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Congresso Nazionale Gd: Giuditta Pini risponde

Lo scorso 17 aprile, sul sito di Pensieri Democratici è apparso un articolo del nostro Enrico Monaco sul Congresso Nazionale GD.

CONGRESSO NAZIONALE GD : COLTELLATE FRATRICIDE IN SALSA DEMOCRATICA di Enrico Monaco

Il Rasoio ha chiesto a Giuditta Pini, Segretario dei Giovani Democratici di Modena, una risposta all’articolo, che non è tardata ad arrivare:

Ho letto con stupore l’articolo di Enrico Monaco sul congresso GD, in primo luogo perché esce dopo un mese in cui finalmente si era tornati a fare politica e si era smesso di parlare di tesi in secondo luogo perché pieno di inesattezze.
Comincerò dalle inesattezze: il congresso in cui dai circoli fino al nazionale si eleggono i delegati è una forma alta di democrazia e partecipazione, al congresso erano presenti 320 delegati, in rappresentanza di 48.000 iscritti, la discussione congressuale è durata tre mesi e ha coinvolto ogni singolo militante fino al nazionale.
Inoltre non mi sembra scandaloso il fatto che in un’organizzazione politica si preferisca parlare di idee piuttosto che di leader, anzi mi sembra un bellissimo passo avanti, tra l’altro sentito da tutta l’organizzazione.
Benifei ha deciso di non candidarsi anche dopo che la presidenza aveva accolto la richiesta accorata che gli fosse data lo stesso questa possibilità, nonostante gli mancassero 6 firme per arrivare al 20% dei delegati nazionali.
Nel mio intervento mi sono permessa di dissentire (ma non serve forse a questo un congresso? Non è forse il momento politico in cui si discute e ci si confronta anche aspramente?) perché per mesi abbiamo rincorso persone in tutta Italia, ma non era quello il problema, il problema è stato che veramente ho assistito in prima persona a scene disgustose, fatte da persone che adesso vanno in giro a dire che i gd sono antidemocratici, mi hanno minacciato di denuncia, hanno fatto illazioni sulla mia vita privata, hanno fatto illazioni di trasparenza e di furti, sempre alle spalle, mai davanti.
E mi sarei aspettata che se per mesi si era così convinti di avere davanti dei delinquenti, ladri e di facili costumi, il congresso nazionale sarebbe stato un ottimo momento per discuterne.
Invece il nulla.
Nessuno ha detto niente,
La democrazia interna alla giovanile esiste più che mai, la direzione nazionale è stata votata con le proporzioni del 74 e del 26%, il resto sono baggianate.
Forse si era tentato di riproporre le mozioni del congresso pd di qualche anno fa all’interno della giovanile e si è fallito, e personalmente credo che sia una grande vittoria, non dobbiamo fare l’asilo del pd in cui si ripropongono vecchie divisioni di vecchi partiti, dobbiamo esser una giovanile con idee nuove, in cui certo esiste una minoranza e una maggioranza, ma in cui non esistono le proporzioni impacchettate dall’alto.
Su un’altra illazione, quella del congresso nazionale come un momento in cui si cerca una poltrona al parlamento non mi esprimo, noto solo un rancore personale, e dico che su queste cose bisogna stare attenti perché fare affermazioni così a persone che da anni si fanno il mazzo per creare un’organizzazione giovanile potrebbe far innescare meccanismi molto più grandi che un articolo su un blog.
Dopo quasi un mese dal congresso ritornare a parlare di queste cose mi sembra un po’ inutile, anche se credo che sia doveroso rispondere, preferirei parlare delle iniziative che facciamo per tutta la provincia, dell’incontro con i gd di roma picchiati da casa pound che faremo il 21 a modena, per imparare a combattere le nuove forme di fascismo.
Per citare un intervento del congresso nazionale
“Il problema non era la conta. L’abbiamo fatta. È finita”.

 

 


Le cento piazze dello Sciopero Generale

Stamattina ero talmente stupita dalla fiumana di gente che continuava ad affluire in Piazza Roma che mi sono chiesta ad alta voce “Ma quanti saremo?!”.

Una signora davanti a me, con la bandiera dell’UDI sulle spalle, si è girata per guardarmi e mi ha risposto “Te lo dico io in quanti siamo: mai abbastanza”.

La mia manifestazione è iniziata nel piazzale Tien an men, alle nove di stamattina.

Ammetto che nonostante la carica e la convinzione con cui sono andata verso il luogo di ritrovo, non mi aspettavo troppa gente a manifestare, seppur per una motivazione così valida come il dissenso alla Manovra Economica. Invece quando sono arrivata c’era già un discreto numero di bandiere svolazzanti e persone di ogni età che aspettavano, chi trepidante, chi con aria serafica, l’inizio del corteo verso Piazza Roma.

