Archivi delle etichette: cinesi

Una finestra dall’altra parte dell’oceano (di Marco Vassura)

Carissimi,

mi chiamo Marco, ho 60 anni, e con i miei pensieri, le mie idee e le mie stampelle sto facendo un recorrido sulle tracce di Ernesto Che Guevara. Ora vi sto scrivendo da Cordoba, in Argentina, dopo essere stato a Buenos Aires, Rosario e Santa Fè; proseguirò poi per Valle Grande e Highera, in Bolivia, poi il Machu Picchu e, se lo trovo, per il lebbrosario di San Paolo in Perù.

Perché questo viaggio? Semplicemente perché volevo farlo da tempo ed ora la pensione me ne ha data l’opportunità. Non solo per questo però: sto attraversando un periodo particolare della mia vita ed ho la presunzione di credere che questo stacco totale da figlio e nipoti, da odori musiche e colori conosciuti, mi aiuti a ritrovare la serenità che vado cercando da tempo.

Come ho trovato la patria del Che? Beh, sicuramente non come avrei voluto. La mia sensazione è che qui il consumismo abbia vinto alla grande, però sono rimasti dei gruppi battaglieri. Buenos Aires, per esempio, ha tutti i muri, i marciapiedi, le saracinesche e le panchine, pieni di scritte che inneggiano all’amore libero, all’aborto, all’orgoglio gay, alla Toma, prendiamo tutto subito senza parlare con questo o quel  politico. Sono stato a Buenos Aires 10 giorni ed ho visto 12 o 13 cortei che marciavano verso la Casa Rosada: dai licenziati di blockbuster, ai senza tetto, anche militari non riconosciuti che parteciparono alla guerra delle Malvines e che stazionano ormai da mille giorni in tende costruite con i sacchi della spazzatura.

Però una protesta era comune, nel senso che c’era a Rosario ed oggi l’ho vista qui a Cordoba; ne parlano il taxista e la gente al bar. La soia. Mi spiego. I cinesi stanno comprando tutto, dai politici ai terreni grandi come l’Italia. La scusa che portano è che devono seminare soia per fare biodisel con la tecnologia Brasiliana. Ma è tutto falso. Seminano soia perché i cinesi hanno cominciato a mangiare e mangiare carne di maiale, che la soia ingrassa per bene. Sono certo di quello che vi scrivo perché ho partecipato per diversi giorni ad assemblee del popolo Quom (anche loro occupano uno spazio in avenida 9 de Julio) Sono, come li chiamano qui, i nativi.  La loro provincia, Formosa, è a nord-ovest dell’Argentina ed è stata la prima ad essere venduta. Ovviamente i nativi non ci stanno, allora qualcuno viene fatto sparire, vengono incendiate le loro case o, peggio, ne ammazzano qualcuno per calmare gli animi di tutti. Lasciatemelo dire: quei dieci giorni di mia partecipazione mi hanno fatto ritornare indietro ai bei tempi di quando eravamo incazzati come le bisce, come voi adesso con i problemi della scuola e non solo; ho anche rivisto delle facce di sinistra che non vedevo da tempo.  La cosa vi sembrerà strana, ma ai miei tempi bastava un eskimo per sentirci tutti accumunati e dalla stessa parte, beh questi avevano l’eskimo. Forse ci consolava far l’amore…ma precari lo eravamo già…un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città. L’amore fatto alla “boia di un Giuda” in quella stanza di altri.

Scusate ma la parola eskimo per me è anche legata a Guccini.

Sono stato con il rappresentante dei rivoltosi a parlare e bere mate  (per chi non lo sapesse il mate è un infuso che si beve da un contenitore, matero, e lo si beve tutti insieme da una cannuccia, chiamata bombilla) e lui sapeva di voi! Nel senso che sapeva che i giovani in Italia lottavano contro Belucon e la cosa gli ha fatto piacere: che ci siano dei giovani che non si lasciano mettere sotto; e saputo del mio recorrido mi ha detto una frase del Che per voi.

PUEDEN CORTAR TODOS LOS FLORES PERO’ NO PUEDEN CORTAR LA PRIMAVERA

Penso non ci sia bisogno di traduzioni, altrimenti rivolgetevi a Cheyenne.

Un abrazo y mucha luz

Dimenticavo: se volete seguire la mia vuelta clikkate qui.


