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La rivolta è femmina. Un anno di rivoluzioni fatte di donne.

Il mondo brucia. Lo abbiamo visto bruciare la prima volta con Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante tunisino che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. L’abbiamo visto nelle piazze d’Egitto, in libia, nello Yemen, nel Baharain. Abbiamo visto diversi tipi di fuochi ardere nelle rivoluzioni e nelle proteste che hanno caratterizzato questo 2011. Bruciava Londra la scorsa estate, bruciavano le proteste degli operai contro Marchionne. Il mondo brucia, e continua a bruciare chiedendo Libertà.

E la stessa Libertà è raffigurata in quel quadro di Delacroix del 1839, La libertà che guida il popolo, dove una donna – una popolana, dicono – incita il popolo alla rivolta. Ed è esattamente cosi che è andata quest’anno, perchè con il fuoco, la costante di questo infausto anno è la presenza  della realtà femminile nel mondo della protesta. Le donne che hanno sostenuto i propri figli e le nuove generazioni per cambiare l’ordine dittatoriale del mondo arabo, donne che hanno portato il velo non per costrizione ma per scelta. Le donne che sono scese in piazza contro un primo ministro puttaniere, le donne che si sono battute per portare all’attenzione un’incidenza mostruosa di mortalità sul lavoro femminile.  Udite udite, noi che eravamo state definite da Gheddafi pezzo di mobilio del mondo e generazione delle veline  dalle femministe degli anni ’70, siamo riuscite a sorprendere ancora una volta. Abbiamo tralasciato la retorica e gli slogan delle nostre ave per passare all’azione. Ed è accaduto quello di cui si era discusso nell’articolo sulla protesta delle donne quando si cercava di capire se davvero le nuove generazioni fossero interessate a dimostrare un’identità autonoma e nuova rispetto alla carogna del femminismo che, ormai anacronistico, persiste in una lotta continua di superiorità l’una sull’altro.  E ora, rileggendo un intero anno alla luce delle proteste, delle rivolte, delle rivoluzioni e dei contrasti urbani che hanno scandito il tempo di quest’anno, potremmo tentare di rispondere a quella domanda che ancora giace sul piatto senza risposta: Noi, non ci interessa? Potremmo dire che, mettendo da parte tutta la zavorra che ha deviato il discorso della sessualità e del genere, siamo arrivate alla fine del 2011 diverse da come l’abbiamo cominciato. Ci siamo rese conto che sottolineare la nostra estraneità alla vendita del corpo in cambio di favore è un nostro dovere, non solo un diritto. Abbiamo preso decisioni, siamo scese in piazza in un mondo tradizionalmente ostile alle donne, e abbiamo supportato i nostri uomini nella rivendicazione della libertà. Le ricercatrici in piazza accanto ai colleghi, la protesta universitaria, il rogo dei veli delle donne dello Yemen e la rivendicazione del velo come scelta e non come imposizione. Quello che si profila all’orizzonte è un risveglio della dignità femminile che scavalca la tradizione e rientra semplicemente nella sfera della persona: le categorie di genere devono restare fuori, siamo prima di tutto persone che insieme ad altre persone formano un popolo in viaggio verso la libertà personale.


Il ritratto del Cavaliere (di Matteo Tomasina)

Questo articolo potrebbe essere un “coccodrillo”. In gergo, un pezzo che viene scritto prima che un avvenimento atteso accada, e pubblicato subito dopo, in modo da garantirsi la tempestività. Non sta mai bene ricordarlo, ma è quanto di solito si fa con i necrologi encomiastici di personaggi famosi appena scomparsi. Anche in questo caso siamo di fronte alla fine di una storia, anche se non possiamo porre limiti di tempo. Soprattutto perché il protagonista è tutto sommato scaltro e imprevedibile. Silvio Berlusconi potrebbe essere già stato sfiduciato mentre leggete queste righe, o avere deciso lui stesso di ritirarsi, oppure trovarsi ancora al potere e compiacersi di aver “fatto fuori”, per l’ennesima volta, i suoi avversari. Ma tutto prima o poi ha una fine, e anche senza poter prevedere il giorno e l’ora, tutti i segnali portano a pensare che un periodo si sia concluso. Si avvicina il “pasto totemico” degli ex alleati e sostenitori sul vecchio leader.

Uno dei maggiori punti di forza di Berlusconi è stato presentarsi come un uomo di successo, un self made man, di fronte a un paese in cui generalmente per essere qualcuno è necessario esibire l’appartenenza a una certa famiglia, associazione, consorteria, corporazione o partito. Quando fu coniato, negli anni ’80, il termine “berlusconismo” indicava ottimismo imprenditoriale e fiducia nelle proprie capacità personali (col tempo il significato si sarebbe notevolmente evoluto). Paradossalmente però Berlusconi stesso non ha mai incarnato questa figura dell’autorealizzazione. L’origine del capitale che investì nella sua prima attività edilizia è oscura, e si sospetta in modo fondato un legame con clan mafiosi. L’homo novus, nel proseguimento della carriera, ha poi conseguito un monopolio televisivo illegittimo con l’appoggio di uomini di governo, cioè Craxi e i socialisti. E’ stato l’individuo più privilegiato dal sistema della cosiddetta prima repubblica, e dopo che la classe dirigente di questa è stata spazzata via da Tangentopoli, ha colmato in prima persona il vuoto di offerta politica che si era venuto a creare.

Nonostante tutto questo, al momento della “discesa in campo”, è riuscito a convincere gli elettori di essere l’uomo del cambiamento. Il “salvatore”, l’”uomo della provvidenza”, colui che venendo dall’esterno risolve i problemi in casa. Un’idea che agli italiani ha sempre affascinato, fin dal tempo dei comuni. Molti hanno creduto che avrebbe portato la “rivoluzione liberale”. Dubito sia mai stato nei suoi interessi, ma anche se fosse nessuno si è mai dimostrato meno liberale, anche a livello antropologico, di Berlusconi. Abbiamo perso l’appuntamento col liberalismo ormai da parecchio tempo, e quello proposto negli ultimi vent’anni non è stato nemmeno un surrogato. Delegittimando la magistratura e rivendicando un potere superiore per chi è “eletto dal popolo” ha disconosciuto la costituzione e una delle basi della dottrina liberale, la separazione dei poteri. Sul versante della distinzione tra pubblico e privato, ha impiegato lo Stato per perseguire fini individualistici, mentre intanto favoriva la confusione tra sedi istituzionale e proprie magioni domestiche. La Chiesa, poi, è stata favorita in cambio di sostegno. Infine, e questo è l’apice delle contraddizioni, in campo economico ha fallito là dove il liberalismo punta tutto, cioè la crescita dell’economia.

