Questo articolo potrebbe essere un “coccodrillo”. In gergo, un pezzo che viene scritto prima che un avvenimento atteso accada, e pubblicato subito dopo, in modo da garantirsi la tempestività. Non sta mai bene ricordarlo, ma è quanto di solito si fa con i necrologi encomiastici di personaggi famosi appena scomparsi. Anche in questo caso siamo di fronte alla fine di una storia, anche se non possiamo porre limiti di tempo. Soprattutto perché il protagonista è tutto sommato scaltro e imprevedibile. Silvio Berlusconi potrebbe essere già stato sfiduciato mentre leggete queste righe, o avere deciso lui stesso di ritirarsi, oppure trovarsi ancora al potere e compiacersi di aver “fatto fuori”, per l’ennesima volta, i suoi avversari. Ma tutto prima o poi ha una fine, e anche senza poter prevedere il giorno e l’ora, tutti i segnali portano a pensare che un periodo si sia concluso. Si avvicina il “pasto totemico” degli ex alleati e sostenitori sul vecchio leader.
Uno dei maggiori punti di forza di Berlusconi è stato presentarsi come un uomo di successo, un self made man, di fronte a un paese in cui generalmente per essere qualcuno è necessario esibire l’appartenenza a una certa famiglia, associazione, consorteria, corporazione o partito. Quando fu coniato, negli anni ’80, il termine “berlusconismo” indicava ottimismo imprenditoriale e fiducia nelle proprie capacità personali (col tempo il significato si sarebbe notevolmente evoluto). Paradossalmente però Berlusconi stesso non ha mai incarnato questa figura dell’autorealizzazione. L’origine del capitale che investì nella sua prima attività edilizia è oscura, e si sospetta in modo fondato un legame con clan mafiosi. L’homo novus, nel proseguimento della carriera, ha poi conseguito un monopolio televisivo illegittimo con l’appoggio di uomini di governo, cioè Craxi e i socialisti. E’ stato l’individuo più privilegiato dal sistema della cosiddetta prima repubblica, e dopo che la classe dirigente di questa è stata spazzata via da Tangentopoli, ha colmato in prima persona il vuoto di offerta politica che si era venuto a creare.

Nonostante tutto questo, al momento della “discesa in campo”, è riuscito a convincere gli elettori di essere l’uomo del cambiamento. Il “salvatore”, l’”uomo della provvidenza”, colui che venendo dall’esterno risolve i problemi in casa. Un’idea che agli italiani ha sempre affascinato, fin dal tempo dei comuni. Molti hanno creduto che avrebbe portato la “rivoluzione liberale”. Dubito sia mai stato nei suoi interessi, ma anche se fosse nessuno si è mai dimostrato meno liberale, anche a livello antropologico, di Berlusconi. Abbiamo perso l’appuntamento col liberalismo ormai da parecchio tempo, e quello proposto negli ultimi vent’anni non è stato nemmeno un surrogato. Delegittimando la magistratura e rivendicando un potere superiore per chi è “eletto dal popolo” ha disconosciuto la costituzione e una delle basi della dottrina liberale, la separazione dei poteri. Sul versante della distinzione tra pubblico e privato, ha impiegato lo Stato per perseguire fini individualistici, mentre intanto favoriva la confusione tra sedi istituzionale e proprie magioni domestiche. La Chiesa, poi, è stata favorita in cambio di sostegno. Infine, e questo è l’apice delle contraddizioni, in campo economico ha fallito là dove il liberalismo punta tutto, cioè la crescita dell’economia.