CHINA POWER, capitolo parentetico 4 – Expo 2010 (parte 2)

TIMBRI, MON AMOUR

La settimana scorsa ho concluso il mio periodo lavorativo all’Expo. Ad ognuno è rimasto qualcosa: a me, un’esperienza di vita, un cinese quasi fluente, una lettera di referenza del direttore, amici dagli occhi a mandorla e spillette degli altri padiglioni regalatemi dai vip in visita. Ai cinesi, il ricordo di un italiano (uno dei pochi) che parla la loro lingua e alcune fotografie sfocate. Ai colleghi italiani, l’impressione di aver visto qualcuno aggirarsi per le sale svolgendo compiti misteriosi. Tutti contenti, dunque.

Inoltre, non ho restituito la card per accedere alla zona Expo (mi sembrava il minimo) così posso tornare là quando voglio per finire di vedermi con calma gli altri padiglioni.

Pochi giorni fa quindi sono stato al padiglione di Taiwan, ma prima di raccontare cosa è successo, bisogna specificare un paio di cose.

Per promuovere l’affluenza di turisti, i responsabili della manifestazione hanno prodotto una sorta di gadget, cioè un passaporto Expo sul quale collezionare timbri dei padiglioni visitati. Il che non sembra implicare niente di male. Dico sembra, perché i cinesi in realtà, specie quelli delle campagne, sono diventati malati. È una droga, è vitale avere il maledetto timbro, è irrinunciabile. Appena vedono il banchetto dei timbri, le persone ci si scagliano sopra dimenticando ogni dignità. Spingere, gridare e graffiare diventa normale e necessario; non è nemmeno importante dove viene fatto questo timbro, va bene qualsiasi supporto cartaceo (e non), mappe, quaderni, bloc-notes, mani e braccia, amici, figli. Anche la quantità non è più rilevante. Alcuni scaricano sul tavolo pacchi da 5 o 10 passaporti, timbrano più pagine. Perché tanta foga? Me lo sono domandato spesso. Come se non bastasse, questo rush confuso peggiora tragicamente in alcuni padiglioni. Qui, credendo di fare una furbata, i timbri sono lasciati sul tavolino in balia dei turisti, che se lo stampano da soli. Tuttavia, dopo che alcuni semplicemente si portavano a casa il timbro per oscuri feticismi, hanno cominciato ad assicurarli al tavolo con catene, corde, tagliole, laser eccetera. Oppure membri del personale molto sfortunati sono destinati a tempo pieno alla timbratura, al ritmo di 30 al minuto. Braccio destro peggio di un tennista nel giro di una settimana. La scena più stupefacente s’è verificata al padiglione olandese, uno di quei casi dove i timbri erano abbandonati sul tavolo. Accade che un cinese se ne impossessa per più di 5 secondi e il connazionale che gli sta accanto, scocciato da tanta arroganza, gli assesta un bel pugno in faccia, per poi saziarsi dello strumento salvifico. Fine dei patemi.

Una situazione del genere non si può spiegare dicendo solo “moda”. Ci doveva essere qualcosa sotto. Infatti pochi giorni dopo, parlando con un mio collega, venni a sapere che alcuni collezionisti giapponesi stavano comprando questi passaporti Expo (completi, è chiaro) per la cifra di 5000 renminbi! Per un cinese medio, questo è lo stipendio di due mesi, forse tre. Improvvisamente mi era chiaro cosa trasformava i turisti in belve.

Anch’io comunque ho iniziato a fare il cacciatore di timbri. Non con l’idea di guadagnarci, sia chiaro. Era solo per integrarmi, perché il passaporto Expo è diventato da queste parti un argomento di conversazione. Quando conosci una persona all’Expo, parlando del più e del meno, discuterai dei mondiali, dei tuoi studi, di quali sono i tuoi ristoranti preferiti in città e di quanti timbri hai.


Quindi dopo aver visto il padiglione di Taiwan, mi sono diretto al banchetto per farmi stampare il passaporto e… cos’è successo? L’ho aperto alla pagina 1 dove avevo i timbri di Hong Kong, Cina e Macao. L’addetta, guardandomi male, si è rifiutata di timbrare! Ho insistito per un po’ e alla fine la ragazza mi ha strappato il passaporto di mano, l’ha sfogliato e ha timbrato a pag. 44, UNITES STATES of AMERICA. Grazie. Poi i suoi colleghi mi hanno accompagnato all’uscita.