Le lettere cubitali dello striscione di apertura, portato dagli studenti, bruciavano l’aria carica di pioggia: “Salviamo l’Italia: siamo il cambiamento che aspettavamo”.

Lentamente, mentre i manifestanti continuavano ad aggiungersi al corteo, abbiamo marciato attraverso la via Emilia, bloccando il traffico, cantando, correndo, sventolando le nostre bandiere, incitando i passanti ad unirsi a noi. Erano tanti quelli che se ne stavano bloccati sui marciapiedi, guardandoci passare con indifferenza o con l’aria di chi avrebbe tanto voluto essere in mezzo a noi, se solo il gesto non fosse sembrato troppo “estremo”, troppo pretenziosamente rivoluzionario. Eppure quando ci siamo messi a cantare Bella Ciao, anche quelli alle finestre -che ignoravano i nostri richiami- muovevano le labbra a tempo.

Ci siamo dunque diretti verso la piazza, dove abbiamo trovato una folla di gente sotto tantissime bandiere diverse e un palco circondato da palloncini e striscioni della Fiom. Ovunque cartelloni e slogan, gente che cantava, il colore rosso che si ritrovava un po’ dappertutto, persino gli stand di Emergency e dell’Unione Universitari. Dopo un paio di canzoni della band salentina “Krasì”, sono iniziati gli interventi. Inizialmente si sono alternate le segretarie provinciali della CGIL Tania Scacchetti e Fiorella Prodi, seguite dai segretari generali Donato Pivanti e Rossana Dettori.

 E’ stato grazie al discorso di quest’ultima, più lungo e appassionato rispetto ai precententi, che tutti i sentimenti del popolo sono usciti allo scoperto.

La Dettori ha cominciato a parlare della Manovra economica in tutti i suoi dettagli, trattando punto per punto. Osservando la folla, si poteva quasi vedere la sua trasformazione in una enorme belva accucciata, pronta a saltare e ad attaccare. Commento dopo commento, era possibile avvertire come il respiro della belva si facesse sempre più accelerato e impaziente, carico di rabbia, carico di senso di unità, con un urlo che, almeno oggi, è riuscito a non rimanere intrappolato in gola.

I boati, i fischi, gli applausi: ma veramente è possibile ignorare una tale dimostrazione di volontà? Tutte le persone che erano in piazza oggi, non solo a Modena, ma in tutta Italia, nelle loro grida imprimevano solo una cosa: ascoltateci.

Si è passato dal sottolineare come la Chiesa non paghi l’ICI (intervento accompagnato da grandi fischi) al discutere su come sia possibile che nella manovra siano comprese misure di collocamento a parte per i disabili (anche lì, urla indignate), dalla richiesta di spiegazioni alla Cisl e Uil per la loro presa di posizione a proposito dell’Articolo 8 alla proposta di spostamento delle Feste Civili del 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.

Quello che mi ha stupito è stato vedere come la CGIL sia riuscita, nella giornata di oggi, ad organizzare uno sciopero in cui si sono riunite tante bandiere (Sel, Idv, ANPI, Fiom, Filcams, Rete degli Studenti, GD, UDI, Rete Viola, UDU, Nidil, Rifondazione) e come sia stata dunque vero e proprio simbolo di democrazia ed unione del popolo, cosa che -per quanto io possa sapere poco di politica-, mi sarei aspettata dall’opposizione.

Girando tra la folla e parlando con i partecipanti ho conosciuto Cristina, una giovane educatrice professionale: “Non sono iscritta a nessun sindacato, ma mi sono sempre sentita molti vicina alla Cisl. Oggi tuttavia ho deciso di manifestare, perché sono convinta che ogni cittadino abbia il diritto di esprimere la sua contrarietà nei confronti della sua presa di posizione.”

Tanto negativa invece è stata la conversazione con Marco, un pensionato: “Penso che la CGIL di trent’anni fa fosse molto più sentita, oggi i lavoratori se ne fregano: vogliono fare i signori in bolletta, preferiscono l’apparire.”

“E’ una visione molto pessimista”

“Non è pessimista, è la realtà! Se ci avessero creduto, la piazza sarebbe stata molto più piena. Anche gli altri due sindacati ci sarebbero stati, sarebbe stato tutto molto più sentito. C’è la gente che vuole solo apparire, vede quanta gente abbronzata? Sono andati tutti in ferie, questi? Certo che no, ma i centri di bellezza sono tutti pieni, vada invece a vedere in biblioteca quanta gente c’è. Siamo lo specchio della nazione.”

