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Elezioni 2013: le proposte politiche in campo.

Il tempo scorre inesorabile e le elezioni politiche sono ormai alle porte. Il 24 e il 25 febbraio saremo chiamati alle urne ad eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento, e bisognerebbe avere le idee chiare su cosa andare a votare. Tuttavia, parlando con amici e conoscenti, mi sono accorto che sono ancora in molti a non aver deciso per chi votare. Di certo la consueta “politica televisiva” anche questa volta ha messo in primo piano i candidati e in secondo i programmi elettorali, non aiutando gli elettori a farsi un’idea precisa. Così ho pensato di scrivere questo articolo per provare a riassumere l’offerta politica in campo e dare la possibilità a chi non ha ancora deciso di basarsi su un quadro d’insieme il più attendibile e sintetico possibile. Di seguito potrete quindi leggere un riassunto delle più importanti proposte politiche dei principali partiti/movimenti assieme ad un’analisi di ciò che questi hanno fatto prima di oggi, in modo tale da confrontare le ricette con i comportamenti passati.

Il centro-destra: PdlLega NordFratelli d’Italia e Grande Sud

Il centro-destra si presenta alle elezioni senza indicare il premier, anche se Silvio Berlusconi agisce come se fosse lui e nessuno nel partito smentisce la leadership. La ricetta che la coalizione propone per uscire dalla crisi si basa principalmente su un abbassamento delle tasse:

-eliminazione dell’Imu sulla prima casa (e restituzione di quella versata nel 2012 dagli italiani).

-riduzione dell’Irap (l’imposta regionale sul reddito delle imprese), misura che finanzia direttamente la spesa della sanità pubblica sul piano regionale.

-accordo con Equitalia per la cancellazione di multe e riscossioni ingiuste che hanno danneggiato cittadini e imprese.

In tema di politica europea poi la linea di Berlusconi punta su un recupero di autonomia decisionale dell’Italia, sventolando suggestioni come l’uscita dall’Euro (proposta non confermata) e mostrando un atteggiamento ostile nei confronti della politica di austerità impostata dalla Merkel. Un altro tema utilizzato in campagna elettorale dal leader del Pdl è quello del condono tombale, che servirebbe a legalizzare situazioni non regolari in campo (anche se questa misura è stata smentita quindi non abbiamo la certezza che rientri negli obiettivi del centro-destra). In questo quadro la Lega Nord, con la nuova gestione Maroni, punta su un’accelerazione del federalismo fiscale proponendo che il 75% delle tasse versate dalle regioni del nord rimanga ai territori e promettendo di sostenere la piccola e media impresa oltre che l’occupazione giovanile. L’idea di fondo del programma del centro-destra pertanto si basa sull’ipotesi che abbassando le tasse alle imprese e ai cittadini possano ripartire i consumi e quindi la crescita dell’economia. La critica più frequente a questa ricetta, qualora venisse applicata, è che il momento di crisi e di incertezza in cui viviamo spingerebbe le aziende ad investire molto oculatamente la maggiore disponibilità economica e i cittadini a risparmiare il denaro per tutelarsi dagli imprevisti che ogni giorno possono verificarsi. In altre parole non si favorirebbe un aumento dei consumi e quindi la ripresa economica. Inoltre la coalizione viene spesso criticata dagli osservatori in quanto il programma descritto è all’incirca lo stesso da vent’anni, cioè da quando è nata l’alleanza che sostiene Berlusconi, quindi molti si domandano come si possa realizzare questa “rivoluzione liberale” proprio ora se non è stato possibile quando la coalizione di centro-destra aveva un’ampia maggioranza (elezioni del 2008). Inoltre queste promesse arrivano a fronte dei numerosi scandali che hanno colpito molti degli esponenti del centro-destra minandone la credibilità. Inoltre risulta difficilmente credibile la proposta della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni del nord, sia perché questo inciderebbe pesantemente sul bilancio dello Stato centrale costringendo ad una riorganizzazione massiccia l’intero apparato burocratico del paese, sia perché nella coalizione di centro-destra sono presenti forze come Grande Sud e il Movimento per le Autonomie (Mpa) che si opporranno certamente a questa proposta, dovendo tutelare gli interessi delle regioni meridionali. Infine l’abbassamento delle tasse coincide inevitabilmente con un taglio della spesa pubblica che non è stato specificato come si intenda realizzare, se non con un taglio ai costi della politica che però coprirebbe solo parzialmente la manovra messa in campo. Pertanto è facile comprendere che queste misure sarebbero sostenute con un ulteriore taglio alla spesa pubblica in materia di sanità, istruzione e sostegno agli enti locali.

Il centro: Scelta Civica, Udc e Fli.

Il centro candida come premier Mario Monti anche se questo non potrebbe avvenire in quanto il Professore è Senatore a vita e dunque non può essere indicato come tale. Uno dei tratti distintivi di Monti durante il suo governo è stata l’integrità istituzionale e la volontà di perseguire una politica di rigore, con i quali ha conquistato una credibilità internazionale. Veniamo al programma. Anche quello di Monti così come quello di Berlusconi si basa sull’abbassamento della pressione fiscale, proposto però in maniera diversa e graduale:

-riduzione dell’Irpef, cioè l’imposta sui redditi dei cittadini, dando la precedenza a quelli medio-bassi

-graduale abbassamento dell’Irap (come proposto anche da Berlusconi)

-riduzione dell’Imu sulla prima casa

-riforma del mercato del lavoro (la flex-security di Ichino) che punterebbe all’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato caratterizzato da una forte riduzione della spesa previdenziale (contributi) e una maggiore facilità di licenziamento (ulteriore depotenziamento dell’articolo 18)

-agevolazioni fiscali a chi assume giovani sotto i 30 anni

Anche in questo caso non è chiaro come si intende sostenere l’abbassamento delle tasse, quindi è intuitivo che ciò avvenga tramite un ulteriore taglio della spesa pubblica. Vengono poi contestate al Professore alcune scelte che fanno emergere delle contraddizioni tra le sue parole e le azioni che seguono. Perché durante il suo incarico ha promosso una politica di aumento della pressione fiscale, sostenendo che fosse inevitabile, e ora che è candidato ha cambiato linea? Inoltre la coerenza e l’integrità istituzionale traevano notevole forza dalla sua terzietà e dalla sua promessa che sarebbe rimasto al di sopra delle parti non candidandosi. Perciò la sua promessa, ripetuta durante tutto il mandato, che non avrebbe sfruttato la notorietà acquisita per scendere in politica, risulta fallace avendo lui scelto infine di candidarsi. Bisogna poi ricordare che la sua nomina a Senatore a vita vieta la candidatura come premier: quindi sorge spontaneo chiedersi se sia coerente chiedere agli italiani il rispetto delle regole e il loro inasprimento, quando chi lo chiede non è capace di rispettare la parola data e seguire esso stesso le regole esistenti.

Il centro-sinistra: Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Centro-Democratico e Socialisti.

Questa coalizione si presenta alle elezioni puntando su una linea programmatica che si compone di due filosofie: da una parte l’investimento diretto dello Stato volto al rilancio dell’economia, dall’altra la politica di austerità già esercitata dal governo Monti. Pertanto le proposte del Pd sono di:

-ridurre gradualmente l’Irpef partendo dai redditi medio-bassi, anche agevolando le detrazioni per i lavoratori dipendenti. Questa misura sarebbe finanziata dalla lotta all’evasione fiscale.

-in tema di lavoro si punta a rendere più costosa un’ora di lavoro precario, rispetto ad un’ora di lavoro a tempo indeterminato al fine di disincentivare i contratti atipici e ad incentivare la detassazione sui salari di produttività, cioè abbassare le tasse sulle ore di lavoro straordinario, festivo e notturno per aumentare la produttività delle aziende, come deciso nell’ultimo accordo sindacale firmato da Cisl e Uil.

-sostegno al settore dell’istruzione attraverso un piano per abbattere l’abbandono scolastico; sostegno all’università aumentando le risorse per il diritto allo studio e investimenti in ricerca nei settori ad alto contenuto d’innovazione.

-dotazione per il paese di un sistema per la banda larga.

-piano nazionale di rilancio della crescita per il paese, attraverso un’investimento dello Stato per riqualificazione degli edifici scolastici e la messa in sicurezza del territorio (alluvioni, terremoti ecc.), misure che aumenterebbero la spesa pubblica, ma che permetterebbe di creare occupazione subito.

In questo quadro Sinistra Ecologia e Libertà propone:

-il taglio della spesa militare (ad esempio gli F-35) con la quale si intende finanziare l’irrobustimento del welfare state (istruzione, sanità e diritti) per anni oggetto di tagli e deterioramento dei servizi.

-introduzione di un reddito minimo garantito da erogare a tutti i cittadini. Questa misura aiuterebbe i cittadini a sostenersi nei periodi di disoccupazione e incentiverebbe la ricerca di lavori qualificati, liberando i precari dalla necessità di accettare contratti ricattatori.

-investimenti in cultura: risorse archeologiche, artistiche e paesaggistiche da integrare con l’attività turistica.

-tutela ambientale e difesa del diritto del lavoro attraverso un piano per la messa in sicurezza del territorio (avanzata fin dall’inizio da questo partito); avviamento di una politica industriale che aiuti le imprese attraverso linee guida per gli investimenti (difesa si alcuni settori pubblici strategici, come le reti energetiche e la gestione idrica); incentivi allo sviluppo delle energie rinnovabili.

