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Movimento 5 stelle: antipolitica oppure no?

“In America Obama ha sconfitto la destra unendo il ceto medio, le classi popolari e alcune élites attorno ad un programma di riforma presentato attraverso una narrazione”.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad una campagna elettorale sotterranea e convulsa. I partiti maggiori sono legati da un problematico accordo che impone loro di collaborare al sostegno del governo Monti, e quindi non possono acuire lo scontro tra fazioni senza mettere a rischio la tenuta della maggioranza.  Per questo emerge drammaticamente l’inconsistenza della proposta politica dall’una e dall’altra parte: l’opportunismo di Casini che si allea con la destra e la sinistra a seconda di come tira il vento sui territori è l’emblema di questa realtà.

L’incapacità di queste formazioni di agire sull’esistente porta i cittadini a considerare tutte le forze politiche come simili, parti di un sistema-politica marcio, completamente incapace di riformarsi e quindi riformare il paese. Succede così che le proposte per tagliare i privilegi in Parlamento non vengono mai prese, le vicende Lusi e Penati si moltiplicano ogni giorno e il Movimento a 5 stelle, unica forza antisistema in campo, soffia sul vento della protesta usandolo come una clava contro la moribonda classe dirigente del Bel Paese. E le stoccate di Beppe Grillo fanno male, perché ormai molti commentatori e gli stessi politici di lungo corso si sono resi conto di quanto le vittorie crescenti di questa formazione possano minacciare il sistema del malaffare che ha condizionato fino ad oggi l’Italia.

Loro spaventati dalla possibilità di perdere il potere (e la poltrona) in uno spirito di conservazione contrario all’interesse comune, corrono ai ripari e lo fanno in un modo un po’ ambiguo: non ammettono che effettivamente serva un cambiamento serio nelle istituzioni a più livelli se vogliamo uscire dalla crisi; non propongono piani per la crescita o politiche industriali degne di questo nome, o per lo meno non sono in grado di farle comprendere ai cittadini (il che produce lo stesso risultato, visto che ciò che non viene mostrato nella nostra società non esiste); preferiscono continuare a vivacchiare e resistere, seguendo la massima andreottiana, senza fare scelte drastiche che permetterebbero a loro di diventare capaci di governare e all’Italia di risollevarsi.

In questo quadro il Movimento a 5 stelle che ha le mani libere da monopoli di potere diventa l’antipolitica; Beppe Grillo il demagogo di turno da paragonare a Mussolini, al primo Bossi o all’Uomo Qualunque. Grillo risponde che loro sono dei ladri, che hanno affossato l’Italia e devono andarsene e che non si può curare il malato con il virus della malattia stessa: difficile dargli torto.

Detto ciò io mi chiedo da cittadino se in un paese esasperato dalla crisi chi possa vincere in una simile contesa dicotomica: il Movimento a 5 stelle o la “politica istituzionale” (i partiti)? Chi può avvantaggiarsi se la contrapposizione si gioca su un piano così superficiale? Grillo ovviamente. Già Bossi con questi argomenti sfruttò l’onda di Tangentopoli, crisi solo italiana. E oggi che la crisi è sistemica e internazionale quanto carburante avrà il Movimento a 5 stelle da bruciare contro la vecchia politica? Illimitato.

Così si decide che è meglio mentire sostenendo che il Movimento a 5 stelle non ha proposte e vive di protesta. Una “stronzata universale” direbbe Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”. Anche la Lega aveva delle proposte (e sono ancora quelle e riscuotono ancora un certo successo): la devolution, la cacciata degli immigrati dall’Italia e l’attacco ai privilegi della Casta. Infatti la Lega nel giro di vent’anni ha conquistato una buona parte del Nord arrivando ad eleggere due governatori di Regione in Veneto e in Piemonte, due delle regioni più produttive d’Europa (con buon pace di certi grandi intellettuali di sinistra che li hanno sempre ritenuti degli imbecilli incapaci).

Il Movimento a 5 stelle -dico per tutti quelli che parlano a sproposito- ha un programma ben preciso, eccolo: http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

Io penso da uomo di sinistra che questa formazione politica abbia molte idee innovative e condivisibili anche dal centro-sinistra, come la raccolta differenziata spinta che permetterebbe di costruire industrie del riciclaggio, quindi posti di lavoro (ricordate la green economy?); oppure l’idea di creare un sistema di autogestione dell’energia tramite il fotovoltaico, così forse saremo meno schiavi dell’acquisto di energia dagli altri paesi (politica energetica!); ancora le proposte atte a colpire il conflitto di interesse e ad abbattere privilegi e stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione che gravano sul bilancio dello stato (tagli alla spesa pubblica!).

Questo per darvi un assaggio di ciò che questi cittadini propongono.

Secondo voi definire queste idee, di fatto trasversali, “ANTIPOLITICA” equivale ad una buona rappresentazione della realtà? Definire le migliaia di cittadini e di giovani (sono veramente tanti) che militano in questo movimento, che hanno contribuito, tra le altre, alla battaglia per il Referendum sull’Acqua, che attraverso i loro rappresentanti eletti hanno portato valide proposte politiche contro gli sprechi a livello delle amministrazioni locali, è giusto?

Secondo me no, è ingiusto e anche poco lungimirante. E chi etichetta come “antipolitica” questa espressione della democrazia  forse è troppo lontano da una realtà del Paese che dimostra di rispondere alla sofferenza della crisi in modo attivo e forse non condivide nei fatti così tanto il sistema “democratico”, come invece a parole si dichiara un fervente sostenitore della costituzione repubbicana.

Sono poi convinto che anche il Movimento a 5 stelle abbia dei difetti: il ruolo ambiguo di Beppe Grillo, che risulta essere un primus inter pares in un movimento che usa come slogan “uno vale uno”; la mancanza di un programma organico che dia risposte a temi come quello dell’immigrazione, della scuola, delle riforme istituzionali; l’eccessiva evanescenza che rifiuta il radicamento fisico sul territorio e la sua istituzionalizzazione (“noi non siamo un partito”); ed infine rapporti orizzontali fra i membri che rischiano di degenerare in anarchia se non c’è un controllo forte e democratico dal basso, o forte e verticale dall’alto (Grillo); infine il purismo e il populismo che spinge a definire tutti gli altri partiti uguali e corrotti: questo sarà funzionale per rubare consenso e puntare a rivoluzionare il sistema istituzionale, ma è un’approssimazione che produce il rischio concreto di delegittimare il ruolo della politica e delle istituzioni favorendo la distruzione totale dello Stato invece che il suo rinnovamento, come ha giustamente detto Di Pietro.