Non sono mancate però anche le voci speranzose, come quella di Maurizia, educatrice d’infanzia: “E’ giunto il momento di  compattare la delegazione sindacale, perché separati non si arriva da nessuna parte. Credo che Cisl e Uil debbano fare un passo indietro e capire veramente cosa pensano i loro iscritti, vedere le piazze come si sono mosse oggi e ricompattarsi alla CGIL. Sono molto ottimista riguardo alla giornata di oggi, credo sia l’inizio di una mobilitazione che dovrà diventare sempre più generale: tutte le confederazioni e tutti i cittadini dovranno unirsi contro questa manovra, perché se non facciamo qualcosa ci porterà alla rovina. Oggi ho visto anche i giovani in piazza, me ne aspettavo di più, ma spero che sia solo l’inizio per un futuro promettente!”

Dunque, siamo solo all’inizio. Come dice il titolo dell’estratto letto dal segretario Claudio Riso al termine degli interventi sul palco, “Salviamo l’Italia”.

Credo che il movimento di oggi, che ha visto più di cento piazze italiane conquistate dalla protesta, sia il primo di una lunga serie. Non resta da vedere che cosa hanno intenzione di fare i signorotti seduti al governo: saranno anche bravi a tapparsi le orecchie e fingere che vada tutto bene, ma la belva ormai è sveglia, ed ha fame.

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Valentina Camac


It’s a long way to the top…Sull’orlo del successo (o della rovina)

Nell’ultima puntata abbiamo divagato sulla ormai antica questione della morte vera o apparente del rock’n’roll e sulla possibilità che la nascita di ogni nuova band possa permettergli di sopravvivere ai miasmi di questi tempi impaludati e -chissà forse il giorno in cui ce ne sarà davvero bisogno- di risorgere dalle ceneri, più vivo che mai.

Se avete seguito la storia della nostra ormai formata band, ricorderete che nella puntata precedente eravamo finiti a parlare di democrazia. Che c’entra la democrazia con il rock’n’roll? C’entra, c’entra…perché la band deve prendere decisioni importanti e, data la pluralità di menti e posizioni che la compongono, occorre applicare il metodo democratico, benché quelle stesse menti siano tutt’altro che democratiche, anzi sovversive e riottose nei confronti di ogni metodo e ordine costituito.

Ebbene dopo aver compiuto i primi passi, dopo essersi dotati di un nome, di una saletta, di una serie di strumenti per lo meno di accettabIli e di un repertorio più o meno vasto di pezzi per lo spettacolo, occorre che il più matto della banda salga in cattedra e gridi “E’ ora di fare pezzi nostri!” di fronte ad altre facce ebeti nelle cui espressioni potreste leggere un ampio abbecedario di brillanti pensieri, da “Era ora che qualcuno lo dicesse”, “Se li scrivi tu stiamo messi bene!”, a “Ma questo è scemo?”. Insomma che dire, senza i pezzi propri la banda finisce per diventare quella strana e informe creatura che prende il nome di tribute band.

Ahimé, qui urge una seria digressione per me maledettamente complicata da affrontare, giacché molti amici suonano o hanno suonato in tribute band. Ma per senso di responsabilità bisognerà farlo: i lettori che non si intendono di queste cose hanno tutto il diritto di sapere di cosa stiamo parlando.

C’era un tempo –ebbene sì- in cui questa particolare categoria di band non esisteva. Esistevano le “serate tributo”, quelle sì, a quello o a quell’altro musicista o gruppo, ma nessuno, a parte quelli che si travestono da Elvis a Las Vegas, si era mai sognato di scimmiottare Freddy Mercury o da Angus Young pensando di poter fare così un po’ di soldi e avere una certa forma rifratta di popolarità. queen tribute band

Prendiamo ad esempio Max e Dave dei Muppet Suicide, due miei cari amici che suonano in un tributo ai Guns’n’Roses: sono fra i miei chitarristi preferiti, sebbene sconosciuti al grande pubblico. Potreste vederli suonare in giro per l’Italia coi Muppet. Ma ciò che vi auguro di più è trovarli su una spiaggia con due acustiche mentre jammano qualche blues da strapparsi le mutande o qualche pezzo del gruppo originale di Dave, gli Atomic Ants. Tutta un’altra musica.

Bè, quello che voglio dire è che il successo delle tribute band ha il fascino nostalgico e decadente di un passato sopito, un eredità maledetta che è difficile strapparsi di dosso. Non è tutta colpa loro, s’intende. E’ un problema anche di noi che andiamo a sentire musica dal vivo. Preferiamo consumare il pezzo cantabile, conosciuto, che ascoltare qualcosa di nuovo e unico. Preferiamo la rifrazione dei nostri idoli che esplorare nuove armonie e ritmi. Siamo il target pubblicitario di X-factor e di Amici anche se mettiamo il chiodo, ci facciamo la cresta come i punk o ci ricopriamo di bracciali anelli e orecchini.