Le critiche che spesso riceve questa coalizione sono di mancanza di unitarietà, in quanto esistono delle discrepanze tra l’ala di sinistra della coalizione rappresentata da Bersani e Vendola e l’ala moderata incarnata ad esempio da Fioroni e Renzi. Il processo delle primarie si è rivelato un buon collante per trovare un accordo che smorzasse le differenze, tuttavia bisognerà vedere quali saranno i rapporti di forza tra le componenti e le alleanze che si faranno nel dopo voto. Per quanto riguarda la visione generale proposta del centro-sinistra essa si basa su un moderato investimento da parte dello Stato che punti a riattivare il ciclo economico e su riforma dello Stato che punti a rinforzarlo e ammodernarlo. Le maggiori critiche che vengono rivolte a questo metodo sono l’impossibilità di aumentare la spesa pubblica in quanto già troppo alta e corredata da un forte debito pubblico e la difficoltà di mettere insieme la volontà di tagliare la spesa pubblica e di rinforzare la tenuta dello Stato. Tuttavia la proposta del centro-sinistra prevede di finanziare in gran parte la nuova spesa pubblica con un risparmio da realizzare rendendo più efficiente la macchina dello Stato e con una lotta alla corruzione e all’evasione fiscale che permetterebbe di avere un aumento delle entrate fiscali.

Movimento 5 stelle

Per quanto riguarda il Movimento 5 stelle occorre sottolineare due elementi: il primo è che nessuno dei candidati che entreranno in Parlamento ha mai avuto un’esperienza come onorevole; il secondo è che il Movimento non indica il candidato premier, così come avviene nel Pdl, mentre Grillo di fatto agisce come leader. Il programma punta sulla riduzione dei costi della politica e sulla riorganizzazione delle istituzioni dello Stato:

-abolizione delle province, dei rimborsi elettorali e taglio degli stipendi dei parlamentari sono tre delle proposte più rappresentative.

-No alle grandi opere come la Tav e lo Stretto di Messina. Sì alle piccole opere, come la messa in sicurezza del territorio.

-favorire un sistema più efficiente di distribuzione dell’energia che passi progressivamente da un modello in cui il cittadino attinge le risorse dai grandi gruppi (Eni, Edison ecc.) ad uno che preveda l’autoproduzione sulla base di tecnologie di micro-cogenerazione attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili.

-difesa e lo sviluppo delle piccole e medie imprese

-erogazione di un reddito di cittadinanza.

La visione generale del Movimento 5 stelle appare di difficile comprensione a molti osservatori in quanto comprende elementi programmatici propri della linea progressista e liberale. Tuttavia in linea generale sembra che il movimento intenda tagliare una parte di spesa pubblica per recuperare denaro e investirlo per rendere attive le sue proposte. Resta da capire in termini numerici e concreti come si intende dare attuazione a questo programma. Le critiche più frequenti sono indirizzate al suo leader(?) Beppe Grillo che interpreta una posizione ambigua, non essendo di fatto candidato in Parlamento né essendo formalmente capo del movimento. Inoltre viene spesso sottolineato il carattere generico del programma e il fatto che i militanti candidati per il Parlamento non abbiano nessuna esperienza alle spalle che li possa aiutare nel loro lavoro.

Rivoluzione Civile:

E’ un movimento che nasce dall’unione di alcune forze politiche (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Idv) e alcuni movimenti civici di cui il principale è il Movimento Arancione di De Magistris. L’operazione è stata condotta velocemente prima dell’appuntamento elettorale nazionale, anche se l’idea era nell’aria da un po’ di tempo anche per via della rottura tra l’Idv di Di Pietro e il Partito Democratico. Il programma si differenzia per la nettezza delle posizioni del movimento:

-ripristino dell’articolo 18

-affermazione di una politica legalitaria e antimafia che sconfigga la criminalità organizzata e che contrasti la corruzione

-scelta pacifista che prevede il disarmo e il ritiro delle truppe italiane dalle missioni di guerra in cui sono impegnate, oltre che il taglio delle spese militari come gli F-35

-laicità dello Stato e quindi l’approvazione di diritti civili come ad esempio le unioni tra persone dello stesso sesso.

Il candidato premier è Antonio Ingroia che ha voluto schierare in prima fila nelle sue liste esponenti della società civile, mettendo tra le seconde linee i capi di partito come Di Pietro, Ferrero e Diliberto. La visione generale su cui si basa il movimento è un aumento della spesa pubblica per far ripartire l’economia, tuttavia non è molto chiaro come si intende finanziare le proposte avanzate se non attraverso una generica lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. Le principali critiche che riceve il movimento sono la sua nascita improvvisa e la necessità di sintetizzare diverse anime politiche radicali che potrebbero avere difficoltà a coesistere (Idv e Rifondazione Comunista ad esempio).

Fare per Fermare il Declino:

Il movimento nasce dalla volontà di Oscar Giannino, suo leader, di mettere al centro del dibattito pubblico una proposta liberale che in Italia è sempre stata alquanto debole. In questo senso il movimento di Giannino si pone come spina nel fianco del Pdl che avrebbe dovuto in questi anni realizzare la rivoluzione liberale, a detta di molti commentatori anche di centro-destra (come ad esempio Nicola Porro) rimasta incompiuta. Il programma verte sull’abbattimento del debito pubblico da realizzare attraverso:

-la cessione di una parte del patrimonio pubblico (immobili e imprese a partecipazione statale)

-la riduzione del carico fiscale finanziata da un abbattimento della spesa pubblica realizzata con una spending review più coraggiosa che colpisca i costi burocratico-politici e ripensi l’organizzazione di sanità, istruzione e pensioni

-liberalizzazioni complete di settori come trasporti, energia, poste ecc. per aumentare la concorrenza

-adozione di un reddito di cittadinanza che tuteli i lavoratori e non il posto di lavoro

Colpisce di questo programma la precisione con cui vengono indicati gli interventi, elemento che potrete constatare personalmente se vorrete approfondire da soli. La filosofia di fondo della proposta di Giannino (ora però dimissionario) è una radicale riforma del welfare state, che si vuole alleggerire per consentire più libertà d’azione alle imprese e agli individui. Insomma, una proposta all’insegna dello slogan “meno Stato e più Mercato” si tenta di mettere in campo la proposta che fu di Berlusconi e non venne mai realizzata. Le maggiori critiche che vengono mosse a Fermare il Declino sono la possibilità che il sistema Italia non possa reggere a questa cura dimagrante e che ceda sotto il peso dei debiti e dell’incapacità di autosostenersi. Soprattutto in un periodo di recessione praticare i tagli presenti in questo programma potrebbe dare luogo a conflitti sociali e disordini rilevanti come si è già verificato in Grecia o Spagna. Da apprezzare è tuttavia la competenza e l’onestà intellettuale che gli aderenti a questa lista mettono in campo (a parte il leader, visti gli ultimi sviluppi della vicenda Giannino) nel proporsi agli italiani.

A prescindere dalla propria opinione mi pare che ad oggi votando si possano incentivare tre elementi: continuità, cambiamento e stabilità. La coalizione di centro-destra si presenta agli elettori senza aver modificato sostanzialmente il suo personale politico e la sua offerta: il leader resta Berlusconi e il programma verte sempre sull’abbassamento delle tasse. Stessa cosa vale per la Lega Nord, eccezion fatta per il cambio di leader: Maroni al posto di Bossi. Pertanto votando in questa direzione si deciderebbe di promuovere la continuità con le politiche degli ultimi anni.

Vi sono poi movimenti e partiti che si candidano per segnare un cambiamento: Fare per Fermare il Declino vuole rivoluzionare le politiche di centro-destra rendendole meno aleatorie e più liberali; Sinistra Ecologia e Libertà propone un’idea di sinistra senza ambiguità e allo stesso tempo al passo con i tempi, cioè post-ideologica e capace di governare; Rivoluzione Civile si candida poi per affermare un’idea civica, legalitaria e di sinistra netta, che rompa con le politiche di austerità montiane e berlusconiane anche a costo di perdere qualcosa nel campo della mediazione politica e rimanere minoritaria; vi è poi il Movimento 5 stelle che punta ad una rottura netta con il sistema della Seconda Repubblica. Queste forze politiche sono a mio parere quelle che cercano di rivoluzionare di più il sistema politico italiano per superare le vecchie logiche e costruire una Terza Repubblica diversa dalle prime due.

Infine vi sono le forze che puntano principalmente su un’idea di stabilità. Queste sono il Pd e Scelta Civica di Mario Monti. Il Partito Democratico vuole infatti, anche con la logica del voto utile, diventare la forza di governo centrale della prossima legislatura, e per fare questo è disposto a mediare sia alla sua sinistra con Sinistra Ecologia e Libertà sia al centro con Mario Monti. Quest’ultimo punta invece a diventare ago della bilancia e centro, a sua volta di una grande coalizione che persegua il più possibile l’Agenda Monti.

Non sarà facile scegliere, ma l’offerta politica rispetto agli anni scorsi è più ampia. Di certo queste sono elezioni molto importanti che stravolgeranno i vecchi equilibri e determineranno la direzione che l’Italia dovrà prendere nei prossimi anni. Quindi il mio consiglio è di andare a votare con coraggio e scegliere liberamente quali spinte incentivare nel futuro Parlamento.


Movimento 5 Stelle: un prodotto difettoso.

Io non sono uno di quelli che odia il Movimento 5 Stelle. Non mi sentirete mai dire che i voti al M5S fanno perdere il centro-sinistra e vincere Berlusconi (se il centro-sinistra perdesse ciò accadrebbe per sua unica responsabilità), o che è un movimento di fanatici adoratori della figura autoritaria di Grillo.

Mi sembra però utile fare delle critiche al Movimento 5 Stelle e al suo “non-leader” che vadano oltre gli insulti del Giornale o le “minacce” di Bersani. Critiche circostanziate. La prima di queste è sul programma.

