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La carica della Fiom e l’arroganza dei Marchionne italiani

In questi giorni la Procura di Roma ha emesso una sentenza con la quale viene condannata la Fiat a riassumere 143 operai della Fiom, precedentemente licenziati. Con il progetto Nuova Fabbrica Italia infatti l’azienda di Torino aveva riorganizzato la produzione licenziando una parte del personale riassumendo, dopo aver modificato le condizioni di lavoro, solo 2.300 operai. Di questi nessuno dei riassunti era iscritto alla Fiom. In un paese civile la logica condurrebbe qualsiasi persona intellettualmente onesta a pensare ad un atto discriminatorio: così l’ha infatti ritenuto Anna Baroncini, magistrato che ha emesso la sentenza. Inoltre il giudizio nasce dall’applicazione di due decreti legislativi (il 250/2011 e il 216/2003) recepiti da direttive europee: si potrebbe dunque dire, in linea con le mode linguistiche in voga nel nostro paese, che “la riassunzione degli operai discriminati ce l’ha imposta l’Europa”. Ma l’Europa è buona solo quando si tratta di togliere diritti e tagliare lo Stato sociale, non quando interviene per tutelare i suoi cittadini.

La Fiom vince così una battaglia importante. Una vittoria che segna un riscatto per i diritti nel nostro paese. Uno schiaffo all’arroganza di Marchionne, che con un referendum un anno prima aveva chiesto ai lavoratori di rinunciare a diritti basilari (malattia, pause di riposo, sciopero, rappresentanza sindacale democratica) nel nome di qualche soldo in più in busta paga e degli investimenti necessari per rilanciare lo stabilimento. In questo clima di arroganza e veleni in tanti a destra, ma tristemente anche a sinistra hanno tifato o tacitamente approvato l’operato di Marchionne acclamato come capitano coraggioso. E anche ora che una sentenza condanna il suo operato come comportamento antisindacale una parte del mondo della grande impresa e del centro-destra pur di difendere quel modus operandi anti-democratico si scaglia contro la magistratura, dichiarando dannosa una decisione che interviene per punire un comportamento discriminatorio. Gianfranco Carbonato, Presidente dell’Unione industriali di Torino, commenta prudentemente ” Non so dire se sia il capitolo finale del rapporto tra Fiat e Italia. Di certo non sono cose che aiutano a migliorare l’affezione verso il nostro paese”. Sacconi più netto dichiara ” Il provvedimento è emblematico dell’anomalia che contraddistingue la giustizia italiana”. Il Giornale e Libero sostengono questa linea sparando a zero sulla magistratura, dipingendo l’azione di questa come strumentale e politicizzata. Queste posizioni sono scandalose, in quanto il centro-destra sostiene che la sentenza in questione, che applica in sostanza l’articolo 3 della Costituzione (sull’uguaglianza), rappresenti un’ingerenza indebita del potere giudiziario su quello economico. La libertà di impresa e la volontà di arricchimento insomma non devono in alcuni modo essere ostacolate da leggi che difendono la dignità dell’individuo. Ma poi nell’interesse di chi si sostengono queste posizioni? Se si facesse nell’interesse del Paese si potrebbe anche capire. Ma la Fiat è un’azienda che negli ultimi anni non ha investito in Italia se non a Pomigliano a condizione che gli operai si trasformassero da cittadini in schiavi della catena di montaggio; i suoi operai sono tra i meno retribuiti in Europa; è un’azienda che è vissuta per anni sulle spalle dello Stato e se oggi è ancora in piedi in mezzo ai giganti globali lo deve agli italiani. Ed infine è un’azienda che vive in gran parte sul mercato italiano, perché il legame che ha creato con il paese la sostiene.