Il risultato della ribalta delle tribute band ha significato la crisi delle band originali. I maggiori responsabili di questa crisi, però sono le agenzie, i gestori di eventi e di locali. Provate a chiedere i  giro quanto pagano una tribute band (cifre con tre zeri di solito), e quanto una band originale (se va bene, una pizza). Dovrebbero chiamarle minute band, nel senso che sono un simulacro piccolo piccolo degli originali, come i piccoli duomi di Milano che vendono nelle baracchine, utili al più come arma contundente anti-premier. E i locali che le chiamano a suonare dovrebbero chiamarli mortali, non locali, perché premiano le copie e fanno morire chi vuole suonare per davvero.

Ma lasciamo le tribute band e il loro pubblico nostaligco nel loro brodo di ieri l’altro. Torniamo invece alla nostra storia, ai nostri aspiranti rockers di oggi chiusi nella loro saletta, soffitta, fienile o garage a discutere di come mandare avanti la baracca. Si tratta di un momento cruciale, di un attimo infinitesimale dove le parole pesano come macigni e dietro ogni sguardo si cela il destino ineluttabile di ciascuno dei componenti della banda. Sull’orlo del successo o della rovina.

Molte delle band che proliferano al sole malsano della Pianura Padana vengono da città medio-piccole, o addirittura paesi, non certo paragonabili ad una Los Angeles o a Londra. In queste località i rapporti tra persone rispondono ad una logica antica, di tipo gentilizio-clientelare, nel senso che i legami di reciproca contiguità residenziale se non addirittura di consanguineità (gens) contano più delle capacità, delle aspirazioni, dell’impegno e del talento dei musicisti. Ne deriva perciò che la band nasce come gruppo di amici, se non addirittura di consanguinei (penso ai “vecchi” Slavekill di Corlo).

All’interno della band ci sarà sempre qualcuno che spinge di più e qualcun’altro che è lì perché con quella band può mettersi in mostra con le ragazzine, o perché può rimanere in compagnia e non isolato sui libri di scuola o sul posto di lavoro, affrancandosi dall’etichetta di nerd, che dalle nostre parti, almeno fino a 16-18 anni ti togli di dosso col calcio o con la musica. La posizione di alcuni elementi (i più alti in grado nella gens di appartenenza) sarà perciò intoccabile. Essi avranno perciò un posto sempre assicurato nella band anche se a cantano come un maiale sgozzato o suonano la chitarra come un Mr. Tambourine parrocchiale alle prime armi con un bel “Camminerò”…

Dalla piccola città di provincia bisognerà perciò andarsene, prima o poi. Andarsene o morire soffocati, non c’è alternativa. Poi, tranquilli, ci sarà sempre tempo per tornare. Bisognerà spiccare il volo e misurarsi con qualcosa di più grande. Lo dice anche Lou Reed nella sua Small Town:

There is only one good thing about small town
there is only one good use for a small town
there is only one good thing about small town
you know that you want to get out

When you’re growing up in a small town
you know you’ll grow down in a small town
there is only one good use for a small town

You hate it and you’ll know you have to leave.

Al momento di spiccare il volo perciò, non tutti sono dotati di ali. Alcuni metteranno lo scoglio di una vita normale, giustificandosi nei modi più disparati: “mio padre è contrario”, “devo lavorare”, “non ho soldi”, “devo finire l’università” o “mi sposo fra un mese” di fronte all’impeto del sogno altrui. Chiunque abbia vissuto quel momento sa. E se l’ha già vissuto e ci ripensa, infondo, l’ha sempre saputo, anche prima di arrivare alla resa dei conti che quello sarebbe andato avanti a misurarsi nell’ignoto e quell’altro sarebbe rimasto lì a contemplare lo stranoto, perdendo così ogni senso reale della misura. Già dalle prime battute si sapeva chi avrebbe un giorno lasciato il nido per migrare, e chi invece sarebbe rimasto a presidio di quel tiepido e rassicurante riparo. Il rischio di questa fase è notevole e molto dipende da chi morde il freno per spiccare il volo, da chi traina il gruppo. Se le sue ali sono ben piumate, simmetriche e forti, allora potrete stare sicuri che il volo sarà alto e maestoso come quello di un cigno (giusto per citare i Queen, quelli veri); ma se quelle ali sono ali di Icaro allora sarà la rovina.

Il volo più bello lo hanno fatto quelle band che dell’unità hanno fatto il loro punto di forza. Quelle che all’orgoglio e alla forza dei singoli hanno saputo sostituire il reciproco rispetto del ruolo di tutti, la profonda conoscenza e la voglia di rialzarsi assieme dopo ogni sconfitta.

Brian Jones, degli Stones, morto nel 1969

Pensate ai Doors e ai Nirvana, con le rispettive morti di Jim e Kurt, morirono anche le band che alla loro ombra erano nate e cresciute. Troppo disequilibrio tra il singolo e il gruppo. Invece gli Stones, gli ACDC, i Metallica seppero reagire ad eventi tragici come le scomparse di Brian Jones, Bon Scott e Cliff Burton, seppero ritrovarsi pur di fronte ad una fatale perdita.