In ogni caso se la contrapposizione con il Movimento a 5 stelle viene giocata sul terreno dell’antipolitica, la perdita di consenso dei partiti tradizionali è quasi certa e queste amministrative potrebbero confermermarlo nuovamente, anche alla luce dell’astensionismo ai massimi storici in Italia. Nel caso di ballottaggi, poi, i candidati del Movimento a 5 stelle potrebbero addirittura far saltare il banco.

Mi auguro che il Pd, Sel e Idv capiscano prima o poi che il Movimento a 5 stelle non è un nemico da combattere a testa bassa, ma un avversario di tutto rispetto con cui dialogare, magari anche per sottrargli qualche buona idea e realizzarla.

Se invece prevarrà un testardo senso di appartenenza, come temo, che è quello che spinge i militanti di Sel ad attaccare indistintamente quelli del Movimento a 5 stelle, per difendere il loro leader (Vendola) dagli attacchi ricevuti, allora si favorirà come al solito il centro-destra e quella volpe di Casini, perdendo di vista i programmi e di conseguenza la politica reale. Se prevalessero queste spinte alla contrapposizione totale la sinistra italiana potrebbe rischiare di trovarsi nuovamente con una sconfitta pesantissima in tasca, nel caso in cui dall’altra parte riuscissero a ricompattarsi. Monti o Montezemolo sono lì in pole position per diventare il sistema di filtraggio della faccia sporca del berlusconismo.

Dunque il mio invito è quello di guardare meno alle contrapposizioni personali (Grillo/Vendola, Grillo/Di Pietro e Grillo/Bersani) e di più alle proposte politiche. Spero che i militanti del Movimento a 5 stelle riescano ad andare oltre certi slogan che generalizzano e semplificano troppo per cercare di capire le differenze che di fatto esistono tra gli altri partiti: il dialogo con la base dei partiti tradizionali è la cura migliore; invito poi Sel e Pd a valutare senza pregiudizi l’azione e il programma del Movimento a 5 stelle e a dialogare con loro: forse scoprirebbero che ci sono molte più cose che li accomunano di quelle che li dividono. Infine invito tutti a riflettere su quanto la minaccia di un ritorno al potere della destra trascinerebbe il nostro Paese ancor più verso il fondo del baratro, e a smettere di combattere battaglie intestine per costruire un’alternativa credibile, forte e unitaria che possa indicare una strada diversa per uscire dalla crisi del capitalismo contemporaneo.

La speranza e l’unità sono le uniche lanterne con le quali possiamo orientarci nel dibattito politico odierno se vogliamo costruire qualcosa che resti: se le spegniamo rimarremo da soli in una guerra di tutti contro tutti, agevolando il comando di un uomo forte come Monti. È questo quello che vuole il popolo del cambiamento?


Perché fino ad oggi in Italia essere di destra è stato più facile

Spesso mi capita di sentir dire a molte persone che parlare di destra e di sinistra non ha più senso. Lo dice Massimo Cacciari dall’alto della sua vocazione filosofica “il federalismo è una cosa di sinistra o di destra? Nessuna delle due”; lo dice Beppe Grillo sostenendo che il Pd e Pdl sono la medesima cosa; lo dicono quelli che subito dopo si professano apolitici, spesso ignorando il significato del termine.

Molto spesso queste considerazioni partono da un dato reale: l’appiattimento della politica su interessi privati o particolaristici ha in parte distrutto le ideologie. Vent‘anni di disimpegno culturale poi professato tramite i mezzi televisivi e la distruzione scientifica dello Stato, in particolare del mondo dell’istruzione e della cultura, da parte di governi di centro-destra hanno tolto i mezzi ai cittadini per caratterizzarsi in termini identitari (leggi, ha prodotto un’omologazione culturale). Il risultato è che categorie che un tempo costituivano un riferimento filosofico e culturale come l’essere di destra o di sinistra, conservatori o progressisti, proletari o borghesi hanno relativamente perso la loro funzione, senza essere aggiornate. Infine il colpo di grazia è arrivato con l’arricchimento diffuso verificatosi a partire dagli anni ‘60 che ha ridotto le disuguaglianze sociali su cui si erano basate in parte tali paradigmi di riferimento.

L’Italia a partire dagli anni ’80 è diventata un paese nel quale una ridottissima minoranza stava male, in cui quasi tutti avevano qualcosa (un lavoro, una casa, un sogno), in cui quella spinta formidabile alla scalata sociale, tipica di chi non ha mai avuto nulla, veniva gradualmente ad esaurirsi. All’improvviso la fine degli anni ’70 le persone scoprivano che era più facile aprire una piccola azienda che lavorare alle dipendenze di un padrone: è in questo periodo che si verifica il boom delle piccole-medie imprese che ancora oggi costiuiscono la spina dorsale dell’economia del nostro paese. Così progressivamente gli italiani scoprivano il lavoro autonomo e la mastodontica classe operaia e dipendente cominciava a dimagrire mettendo in crisi il bacino politico e culturale del Pci. L’individualismo e il capitalismo che fino ad allora avevano trovato una forte resistenza per motivi diversi nella cultura marxista da un lato e nella cultura cattolica dall’altro, progressivamente erodevano le strutture comunitarie di un paese provinciale. Negli anni ’80 infatti entrano in una profonda crisi la Democrazia Cristiana e il Pci: la prima imploderà grazie a Mani Pulite nel ’92, mentre l’altro si trasformerà nel Pds con il crollo del Muro di Berlino.

Ad una evoluzione culturale durante la quale si verificò il trionfo della cultura borghese (individualismo, arricchimento e laicità) che ruppe le tradizionali culture comunitarie cattoliche e comuniste, tuttavia non seguì un modello alternativo e moderno. L’affermazione di una classe dirigente debole e frammentaria (espressione dei cittadini), i cui principali partiti furono Forza Italia, i DS, la Margherita, la Lega Nord e An segnò in negativo (e segna ancora oggi) il divario ideale e politico tra la prima e la seconda Repubblica. I governi che seguirono furono deboli e inconcludenti. La società italiana si ritrovò, non per la priva volta, spaesata a doversela cavare da sola. E infatti oggi siamo il paese con il più alto numero di piccole-medie imprese e di lavoro autonomo in Europa, quindi vuol dire che non molto è cambiato da allora.

