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CHINA POWER, capitolo parentetico 4 – Expo 2010 (parte 2)

TIMBRI, MON AMOUR

La settimana scorsa ho concluso il mio periodo lavorativo all’Expo. Ad ognuno è rimasto qualcosa: a me, un’esperienza di vita, un cinese quasi fluente, una lettera di referenza del direttore, amici dagli occhi a mandorla e spillette degli altri padiglioni regalatemi dai vip in visita. Ai cinesi, il ricordo di un italiano (uno dei pochi) che parla la loro lingua e alcune fotografie sfocate. Ai colleghi italiani, l’impressione di aver visto qualcuno aggirarsi per le sale svolgendo compiti misteriosi. Tutti contenti, dunque.

Inoltre, non ho restituito la card per accedere alla zona Expo (mi sembrava il minimo) così posso tornare là quando voglio per finire di vedermi con calma gli altri padiglioni.

Pochi giorni fa quindi sono stato al padiglione di Taiwan, ma prima di raccontare cosa è successo, bisogna specificare un paio di cose.

Per promuovere l’affluenza di turisti, i responsabili della manifestazione hanno prodotto una sorta di gadget, cioè un passaporto Expo sul quale collezionare timbri dei padiglioni visitati. Il che non sembra implicare niente di male. Dico sembra, perché i cinesi in realtà, specie quelli delle campagne, sono diventati malati. È una droga, è vitale avere il maledetto timbro, è irrinunciabile. Appena vedono il banchetto dei timbri, le persone ci si scagliano sopra dimenticando ogni dignità. Spingere, gridare e graffiare diventa normale e necessario; non è nemmeno importante dove viene fatto questo timbro, va bene qualsiasi supporto cartaceo (e non), mappe, quaderni, bloc-notes, mani e braccia, amici, figli. Anche la quantità non è più rilevante. Alcuni scaricano sul tavolo pacchi da 5 o 10 passaporti, timbrano più pagine. Perché tanta foga? Me lo sono domandato spesso. Come se non bastasse, questo rush confuso peggiora tragicamente in alcuni padiglioni. Qui, credendo di fare una furbata, i timbri sono lasciati sul tavolino in balia dei turisti, che se lo stampano da soli. Tuttavia, dopo che alcuni semplicemente si portavano a casa il timbro per oscuri feticismi, hanno cominciato ad assicurarli al tavolo con catene, corde, tagliole, laser eccetera. Oppure membri del personale molto sfortunati sono destinati a tempo pieno alla timbratura, al ritmo di 30 al minuto. Braccio destro peggio di un tennista nel giro di una settimana. La scena più stupefacente s’è verificata al padiglione olandese, uno di quei casi dove i timbri erano abbandonati sul tavolo. Accade che un cinese se ne impossessa per più di 5 secondi e il connazionale che gli sta accanto, scocciato da tanta arroganza, gli assesta un bel pugno in faccia, per poi saziarsi dello strumento salvifico. Fine dei patemi.

Una situazione del genere non si può spiegare dicendo solo “moda”. Ci doveva essere qualcosa sotto. Infatti pochi giorni dopo, parlando con un mio collega, venni a sapere che alcuni collezionisti giapponesi stavano comprando questi passaporti Expo (completi, è chiaro) per la cifra di 5000 renminbi! Per un cinese medio, questo è lo stipendio di due mesi, forse tre. Improvvisamente mi era chiaro cosa trasformava i turisti in belve.

Anch’io comunque ho iniziato a fare il cacciatore di timbri. Non con l’idea di guadagnarci, sia chiaro. Era solo per integrarmi, perché il passaporto Expo è diventato da queste parti un argomento di conversazione. Quando conosci una persona all’Expo, parlando del più e del meno, discuterai dei mondiali, dei tuoi studi, di quali sono i tuoi ristoranti preferiti in città e di quanti timbri hai.


Quindi dopo aver visto il padiglione di Taiwan, mi sono diretto al banchetto per farmi stampare il passaporto e… cos’è successo? L’ho aperto alla pagina 1 dove avevo i timbri di Hong Kong, Cina e Macao. L’addetta, guardandomi male, si è rifiutata di timbrare! Ho insistito per un po’ e alla fine la ragazza mi ha strappato il passaporto di mano, l’ha sfogliato e ha timbrato a pag. 44, UNITES STATES of AMERICA. Grazie. Poi i suoi colleghi mi hanno accompagnato all’uscita.

Che la questione Taiwan sia così sentita quaggiù, non è un mistero. In ogni caso i cinesi della RPC non ci stanno a pensare neanche un secondo: Taiwan è Cina, punto e basta. Le cartine ufficiali infatti includono l’isola entro la giurisdizione della mainland senza ambiguità. Per come la vedo io, però, la faccenda meriterebbe un approfondimento, ma per ragioni di spazio lo rimando al prossimo articolo. Nel frattempo, andrò a farmi qualche altro timbro, solo il tempo di comprami un casco e un bastone con la punta elettrica, dannazione.

Gabriel deMelant, Shanghai (ancora per poco purtroppo)


CHINA POWER, capitolo parentetico 3 – EXPO 2010 (parte 1)

Lavoro al padiglione italiano da circa un mese, tutta la settimana dalle dieci alle diciotto, tranne il giovedì libero. Sono stato assunto nel servizio di sicurezza, il che significa che devo girare a caso per il padiglione controllando che tutto fili liscio. Il lavoro in finale è comodo: uno stagista (volontario) quale io sono non se lo caga nessuno, ma proprio nessuno, lì dentro. Parlo ovviamente di quelli che hanno potere decisionale, degli stipendiati d’età superiore ai 25. Nella mia stessa situazione ci sono altri 3 ragazzi italiani miei conoscenti, perciò azzardo una generalizzazione: non so se questa indifferenza verso (eccola!) i giovani è una prerogativa degli italiani, se è solo un effetto dell’essere stagista o se, ancora più a valle, deriva dal fatto che tanto non mi pagano.

Ad ogni modo, senza nessuno che mi controlla, posso fare quello che voglio, sempre salvando le apparenze, è chiaro.

Parlare coi colleghi cinesi, tutti coetanei o quasi, è la parte che preferisco.

Sono però rimasto di sale quando uno mi ha fatto notare che quello che io mangio a pranzo (gratis) nel ristorante italiano costa di più della loro paga giornaliera, cioè in media 20 euro. Non so dire quanto sia giusto tutto ciò. Ogni padiglione comunque ha appaltato un servizio di hostess/sicurezza a delle ditte cinesi, che posizionano schiere di studenti sulla ventina nei punti strategici delle sale. Questi indossano costumi in tema con la nazione ospitante: nel nostro caso, un improbabile completo Prada rosa e grigio. Unisex, buon dio. La funzione di costoro è rompersi le palle sei ore al giorno in piedi da qualche parte, giocare coi walkie-talkie, esibire the italian fashion, impedire ai turisti di accalcarsi qua e la. Cosa, questa, che non riescono a fare.