Che la questione Taiwan sia così sentita quaggiù, non è un mistero. In ogni caso i cinesi della RPC non ci stanno a pensare neanche un secondo: Taiwan è Cina, punto e basta. Le cartine ufficiali infatti includono l’isola entro la giurisdizione della mainland senza ambiguità. Per come la vedo io, però, la faccenda meriterebbe un approfondimento, ma per ragioni di spazio lo rimando al prossimo articolo. Nel frattempo, andrò a farmi qualche altro timbro, solo il tempo di comprami un casco e un bastone con la punta elettrica, dannazione.

Gabriel deMelant, Shanghai (ancora per poco purtroppo)


CHINA POWER, capitolo parentetico 3 – EXPO 2010 (parte 1)

Lavoro al padiglione italiano da circa un mese, tutta la settimana dalle dieci alle diciotto, tranne il giovedì libero. Sono stato assunto nel servizio di sicurezza, il che significa che devo girare a caso per il padiglione controllando che tutto fili liscio. Il lavoro in finale è comodo: uno stagista (volontario) quale io sono non se lo caga nessuno, ma proprio nessuno, lì dentro. Parlo ovviamente di quelli che hanno potere decisionale, degli stipendiati d’età superiore ai 25. Nella mia stessa situazione ci sono altri 3 ragazzi italiani miei conoscenti, perciò azzardo una generalizzazione: non so se questa indifferenza verso (eccola!) i giovani è una prerogativa degli italiani, se è solo un effetto dell’essere stagista o se, ancora più a valle, deriva dal fatto che tanto non mi pagano.

Ad ogni modo, senza nessuno che mi controlla, posso fare quello che voglio, sempre salvando le apparenze, è chiaro.

Parlare coi colleghi cinesi, tutti coetanei o quasi, è la parte che preferisco.

Sono però rimasto di sale quando uno mi ha fatto notare che quello che io mangio a pranzo (gratis) nel ristorante italiano costa di più della loro paga giornaliera, cioè in media 20 euro. Non so dire quanto sia giusto tutto ciò. Ogni padiglione comunque ha appaltato un servizio di hostess/sicurezza a delle ditte cinesi, che posizionano schiere di studenti sulla ventina nei punti strategici delle sale. Questi indossano costumi in tema con la nazione ospitante: nel nostro caso, un improbabile completo Prada rosa e grigio. Unisex, buon dio. La funzione di costoro è rompersi le palle sei ore al giorno in piedi da qualche parte, giocare coi walkie-talkie, esibire the italian fashion, impedire ai turisti di accalcarsi qua e la. Cosa, questa, che non riescono a fare.

È molto triste vedere la gente che fa la fila di un’ora o due ed entrare nel padiglione per poi farsi spingere avanti velocemente da ragazzine col megafono alte un metro e trenta. Ma questo sarà solo un problema di numeri, diavolo, l’Expo qui è più pubblicizzato dei mondiali in Italia; e il nostro padiglione italiano fa 25.000 persone al giorno. 参观 (tsanguan) di massa. Benvenuti in Cina.

Dall’altra parte, è un problema di organizzazione, perché le prime due sale sono diabolicamente strette e piene di roba molto interessante: un’Isotta Fraschini per esempio. E questo è già sbagliato. Bisogna dire “l’Isotta Fraschini”, l’auto più lussuosa del mondo, perfettamente funzionante. Poi una Aprilia vincitrice dell’ultimo superbike, una bici modello speciale Expo 2010, teche di calzature sportive ergonomiche brevetto 2007, almeno 7 opere di arte astratta di vario genere (e gusto), un plastico del Pantheon in pietra e marmo, uno del Teatro Massimo in legno, larghi 1×1, un modellino con video del ponte sullo stretto (!!!!!!!!!!!), paliote decorative in oro-argento-corallo, una ventina di schermi che mandano immagini di panorami cittadini, una stanza di vetro 3×6 con dentro veri artigiani italiani che fabbricano cose davanti agli occhi attoniti dei turisti (nell’ordine di comparsa ogni due settimane, manifattura scarpe, poltrone, restauro sculture, fumetti, cartoni animati, dolci, gioielli, violini). Una figata, insomma. Peccato che le stanze siano state pensate per un’affluenza à la occidentale. Così tra la gabbia degli artigiani, il Panthon e un’orrenda lampada (che non è una lampada) verde fatta di tubi di plastica grossa come due persone, c’è appena posto per un nonno in sedia a rotelle e l’ingorgo e bello e pronto. Inoltre non manca mai chi vuole saggiare con mano la resistenza dei modellini, il materiale della lampada (che non è una lampada), magari chiedendomi se quelli sono spaghetti, oppure chi inciampa nel piedistallo di una libreria di funzione ignota trascinando in terra gli scaffali. Ma l’orgoglio italiano di esibire cose che non c’entrano niente con l’Expo val bene un paio di hostess in rosa e il sottoscritto che si sgolano per mandare avanti i turisti estasiati e impedirgli di travolgere le opere, mentre i boss italiani dicono quanta gente c’è oggi e vanno fuori a fumare una paglia.