Crescere, migrare, misurarsi con qualcosa di grande, senza dimenticare la puzza della strada. Come il Noodle di C’era una volta in America, come i Clash che Bob Gruen, il loro fotografo, racconta dopo il live allo Shea Stadium di New York “Visitors backstage included David Bowie and Andy Warhol, but The Clash never forgot their fans. [...] Where as most bands never let their audienc backstage, The Clash welcomed they in their dressing room after the show [...]. They didn’t want ot be so big that they couldn’t reach the people”.

Alla fine di questo flusso di pensieri, di ricordi e proiezioni penso che i Clash avevano capito tutto, come Vittorio Arrigoni.

Bisogna rimanere umani, a prescindere da quanto si è grandi.

 

P.S. Questa puntata di It’s a long way to the top, la dedico alla grande Amy. Se la porta via a 27 anni dalla sua casa di Londra un cocktail preso contro la sua solitudine, contro il suo male. Se avesse cantato in una band, una vera band, forse l’essere arrivata lassù, sulla cima più alta, non l’avrebbe fatta sentire così sola.


Anarchy in the UK: o State senza diritti o Stato di Polizia! (di Enrico Monaco e Claudio Cavazzuti)

Dopo le rivolte degli studenti e dei sindacati dello scorso dicembre, in questi giorni è scoppiata nuovamente la rivolta a Londra, la Londra dove molti modenesi e italiani sono emigrati in cerca di fortuna. Masse di giovani di tutte le etnie si sono riversati nelle strade, prima di Tottenham, dilagando poi nei sobborghi: Peckham, Croydon, Clapham, Hackney, Ealing, Camden e Nottingh Hill e adesso si estende anche alle altre città più popolose dell’Inghilterra, come Liveropool e Manchester. Palazzi incendiati e negozi saccheggiati. Episodi di sciacallaggio anche tra gli stessi rivoltosi.

Ridurre quest’esplosione di violenza urbana all’uccisione di Mark Duggan, il giovane pregiudicato che in fuga dalla polizia è stato ucciso con colpi di arma da fuoco dagli agenti, è come pensare che una bomba esploda a causa della miccia e non perché imbottita di tritolo.  Qui c’è in ballo qualcosa di più grosso, altrimenti non si spiegherebbe perché la rivolta si è propagata così repentinamente nell’intera Inghilterra.

L’inquilino al numero 10 di Downing Street, David Cameron, bolla come “puri e semplici criminali”  i rivoltosi. Puri e semplici? e aggiunge “You will feel the full force of the law. And if you are old enough to commit these crimes, you are old enough to face the punishment.” Evvai di repressione! Come se le centinaia di arrestati rimanessero in carcere e fosse finita lì. Molti di loro sono già stati rilasciati e tornano in strada. Come se, anche rimanessero in galera, le loro famiglie e i loro amici non andassero a loro volta ad alimentare la rivolta, più arrabbiati di prima.

Verrebbe da chiedersi come mai, se Gheddafi o Mubarak reprimono una rivolta in Libia o in Egitto sono dei criminali internazionali, e noi “occidentali” ci schieriamo a paladini protettori, finanziatori, legittimatori degli insorti mandando persino i nostri bombarideri, mentre a Londra dovremmo schierarci col governo in carica. O si è per la lotta o si è contro la lotta del popolo, non si può fare i voltagabbana e prendere per i fondelli i cittadini. E’ talmente ovvio che Cameron vuole dividere gli inglesi, che il suo intervento da inquisitore appare quasi ridicolo. Cameron vorrebbe che il popolo non violento (la “Londra bene”) condannasse la violenza. La “Londra bene” certo lo farà. Ma l’Inghilterra del vecchio ceto medio? Sarebbe giusto che lo facesse, certo. Ma solo se non fosse sempre e solo il popolo a pagare il prezzo della crisi e mai i governi incapaci. Mai hanno pagato i ricchi di Chelsea; sono sempre quelli di Tottenham a pagare la crisi, come nell’85. E secondo voi dove si prendono le decisioni? A Chelsea, nella City o a Tottenham? La crisi la paga chi le decisioni le subisce e non chi le prende.