Non si può attaccare i “vecchi partiti politici” mettendoli tutti sullo stesso piano, dicendo che non hanno contenuti e poi presentare un programma per punti che di fatto è una lista non seguita da come si intende attuarlo (http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Programma-Movimento-5-Stelle.pdf). Nei comizi che Beppe Grillo fa in giro per l’Italia si sente poco parlare di questi punti e di come si potrebbe svilupparli, mentre si sente molto discutere dell’affaire MPS e di quanto il Pd e il Pdl siano simili. Ognuno può dire quello che vuole, ma questo è la vecchia retorica del “delegittimo l’altro sulla base degli errori commessi” senza però fornire un’alternativa solida. Insomma, questa tanto sbandierata diversità dovrebbe a mio parere trovare riscontro in una maggiore presentazione dei programmi e delle loro modalità di attuazione.

Ma forse Grillo potrebbe risponderci che non è lui il leader del Movimento e quindi non sta a lui parlare del programma, perché lui è solo il detonatore. E qui veniamo ad un altro punto controverso: il ruolo del leader.

Il Movimento 5 Stelle rifiuta di fatto l’idea del leader, in nome di una presunta orizzontalità dove “uno vale uno”. Per questo i segretari dei gruppi locali del Movimento 5 Stelle vengono definiti portavoce. Allora, a rigor di logica dovrebbe esistere un portavoce nazionale del Movimento. Ma questo non esiste, e se esiste non ha visibilità. Perché? Forse perché bisogna lasciare questo ruolo a Beppe Grillo, che tuttavia non lo può interpretare formalmente in quanto egli è l’autoproclamato custode del Movimento. In questo assomiglia a Monti che è Senatore a vita, Premier e candidato Premier, però non si potrebbe candidare, quindi si candida non candidandosi, ma offre il suo nome alla lista Scelta Civica. Insomma una cosa non molto coerente.

E questo ragionamento ci conduce al terzo punto, la democrazia interna al Movimento. Va detto che su questo il M5S era partito bene, costruendo il sistema dei Meet Up, gruppi organizzati sui territori che si riunivano affrontando tematiche precise (ambiente, riciclo ecc.). Successivamente con la crescita del Movimento i vari Meet Up sono stati assemblati in gruppi territoriali. In questi luoghi è stato possibile, e lo è tuttora, partecipare e confrontarsi democraticamente anche avendo la possibilità di acquisire posizioni di responsabilità sulla base delle proprie capacità e competenze. Dove sta allora l’inghippo? Come si fa a mantenere insieme un gran numero di persone libere che si confrontano democraticamente senza unirle su un programma politico organico e solido e senza avere a disposizione una struttura di partito? Controllo dall’alto.

Il Movimento è controllato dall’alto dal suo non-leader Beppe Grillo che lascia una certa libertà sui programmi locali, ma che detta la linea nazionale. Ed è possibile mantenere posizioni di minoranza se si è in disaccordo con la linea nazionale? No, perché l’unità è una delle armi principali del Movimento: dire tutti le stesse cose. Infatti, Giovanni Favia è stato cacciato dal Movimento per il suo disaccordo sulla partecipazione ai talk show e ancora prima Valentino Tavolazzi ha subito la stessa sorte, reo di aver proposto un “congresso” che avesse lo scopo di far incontrare tutti i militanti dell’Emilia-Romagna. Ma i congressi sono roba da vecchia politica e il M5S non può avere strutture fisiche. Forse perché se non si possono incontrare fra loro i leader locali sono depotenziati e non possono in questo modo acquisire consenso senza vivere sulla figura di Grillo? Guarda caso, l’unico che era riuscito ad acquisire una credibilità su un piano nazionale a prescindere dal ruolo del detonatore , Giovanni Favia, è stato cacciato e disconosciuto. Uno che fino al giorno prima era un pilastro del Movimento il giorno dopo era un traditore da calunniare. Questo non vi ricorda per caso la cacciata di Fini da parte di Berlusconi? E questo sistema da partito di plastica non vi ricorda Forza Italia, con le dovute differenze?

Concludo con il quinto e ultimo punto: la collocazione politica del Movimento. Come tutti sappiamo il Movimento 5 stelle si autoproclama “Né di destra, né di sinistra: noi siamo oltre”. Si può discutere se oggi le categorie destra o sinistra siano superate (io non penso), tuttavia anche questo non collocarsi nel ventaglio politico-ideologico ancora esistente può sembrare più una scelta per distinguersi dagli altri partiti che una vera volontà di costruire un nuovo soggetto politico slegato dai vecchi retaggi del ’900. Questa “terzietà” permette ai militanti 5 Stelle di alimentare lo schema consolidato del “noi siamo gli unici onesti e gli altri sono tutti uguali”, una macchina del fango di berlusconiana memoria. Su questo gioco retorico si fonda a mio parere una buona fetta del consenso del Movimento 5 Stelle, perché definendosi al di fuori delle parti e attaccando gli altri partiti senza fare distinzioni si serve di quel fascino populista che fa presa su molti italiani, come d’altronde ha fatto Silvio Berlusconi dopo la sua discesa in campo.

Il M5S, interpretando le posizioni di una forza politica nuova che non ha preso parte alla distruzione del nostro paese, consente all’elettore di scindere le sue convinzioni passate e la sua storia politica dal presente e di attaccare in modo moralistico e violento gli altri partiti svincolandosi da ogni responsabilità: cos’hanno votato i militanti 5 stelle prima di scegliere il Movimento? I Ds, la Dc, la Lega, il Pdl? Quindi prima di arrogarsi il titolo di moralizzatori e di scagliarsi come tanti piccoli Parsifal contro i dormienti o i corrotti forse sarebbe il caso di farsi un esame di coscienza. Ma si sa che è più facile vedere la pagliuzza nell’occhio dell’altro, che la trave nel proprio.

Inoltre alcune delle proposte che fa il Movimento sono anche punti centrali delle altre forze politiche ad esempio il “reddito minimo garantito” questione sulla quale Sinistra Ecologia e Libertà combatte da molto tempo o il sostegno alle piccole e medie imprese, cavallo di battaglia della Lega Nord. Perché quindi non sostenersi a vicenda?

La mancanza di una collocazione politica chiara consente di fare un mix di tematiche con le quali attirare elettori da destra e da sinistra: così succede che parlando di piccola e media impresa, di costi della politica e usando toni enfatici da presa della Bastiglia si attiri elettori della Lega Nord e invece parlando di energie rinnovabili e di un sistema di trasporti all’avanguardia si catturino voti a sinistra.

Il limite di questa scelta sta nell’impossibilità di sviluppare un modello a 360°, un’idea di società definita. Per questo il programma del M5S è carente sull’istruzione o su temi come l’immigrazione perché le scelte su questi argomenti porterebbero il Movimento verso una collocazione politica più chiara rompendo il giocattolo del “noi siamo altro da loro”, oltre che all’emergere di contraddizioni interne insanabili e ad una conseguente guerra intestina.

In conclusione penso che il ruolo del Movimento 5 stelle sia stato determinante per segnare una rottura con il sistema della Seconda Repubblica, segnale che i partiti politici tradizionali (Pd, Pdl, Udc, Lega) non sono riusciti a dare. Tuttavia penso che un voto dato a loro, che comunque entreranno in Parlamento con una considerevole pattuglia di persone pronte a fare opposizione, non garantisca la governabilità e un progetto politico completo. Inoltre sono convito che se il M5S non modificherà la sua struttura interna in modo tale da consolidarsi sui territori e creare una classe dirigente che possa fare a meno del suo detonatore, sia destinato ad implodere qualora venisse meno il ruolo di leadership di Grillo.


Cosa serve per vincere le elezioni in Italia?

Stiamo entrando nella fase più calda della campagna elettorale che questa volta si configura come scontro a tre tra Bersani, Monti e Berlusconi. Come di prassi, assistiamo all’occupazione degli spazi televisivi, attività condotta con una certa perizia da Berlusconi e in parte anche da Monti che con il suo piglio da professore sta tentando di rassicurare gli italiani spaziando da Unomattina ai salotti di Vespa. Ed ecco che il vantaggio accumulato dal centro-sinistra, grazie anche alla positiva operazione delle primarie, va sfumando di fronte all’avanzata “centrista” di Monti e al recupero di Berlusconi (e pare di risentire la rabbia di Nanni Moretti che dal palco di Piazza Navona afferma “con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai!”). Perché? Come è possibile si chiederanno in tanti ancora una volta (soprattutto a sinistra) che gli italiani possano preferire un professore austero come Monti che ha imposto pensati tagli o il solito Silvio Berlusconi, il principale protagonista del governo del paese degli ultimi anni e quindi anche responsabile in parte della condizione politica del nostro paese?

Beh, forse come al solito non ci chiediamo (o non vogliamo proprio farlo) chi siamo noi italiani come popolo. Siamo tra i paesi europei che meno spendono in libri e giornali, infatti gli italiani che fruiscono di almeno un libro non scolastico durante un anno sono il 41%, posizione che ci colloca agli ultimi posti in Europa (Fonte: Istat) ; siamo tra i paesi europei dove l’accesso alle connessioni internet è il più basso e arretrato per qualità: basti sapere che deteniamo il primato in Europa di connessioni lente e occupiamo la quattordicesima posizione in Ue per quanto concerne le connessioni a banda larga (Fonte: Tvdigitaldivide.it); siamo uno dei paesi con il minor tasso di laureati, dove i cittadini tra i 25 e i 64 anni che ne possiedono una sono solo il 15%, mentre la media Ocse si attesta al 30%, senza contare poi che abbiamo i professori più anziani d’Europa (Fonte: Grr.rai.it); siamo inoltre il secondo paese più anziano del mondo e il più vecchio d’Europa (Fonte: lastampa.it), oltre che la nazione caratterizzata dall’emigrazione delle migliori menti verso l’estero; siamo poi uno dei paesi europei con la minore libertà di informazione, infatti nel mondo occupiamo la sessantunesima posizione, dietro un discreto numero di paesi africani (Fonte: ilcorriere.it) e siamo infine il paese dove la televisione è il maggiore strumento di informazione, con una diffusione del 95,9% (Fonte: punto-informatico.it).

