venire a sapere che nel mondo, fuori dal nostro paese provinciale, ci sono Stati che senza istituire portatori di bellezza, retribuiscono persone altamente formate per fare la medesima cosa, cioè per diffondere il valore artistico e culturale del loro paese nel mondo. Si chiama cultura, cari amici e seguaci di Tremonti, e porta benessere, ricchezza e se ben gestita anche felicità.

Enrico Monaco


Il Peccato Originale, ultimo capitolo: L’Origine del Male

Lucifero

“Che cos’hai fatto?”

Silenzio.

“Guardami.”

Silenzio.

Lucifero.”

Sarebbe stato così semplice se fossi rimasto al mio posto.
Avevo tutto. Ero potente, stimato. Godevo della Sua fiducia.
Anzi, ne ero straripante. Ero così dannatamente pieno della sua fiducia che mi sentivo invincibile.

Se Lui non fosse stato maledettamente perfetto, se non avesse creduto così tanto in me, non l’avrei mai fatto. E’ stata colpa sua.

All’inizio era facile godere passivamente della Sua luce, ero in grado di saziarmi della Sua grazia e del Suo potere.
Poi però cominciò a non soddisfarmi più così riccamente, iniziai a rendermi conto che la felicità che avevo in corpo era dimezzata in confronto a quella che avrei potuto raggiungere.

Iniziai a provare rabbia. Una rabbia profonda e incontenibile che aumentava ad ogni Suo sorriso rivolto a me, ogni volta che Lui chiamava dolcemente il mio nome, con la voce ricca di amore.
Lui diceva di amarmi.

Ma se veramente mi avesse amato, se veramente si fosse fidato incondizionatamente di me, perché negarmi una felicità superiore? Perché pensare che io mi potessi accontentare delle briciole del suo amore, quando era evidente all’intero universo che dentro di lui ne risiedeva una quantità infinitamente più potente?

Cominciai a desiderare di essere più grande. Più grande dei miei fratelli, più potente di tutti.
Ero l’angelo più bello e meraviglioso, il mio nome stesso era il segno che il mio destino poteva, doveva essere diverso da tutti gli altri: Lucifero, il portatore di luce, colui che ha il diritto alla luce, alla luce somma, alla Sua luce.
Avevo il diritto di essere come Lui.

Ogni altro pensiero al di fuori del Suo torto nei miei confronti cominciò ad apparire inutile e vano.
Cosa importava del cuore di un qualsiasi altro angelo, in confronto alla Sua grandezza? La volevo mia.
Ero ossessionato, terribilmente frustrato, stavo perdendo me stesso.
Non ero più in grado di distinguere l’importanza ed il valore della mia esistenza, dal momento in cui la mia anima stava andando in frantumi.
Dentro al mio cuore, tra mille dubbi e sfaccettature, ero straziato dall’amore incompleto che lui riversava senza sosta in me e dal desiderio di erigermi alla sua altezza, così da essere finalmente degno della sua immensità.

Dovevo compiere un gesto decisivo. Non sapevo come, ma dovevo far sì che il mio destino si compisse, ed il mio destino era stare accanto a lui.
Volevo agire in fretta, non ero più in grado di stare fermo a rimuginare e ad ipotizzare. Avrei dovuto rovesciarlo dal suo trono di luce, intrappolarlo, avrei dovuto costringerlo ad ascoltare le parole che non avrebbe mai capito se gliele avessi dette con la stessa dolcezza che usava Lui quando parlava con me.
Gli avrei confessato che stavo spendendo la mia esistenza nell’amarlo, e solo allora mi avrebbe ricambiato appieno.

Avrei dovuto fare tutto questo. Se ci fossi riuscito, il senso di invincibilità sarebbe diventato realtà pura e semplice.

Ma lui vide.

Forse dopotutto ero davvero il suo angelo preferito. Forse mi amava veramente più di chiunque altro.
Altrimenti come avrebbe fatto a intuire che dentro di me infuriava una battaglia, come avrebbe fatto a districarsi nel caos che assediava la mia mente?

Aveva intuito la natura di ogni mio desiderio.

Perché non ho saputo accontentarmi dell’amore che lui provava per me? Solo ora mi rendo conto che la sua vastità era tale da risultare inconcepibile. Ero totalmente accecato, mentre ora nulla ormai ha più senso.