È molto triste vedere la gente che fa la fila di un’ora o due ed entrare nel padiglione per poi farsi spingere avanti velocemente da ragazzine col megafono alte un metro e trenta. Ma questo sarà solo un problema di numeri, diavolo, l’Expo qui è più pubblicizzato dei mondiali in Italia; e il nostro padiglione italiano fa 25.000 persone al giorno. 参观 (tsanguan) di massa. Benvenuti in Cina.

Dall’altra parte, è un problema di organizzazione, perché le prime due sale sono diabolicamente strette e piene di roba molto interessante: un’Isotta Fraschini per esempio. E questo è già sbagliato. Bisogna dire “l’Isotta Fraschini”, l’auto più lussuosa del mondo, perfettamente funzionante. Poi una Aprilia vincitrice dell’ultimo superbike, una bici modello speciale Expo 2010, teche di calzature sportive ergonomiche brevetto 2007, almeno 7 opere di arte astratta di vario genere (e gusto), un plastico del Pantheon in pietra e marmo, uno del Teatro Massimo in legno, larghi 1×1, un modellino con video del ponte sullo stretto (!!!!!!!!!!!), paliote decorative in oro-argento-corallo, una ventina di schermi che mandano immagini di panorami cittadini, una stanza di vetro 3×6 con dentro veri artigiani italiani che fabbricano cose davanti agli occhi attoniti dei turisti (nell’ordine di comparsa ogni due settimane, manifattura scarpe, poltrone, restauro sculture, fumetti, cartoni animati, dolci, gioielli, violini). Una figata, insomma. Peccato che le stanze siano state pensate per un’affluenza à la occidentale. Così tra la gabbia degli artigiani, il Panthon e un’orrenda lampada (che non è una lampada) verde fatta di tubi di plastica grossa come due persone, c’è appena posto per un nonno in sedia a rotelle e l’ingorgo e bello e pronto. Inoltre non manca mai chi vuole saggiare con mano la resistenza dei modellini, il materiale della lampada (che non è una lampada), magari chiedendomi se quelli sono spaghetti, oppure chi inciampa nel piedistallo di una libreria di funzione ignota trascinando in terra gli scaffali. Ma l’orgoglio italiano di esibire cose che non c’entrano niente con l’Expo val bene un paio di hostess in rosa e il sottoscritto che si sgolano per mandare avanti i turisti estasiati e impedirgli di travolgere le opere, mentre i boss italiani dicono quanta gente c’è oggi e vanno fuori a fumare una paglia.

Sulla guida poi c’è scritto che queste sale sono pensate apposta per dare l’idea dei vicoletti narrow narrow tipici delle città italiane. Per fortuna che quando bestemmio lì dentro nessuno capisce cosa dico.

No, parliamo un attimo del tema dell’Expo. Ecco, io leggo sulle guide ufficiali, così come sui muri delle case, opuscoli, cassonetti, teleschermi, spille e mezzi informativi vari che il tema è “better city, better life”. Tutti i padiglioni che ho visitato fin’ora, escluso quello olandese (eh!), non deviano clamorosamente dalla traccia.

Nel padiglione italiano invece ci sono cose difficilmente ricollegabili, come una vera orchestra a grandezza naturale incollata ad una parete, uno scorcio di un de Chirico riprodotto a mosaico, manichini alti tre metri vestiti da Versace/Zegna/D&G, un ulivo finto scala 1:1, una sezione del Duomo di Firenze, una parete del teatro Olimpico di Vicenza, un campo di grano con tanto di papaveri attaccato a un soffitto, la sala dedicata all’Expo 2015 con foto della Moratti e una cascata che vela una panoramica di Rho area fiera. Sembra di stare nel mondo delle fiabe! Better city, better life, mi sembra chiaro.

Come chicca finale, un bel video del MOSE che illustra il progetto e spiega come colare cemento in laguna senza devastare l’ambiente naturale. Non so però se c’è ancora qualcosa da devastare, nel caso… E infatti i colleghi italiani, quando domando cosa pensano del MOSE, non hanno dubbi, cito: “preferisci conservare Venezia o quattro calamari di merda in laguna?” Allora torno subito a gridare ai cinesi qing wang qian zou qilai, che significa per favore datevi una mossa. Ai cinesi so sempre cosa rispondere. Per fortuna che ci sono loro.

Riguardo al ponte sullo stretto, gli dico sempre che per la tettonica a placche il ponte rischia di essere una bufala. Di solito però non sanno cos’è la tettonica a placche, ed anche lì, come dicono loro, 没错 mei tsuo, tutto okay. I miei colleghi siciliani dicono che il ponte è comodo, perché quando vanno in vacanza a Napoli risparmierebbero tre ore di imbarco-sbarco coi traghetti. Forse dovrei dirgli che, prima dell’inaugurazione del ponte, faranno in tempo ad essere abbastanza vecchi da non andarci più in vacanza.

Basta, basta. Better city, better life, no? E allora perché non ci compriamo tutti una bella macchina ecologica come quella esposta nella sala 3, una splendida Ferrari ibrida HY-KERS 599 color verde natura da 5 milioni di eurini, per sborare senza inquinare in giro per l’Italia?

In finale il padiglione italiano mi sembra assolutamente coerente col nostro paese: una fiera del pazzesco, per farla breve. Persino i francesi dicono che il nostro padiglione è il più bello di tutti. Quantomeno i cinesi si divertono come matti; sempre che non arrivi qualche VIP gonfio di cash a fargli buttare nel cesso tre ore di coda.

È una sofferenza per me costringere la gente a procedere per permettere a qualcun altro di passare, ma immagino che faccia tutto parte del gioco.

Gabriele V., Shanghai, aggiornato  08/06


CHINA POWER, capitolo parentetico 2 – LANCIA E SCUDO

I cinesi non hanno l’attitudine alle pippe mentali, perché il loro modo di comunicare, quindi di pensare, mi sembra estremamente pratico e concreto.

Per arrivare a questa conclusione, sono partito da una parola che mi piace molto, cioè 矛盾 máodùn, che si traduce circa con “contraddizione”. Letteralmente e significano “lancia” e “scudo”. La storia è questa: tempo fa, un uomo comprò una lancia e uno scudo. Lo spaccone, vantandosi del suo acquisto, ripeteva che il suo scudo era indistruttibile, niente l’avrebbe mai trapassato. E ripeteva che la punta della sua lancia era formidabile, avrebbe infilzato qualsiasi cosa. Allora un tizio gli chiese: “Ma dimmi, se prendo la tua lancia e la uso contro il tuo scudo, come la mettiamo?”. Lo spaccone, folgorato, rimase senza parole.

In cinese moderno perciò “lancia e scudo” indica il conflitto logico. Ecco, mi piace la semplicità dell’immagine: lancia e scudo, conflitto. In italiano, “contraddizione” è un mero termine astratto, l’abbinamento di “contro” e “dire”. Non evoca null’altro. In cinese sì, ma questo non è l’unico fattore che potenzia la comunicazione: infatti sono relativamente poche le parole con una tale storia dietro.