Tornando al discorso iniziale, cosa vuol dire essere di destra o di sinistra? Io direi che essere di sinistra significa essere a favore della cooperazione, della solidarietà e difendere le ragioni dei più deboli. Penso invece che essere di destra significhi essere a favore della competizione, della meritocrazia e a favore della legge del più forte. Potrà suonare banale, ma è uno spartiacque funzionale.

Ora in un paese come l’Italia contraddistinto da un arricchimento tutto sommato rapido, dove le istituzioni sono venute meno al loro ruolo smettendo di essere un riferimento per i cittadini, dove chi è capace di andare avanti da solo tendenzialmente ha più successo di chi invece cerca di avanzare a fianco dell’altro; un paese dove la Chiesa è sempre stata un’istituzione conservatrice, rigida e determinante per le sorti del paese, tanto da arrivare a creare un partito come la Democrazia Cristiana, è più utile e facile seguire ideali di destra o di sinistra? Non a caso il personaggio pubblico più rilevante degli ultimi 20 anni è stato Silvio Berlusconi, autodecretandosi milgior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni. Lui incarna l’idea dell’uomo che si è fatto da solo (individualismo), lavorando come imprenditore (competizione e borghesia), che non si è fatto scrupoli morali per raggiungere il successo (capitalismo) e che esalta il merito (liberalismo).

Questo vento di destra ha soffiato sull’Italia per anni, impedendo al Pci di arrivare al governo e quindi di costruire una cultura della cooperazione e della solidarietà su scala nazionale. E non ha consentito agli eredi di quel partito di diventare maggioranza e affermarsi come tale culturalmente.

Per questo oggi vediamo sezioni della Lega Nord pullulare di giovani esaltati neo-fascisti che se hanno letto qualche libro sulla storia di Gianfranco Miglio è tutto grasso che cola; per questo oggi vediamo masse di giovani e di meno giovani che interrogati su chi sia il Presidente della Camera non sanno rispondere; per questo oggi assistiamo alla moltiplicazione di casi di bullismo in età adolescenziale, di pestaggi di omosessuali o di reati per corruzione o evasione: è molto più facile e accettato socialmente schiacciare e derubare il prossimo, che porgere l’altra guancia. Chi pensa o ancor meglio pratica l’onestà e la difesa degli altri è una minoranza, perdente.

Ma qualcosa è cambiato e continuerà a cambiare. La crisi è arrivata e non sta passando; i portafogli della gente comune sono sempre meno pesanti; il lavoro scarseggia; la mitica classe media si assottiglia sempre di più; la rabbia sociale cresce. Siamo in un momento di difficoltà e l’assioma retorico che sentiamo ripetere come un mantra “Gli italiani danno il meglio di loro quando sono in difficoltà” suona sempre di più come una presa per il culo.

È in questi momenti che qualcosa può cambiare, perché in questi momenti aiutarsi, unirsi e collaborare diventano idee più forti e vincenti che fare da soli, che competere fino alla morte, che comportarsi come sciacalli in una guerra tra poveri che può produrre solo miseria. Oggi soffia leggero un vento di sinistra, e l’ha capito anche Bersani dopo le amministrative successive al Referendum sull’acqua. Oggi essere di sinistra è meno difficile. Perciò non ci sono più scuse: i compromessi al ribasso e le teorie sul male minore hanno fatto il loro tempo. La pace sociale necessità di certe condizioni che oggi non esistono, e devono essere reinventate. La conservazione e l’immobilismo sono una follia di fronte ad un paese ridotto in macerie. E la legge del più forte non è più sostenibile in un mondo globalizzato dove Stati come la Cina e l’India viaggiano spediti, perché loro sono nazioni coese e non clan di famiglie in conflitto tra loro.

Il popolo italiano ha voglia di cambiare marcia e di tirarsi fuori dal pantano: ora serve una nuova classe dirigente di sinistra capace di dare forma a questa speranza. Chiediamo troppo?


Borderline: Qualcosa brucia

In equilibrio sull’orizzonte invisibile e precario del tramonto.

Questo sole rosso che muore lentamente rende languidi i confini di terra e cielo.

In equilibrio dal punto più alto a quello più basso per la dinamica del pensiero e l’inefficacia dell’espressione mentre tutto scompare nell’ultimo bagliore di luce.

Le nubi tremolanti crepano gli occhi con i sussurri del cambiamento mentre le certezze evaporano in tempo di crisi, ed anche un sasso arriva a galleggiare a mezz’aria quando si leva il primo alito di buio.

La rovina risorge in ogni certezza con la calma di chi ha aspettato a lungo fidando nell’umano ingegno per ritrovarsi poi faccia a faccia con la follia.

Sorge la luna e brilla.

Un unico chiarore, questo chiarore, che affila la lama e cura la ferita.

La sua forza dona speranza e ristabilisce nella notte Fede divina tra le dee, colei che sempre sostiene chi la segue.

E Pietro aveva fede nel gesto che stava compiendo; una tanica di benzina e un semplice accendino che accendeva e spegneva ritmicamente mentre camminava, facendo così illuminare il selciato di lampi sempre diversi.

Tre litri, non uno di più non uno di meno per distruggere e rendere polvere l’acciaio forte delle sue catene.

Ancora una volta dopo tanto tempo avrebbe sentito il suono crepitante della libertà avvicinarsi, quella libertà che brucia, quella libertà data dal sacrificio nel fuoco.

Pietro si ferma, posa la tannica, svita il tappo e versa il contenuto oleoso osservandolo espandersi e scivolare sulla carena del mezzo.

 

 

La benzina cade sul’asfalto nero e nera pare anch’essa, ma Pietro si china e illumina una sola goccia per accendere un mare.

Così accade.

Quando la colonna di fiamme è già alta afferra la tanica e le chiavi e ve li lancia dentro con forza.

Rumore di vetri rotti, ed il fuoco divora anche quelli.

Pietro come sempre si interroga, non sa esattamente  quali saranno le conseguenze né sa che genere di felicità può portare un gesto del genere che comunque oramai è compiuto.

A forza di stare nel mezzo tra mondi diversi è divenuto un outsider, e come tutti outsider Pietro osserva lasciandosi scivolare addosso ciò che non gli interessa.

Non sa ancora quanto sia auto-lesivo frequentare un ragazzo come Benedetto Bracchetti, né ancora lo sapete voi.