Nulla ha più senso.
Sono vuoto, annullato. Sono morto.
Le sue ultime parole ed il suo ultimo sguardo hanno scavato in me la voragine con cui, sono certo, dovrò convivere per l’eternità.

“Che cos’hai fatto?”
La sua voce era calma, pacata, profonda. Non osai guardarlo, non avrei sopportato le nere pupille cariche d’ira.

“Guardami”
Mi ostinai a tacere, immobile. Fissai ostinato le mie mani, mentre ero al suo cospetto.
Intorno a me sentii i sussurri sbigottiti degli altri angeli.
Non avevo il coraggio di misurarmi con quello che, ero certo, sarebbe stato uno sguardo carico di disprezzo e repulsione.

“Lucifero”

Quando pronunciò il mio nome non ce la feci più. Che senso aveva, ormai, esitare? Avevo progettato una sommossa grandiosa e terribile, ormai non potevo più tirarmi indietro.

Alzai gli occhi lentamente.
Vidi il piedi del trono su cui sedeva, seguii le pieghe della sua veste, vidi le mani che giacevano inanimate sulle sue ginocchia. Arrivai fino al suo viso, con una lentezza esasperante data dal terrore di non essere più così sicuro di ciò che avrei trovato dietro le iridi dorate.

Quando finalmente entrai nel suo sguardo, rimasi folgorato.
La sua potenza mi investì con una violenza tale che cominciai a bruciare. Le fiamme avvilupparono fameliche il mio cuore e la mia anima, mentre la mia mente fu invasa dal terrore e dall’incredulità.
Perché non vidi rabbia, né delusione, né rancore. Non vidi nulla di tutto ciò. Ciò che vidi era talmente immenso e sconcertante che per un attimo mi chiesi se non fosse tutto frutto della morte imminente che incombeva su di me, che sviava la mia ragione.

Vidi il Dolore.
Esasperante e incontenibile, definitivo e assassino dolore che veniva sprigionato dal suoi occhi con una forza tale da far scaturire dal nulla il fuoco intorno a me.

Non avevo capito niente del suo amore.
Ero stato così divorato dal desiderio di esserne riempito totalmente che non avevo intuito come lui mi completasse già, in tutto e per tutto.

Lui era dentro di me, Lui aveva riservato per me una quantità tale di amore che io vivevo solo di quello.
E il fuoco in me era Lui.
Le fiamme che stavano distruggendomi l’anima erano il suo amore che lentamente si consumava, perché non aveva più ragion d’essere.
Quando me ne resi conto, fu lì che iniziai a morire.

Fu come se mi avessero strappato il cuore dal petto, come se mi stessero divorando il fegato. Non sentivo più alcun suono, le voci degli angeli erano scomparse, non avvertivo il vento accarezzare le mie bianche ali. La mia mente non era più libera, le mie mani non erano più calde.
Ero intrappolato nell’immensità del suo sguardo, e ogni secondo che vi rimanevo era una breccia in più che Lui spalancava nel mio petto: stava creando una voragine.

Era dentro di me. Lo sentivo accaparrarsi tutti i miei sentimenti ed il mio essere, era un mostro che mi stava dilaniando senza pietà, prelevava con cura ogni pezzo del mio essere lasciando al suo posto devastazione, lo conservava amorevolmente per sé, e il rimanente lo maciullava con tutte le sue forze.

Questo fu il dolore di Dio.

Il fuoco si intensificò sempre di più.
Il candido piumaggio che rivestiva le mie ali si annerì e cadde, lasciandole nude.
Ogni forza fu strappata dal mio corpo.
Cominciai a inquadrare immagini sempre più sfocate, finchè non mi resi conto che stavo precipitando nel vuoto.
Cadevo in picchiata dal Paradiso, ancora avvolto dalle fiamme. Non c’erano più bianco e oro, solo il rosso bollente intorno a me e i suoi occhi, che nonostante il volo mi seguivano inesorabilmente. Non ero in grado di sfuggirvi.

Mi schiantai. Finì tutto, di colpo.
Mi ritrovai rannicchiato a terra.
Provai a rialzarmi, e mi osservai inorridito: le mie splendide ali erano diventate qualcosa di disgustosamente nudo e nero.
Osservai le mie mani. Erano ancora lisce e pulite. Mi toccai piano il viso, studiandolo con le dita: ero ancora perfetto.