Alla luce di tutto ciò è inaccettabile la politica industriale di Marchionne, che intende investire in Italia a condizione che il “modello Pomigliano” sia esteso alle altre fabbriche. Una follia per un paese industrializzato come il nostro dove la sottrazione dei diritti e del salario dei dipendenti non solo mette in discussione quel che resta della nostra democrazia, ma accentua la crisi economica. Infatti ad una contrazione del potere d’acquisto dei lavoratori corrisponde una riduzione dei consumi che crea un blocco dell’economia: se il ceto medio e le classi popolari non comprano beni, si riducono i posti di lavoro. Questo meccanismo è deleterio per la stessa Fiat che ha nel mercato italiano un pilastro consolidato.  Ma in Europa vanno di moda l’austerità e il rigore, così alle cure Marchionne in campo industriale si sommano le manovre economiche realizzate sulla pelle degli italiani dal governo Berlusconi prima e da Monti poi. E poi ci parlano di crescita senza mettere in campo misure concrete.  Tuttavia coloro che difendono il metodo Marchionne potrebbero dirvi che Pomigliano ha aumentato la produttività, l’innovazione tecnologica e ha abbattuto l’assenteismo. Verissimo, ma anche molti despoti del passato sono stati capaci di creare formidabili macchine da guerra. Anche in Cina ci sono fabbriche iperproduttive, ma qual è il prezzo di questa efficienza? La libertà e i diritti dei lavoratori, insomma i sacrifici li fanno sempre gli stessi e i benefici vengono distribuiti verso l’alto. Che cosa ci guadagna lo Stato, che cosa i cittadini? La storia ci insegna che con la paura e con l’autoritarismo si controllano le persone: infatti ora gli operai di Pomigliano vivono in funzione del loro lavoro. Si è così ribaltato il loro rapporto tra vita e lavoro, non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare. Si può definire cittadino una persona che vive questa condizione? Io lo chiamerei schiavo, piuttosto, perché ciò che distingue lo schiavo dal cittadino sono i diritti. E’ accettabile per un paese come l’Italia, che vuole stare fra i grandi del mondo, che appende striscioni sui diritti dell’individuo lesi all’estero nelle sue piazze, una condizione tale per i suoi cittadini? No, la Costituzione lo vieta. E’ utile per l’Italia dal punto di vista economico l’estensione del “modello Pomigliano”? No, il precariato diffuso e la mancanza di regole democratiche per il mercato del lavoro lo hanno dimostrato in questi anni. Allora ci si aspetterebbe che la classe politica dicesse chiaro e tondo che rifiuta questo modello, perché è incivile, reazionario e sconveniente dal punto di vista economico. Aumenta a dismisura le diseguaglianze concentrando il potere e la ricchezza nelle mani di un’élite transnazionale spietata e incontrollabile, lo stesso 1% che ha contribuito a generare la crisi che stiamo ancora vivendo. Possiamo accettare una Fiat che intende sfruttare ancora i vantaggi del passato e che allo stesso tempo non fa nulla per coltivare tale rapporto, non restitusce niente al nostro Paese dichiarandosi azienda multinazionale con le mani libere quando le conviene? No, è inaccettabile per l’Italia. Piuttosto che mantenere un’azienda così, che si sta solo trasformando in esempio di inciviltà e di ingiustizia sociale meglio chiuderne gli stabilimenti. Oppure lavorare sul piano politico per cambiarne i padroni. I tedeschi hanno già dimostrato interesse. Se il proprietario italiano si dimostra uno schiavista, sempre meglio un padrone tedesco: almeno loro un senso del diritto del lavoro ce l’hanno.


Articolo 18: Il gattopardo non muore mai, la Costituzione e i diritti, purtroppo, sì (di Mario Zaccherini)

All’interno del grande dibattito che appassiona gli italiani, relativamente all’articolo 18, forse sta sfuggendo un particolare molto importante. L’articolo 18 non è solo una norma a tutela dei lavoratori, ma qualche cosa di decisamente più importante e centrale per la nostra democrazia. È quello strumento che trasforma una visione del Mondo, sulla carta nel Mondo stesso.È lo strumento che permette all’art. 1 della Costituzione di prendere forma e vita.

Come tutti ricordiamo l’Art.1, comma 1, sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non servono traduzioni. I legislatori avevano ben chiaro un concetto, il primo concetto: democrazia e lavoro sono i due cardini fondamentali della nostra Repubblica nata, non dobbiamo mai dimenticarlo, sulle ceneri del fascismo, della guerra, delle ingiustizie ed anche dei rapporti di produzione di tale sistema.

È molto importante aver ben chiaro quanto sopra, perché democrazia non significa solo poter scegliere chi delegare come amministratore, ma anche avere la possibilità di vivere in un sistema che metta in condizione il cittadino di poter sempre esprimere liberamente il proprio pensiero in tutti gli ambiti della vita. Non a caso l’Art. 3 (comma 2) riprende con forza questi ragionamenti nell’affermare “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ed ancora l’Art 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Siamo arrivati al punto: la Costituzione non solo individua Democrazia e Lavoro come le basi della nostra Repubblica, ma va oltre nel dare alla Repubblica il compito di creare le condizioni, affinché l’ordine economico non sia ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Per la Costituzione i cittadini hanno il DIRITTO al lavoro, e quindi alla democrazia ad essa associata, e, nel secondo comma dell’Art.4 afferma che ogni cittadino ha il DOVERE di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Abbiamo il DOVERE, non la sola possibilità, di concorrere al progresso materiale o spirituale della società.