La violenza che sta avvolgendo progressivamente tutta l’Inghilterra non è cieca e non è di pochi criminali: gli arresti ammontano già a 562 a Londra, 138 a Birmingham e altri ci saranno nella notte a Liverpool, Bristol e Nottingham, stando alle ultime notizie della BBC. La rivolta è cominciata nei quartieri più degradati di Londra; chi anima la sommossa sono in maggioranza giovani appartenenti ai ceti sociali più danneggiati dalla crisi, hanno cominciato i neri, poi la rivolta ha preso tutti i colori; la loro rabbia non si abbatte indistintamente su ogni cosa, ma colpisce con precisione quasi militare obiettivi specifici come gli esercizi commerciali, colpisce cioè quel privato che detiene i prodotti ai quali loro, legalmente, non possono più accedere. Una volta, quand’era organizzato, lo chiamavano esproprio proletario. Oggi, in questo caos è solo sciacallaggio. Come ad esempio alla warehouse della Sony che si vede bruciare in tutte le foto sul web. I rivoltosi sono gli ESCLUSI. Quelli che prima della crisi accettavano la loro condizione, perchè esisteva ancora una misera forma di welfare assistenziale, un po’ di lavoro e qualche speranza di accedere all’istruzione per migliorare il proprio tenore di vita. Esisteva insomma un’ascensore sociale sul quale potevano aspirare a salire e che, dopo essersi ristretto notevolmente negli ultimi 10 anni, si è inceppato del tutto.

Questo ascensore ha smesso di funzionare  sull’ondata conservatrice che, travolta l’Europa, ha ridotto ulteriormente il ruolo degli Stati nella definizione delle politiche economiche e nell’organizzazione del sistema sociale, trasferendo grosse fette di potere in mano ai privati. Il caso di Berlusconi è emblematico in questo senso: quando un imprenditore raggiunge la vetta del potere pubblico, significa che il profilo, la filosofia del “privato” vince dal punto di vista elettorale su quella pubblica, sul senso dello Stato. Forse solo adesso cade veramente il muro di Berlino. Questa è la stoccata finale all’idea dello Stato, come l’abbiamo concepito dall’800, cioè come entità unitaria e nazionale che subordinava l’interesse dei singoli a quello collettivo, che manteneva in equilibrio attraverso un patto virtuoso l’impresa, il profitto e la proprietà privata con lo stato sociale.

Ora che la sinistra europea è disintegrata e inerme di fronte alla tempesta dei mercati, le persone scese in strada non hanno più neanche una rappresentanza politica nella quale riconoscersi: per questo non è possibile ricomporre un conflitto su un piano democratico nell’immediato, per questo sono lì a distruggere tutto. E non è un caso che la situazione sia esplosa in Gran Bretagna, dove l’accesso all’istruzione, alla sanità e ai servizi sociali hanno i costi fra quelli più alti del Vecchio Continente. In altre parti dell’Europa come in Spagna e in Italia la situazione economica nazionale è anche peggiore, ma uno stato sociale storicamente più assistenzialista dà speranze (vacue) ai cittadini di poter tutto sommato sopravvivere. Il nostro debito pubblico è maggiore, ma il debito privato è assai inferiore (va detto, anche grazie al sommerso; per questo, forse non lo si combatte a dovere nel nostro Paese…).

Le fiamme della City sono l’ennesimo avvertimento all’Europa della necessità di intervenire sui poteri forti che governano il flusso dei capitali attraverso una connivenza mascherata da debolezza della politica: com’è possibile che un’azienda come la Apple disponga di più liquidità del governo degli Stati Uniti? Com’è possibile che degli stati sovrani come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia, la Spagna si indebitino con le banche (è solo di ieri l’intervento di “salvataggio” della BCE dei nostri pacchetti obbligazionari) consentendo loro di manovrarli secondo le logiche della finanza e del profitto? Cos’è questo, se non l’attacco del capitale privato allo stato sovrano? Un sogno liberale che i banchieri coltivano dall’epoca dei Fugger…la morte dello Stato.

Le vetrine rotte ci dicono che lo strapotere dei privati si è fatto oggi molti nemici, che le fasce sociali a cui è stato tolto troppo non accetteranno più un patto sociale al ribasso per il privilegio di una minoranza.

A questo punto potrebbero aprirsi due possibili scenari di fronte alle quali si trova l’Europa. Nel primo caso i vecchi poteri (partiti tradizionali di destra e di sinistra), ormai incapaci di gestire politicamente la situazione, faranno di tutto per mantenere il controllo delle istituzioni pubbliche, e non esiteranno ad usare la violenza contro i cittadini in un’ondata repressiva che non farà altro che soffiare su braci già più accese che mai, dagli Indignados in Spagna, alle rivolte di Atene, agli sconvolgimenti del Mediterraneo meridionale e orientale. In questo caso il sistema politico-economico europeo continuerebbe ad agonizzare lentamente, e si rischierebbe una guerra civile su scala continentale, quindi mai vista prima.

La seconda possibilità vede una ricomposizione meno violenta del conflitto: se la vecchia classe politica e quella nuova avranno la possibilità di confrontarsi e di contendersi democraticamente la leadership, e se dovessero vincere le forze nuove, si potrebbe aprire una nuova stagione, nella quale, auspicabilmente, i futuri governi avrebbero la legittimazione per riformare il sistema, attenuando le fortissime diseguaglianze economiche e sociali e restringendo la forbice tra ricchi e poveri. E soprattutto attuando una politica economica europea comune. Perché se si deve essere capitalisti, con una moneta unica e forte, allora bisogna esserlo per bene, con una politica economica unica e forte. Non si può avere una sola moneta e 25 diverse politiche economiche e sociali!