Sulla guida poi c’è scritto che queste sale sono pensate apposta per dare l’idea dei vicoletti narrow narrow tipici delle città italiane. Per fortuna che quando bestemmio lì dentro nessuno capisce cosa dico.

No, parliamo un attimo del tema dell’Expo. Ecco, io leggo sulle guide ufficiali, così come sui muri delle case, opuscoli, cassonetti, teleschermi, spille e mezzi informativi vari che il tema è “better city, better life”. Tutti i padiglioni che ho visitato fin’ora, escluso quello olandese (eh!), non deviano clamorosamente dalla traccia.

Nel padiglione italiano invece ci sono cose difficilmente ricollegabili, come una vera orchestra a grandezza naturale incollata ad una parete, uno scorcio di un de Chirico riprodotto a mosaico, manichini alti tre metri vestiti da Versace/Zegna/D&G, un ulivo finto scala 1:1, una sezione del Duomo di Firenze, una parete del teatro Olimpico di Vicenza, un campo di grano con tanto di papaveri attaccato a un soffitto, la sala dedicata all’Expo 2015 con foto della Moratti e una cascata che vela una panoramica di Rho area fiera. Sembra di stare nel mondo delle fiabe! Better city, better life, mi sembra chiaro.

Come chicca finale, un bel video del MOSE che illustra il progetto e spiega come colare cemento in laguna senza devastare l’ambiente naturale. Non so però se c’è ancora qualcosa da devastare, nel caso… E infatti i colleghi italiani, quando domando cosa pensano del MOSE, non hanno dubbi, cito: “preferisci conservare Venezia o quattro calamari di merda in laguna?” Allora torno subito a gridare ai cinesi qing wang qian zou qilai, che significa per favore datevi una mossa. Ai cinesi so sempre cosa rispondere. Per fortuna che ci sono loro.

Riguardo al ponte sullo stretto, gli dico sempre che per la tettonica a placche il ponte rischia di essere una bufala. Di solito però non sanno cos’è la tettonica a placche, ed anche lì, come dicono loro, 没错 mei tsuo, tutto okay. I miei colleghi siciliani dicono che il ponte è comodo, perché quando vanno in vacanza a Napoli risparmierebbero tre ore di imbarco-sbarco coi traghetti. Forse dovrei dirgli che, prima dell’inaugurazione del ponte, faranno in tempo ad essere abbastanza vecchi da non andarci più in vacanza.

Basta, basta. Better city, better life, no? E allora perché non ci compriamo tutti una bella macchina ecologica come quella esposta nella sala 3, una splendida Ferrari ibrida HY-KERS 599 color verde natura da 5 milioni di eurini, per sborare senza inquinare in giro per l’Italia?

In finale il padiglione italiano mi sembra assolutamente coerente col nostro paese: una fiera del pazzesco, per farla breve. Persino i francesi dicono che il nostro padiglione è il più bello di tutti. Quantomeno i cinesi si divertono come matti; sempre che non arrivi qualche VIP gonfio di cash a fargli buttare nel cesso tre ore di coda.

È una sofferenza per me costringere la gente a procedere per permettere a qualcun altro di passare, ma immagino che faccia tutto parte del gioco.

Gabriele V., Shanghai, aggiornato  08/06


CHINA POWER, capitolo parentetico 2 – LANCIA E SCUDO

I cinesi non hanno l’attitudine alle pippe mentali, perché il loro modo di comunicare, quindi di pensare, mi sembra estremamente pratico e concreto.

Per arrivare a questa conclusione, sono partito da una parola che mi piace molto, cioè 矛盾 máodùn, che si traduce circa con “contraddizione”. Letteralmente e significano “lancia” e “scudo”. La storia è questa: tempo fa, un uomo comprò una lancia e uno scudo. Lo spaccone, vantandosi del suo acquisto, ripeteva che il suo scudo era indistruttibile, niente l’avrebbe mai trapassato. E ripeteva che la punta della sua lancia era formidabile, avrebbe infilzato qualsiasi cosa. Allora un tizio gli chiese: “Ma dimmi, se prendo la tua lancia e la uso contro il tuo scudo, come la mettiamo?”. Lo spaccone, folgorato, rimase senza parole.