Partendo da questo richiamo si comprende come noi cittadini non possiamo nasconderci su un tema che rischia di vanificare i dettami costituzionali ed indebolire la già fragile democrazia italiana. Dobbiamo ricordare che tutti i princìpi richiamati dalla Costituzione hanno trovato forma nei decenni successivi alla stesura, in particolare Lavoro e Democrazia si sono coniugati solo nel 1970 nella famosa legge 300 (Statuto dei Lavoratori), condensando nell’Art.18 i valori di giustizia e democrazia. La Legge 300 non nasce come ostacolo nei confronti del mondo imprenditoriale, ma per dare quelle tutele indicate dalla Carta. Nasce per impedire che i licenziamenti di massa politici, avvenuti negli anni ’50 e ’60, possano ripetersi nuovamente. Per i più giovani è giusto segnalare che in tali anni era sufficiente essere comunista, o iscritto ad un sindacato di sinistra, per essere espulso dall’unità produttiva. Su tutti i casi Cogne Imola o Ducati.

I detrattori dell’Art.18 sostengono che tale norma impedisca alle imprese di allontanate i “fannulloni” e, nei momenti di crisi economica/produttiva, di ridurre il personale. In realtà queste posizioni sono palesemente false in quanto, Art.18 o non Art.18, le imprese da sempre, avendo in mano documentazioni oggettive, possono licenziare i lavoratori che si macchiano per furto, rissa o per giustificato motivo soggettivo (i fannulloni). Prima di entrare nella nuova normativa ritengo giusto rendere la fotografia del paese, per collocare le modifiche e gli effetti, nelle logiche quotidiane della nostra vita. L’Italia è un paese che sta attraversando una profonda crisi morale, politica e produttiva. Anno dopo anno tutti gli indicatori internazionali posizionano il paese sempre più in basso e, giustamente, il nuovo Governo ha il compito di riportare l’Italia nelle prime posizioni delle varie “classifiche”. Prendiamo l’industria: per fare utili è fondamentale vendere (banale), per vendere devono esistere tre condizioni:

1) esistere un mercato dove allocare il bene prodotto

2) il bene deve, come prodotto, essere appetibile dal mercato

3) il costo del bene competitivo con quello dei concorrenti.

La Fornero conosce benissimo questa realtà e, partendo dalla constatazione che l’industria sta collassando, deve intervenire… lo sta facendo. Prendiamo l’esempio Fiat. Sul punto 1 non spendiamo parole in quanto è ovvio che esiste un mercato. Un mercato che per le aziende tedesche ha regalato un 2011 da favola con utili che rimarranno impressi a lungo negli annali; non così per la Fiat. Da qui la prima considerazione: il mercato esiste ed è vivo, ma per Fiat le soddisfazioni sono mancate. Perché? In fondo il costo orario del lavoratore Fiat è decisamente inferiore a quello dei tedeschi, ma tale risparmio non si riesce a riportarlo più di tanto nei modelli auto. Ci dicono che la “produttività” italiana è inferiore a quella tedesca. Ci dicono una verità, ma……..ma bisogna chiarire il concetto di produttività. Spesso questo termine viene inteso come “voglia” di lavorare o intensità del lavoratore nell’applicarsi nei compiti dati dall’azienda. Quindi i tedeschi lavorano più degli italiani? Balle, bugie, menzogne.

In realtà la produttività è legata a due variabili: all’investimento (impianto e ricerca) ed all’utilizzo dell’impianto. In sostanza le aziende più performanti investono cifre importanti nella ricerca e negli impianti produttivi (esempio macchine utensili più veloci, linee di montaggio che permettano cambi scocca in tempi minori rispetto alle precedenti ecc ecc), impianti che devono produrre il più possibile (turni che coprano anche 7 giorni su 7). Se l’investimento è stato azzeccato ogni ora/lavoro permetterà al lavoratore, a parità di fatica, di produrre un numero superiore di beni e quindi di ridurre il costo/bene. Al termine di questo processo la macchina tedesca sarà maggiormente competitiva rispetto alla vettura torinese che utilizza ancora, in larga parte, linee obsolete.