Tutto quello che lui e che voi sapete è che domani mattina sul giornale in prima pagina leggerete di un Suv bianco bruciato in Corso Canal Grande.


Il moderatismo che affossa il centro-sinistra.

L’altro giorno stavo guardando su La7 l’ottimo documentario di Sabina Guzzanti, Viva Zapatero. Un’opera scomoda che analizzando i meccanismi di controllo dell’informazione spiega come abbia fatto Berlusconi a raccogliere un consenso così forte e a mantenerlo per anni, e come l’opposizione Ds/Margherita (ora Pd) non sia riuscita (o non abbia voluto) porre un freno a questa deriva. Seguiva un dibattito moderato da Mentana con quattro ospiti in sala, Alemanno (sindaco di Roma), Rutelli (presidente dell’Api), De Bortoli (direttore del Corriere della Sera) e Scilipoti.

La discussione si è concentrata molto sugli assetti istituzionali e sugli equilibri politici, probabilmente per la voglia di Mentana di comprendere quali potranno essere gli scenari futuri. Rutelli, che riesce sempre a stupirmi, ha sostenuto per sette volte la necessità di costruire un governo di responsabilità seguendo la tesi credibile secondo cui con questa legge elettorale e vista la debolezza del possibile schieramento di centro-sinistra (Idv-Sel e Pd) si rischierebbe di avere una maggioranza di sinistra alla Camera e una di diverso colore al Senato (perché al Nord la sinistra non raccoglierebbe abbastanza voti). L’altro concetto sul quale il leader dell’Api ha battuto il tasto è stata l’impossibilità di legare le forze riformiste con le culture di sinistra, definite estreme e ideologiche. Ha sostenuto che se il Pd si alleasse con Sel e Idv non potrebbe realizzare nulla di quello che ci ha imposto la Bce con la sua lettera, che non si potrebbe inviare il nostro esercito nelle missioni internazionali sostenute dall’Onu e che non si potrebbe riformare il mercato del lavoro assieme a chi sposa a precindere le posizioni della Fiom.

Rutelli incarna perfettamente quella cultura di centro che ricorda il partito laburista di Blair, ve lo ricordate al fianco di Bush? Solo che è in ritardo di qualche anno e infatti i suoi competitor a sinistra si sono evoluti. Dipingere Sel come partito ideologico e comunista, come una sorta di riedizione di Rifondazione Comunista, è ridicolo. Primariamente perché Vendola ha fondato questo nuovo soggetto politico uscendo dal Prc dopo la conquista della segreteria da parte di Ferrero, sostenuto dalle anime più ortodosse. Inoltre non ha un rapporto pregiudiziale con le istituzioni private, infatti ha finanziato la costruizione di un centro ospedaliero a Taranto in collaborazione con il San Raffaele di Milano. Infine ha superato la contrapposizione ideologica con i cattolici interiorizzando quei valori che ben si accordano alla cultura di sinistra. L’Italia dei Valori poi non viene neanche da una cultura di sinistra e non sono certo una forza estrema nei contenuti. Il loro unico peccato capitale è quello di difendere una cultura della legalità che se tradotta in pratica politica affosserebbe i due terzi della classe dirigente.

Rutelli sostiene l’incompatibilità tra queste due forze e la cultura politica che lui incarna. E qui veniamo al problema del Pd. Il moderatismo rutelliano è ben presente nell’area Modem del Partito Democratico (quella diretta da Franceschini, ma capeggiata da Veltroni) e anche in una parte degli ex-Ds. Questa componente minoritaria è sostenuta da quei poteri forti che hanno contribuito a determinare la crisi economica e politica del paese occupando la Rai, sconfinando nel campo della sanità, avversando la legge sul conflitto di interessi. Loro hanno apprezzato il lavoro di Marchionne, approvato la costruzione della Tav e frenato il sostegno dei referendum perché a favore di un sistema idrico privato. Ovviamente vengono attaccati da Sel, Idv e tutti i movimenti sorti in questi anni.

L’incompatibilità deriva dal fatto che questa componente minoritaria di moderati di sinistra vorrebbe costruire un nuovo equilibrio di potere portando al governo persone che hanno vissuto in questi anni sul sistema malato del belusconismo, che loro stessi criticano (contraddizione insanabile). Vedono di buon occhio un’alleanza con il Terzo Polo, i due terzi del quale in questi anni ha governato con Berlusconi; e pretendono che la spinta di cambiamento a cui aspirano Sel e Idv venga contenuta per non danneggiare il sistema di potere che conosciamo dal quale loro traggono forza.

Rutelli ha avuto la coerenza di andarsene dal Pd e di fondare un nuovo partito di centro. Invece i vari Fioroni, Follini, Letta, D’Alema, Veltroni, Bindi rimangono nel Pd costringendolo a cercare una mediazione tra due culture politiche incompatibili.

Ma quindi non è possibile l’alleanza tra le forze progressiste e quelle moderate? Sarebbe possibile se le forze progressiste fossero in grado di accogliere al loro interno la forza dei movimenti nati in questi anni, e per farlo devono poter essere libere di fare proposte forti come la tassazione delle transazioni finanziarie, il ritorno dell’Ici sulla prima casa, la tassazione dei patrimoni immobiliari, una riforma del lavoro che difenda i lavoratori e garantisca la flessibilità ecc. ecc. Dall’altra parte i moderati dovrebbero riuscire a liberarsi da questa cultura moderatista, che non vuole un cambiamento incisivo ma soltanto la conquista del potere. E questo è possibile solo se ci si libera di tutti quegli esponenti politici che hanno fallito.

Se all’interno del Pd dovesse invece prevalere la componente che vuole l’alleanza con il Terzo Polo, allora l’unica soluzione sarebbe una scissione che garantirebbe a Sel e Idv di rappresentare le istanze di cambiamento di una larga parte della popolazione. Allora il movimento che è cominciato con i girotondini e che oggi vede gli indignados scendere nelle piazze per occuparle tornerebbe ad avere una rappresentanza in Parlamento e l’Italia una speranza di cambiamento democratico.


Reload your guns!!!