In cinese moderno perciò “lancia e scudo” indica il conflitto logico. Ecco, mi piace la semplicità dell’immagine: lancia e scudo, conflitto. In italiano, “contraddizione” è un mero termine astratto, l’abbinamento di “contro” e “dire”. Non evoca null’altro. In cinese sì, ma questo non è l’unico fattore che potenzia la comunicazione: infatti sono relativamente poche le parole con una tale storia dietro.

La particolarità primaria sono infatti i caratteri. In 矛盾 “contraddizione” i caratteri sono proprio pittogrammi di una lancia e di uno scudo. Il significato quindi è assolutamente palese.

Purtroppo agli occhi del profano, i caratteri cinesi forse sembrano solo uno scomodo garbuglio di linee, eppure conservano una forza comunicativa immediata. Specialmente i pittogrammi appunto, cioè disegni di cose; ma anche i composti logici, cioè due pittogrammi messi assieme per esprimere un terzo significato; ed infine, seppure in misura minore, anche i composti fono-semantici (una parte rappresenta la pronuncia, l’altra il senso).

Per fare qualche esempio: (mù) è il disegno di un albero, significa albero, pittogramma. Allo stesso modo (chē) è il disegno di un veicolo; (cháng) sono capelli legati, significa “lungo”; (dāo) è un coltello; (guǐ) è il disegno di uno spettro; (yǔ) è la pioggia.

Per i composti logici: (fén) il fuoco sotto due alberi: bruciare; (huò) due cani sotto (nell’) erba: cacciare, afferrare, ottenere; (juǎn) due mani con un raviolo: arrotolare; (miè) una linea sopra il fuoco: estinguere; (huǐ) qui c’è “mortaio”, “detriti” e “colpire”, ossia pestare detriti in un mortaio: sbriciolare, distruggere.

In generale la comunicazione di questi caratteri è molto più rapida e pervasiva di una parola scritta in lettere. Anche solo osservando un testo cinese, senza leggere, sembra quasi di guardare un quadro, ed un quadro trasmette impressioni già ad una prima occhiata, no? I testi nelle altre lingue mi sembrano così compatti e freddi, inanimati. Nei caratteri cinesi invece percepisco una vita che all’inizio non pensavo di trovare.

È anche vero che questa è solo un’impressione personale. Per leggere e parlare cinese non sono certo necessari questi sentimentalismi.

A me però piace andare oltre la superficie delle cose, per entrare in un ordine di idee diverso, e perché la cultura di un popolo passa per forza attraverso la sua lingua.

Tornando al mio discorso, penso ci sia un secondo aspetto fondamentale dietro il sistema di scrittura di questo paese. I caratteri per la loro intima natura visiva e immediata, hanno un significato estremamente preciso. (Gōng) è il pittogramma di un attrezzo da carpentiere, significa “lavoro”. Non si scappa, non c’è spazio per i viaggi mentali. In italiano, “lavoro”, specie dopo Marx, può avere molte più implicazioni. In generale, possiamo estendere il significato di una parola piuttosto facilmente. Questo avviene anche in cinese, ovviamente; tuttavia da millenni a questa parte il carattere è sempre e comunque un attrezzo da carpentiere!

Ora qual è il punto? È che io vedo nella scrittura cinese una semplicità, una genuinità, un’innocenza sorprendente. Ora, non saprei dire se la scrittura fonda la cultura o viceversa, o se sono la stessa cosa; resta il fatto che il pensiero cinese, la cultura di questa nazione, come i loro caratteri e come la loro lingua, mi sembra libera, libera!, da quell’opprimente retorica che infesta la lingua, il pensiero e la filosofia occidentale, quindi l’occidente stesso.

Mi spiego meglio: la base di tutto il pensiero cinese deriva da due parole: Yin-Yang. I caratteri sono di una semplicità ridicola: Yin, la parte sinistra è “collina”, quella destra è “luna”. Il lato oscuro della collina. Yang, sempre “collina” e poi “sole”, il lato luminoso della collina. Fine della storia.

Ad un bambino cinese che chiede cosa sono lo Yin e lo Yang si può rispondere così, i lati della collina, oppure la luna e il sole, mamma e papà, è uguale. Cos’è il Dao? La via. Cosa diceva Confucio? Gli uomini devono stare in armonia. Al di là degli approfondimenti, che sono tanti e sui quali si scrivono libri su libri, la base, il sunto, è molto semplice. Proviamo invece a spiegare ad un bambino italiano cosa sono le idee platoniche, o la metafisica, o tesi-antitesi-sintesi! Ma che, scherziamo?