Urlai con quanto fiato avevo in corpo, caddi a terra straziato: tutto l’amore che mi aveva animato, saziato e sostenuto, quell’amore agognato e alimentato, era scomparso.
La consapevolezza di averlo perduto per sempre, infine, mi distrusse.

Ora sono qui. Con le mani tra i capelli, come per ricordarmi che c’è ancora qualcosa di reale in questa meschina esistenza. Mi guardo dentro e non vedo altro che la voragine, che però pulsa con meno violenza: ora è rivestita da qualcosa che non riesco a spiegarmi, ma è qualcosa che mi permette di continuare a respirare senza stramazzare al suolo.
Questa entità farà sì che io possa esistere ugualmente, anche dopo aver perso tutto, anche ora che sono vuoto.
E’ un balsamo che allevia il dolore della mia immensa ferita.
E’ una sensazione piacevole.
E’ il male.

Valentina Camac


Il ragno (di Alessandro Venturelli)

 

Il primo filo lo tese mia madre
col suo morboso amore per me creatura,

il secondo lo annodò mio fratello
talentuoso primogenito ribelle
ladro di ogni fatica dell’esser figlio,

il terzo lo stese la ricchezza
risparmiandomi il sudore
per la libertà;
grande e somma forma di prigionia.

Il quarto fu un vero amore
ma in me,
lei,
non trovò un vero uomo.
Mai più la vidi
da quando un Maggio
fuggì per l’Inghilterra,

il quinto fu un finto amore
abbandonato come i gatti
davanti al mio portone ,
su lei riversai come vomito
tutto il mio affetto
finendo per odiarla;

il sesto lo cucì dio,
smisi di credere in lui senza aver mai cominciato,
bestemmiai contro il suo potere
portando flagello
al mio nuovo candido capro espiatorio.

il settimo fu un lavoro
che chiuse il cancello ai miei sogni da studente
incatenandomi a un tavolo imbandito di dolciumi.
Divenni grasso.

il ragno che mi tese la trappola non lo conobbi mai..

“signora Bonanni le consiglierei un’investimento di larghe vedute
con un’interesse del 3%, i suoi soldi sono per noi un dovere!
per questa banca è importante il sorriso di un cliente”

così mi lamentavo mentre come una mosca venivo sbranato dalla vita.


AMCM R.I.P.

Ho sempre trovato parecchio affascinanti i luoghi abbandonati. Le rovine, i casolari diroccati, le fabbriche dismesse. Quando un luogo viene abbandonato significa che ha smesso di essere adatto ad adempiere alle funzioni per cui fu progettato e diventa così inutile. La bellezza si nasconde ben oltre le spalle dell’utilità, spesso nelle più assurde cianfrusaglie, come  in una vecchia chitarra dalle corde malconce, nel libro del primo esame dell’università ripetuto tre volte, o nella collanina rotta regalata dal primo amore.

L’ex AMCM era così: una cosa ormai inutile e bella. Azienda Municipalizzata del Comune di Modena. Prima di tutto era per me ed i miei compagni il luogo più underground della città, perfetto per bersi una birra al ritorno dalle vacanze, perfetto per suonare il blues, perfetto per parlare tra noi, di noi, di Modena e del mondo, perché l’ex-AMCM ricorda un po’ altri luoghi del mondo a me cari, come il quartiere di San Lorenzo a Roma, una delle stazioni metro sgangherate di Pest o il birrificio di Tampere in Finalndia. Il resto di Modena, invece, non mi ricorda altro che Modena e ciò non rende certo agevole viaggiare con la mente…

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Non ci siamo mai fatti notare, noi altri laggiù, mai nessun abitante del vicinale ha chiamato la polizia per schiamazzi notturni. Anzi una volta, durante la stesura di un graffito una volante della polizia si fermò, i due agenti scesero, dissero: “Bello.” e se ne andarono. Insomma, la città non si preoccupava di noi, e quando le capitava di sbirciare, apprezzava.