Non credo però che il berlusconismo sia mai stata una fase di “dittatura”, o qualcosa di assimilabile al fascismo. Quest’ultimo si fonda su un adesione fanatica all’ideologia, richiede la partecipazione attiva delle masse e la mobilitazione totale verso gli scopi fissati dal regime. Il potere berlusconiano si è fondato, in linea di principio, su altro. In particolare, sul disinteresse dei più verso la politica. Le reti televisive non hanno condotto solo campagne di disinformazione, ma una ben più sistematica politica culturale di “distrazione”. L’intellettuale organico del centrodestra non è mai stato Giuliano Ferrara (anche se lui non vuole rassegnarsi), ma Alfonso Signorini. Catturati dall’intrattenimento, agli italiani è rimasto ben poco tempo e nessun desiderio di informarsi. Del resto, di fronte alle difficoltà, Berlusconi ha sempre risposto “Ghe pensi mi”. Bastava votarlo, poi ci avrebbe pensato lui ad occuparsi della gestione della cosa pubblica. Nella sua visione, una volta legittimato dal meccanismo democratico, il leader può fare quello che vuole, anche se “non metterà mai le mani in tasca agli italiani”.

di Francesco Tassi

E così si è arrivati ad una sorta di sultanato, dove i ruoli chiave sono occupati dai soci, dai servi e dalle concubine del capo. Che nel frattempo invecchia, diventa più potente ma anche più solo, e si riduce alla caricatura di se stesso. L’ultimo governo ha emarginato le figure più consistenti del centrodestra, per ridursi ad un circo di nani e di ballerine. Fra episodi squallidi e uscite fuori luogo, emergono scandali ad ogni livello e il velo attorno alla corte di Arcore si solleva, mostrando una – prevedibile – corte di prostitute e di faccendieri. Intanto, un parlamento di fedelissimi legifera ormai solo su provvedimenti ad personam. Rimane ormai ben poco della figura pubblica e della credibilità di Berlusconi, e c’è sicuramente un legame tra l’inaffidabilità del governo e l’aggravarsi progressivo della crisi economica.

 

Un episodio in particolare riveste una particolare carica simbolica. All’ultimo vertice europeo che ha portato al commissariamento di fatto dell’Italia, Berlusconi ha incontrato anche la premier danese, Helle Thorning Schmidt. Eletta di recente, è la leader più giovane d’Europa, e a capo di un governo con ministri ventenni e trentenni. La signora è sulla quarantina, è una bellezza nordica e potrebbe essere tranquillamente sua figlia. Il presidente del consiglio più vecchio dell’Ue la incontra, le stringe la mano, e poi appena lei passa oltre si volta e, come diremmo in Italia, le guarda il culo. Volgarità, satirismo, mancanza di rispetto: lui stesso si è trasformato in un protagonista delle sue barzellette.

La vicenda di Berlusconi è stata davvero, in un certo senso, una storia italiana. Ma le biografie, anche quelle nazionali, hanno sempre due volti. Dell’italianità ha rivelato il volto peggiore: l’egoismo, il maschilismo, la volgarità, la furberia, l’arrivismo senza scrupoli e truffaldino. L’ipocrisia, la doppia moralità. Ma in questi anni l’impegno civile, l’orgoglio nazionale, l’intelligenza, la creatività artistica, la solidarietà non sono stati del tutto sopiti, anzi sono stati forse aizzati. Si sono espressi nella forma della satira, di inchieste giornalistiche coraggiose, in migliaia di iniziative di partecipazione. E sicuramente dimentico qualcosa. Questo nonostante le censure, le ostruzioni, l’incapacità della stessa classe dirigente anti-berlusconiana. La più grande mozione di sfiducia al governo è stata quella dei referendum del giugno scorso, in cui più della metà degli italiani hanno deciso di partecipare direttamente, di contro a chi gli diceva di stare a casa, disinteressarsi un’altra volta, perché la politica è solo una questione di deleghe, e al cittadino resta solo la libertà economica e il tempo dedicato all’edonismo straccione televisivo. Prima ancora di essere un “si” o “no” ad una determinata legge, il referendum era un “no” al berlusconismo.

P.S: le previsioni sul futuro appassionano alcuni, a me non tanto. Comunque, se devo dare un parere, sono convinto che alla fine della crisi di governo deciderà ancora lui. Preparate la tessera elettorale, quindi.


Perchè manifestare soltanto non basta più.

Sono ormai tre anni che il Governo Berlusconi dispone di una maggioranza in Parlamento (inizialmente tra le più solide mai viste). In questo lasso di tempo sono stati presi diversi provvedimenti, come il tentativo di riforma per decreto dell’Università (per altro fermo alla Corte dei Conti per assenza di copertura finanziaria) e gli interventi sulla Pubblica Amministrazione. Altri invece sono stati portati avanti attraverso numerose manovre economiche. Emerge chiaramente a distanza di tre anni l’incapacità di questo Governo di incidere, di fare quelle riforme strutturali che la BCE, l’UE, il FMI suggeriscono quasi quotidianamente e di cui il Paese ha un bisogno impellente. La debolezza di questo esecutivo è manifesta e non si scorgono manovre politiche credibili per formare una nuova maggioranza, all’interno del centro-destra, che abbia la forza di governare.

Ma il problema più grande è che questo esecutivo non è disposto a riconoscere la sua debolezza, o forse non può. Non si dimostra disposto ad accettare aiuti, a recepire le istanze della società civile e delle parti sociali, a fare scelte coraggiose per l’interesse del Paese. Così non potendo governare concentra tutte le sue energie in uno sforzo conservativo ben sintetizzato dal mantra recitato dai fedelissimi come Gasparri: “in una democrazia si governa con il voto degli elettori che noi abbiamo ottenuto, inoltre non siamo mai stati sfiduciati dal Parlamento, quindi andremo avanti”. Così il loro impegno è rivolto nel tenere i ranghi serrati e nell’evitare le defezioni nelle Camere. Il risultato è che questi signori hanno messo sotto scacco Montecitorio e Palazzo Madama che non sono più un vero luogo di confronto, ma uno dei teatri dello scontro tra le forze politiche. Ogni giorno, nei fatti, un gran numero degli articoli della Costituzione non sono rispettati (diritto al lavoro e l’uguaglianza tra i cittadini di fronte alla legge per citarne alcuni).

In questo contesto perde di significato richiamarsi democraticamente alla Costituzione: un documento non rispettato non è una garanzia, ma una dimostrazione della sconfitta dello Stato e della civiltà del nostro Paese (nonché dell’incapacità della società di far valere le sue leggi e la sua storia). Allora chi garantisce i cittadini se nei fatti la legge è “debole”? Nessuno. Infatti chi sta scrivendo la storia in questi giorni non sono soggetti politici che si muovono in un quadro istituzionale fatto di regole condivise, ma sono singoli gruppi di potere che all’interno di un sistema partitocratico modificano il contesto nel quale tutti dobbiamo giocare deregolandolo, e scontrandosi così sulla base dei rapporti di forza.