La particolarità primaria sono infatti i caratteri. In 矛盾 “contraddizione” i caratteri sono proprio pittogrammi di una lancia e di uno scudo. Il significato quindi è assolutamente palese.

Purtroppo agli occhi del profano, i caratteri cinesi forse sembrano solo uno scomodo garbuglio di linee, eppure conservano una forza comunicativa immediata. Specialmente i pittogrammi appunto, cioè disegni di cose; ma anche i composti logici, cioè due pittogrammi messi assieme per esprimere un terzo significato; ed infine, seppure in misura minore, anche i composti fono-semantici (una parte rappresenta la pronuncia, l’altra il senso).

Per fare qualche esempio: (mù) è il disegno di un albero, significa albero, pittogramma. Allo stesso modo (chē) è il disegno di un veicolo; (cháng) sono capelli legati, significa “lungo”; (dāo) è un coltello; (guǐ) è il disegno di uno spettro; (yǔ) è la pioggia.

Per i composti logici: (fén) il fuoco sotto due alberi: bruciare; (huò) due cani sotto (nell’) erba: cacciare, afferrare, ottenere; (juǎn) due mani con un raviolo: arrotolare; (miè) una linea sopra il fuoco: estinguere; (huǐ) qui c’è “mortaio”, “detriti” e “colpire”, ossia pestare detriti in un mortaio: sbriciolare, distruggere.

In generale la comunicazione di questi caratteri è molto più rapida e pervasiva di una parola scritta in lettere. Anche solo osservando un testo cinese, senza leggere, sembra quasi di guardare un quadro, ed un quadro trasmette impressioni già ad una prima occhiata, no? I testi nelle altre lingue mi sembrano così compatti e freddi, inanimati. Nei caratteri cinesi invece percepisco una vita che all’inizio non pensavo di trovare.

È anche vero che questa è solo un’impressione personale. Per leggere e parlare cinese non sono certo necessari questi sentimentalismi.

A me però piace andare oltre la superficie delle cose, per entrare in un ordine di idee diverso, e perché la cultura di un popolo passa per forza attraverso la sua lingua.

Tornando al mio discorso, penso ci sia un secondo aspetto fondamentale dietro il sistema di scrittura di questo paese. I caratteri per la loro intima natura visiva e immediata, hanno un significato estremamente preciso. (Gōng) è il pittogramma di un attrezzo da carpentiere, significa “lavoro”. Non si scappa, non c’è spazio per i viaggi mentali. In italiano, “lavoro”, specie dopo Marx, può avere molte più implicazioni. In generale, possiamo estendere il significato di una parola piuttosto facilmente. Questo avviene anche in cinese, ovviamente; tuttavia da millenni a questa parte il carattere è sempre e comunque un attrezzo da carpentiere!

Ora qual è il punto? È che io vedo nella scrittura cinese una semplicità, una genuinità, un’innocenza sorprendente. Ora, non saprei dire se la scrittura fonda la cultura o viceversa, o se sono la stessa cosa; resta il fatto che il pensiero cinese, la cultura di questa nazione, come i loro caratteri e come la loro lingua, mi sembra libera, libera!, da quell’opprimente retorica che infesta la lingua, il pensiero e la filosofia occidentale, quindi l’occidente stesso.

Mi spiego meglio: la base di tutto il pensiero cinese deriva da due parole: Yin-Yang. I caratteri sono di una semplicità ridicola: Yin, la parte sinistra è “collina”, quella destra è “luna”. Il lato oscuro della collina. Yang, sempre “collina” e poi “sole”, il lato luminoso della collina. Fine della storia.

Ad un bambino cinese che chiede cosa sono lo Yin e lo Yang si può rispondere così, i lati della collina, oppure la luna e il sole, mamma e papà, è uguale. Cos’è il Dao? La via. Cosa diceva Confucio? Gli uomini devono stare in armonia. Al di là degli approfondimenti, che sono tanti e sui quali si scrivono libri su libri, la base, il sunto, è molto semplice. Proviamo invece a spiegare ad un bambino italiano cosa sono le idee platoniche, o la metafisica, o tesi-antitesi-sintesi! Ma che, scherziamo?

Questa differenza abissale è sconcertante.

Con tutto ciò però non dico che c’è qualcosa di naif nei cinesi. Quello che c’è è una tranquillità mentale di fondo, perciò un’armonia che si respira nell’aria, sottile, invisibile ma potente.

Il mondo occidentale che è cresciuto tra Dio e la scienza, tra l’individualismo romantico e la società di massa, ha prodotto individui sostanzialmente incasinati. In Cina queste contraddizioni sono già risolte alla radice. Dio e la scienza si riuniscono nel Dao (o Yin-Yang, stessa cosa), mentre individuo e massa si riuniscono nel sistema socialista di mercato gestito da un governo centrale sostanzialmente oligarchico, il che esiste in perfetto accordo con le teorie di Confucio.

I problemi certo esistono qui come dappertutto, ma ciò che cambia, a mio avviso, è lo spirito con cui si affrontano le cose. Poi chissà, forse affinando le mia comprensione di questo paese, potrò anche cambiare idea. Per ora tuttavia vedo che la Cina funziona, eccome!, funziona a pieno ritmo.

G. deMelant, un modenese a Shanghai.


CHINA POWER, capitolo parentetico 1 – SHANGHAI SHUANG LIAN (le due facce di Shanghai)

Gabriele Vaccari, 4 Maggio 2010, Shanghai

Shanghai significa “sopra il mare”, ma di mare qui se ne vede poco e di un colore molto poco marittimo. Eppure in questi giorni di giovane Maggio posso salire su un moto-taxi, pagare qualcosa come 80 centesimi di euro e farmi portare per una stradina dietro al parco Zhongshan. Circondato qui da fronde ombrose, con un’aria estiva che mi spira tra i capelli, sento persino il concerto delle cicale; godendomi questi giorni di vacanza, mi sembra di essere in una qualche pacifica pineta romagnola. Con un po’ di immaginazione, sento anche l’odore della salsedine e della sabbia.

Poco dopo però, superata una curva della stradina, torno alla realtà. Il frinire delle cicale viene dalla cinghia consumata di un motore d’autobus, la salsedine è la toilette pubblica con le porte sfondate e la sabbia è la polvere sollevata dall’ennesimo cantiere urbano!

Eh, Shanghai ha sempre due facce. Ogni aspetto della città ne cela un secondo, spesso completamente opposto.