uno scorcio dell'ex-AMCM

Proprio in questi giorni i vecchi muri dell’ex-AMCM sono in corso di demolizione. L’ultimo luogo “franco” del centro di Modena, l’ultimo baluardo rimasto della “municipalizzazione” è in corso di demolizione. Era un’azienda del Comune, quella, o meglio della Comunità. Il monumento all’acqua pubblica (oggi più che mai sarebbe utile ricordarlo), all’energia elettrica pubblica, del gas pubblico. Questo monumento oggi è in corso di demolizione per fare spazio ad un palazzo signorile (privato), ad un delizioso minimarket (privato), ad un raro cinema multisala (privato) e ad ampi e utilissimi parcheggi, il vero e proprio fiore all’occhiello della nostra amministrazione e in particolare di un assessore di cui proprio non ricordo il nome (secondo me con i parcheggi è proprio fissato, non è che il vicino di casa gli fotte sempre il parcheggio sotto casa con un enorme camper? Dovrebbe fare come a a Roma ‘a Si’, se’a ggente vo’ ‘er posteggio je mette ‘a sedia, nun te preoccupà. Comunque, niente da dire, largo al progresso e alla (privata) utilità E la chiamano riqualificazione. E la qualità dove sta, nel minimarket e nella palazzina? Per favore… Ci avessero costruito una residenza per giovani lavoratori a equo-canone, una fontana d’acqua pubblica potabile, un’area verde con orto sociale annesso, un asilo con pannelli solari autonomo per l’energia elettrica, un monumento a personaggi importanti della comunità, un qualcosa di bello!  E poi, perché ho sentito parlare mille volte di “riqualificazione”? A qualcuno verrebbe da chiedersi, se non si è ammattito del tutto: se a Modena sono 65 anni che governano gli stessi chi è stato a de-qualificare? Mo’ tocca ri-qualficare! Ci fossero stati gli altri a comandare, ci saremmo quasi quasi cascati nel tranello retorico! E poi l’edilizia, si sa, se si blocca quella si inceppa l’economia, scende la catena dei consumi, si bruciano posti di lavoro, si azzoppano famiglie. Insomma, senza l’edilizia è una disfatta, un’ecatombe monetaria, un bollettino di guerra.

Quell’assessore dice testualmente: “Il progetto è stato approvato in consiglio comunale da chi è stato eletto, ed è dunque l’espressione della volontà dei cittadini. [...] Questi signori del “no” cercano di boicottarci, ma prima o poi dovranno arrendersi alla “politica del fare” ben diversa da quella dell chiacchiere. I depositari della verità non sono loro ma le istituzioni” (da il Resto del Carlino (21/08/2010).   Depositari della verità??? Abbiamo degli assessori “depositari della verità”? Ma pensa, se fosse veramente così, perché Del Bono a Bologna è sotto processo? Le istituzioni a volta si prendono libertà che non rispecchiano la volontà dei cittadini…

La “politica del fare” contro quella delle “chiacchiere”, “siamo l’espressione della volontà dei cittadini”, etc. Ma non vi ricorda proprio nessuno? Secondo me abbiamo un assessore che più che avere fatto scuola alla FIGC l’ha fatta ad Arcore!

Io non sono convintissimo che l’edilizia sia l’unica soluzione. Siamo proprio sicuri che l’edilizia sia la sola e più intelligente fonte di investimento utile alla comunità? Non ci sono esempi da cui trarre spunto per far girare al contempo l’economia, mantenendo spazi franchi e simbolici, sostenendo e sviluppando la memoria storica di una città?