Non è solo il costo che incide su un prodotto, ma anche il valore aggiunto in esso compreso. Oggi vediamo vetture, anche le meno costose, dotate di tanti optional gratuiti oppure di strumentazioni tecnologiche che rendono maggiormente agevole l’utilizzo del mezzo. Non solo: le case, proprio per la crisi, hanno letteralmente invaso il mercato con nuovi modelli per riaccendere e stimolare un settore produttivo in “letargo”. Con queste poche righe mi sembra sia chiaro come, almeno per la Fiat, non si possa parlare più di tanto di un mercato in crisi, ma di un player che ha preferito non investire e scaricare i costi della crisi sui lavoratori, sapendo di essere assistito comunque dagli ammortizzatori sociali nazionali.

Questo è il punto: se non investo non riesco ad innovare l’offerta dei vari marchi, continuerò a sopravvivere grazie alla Panda, ma la mancanza di investimento mi impedisce anche di ridurre i costi per unità di prodotto. Quindi? Quindi rimane una sola strada, quella di ridurre i salari e stipendi dei lavoratori.

Prima di ritornare alle modifiche relative all’Art.18 dobbiamo inserire un ulteriore ragionamento che collega costo del lavoro, lavoratore, sistema produttivo. Ogni lavoro ha un tempo/costo di inserimento, un ciclo nel quale, per l’azienda, viene massimizzato l’investimento uomo e una uscita in quanto l’età non favorisce più l’ottimizzazione del lavoratore. Maggiormente il lavoro è usurante e prima viene a mancare l’ottimizzazione. È nella natura delle cose che certe mansioni come operaio turnista alla catena di montaggio, addetto alle fonderie, minatori, infermieri, fornai, pompieri ecc ecc abbiano una “vita operativa” relativamente breve in quanto estremamente usuranti. Tutte queste categorie di lavoratori richiedono un ricambio piuttosto veloce al fine di mantenere un servizio efficiente senza innalzare i costi.

Apparentemente, nel disegno del Governo Monti, queste condizioni non sono state tenute nella giusta considerazione, dal momento che è stata innalzata l’età per il raggiungimento della pensione. A questo punto abbiamo due elementi abbastanza chiari:

1) le grandi imprese non investono (non tutte chiaramente)

2) la vita lavorativa è allungata impedendo, per qualche anno, un forte turnover aziendale.

Questo vale per le aziende italiane, ma se volgiamo lo sguardo alle imprese straniere, ulteriori elementi ci fanno capire che i licenziamenti non sono l’unico motivo per cui il sistema Italia non sia attrattivo per loro. Costo delle materie prime altissime (gas, energia elettrica, benzina), tempi burocratici scandalosamente elevati rispetto all’Europa, giustizia dai tempi lunghissimi, rischio di dover competere con la mafia, tasse ai top mondiali, università e ricerca ormai abbandonate a se stesse. Solo un folle verrebbe in Italia per creare sistemi produttivi: infatti ormai sono mosche bianche gli imprenditori attratti dal nostro paese. Avendo ben chiaro tutti questi elementi possiamo comprendere la portata della riforma Fornero.

Il disegno, nel breve periodo, è molto chiaro:

1) allungare la vita lavorativa dei lavoratori (risparmio dello Stato perché le pensioni vengono posticipate)

2) permettere alle aziende di poter attivare licenziamenti individuali/collettivi, per motivi economici, con la scusa del “giustificato motivo oggettivo”. Questo è il vero punto centrale della contesa, infatti, già oggi è possibile attivare un percorso, in caso di crisi aziendale, di riduzione del personale e/o chiusura aziendale. Devono esistere le condizioni e si può attivare il percorso. Se il lavoratore licenziato ritiene che la situazione presentata dall’azienda non corrisponda alla realtà può appellarsi al Giudice, il quale valuterà se, dette condizioni, siano reali. In mancanza dei requisiti il lavoratore verrà reintegrato. Questo punto deve essere molto chiaro: anche con l’Art.18 se l’azienda va male può, di concerto con i sindacati, ridurre il personale.

Cosa cambia? Molto, anzi moltissimo. Il Giudice potrà valutare se le condizioni oggettive di crisi esistano o meno, ma nel caso non esistano non potrà più disporre il reintegro del lavoratore, ma solo una indennità tra le 15 e 27 mensilità a suo favore. Ecco il trucco, caro Governo Monti: allunghi la vita lavorativa, creando un danno alle imprese, ma metti le stesse imprese nella condizione di poter liberamente licenziare i lavoratori anche se non ne esistono le condizioni. Non è finita: già oggi, vedi la Marcegaglia, stipula contratti di inserimento per i giovani con salari, per i primi sei anni, inferiori di 300 euro al mese rispetto ai colleghi di pari funzione. Facile, vedendo questi comportamenti, immaginare cosa sarà l’Italia da qui a poco. Facili licenziamenti per anziani e lavoratori non omologati al pensiero aziendale, sostituiti da giovani lavoratori sottopagati per lunghi anni e poi si vedrà. Berlusconi ha provato per vent’anni a trasformare l’Italia nella Repubblica delle banane cercando di scardinare la Costituzione, Monti e i partiti che lo sostengono rischiano di riuscirci in pochi mesi.