Liquidato il mototassista con pochi Yuan, entro nel parco, vasto e verdeggiante, pieno di gente che trascorre in allegria la giornata di sole, rara a Shanghai. Rara ma non inaspettata. Al di là delle previsioni del tempo, qui sempre sbagliate, questi sono giorni di vacanza, quindi è chiaro che ci sia il sole. In due mesi e mezzo, a Shanghai ho visto la sua faccia gialla solo nei festivi: lavora durante la settimana e poi esce a svagarsi nel weekend o per le ricorrenze nazionali, come le persone che illumina oggi pomeriggio. La paranoia potrebbe far pensare che il governo qui controlli persino il tempo atmosferico. Non esageriamo, per favore. Resta però il fatto che in Cina si smette di credere alle coincidenze, punto.

Stendo il mio telo su un largo prato, dove i cinesi fanno volare gli aquiloni, e guardo il cielo limpido dietro il velo degli occhiali da sole. Vedo grattacieli e palazzi che tutt’intorno cingono il parco come guardiani, gli stessi che di sera si accendono di luci al neon, gli stessi che fanno dello skyline una schiera di colossi di cemento-vetro-acciaio. Ci si può sentire circondati, ingabbiati, protetti e così maledettamente liberi! Lo slancio che il grattacielo impone allo sguardo, proietta i pensieri al cielo; coi piedi a terra e gli occhi in volo, saltando di pinnacolo in pinnacolo, giungo alla Perla d’Oriente, la testa del drago che emerge dal suolo e gioca con le sfere celesti, allo stesso tempo sede della televisione e ripetitore radio. Due sensi assolutamente incompatibili nello stesso edificio.

Poco distante c’è tutta la potenza del Jinrong Zhongxin, il centro finanziario di Shanghai, una stalagmite ipertecnologica con un’eloquente apertura fengshui alla sommità. Da lontano sembra un immenso cavatappi, per le bottiglie dei nuovi arricchiti di questa Cina instancabile. Da vicino è inutile guardarlo. Troppo grande, non entra tutto nel campo visivo, non si può cogliere con una rapida occhiata, proprio come la cultura e lo spirito di questa città, sempre a metà strada tra la scienza e la superstizione, tra ieri e oggi, tra l’oriente e l’occidente.

Appunto dall’altra parte del fiume, a poche centinaia di metri dal moderno quartiere finanziario, c’è il Waitan, l’antica concessione inglese. Qui si vedono costruzioni in stile europeo: colonnati, guglie, cupole e orologi che s’affacciano dai campanili, memoriali del passato coloniale della città e delle umiliazioni subite, ma anche simboli della rivalsa. Su ognuno di questi edifici sventola infatti una bandiera cinese, che sancisce l’orgogliosa riconquista del Waitan.

Nonostante se ne sia riappropriato però, Shanghai mantiene il Waitan ad uso e consumo degli occidentali, aprendo banche, locali e discoteche dentro questi palazzi ottocenteschi, disseminandone i piani inferiori di negozi d’alta moda. Gli occidentali infatti sono trattati qui con un misto di riverenza e timore. La maggior parte di essi vive nella zona nord sviluppata apposta per lo scopo, frequenta locali aperti per loro, mangia nei ristoranti americani italiani giapponesi tutti concentrati nelle stesse vie. E questo è un bene, perché così il sottoscritto può andare in un sacco di posti incontaminati dall’occidente e vedere com’è la città nelle sue parti più cinesi.

E ancora una volta ciò che domina sono i dualismi e le contraddizioni. Macchine sportive e lussuose circolano in quartieri poveri, mercatini di fake convivono accanto ai negozi di grandi marche. Questa sarà globalizzazione, ma resta che cinesi in giacca e cravatta mangiano di fianco allo straccione, alberghi e centri commerciali sorgono in mezzo a zone grigie e abbandonate a loro stesse, persone vestite alla moda si accompagnano a parenti o amici vestiti in modo tradizionale, templi buddisti di fianco a grattacieli, ingressi della metro lindi e scintillanti accanto al negozietto di bici di quarta mano, la zona dell’Expo accanto a casermoni popolari vecchi di decine d’anni, il maglev, il treno magnetico più all’avanguardia del mondo, che corre attraverso case in rovina e aree degradate, oppure molto più semplicemente, una sala da biliardo sgangherata e puzzolente con un costosissimo tavolo da snooker in bella vista.

È così Shanghai, spaiata, mutevole, una continua transizione. Sarà l’effetto del progresso fulminante che ha conosciuto negli ultimi anni, sarà l’incapacità di dare uno sviluppo coerente ad una città di 20 milioni di abitanti in continuo aumento, sarà la cultura cinese della Grande Famiglia che non fa pesare certe differenze sociali e spaziali.

Ad ogni modo, io, che vedo e vivo questa città da straniero, per la prima volta, senza averne mai viste di simili, non posso fare altro che stupirmi ogni giorno e amare le mille particolarità di questo paese e di questa gente.


La memoria in un giorno (di Baldoni Fabio)

Avevo scritto una poesia, ingenuo e timido tentativo per lasciare un segno sul blog nel giorno universalmente riconosciuto come quello “della memoria”. Poi l’ho cancellata, parola per parola: una lettera alla volta, premendo con l’indice destro sul tasto “delete” del mio portatile. Un gesto lento, ritmato, che ha scatenato dentro di me alcune domande a cui non sono ancora riuscito a rispondere.

Un solo giorno basta per ricordare?
É solo un modo per soffocare la passata e presente vergogna?

Perché non riesco a riconoscermi in una società, nei governi, che spendono belle e giuste parole nel giorno della memoria, per poi non attuarle negli altri giorni dell’anno.

Quando vedo immagini di immigrati africani ghettizzati e deportati (in Calabria come in altre occasioni) o leggo degli episodi di violenza contro gli omosessuali a Roma…
Quando sento l’odio nelle parole del Presidente iraniano contro Israele o quando il pensiero cade sul popolo palestinese, che sopravvive in quella terra di nessuno che si trova a metà tra la Terra Santa di altri ed il loro personale Inferno in Terra
Quando vedo i capannelli di marocchini, fuori dal bar, a fumare e parlare tra loro al freddo e poi sento i miei clienti italiani dire “dovreste fare qualcosa”
Quando leggo le teorie dei negazionisti o quando i giornali scrivono che ai giovani non si insegna la storia…
Quando la generosità (o la superbia e l’interesse economico a seconda dei punti di vista) spinge gli uomini a portare la democrazia con le armi…
Quando il Governo cinese blocca la libera informazione interna senza che vi sia un vero segnale da parte degli altri governi internazionali o quando si parla dell’Africa solo per i prossimi mondiali di calcio…

La lista è lunga, ed un solo giorno non basta secondo me.

Perché viviamo nell’era dell’informazione e la colpa è nostra se non utilizziamo gli strumenti che abbiamo per essere uomini e donne consapevoli.
Perché è inutile dire “dobbiamo ricordare ciò che è stato per evitare che succeda di nuovo in futuro”

Il futuro è già oggi, ed il nostro silenzio è complice.


CHINA POWER – cap. 2, IL BULLO DEL QUARTIERE

È dura essere la più grande potenza militare del mondo.