In questi anni di berlusconismo le piazze si sono riempite più e più volte, ma gli unici esiti favorevoli sono stati la riuscita difesa di quel baluardo di istituzioni e regole minime che ci consente ancora di continuare a chiamarci Stato (con qualche ipocrisia non trascurabile). Ma questo non basta per uscire dalla crisi. Questo basta perché una parte di popolazione possa rimanere in piedi alla fine della bufera.

Per ribaltare la situazione servirebbe un’opposizione capace di raccogliere le istanze dei cittadini facendo una sintesi dei problemi e delle soluzioni disponibili. Un’opposizione che avesse l’autonomia e il coraggio di fare riforme epocali. Un’opposione capace di aprirsi alle migliaia di movimenti sorti in questi anni senza perdere la rotta, e condurre questa sinergia di intenti verso una riscossa sociale, politica ed economica.

Ma questa squadra non si vede. O meglio, si scorgono uomini, donne e movimenti capaci di realizzare questo progetto, ma bloccati da consuetudini di potere, dalla paura di buttarsi in questo gioco rischioso, troppo attenti al peso e alla legittimazione dei poteri forti (che hanno contribuito a portarci dove siamo).

Lo stallo è totale, con l’aggravante di una crisi che picchia come un bufera e che non intende risparmiarci. Possiamo in queste condizioni arrivare al 2013? E se anche dovessimo farcela quali risorse economiche e sociali avremmo per rilanciare il paese? Io non penso sia possibile.

Allora cosa potrebbe portarci fuori dalla palude?

Forse l’unico scatto si produrrebbe se una massa di cittadini bloccasse il paese. Se una movimento spontaneo decidesse di occupare le scuole e le università, di fermare i trasporti, il funzionamento della macchina statale e i luoghi di lavoro per un tempo indeterminato avanzando una sola richesta: il cambio trasversale della classe dirigente e nuove elezioni. Solo una mobilitazione di questo tipo (non di natura violenta), in un contesto governato da rapporti di forza dove le regole della democrazia non sono sempre osservate, potrebbe creare una rottura e un nuovo inizio per il nostro paese.

Altrimenti possiamo sempre continuare a chiedere civilmente le dimissioni del Premier e sperare che una classe dirigente nuova emerga da sola (mettendo da parte quella attuale), sempre che nel frattempo la Cina, la BCE e qualche speculatore non abbiano già comprato il nostro paese togliendoci definitvamente ogni forma anche apparente di sovranità.


Amministrative 2011: terremoto nelle vecchie gerarchie.

Si è conclusa da 48 ore la prima tornata delle elezioni amministrative. La rilevanza di questo voto che coinvolgeva 4 grandi città (Milano, Bologna, Torino, Napoli) e numerosi capoluoghi di provincia ha trasformato l’appuntamento in un test politico per la maggioranza.

Così come succede ormai da tempo ogni politico e ogni schieramento ha gareggiato nel convincere gli italiani, durante e dopo il voto, che il proprio partito aveva vinto. Così abbiamo assistito al discorso di Bersani che usando un noi generico in conferenza stampa ha dichiarato “Loro hanno perso, noi abbiamo vinto. Un vento nel nord si è alzato contro il blocco Pdl-Lega”; il Terzo Polo che ha ottenuto un risultato non troppo soddisfacente affermandosi come quarta forza a Napoli e Bologna si è dipinto come “forza decisiva che avrà grande peso nei ballottaggi”. Casini “non si può non fare i conti con noi”. Il Pdl ha avuto invece la buona creanza di rinviare i commenti di qualche giorno, quando i numerosi ballottaggi ai quali si è arrivati sanciranno definitivamente il risultato elettorale.

Ma la domanda che mi ha accompagnato con prepotenza durante queste amministrative è stata questa: chi ha davvero vinto?

Se analizziamo il voto nelle grandi città ci si può rendere conto di come i due maggiori partiti (Pd e Pdl) siano andati incontro ad un sonora sconfitta. A Milano l’esito delle primarie ha sancito una vittoria schiacciante di Giuliano Pisapia, candidato di Sinistra Ecologia e Libertà ed ex-parlamentare di Rifondazione Comunista. Questo ha provocato le dimissioni della dirigenza del Pd milanese. La Moratti, ricandidata per volere di Berlusconi e profondamente criticata nel centro-destra, è riuscita con una campagna elettorale molto costosa e mal condotta ha accentuare le divisioni tra gli alleati. Il risultato è stato un incredibile exploit del centro-sinistra che con un 48% ha superato la Moratti (41,50%) portandola al ballottaggio.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/milano.html#risultati

Nella capitale della finanza italiana, del berlusconismo e della Lega Nord un candidato che viene dall’estrema sinistra ha sovvertito il risultato elettorale (e con metodi democratici e legali!). Il valore politico e gli effetti di questo raggiunto ballottaggio sono e saranno un duro colpo per il centro-destra che vede scricchiolare il suo potere: già Bossi rilascia dichiarazioni velenose “Se prima il Pdl vinceva grazie alla Lega, ora la Lega perde per colpa del Pdl”. E vorrei ricordare che al Nord in diversi comuni la Lega ha corso da sola. Fate voi.

Altro teatro interessante è stato il voto di Napoli. Qui il centro-sinistra si è presentato con due liste, una composta da Pd e Sel con capolista il prefetto Morcone (figura eletta per ovviare allo scandalo delle primarie truccate) e l’altra guidata da De Magistris, sostenuto da Idv e Federazione della Sinistra.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/napoli.html#risultati

Il responso delle urne ha sancito una dura sconfitta del Pd, che passa da un ruolo di grande forza di controllo della Regione, della Provincia e della città ad un surreale 16%. Sfrutta lo scivolone De Magistris, che supera Morcone agilmente grazie ad una grande campagna elettorale, andando a contendere il ruolo di sindaco a Lettieri (candidato del Pdl) che non vince al primo turno. Decisivo sarà il ruolo del Terzo Polo in città che raggiunge il 9%.

A Torino e Bologna vince il Pd invece, che dimostra di saper tenere unita la coalizione e sfrutta al massimo la tradizione comunista. Si vince al primo turno arginando gli ottimi risultati del Movimento a 5 stelle che in Piemonte raggiunge il 5% e nella città emiliana si attesta su un incredibile 10%. In questi capoluoghi la sconfitta è tutta del Pdl, che non riesce nemmeno a presentare un suo candidato a Bologna, mandando la Lega Nord in doppia cifra su un terreno difficilissimo, e candidando a Torino Coppola che non va oltre il 30%.