Il gattopardo non muore mai, la Costituzione ed i diritti, purtroppo, si.

Mario Zaccherini

http://www.pensieridemocratici.it/

Ps

Sul caso stipendi ridotti in Marcegaglia

www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/19/pd-scarica-fiom-allea-marcegaglia-stipendio-ridotto-assunti/198713/

Sulla vera filosofia del Governo Monti

www.repubblica.it/economia/2012/03/20/news/commento_clericetti-31875612/


Guerra finanziaria: il burlesque della rovina, il paradosso del Bel Paese

“Vendi tutto Giovanni, nel giro di un minuto le azioni della Parmalat saranno carta straccia”.

Urla scomposte e frasi disarticolate dalla fretta attraversano la borsa di Milano.

“Mio Dio, i pescecani di Taiwan si sono fiondati sulle Generali… E l’altro ieri hanno spolpato Alitalia. Vendi Giovanni… Anzi no, chiama aiuto, telefona a Silvio, la Lega, anche D’Alema e se lo trovi pure il Papa”.

L’Italia è sotto attacco, e la paura si diffonde veloce come la peste, sospinta da un catastrofismo italo-borghese. Tutti si chiedono chi siano i nemici invisibili che, tastiere alla mano, picconano il fragile Bel Paese.
Subito Tremonti assicura la stabilità dei Bond, e altrettanto velocemente un vaffanculo bipartisan lo raggiunge. La borsa di Milano sta crollando come un castello di sale divorato dalla speculazione di un esercito di privati mercenari assoldati dal Dio Pluto.

“Giovanni, prega Dio!!! Se esiste, è il momento buono per farcelo notare”.

Il silenzio cala sull’Italia, come quello che precede il grande salto. Non occorre una parola per capire che le antiche contrapposizioni sono annullate: un nemico più grande e invisibile minaccia il paese. Subito D’Alema e Berlusconi in video conferenza schierano i loro soldati, mostrando “un’insolita sintonia”; le Generali sfoderano i loro Eroi finanziari sulle Giulie. Marchionne fa il suo sul versante francese e dà battaglia in tutte le zone del mondo, creando grande instabilità: è in questo contesto favorevole all’Italia che vengono lanciati i gioielli Fincantieri, Ferrari e Fiom.

La Compagnia, motivata da un discorso appassionato di Marco Travaglio, si lancia sui mercati asiatici con fame e mancanza di pietà. Tuttavia il fronte mercenario resiste agli attacchi eroici dei nostri, e già lo sconforto si diffonde tra le nostre file. Quand’ecco la svolta: Michele Santoro riesce a trovare la strada di casa (si era smarrito nel tubo catodico della Rai) esce correndo dagli studi romani e lancia la volata finale alla volta di S.Pietro. Là il Papa sorseggia un Primitivo con aria decadente.
Il giornalista si ferma davanti a lui, lo guarda con aria circospetta e accusatoria, poi arringa un grande discorso che lascia il Pontefice spiazzato. “Ma Michele, non posso chiedere a tutti i fedeli di vendere le loro azioni in nome di Dio, ci sarebbe un grave conflitto d’interesse. Senza contare che le casse della Chiesa subirebbero enormi perdite.”
Santoro lo fissa con uno sguardo da mangiapreti, convincendolo all’istante. Migliaia di piccoli investitori si riversano così sul mercato come cavallette bibliche, stravolgendo le sorti della battaglia e i mercati del Nord America. Nell’impeto dei fatti, Mastella muore d’infarto liberando contemporaneamente uno scranno al parlamento europeo e quello di sindaco a Ceppaloni, scatenando una festa liberatoria che poi si estenderà in tutto il paese.

Così ebbe fine la suddetta storia.

Naturalmente il popolo non capì mai contro chi fu combattuta la battaglia, né gli altri paesi compresero da che parte ci fossimo schierati. Fu così che ne Bel Paese cambiò poco o nulla, senonché tutti, all’indomani del conflitto finanziario, si sentirono un po’ più italiani di prima.