D’altra parte conosciamo bene la megalomania degli USA e a ragion veduta possiamo immaginare che per loro non sia affatto gravoso travestirsi da paladino della giustizia; specialmente se il denaro per comprarsi il costumino deriva ormai da estorsioni e ricatti morali, che ho brevemente illustrato nel capitolo precedente.

Noi modenesi nel nostro piccolo non sentiamo direttamente sulla pelle gli effetti nefasti delle spacconate statunitensi: a questo proposito se la passa peggio Vicenza, che nel 2007 ha dovuto chinare la testa di fronte al via libera del governo Prodi al raddoppio di Camp Ederle, la base militare americana lì in città. Più che finanziamenti, gli USA si aspettano da noi italiani collaborazione e finanche servilismo. Facciamo la parte dei lacchè, insomma, nei cui panni si trovava assai a suo agio mister B. quando alla Casa Bianca alloggiava G. W. Bush.

Le basi militari americane in Italia comunque sono 113, sparse un po’ dappertutto nel paese. Questo numero, che può sembrare enorme, in realtà include anche semplici stazioni radio (una sul Cimone, per esempio), ripetitori, magazzini, eccetera. Ad ogni modo l’Italia è il secondo paese europeo per presenza di militari americani sul territorio: poco meno di 10.000.

La ragione è semplice: durante la Guerra Fredda la cortina di ferro tagliava in due proprio l’Adriatico, separando il Bel Paese dalla Jugoslavia di Tito. L’Italia infatti vanta un’ottima posizione geostrategica, poiché si estende nel Mediterraneo e si trova a ridosso dell’Europa dell’est restando tuttavia protetta dal mare. Gli USA questo lo sanno bene e così durante le guerre nell’ex Jugoslavia (Serbia, Kosovo) e anche adesso durante il conflitto iracheno i raid aerei americani partono anche dal nostro paese.

A questo punto parlare dei raid aerei americani potrebbe far sorgere una domanda: perché gli Stati Uniti si avvalgono tanto dei bombardamenti aerei? La risposta può essere: perché la loro tecnologia militare glielo consente.

Tuttavia la faccenda non è così semplice.

Come ho detto nell’articolo precedente, gli USA hanno timbrato la geopolitica mondiale con la loro bandiera a stelle e strisce già nel secondo dopoguerra. D’altra parte i progressi in campo militare non solo hanno consentito agli Stati Uniti di guadagnare una posizione di estremo prestigio e potere agli occhi del mondo, ma sono stati anche il motore del loro sviluppo economico. Basti pensare che lo strumento primario della globalizzazione, internet, non è altro che il perfezionamento del vecchio arpanet, un network progettato negli anni ’60 dal DARPA, organo dipendente dal ministero della difesa americano, il cui scopo era creare un sistema di controspionaggio e di telecomunicazione a prova di attacco sovietico. Anche gli sforzi americani per la conquista dello spazio si inscrivono nella competizione con l’Unione Sovietica. L’azienda americana Lockheed Martin, quella che ha sviluppato la tecnologia stealth, quella che su una gamma di una quarantina di prodotti ne annovera solo 10 ad uso civile, ha registrato un fatturato nel 2008 pari a 42 miliardi di dollari, ossia circa lo 0,3% del PIL americano. Si potrebbe anche affermare che coi suoi centocinquantamila dipendenti la Lockheed possa in qualche modo influenzare scelte di senatori o membri del congresso. Se sei un politico americano eletto in zone ad alta densità di dipendenti della Lockheed, per esempio, potresti sentirti in imbarazzo al momento di votare la soppressione di un programma militare. Drastiche riduzioni negli introiti di un’azienda come la Lockheed potrebbero gettare in mezzo alla strada molti dipendenti, che poi non ti voterebbero più.

Ma non intendo approfondire adesso l’influenza che le lobby militari possono eventualmente esercitare sul governo degli USA. Quello che conta davvero è che la straordinaria forza militare americana non è assolutamente all’altezza degli enormi capitali che vi si investono. Anzi, dopo aver fatto la voce grossa con nazifascisti prima e russi poi, il potere militare statunitense sta lentamente ma inesorabilmente declinando.

Primi segnali di cedimento si possono vedere già nella guerra di Corea del 1950. Il conflitto fu scatenato dai nordcoreani che invasero il sud del paese fino a conquistarlo quasi completamente. La risposta americana fu immediata e gli invasori furono respinti dietro il confine tra le due coree e oltre, fino alla frontiera con la Cina. A quel punto, temendo l’estensione della guerra sul proprio suolo, la Cina decise di intervenire, inviando un contingente di 780.000 soldati. L’esercito cinese era dotato di equipaggiamenti e preparazione irrisori rispetto ai nemici, eppure gli americani furono ricacciati a sud. Il fronte si attestò nuovamente sul 38° parallelo, senza che le forze USA riuscissero a sfondare la resistenza rossa: questa situazione non mutò fino all’armistizio firmato nel 1953, che sancì definitivamente la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud.

Non si può però considerare la guerra di Corea come una sconfitta riportata dagli USA: per questo si dovrà attendere ancora una decina d’anni.

Fu infatti in Vietnam che la forza militare USA ricevette il primo vero schiaffo, il cui dolore fu amplificato dal fatto che, sulla carta, la vittoria avrebbe indubbiamente arriso alla coalizione americana. Invece le tattiche di guerriglia vietnamite erano imbattibili e la fanteria americana si rivelò del tutto incapace di affrontare questa sfida. Nel 1973 Nixon firmò il trattato di pace e nel ’75 il Congresso approvò il taglio totale ai finanziamenti di questa guerra. Il Vietnam del Nord (sostenuto da Cina e URSS) poté perciò riunificare il paese sotto la bandiera comunista, non appena le operazioni americane vennero interrotte.
guerra del Vietnam
La guerra in Vietnam fu un tale smacco per gli Stati Uniti che costò loro l’immagine di egemone incontrastato, dipingendoli molto più come un bullo che crea guai in casa degli altri. Il terrore di bissare l’insuccesso e l’opinione pubblica contraria all’intervento diretto fecero sì che le guerre successive conoscessero una partecipazione americana sempre marginale, limitata al sostegno di una parte in causa con armi e capitali, al limite con bombardamenti aerei.

In particolare gli USA sostennero finanziariamente l’Israele contro il Libano in funzione anti-Siria, salvo poi inviare militari in Libano, dietro pressioni internazionali, per incoraggiare gli israeliani a ritirarsi. Gli americani tuttavia si dileguarono dopo un attentato ad una caserma dei marines che provocò 240 vittime a stelle e strisce. Gli Stati Uniti si impegnarono finanziariamente negli anni ’80 anche in Centroamerica e Africa contro le rivoluzioni comuniste a El Salvador, Honduras, Nicaragua, Angola e Mozambico.