Questa differenza abissale è sconcertante.

Con tutto ciò però non dico che c’è qualcosa di naif nei cinesi. Quello che c’è è una tranquillità mentale di fondo, perciò un’armonia che si respira nell’aria, sottile, invisibile ma potente.

Il mondo occidentale che è cresciuto tra Dio e la scienza, tra l’individualismo romantico e la società di massa, ha prodotto individui sostanzialmente incasinati. In Cina queste contraddizioni sono già risolte alla radice. Dio e la scienza si riuniscono nel Dao (o Yin-Yang, stessa cosa), mentre individuo e massa si riuniscono nel sistema socialista di mercato gestito da un governo centrale sostanzialmente oligarchico, il che esiste in perfetto accordo con le teorie di Confucio.

I problemi certo esistono qui come dappertutto, ma ciò che cambia, a mio avviso, è lo spirito con cui si affrontano le cose. Poi chissà, forse affinando le mia comprensione di questo paese, potrò anche cambiare idea. Per ora tuttavia vedo che la Cina funziona, eccome!, funziona a pieno ritmo.

G. deMelant, un modenese a Shanghai.


CHINA POWER, capitolo parentetico 1 – SHANGHAI SHUANG LIAN (le due facce di Shanghai)

Gabriele Vaccari, 4 Maggio 2010, Shanghai

Shanghai significa “sopra il mare”, ma di mare qui se ne vede poco e di un colore molto poco marittimo. Eppure in questi giorni di giovane Maggio posso salire su un moto-taxi, pagare qualcosa come 80 centesimi di euro e farmi portare per una stradina dietro al parco Zhongshan. Circondato qui da fronde ombrose, con un’aria estiva che mi spira tra i capelli, sento persino il concerto delle cicale; godendomi questi giorni di vacanza, mi sembra di essere in una qualche pacifica pineta romagnola. Con un po’ di immaginazione, sento anche l’odore della salsedine e della sabbia.

Poco dopo però, superata una curva della stradina, torno alla realtà. Il frinire delle cicale viene dalla cinghia consumata di un motore d’autobus, la salsedine è la toilette pubblica con le porte sfondate e la sabbia è la polvere sollevata dall’ennesimo cantiere urbano!

Eh, Shanghai ha sempre due facce. Ogni aspetto della città ne cela un secondo, spesso completamente opposto.

Liquidato il mototassista con pochi Yuan, entro nel parco, vasto e verdeggiante, pieno di gente che trascorre in allegria la giornata di sole, rara a Shanghai. Rara ma non inaspettata. Al di là delle previsioni del tempo, qui sempre sbagliate, questi sono giorni di vacanza, quindi è chiaro che ci sia il sole. In due mesi e mezzo, a Shanghai ho visto la sua faccia gialla solo nei festivi: lavora durante la settimana e poi esce a svagarsi nel weekend o per le ricorrenze nazionali, come le persone che illumina oggi pomeriggio. La paranoia potrebbe far pensare che il governo qui controlli persino il tempo atmosferico. Non esageriamo, per favore. Resta però il fatto che in Cina si smette di credere alle coincidenze, punto.

Stendo il mio telo su un largo prato, dove i cinesi fanno volare gli aquiloni, e guardo il cielo limpido dietro il velo degli occhiali da sole. Vedo grattacieli e palazzi che tutt’intorno cingono il parco come guardiani, gli stessi che di sera si accendono di luci al neon, gli stessi che fanno dello skyline una schiera di colossi di cemento-vetro-acciaio. Ci si può sentire circondati, ingabbiati, protetti e così maledettamente liberi! Lo slancio che il grattacielo impone allo sguardo, proietta i pensieri al cielo; coi piedi a terra e gli occhi in volo, saltando di pinnacolo in pinnacolo, giungo alla Perla d’Oriente, la testa del drago che emerge dal suolo e gioca con le sfere celesti, allo stesso tempo sede della televisione e ripetitore radio. Due sensi assolutamente incompatibili nello stesso edificio.