You need to use your spirit as a weapon to fight death

You need to use your soul


Critical Mass: non blocchiamo il traffico, siamo il traffico! (di Simone Serradimigni)

La Critical Mass a Modena è stata una coincidenza, un incontro di persone a cavallo di una bici che raggruppandosi formano una massa, la ‘massa critica’ appunto, e percorrono le strade della città creando lo stesso traffico che creano gli automobilisti. Per chi l’ha vissuta già due volte in questo primo mese d’estate è già una scommessa vinta e soprattutto una bella esperienza di vita. A me personalmente ha già insegnato tante cose, ma soprattutto che tante persone apparentemente diverse fra loro possono avere un interesse comune e impegnarsi per dargli voce, corpo e armonia. Credo che ciascun partecipante della Critical Mass abbia provato emozioni differenti, io personalmente ci ho visto quasi una componente artistica, come altro chiamare altrimenti la creazione di una situazione extra-quotidiana calata in un contesto del tutto ordinario, ovvero la strada che percorriamo tutti i giorni, con le bici che utilizziamo tutti i giorni, eppure con un’intensità che non si era mai vista nè sentita prima.


Sicuramente essere parte di una Critical mass è anche una scelta che si può definire in un certo senso ‘politica’, ovviamente nel senso etimologico del termine, ma anche in questo caso si è trattata di un’azione politica molto diversa rispetto a quelle a cui credo la maggioranza dei partecipanti fosse abituata. Nessun monologo di un leader col megafono ma tante voci dialoganti di vecchi amici che si incontravano, nuove persone che si conoscevano, nessuna bandiera o colore che stipasse tutti in unico calderone, ma tante voci diverse che si erano incontrate e comunicavano fra loro. Per tutti gli apocalittici che temono più o meno giustamente che la diffusione di internet renda i rapporti umani sempre più eterei e immateriali, l’aspetto più importante resta comunque questo: il fatto di essere riusciti a passare dal gruppo su Facebook a Piazza S. Agostino, dal mondo virtuale a quello reale. Questo è stato sicuramente l’elemento più eccitante, vedere che le bici alla fine si radunavano per davvero, andare oltre la solita ristretta cerchia di amici e scoprire che la bici è davvero un elemento universale e trasversale, capace di coinvolgere tanti e tante.
 

 

Già, la bici. Sicuramente non si può scrivere un articolo sulla Critical Mass senza approfondire l’argomento bicicletta. Personalmente mi piacerebbe che, se mai i vari giornali e gli altri canali d’informazione avessero interesse ad affrontare l’argomento Critical Mass a Modena, venisse presentata come qualcosa ‘a favore’ della bici e del suo utilizzo, piuttosto che qualcosa ‘contro’ le automobili. Sicuramente la componente irriverente e quasi ludica del girare intorno alle rotonde per diverse volte consecutive ha un significato anche di protesta, così come generare un traffico di bici che non può riversarsi completamente nelle piste ciclabili se vuole rimanere compatto e che causa quindi inevitabili rallentamenti del traffico automobilistico e conseguente disagio (anche se assai temporaneo e limitato ad un sabato al mese).

Ma ancora più importante è la valorizzazione di un mezzo intelligente e comodissimo per gli spostamenti urbani che, per diversi motivi secondo noi, ha bisogno di affermarsi molto di più. La componente propositiva e, per così dire, creativa prevale dunque sull’opposizione frontale. Le stesse obiezioni in proposito che vengono mosse nei nostri confronti, come il fatto che a Modena e in provincia ci siano già tante piste ciclabili, ci spingono a maggior ragione a considerare ancora più importante l’elemento affermativo della bicicletta. Può sembrare presuntuoso voler cambiare le abitudini dei modenesi, ma i motivi ci sarebbero già tutti: pensiamo ai modelli positivi come quello di San Francisco, dove, anche grazie alla Critical Mass, in meno di vent’anni l’uso della bici è aumentato del 700%. C’è la questione ambientale, quella del movimento, per l’equilibrio e il benessere psicofisico, e anche, perchè no, la possibilità di vivere a contatto con la città e i suoi abitanti piuttosto che sigillato o imbottigliato in una scatola che ti isola dal resto del mondo.

Vorrei poi smontare l’aura di inventore e motore della Critical Mass che mi è stata attribuita, cominciando a ringraziare innanzitutto le decine di ragazzi, ragazze, uomini, donne e bambini, e anche qualche anziano, che si sono radunati in piazza s.Agostino il 25 giugno e il 23 luglio. La Critical Mass di fatto si è formata quasi spontaneamente fin da subito: è bastato semplicemente mettere in contatto persone già interessate con realtà già esistenti, come la Ciclofficina ‘Rimessa in movimento’ che si trova sotto ai gradoni del Novi Sad, formata da tanti appassionati della bici di ogni forma e tipo, maghi aggiustatutto capaci di plasmare nuovi velocipedi in grado di mordere l’asfalto utlizzando resti di bici scassate.