In ogni caso la risoluzione della crisi passerà solo attraverso un cambiamento della classe dirigente europea, che da tempo ormai non rispecchia la volontà razionale dei popoli che si trova a governare, e fatto ancor più grave, non rispetta gli sforzi di carattere economico e umano che ciascuno di noi oggi si trova ad affrontare.

Di fronte a noi abbiamo la rivoluzione violenta o quella civile: cosa sceglieremo, noi cittadini europei?


Sciopero Generale: l’urlo di battaglia dei lavoratori.

Oggi, venerdì 6 maggio, i lavoratori sono scesi in piazza dopo la proclamazione dello Sciopero Generale. Dopo un caldo 1 maggio fatto di festeggiamenti, tensioni e prospettive coraggiose verso il futuro, la Cgil ha scelto la protesta forte, isolata da Cisl e Uil. L’organizzazione sindacale più importante del nostro paese ha avuto la forza, spinta dalla forza e dal coraggio indomito della Fiom, di riempire da sola le piazze italiane non solo di persone, ma di contenuti. “Una nuova primavera democratica” questo il titolo dato alla protesta. Una scelta che ha voluto contrapporre l’Italia del lavoro e di chi paga le tasse, all’Italietta furba che vive di sotterfugi e alle spalle del prossimo.

Non avevo molta fiducia nella Cgil, ma quando sono sceso per le strade di Bologna ciò che mi ha confortato e mi ha dato speranza era la forza e l’entusiasmo dei lavoratori; di questo voglio raccontarvi, perché della loro straordinaria energia e della fierezza con cui difendono il loro lavoro non troverete scritto in nessun “importante” giornale. Non si può rimanere impassibili se si vede sfilare un corteo dove passano operai di decine di fabbriche del bolognese che assieme alla scritta Fiom recano sugli striscioni orgogliosamente il nome della loro azienda. Urlano, saltano e cantano. Urlano rabbia e speranza insieme. Non si può rimanere impassibili nel vedere le più disparate categorie affiancarsi in un’unica lotta: operai, giornalisti, dipendenti del settore commerciale, agroalimentare, quelli impiegati nella formazione e anche i comitati a difesa dell’acqua e contro il nucleare.

Oggi centinaia di persone erano convinte. Erano decise a resistere e contrattaccare, a ribellarsi ad una cultura dominante che ci vuole mansueti e concordi, a rinunciare ad una cultura che censura il confronto vero scatanando la paura del conflitto sociale. Erano decise a confrontarsi con contenuti e nel merito delle questioni. Gli slogan erano affiancati da accese discussioni tra compagni, giovani e vecchi. Le canzoni tradizionali della protesta facevano da sfondo ad una comunione gioiosa. Tutto questo non si può fermare, nè uccidere.

In questa giornata la Cgil ha deciso di sfidare il governo, ha deciso di indicare chiaramente il suo nemico: la finanza selvaggia, la destra italiana capitalista e quegli industriali che non rispettano la dignità dei lavoratori. Le proposte ci sono e sono unitarie a livello europeo ha affermato ul segretario della Cgil intervenuto sul palco. La più importante è la tanto discussa tassa sulle transazioni finanziarie, che fermerebbe la speculazione selvaggia e garantirebbe ai governi europei e americani di recuperare 600 miliardi di dollari da investire per la ripresa.

Con questa epocale riforma si dovrà confrontare la politica ed in particolare la sinistra italiana ed europea. La Cgil ha lanciato il guanto in faccia alla Cisl e alla Uil, con la forza del “braccio armato” della Fiom, e ha decretato un terreno di confronto o di battaglia sul quale dovrà scendere il Bersani e con cui dovrà fare i conti il governo. Qui non si scherza cari cittadini. Non si scherza quando un corteo così eterogeneo si ferma ad ascoltare i discorsi dei delegati dei lavoratori, discorsi appassionati e concreti, occupando per ore la via principale di Bologna. Non si scherza quando non solo il sindacato, ma il lavoratore decide di schierarsi in prima linea. Siamo allo scontro. E se vincerà ancora la destra sono convinto che le frange che hanno smesso di credere nella democrazia, non certo senza motivazioni ragionevoli, e che prediligono metodi di lotta violenta cresceranno.

Mentre la maggioranza degli italiani sbatte la faccia ogni tanto con la rabbia di singoli cittadini, quando Annozero ci catapulta nelle realtà dove la lotta è feroce, sappiate che nella civile Bologna c’è il caso di una fabbrica la Berletti che è stata occupata per 45 giorni dai lavoratori. Sappiate che oggi in piazza non hanno parlato vecchi sindacalisti sconfortati e nostalgici. Ai capelli bianchi si stanno sostituendo progressivamente volti giovani e molte donne, e i loro discorsi sono carichi di significato e vitalità: niente a che vedere con la spossatezza di chi vuole portare a casa uno stipendio in più.