Ma quindi chi ha vinto? Generalmente si può dire che c’è stata una forte affermazione della cultura di sinistra, la quale superando le difficoltà manifeste della sua classe dirigente si è alzata in piedi e ha dato un sonoro schiaffo a Berlusconi. Quindi è corretto affermare che queste amministrative segnano una vittoria del centrosinistra. Ma c’è anche una grande vittoria del Nuovo sul Vecchio: le formazioni meno tradizionali come Movimento a 5 stelle, Lega Nord, Sel e Idv sono le vere vincitrici di questa competizioni. Questo dato segna la crisi della leadership di Pd e Pdl e suggerisce la volontà degli italiani di superare l’attuale quadro politico. Oggi i cittadini hanno punito la vecchia dirigenza dei partiti tradizionali e hanno chiesto il rinnovamento, pagando il prezzo dell’instabilità politica, in quanto al momento il centro-destra mantiene una maggioranza in Parlamento, ma non nel paese. Dall’altra parte l’affermazione del centro-sinistra è frammentaria e instabile e questo è evidente osservando la composizione delle coalizioni che vendono un partito democratico che mantiene sì una posizione predominante, ma comunque molto debole e molto poco autonoma rispetto le altre formazioni anche nelle regioni rosse.

La sfida per il centro-sinistra quindi sarà quella di raggiungere l’unità, limitando i personalismi, per poter risultare una forza alternativa credibile: il cantiere è ancora ampiamente aperto e in funzione e ci sono buoni presupposti. Nodo centrale sarà lo svecchiamento della classe dirigente che ormai una larga parte della base del Pd chiede e desidera con insistenza.

La sfida di Berlusconi invece sarà quella di riuscire a ricompattare il fronte della destra, vincolando una Lega Nord sempre più forte in Parlamento e nel paese che sgomita per liberarsi. L’obiettivo è arrivare alla fine della legislatura.

Concludo dicendo che queste elezioni hanno fatto bene al nostro paese, perché segnano una reazione forte dei cittadini che, con un gesto di sfida alle vecchie gerarchie che affossano il paese,  ha mandato un segnale chiaro da entrambe le parti: cambiate o cambieremo noi!

Questi sono i presupposti per una rivoluzione politica che ci consenta di trovare le forze per uscire dalla crisi economica, chimera che ci accompagnerà ancora a lungo. Quindi teniamo duro e stiamo con gli occhi aperti: la giornata di oggi è un buon appoggio per uscire dalla palude, ma siamo ancora completamente immersi nel fango, non scordiamocelo.

Enrico Monaco


Pensieri Democratici intervista a Luca Telese

Questa intervista è stata realizzata da pensieridemocratici.it , un blog imolese che senza capitali nè poteri forti alle spalle svolge un apprezzabile servizio di informazione e confronto aperto.

Ho deciso di postare questa intervista perché credo riassuma efficacemente alcuni dei principali motivi che hanno portato la sinistra italiana ad essere un partito e una cultura perdente. Il fatto che queste parole vengano da un giornalista autorevole che afferma di “essersi formato nell’esperienza del PCI orgogliosamente” conferisce ulteriore valore all’intervista, per la professionalità della persona, per la storia politica e per il coraggio delle sue idee.

Aggiungo anche che questo non vuole essere un attacco al Pd, io penso che l’antidoto alla malapolitica di sinistra sia anche in quel partito (ma non solo). Vuole essere invece un invito alla riflessione a tutti gli elettori, ai militanti e ai dirigenti  di sinistra che continuano a legittimare questo stato di cose (come le battaglie anacronistiche tra Veltroni e D’Alema), senza rendersi conto o negando palesemente quel fenomeno di allontanamento dalla politica che interessa moltissimo anche questa formazione.

Spero che qualcuno trovi il coraggio di commentare questa intervista senza nascondersi dietro un dito. Spero di leggere critiche, ma anche interventi di difesa incisivi. Se ciò non avverrà avremo l’ennesima dimostrazione di quanto siano realistiche e puntuali le parole di Luca Telese.

Dunque amici e compagni rispondete… e confrontiamoci.

Enrico Monaco


Odi et amo: noi, la Libia e il mondo. (di Veronica Botti)

Odi et amo, diceva Catullo alla sua amata, avvinto tra le braccia setose del sentimento.

Se il poeta di Verona oggi si sedesse davanti alla Tv e leggesse velocemente qualche titolo del Telegiornale, probabilmente ripeterebbe quelle stesse parole. Già me lo immagino, a sussurrare “odi, odi, odi sed etiam amo” mentre guarda un mondo ricco di culture a lui sconosciute, un mondo d’ invenzioni, di progresso, ma anche di lotte,disperazione,  voglia di denaro, agire per interesse.

Forse non capirebbe granchè delle vicende libiche, tantomeno si capaciterebbe della presenza di un certo Gheddafi alla guida di un popolo. Ancor meno comprenderebbe il ruolo che il suo Paese ha avuto in questa storia.

Siamo nel Febbraio 2009. Il Parlamento italiano ha votato a favore del Trattato d’Amicizia, Associazione e Cooperazione con la Libia, coi voti favorevoli del centrodestra e l’appoggio di quasi tutta l’opposizone di centrosinistra.  È l’inizio di un idillio tra i due Paesi, palesato da una  richiesta di perdono per l’occupazione coloniale avvenuta in Libia tra il 1911 e il 1943 ad opera dell’Italia, richiesta di cui Silvio Berlusconi si fa portavoce. Col Trattato,  Gheddafi avrebbe venduto all’Italia il 28% dell’energia libica , controllato il flusso di emigrati , capitalizzato le imprese italiane che si trovavano in difficoltà, e in cambio il nostro Paese si sarebbe impegnato a modernizzare la Libia. Un accordo più che ragionevole agli occhi di tutti.

Ed è così che 180 imprese italiane hanno intrapreso affari in Libia, i petroldollari del colonnello sono entrati in numerose compagnie italiane, molte delle quali statali, e le pattuglie in acque libiche hanno bloccato, nel 2010, il 90% degli sbarchi di rifugiati in Sicilia.

È una “love story” che vale all’Italia l’immagine di furba e diplomatica potenza in grado di instaurare solidi rapporti con quei Paesi che al resto del mondo appaiono così ostili e complicati; è una relazione  riconfermata  nel Novembre 2009, quando a Gheddafi, ospite a Roma per un convegno della Fao, viene offerto un accampamento di tende in stile nomade e uno staff di 500 hostess regolarmente stpendiate per deliziare gli occhi del colonnello.

Oggi, allo scadere di un movimentato Marzo 2011, Roma è in punta di piedi tra due abissi, consapevole che comunque vada, ne uscirà leccandosi le ferite.