Ferrara. Non c’è bisogno di andare in America, in Scandinavia o in Giappone. Fréra, lé dedlà dal Panér! (Ferrara, lì di là dal panaro n.d.a). Ferrara ha un centro storico, dal Po di Volano a via dell’Orlando Furioso (questa sì che è epica!) e dalla Stazione Ferroviaria all’Ospedale Universitario, che copre circa la metà dell’intera estensione urbana. Come dire: metà storia, metà progresso. Un’occhio al passato e uno al futuro. Gli architetti che dai tempi di Ariosto a oggi hanno lavorato su Ferrara hanno sempre tenuto ben presente questa banale regola. Non a caso Ferrara ha un’Università di Architettura tra le più importanti del Vecchio Continente. Modena no. A Modena, il centro, il cuore pulsante della città, è circa otto volte più piccolo della “Banlieu”, che vive in un eterno presente fatto di costruzioni, qualificazioni, demolizioni e riqualificazioni. E’ sotto gli occhi di tutti. La zona dell’ex-AMCM è centro storico, della nostra sotria recente! Ferrara invece, ma ne potremmo citare mille altre, è una città delicata, pacifica e allo stesso tempo viva, piena di manifestazioni (proprio in questi giorni si tiene lì il festival dei Buskers), e di giovani, di nuove idee, di intrattenimento e di ricerca (le discipline archeologiche, letterarie, biomediche, giuridiche ed economiche  sono eccellenze riconosciute della città e richimano studenti, ricercatori, indotto; insomma, denaro e idee). La loro amministrazione, che come la nostra è di centro-sinistra, ha investito molto sull’università, scommettendo su un cavallo vincente: giovani e sul futuro; mentre la nostra amministrazione investe sul cemento. Poi fra vent’anni tutti sappiamo perfettamente che ogni modenese, guardando quel palazzo e quel minimarket dirà “Mo ‘c lavòr…”, potevamo risparmiarcelo e invece è lì, e adesso mica si può evacuare un palazzo e un minimarket per far demolire tutto di nuovo! Potevamo fare diversamente come per molte altre storture edilizie. Potevamo… vabbè dài RIQUALIFICHIAMO!

C’è poco da fare a Modena continuano a costruire “servizi” senza che noi ne abbiamo bisogno. Siamo già ben serviti, basta cinema multisala, basta minimarket, basta negozi. I negozi chiudono e cosa costruiamo? Negozi. Ci sono case sfitte ovunque, e la popolazione di Modena è ferma a 180.000 abitanti dal 1991 e noi che facciamo? Palazzine. Abbiamo già tre multisala e che facciamo? Un cinema multisala. Non c’è che dire, noi modenesi siamo veramente geniali.

Mi chiedo: che differenza c’è tra il nostro senso estetico (un po’ cementato, va detto) e quello dei mafiosi che hanno speculato sull’edilizia di molti quartieri catanesi ai piedi di quella meraviglia che è l’Etna? Ci piace il mattone, ecco tutto, anche a noi modenesi, diciamolo. Che volete voi retrogradi, voi ambientalisti, voi giovani rompicoglioni e vecchi rincoglioniti! Che vi ha fatto il mattone? C’era pure il ballo della Pavone! Bei tempi, quelli…Ma che, c’ avete dei problemi con il mattone? Perfetto nella sua geometria euclidea, confortante nel suo caldo colore di argilla cotta, sublime al tatto e rotondo come i fianchi di una bella signora, duro come…ah bé non bisogna seguire la Lega sulla sua retorica, che poi ci giochiamo la base…secondo me l’assessore ha un conto in Svizzera di mattoni. Un caveau di laterizi. Poggiolini c’aveva i lingotti, lui c’ha i laterizi. Se gli fai vedere una colata di cemento, un parcheggio sotterraneo, un cavalcavia ciclabile, quello si eccita, va in visibilio, rischia la cleptomania di cazzuole. Secondo me c’ha avuto un trauma infantile, tipo gli hanno rubato una betoniera giocattolo o l’hanno sfrattato o che so viveva a Comacchio nelle case di legno e paglia…c’ha l’invidia del mattone. Le donne c’hanno l’invidia del pene, lui c’ha l’invidia del mattone.

Questa mia verve satirica è esplosa da quando il mio amico Davide, ingegnere civile ferrarese, mi disse: “Ma Modena è proprio una città del C***O!”. Io ho cercato di stemperare, di difendere l’orgoglio modenese, ma avendo girato l’Europa in lungo e in largo e lavorando a Ferrara e Roma, ho visto altri esempi positivi e negativi perciò, messo da parte l’orgoglio come si fa coi veri amici, ho dovuto francamente dargli ragione. Modena potrebbe essere una città bellissima, perla dell’Emilia, fucina dei migliori artisti, scienziati, politici, esempio perfetto di equilibrio tra ragione e sentimento. Tra memoria e progresso. Invece rimane mediocre, perché pensa solo all’utile e al presente. Pensa e non prova. Non sente e non rischia. E come dice uno dei miei maestri che vive tra Roma e Modena “Modena è diventata una città asfittica. Noi Romani vedevamo l’Emilia Rossa come un paradiso negli anni ’70. Oggi sono cambiate molte cose”.