Non troverete queste storie e questi fatti perché verranno nascosti da molti nei telegiornali e nei maggiori quotidiani. Chi vi vorrà raccontare la verità lo troverete in quell’editoria eroica di cui il Fatto Quotidiano è l’emblea; lo troverete sui blog e nelle persone che avete accanto che sono testimoni di ciò che succede e anche qui sopra, grazie all’impegno di chi ama guardarsi intorno e non ha paura di raccontare fatti scomodi. Penso che lo sforzo di cercare la verità e di confrontarsi con questa sia vitale e che lo sia ancora di più in questo momento. Perciò vi invito a diffondere questo articolo se vi è piaciuto e vi prego di dire la vostra, di arricchire questo piccolo scritto con la vostra conoscenza sul tema. Ogni parola spesa per la ricerca della verità e per il confronto serio è un proiettile contro crisi e violenza nella quale viviamo.

Enrico Monaco


Pensieri Democratici intervista a Luca Telese

Questa intervista è stata realizzata da pensieridemocratici.it , un blog imolese che senza capitali nè poteri forti alle spalle svolge un apprezzabile servizio di informazione e confronto aperto.

Ho deciso di postare questa intervista perché credo riassuma efficacemente alcuni dei principali motivi che hanno portato la sinistra italiana ad essere un partito e una cultura perdente. Il fatto che queste parole vengano da un giornalista autorevole che afferma di “essersi formato nell’esperienza del PCI orgogliosamente” conferisce ulteriore valore all’intervista, per la professionalità della persona, per la storia politica e per il coraggio delle sue idee.

Aggiungo anche che questo non vuole essere un attacco al Pd, io penso che l’antidoto alla malapolitica di sinistra sia anche in quel partito (ma non solo). Vuole essere invece un invito alla riflessione a tutti gli elettori, ai militanti e ai dirigenti  di sinistra che continuano a legittimare questo stato di cose (come le battaglie anacronistiche tra Veltroni e D’Alema), senza rendersi conto o negando palesemente quel fenomeno di allontanamento dalla politica che interessa moltissimo anche questa formazione.

Spero che qualcuno trovi il coraggio di commentare questa intervista senza nascondersi dietro un dito. Spero di leggere critiche, ma anche interventi di difesa incisivi. Se ciò non avverrà avremo l’ennesima dimostrazione di quanto siano realistiche e puntuali le parole di Luca Telese.

Dunque amici e compagni rispondete… e confrontiamoci.

Enrico Monaco


La memoria in un giorno (di Baldoni Fabio)

Avevo scritto una poesia, ingenuo e timido tentativo per lasciare un segno sul blog nel giorno universalmente riconosciuto come quello “della memoria”. Poi l’ho cancellata, parola per parola: una lettera alla volta, premendo con l’indice destro sul tasto “delete” del mio portatile. Un gesto lento, ritmato, che ha scatenato dentro di me alcune domande a cui non sono ancora riuscito a rispondere.

Un solo giorno basta per ricordare?
É solo un modo per soffocare la passata e presente vergogna?

Perché non riesco a riconoscermi in una società, nei governi, che spendono belle e giuste parole nel giorno della memoria, per poi non attuarle negli altri giorni dell’anno.

Quando vedo immagini di immigrati africani ghettizzati e deportati (in Calabria come in altre occasioni) o leggo degli episodi di violenza contro gli omosessuali a Roma…
Quando sento l’odio nelle parole del Presidente iraniano contro Israele o quando il pensiero cade sul popolo palestinese, che sopravvive in quella terra di nessuno che si trova a metà tra la Terra Santa di altri ed il loro personale Inferno in Terra
Quando vedo i capannelli di marocchini, fuori dal bar, a fumare e parlare tra loro al freddo e poi sento i miei clienti italiani dire “dovreste fare qualcosa”
Quando leggo le teorie dei negazionisti o quando i giornali scrivono che ai giovani non si insegna la storia…
Quando la generosità (o la superbia e l’interesse economico a seconda dei punti di vista) spinge gli uomini a portare la democrazia con le armi…
Quando il Governo cinese blocca la libera informazione interna senza che vi sia un vero segnale da parte degli altri governi internazionali o quando si parla dell’Africa solo per i prossimi mondiali di calcio…

La lista è lunga, ed un solo giorno non basta secondo me.

Perché viviamo nell’era dell’informazione e la colpa è nostra se non utilizziamo gli strumenti che abbiamo per essere uomini e donne consapevoli.
Perché è inutile dire “dobbiamo ricordare ciò che è stato per evitare che succeda di nuovo in futuro”

Il futuro è già oggi, ed il nostro silenzio è complice.

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