Non credo però che il berlusconismo sia mai stata una fase di “dittatura”, o qualcosa di assimilabile al fascismo. Quest’ultimo si fonda su un adesione fanatica all’ideologia, richiede la partecipazione attiva delle masse e la mobilitazione totale verso gli scopi fissati dal regime. Il potere berlusconiano si è fondato, in linea di principio, su altro. In particolare, sul disinteresse dei più verso la politica. Le reti televisive non hanno condotto solo campagne di disinformazione, ma una ben più sistematica politica culturale di “distrazione”. L’intellettuale organico del centrodestra non è mai stato Giuliano Ferrara (anche se lui non vuole rassegnarsi), ma Alfonso Signorini. Catturati dall’intrattenimento, agli italiani è rimasto ben poco tempo e nessun desiderio di informarsi. Del resto, di fronte alle difficoltà, Berlusconi ha sempre risposto “Ghe pensi mi”. Bastava votarlo, poi ci avrebbe pensato lui ad occuparsi della gestione della cosa pubblica. Nella sua visione, una volta legittimato dal meccanismo democratico, il leader può fare quello che vuole, anche se “non metterà mai le mani in tasca agli italiani”.

di Francesco Tassi
E così si è arrivati ad una sorta di sultanato, dove i ruoli chiave sono occupati dai soci, dai servi e dalle concubine del capo. Che nel frattempo invecchia, diventa più potente ma anche più solo, e si riduce alla caricatura di se stesso. L’ultimo governo ha emarginato le figure più consistenti del centrodestra, per ridursi ad un circo di nani e di ballerine. Fra episodi squallidi e uscite fuori luogo, emergono scandali ad ogni livello e il velo attorno alla corte di Arcore si solleva, mostrando una – prevedibile – corte di prostitute e di faccendieri. Intanto, un parlamento di fedelissimi legifera ormai solo su provvedimenti ad personam. Rimane ormai ben poco della figura pubblica e della credibilità di Berlusconi, e c’è sicuramente un legame tra l’inaffidabilità del governo e l’aggravarsi progressivo della crisi economica.
Un episodio in particolare riveste una particolare carica simbolica. All’ultimo vertice europeo che ha portato al commissariamento di fatto dell’Italia, Berlusconi ha incontrato anche la premier danese, Helle Thorning Schmidt. Eletta di recente, è la leader più giovane d’Europa, e a capo di un governo con ministri ventenni e trentenni. La signora è sulla quarantina, è una bellezza nordica e potrebbe essere tranquillamente sua figlia. Il presidente del consiglio più vecchio dell’Ue la incontra, le stringe la mano, e poi appena lei passa oltre si volta e, come diremmo in Italia, le guarda il culo. Volgarità, satirismo, mancanza di rispetto: lui stesso si è trasformato in un protagonista delle sue barzellette.
La vicenda di Berlusconi è stata davvero, in un certo senso, una storia italiana. Ma le biografie, anche quelle nazionali, hanno sempre due volti. Dell’italianità ha rivelato il volto peggiore: l’egoismo, il maschilismo, la volgarità, la furberia, l’arrivismo senza scrupoli e truffaldino. L’ipocrisia, la doppia moralità. Ma in questi anni l’impegno civile, l’orgoglio nazionale, l’intelligenza, la creatività artistica, la solidarietà non sono stati del tutto sopiti, anzi sono stati forse aizzati. Si sono espressi nella forma della satira, di inchieste giornalistiche coraggiose, in migliaia di iniziative di partecipazione. E sicuramente dimentico qualcosa. Questo nonostante le censure, le ostruzioni, l’incapacità della stessa classe dirigente anti-berlusconiana. La più grande mozione di sfiducia al governo è stata quella dei referendum del giugno scorso, in cui più della metà degli italiani hanno deciso di partecipare direttamente, di contro a chi gli diceva di stare a casa, disinteressarsi un’altra volta, perché la politica è solo una questione di deleghe, e al cittadino resta solo la libertà economica e il tempo dedicato all’edonismo straccione televisivo. Prima ancora di essere un “si” o “no” ad una determinata legge, il referendum era un “no” al berlusconismo.
P.S: le previsioni sul futuro appassionano alcuni, a me non tanto. Comunque, se devo dare un parere, sono convinto che alla fine della crisi di governo deciderà ancora lui. Preparate la tessera elettorale, quindi.