Quanto fa soffrire vedere sparire i luoghi della propria giovinezza, delle proprie avventure urbane, vederli tramutati in un minimarket. Puf! Scomparso. Smaterializzato. Come se quel luogo non fosse mai esistito.

Passateci finché tutta l’opera di distruzione non è terminata. Ci troverete ancora l’Insegna del Teatro delle Passioni e qualche coppietta infrattata in camporella urbana. Lì a fianco c’è una scritta sul muro “Vendetta”, accanto c’è una falce-e-martello, una svastica, poco più in là “Non ti dimenticherò”. Appunto: il “teatro delle passioni”.


L’uomo che guarda (di Baldoni Fabio)

(poesia tratta da QUALCUNO PER NESSUNO)

ascolta mentre leggi

cammina sereno
senza fretta
verso la panchina del parco

sorride
forse a se stesso,
masticando l’ennesima sigaretta
amara
più in testa che nella gola

si siede
le mani sulle ginocchia
e lo sguardo
fisso verso il sole,
per cancellare il presente
bruciandolo nel suo bagliore

ora è pronto
teso e colpevole,
le labbra secche
in attesa di quel desiderio
che le possa risvegliare

il rituale ha le sue regole
e non ha bisogno di guardarsi attorno
per vedere i suoi compagni,
ognuno comparsa consapevole
nella vita di ogni giorno

c’è chi arriva qui dopo il lavoro
maniche di camicia in ogni stagione,
chi un lavoro non l’ha voluto aspettare
e non prova più a chiedersi il perché,
chi ha avuto troppo
senza sapere di non averlo meritato
e chi niente
sapendo di averlo meritato certamente

cercano il piacere
che è il loro peggior dolore,
rubando immagini, sorrisi e voci
di magliette e pantaloncini
che corrono dietro ad un pallone

occhiali scuri
cappello calato in testa
o un quotidiano nazionale,
così provano a nascondere
dietro a sorrisi distratti
quella sensazione che sale

vorrebbero sesso
qualcuno s’inganna chiamandolo amore,
ma tutti sanno
di non averne mai conosciuto il sapore

ma lui è diverso,
non ha bisogno di occhiali
ne cerca un contatto,
lui ruba innocenza strappandosi l’anima
questo è il suo assurdo baratto

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3 bozzetti narrativi (di Yassin Mouftakir)

AMATA LUNA

Con un soffio che fu quasi uno sbuffo d’impazienza, spense l’ultima candela. Si avvicinò alla finestra, trascinandosi dietro la sua vecchia sedia a dondolo, si sistemò meglio che poté ed aspettò, cullandosi dolcemente; ed infine, tra le stelle, vide far capolino la sua amata e candida compagna, da tempo andata in cielo, che lo guardava con nostalgia e malinconia. E così, il vecchio boscaiolo passò un’altra notte, come ogni notte di quegli ultimi trent’anni.

Una sera però, un canto lo condusse fuori e non si accorse che aprendo la porta per uscire un’improvvisa brezza spense tutte le candele d’un colpo. S’incamminò fra prati e colli fino a raggiungere lo stagno dei cigni. Guardò in basso e vide la sua amata specchiarsi nell’acqua limpida. Allora si avvicinò, si chinò e con le vecchie mani rugose raccolse la sua candida metà. Si sedette appoggiandosi ad un albero per contemplare con serenità ciò che aveva tra le mani.

Ed in quella calda sera d’estate, l’acqua tra le mani pian piano evaporò, ma il vecchio sorrideva, perché anche qualcosa di suo, più profondo del suo respiro, stava evaporando, per andare verso il cielo stellato a ricongiungersi con la sua Amata Luna.

IL TERZO

Questo racconto riguarda ognuno di noi, poiché ne siamo tutti protagonisti. Consciamente o inconsciamente ad ognuno di noi è successo, succede o succederà ciò che di seguito è narrato.

V’era un uomo qualunque, che da bambino, dall’interno della sua culla, guardava i suoi genitori, sorridenti e felici, tanto importanti per lui. Ma c’era qualcosa in più, dietro di loro, che lo guardava con altrettanto affetto e che non riusciva a distinguere bene; sentì solo una porta che si chiudeva.