Dopo le rivolte di Bengasi esplose lo scorso Febbraio, l’Italia si trova in una situazione a dir poco delicata: se da un lato c’è l’onere di dover rispettare e assecondare le decisioni prese dalle Nazioni Unite in merito all’atteggiamento da assumere con la Libia, dall’altro c’è il Trattato del 2009 da onorare.

Quello stesso Trattato che ha permesso a Fahrat Bengara, governatore della banca libica centrale, di divenire vicepresidente di Unicredit, e al regime libico di ottenere (sempre su Unicredit)  una partecipazione del 7,5%,  l’1% del capitale della compagnia petrolifera ENI, il 2% di FIAT Auto e del gigante statale della Difesa, Finmeccanica, operazione conclusa poche settimane prima che iniziasse la rivolta.

Andando contro la  linea d’azione adottata dall’Unione Europea, Roma ha deciso di vigilare la partecipazione della Libia nell’economia italiana.

Inoltre, fondi come la Lybian Investment Authority e istituzioni gestite personalmente da Gheddafi controllano  il 100% della compagnia petrolifera Tamoil Italia, e due squadre di calcio: il 7,5% della Juventus e il 33% della Triestina Calcio.

E mentre i potenti libici sorridono soddisfatti guardando l’Italia barcollare come un funambolo sul palmo della loro mano, Roma prosegue senza sapere dove sta andando. Avanza in punta di piedi, consapevole che nella migliore delle ipotesi continuerà ad investire in Libia, ma con un ruolo nettamente inferiore a quello che potrebbero ottenere altri Stati, accantonata in un angolo e col capo chino.

L’Unione Europea osserva e critica l’Italia sospesa e attendista, Gheddafi l’accusa di tradimento facendo leva su un nazionalismo che può essere utile a unificare la popolazione contro un nemico alternativo.

E intanto ci si chiede che tipo di rapporto sia, e sarà, quello con la Libia:

odio o amore?

Veronica Botti


Quanto Machiavelli avrebbe ancora da insegnare al popolo italiano

L’ultima puntata trasmessa di “Vieni via con me” ha avuto tra i suoi ospiti il premio Nobel Dario Fo, che ha recitato alcuni brani de “Il Principe” di Machiavelli. 

Come mi ha fatto notare un’accigliata prof di italiano, l’interpretazione dell’attore riprende quella assolutamente personale di Ugo Foscolo, in quanto afferma che i consigli dati dal grande scrittore a Lorenzo de’ Medici siano in realtà un modo per mettere in guardia il popolo dai metodi usati dai potenti per governare il paese. Intuizione legittima, che però di fatto non coincide con il reale scopo di Machiavelli, che indirizzava completamente la sua opera al Signore di Firenze (non gli interessava, dunque, avvertire tutti i cittadini, ma solamente consigliare al meglio colui che a suo parere sarebbe potuto diventare  re) perché guidasse l’Italia, un paese che veniva descritto come un corpo malato, vecchio e cadente.

Un aspetto particolare che mi ha colpito, tra i diversi temi trattati nel “Principe”, è stato anche l’analisi del rapporto tra Etica e Politica. Di fatto, Machiavelli afferma che ogni azione e sacrificio del potente deve essere finalizzato alla Ragion di Stato, ossia l’interesse nazionale, la sopravvivenza e la sicurezza del Paese. Colui che quindi detiene il potere deve anche saper usare la violenza nel momento in cui essa è efficace per il suo mantenimento. Avendo appena studiato questi concetti, mi è naturale cercare di attualizzarli.

La Ragion di Stato dovrebbe essere alla base di ogni governo, e dovrebbe essere concetto estremamente chiaro nella mente di coloro che si propongono di guidarlo. L’idea è che in quanto detentori di potere, questi politici (se così possiamo chiamarli) possono di fatto cambiare un intero paese. Possono prendersene cura, alimentarlo, farlo crescere. Così come possono distruggerlo. Prendiamo gli abusi di potere, per esempio. Vi dice qualcosa la legge ad personam sul Legittimo Impedimento? Sarebbe mai saltata fuori se il Presidente del Consiglio e altri simpatici politici non fossero stati pesantemente accusati di ogni come corruzione o mafia? Eppure per com’è stata presentata questa legge, sembrava davvero che l’intero paese ne avesse bisogno, sembrava davvero che senza essa lo Stato non potesse continuare al meglio. E’ un vero e proprio sfruttamento della propria posizione che va contro i principi della Costituzione Italiana, e che viene giustificato attraverso la Ragione di Stato. Con quale morale gli uomini che detengono l’autorità pretendono di continuare a governare?

In tutto ciò, la proposta etica di Machiavelli ha un peso non da poco: afferma infatti che esiste un’etica che però non deve rimanere legata alla politica, poiché la Ragion di Stato deve venire prima di ogni altra cosa. Si parla quindi di due mondi, due codici etici, nettamente da distinguere: l’etica personale e l’etica pubblica. L’etica pubblica è quella a cui dobbiamo attenerci in quanto cittadini parte di uno stato, poi in secondo piano dovremmo preoccuparti della nostra personale morale. Quello che però Machiavelli vuole sottolineare e che purtroppo nell’Italia attuale non avviene da anni, è che l’etica pubblica e politica deve sempre essere finalizzata al benessere dello Stato, e ogni azione e decisione devono avere come scopo il sostentamento e la progressione del paese. Il concetto, fondamentalmente, è che se Berlusconi decide di pagare delle escort per divertirsi, a me non me ne può fregar di meno. Ma nel momento in cui crea una legge per non essere punito andando contro i principi di Uguaglianza, allora sì che inizio a pensare che c’è qualcosa di sbagliato nel suo modo di governare.

L’Italia descritta da Machiavelli era un corpo malato, sofferente, sconfitto: c’era bisogno di un Principe per guarirlo e farlo rivivere in tutto il suo splendore. L’Italia di oggi è un corpo paralizzato attaccato ad un respiratore artificiale. Le sue condizioni sono pressoché stabili, ma di fatto è in coma. Era bello e forte, era giovane e ricco di potenzialità, anche se doveva crescere e imparare, poiché appena nato. Cos’è successo? Che semplicemente chi detiene il potere ha pensato bene di anteporre la sua personale etica (a mio parere discutibile) alla Ragione di Stato, ignorando che in quanto persone parte di una collettività e in più dotate di potere, le loro azioni avrebbero potuto avere risvolti negativi (ma diciamocelo, di certo non inaspettati) su ciò che era l’Italia.