Poco distante c’è tutta la potenza del Jinrong Zhongxin, il centro finanziario di Shanghai, una stalagmite ipertecnologica con un’eloquente apertura fengshui alla sommità. Da lontano sembra un immenso cavatappi, per le bottiglie dei nuovi arricchiti di questa Cina instancabile. Da vicino è inutile guardarlo. Troppo grande, non entra tutto nel campo visivo, non si può cogliere con una rapida occhiata, proprio come la cultura e lo spirito di questa città, sempre a metà strada tra la scienza e la superstizione, tra ieri e oggi, tra l’oriente e l’occidente.

Appunto dall’altra parte del fiume, a poche centinaia di metri dal moderno quartiere finanziario, c’è il Waitan, l’antica concessione inglese. Qui si vedono costruzioni in stile europeo: colonnati, guglie, cupole e orologi che s’affacciano dai campanili, memoriali del passato coloniale della città e delle umiliazioni subite, ma anche simboli della rivalsa. Su ognuno di questi edifici sventola infatti una bandiera cinese, che sancisce l’orgogliosa riconquista del Waitan.

Nonostante se ne sia riappropriato però, Shanghai mantiene il Waitan ad uso e consumo degli occidentali, aprendo banche, locali e discoteche dentro questi palazzi ottocenteschi, disseminandone i piani inferiori di negozi d’alta moda. Gli occidentali infatti sono trattati qui con un misto di riverenza e timore. La maggior parte di essi vive nella zona nord sviluppata apposta per lo scopo, frequenta locali aperti per loro, mangia nei ristoranti americani italiani giapponesi tutti concentrati nelle stesse vie. E questo è un bene, perché così il sottoscritto può andare in un sacco di posti incontaminati dall’occidente e vedere com’è la città nelle sue parti più cinesi.

E ancora una volta ciò che domina sono i dualismi e le contraddizioni. Macchine sportive e lussuose circolano in quartieri poveri, mercatini di fake convivono accanto ai negozi di grandi marche. Questa sarà globalizzazione, ma resta che cinesi in giacca e cravatta mangiano di fianco allo straccione, alberghi e centri commerciali sorgono in mezzo a zone grigie e abbandonate a loro stesse, persone vestite alla moda si accompagnano a parenti o amici vestiti in modo tradizionale, templi buddisti di fianco a grattacieli, ingressi della metro lindi e scintillanti accanto al negozietto di bici di quarta mano, la zona dell’Expo accanto a casermoni popolari vecchi di decine d’anni, il maglev, il treno magnetico più all’avanguardia del mondo, che corre attraverso case in rovina e aree degradate, oppure molto più semplicemente, una sala da biliardo sgangherata e puzzolente con un costosissimo tavolo da snooker in bella vista.

È così Shanghai, spaiata, mutevole, una continua transizione. Sarà l’effetto del progresso fulminante che ha conosciuto negli ultimi anni, sarà l’incapacità di dare uno sviluppo coerente ad una città di 20 milioni di abitanti in continuo aumento, sarà la cultura cinese della Grande Famiglia che non fa pesare certe differenze sociali e spaziali.

Ad ogni modo, io, che vedo e vivo questa città da straniero, per la prima volta, senza averne mai viste di simili, non posso fare altro che stupirmi ogni giorno e amare le mille particolarità di questo paese e di questa gente.


La notizia del mese #2: L’attacco narcotizzante dei terroristi cinesi

 

Il mese appena passato, il mese di marzo, è da sempre un mese importante.

Secondo i fedeli della Heaven’s Gate, nel marzo del 1997 ci sarebbe stata la fine del mondo e, per togliersi ogni dubbio, si suicidarono. La loro teoria era che fra il 24 e il 26 di quel mese sarebbe passata vicino alla Terra la cometa Hale-Bopp sulla cui coda viaggiava un UFO che avrebbe salvato le loro anime, lasciando quelle del resto della popolazione mondiale alle sofferenze dell’apocalisse.

Quest’anno, il mese di marzo, è stato anche il mese della grande galoppata del nuovo Furia nostrano e dell’eroina Federica Manicardi. Nel pomeriggio di venerdì 5, fra le 14.00 e le 15.00, un cavallo di quattordici anni dal pelo marrone, ha percorso un tratto della tangenziale di Modena, in direzione Sassuolo. Dalla ricostruzione, sembra che il destriero senza cavaliere sia riuscito a percorrere il cavalcavia di Cognento, via Cartesio, via Aristotele fino ad essere raggiunto in via d’Avia. Proprio in via d’Avia, infatti, lo aspettava Federica Manicardi, quarantenne agente della polizia municipale di Modena e appassionata cavallerizza, che, con sprezzo del pericolo “Si è sfilata la cintura, l’ha girata attorno al collo del cavallo tenendolo per la criniera ed è salita in groppa”[1].