Ebbene, ci stupiamo se la presenza ossessiva di Monti e Berlusconi in TV fa aumentare i consensi nei loro confronti? Ci stupiamo se al leader che punta sui contenuti (o almeno ci prova) ma non ha appeal “televisivo”, viene preferito quello brillante e privo di contenuti credibili? In un paese dove l’unità sindacale non esiste più, dove il centro-sinistra fa fatica a stare insieme, dove manca troppo spesso uno Stato che aiuti il cittadino, ci stupiamo che proporre un modello di collaborazione e di redistribuzione della ricchezza, come ha cercato di fare Obama in America, risulti una proposta debole? Ci stupiamo inoltre che prevalga un modello che propone l’abbassamento delle tasse e che suggerisca ad ognuno singolarmente di cercare la sua felicità attraverso l’arricchimento? La sinistra italiana per troppo tempo, e in parte ancora oggi, è stata ostaggio della sua presunta superiorità culturale (e morale), e questo gli ha impedito di parlare agli elettori di centro-destra. Ma non si vincono le elezioni nei salotti degli intellettuali romani o sperando che l’italiano medio voti dall’altra parte solo perché il tuo competitor ha governato male. In Italia si vince sapendo prima di tutto parlare alle persone di cose concrete: avete sentito discutere seriamente in questa campagna elettorale di fiscalità, di burocrazia, del mercato del lavoro o della scuola pubblica? Si sono sentiti molti slogan e alcune indicazioni generali. Perché? Perché è molto probabile che nessuna delle coalizioni in campo riesca a conquistare la maggioranza e dunque possa governare realizzando il proprio programma. Ciò significa che il giorno dopo il voto sarà necessario cercare un equilibrio in Parlamento con forze politiche distanti e allontanarsi dalle proposte fatte in campagna elettorale, quindi non conviene impegnarsi con promesse che non si possono mantenere (però questo non l’ha detto nessuna forza politica, tranne quelle che puntano realmente alla vittoria come Sel, Rivoluzione Civile o il Movimento 5 stelle e quindi non corrono in quest’ottica). Inoltre essendo la televisione il principale campo di scontro politico, la battaglia tra i candidati si adatta alle condizioni imposte dal mezzo che non consente per i tempi televisivi l’esposizione di programmi organici e l’esposizione dei contenuti, favorendo invece l’esaltazione delle qualità personali dei leader elemento che privilegia la forma alla sostanza. Così tutti parlano e si ricordano dello show di Berlusconi da Santoro e in pochi delle rare discussioni concrete portate avanti su Omnibus Notte.

In Italia può vincere chi è in grado di proporre una leadership forte, dove con questo intendo una personalità (o anche un gruppo dirigente) capace di portare avanti un programma coerente che unisca settori della società diversi (lavoratori e classe produttiva come vorrebbe il centro-sinistra, o classe produttiva ed èlite finanziaria, come cerca di fare Monti), capace di comunicare le sue idee a tutti soprattutto in televisione, o alternativamente andandosi a confrontare sui territori, come sta facendo assiduamente il Movimento 5 stelle. Per questo penso che in Italia quelli come Berlusconi o come Monti continueranno sempre a vincere, o a riuscire a non far vincere quelli come Bersani, fino a quando non emergerà un leader o un gruppo dirigente capace di unire a contenuti alternativi a quelli degli avversari la capacità di comunicarli prima e di realizzarli poi.

Questa coalizione dovrà essere in grado di parlare anche agli elettori dello schieramento opposto e formare una nuova classe dirigente. Questa dovrà nascere grazie ad un vero confronto con i suoi elettori e dovrà essere selezionata non sul criterio di una cieca fedeltà alimentata dalla promessa di una carriera politica o dallo sfruttamento di accordi clientelari di parte, come hanno fatto in questi anni ampi settori del Pd, Pdl, della Lega e dell’Udc, perché queste modalità come abbiamo visto portano a costruire un ceto politico artificiale e slegato dal paese reale. Servono invece criteri che mettano al centro le capacità e le competenze tecniche e politiche che portino nella vita pubblica persone con un’esperienza professionale alle spalle e che quindi conoscano realmente il mondo del lavoro e dell’impresa, oltre che individui dotati di una lealtà sincera al proprio gruppo grazie alla quale la loro azione politica sia indirizzata verso il bene del partito e del paese, mettendo in secondo piano il proprio interesse personale. Uno schieramento capace di mediare politicamente con altre forze, ma indisponibile a compromessi al ribasso, che costruisca il suo consenso con il coraggio delle scelte e non con l’unificazione di settori di società minoritari (lobby e clientele) attraverso l’azione corporativa.

Anche se siamo lontani da un’offerta del genere oggi per fortuna stanno emergendo esempi virtuosi che evidenziano un modo di fare politica più alto. Sta a noi elettori, liberandoci dalla falsa paura dei voti utili, incentivare andando alle urne e con la partecipazione attiva al dibattito pubblico le realtà virtuose che si stanno mettendo in moto.


Monti e il centrismo: nuova politica o vecchio bluff?

Si è ormai conclusa l’esperienza del governo Monti e prima di avviarci verso le elezioni politiche del 2013 è bene fare un bilancio di questa parentesi tecnico-politica, che probabilmente non scomparirà con l’uscita di scena del ex premier. In questi tredici mesi il governo dei tecnici ha cercato di ottenere credibilità agli occhi degli italiani presentandosi come governo al di sopra delle parti, capace di cogliere il meglio dagli schieramenti di centro-destra (Pdl,Udc e Fli) e di centro-sinistra (Pd) che lo avrebbero sostenuto. Insomma si è presentato come forza tecnica di centro, equidistante dalle due principali linee di azione politica (destra-sinistra) e quindi capace di praticarle entrambe. Il primo slogan del governo Monti era infatti “rigore, equità e crescita”, ovvero promessa di tagli (alla spesa pubblica), redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico, una buona sintesi tra politiche di sinistra e di destra. Il rigore, cioè le politiche di austerità, è uno strumento tipico dei governi di destra che ha inciso profondamente in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con le politiche di taglio dei servizi dello Stato soprattutto a partire dagli anni ’80. L’equità, cioè politiche basate sulla redistribuzione della ricchezza e la costruzione di un Welfare State a difesa del cittadino, sono politiche tipicamente di sinistra realizzate ad esempio dai governi socialisti che si sono susseguiti in Europa tra gli anni ’60 e ’70, e particolarmente nei paesi scandinavi. Infine lo sviluppo economico senza una specificazione sulle modalità del suo raggiungimento non può trovare definizione, in quanto un governo di destra tenderà a conseguirlo con la riduzione della tassazione e della spesa pubblica assieme ad un investimento a favore delle imprese, mentre un governo di sinistra punterà ad ottenerlo tramite un aumento dei salari dei lavoratori, una redistribuzione della ricchezza e l’investimento nell’istruzione e nella ricerca (meglio se pubbliche) e tramite politiche attive per la creazione di posti di lavoro (aumento della spesa pubblica). Non specificare come si intende realizzare la crescita, come ha fatto il governo Monti, equivale pertanto a non spiegare come si intende perseguirlo.

Ma veniamo alle cose fatte dal governo per poter misurare sui fatti, le promesse da esso inizialmente realizzate.

Una delle prime riforme introdotte dal governo dei tecnici è stata quella sulle pensioni, dal ministro Fornero. Questa legge ha innalzato l’età pensionabile dei lavoratori portandola a 62 anni per le donne dipendenti (63 per le lavoratrici autonome) e a 66 per gli uomini, passando da un sistema retributivo calcolato cioè sulla reddito ad un sistema contributivo, stimato sui contributi versati. Nel realizzare questo passaggio sono stati penalizzati molti lavoratori con più di 40 anni di lavoro sulle spalle che avevano cominciato la loro attività molto presto (14, 15 anni), che nel passaggio al nuovo sistema si sono visti prolungare l’attività lavorativa e allontanare la pensione. L’allungamento del periodo lavorativo è stato calcolato sulla base dell’aspettativa di vita e non tiene conto delle sostanziali differenze che intercorrono tra un’operaio che lavora in fonderia e il dipendente che svolge le sue mansioni in ufficio. L’imprecisione nel passaggio al nuovo sistema ha anche portato alla nascita degli esodati, persone in età avanzata che avendo perso il lavoro durante la crisi non riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro, ma neanche a maturare la pensione, rimanendo in un limbo senza protezioni. Insomma questa riforma che voleva ottenere un risparmio considerevole sulla spesa pubblica è stata realizzata senza tenere conto delle differenze tra i lavoratori, senza prendere seriamente in considerazione il diritto di quest’ultimi di godere di una vecchiaia dignitosa dopo una vita di lavoro e penalizzando le giovani generazioni che con l’aumento dell’età pensionabile si trovano ad avere una minore possibilità di collocarsi nel mondo del lavoro.

La riforma del lavoro, sempre del ministro Fornero, ha poi introdotto la possibilità per un datore di lavoro di licenziare un suo dipendente, anche senza “giusta causa”, affidando poi al giudice in caso di esposto del lavoratore la decisione dell’eventuale reintegro (o di un equo indennizzo in denaro). Questo provvedimento ha determinato la manomissione dell’articolo 18, che tutelava il diritto del lavoratore a non essere licenziato per ingiusta causa, al fine di aumentare la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (licenziamenti). Non si è fatto lo stesso nella costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali universale che favorisca la ricollocazione dei lavoratori licenziati, campo in cui l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) è andata ad integrarsi con il sistema della cassa integrazione senza arrivare alla costituzione di un modello nuovo e organico capace di tutelare tutti i lavoratori. Inoltre la riforma non ha inciso sulla riduzione delle tipologie di contratto atipiche che sono rimaste 34, elemento che pone il lavoratore precario in una situazione di forte debolezza nei confronti del datore di lavoro. Tra le norme positivamente introdotte dalla riforma c’è il nuovo contratto di apprendistato che favorisce l’accesso dei giovani ad un’esperienza di lavoro formativa. Insomma una riforma che aumenta di fatto la flessibilità e la precarietà senza favorire la possibilità di riqualificazione del lavoratore. Ci si chiede, anche qui, dove stia l’equità di un governo che si è dichiarato di “moderati”.