Ma la più eclatante prova di questa presenza vigliacca degli USA si ha con la (prima) guerra in Afghanistan (1979-1989), quando il paese fu invaso dai russi. Gli americani sostennero le resistenze dei mujaheddin e del Pakistan con l’operazione Cyclone, aiuti vari ammontanti complessivamente a circa sette miliardi e mezzo di dollari (0,1% del PIL). Questo colossale stanziamento di denaro valse agli USA lo schiacciamento delle forze sovietiche, tuttavia non era certo stato ribaltato lo scomodo verdetto del Vietnam.

Le successive guerre del Golfo in difesa del petrolio kuwaitiano non fanno che alimentare le perplessità riguardo alla potenza militare USA. L’operazione Desert Storm non fu altro che una grandinata di bombardamenti aerei, consentita dall’insuperata tecnologia americana nel campo dell’aviazione. Le manovre terrestri perciò furono solo secondarie ed ebbero un fulmineo successo grazie alla preparazione del terreno e poi al sostegno incessante da parte dei cacciabombardieri stealth americani. La domanda che riempì le bocche di personalità militari e di governo USA fu: che senso ha disporre di un esercito superiore a qualsiasi altro, se poi non viene utilizzato?

La paura di ricacciarsi in una situazione analoga a quella del Vietnam impedì perciò agli Stati Uniti di avvalersi in larga misura della sua fanteria, paura che si ripresentò anche nel corso delle guerre jugoslave del 1991-95.

Il vigore del braccio militare americano era ancor più messo in discussione, specialmente a livello psicologico, da questa riluttanza ad intraprendere consistenti manovre terrestri. Questo e il contemporaneo caos finanziario, che ho riassunto nel capitolo 1, fanno apparire gli USA come una tigre di carta.

L’attentato dell’11 settembre allora fornisce a W. Bush l’occasione di riscattare la U.S. Army e l’egemonia americana in generale. Viene dunque varato il progetto del New American Century, una strategia di ampio respiro mirata a ripristinare la credibilità internazionale degli Stati Uniti e il loro controllo sull’andamento del mondo. Inizialmente dunque viene invaso l’Afghanistan con la prospettiva di catturare Bin Laden ed eliminare i Taliban in breve tempo. Tuttavia la missione non approda ad un esito felice nei tempi sperati, forse anche perché tra i Taliban che costituiscono la spina nel fianco delle truppe americane si trovano vassalli della guerra (es. Gulbudin Hekmatyar) armati e ingrassati dagli stessi americani, ai tempi dell’attacco sovietico al paese; ben presto dunque mantenere i finanziamenti e soprattutto il consenso dell’opinione pubblica a questa guerra inconcludente cominciò ad essere un problema serio per W. Bush.

Nel 2003 gli strateghi della Casa Bianca pensano di attaccare l’Iraq per appropriarsi del suo petrolio, rendere quindi la guerra autosufficiente dal punto di vista economico e distogliere l’attenzione dall’incapacità americana di sopprimere i ribelli afghani. La giustificazione degli USA che venne propinata alla comunità nazionale e internazionale affermava che Saddam Hussein detenesse armi atomiche e che fosse un accanito sostenitore del terrorismo internazionale. Questo è vero solo in parte: Saddam finanziava l’OLP contro Israele ma non sono stati affatto dimostrati i suoi rapporti coi seguaci di Bin Laden. Ad ogni modo l’annientamento dell’Iraq sarebbe stato un colpaccio per gli Stati Uniti: innanzitutto avrebbero depennato il paese dalla loro lista di stati-canaglia, facendo un figurone sulla cattedra della Nato; avrebbero alleggerito Israele dal loro peggior nemico; avrebbero dato un chiaro segnale ai circostanti stati arabi di quanto gli americani sappiano fare sul serio; avrebbero guadagnato un’ottima base geopolitica per i loro successivi interventi in Medioriente.

Le ragioni informali della deviazione in Iraq dunque erano piuttosto valide sul tavolo del Pentagono, peccato che la tradizionale fobia statunitense per le tattiche di guerriglia non sia stata smentita nemmeno stavolta. Il danno che le resistenze mediorientali hanno arrecato alla propaganda dello zio Sam è amplificato anche dal fatto che le forze afghane e irachene impallidiscono ancor più di quelle vietnamite di fronte al colosso militare americano.

Come diamine è possibile che il massimo signore della guerra del mondo si faccia mettere nel sacco da semplici ribelli e partigiani nascosti in grotte e villaggi?

Il sostanziale fallimento delle campagne militari in Medioriente, sancito dall’insanabile instabilità dei governi iracheni/afghani nati sotto occupazione americana, non può però risolversi con un normale ritiro delle truppe. La posizione finanziaria e politica degli Stati Uniti è sul filo del rasoio e i loro atti di bullismo cominciano ad essere sopportati malvolentieri dalla comunità internazionale, specialmente se questa possiede larghe quote del debito pubblico americano. Abbandonare il campo come avvenne in Vietnam trent’anni fa, firmerebbe una volta per tutte il tramonto del protagonismo statunitense. Barack Obama questo lo sa bene, sa di non potersi permettere un ulteriore affossamento del ruolo del suo paese, ed ecco dunque che, nonostante il preventivo Nobel per la pace, Obama deve procrastinare lo sgombero dall’Iraq al 2013, inviando nel frattempo nuovi contingenti.

Nemmeno la permanenza in Medioriente può tuttavia salvare la baracca a tempo indeterminato, perché gli obbiettivi prefissati all’alba delle invasioni (ossia sradicamento del terrorismo) non sono affatto stati raggiunti, come ha dimostrato il giovane Abdul Faruk Abdulmutallab pochi giorni fa.

Di recente perciò i vertici del governo USA hanno cominciato a ventilare l’ipotesi di invadere lo Yemen, forse solo per confondere un po’ le acque, per strappare un qualche risultato da questo interminabile logorio militare che da otto anni vede le truppe americane vagare per il Medioriente senza ottenere nulla.

La domanda a questo punto si spinge oltre: cosa ci può essere sotto l’eventuale spostamento del conflitto in Yemen?

La risposta, a mio avviso, parte dalla Somalia. La Somalia è un paese lacerato da profondi conflitti etnici e religiosi, drasticamente aggravati da tutti gli interventi della banderuola americana nel corso degli ultimi vent’anni. USA e Europa già dagli anni ’90 finanziarono progetti fallimentari per contrastare gli estremismi islamici, il cui unico risultato fu rafforzarli, consentendogli di recitare la parte degli eroi contro le malvagità dell’Occidente. Anche gli interventi dell’Etiopia, istigata dagli Stati Uniti, si tradussero in un massacro della popolazione civile e in un incremento del consenso agli islamisti dell’organizzazione nota come Al Shabaab. La Somalia tuttavia non è mai stata per i bureau americani di interesse strategico pari a quello dell’Afghanistan, perciò il paese è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso.

Non che questo abbia costituito un grosso problema per i fondamentalisti somali, che hanno potuto crearsi una fitta rete di clienti e sponsor, tra i quali certi salafiti strettamente collegati con l’Iran, i pirati del Puntland e, per finire, le cellule di Al Qaeda di stanza in Yemen.