Ovviamente, questo mese, è stato anche il mese della politica, delle elezioni, della censura televisiva. Poi è stato anche il mese del settantesimo compleanno di Fausto Bertinotti, e anche quello in cui Steve Jobs ha risposto ad alcune mail di clienti scrivendo solo yes, no e yep.

Proprio l’intervista al cinquantacinquenne padrone di Apple, però, ci permette di parlare della vera notizia del mese: l’attacco narcotizzante dei terroristi cinesi.

Avrei voluto rispondere in maniera più migliore, ha risposto Jobs lo sgrammaticato, come lo chiamavano alla scuola elementare, ma mi era impossibile, mi si chiudevano le palpebre.

Da fonti segrete, infatti, siamo riusciti a scoprire questo.

La tempesta di sabbia che ha colpito Pechino, non era una vera tempesta di sabbia, bensì un’azione organizzata di narcotizzazione del mondo. Tutti i cinesi tutti avevano avuto l’ordine di accendere degli aerosol contenenti narcotici sintetici, che avrebbero fatto addormentare l’intero pianeta. Il loro piano malefico era quello di aspettare che tutti si addormentassero, per poi impossessarsi del mondo intero.

E ci stavano riuscendo.

Le prime vittime sono state le perone più piccole e indifese, come Ping Ping, il cui cuore in miniatura non ha retto, e ha smesso di battere a Roma, durante le registrazioni della trasmissione dei Guinnes dei primati, fra le lacrime di Barbara d’Urso.

Poi è toccato anche alla redazione di Repubblica.it, che, mentre caricava la top ten dei quadri più cari al mondo, si è addormentata tutta in massa, mettendone solo sette, e poi anche le polizie di tutto il mondo si sono addormentate, finendo spesso dentro i fiumi con le automobili.

Ciò che però ha fatto suonare il campanello d’allarme dei servizi segreti, è stato l’iniziale assopimento dei leader mondiali. Il nostro premier ha accusato un segno di cedimento ai narcotici cinesi durante un meeting con la lega araba, quando, così ha dichiarato a pericolo scampato, ho sentito le palpebre che si appesantivano come non mi succedeva da tempo e ho visto centinaia di vallette che saltavano la staccionata.

Proprio questo addormentamento illustre, però, ha fatto sì che si formasse una task force di esperti e agenti segreti di tutte le democrazie buone dell’occidente.

All’unanimità hanno approvato la proposta lanciata da Leon Panetta, direttore della CIA, di mandare in audio mondiale a tutti i dormienti una musica bella, allegra e spensierata, che gli facesse venire voglia di tornare a vivere come sempre e di risvegliarsi da questo coma terroristico.

A quel punto, la scelta della canzone ha creato non pochi problemi.

Allen Welsh Dulles, colui che aveva guidato lo sbarco nella Baia dei porci, e che era stato resuscitato proprio per l’emergenza sonno, ha proposto The final countdown, proposta bocciata perché il conto alla rovescia fa addormentare e non sveglia.

Allo stesso modo, è stata rigettata anche la proposta di George John Tenet, ex direttore CIA, di mandare I’m too sexy, perché troppo ripetitiva.

A quel punto molti erano pronti a buttare la spugna, quando, da dietro al rappresentante dei servizi segreti italiani, si è alzato il braccio di Umberto Smaila.

Io manderei la sigla finale di Colpo Grosso, ha detto, è allegra, vivace, parla di belle donne e anche di smettere di sognare.

Di fronte a questa idea così brillante tutti sono rimasti basiti. Senza dubbi l’hanno approvata con grida di giubilo, spari in aria e vicendevoli baci sulle labbra, senza lingua, però, dicono. Smaila ha fatto anche il giro del tavolo correndo e ha dato il cinque a tutti i presenti, come fanno nei film i giocatori di baseball, dopo un homerun.

Così il mondo è stato salvato e il governo cinese ha mandato un messaggio criptato a tutta la popolazione: dobbiamo trovare altri modi per diventare padroni del mondo.

http://video.google.com/videoplay?docid=-1837602570554302963&ei=JjSvS76WJaKM2AKduvzSBg&q=colpo+grosso+sigla+finale&view=3#

e i sogni adesso non si sognano più

li puoi trovare già pronti te li dà la tv

Alessandro Busi


[1] http://www.sassuolo2000.it/2010/03/06/cavallo-galoppa-per-unora-in-tangenziale-a-modena/


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 41 other followers