Enrico Monaco


Se la testa della Fiat va a Detroit.

Da quando ho preso la patente uno dei miei desideri  più grandi è stato comprare l’automobile dei miei sogni: un mostro meccanico versatile, capace di correre a velocità sostenute e di espellere carburante pulito. Una macchina non troppo grande e quadrata, con la quale si potesse arrivare ovunque e che soprattutto non mi desse l’ansia di pensare “Oddio, se si graffia!!! Oddio se si rompe!!!”.

Più volte ho sognato ad occhi aperti di guidare per le strade di Modena l’auto del commissario Montalbano; quella bestia elegante e semplice che nei film schizza nevrotica per i paesini siciliani o si aggira tranquilla come uno squalo su lungomari da mille e una notte.

Una Fiat. Certo, la comprerei subito. Così potrei sostenere l’economia italiana, contribuirei direttamente al lavoro di centinaia di famiglie italiane. Insomma sottolinerei economicamente e socialmente il legame che mi lega al mio paese.

Succede spesso che la parte sognatrice di me venga poi spesso raggiunta da quella realista, che malignamente la affianca sussurrandole informazioni ciniche all’orecchio, come ad esempio ” Ma quale contributo all’economia italiana!!? Ormai le Fiat le fanno tutte in Brasile e in Polonia. Hanno chiuso Termini Imerese, hanno ridotto gli stabilimenti storici, hanno distrutto il contratto nazionale di lavoro. Al massimo se compri una Fiat fai bene a Marchionne e alla famiglia Agnelli!!!”

Sì, è tutto vero. Quando compri una Fiat la maggior parte dei tuoi soldi li consegni all’amministratore delegato e al profitto dell’azienda. Solo una piccola parte va agli operai e viene spesa per tutte le tutele che è giusto che abbiano.

Se fossi cinico e individualista smetterei di desiderare una Fiat e comincerei a pensare a una Toyota. Ma siccome non lo sono continuo a pensare che valga di più Montalbano, gli operai di Mirafiori e Pomigliano, e quelli degli altri stabilimenti sparsi per il mondo, gli Agnelli e lo Stato che hanno investito un sacco di soldi in questa azienda. La Fiat è legata a doppio filo con l’Italia per migliaia di motivi, che le hanno permesso di non essere travolta dalle centinaia di ingiustizie subite dai suoi operai: l’appoggio avuto dalla società italiana ha consentito a quest’azienda di sopravvivere pur essendo in passivo e di trovarsi ad essere una delle più grandi case automobilistiche nel mondo. Legame che la rende un’azienda italiana, tanto da chiamarsi Fabbrica Italiana Automobili Torino; le sue radici quindi sono a Torino e in Italia. E come ad una figlia la propria madre permette i peggiori errori, così il Bel Paese ha permesso al Lingotto le peggiori porcate, perché non è conveniente per una mamma italica cacciare il proprio sangue da casa.

Ma cosa succederebbe se la Fiat volesse andarsene di sua spontanea volontà? La scusa della globalizzazione e della crisi finanziaria si è rilevata un ottimo argomento per informare la mamma della possibilità che questo avvenga. Del resto Marchionne ha puntato molto sul gemellaggio finanziario con Detroit, e gli Stati Uniti, che sicuramente usciranno prima di noi dalla crisi, offrono più garanzie di sviluppo ad un’azienda automobilistica candidata a sopravvivere nella Grande Tempesta che sta scuotendo le 4 ruote. Già si parla di avamposti americani e brasiliani come mutamento globalizzante, sempre assicurando agli italiani che la testa rimarrà in Italia.

Ma cosa vuol dire che la testa rimarrà in Italia? Di solito si dice che la testa di un’azienda sia dove ha sede legale e dove si fa ricerca. E al momento questo avviene in Italia. Però in un contesto in cui da un giorno all’altro gli operai di luoghi storici come Mirafiori si sono ritrovati con un contratto da secondo mondo, in spregio ad una vita dedicata al lavoro e alle conquiste per le quali sono morte migliaia di persone, mi chiedo quanto sia credibile garantire che la testa rimarrà in Italia? Cari cittadini vi informo che se la sede legale passa in America, le tasse la Fiat le pagherà là.

Quindi vorrei dire a tutti i fan da stadio della teoria Marchionne, la quale sostiene l’inevitabilità dello smantellamento del contratto collettivo in onore alle logiche globalizzanti, di smetterla di pretendere la resistenza alle stesse logiche di internazionalizzazione selvaggia, allo scopo di mantenere la Fiat in Italia. Questo è un atteggiamento tipico dell’italiano furbo o insicuro: un po’ di qua e un po’ di là. Così ci ritroviamo ad avere chi predica la bellezza della globalizzazione, salvo poi sottolinearne la mostruosità quando i suoi effetti ricadono negativamente sul proprio portafoglio.