La Speding Review (revisione della spesa pubblica) del governo poi si è caratterizzata come taglio lineare non realizzato con sufficiente attenzione per gli elementi di spreco e per quelli positivi. Ad esempio la riduzione delle entrate per i comuni e gli enti territoriali è stata realizzata riducendo alla fonte l’erogazione di denaro da parte dello Stato, senza tenere conto delle differenze tra i comuni virtuosi e quelli che negli anni avevano sperperato denaro pubblico. Unitamente al patto di stabilità, che ha bloccato l’accesso a fondi in eccesso per i comuni virtuosi, questa revisione della spesa ha messo in grave difficoltà anche le buone amministrazioni che al pari delle altre hanno dovuto intervenire anche tagliando servizi essenziali, come gli asili nido e i trasporti pubblici, colpendo direttamente i cittadini. Nel campo della sanità, settore già in sofferenza, si è agito allo stesso modo senza avviare riforme sostanziali, ma riducendo l’erogazione alla fonte. Dunque anche in questo caso, molto rigore e poca equità.

Un altro esempio in questo senso è rappresentato dall’IMU, la tassa sugli immobili che riprendendo l’impostazione dell’ICI ha ridotto le distinzioni tra le case (limitando le possibilità di detrazione), ha reso beneficiari dell’incasso della tassa oltre al comune anche lo Stato (mentre prima era solo un’entrata comunale) ed infine ha applicato delle aliquote sulla base delle quali i comuni possono alzare o abbassare il loro rendimento, cosa che unita al patto di stabilità e ai tagli già subiti ha spinto gli stessi ad alzare le aliquote. Questo meccanismo ha portato alla creazione di una tassa più salata rispetto alla precedente Ici, che ha colpito tutti i proprietari senza tenere in dovuto conto le distinzioni esistenti.

Veniamo poi al ddl anticorruzione,  che doveva contribuire a sviluppare un sistema più moderno e trasparente, soprattutto introducendo ostacoli alle candidature di soggetti con procedimenti penali in corso o condannati in via definitiva. Questo provvedimento, pur essendo stato spinto da una campagna mediatica favorevole, è stato depotenziato dall’azione del Pdl risultando infine decisamente annacquato:  prova ne è il fatto che in materia di falso in bilancio, auto-riciclaggio e sui tempi di prescrizione il governo non sia intervenuto e che l’esclusione dalla candindatura venga applicata solo ai condannati in via definitiva in processi penali con pene superiori ai due anni. Ciò appare quantomeno bizzarro, se si considera che uno dei requisiti necessari a qualunque cittadino che aspiri ad un normale posto di lavoro è proprio una fedina penale assolutamente pulita e spesso non gravata da processi in corso.

La legge di Stabilità, infine, partita da un budget di 15 miliardi per poi lievitare fino a 30 (e qui sarà l’imminente campagna elettorale, ma il rigore è proprio saltato) vede al suo interno il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con 3,4 miliardi di euro. Vi è poi la promessa e mancata riduzione dell’Irpef (imposta sui redditi alle persone fisiche) tassa divisa in 5 scaglioni sulla base del reddito. La riduzione era prevista sui primi due scaglioni, cioè per i contribuenti che percepiscono 15.000 e 28.000 euro l’anno (in maggioranza operai e dipendenti). Il taglio è stato “compensato” con l’aumento alle detrazioni sulle spese per le famiglie con più di due figli e ai disabili. In un paese come l’Italia che da anni è in calo demografico, la misura risulta essere per pochi. Vi è inoltre l’aumento dell’Iva, dal 22% al 23%, già salita di un punto a settembre, tassa indiretta che colpisce tutti indistintamente quindi altamente regressiva. Ed infine una riduzione dell’Irap (imposta regionale attività produttive) che favorisce le aziende, assieme alla detassazione dei salari di produttività (riduzione fiscale del 10%) grazie alla quale si riduce la pressione fiscale sul lavoro notturno, festivo e straordinario. Quest’ultima misura, in condizione di mancanza di investimenti fissi sull’innovazione, non si configura tanto quanto aumento di produttività quanto come aumento della spremitura dei lavoratori a beneficio delle aziende.

In questo quadro sono mancati, o sono stati marginali i provvedimenti per lo sviluppo economico (vedi decreto sviluppo e sviluppo 2) che passa attraverso l’impiego di investimenti per la crescita. È mancata l’equità che come visto nei passaggi sui provvedimenti è sempre stata messa da parte a favore del rigore, realizzato nella maggior parte dei casi sulle spalle dei ceti meno abbienti e su quello del ceto medio. Pertanto questo governo si è rivelato un governo di destra, altamente classista che ha scaricato il costo della crisi sulle fasce più deboli e sul ceto medio, colpendo il settore pubblico e non incidendo nel privato (lotta all’evasione, alla corruzione e ai privilegi). Non è riuscito a migliorare le condizioni per dare la possibilità ai ceti produttivi di rimettere in moto il processo di sviluppo, dal momento che ha continuato ad aumentare il gettito fiscale che colpisce chi produce (e non le rendite finanziarie e i patrimoni). Questa politica, in continuità con quella di Berlusconi, ha generato una sempre più stretta élite che beneficiando di un patrimonio finanziario enorme ha la possibilità di sfuggire al controllo dello Stato (evasori, detentori di capitali spostati all’estero, investitori finanziari) e dall’altra parte ha creato una larga fascia di popolazione che oscilla tra un ceto medio impoverito e una classe di lavoratori che scivola verso la povertà relativa e assoluta. Questa situazione ha determinato un blocco dell’economia reale, in quanto il flusso di denaro tende a circolare solo ai piani alti e trasformarsi in forme sempre più virtuali (derivati e prodotti finanziari): sempre meno persone investono nelle imprese e nell’economia reale perché i tassi di profitto sono ridotti rispetto all’investimento finanziario e le condizioni di sviluppo difficili. A fronte di tutto ciò assistiamo al riposizionamento di molti partiti che si dichiarano moderati o si spostano verso quest’area (interpretata secondo molti dal governo Monti): Berlusconi che vuole unire i moderati, Casini che si dichiara moderato e sostenitore del governo e il Pd che promette di continuare l’agenda Monti, aggiungendo un po’ di lavoro ed equità. In tanti si allineano ad un’area che di fatto non ha definizione, perché il centrismo in Italia non si caratterizza come politica dell’equidistanza tra destra e sinistra come visto, ma si tramuta in un modo per ritagliare una politica fatta sulle esigenze del leader e dei poteri che lo sostengono, prima di Berlusconi con il suo personalismo e ora di Monti con il mondo delle banche e dei mercati alle spalle. In questa corsa al centro si perdono di vista i contenuti e le differenze tra le forze politiche, e così finisce per emergere la coalizione guidata dalla personalità che più attrae gli elettori.

Potrebbe quindi essere utile tornare ad una distinzione più netta delle risposte politiche, in un quadro dove venga detto chiaramente come si intende uscire dalla crisi, se con un taglio dello Stato e con una maggiore libertà di impresa (uscita a destra) o con una maggiore redistribuzione della ricchezza e con politiche attive per il lavoro (uscita a sinistra). Lo schiacciamento al centro è solo un modo per non dire come si intende rispondere alla crisi e per nascondere ambiguamente la propria identità politica o gli interessi di cui si è portatori.


L’Aquila, ottobre 2012 – di Francesco Erbani

Ogni tanto su L’Aquila si accende una luce abbagliante. Dura poco. Poi la città torna al buio. E ci resta a lungo. Un riflettore si è illuminato il 7 ottobre scorso, quando Renzo Piano ha inaugurato l’Auditorium progettato ai piedi del Castello spagnolo, esattamente su uno dei bordi del centro storico ancora disabitato a tre anni e mezzo dal terremoto. Nel capoluogo abruzzese sono arrivati il Presidente della Repubblica, molte autorità, i giornali nazionali, le tv. E si è parlato del fallimento delle cosiddette new town, della ricostruzione che non c’è, di una città che ancora non ha elaborato un’idea di sé nel futuro. Poi sui palazzi puntellati, sulle poche strade del centro che si rianimano di giorno e dopo le 6 tornano nel silenzio, è ripiombato il buio.

Chi a L’Aquila ha resistito ora è sfibrato, stanco. Il tono della voce è diventato dimesso e fioco. Prima del 6 aprile 2009 la città andava faticosamente cercando un equilibrio. Il centro storico restava il centro direzionale di un organismo urbano che si distribuiva su un vasto territorio sparpagliandosi in una sessantina di piccole frazioni. Non era effetto di sprawl. L’Aquila si era data questo assetto almeno dalla seconda metà del Duecento, quando i castelli feudali (99, secondo la leggenda, di meno, secondo le ricostruzioni più attendibili) sottoscrissero il patto federativo che produsse la nascita di un insediamento centrale, simbolo di un solidarismo urbano che poi sarebbe stato raffigurato nella Fontana delle 99 cannelle.