 E’ commovente pensare che siamo partiti davvero in quattro amici sognatori che a malapena sanno mettere a posto una catena andata giù di posto. Pensare di riuscire ad organizzare una Critical Mass era un sogno, ma a quanto pare non era così impensabile riuscire a mettere insieme tante persone e fare qualcosa di coordinato e condiviso, ma senza la collaborazione di queste realtà già esistenti e l’interesse di ognuno nulla sarebbe stato possibile. Per chi è cresciuto sempre in sella alla propria bici come me (anche se come ho già detto non saprei metterci mano granchè) scoprire a un certo punto dell’esistenza della Critical Mass, anche in realtà vicine come Milano e Bologna, è come perdere una sorta di verginità culturale. Mi sono documentato sulla storia della Critical Mass di San Francisco, anche questa partita dall’iniziativa di pochi amici e poi cresciuta fino a raggiungere dimensioni vertiginose, ho letto qualcosa sui mitici provos di Amsterdam degli anni’60 e le loro bici bianche, studiando a Bologna ho avuto l’opportunità di vivere le prime esperienze di Critical Mass locale, e ho partecipato ad alcuni incontri della Ciclofficina Ampio Raggio. È stato così che ho cominciato a pensare che anche la mia città avesse bisogno di qualcosa del genere, e da allora è iniziato un gemellaggio con Bologna, (sono già due volte che i bolognesi si uniscono a noi e noi a loro nelle rispettive Critical Mass). E per concludere voglio rendere giustizia ai primi veri e propri tentativi pionieristici di Critical Mass a Modena, organizzati da LiberaOfficina e vari comitati ambientalisti: Sabato 23 novembre 2002, ore 15.00 Critical Mass da piazza S. Agostino in solidarietà al corteo contro i CPT, Sabato 29 marzo 2003 Critical Mass contro l’inquinamento e i progetti del Comune sull’autodromo di Marzaglia, Sabato 20 marzo, ore 15,30 in Piazza Grande pedalata per la pace, Mercoledì 16 giugno, ore 18,00 partenza da piazza Grande, ancora no al nuovo autodromo di Marzaglia e contro la “guerra” che si combatte ogni giorno sulle nostre strade invase dal traffico e dallo smog. L’esperienza si è poi conclusa nel febbraio-marzo 2005 per mancanza di partecipazione e continuità.
Se posso muovere una piccola critica a queste Critical Mass a posteriori, potrei dire che porsi in modo oppositivo ‘contro’ iniziative senza dubbio discutibili come l’autodromo di Marzaglia e tante altre, abbia oscurato la componente propositiva, che rimane l’unica in grado di coinvolgere davvero una larga fetta di popolazione. Stesso discorso si può dire delle bandiere e i comitati (che a me personalmente stanno anche simpatici), ma che alla fine attirano meno persone rispetto a una Massa Critica meno caratterizzata e di conseguenza più difficilmente “etichettabile”, ma più ricca perchè variegata, in cui la componente propositiva prevale su quella di contestazione. Con la speranza che cambiare le proprie abitudini quotidiane, che è una scelta assolutamente politica per le immense conseguenze che porta, porti anche le stesse istituzioni a guardare in faccia le numerose contraddizioni che ci sono nei loro progetti (come il piano sul parco Ferrari, il costo del biglietto del treno maggiorato per le biciclette, che invece in alcune regioni come Marche, Puglia, Campania e Basilicata non c’è). Insomma, io credo che già una grande conquista sarebbe rendersi conto che in fondo la politica è anche e soprattutto fatta dalle scelte quotidiane che ormai facciamo in automatico senza pensare e senza mettere in discussione nulla, scelte che invece non sono affatto così scontate. E per questo ringrazio tutti coloro che hanno avuto il coraggio di farlo, di ripensare le proprie scelte e di comprendere la portata delle proprie azioni quotidiane, grazie a coloro che hanno contribuito a quella che possiamo chiamare nascita (o ripresa che sia) della Critical Mass a Modena. Do appuntamento a tutti ogni quarto sabato del mese, sempre in S. Agostino, il prossimo è il 27 agosto.


La luce attraverso le ossa

In realtà  non puoi capire quand’è che inizia e quand’è che finisce. Ti ci trovi in mezzo e basta. Ti accorgi che è finita solo quando, respirando, ti rendi conto di quanto sia piacevolmente fresca l’aria, mentre prima non eri nemmeno certa che i tuoi polmoni funzionassero.

Ricordo quel periodo come un limbo. Ogni giorno era uguale all’altro, non succedeva niente di particolare. La mia vita era apparentemente perfetta: andavo d’accordo con i miei genitori, a scuola avevo ottimi voti, avevo dei buoni amici. E’ passato un po’ di tempo prima che si accorgessero che non mangiavo. Ai miei, alle mie amiche, a tutti sembrava impossibile che una persona forte come me potesse avere quel genere di problema. Ma quello che c’è nella testa della gente, quello che c’era dentro la mia testa… Nessuno lo poteva capire. Nemmeno io, in quel momento. Fatto sta che smisi di mangiare.

Era difficile. A casa, tornando da scuola alle due, potevo dire che avevo pranzato al bar, prima di prendere la corriera. Alle mie amiche dicevo che mangiavo a casa. Durante il pomeriggio i miei erano al lavoro, perciò quando era ora di cena potevo dire di non avere fame perché avevo fatto un’abbondante merenda. Quando c’erano i grandi pranzi di famiglia, come quello di Natale, era orribile: ero costretta a mangiare più di quel qualcosa che ogni tanto mi concedevo. Un paio di volte avevo anche provato a ficcarmi un dito in gola, ma non ce la facevo. Per me, la soluzione di tutto era il digiuno.

Mi sentivo invincibile. Ero ammirata ed orgogliosa di me stessa per la determinazione che avevo nel rifiutare il cibo, per la fermezza con cui gestivo il mio corpo. Io ero creatrice di me stessa, decidevo io come volevo essere. Mi sentivo davvero forte.

Non era un semplice capriccio, quello di voler essere magra. Dietro al pensiero fisso che martellava nel cervello, c’era un dolore acuto che non riuscivo ad identificare, un senso di irrisolto e di incertezza, un non capire quale fosse il pezzo mancante per poter vivere veramente. Non sapevo come fare, non sapevo come liberarmi da quella gabbia che mi ero ritrovata intorno, di colpo. L’unico gesto drastico, l’unica cosa che ero in grado di controllare, era il cibo che poteva entrare nel mio corpo.

Cominciavo a dimagrire vistosamente, ma non bastava mai. La barriera che si era creata tra me e il mondo esterno, dapprima un vetro trasparente, diventava sempre più opaca, impedendomi di vedere. Ogni tanto avevo degli sprazzi di lucidità, momenti in cui avvertivo che qualcosa non andava. Mi accadeva alcune volte mentre ero sotto la doccia: era come se riuscissi ad aprire gli occhi per qualche secondo, e allora vedevo le ossa, troppo in evidenza sotto la pelle. Poi però lo spiraglio di luce che aveva fatto breccia tra le sbarre che circondavano la mia mente si affievoliva, e tornava il buio.

E’ stato l’inverno più lungo che io abbia mai vissuto. Ero completamente apatica. Nulla mi sorprendeva, nulla mi stimolava, nulla mi emozionava. Ero vuota. Non ho idea di come abbia fatto ad uscirne, anche perché nessuno sapeva. So solo che un giorno, guardando la luce del sole primaverile, mi sono quasi commossa, come se fosse stata la prima volta che la vedevo: ero riemersa di colpo dall’apnea a cui mi ero costretta. Fu talmente improvviso che per un attimo non capii assolutamente cosa fosse successo, ero totalmente disorientata. Poi ebbi l’illuminazione: mi ero innamorata. Avevo conosciuto una persona che, pur non sapendo né quanto mi stava accadendo, né del mio sentimento, mi aveva cambiato la vita.

Ero completamente rinata. Potevo finalmente contemplare a mente lucida quanto avevo fatto; ero sconvolta, ma ero viva. Le emozioni si riversavano nel mio animo con una potenza che per mesi avevo dimenticato. Sono riuscita a guardare dentro di me per capire il come e il perché, e sono riuscita ad essere veramente me stessa e veramente libera.