Sappiano tutte queste persone, che non si sono opposte allo stupro di diritti condotto da Marchionne, che si sono resi complici di quella logica selvaggia che vede tutto in funzione dell’ottimale svolgimento del mercato. Secondo questa lettura non è giusto nè possibile mantenere la Fiat in Italia, perché l’azienda può realizzare più utili altrove. Quindi non si lamentino nel caso la testa vada a Detroit, perché quando si accetta la globalizzazione e la si usa come panacea per ogni male, può succedere che si rimanga travolti (gli esempi sono migliaia). Se si accetta il libero mercato senza regole etiche non c’è spazio per gli aiuti permanenti dello Stato, non c’è spazio per la storia e l’appartenenza in nome delle quali si continua a vendere auto italiane nel nostro paese.

Non so come andrà a finire. Io spero da italiano che la Fiat rimanga in nel nostro paese, che si rinnovi completamente dalla testa ai piedi, cioè dall’amministratore delegato all’ultimo degli operai di Pomigliano. Perché i soldi non bastano a fare grande un’azienda, serve anche la stabilità che viene data dalla storia, dall’appartenenza e dal lavoro reale (non dai giochini in borsa che moltiplicano il capitale).

Se la Fiat sceglierà di distaccarsi dalla sua storia, sputando su due delle lettere che la compongono la I e la T, per entrare nel paradiso artificiale delle multinazionali che volano sopra i governi mondiali sarà sola a combattere tra giganti spaventosi. Se invece chiederà al suo paese umilmente di sostenerla in questa lotta, allora combatterà con un’arma in più che sul lungo termine potrà fare la differenza: il valore aggiunto di un intero paese.

Io per parte mia spero di poter arrivare a comprare una Fiat con i miei soldi, prima di dover ripiegare su una Toyota e accodarmi alle file già numerose dei fratelli italiani vendicativi che vogliono la morte dell’azienda.

Enrico Monaco


Primo Maggio: la rabbia tra le grida

E’ la prima volta che scendo in piazza per il Primo Maggio.

Sono le dieci del mattino, il centro di Modena è ancora abbastanza tranquillo, e mentre cammino verso Piazza Grande sento l’emozione salire: mi immagino di trovare tantissima gente.

Appena arrivo, però, le mie aspettative vengono immediatamente deluse. Un gruppo non troppo grande di persone, riunito davanti ad un piccolo palco  –età media: 60 anni- sventola distrattamente varie bandiere, da quelle del PDI e della Cgil a quelle con Falce e Martello e con Che Guevara. Ci sono pochissimi giovani, si contano su una mano.

Penso che magari è ancora presto, che bisogna aspettare ancora. Sono molto paziente, ma dopo mezz’ora la piazza è piena a malapena per metà. Dal palco parte, solenne, l’inno di Mameli. Sono pochi quelli che muovono le labbra per cantarlo, ma almeno l’attenzione della gente è stata attirata. Le bandiere cominciano a sventolare più forte, si alzano cartelloni rabbiosi: frasi come “Padrone cacciatore non avrai le nostre teste” e “Sindacati al servizio dei Padroni? NO GRAZIE!” vengono sorrette con forza. Quando l’inno si interrompe un uomo si avvicina al microfono sul palco, e comincia a parlare.

Un gruppo, costituito da Rifondazione, studenti ed alcuni lavoratori (circa un terzo rispetto ai partecipanti) comincia ad agitarsi, a fischiare, ad urlare. All’inizio sono un po’ spaesata, poi mi rendo conto che tutta la loro rabbia, che si manifesta con sempre maggiore decisione, è rivolta all’uomo che sta parlando: Francesco Falcone, segretario generale della Cisl modenese.

Mentre lui inizia il suo discorso, il gruppo comincia ad urlare slogan e a ripetere parole come “venduto” e “fuori”. I fischi non si arrestano, le urla continuano imperterrite per tutta la durata del suo intervento. Lui prova ad ignorare gli insulti, va avanti, la voce ogni tanto vacilla, ma è perché si sta sforzando quanto più possibile di sovrastare le urla dei manifestanti. Mi avvicino al palco per guardarlo in viso: il discorso che sta pronunciando è scritto su un plico di fogli che tiene in mano, ogni tanto guarda la folla, cerca di trarre forza dalle prime file, che lo ascoltano sembrando sinceramente interessate. Dopotutto le sue parole sono cariche di ideali, di propositi, di idee. Ma mi chiedo, ha senso parlare di libertà, giustizia e democrazia alla luce delle attuali condizioni lavorative?