Il centro dell’Aquila ha svolto nei secoli un ruolo gerarchicamente preminente in questa complessa città/territorio. E ancora alla vigilia del 6 aprile, nonostante l’affanno prodotto da una corona periferica sorta negli anni Sessanta e Settanta e infiltrata anche dentro il nucleo più antico con orrendi squarci, il centro storico assolveva a una funzione vitale. Molto più vitale di altri centri storici italiani. Qui era la sede di tutte le istituzioni pubbliche. Qui banche e assicurazioni, qui i negozi, gli artigiani, oltre diecimila dei settantamila residenti in tutta la città, circa seimila studenti alloggiati precariamente, in nero, mal sopportati, ma comunque portatori di un’energia che illuminava strade e vicoli e regalava alla città un’immagine amichevole.

Il terremoto ha fermato il battito del centro storico. Poteva essere rianimato, sistemando i suoi abitanti in strutture provvisorie, ma si è scelto di fare altrimenti. La Protezione civile e il governo di Silvio Berlusconi hanno deciso di costruire 19 nuovi insediamenti per 15 mila persone (un terzo dei senza tetto aquilani), costati 830 milioni di euro (2 mila 800 euro a metro quadrato) che sono andati ad appesantire la maglia già slabbrata del tessuto aquilano. In pochi mesi, dal luglio al settembre 2009, senza un briciolo di pianificazione, sono stati piazzati in aree agricole o destinate a verde 3 mila 500 appartamenti distribuiti in 19 aggregati di palazzine senza il minimo servizio, solo qualche aiuola, le altalene per i bambini e i parcheggi sotto gli edifici come unico luogo d’incontro.

Le cosiddette new town sono state chiamate Progetto C.a.s.e.. In questo acronimo, che sta per Complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili, e che racchiude l’apologetico richiamo a un bene rassicurante come la casa, è racchiuso il senso che Guido Bertolaso e Silvio Berlusconi hanno dato all’operazione post-terremoto: un affare edilizio, una soluzione individualistica e privatistica che si sostituisce all’esigenza collettiva della ricostruzione di una città. La casa come valore assoluto. Il tetto che protegge da un esterno pieno insidie. I muri che isolano ed escludono. Qualcuno ricordava, guardando l’insediamento di Coppito 2 o di Bazzano, lo slogan che a metà degli anni Ottanta accompagnò il lancio delle tv Fininvest: «Torna a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta».

Contemporaneamente si è lasciato in abbandono il centro storico, il perno di tutto l’organismo urbano dell’Aquila. Si è proceduto con puntellamenti financo eccessivi, che a prima vista non preludevano a nessun restauro, solo a un imperituro imbracamento, a una conservazione a fini di contemplazione archeologica. L’Aquila come Pompei. Un centro storico ad uso delle visite di frotte di turisti con il naso all’insù. Si sarebbe potuto fare qualcosa di diverso? Riattivare gradualmente il centro storico appariva, fin da subito, una strategia praticabile, concreta, economica. Il centro storico non era raso al suolo. I crolli si contavano a qualche decina. La gran parte del lavoro consisteva in riparazioni e restauri, le cui procedure erano contenute nel Piano regolatore vigente, risalente alla metà degli anni Settanta. Un percorso lungo, accidentato. Ma un percorso chiaro, che consentiva di alimentare la partecipazione dei cittadini alla ricostruzione di quel che era inagibile e anche alla ricostruzione di sé, alla sutura delle ferite che ognuno portava dentro.

Ma, appunto, la strada intrapresa è stata un’altra e a tre anni e mezzo si fanno i bilanci. La città ha cambiato forma, è ora un aggregato di periferie senza un centro. Più di ventimila persone non sono ancora tornate nelle proprie case. Poco più di tredicimila aquilani abitano segregati nel Progetto C.a.s.e.. Moltissimi ancora quelli che vivono da parenti e amici. Le strade sono costantemente intasate e la città è completamente a misura di macchine private. Cantieri sono attivi solo nella cintura periferica. Le iscrizioni all’università sono diminuite. Le ore di cassa integrazione sono esplose. Quasi un anno è stato speso per redigere un Piano di ricostruzione del centro storico che il Commissario di governo (dopo Bertolaso, il presidente della Regione Gianni Chiodi) giudicava indispensabile per avviare i lavori e che ora, invece, pare non sia più indispensabile. Un’orgia burocratica ha intasato tutte le procedure che i commissari avrebbero dovuto accelerare e invece hanno ingolfato.

L’Aquila stenta a riconoscersi in un qualche modello di città. La dimensione urbana, la sostanza collettiva sono ripiegate in un angolo. E anche la partecipazione e la protesta, così vivaci dopo che si diffusero le intercettazioni telefoniche degli imprenditori che ridevano la notte del 6 aprile, sono uscite fiaccate dalla sordità degli interlocutori pubblici e di un ceto politico immiserito. È questa la città sulla quale si sono accesi i riflettori la sera del 7 ottobre 2012,  quando il maestro Claudio Abbado ha dato l’avvio all’orchestra Mozart nell’Auditorium firmato da Renzo Piano. Un Auditorium che, terminato il concerto, ha chiuso i battenti perché il cantiere è ancora in funzione e mancano i collaudi.

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La rivolta è femmina. Un anno di rivoluzioni fatte di donne.

Il mondo brucia. Lo abbiamo visto bruciare la prima volta con Mohamed Bouazizi, un giovane commerciante ambulante tunisino che si era dato fuoco davanti alla sede del governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria merce da parte delle autorità. L’abbiamo visto nelle piazze d’Egitto, in libia, nello Yemen, nel Baharain. Abbiamo visto diversi tipi di fuochi ardere nelle rivoluzioni e nelle proteste che hanno caratterizzato questo 2011. Bruciava Londra la scorsa estate, bruciavano le proteste degli operai contro Marchionne. Il mondo brucia, e continua a bruciare chiedendo Libertà.

E la stessa Libertà è raffigurata in quel quadro di Delacroix del 1839, La libertà che guida il popolo, dove una donna – una popolana, dicono – incita il popolo alla rivolta. Ed è esattamente cosi che è andata quest’anno, perchè con il fuoco, la costante di questo infausto anno è la presenza  della realtà femminile nel mondo della protesta. Le donne che hanno sostenuto i propri figli e le nuove generazioni per cambiare l’ordine dittatoriale del mondo arabo, donne che hanno portato il velo non per costrizione ma per scelta. Le donne che sono scese in piazza contro un primo ministro puttaniere, le donne che si sono battute per portare all’attenzione un’incidenza mostruosa di mortalità sul lavoro femminile.  Udite udite, noi che eravamo state definite da Gheddafi pezzo di mobilio del mondo e generazione delle veline  dalle femministe degli anni ’70, siamo riuscite a sorprendere ancora una volta. Abbiamo tralasciato la retorica e gli slogan delle nostre ave per passare all’azione. Ed è accaduto quello di cui si era discusso nell’articolo sulla protesta delle donne quando si cercava di capire se davvero le nuove generazioni fossero interessate a dimostrare un’identità autonoma e nuova rispetto alla carogna del femminismo che, ormai anacronistico, persiste in una lotta continua di superiorità l’una sull’altro.  E ora, rileggendo un intero anno alla luce delle proteste, delle rivolte, delle rivoluzioni e dei contrasti urbani che hanno scandito il tempo di quest’anno, potremmo tentare di rispondere a quella domanda che ancora giace sul piatto senza risposta: Noi, non ci interessa? Potremmo dire che, mettendo da parte tutta la zavorra che ha deviato il discorso della sessualità e del genere, siamo arrivate alla fine del 2011 diverse da come l’abbiamo cominciato. Ci siamo rese conto che sottolineare la nostra estraneità alla vendita del corpo in cambio di favore è un nostro dovere, non solo un diritto. Abbiamo preso decisioni, siamo scese in piazza in un mondo tradizionalmente ostile alle donne, e abbiamo supportato i nostri uomini nella rivendicazione della libertà. Le ricercatrici in piazza accanto ai colleghi, la protesta universitaria, il rogo dei veli delle donne dello Yemen e la rivendicazione del velo come scelta e non come imposizione. Quello che si profila all’orizzonte è un risveglio della dignità femminile che scavalca la tradizione e rientra semplicemente nella sfera della persona: le categorie di genere devono restare fuori, siamo prima di tutto persone che insieme ad altre persone formano un popolo in viaggio verso la libertà personale.


Il ritratto del Cavaliere (di Matteo Tomasina)

Questo articolo potrebbe essere un “coccodrillo”. In gergo, un pezzo che viene scritto prima che un avvenimento atteso accada, e pubblicato subito dopo, in modo da garantirsi la tempestività. Non sta mai bene ricordarlo, ma è quanto di solito si fa con i necrologi encomiastici di personaggi famosi appena scomparsi. Anche in questo caso siamo di fronte alla fine di una storia, anche se non possiamo porre limiti di tempo. Soprattutto perché il protagonista è tutto sommato scaltro e imprevedibile. Silvio Berlusconi potrebbe essere già stato sfiduciato mentre leggete queste righe, o avere deciso lui stesso di ritirarsi, oppure trovarsi ancora al potere e compiacersi di aver “fatto fuori”, per l’ennesima volta, i suoi avversari. Ma tutto prima o poi ha una fine, e anche senza poter prevedere il giorno e l’ora, tutti i segnali portano a pensare che un periodo si sia concluso. Si avvicina il “pasto totemico” degli ex alleati e sostenitori sul vecchio leader.