E quando crebbe un po’ e giocava con i suoi due amichetti, compagni di fantasiose avventure, c’era qualcun altro con loro, che lo aiutava a scavalcare la staccionata, ad arrampicarsi sugli alberi o a calciare la palla.

Poi venne il momento degli amori, di quegli sguardi intensi negli occhi, ma ancora sentiva che lui e lei non erano soli in quel vasto prato di campagna, v’era una terza presenza che gli dava consigli, la stessa ch’era con lui quando accompagnava suo figlio a scuola o gli insegnava ad andare in bicicletta.

Con lui rimase fino alla fine quando, ormai vecchio, l’uomo era disteso sul suo letto, a destra la moglie e a sinistra il figlio; ai piedi del letto, sorridente, stava il suo compagno di vita, quella terza presenza che prima non distingueva ma che ora aveva imparato a riconoscere.

Il Terzo gli tendeva la mano, sicuro e forte, e il vecchio gliela strinse lasciando che lo aiutasse ad alzarsi, e a farsi accompagnare ad una porta che prima non c’era. Aprendola, una nuova stanza gli si presentò davanti, ampia, luminosa e fresca. Dentro c’era tanta gente che lo stava aspettando: i suoi genitori, i suoi due amici, i nonni e altri conoscenti. L’uomo si girò. Lui e il Terzo si guardarono negli occhi piangendo e si abbracciarono.

Ma gli occhi del terzo ora erano puntati sul nipote del vecchio e mentre usciva, l’uomo chiuse gli occhi e sentì solo una porta che si chiudeva.

IL VISITATORE

Il fumo del sigaro era opprimente e nauseante, le finestre sbarrate. La bianca luce del pomeriggio che filtrava dalle tapparelle rendeva lo studio lugubre e molto più afoso di quanto non fosse già. Cercai senza successo una posizione comoda su quella vecchia sedia in vimini che mi aveva rifilato. Il notaio mi fissava con impazienza al di là della scrivania, rigirandosi tra le labbra quel suo prezioso cubano. Ero lì per l’eredità di mio padre, passato a miglior vita circa tre mesi fa. Non ci vedevamo da più di vent’anni, eppure sembrava che sul letto di morte si fosse ricordato di me.

«Lei è l’ultimo e unico erede rimasto», annunciò il notaio.

 Non si era per niente ricordato di me. Quando uscii dallo studio, sicuramente più sollevato, mi sentivo un po’ perplesso. Il mio caro genitore mi aveva inconsapevolmente lasciato una vecchia casa di cui non avevo mai sentito parlare. Un mese più tardi completai il trasloco.

Così eccomi qua, pensai davanti al grande cancello della villetta. In stile vittoriano, grigia e solitaria; mi piaceva così. Entrai. A parte i cartoni delle mie cianfrusaglie, la casa era completamente spoglia: neanche un mobiletto. Iniziai a girarla per prendere confidenza e all’ultimo piano mi trovai di fronte ad una porta nera  con una scritta in lettere d’ottone: Notaio. Doveva essere l’ufficio del mio vecchio bisnonno. Aprii piano e ciò che vidi mi fece avere un fremito di sorpresa: era l’unica stanza completamente arredata della casa, ma non solo: sembrava ancora in utilizzo, poiché era tutto in ordine e pulito. Ma una cosa non mi piacque: la poltrona dietro la scrivania ondeggiava come se qualcuno si fosse alzato di tutta fretta. Ci fu un improvviso rumore dal piano terra, una porta che sbatteva. Scesi di corsa le scale ma tutto era ancora deserto: l’enorme atrio, vuoto… e per terra qualcosa di scintillante: un tagliacarte d’argento. Lo presi pensando che in quella situazione, in cui mi era capitato uno strano visitatore, l’oggetto mi tornava assai utile. Uno scricchiolio mi fece destare da quei pensieri e tornai di fretta all’ultimo piano. Con cautela aprii la porta dell’ufficio. Una strana nebbiolina aleggiava lì dentro: era fumo, di sigaro, e confuso scorgevo qualcuno seduto nella vecchia poltrona, che mi puntava contro una vecchia rivoltella:«Lei non è l’ultimo e unico erede rimasto», disse la voce del mio vecchio bisnonno.

Mentre il foro di proiettile nel mio petto si tingeva di rosso, sorridevo, perché a quanto pareva, infine, mio padre si era davvero ricordato di me.


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