Machiavelli è indubbiamente un autore geniale: ancora oggi è in grado di mostrarci, pur riferendosi ad una diversa situazione storica e politica, le malattie che affliggono l’Italia, riuscendo anche a mettere in evidenza i possibili rimedi. In questo modo riesce a trasmetterci un altro tema fondamentale da lui trattato, ossia  la ciclicità della storia, il ripetersi degli stessi eventi e degli stessi errori dell’uomo. Continuano a ripetercelo e continuiamo ad insegnare che si deve imparare dalla storia attraverso gli sbagli compiuti, al fine di migliorare progressivamente, ma sembriamo sordi alle parole che noi stessi pronunciamo. Sono anni che ci facciamo ammaliare dalle promesse degli stessi politici, che ogni giorno dimostrano che il loro unico scopo è quello di rimanere aggrappati alla poltrona, sono secoli che l’uomo ha la possibilità di insorgere contro i potenti che negano la sua libertà e quella del suo stato. Allora cosa aspettiamo a renderci conto che qui c’è veramente qualcosa di marcio, cosa aspettiamo ad organizzarci, e a cercare di rendere migliore il nostro Paese?

Valentina Camac


C’è un Veneto migliore: Nichi Vendola a Padova (di Davide Delle Chiaie)

Natale, con il suo finto spirito di gioia e letizia e con la sua reale anima materialistica e consumistica, ormai è alle porte. Ultimamente si sono succeduti eventi straordinari, quali scandali, catastrofi naturali, fiducia al Governo, eppure siamo ancora qui, a rimpinzarci di Panettone o Pandoro e ad esibire un artefatto moralismo. Tutto sembra scorrere secondo il solito schema: stessi rituali, stesse abitudini, dal pranzo coi parenti al concerto di Natale a Montecitorio, ma sappiamo bene che in realtà versiamo in una situazione di incertezza e di ingovernabilità. Studenti e precari hanno manifestato spesso e continuano a farlo imperterriti: qualche settimana fa solo Padova contava quattro facoltà universitarie e numerose scuole superiori occupate. Ma sembra che funambolismo da parte dei ricercatori saliti sui tetti e assemblee e cortei di tutti non servano a nulla con i nostri politici, che si rifiutano di prestare attenzione ai bisogni delle persone, molte delle quali virtuali elettori: è risaputo che non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. E allora ci si chiede: come uscire da questa situazione? Se l’Italia fosse ricca di petrolio e l’America fosse ancora governata da Bush, mi aspetterei una bella operazione di peace imposing nel nostro Bel Paese: tuttavia ciò è impossibile, e quindi l’unica speranza da coltivare consiste nelle elezioni politiche più prossime. Si vocifera che già in primavera si potrebbe andare al voto, si vocifera che ci saranno i famosi tre poli, ma nessuno sa con certezza se in marzo, aprile o maggio, né se Fini si alleerà con qualcuno o se correrà da solo. Decido di informarmi il più possibile, in modo da offrire al mio paese, attraverso il voto, una concreta possibilità di miglioramento. Leggo i giornali, seguo i discorsi dei parlamentari e un giorno, navigando sul sito de “Il Mattino di Padova”, scopro che Nichi Vendola, leader di “Sinistra, Ecologia e Libertà”, è atteso a Padova Sabato 18 Dicembre. Si tratta di un’ottima occasione per conoscere questo volto nuovo della politica, che in Puglia ha ottenuto un grande successo, ma che a livello nazionale è poco considerato. Le mie vacanze natalizie inizierebbero già dalle 18.30 di Venerdì, ma ritengo che un giorno in più di permanenza nella mia città di studi, per di più per un fine così alto e nobile, non possa certo nuocermi.
Sabato parto da casa con notevole anticipo, conscio che il luogo dove si tiene l’incontro è un po’ nascosto e che le strade piene di neve e di ghiaccio mi possono rallentare notevolmente. All’ingresso del complesso industriale sede del dibattito, un ragazzo con la bandiera del SEL indica alle automobili come parcheggiarsi. Io, sul mio bolide d’acciaio, seguo la scia. Entro e prendo subito posto a sedere, poi mi guardo intorno. Oltre ad un baretto allestito dai volontari, noto alcuni banchetti che pubblicizzano l’acqua pubblica, Amnesty International, la pace nel mondo e alcune frasi di personaggi quali Peppino Impastato e Pier Giorgio Pisolini. Dopo aver esplorato l’ambiente, raggiungo il mio posto e scopro che con me ci sono due mie amiche di Scienze Naturali. Noi tre giovani virgulti abbassiamo notevolmente l’età media: ad eccezione di qualche altro studente,
la maggior parte della platea è composta da signore e signori dai 55 anni in su. Da un maxi schermo partono le immagini di un documentario girato dalla Fabbrica di Nichi di Padova, in cui un operatore intervista i passanti al riguardo della politica da loro vissuta. Sono colpito da un giovane
africano, che per parlare dei problemi dell’integrazione si serve del termine “refrattario”, usando così un italiano nettamente più forbito di quello di molti parlanti nativi.
Verso le 11.20 inizia il dibattito: prendono la parola diverse persone sedute sul palco. Il presentatore pronuncia una parola-chiave e uno degli ospiti prende la parola al riguardo. Il primo termine è il verbo latino “studere”, che significa impegnarsi in qualcosa, dedicarsi a, desiderare, oltre che studiare: interviene un rappresentante universitario che si augura che la politica attuale tenga conto delle esigenze delle persone, senza disumanizzarle. Nel frattempo, verso le 11.35, accompagnato da uno scrosciare di applausi, entra Nichi Vendola. Alla parola “opera”, è il turno di un rappresentante degli operai FIOM, che testimonia che la sua azienda ha licenziato quasi la metà dei dipendenti nel corso degli ultimi anni. Il presentatore parla quindi del termine “gas”, inteso non solo come elemento chimico, ma anche come acronimo per “Gruppi di acquisto solidale”: un collaboratore di un imprenditore insiste sul rispetto delle norme etiche e sociali e sull’uso di materiali biodegradabili, nel rispetto dell’ambiente. Le parole “storia” e “archeologia” introducono una ricercatrice di 37 anni,
da 6 precaria, che punta il dito contro l’assenza dei diritti di rappresentanza negli organi collegiali e di avanzamento di carriera. L’ultimo a parlare è un assessore di Padova, che si rivolge a Vendola, dicendogli: “Ti prego, Nichi, non mollare mai nelle primarie: si tratta dell’unica possibilità che abbiamo per uscire dal pantano in cui siamo immersi, il Berlusconismo”.
A questo punto il politico con l’orecchino, chiamato in causa direttamente, prende la parola, tenendo un discorso di quasi un’ora, contraddistinto da ironia pungente e da metafore eloquenti. Vendola inizia il suo discorso prendendo spunto dalle attuali condizioni metereologiche: “Pioggia e neve sono epifania, cioè rivelazione, che il corpo del nostro territorio è stato cannibalizzato, stuprato e cementificato a tal punto che ora sprofonda: purtroppo per le nuove generazioni è assente qualsiasi prospettiva di cambio di stagione”. Poco dopo lancia la sua frecciatina contro la Gelmini, dicendo: “La sua idea del tinello domestico e la retorica disciplinare e familistica causano una dequalificazione degli apparati formativi e un apprendimento della precarietà”. Attacca poi la Lega Nord, regnante in Veneto con Luca Zaia, invitandola a ricordare quando gli immigrati in altri paesi eravamo noi Italiani. Quindi critica Berluisconi, responsabile di “una morfinizzazione e di un rincoglionimento di massa”; inoltre ricorda uno dei suoi slogan: “Berlusconi ha promesso una società fondata sulle tre i, inglese, impresa ed internet, mentre ha realizzato quella delle tre p, precarietà, povertà e paura, a cui si potrebbe aggiungere una quarta, ma in Italia si preferisce dire escort”. Sottolinea che la vita di un operaio è meno tutelata giuridicamente di quella di un feto e sostiene che l’Articolo 1 della Costituzione dovrebbe essere: ” L’Italia è una repubblica televisiva fondata sulla retorica dell’impresa”. Infine termina la sua arringa affermando che il primo obiettivo del suo progetto politico consiste nel riportare l’Italia alla democrazia, liberandola dalla piaga sociale del Berlusconismo. L’incontro termina alle 13.10 con una vera e proprio standing-ovation accompagnata musicalmente da “Bella Ciao”: la canzone non è casuale, in quanto stabilisce un contatto tra i liberatori dell’Italia della Seconda Guerra Mondiale e quelli attuali.
Me ne vado pienamente soddisfatto di aver passato una mattinata alternativa e di aver capito qualcosa in più sulla politica. L’incontro è stato interessante, comprensibile e tranquillo: al contrario di altre forze politiche di sinistra, che si nascondono, il SEL fa sentire la sua voce.