Ora sono molto diversa rispetto a prima. Vedo le persone in modo diverso, più profondo. Sono cresciuta. Nonostante sia stato il periodo più buio della mia giovane vita, non riesco a pensare a come sarebbe stato se tutto fosse rimasta come prima della mia anoressia. Penso che sia stato un momento di svolta fondamentale.

Adesso riesco a farmi sorprendere da un cielo stellato, e se posso lo fisso per ore. Sentirsi così annullati e poi rinascere… Mi ha fatto davvero capire quanto a volte possano essere belle le cose che mi circondano, anche le più banali. E’ facile ignorare la bellezza della quotidianità, ma dopo aver toccato il fondo, vedere la prima margherita in mezzo ad un prato di fine inverno ti fa sentire veramente in vita.

Valentina Camac


1° Maggio: la verità e la speranza.

Ho appena letto questo grafico che riporta l’andamento dell’occupazione tra il 2007 e il 2010: la situazione è drammatica.

Aggiungo che ad oggi la disoccupazione in Italia è al 10% e fra i giovani è al 26%. La cosa incredibile è che nel giorno del primo maggio trovo queste cose su facebook di fianco a commenti demenziali. Che sia chiaro non sono contro i commenti demenziali, ma quando ieri un mio amico mi ha raccontato che una ragazza che conosceva aveva condiviso 63 link in una sola giornata sulla sua bacheca, allora dico a tutto esiste un limite e questo è disagio dilagante. Sembra proprio essere questo lo stato di cose: notizie fulminanti come questo grafico a volte trafiggono un’opinione pubblica allo sbando, direi sotto l’effetto di eroina o di acido, rintronata dai sorrisi del premier e dalle sue belle parole sulla ripresa economica. Ed infatti i giovani modenesi ieri e anche oggi erano e saranno tutti lì in Pomposa e invia Gallucci, con la loro birra in mano e lo sguardo annoiato. Io credo che se sapessero qual è la situazione del lavoro in Italia non sarebbero annoiati. Un terrore generale serpeggerebbe tra tutti, anche tra quelli che il lavoro ce l’hanno, perché qui stiamo assistendo alla de-industrializzazione del paese e nessuno fa niente di significativo e incisivo, neanche il Premier, che è un industriale a cui nemmeno più gli industriali credono. Dove sono le forze politiche di sinistra? In strada ad avvisare la gente, su internet a fare informazione? Alcuni giovani e altri virtuosi meno giovani lo fanno e li apprezzo e sono con loro, ma chi comanda no. Sapete a cosa stanno pensando quelli che comandano a Modena in questo momento? A chi dovrà sostituire Pighi fra qualche anno. Allora oggi nel giorno del primo maggio non basta più chiedersi se votare a destra o sinistra. Bisogna chiedersi prima di tutto quale persona voto, cioè chi voto. Perché nei partiti esiste chi fa politica per sé e chi la fa per la città, allora questa è la prima discriminante per avere credibilità.

Detto questo, cosa fare adesso nella situazione in cui ci troviamo? Siccome non lo dice nessuno (almeno di importante) cosa fare, io nel mio piccolo provo a dare dei consigli: informarsi per comprendere la propria realtà territoriale e di lavoro, criticare il marcio esistente ed elaborare alternative; condividerle nel confronto con persone fidate e affidabili, cercare nella classe politica chi fa politica veramente ed incentivarlo con il voto e con il sostegno, solo così saremo rappresentati; ed infine non arrendersi mai al cinismo perché è quello che vogliono le persone che continuano a comandare l’Italia in silenzio. In una parola: ricominciare a fare POLITICA.

In questo drammatico primo maggio del 2010 questo è quello che sento di voler dire ai tanti giovani che non trovano il lavoro, a quei cinquantenni che il lavoro lo hanno perso e a quegli immigrati che il lavoro ce l’hanno, ma sono sfruttati perché non hanno nessuna rappresentanza forte in Italia che li tuteli. Fate politica nel vostro piccolo! 10, 15, 30 minuti al giorno e cercate le persone che sono nelle vostre stesse condizioni per uscire dall’isolamento. Questa è la migliore benzina per spingere il motore del cambiamento. Buon primo maggio a chi se lo merita.

Enrico Monaco


Giovani e Alcool a Modena: provvedimenti di breve periodo.

Qualche settimana fa ho consegnato presso la Facoltà di Scienze Politiche di Bologna un progetto di ricerca, relativo ai giovani e l’alcool, svolto sul territorio della Regione Emilia-Romagna.

L’altro ieri entrando nel bar della Biblioteca Delfini sono rimasto colpito da un titolo che campeggiava sulla prima pagina dell’Informazione: “Alcool, a rischio un giovane su quattro”. La prima cosa che ho pensato è stata “Guarda, i soliti proclami!”, ed infatti seguiva un resoconto del quadro modenese, nel quale il termine BINGE DRINKING veniva usato come ariete per colpire l’attenzione dell’opinione pubblica modenese. Il binge drinking è una particolare modalità di consumo alcoolico, nata nei paesi scandinavi, che sottende una tendenza culturale giovanile: non si beve per riscaldarsi o per stare in compagnia, ma lo si fa con fini programmaticamente autodistruttivi. Queste pratiche si sono diffuse in tutta l’Europa da anni e soprattutto tra la popolazione giovanile.

Ma ciò che interessante è notare la risposta politica modenese data al fenomeno in questione. Ed infatti sull’Informazione di martedì 13 aprile riemerge la recente ordinanza del sindaco “contro” l’alcool; a pagina 4 viene chiarita la sua importanza e utilità e ne segue una lode BIPARTISAN, soprattutto da parte dei più giovani consiglieri comunali. Assieme a questo provvedimento si ricorda poi che l’azienda sanitaria locale si  sta impegnando in una campagna di sensibilizzazione sui danni prodotti dall’alcool.