Ecco che l’intervento USA in Yemen può avere il senso di scongiurare la nascita di una metastasi del terrorismo islamico in Africa, mediante la testa di ponte della Somalia. Secondariamente, potrebbe trovarsi in questo cocktail geopolitico il controllo del canale di Suez. Gli USA potrebbero essere più o meno in buona fede e temere che il consolidamento delle posizioni di Al Shabaab in Somalia avvantaggi per transitività i predoni del mare che operano sul corno d’Africa.

Il canale di Suez infatti è uno snodo vitale per il commercio est-ovest: nel 2008 attraverso di esso sono transitate 21.000 navi, di cui 4000 petroliere, che costituiscono i due terzi dell’approvvigionamento europeo di petrolio e gas. In generale il canale di Suez accoglie l’8% dei trasporti mondiali via nave; il 28% del tonnellaggio totale in transito (sempre nel 2008) proveniva da Singapore e dalla Cina.

È evidente che la protezione del canale di Suez (o la sua gestione) può ravvivare a buon titolo l’attenzione degli Stati Uniti d’America. Anche il semplice controllo geopolitico del mar Rosso può bastare ad una forza militare americana al disperato inseguimento di risultati concreti.

Queste però sono solo supposizioni. Quello che è certo è che gli Stati Uniti hanno chiuso con il loro vecchio ruolo di campioni del bene. I loro fallimenti militari in Vietnam, Afghanistan e Iraq hanno sbiadito forse irreparabilmente la popolarità di cui godevano sulla scena globale. Da questo scenario però emerge sempre più un vincitore silenzioso, la Cina. Mano a mano che gli USA imponevano la loro autorità con la forza, increduli di fronte al loro lento ma vistoso declino, la Cina ha perseguito una politica sottile ma efficace di ricerca del consenso, erodendo la base politica degli Stati Uniti, insinuandosi nel loro sistema finanziario tramite l’acquisto del loro debito pubblico, stringendo legami coi paesi dimenticati dall’arroganza americana (ottobre 2000, primo Forum a Pechino per la Cooperazione Cina-Africa, incremento del volume degli scambi del 1000% in 6 anni) e prendendo parte a numerose leghe commerciali (zona di libero scambio Cina-ASEAN completata nel 2010).

In sostanza, mentre gli USA si affannano per evitare il loro collasso, l’astuta Cina si dedica indisturbata a costruire, mattone su mattone, le basi del suo impero economico mondiale.

Nel cap. 3 di China Power, una breve storia politica della Cina del ’900. La caduta del nazionalismo e la vittoria comunista, per arrivare poi a comprendere le radici del moderno socialismo di mercato che si rivela vincente sopra le speculazioni capitalistiche del mondo occidentale.

Gabriele Vaccari


CHINA POWER – cap. 1, I PASTICCI CAPITALISTICI DELLO ZIO SAM

In periodo di crisi c’è paura e smarrimento nell’aria, specialmente per chi ha qualcosa da perdere. C’è chi perde denaro, lavoro, moglie, senno; c’è chi perde la qualità dell’insegnamento, come il sottoscritto a Ca’ Foscari (Venezia) e molti altri studenti. In periodo di crisi c’è campo libero per il montare di paranoie e stereotipi riguardo a cose che si conoscono poco. Gli schemi ricorrenti in cui mi sono imbattuto negli ultimi tempi sono quelli sulla Cina.

La Cina è un paese grande, perlopiù ignoto, e da dieci anni a questa parte ha avuto uno sviluppo economico, politico e sociale impressionante, che l’ha portato alla ribalta in un batter d’occhio, con tutti i suoi lati oscuri e le sue contraddizioni. Inquadrare il ruolo mondiale della Cina è un compito arduo, complicato anche dalla velocità con cui è piombata sulla scena.

In virtù dei miei studi (Lingue e istituzioni dell’Asia orientale, indirizzo Cina, a Ca’ Foscari), ho conosciuto e approfondito dinamiche che aiutano a comprendere questo nuovo e spaventoso Stato- nazione; non pretendo di poter spiegare dettagliatamente il miracolo economico cinese, però posso esporre in breve perché la Cina è ora sulla bocca di tutti e che cosa possiamo aspettarci di buono e di cattivo da essa. La percezione che si può avere di questo grande paese è sempre soggettiva, ma qualche informazione in più è certamente utile per sentirsi, se non altro, meno confusi e per essere meno vittima dei soliti luoghi comuni; o anche solo per saperne di più su questo vasto, misterioso, affascinante paese.

L’egemonia economica americana

La potenza della Cina affonda le sue origini nella fine della seconda guerra mondiale. L’intervento risolutivo degli USA contro le velleità nazi-fasciste e contro i militaristi giapponesi, annichiliti da un paio di bombe atomiche, ha messo gli Stati Uniti in una posizione di forza nei confronti dell’Europa e di larga parte del mondo. Gli americani avevano salvato il culo un po’ a tutti, cinesi inclusi. Avevano anche umiliato pubblicamente Stalin, quando il dittatore russo decise di barricare Berlino nel ’48: il presidente Truman e il generale Wedemeyer organizzarono il famoso ponte aereo, col quale rifornirono la città sotto gli occhi attoniti dei russi. Poco dopo Stalin pensò bene di abbassare la cresta e Berlino venne poi spaccata dal Muro (anziché essere interamente detenuta dai comunisti). Un altro fattore fondamentale per il successo USA fu che l’Europa era devastata dalla guerra, mentre gli Stati Uniti, forti anche della loro posizione geografica, ne erano usciti indenni. Investire nella ricostruzione dell’Europa era per gli americani una miniera d’oro, soprattutto in termini di consenso e di potere contrattuale. Per questo il Piano Marshall poté ricostruire l’Europa (e riarmarla) sotto lo stendardo americano. Successivamente l’Europa divenne il principale sbocco commerciale per l’economia americana. Stessa sorte toccò al Giappone, anche se per coercizione. Dopo l’atomica infatti l’esercito americano invase il paese del Sol Levante ed impose la democrazia e il capitalismo, rendendo il Giappone una sorta di protettorato americano. Si profilavano già le linee dei blocchi della Guerra Fredda. La Cina da parte sua era più o meno fuori dai giochi. Gli USA e l’ONU riconoscevano il governo nazionalista di Taiwan come rappresentante del popolo cinese, piuttosto che il governo comunista di Mao Zedong. Dall’altra parte Mao aveva deciso che il comunismo russo non si adattava alle specificità del suo paese e i rapporti Cina-URSS andarono peggiorando già dagli anni ’50.