Avrà seguito?


Anno 2010: lo Strappo

La fine di ogni anno è il momento per tirare le somme, riflettere su quanto si è fatto e sperimentato, immaginare l’anno venturo e progettarlo in base ai propri desideri e alle proprie aspirazioni. Questo però non è un solo anno che se ne va, ma un intero decennio; e allora la vecchia che bruciamo è bella pasciuta, fatta di tante cose vecchie da dimenticare, di cose brutte da ricordare e di tanti bei ricordi da metterci in valigia per il proseguire del nostro viaggio.

Il 2010 è stato inequivocabilmente l’anno dello “strappo”. E da questo turbine di eventi mi pare usciamo tutti un po’ malconci, in tanti più disillusi, in pochi rafforzati. Questa volta lo strappo non si cuce, quindi bisogna cambiare pantaloni. Ciò che abbiamo avuto per tanti anni ora non è più scontato e si rende necessario un cambio mentalità (per dirla alla Negrita), modi e mezzi di produzione (per dirla alla Marx).

Se volessimo ripercorrere gli “strappi” del 2010 seguendo una scala geografica decrescente, dovremmo per primo ricordare lo strappo Wikileaks che ha scosso le relazioni diplomatiche di tutto il mondo, comprese quelle di casa nostra. Per la prima volta nella storia le persone “comuni” vengono a conoscenza di documenti segreti in tempo reale e in tutto il mondo contemporaneamente grazie al Web. Il Dipartimento di Stato americano, le ambasciate, il potere allo stato puro, viene messo a nudo e ci accorgiamo che è molto più umano di quello che appare. (questa è una cosa bella da ricordare)

Poi lo strappo di Haiti, il terremoto, gli scontri, il colera. (questa è una cosa brutta da ricordare).

Lo strappo Berlusconi-Fini è quello che a casa nostra ha provocato rumore più eclatante, sia perché spacca il fronte di destra sia perché (comunque la si pensi) segna la fine del Berlusconismo (cosa brutta da dimenticare). Berlusconi stesso non sembra più Berlusconi, parla di accordi con il centro, non vuole le elezioni. Alla fine dopo oltre 15 anni di Berlusconi e di seconda Repubblica,  io mi chiedo: abbiamo un Italia migliore o peggiore? Mi rispondo che la DC, la destra di una volta, ha saputo governare per 60 anni (altro che 15!), impastando e rimpastando, corrompendo e colludendosi, alcuni addirittura la rimpiangono. Mi rispondo che se il trasformismo c’è sempre stato, il nostro livello di pudore non è mai stato così basso (beninteso noi per noi del Rasoio). Mi rispondo che il PCI, pur stando all’opposizione, ha saputo ottenere conquiste sociali che, avesse governato, non avrebbe forse raggiunto. Il PCI sapeva fare opposizione costruttiva, con la lotta e la concertazione, con i sindacati, i circoli, le associazioni, con gli studenti, insomma con l’unità.

E qui veniamo allo strappo dei sindacati: il mondo del lavoro si è spaccato nella sua rappresentanza, CGIL-FIOM da una parte, le altre sigle dall’altra con l’azienda (la FIAT su tutte). La ferita è profonda, perché ciò significa che alcuni lavoratori sono costretti ad accettare i ricatti travestiti da referendum e altri sono in lotta all’interno delle fabbriche. Vi immaginate negli spogliatoi della FIAT, della Ferrari, Maserati, etc. gli operai? Si guardano l’un l’altro diffidenti (uno pensa che l’altro sia un krumiro che si fa i cazzi suoi e non gliene frega niente dei diritti di tutti, basta portare a casa lo stipendiuccio da quattro soldi per un lavoro di merda; l’altro pensa che quel giovane lì fa presto a parlare di lotta, che mica c’ha famiglia lui, e se perde il lavoro ne trova un altro, quello stronzo, perché c’ha 25 anni). Il padrone divide gli operai. Divide et impera. Sindacati fatti fessi. Lavoratori fottuti.

Anche a Modena abbiamo assistito a qualche strappo clamoroso: tra le altre cose, c’avete fatto caso? Sitta è un po’ che non parla, dopo la sentenza che da ragione ai ricorrenti contro la demolizione dell’EX-AMCM e dopo la bocciatura della piscina al Parco Ferrari. Mi mancano le sparate dell’assessore…senza di lui sulla scena è un po’ come quando mancherà Berlusconi (tra l’altro sono alti uguali), non avrò più argomenti. Ma pazienza… fatto sta che i vertici del PD locale prendono cantonate su cantonate e, non ci sono “Stati Generali” (Risate Generali, piuttosto) che tengono, lo strappo con la base è già bell’e che consumato: lo strappo sulle ordinanze anti-alcol, lo strappo sull’urbanistica selvaggia, lo strappo con la Polizia Municipale (!) sul piano sicurezza dell’assessore Marino, solo per citarne alcuni. Sul fronte trasporti locali il malcontento è generale e lo strappo anche qui è alle porte; fuori modena, nel distretto ceramico, le cose non vanno meglio.