Uno dei maggiori punti di forza di Berlusconi è stato presentarsi come un uomo di successo, un self made man, di fronte a un paese in cui generalmente per essere qualcuno è necessario esibire l’appartenenza a una certa famiglia, associazione, consorteria, corporazione o partito. Quando fu coniato, negli anni ’80, il termine “berlusconismo” indicava ottimismo imprenditoriale e fiducia nelle proprie capacità personali (col tempo il significato si sarebbe notevolmente evoluto). Paradossalmente però Berlusconi stesso non ha mai incarnato questa figura dell’autorealizzazione. L’origine del capitale che investì nella sua prima attività edilizia è oscura, e si sospetta in modo fondato un legame con clan mafiosi. L’homo novus, nel proseguimento della carriera, ha poi conseguito un monopolio televisivo illegittimo con l’appoggio di uomini di governo, cioè Craxi e i socialisti. E’ stato l’individuo più privilegiato dal sistema della cosiddetta prima repubblica, e dopo che la classe dirigente di questa è stata spazzata via da Tangentopoli, ha colmato in prima persona il vuoto di offerta politica che si era venuto a creare.

Nonostante tutto questo, al momento della “discesa in campo”, è riuscito a convincere gli elettori di essere l’uomo del cambiamento. Il “salvatore”, l’”uomo della provvidenza”, colui che venendo dall’esterno risolve i problemi in casa. Un’idea che agli italiani ha sempre affascinato, fin dal tempo dei comuni. Molti hanno creduto che avrebbe portato la “rivoluzione liberale”. Dubito sia mai stato nei suoi interessi, ma anche se fosse nessuno si è mai dimostrato meno liberale, anche a livello antropologico, di Berlusconi. Abbiamo perso l’appuntamento col liberalismo ormai da parecchio tempo, e quello proposto negli ultimi vent’anni non è stato nemmeno un surrogato. Delegittimando la magistratura e rivendicando un potere superiore per chi è “eletto dal popolo” ha disconosciuto la costituzione e una delle basi della dottrina liberale, la separazione dei poteri. Sul versante della distinzione tra pubblico e privato, ha impiegato lo Stato per perseguire fini individualistici, mentre intanto favoriva la confusione tra sedi istituzionale e proprie magioni domestiche. La Chiesa, poi, è stata favorita in cambio di sostegno. Infine, e questo è l’apice delle contraddizioni, in campo economico ha fallito là dove il liberalismo punta tutto, cioè la crescita dell’economia.

Non credo però che il berlusconismo sia mai stata una fase di “dittatura”, o qualcosa di assimilabile al fascismo. Quest’ultimo si fonda su un adesione fanatica all’ideologia, richiede la partecipazione attiva delle masse e la mobilitazione totale verso gli scopi fissati dal regime. Il potere berlusconiano si è fondato, in linea di principio, su altro. In particolare, sul disinteresse dei più verso la politica. Le reti televisive non hanno condotto solo campagne di disinformazione, ma una ben più sistematica politica culturale di “distrazione”. L’intellettuale organico del centrodestra non è mai stato Giuliano Ferrara (anche se lui non vuole rassegnarsi), ma Alfonso Signorini. Catturati dall’intrattenimento, agli italiani è rimasto ben poco tempo e nessun desiderio di informarsi. Del resto, di fronte alle difficoltà, Berlusconi ha sempre risposto “Ghe pensi mi”. Bastava votarlo, poi ci avrebbe pensato lui ad occuparsi della gestione della cosa pubblica. Nella sua visione, una volta legittimato dal meccanismo democratico, il leader può fare quello che vuole, anche se “non metterà mai le mani in tasca agli italiani”.

di Francesco Tassi

E così si è arrivati ad una sorta di sultanato, dove i ruoli chiave sono occupati dai soci, dai servi e dalle concubine del capo. Che nel frattempo invecchia, diventa più potente ma anche più solo, e si riduce alla caricatura di se stesso. L’ultimo governo ha emarginato le figure più consistenti del centrodestra, per ridursi ad un circo di nani e di ballerine. Fra episodi squallidi e uscite fuori luogo, emergono scandali ad ogni livello e il velo attorno alla corte di Arcore si solleva, mostrando una – prevedibile – corte di prostitute e di faccendieri. Intanto, un parlamento di fedelissimi legifera ormai solo su provvedimenti ad personam. Rimane ormai ben poco della figura pubblica e della credibilità di Berlusconi, e c’è sicuramente un legame tra l’inaffidabilità del governo e l’aggravarsi progressivo della crisi economica.

 

Un episodio in particolare riveste una particolare carica simbolica. All’ultimo vertice europeo che ha portato al commissariamento di fatto dell’Italia, Berlusconi ha incontrato anche la premier danese, Helle Thorning Schmidt. Eletta di recente, è la leader più giovane d’Europa, e a capo di un governo con ministri ventenni e trentenni. La signora è sulla quarantina, è una bellezza nordica e potrebbe essere tranquillamente sua figlia. Il presidente del consiglio più vecchio dell’Ue la incontra, le stringe la mano, e poi appena lei passa oltre si volta e, come diremmo in Italia, le guarda il culo. Volgarità, satirismo, mancanza di rispetto: lui stesso si è trasformato in un protagonista delle sue barzellette.

La vicenda di Berlusconi è stata davvero, in un certo senso, una storia italiana. Ma le biografie, anche quelle nazionali, hanno sempre due volti. Dell’italianità ha rivelato il volto peggiore: l’egoismo, il maschilismo, la volgarità, la furberia, l’arrivismo senza scrupoli e truffaldino. L’ipocrisia, la doppia moralità. Ma in questi anni l’impegno civile, l’orgoglio nazionale, l’intelligenza, la creatività artistica, la solidarietà non sono stati del tutto sopiti, anzi sono stati forse aizzati. Si sono espressi nella forma della satira, di inchieste giornalistiche coraggiose, in migliaia di iniziative di partecipazione. E sicuramente dimentico qualcosa. Questo nonostante le censure, le ostruzioni, l’incapacità della stessa classe dirigente anti-berlusconiana. La più grande mozione di sfiducia al governo è stata quella dei referendum del giugno scorso, in cui più della metà degli italiani hanno deciso di partecipare direttamente, di contro a chi gli diceva di stare a casa, disinteressarsi un’altra volta, perché la politica è solo una questione di deleghe, e al cittadino resta solo la libertà economica e il tempo dedicato all’edonismo straccione televisivo. Prima ancora di essere un “si” o “no” ad una determinata legge, il referendum era un “no” al berlusconismo.

P.S: le previsioni sul futuro appassionano alcuni, a me non tanto. Comunque, se devo dare un parere, sono convinto che alla fine della crisi di governo deciderà ancora lui. Preparate la tessera elettorale, quindi.


Perchè manifestare soltanto non basta più.

Sono ormai tre anni che il Governo Berlusconi dispone di una maggioranza in Parlamento (inizialmente tra le più solide mai viste). In questo lasso di tempo sono stati presi diversi provvedimenti, come il tentativo di riforma per decreto dell’Università (per altro fermo alla Corte dei Conti per assenza di copertura finanziaria) e gli interventi sulla Pubblica Amministrazione. Altri invece sono stati portati avanti attraverso numerose manovre economiche. Emerge chiaramente a distanza di tre anni l’incapacità di questo Governo di incidere, di fare quelle riforme strutturali che la BCE, l’UE, il FMI suggeriscono quasi quotidianamente e di cui il Paese ha un bisogno impellente. La debolezza di questo esecutivo è manifesta e non si scorgono manovre politiche credibili per formare una nuova maggioranza, all’interno del centro-destra, che abbia la forza di governare.

Ma il problema più grande è che questo esecutivo non è disposto a riconoscere la sua debolezza, o forse non può. Non si dimostra disposto ad accettare aiuti, a recepire le istanze della società civile e delle parti sociali, a fare scelte coraggiose per l’interesse del Paese. Così non potendo governare concentra tutte le sue energie in uno sforzo conservativo ben sintetizzato dal mantra recitato dai fedelissimi come Gasparri: “in una democrazia si governa con il voto degli elettori che noi abbiamo ottenuto, inoltre non siamo mai stati sfiduciati dal Parlamento, quindi andremo avanti”. Così il loro impegno è rivolto nel tenere i ranghi serrati e nell’evitare le defezioni nelle Camere. Il risultato è che questi signori hanno messo sotto scacco Montecitorio e Palazzo Madama che non sono più un vero luogo di confronto, ma uno dei teatri dello scontro tra le forze politiche. Ogni giorno, nei fatti, un gran numero degli articoli della Costituzione non sono rispettati (diritto al lavoro e l’uguaglianza tra i cittadini di fronte alla legge per citarne alcuni).

In questo contesto perde di significato richiamarsi democraticamente alla Costituzione: un documento non rispettato non è una garanzia, ma una dimostrazione della sconfitta dello Stato e della civiltà del nostro Paese (nonché dell’incapacità della società di far valere le sue leggi e la sua storia). Allora chi garantisce i cittadini se nei fatti la legge è “debole”? Nessuno. Infatti chi sta scrivendo la storia in questi giorni non sono soggetti politici che si muovono in un quadro istituzionale fatto di regole condivise, ma sono singoli gruppi di potere che all’interno di un sistema partitocratico modificano il contesto nel quale tutti dobbiamo giocare deregolandolo, e scontrandosi così sulla base dei rapporti di forza.

In questi anni di berlusconismo le piazze si sono riempite più e più volte, ma gli unici esiti favorevoli sono stati la riuscita difesa di quel baluardo di istituzioni e regole minime che ci consente ancora di continuare a chiamarci Stato (con qualche ipocrisia non trascurabile). Ma questo non basta per uscire dalla crisi. Questo basta perché una parte di popolazione possa rimanere in piedi alla fine della bufera.

Per ribaltare la situazione servirebbe un’opposizione capace di raccogliere le istanze dei cittadini facendo una sintesi dei problemi e delle soluzioni disponibili. Un’opposizione che avesse l’autonomia e il coraggio di fare riforme epocali. Un’opposione capace di aprirsi alle migliaia di movimenti sorti in questi anni senza perdere la rotta, e condurre questa sinergia di intenti verso una riscossa sociale, politica ed economica.