Sovracapacità

Il potere politico degli USA nel frattempo si rafforzava sempre di più, grazie alla situazione precaria dei paesi del blocco capitalista, che dipendevano dagli aiuti americani. Gli USA giunsero presto ad un monopolio della guerra entro la loro sfera di influenza, e poterono imporsi come i poliziotti delmondo contro i criminali comunisti. A livello economico, gli Stati Uniti potevano contare sul sistema del gold standard, secondo cui il valore della moneta di un paese dipende esclusivamente dalle sue riserve in oro. Al tempo, nessun altro paese occidentale aveva un Fort Knox pieno fino all’orlo, così il dollaro la faceva da padrone. Il gold standard e il Piano Marshall in sostanza furono il fulcro della potenza americana, ed allo stesso tempo furono la loro rovina. I guai incominciarono a saltar fuori quando la Germania e il Giappone raggiunsero gli USA nella corsa allo sviluppo. Il Marko e lo Yen erano deboli rispetto al dollaro, perciò le esportazioni di questi due paesi erano favorite. La concorrenza sul mercato divenne più aspra e i produttori americani assistettero ad un consistente calo dei profitti. Il problema a monte del blocco capitalista era però la corsa sfrenata all’accumulazione, prima ancora che la concorrenza: la deregulation di molti settori dell’economia, tipica della teoria capitalistica, e il libero mercato avevano consentito la proliferazione di moltissime imprese grandi, medie e piccole. Queste, appena vedevano ridursi le proprie fette di mercato a causa della competizione intercapitalistica, non riducono la produzione, come vorrebbe la teoria. Invece si spostano verso nuovi mercati e, quando anche questi sono saturi, operano un processo di finanziarizzazione, si convertono cioè alla finanza, al capitale liquido. Il panorama è quello di una produzione esasperata, di una sovracapacità di produzione che pompa continuamente beni materiali o immateriali sul mercato, gonfiandosi sempre di più.

Il pendolo della fine

Tornando alla storia, questa appena descritta è la situazione dell’economia americana (e del blocco capitalista) durante la Guerra Fredda, l’isteria generale alla ricerca del guadagno, senza il quale s’abbassa anche la domanda interna con un danno a tutto il sistema. Per arrestare il calo dei profitti e far riprendere l’economia, il governo americano deve applicare una forte politica keynesiana (facilitazione del credito, immissione di liquidità nel sistema). Per innaffiare l’economia di capitali però bisogna svincolare la circolazione della moneta dalle riserve auree, così nel ’71 Nixon abbandona il gold standard. In questo modo si ottiene anche un secondo effetto: il valore della moneta è di nuovo esposto alle fluttuazioni del mercato; e infatti partono numerosi processi speculativi sul dollaro.

La principale catena di eventi che si innesca è ora la seguente: immettendo liquidità nel sistema, aumenta l’inflazione e si svaluta la moneta. Per recuperarne il valore Nixon opera una poderosa stretta del credito. Il salvataggio del dollaro riesce, a prezzo però del fallimento di molte industrie medio-piccole che non riescono più ad esportare. La crisi viene evitata ritornando al keynesismo (abbattimento dei tassi d’interesse → convenienza nel chiedere prestiti → liquidità del sistema) e costringendo i Giapponesi ad investire negli Stati Uniti. Il dollaro alto e il flusso di capitali in circolazione conducono alla stagflation degli anni ’70, un mix di economia stagnante, data dalla difficoltà ad esportare, e inflazione, data dalla quantità di moneta nell’economia.

L’unico modo per uscire dalla situazione apparve abbattere di nuovo il valore del dollaro tramite accordi internazionali (Plaza Accord, 1985) e forzare il blocco capitalista allo sviluppo, per far riprendere i consumi e le esportazioni. È in quel periodo che emergono le tigri asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Singapore, Hong Kong e anche Thailandia e Malaysia), forti di una rinnovata integrazione nell’economia globale; anche il Giappone conosce un’ulteriore grande fortuna, poiché la sua moneta raggiunge i massimi storici sul dollaro. Ben presto però la forza della moneta si traduce in calo delle esportazioni e crisi economica.

I nipponici giocavano ora nello stesso ruolo che avevano avuto gli americani vent’anni prima. Per evitare il collasso del Giappone si applica il reverse Plaza Accord nel 1995, tramite il quale si procede all’ennesima rivalutazione del dollaro, stavolta per salvare in extremis lo Yen. La rinnovata forza della moneta americana è un fattore che, combinato con l’azzeramento dei tassi di interesse e l’incalzante finanziarizzazione dell’economia americana, rende Wall Street accessibile e appetibile per gli investitori locali e stranieri: i titoli di stato USA (espressi in dollari) diventano

potenzialmente assai redditizi e la loro domanda aumenta. L’offerta degli stessi era ugualmente alta perché gli USA dovevano finanziare la spesa militare (vendendo titoli di stato), divenuta stratosferica nella corsa agli armamenti contro l’URSS protrattasi per tutti gli anni ottanta (vedi cap. 2). In questo modo l’indebitamento degli Stati Uniti nei confronti degli investitori lievita fino a raggiungere colossali dimensioni. I titoli di stato infatti funzionano così: l’investitore compra i titoli, finanziando il governo che li emette, nella prospettiva di riavere indietro la spesa con tanto di interessi. Se la moneta in cui si calcolano i valori dei titoli è forte, gli interessi saranno gonfiati. Tuttavia, i debiti contratti dagli Stati Uniti in questo modo sono difficilmente solvibili, a causa del deficit della loro bilancia commerciale (rapporto import-export), che spesso caratterizza le monete forti. L’America è stata dunque costretta ad emettere ulteriori titoli, per finanziare i propri debiti, entrando in un circolo vizioso di proporzioni tremende (si parla di un debito ammontante complessivamente a milioni di miliardi di dollari).

Conclusioni

Fin’ora l’economia americana è apparsa in buona salute perché non sono mai mancati gli investitori. Non che costoro comprassero il debito americano per il loro buon cuore innamorato di Barbie e Coca-cola, beninteso. In certi casi ha giocato a favore degli americani il potere contrattuale di cui disponevano in virtù del loro ruolo egemone, acquisito dopo la seconda guerra mondiale. Infatti gli USA, per la loro posizione economica, godono di trattamenti di favore da parte degli organismi internazionali (FMI, Banca Mondiale) che di fatto sono loro creazioni. In altri casi, il pensiero di un crollo del sistema americano è un buon deterrente per i capi di stato che non vogliano finanziare lo zio Sam. Se gli Stati Uniti dovessero colare a picco, tirerebbero dentro il gorgo molti altri paesi a loro strettamente connessi. Di ciò è prova lampante la crisi dei sub-prime che ha coinvolto numerosi attori internazionali oltre agli USA.

Tuttavia lo spauracchio del disastro americano ha già cominciato ad affievolirsi, con l’emergere della Cina come nuova potenza mondiale, come terreno fertile in cui deviare i propri investimenti.

Nel prossimo capitolo, cercherò di fornire un quadro del declino della forza militare americana, che è avanzata di pari passo con il guasto economico qui descritto; e dell’emergere della Cina come nuovo protagonista della scena globale, per arrivare poi ad esporre le radici storiche della potenza cinese.

Gabriel DeMelant


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