Ci sarebbero tante cose da raccontare di questo 2010, ma qui ci dobbiamo limitarci a ricordarne solo alcune.

In mezzo a tante cose brutte da dimenticare o da ricordare, ce n’é però una bella, una speranza, qualcosa che si muove; c’è ancora combustibile nel nostro serbatoio e ha bruciato bene in questo autunno fino a renderlo caldo, come avevamo previsto. Sono gli studenti e i precari a tenere acceso questo motore, i ragazzi che hanno manifestato nelle capitali europee, da Roma a Parigi, fino a Londra, finanche nelle tiepide città di provincia da Padova a Bologna, fino alla nostra Modena. Penso che i motivi per la discesa in campo dei giovani sono variegati e spesso più personali che collettivi. Però c’è molta forza in questo movimento, si è visto, più che mai in questo dicembre.

Il Rasoio si è lasciato trascinare dalla irruenza di questo turbolento 2010. Se vi siamo risultati troppo critici, inopportuni, o semplicemente noiosi, avrete la compiacenza di perdonarci le mancanze e questa nostra apparente velleità.  In realtà illusi lo siamo per davvero, e crediamo che se della Storia non si può cambiare il corso, si possono però trasformare tanti dettagli della vita per renderla giorno dopo giorno più libera, giusta e bella.

Rock’n'Roll!





Apertamente… Draquila (di Davide Delle Chiaie)

L’umanità è estremamente varia e quindi gli individui possiedono modi diversificati per reagire ad una situazione di difficoltà o, per esprimere il concetto in altri termini, per far fronte ad una crisi di sopravvivenza. E così, per affrontare queste riforme che stanno dissanguando l’istruzione italiana, c’è chi cerca un lavoro, chi spera in un intervento soprannaturale o in un’invasione aliena che ci liberi dei nostri politicanti, chi si rifugia in un’università privata… Io invece decido, nel pieno delle mie facoltà mentali, di fare occupazione presso la sede della mia facoltà. In realtà si tratta di un’autogestione autorizzata dalle 18.30 alle 24.00, che non intacca minimamente il normale svolgimento delle lezioni. Essa è pubblicizzata diversi giorni prima, mediante l’affissione e la distribuzione di centinaia di volantini che reclamano la possibilità di ascoltare musica, guardare film, fare dibattiti ed assistere a mostre fotografiche: è impossibile non accorgersene, in quanto i foglietti tappezzano le pareti di tutto il Palazzo Maldura. Comunque il concetto è quello: partecipo a questa iniziativa che si tiene i giorni 8, 9, 10 e 11 Novembre. Apprezzo molto l’evento da un punto di vista culturale e relazionale, ma credo poco nei suoi effetti mediatici concreti. Trovo interessante anche la scelta del titolo, “Apertamente,” che si può intendere in due modi: come avverbio, nel senso di “palesemente, chiaramente, senza veli”, oppure come un ablativo alla latina, “con mente aperta”, ed io vado letteralmente pazzo per le idee progressiste.

Faccio subito un salto Lunedì, il primo giorno, dopo aver mangiato: il palazzo si trova a 50 metri da casa mia, e fare due passi dopo le cene luculliane che mi preparo è salutare. Entro e mi guardo un po’ intorno. Ci sono diverse fotografie attaccate ai muri con tanto di didascalie, scatti di qualche aspirante fotografo inesperto ma indubbiamente dotato ed appassionato, ma quello che mi colpisce particolarmente è la presenza di un insieme di croci che simboleggiano la morte di alcuni concetti: solidarietà, libera espressione, arte, futuro, università pubblica, dignità, giustizia, cultura, libertà, democrazia, merito, etica. Un po’ più in là, cartelloni sugli scioperi e le manifestazioni di questi giorni si aggiungono giorno dopo giorno.

L’idea mi piace molto: decido di tornare Mercoledì, in occasione della proiezione del film-documentario “Draquila” di Sabina Guzzanti, dedicato al terremoto dell’Aquila dell’anno scorso. Stimo molto i fratelli Guzzanti per il loro coraggio e la loro comicità irriverente, aperta e sincera, ma non ho mai visto dei loro lavori. Addirittura, in realtà, questo è il terzo documentario che vedo, dopo quello di Al Gore intitolato “Una scomoda verità” e quello di Morgan Spurlock dal titolo”Super size me”. Come si suol dire, pochi ma buoni.

Sin dai primi minuti è possibile comprendere facilmente il tono tragi-comico che pervade tutto il film: vengono trattati argomenti seri mettendo alla berlina i loro protagonisti, primi fra tutti Dell’Utri e Berlusconi, che vengono ritratti in due momenti non proprio esaltanti, causati da due lapsus freudiani: il primo mentre afferma di essere “mafioso”, il secondo mentre si vanta di aver potuto pagare una cosa come 200 milioni di euro per pagare i giudici! Ma c’è ben poco da ridere, considerato il fatto che questi bizzarri ometti esistono davvero!

Il documentario alterna la voce della Guzzanti ad immagini a dir poco terribili e a interviste a sfollati abruzzesi: mentre alcuni lodano il “Silvio nazionale”, affermando che meglio di lui nessuno avrebbe potuto fare o lodandolo per i suoi gusti sessuali (affermazioni molto attuali, pur essendo state pronunciate diversi mesi fa), altri si lamentano della propria condizione di profughi che dopo settimane e settimane è ancora in una situazione di stallo. Vengono interpellati anche alcuni responsabili della Protezione Civile o di altre associazioni deputate al soccorso dei terremotati: nella didascalia con il loro nome, si intravede sempre una sigla, “EX”, che puzza di dimissioni o di licenziamenti. Questi pericolosissimi bolscevichi avevano probabilmente contestato qualcosa o scoperto una verità che doveva rimanere nascosta, e giustamente sono stati puniti da Silvio.

Tra le risate o addirittura gli applausi per le risposte di alcuni abruzzesi un po’ peperini che esprimono il loro dissenso e il silenzio tombale di fronte alla visione di immagini a dir poco scioccanti, il film giunge al termine. Il campionario di emozioni che ho provato è immenso e vario: dalla stima per i volontari al disgusto per alcune affermazione disumane ( famoso è l’imprenditore edile che afferma di aver riso alla notizia della calamità naturale) fino alla pietà per un giornalista locale, che, fidatosi delle affermazioni delle autorità, aveva tranquillizzato i suoi concittadini per poi perdere i figli nel corso delle scosse!

Esco dall’edificio emotivamente distrutto dall’idea che tante persone sono morte o sono prive della loro vita e che la splendida l’Aquila, città d’arte, sia ridotta in uno stato pietoso. Spero di riuscire a prendere sonno, consapevole che queste sono immagini difficili da dimenticare.



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