Ma questa squadra non si vede. O meglio, si scorgono uomini, donne e movimenti capaci di realizzare questo progetto, ma bloccati da consuetudini di potere, dalla paura di buttarsi in questo gioco rischioso, troppo attenti al peso e alla legittimazione dei poteri forti (che hanno contribuito a portarci dove siamo).

Lo stallo è totale, con l’aggravante di una crisi che picchia come un bufera e che non intende risparmiarci. Possiamo in queste condizioni arrivare al 2013? E se anche dovessimo farcela quali risorse economiche e sociali avremmo per rilanciare il paese? Io non penso sia possibile.

Allora cosa potrebbe portarci fuori dalla palude?

Forse l’unico scatto si produrrebbe se una massa di cittadini bloccasse il paese. Se una movimento spontaneo decidesse di occupare le scuole e le università, di fermare i trasporti, il funzionamento della macchina statale e i luoghi di lavoro per un tempo indeterminato avanzando una sola richesta: il cambio trasversale della classe dirigente e nuove elezioni. Solo una mobilitazione di questo tipo (non di natura violenta), in un contesto governato da rapporti di forza dove le regole della democrazia non sono sempre osservate, potrebbe creare una rottura e un nuovo inizio per il nostro paese.

Altrimenti possiamo sempre continuare a chiedere civilmente le dimissioni del Premier e sperare che una classe dirigente nuova emerga da sola (mettendo da parte quella attuale), sempre che nel frattempo la Cina, la BCE e qualche speculatore non abbiano già comprato il nostro paese togliendoci definitvamente ogni forma anche apparente di sovranità.


Amministrative 2011: terremoto nelle vecchie gerarchie.

Si è conclusa da 48 ore la prima tornata delle elezioni amministrative. La rilevanza di questo voto che coinvolgeva 4 grandi città (Milano, Bologna, Torino, Napoli) e numerosi capoluoghi di provincia ha trasformato l’appuntamento in un test politico per la maggioranza.

Così come succede ormai da tempo ogni politico e ogni schieramento ha gareggiato nel convincere gli italiani, durante e dopo il voto, che il proprio partito aveva vinto. Così abbiamo assistito al discorso di Bersani che usando un noi generico in conferenza stampa ha dichiarato “Loro hanno perso, noi abbiamo vinto. Un vento nel nord si è alzato contro il blocco Pdl-Lega”; il Terzo Polo che ha ottenuto un risultato non troppo soddisfacente affermandosi come quarta forza a Napoli e Bologna si è dipinto come “forza decisiva che avrà grande peso nei ballottaggi”. Casini “non si può non fare i conti con noi”. Il Pdl ha avuto invece la buona creanza di rinviare i commenti di qualche giorno, quando i numerosi ballottaggi ai quali si è arrivati sanciranno definitivamente il risultato elettorale.

Ma la domanda che mi ha accompagnato con prepotenza durante queste amministrative è stata questa: chi ha davvero vinto?

Se analizziamo il voto nelle grandi città ci si può rendere conto di come i due maggiori partiti (Pd e Pdl) siano andati incontro ad un sonora sconfitta. A Milano l’esito delle primarie ha sancito una vittoria schiacciante di Giuliano Pisapia, candidato di Sinistra Ecologia e Libertà ed ex-parlamentare di Rifondazione Comunista. Questo ha provocato le dimissioni della dirigenza del Pd milanese. La Moratti, ricandidata per volere di Berlusconi e profondamente criticata nel centro-destra, è riuscita con una campagna elettorale molto costosa e mal condotta ha accentuare le divisioni tra gli alleati. Il risultato è stato un incredibile exploit del centro-sinistra che con un 48% ha superato la Moratti (41,50%) portandola al ballottaggio.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/milano.html#risultati

Nella capitale della finanza italiana, del berlusconismo e della Lega Nord un candidato che viene dall’estrema sinistra ha sovvertito il risultato elettorale (e con metodi democratici e legali!). Il valore politico e gli effetti di questo raggiunto ballottaggio sono e saranno un duro colpo per il centro-destra che vede scricchiolare il suo potere: già Bossi rilascia dichiarazioni velenose “Se prima il Pdl vinceva grazie alla Lega, ora la Lega perde per colpa del Pdl”. E vorrei ricordare che al Nord in diversi comuni la Lega ha corso da sola. Fate voi.

Altro teatro interessante è stato il voto di Napoli. Qui il centro-sinistra si è presentato con due liste, una composta da Pd e Sel con capolista il prefetto Morcone (figura eletta per ovviare allo scandalo delle primarie truccate) e l’altra guidata da De Magistris, sostenuto da Idv e Federazione della Sinistra.

http://www.repubblica.it/static/speciale/2011/elezioni/comunali/napoli.html#risultati

Il responso delle urne ha sancito una dura sconfitta del Pd, che passa da un ruolo di grande forza di controllo della Regione, della Provincia e della città ad un surreale 16%. Sfrutta lo scivolone De Magistris, che supera Morcone agilmente grazie ad una grande campagna elettorale, andando a contendere il ruolo di sindaco a Lettieri (candidato del Pdl) che non vince al primo turno. Decisivo sarà il ruolo del Terzo Polo in città che raggiunge il 9%.

A Torino e Bologna vince il Pd invece, che dimostra di saper tenere unita la coalizione e sfrutta al massimo la tradizione comunista. Si vince al primo turno arginando gli ottimi risultati del Movimento a 5 stelle che in Piemonte raggiunge il 5% e nella città emiliana si attesta su un incredibile 10%. In questi capoluoghi la sconfitta è tutta del Pdl, che non riesce nemmeno a presentare un suo candidato a Bologna, mandando la Lega Nord in doppia cifra su un terreno difficilissimo, e candidando a Torino Coppola che non va oltre il 30%.

Ma quindi chi ha vinto? Generalmente si può dire che c’è stata una forte affermazione della cultura di sinistra, la quale superando le difficoltà manifeste della sua classe dirigente si è alzata in piedi e ha dato un sonoro schiaffo a Berlusconi. Quindi è corretto affermare che queste amministrative segnano una vittoria del centrosinistra. Ma c’è anche una grande vittoria del Nuovo sul Vecchio: le formazioni meno tradizionali come Movimento a 5 stelle, Lega Nord, Sel e Idv sono le vere vincitrici di questa competizioni. Questo dato segna la crisi della leadership di Pd e Pdl e suggerisce la volontà degli italiani di superare l’attuale quadro politico. Oggi i cittadini hanno punito la vecchia dirigenza dei partiti tradizionali e hanno chiesto il rinnovamento, pagando il prezzo dell’instabilità politica, in quanto al momento il centro-destra mantiene una maggioranza in Parlamento, ma non nel paese. Dall’altra parte l’affermazione del centro-sinistra è frammentaria e instabile e questo è evidente osservando la composizione delle coalizioni che vendono un partito democratico che mantiene sì una posizione predominante, ma comunque molto debole e molto poco autonoma rispetto le altre formazioni anche nelle regioni rosse.

La sfida per il centro-sinistra quindi sarà quella di raggiungere l’unità, limitando i personalismi, per poter risultare una forza alternativa credibile: il cantiere è ancora ampiamente aperto e in funzione e ci sono buoni presupposti. Nodo centrale sarà lo svecchiamento della classe dirigente che ormai una larga parte della base del Pd chiede e desidera con insistenza.

La sfida di Berlusconi invece sarà quella di riuscire a ricompattare il fronte della destra, vincolando una Lega Nord sempre più forte in Parlamento e nel paese che sgomita per liberarsi. L’obiettivo è arrivare alla fine della legislatura.

Concludo dicendo che queste elezioni hanno fatto bene al nostro paese, perché segnano una reazione forte dei cittadini che, con un gesto di sfida alle vecchie gerarchie che affossano il paese,  ha mandato un segnale chiaro da entrambe le parti: cambiate o cambieremo noi!

Questi sono i presupposti per una rivoluzione politica che ci consenta di trovare le forze per uscire dalla crisi economica, chimera che ci accompagnerà ancora a lungo. Quindi teniamo duro e stiamo con gli occhi aperti: la giornata di oggi è un buon appoggio per uscire dalla palude, ma siamo ancora completamente immersi nel fango, non scordiamocelo.

Enrico Monaco


Pensieri Democratici intervista a Luca Telese

Questa intervista è stata realizzata da pensieridemocratici.it , un blog imolese che senza capitali nè poteri forti alle spalle svolge un apprezzabile servizio di informazione e confronto aperto.

Ho deciso di postare questa intervista perché credo riassuma efficacemente alcuni dei principali motivi che hanno portato la sinistra italiana ad essere un partito e una cultura perdente. Il fatto che queste parole vengano da un giornalista autorevole che afferma di “essersi formato nell’esperienza del PCI orgogliosamente” conferisce ulteriore valore all’intervista, per la professionalità della persona, per la storia politica e per il coraggio delle sue idee.

Aggiungo anche che questo non vuole essere un attacco al Pd, io penso che l’antidoto alla malapolitica di sinistra sia anche in quel partito (ma non solo). Vuole essere invece un invito alla riflessione a tutti gli elettori, ai militanti e ai dirigenti  di sinistra che continuano a legittimare questo stato di cose (come le battaglie anacronistiche tra Veltroni e D’Alema), senza rendersi conto o negando palesemente quel fenomeno di allontanamento dalla politica che interessa moltissimo anche questa formazione.

Spero che qualcuno trovi il coraggio di commentare questa intervista senza nascondersi dietro un dito. Spero di leggere critiche, ma anche interventi di difesa incisivi. Se ciò non avverrà avremo l’ennesima dimostrazione di quanto siano realistiche e puntuali le parole di Luca Telese.

Dunque amici e compagni rispondete… e confrontiamoci.

Enrico Monaco


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