Io credo che, vista la gravità ed il carattere strutturale della problematica, l’approccio al tema sia quanto più a breve termine e insufficiente. È come curare un malato (i giovani) eliminando i sintomi (binge drinking) prodotti dalla malattia (disagio) che li colpisce. L’ordinanza tende a limitare il consumo di alcool nei luoghi pubblici (problema facilmente risolvibile con la crescita del consumo privato di alcool), mentre la campagna informativa tenta di ridurre il consumo facendo leva sulla paura che la coscienza dei danni a lungo termine può instillare nel giovane o su un piano educativo destinato a fallire data la consistenza del disagio che vivono i giovani modenesi oggi. Insomma questi provvedimenti non colpiscono il problema alla radice, sono perciò soltanto PALIATIVI ed io sono indignato di fronte al fatto che su un tema così importante si tenti di intervenire con soluzioni del genere: i giovani sono il futuro di questa città (che lo si voglia o no) e non si possono “curare” con dei PALIATIVI. Qualcuno si è mai chiesto perché i giovani bevano per distruggersi? Io ho 21 anni ho appena fatto una ricerca tra Modena, Parma e Bologna e studio Sociologia al terzo anno nella Facoltà di Scienze Politica di Bologna. La mia opinione è che il binge drinking sia una forma di esternazione eclatante di un forte disagio interiore. Una volta questo disagio-energia veniva incanalato nel lavoro, nella musica, nel volontariato, nell’attività politica… Oggi in Italia la disoccupazione giovanile è al 26% ed anche nelle altre dimensione difficilmente i giovani trovano spazio. Questo avviene perché negli ambienti pubblici non si riesce ad integrare i giovani ed il loro bagaglio cultural-ideale, infatti chi dirige e decide sulle attività sociali, culturali e politiche ha nella maggior parte dei casi ha tra i 40 e i 90 anni e quindi molto spesso non riesce a comprendere la cifra del cambiamento permanente che caratterizza la nostra società, né tanto meno il valore innovativo delle culture giovanili. I mezzi che utilizzano questi dirigenti e le risposte che elaborano non sono adatte alla realtà presente, così accade che i giovani si allontanino dalla vita pubblica, rinchiudendosi nei loro mondi privati.

Sulla questione alcool e giovani le risposte date dalla politica cittadina e dall’azienda sanitaria locale sono un esempio rappresentativo di tutto ciò, come ho già spiegato precedentemente. Ma si potrebbe andare avanti con numerosi esempi a qualsiasi livello.

Allora cosa bisogna fare?

Credo sia nell’interesse di tutta la cittadinanza che i giovani vengano aiutati. Per fare questo bisogna dargli delle responsabilità in modo graduale. Quanti giovani hanno incarichi pubblici di rilevanza? Pochissimi. Quanti giovani gestiscono spazi dedicati ai giovani? Quanti giovani sono nelle condizioni di non dover pensare solo a se stessi, ma sono responsabili per qualcun altro? Io sono sicuro che se vi fosse la possibilità di fidarsi ed affidarsi ai giovani questi smetterebbero di bere irragionevolmente, di drogarsi eccessivamente, di andare allo sbando insomma, perché gli verrebbe riconosciuto un ruolo nella società che oggi non hanno. Se si cominciasse ad agire in questa direzione, se cioè si elaborasse un progetto a lungo termine per i giovani modenesi, credo che con il tempo potrebbero diventare una preziosa risorsa per la città e per il suo benessere futuro.

Enrico Monaco


Dalla natura vera, alla natura virtuale (di Tommaso Turci)

Stavo ripensando allo scorso anno, a quando io e alcuni fra i fondatori dell’ARSE abbiamo deciso di avventurarci nella gestione di un orto. Se mi concentro, riesco ancora a sentire la fatica asfissiante che mi toglieva il respiro battendo la zappa, il sole che cuoce la testa dei primi pomeriggi estivi, il prurito mortale dell’assalto dei battaglioni di zanzare. Stavo ripensando a tutto questo mentre, seduto nell’aula informatica dell’Università di Pisa, osservavo un collega indaffarato tra mouse e tastiera. Questi era intento in un gioco di formidabile strategia, che consisteva niente meno che nel gestire un orto virtuale. Semina, raccolta, cura delle piante, tutto quanto…come nella realtà!

Mi fermo un attimo e mi domando: da quanto tempo abbiamo incominciato a dire: come nella realtà? A rifletterci bene, tutti i giochi virtuali sono come nella realtà, o come vorremmo che fosse, o come vorremmo essere noi dentro di essa, anche solo per poche ore. Ma ci si è spinti oltre: programmi televisivi dove riusciamo a sbirciare persone che vivono come nella realtà, che si corteggiano come nella realtà, che si incontrano e discutono come nella realtà. Quante cose che accadevano nella realtà abbiamo spostato e rinchiuso dentro scatole elettroniche, dietro rassicuranti (e alienanti) schermi al plasma? Penso al mondo di cui mi occupo, quello agricolo.

L’azienda che produce pane bianco per toast ci ricorda che un tempo, nella realtà, il grano si macinava dentro il mulino; che quello che sta nascosto sotto lo strato di goloso cioccolato sono semi di cereali, i quali, nella realtà, crescevano in ridenti distese dorate e che sì, un tempo, ci si poteva correre attraverso; che la mela qualcuno, anche se non la lanciava attraverso un’intera vallata per farla arrivare al fruttivendolo, la tirava giù dall’albero e la metteva in una cassetta. La pubblicità è la tutrice dei ricordi, anche se edulcorati, non oso nemmeno dire nostri (classe ’80-’90), ma dei nostri genitori o nonni. A questo punto siamo dunque giunti: il mondo virtuale riporta la realtà che il mondo reale non è più in grado di offrire. Perché dove noi andiamo a raccogliere pane, cereali e mele, a me davvero sembra essere un luogo virtuale: le corsie dei supermercati, dove verdura carne pesce formaggi detersivi utensili fotocamere crescono insieme sullo stesso scaffale; e intanto, nel reparto televisori, simultanea scorre su ventiquattro schermi l’immagine del vecchierello che vien dalla campagna, e reca in mano un mazzolin di spinaci e di bietole.

Mi domando se non sia un errore fatale quello di rinchiuderci nella città, e poi nelle case, e poi nei computer, facendo poi passare attraverso quelli tutti i contenuti esterni, reali, come contenuti virtuali. Mi chiedo se riportare i cittadini in campagna, a imparare – come facemmo noi a nostre spese – che il cetriolo è rampicante e perciò molto difficile da gestire, che le mucche fanno veramente muuu, e si mungono due volte al giorno, non sia un elemento culturale di importanza tale da dover essere inserito nel progetto scolastico, proposto all’essere umano fin dall’infanzia. Perché mentre i bambini crescono pensando che la carne si trovi in natura sotto forma di hamburger, noi ci abbandoniamo all’inconscio rimpianto del nostro passato, cercando invano di assaporare attraverso il desktop il nostro ultimo raccolto di pomodori virtuali.

Tommaso Turci


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