“Il nostro è un sindacato forte, libero e democratico. Non tolleriamo i comportamenti mafiosi, e combatteremo l’illegalità con tutte le nostre forze. Quello che noi vogliamo è uguaglianza, un futuro diverso e migliore per le nostre famiglie…”

“SINDACATO DELL’IPOCRISIA, CHE SOSTIENE LA FIAT E MARCHIONNE!!!”

“…E’ necessario, per ottenerle, avere una consapevolezza politica, sociale ed economica…”

“IL DIRITTO AL LAVORO CE LO STANNO MANGIANDO!!!”

“…Non bisogna mai vedere nero, in fondo c’è sempre una luce, e noi possiamo raggiungerla!”

“IPOCRITI! BUGIARDI!”

Belle parole. Sentire parlare di maggiori opportunità, di diritti che nessuno ci può negare e che dobbiamo far valere ad ogni costo, di speranza per il futuro e di interesse da parte dei giovani, e in particolare di unità tra i vari sindacati… Questo sì che è un discorso. Ma le sue parole sono come un sogno, e la sveglia, alle mie spalle, sta suonando con violenza per portarmi prepotentemente alla realtà. E la realtà è che l’unità tra i sindacati non esiste, e che sempre meno stanno facendo il loro mestiere, ossia tutelare i diritti dei lavoratori.

La parte peggiore della realtà è come questa giornata viene vissuta dai cittadini. Non c’è la soddisfazione di festeggiare la conquista dei diritti dei lavoratori, o sottolineare l’importanza del lavoro. Credevo che avrei trovato persone unite dal senso di speranza e di orgoglio, ma quello che ho visto nella gente è stata solo rabbia e delusione. Le parole di Modena si sono riversate sulle mie ingenue idealizzazioni con una brutale sincerità.

-“Vivo male questo Primo Maggio. Male perché vorrei far parte di un sindacato unito, mentre ogni giorno continua a perdere le forze. Io ho un lavoro sicuro, ma tantissimi altri che non sono nelle mie condizioni sono privi di speranza, perché le prospettive che ci offrono sono sempre meno. Ormai questa giornata sta perdendo di significato, con gli anni ha cominciato ad essere festeggiata per inerzia, perché il lavoro veniva dato per scontato. Solo adesso ci stiamo rendendo conto che non è così.”, dice la signora che urlava “vergogna” a Falcone.

“Sto vivendo con grande dispiacere questo Primo Maggio, perché vedo che i sindacati sono contro di noi. Io non approvo le contestazioni di questo tipo, ma la mia posizione in questo momento è molto negativa: quando ci sono le assemblee  dei lavoratori non manco mai di intervenire con le mie critiche. Purtroppo credo che i sindacati in questo momento non siano all’altezza di affrontare questo governo, sono supini e sottomessi. Napolitano ha fatto un discorso per esortare l’unità tra i sindacati, ma questa unità non la vedo. Oggi sinceramente in piazza mi aspettavo molto più persone, considerata la crisi e la disoccupazioni, in particolare dei più giovani. Invece vedo che questa giornata è quasi interamente rappresentata dagli anziani.”, dice l’assessore comunale delle politiche giovanili.

“Io sono tra coloro che hanno organizzato le contestazioni contro Cisl e Uil, che non vogliono far altro che spodestare la Cgil. Loro stanno agendo sulla pelle dei nostri diritti, attaccando direttamente i diritti di malattia, smantellando lo statuto dei lavoratori, come il diritto allo sciopero. Questo è un diritto che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conquistato duramente, e dopo anni vediamo togliercelo con due semplici firme: noi non ci stiamo.”, dice lo studente disoccupato di Lettere in Movimento.

“Sto vivendo molto male questo Primo Maggio. Non per l’idea della festa, ma per tutto quello che sta succedendo, per la situazione che ci circonda e sembra non cambiare. E’ un momento molto critico.”

“Però nonostante questo, continua a scendere in piazza”

“Assolutamente. La Piazza è la Parola, è il luogo dove possiamo portare tutti i nostri sentimenti, dove possiamo far sentire la rabbia. Bisogna che le persone tornino a scendere in piazza, bisogna che si informi come si deve: le persone hanno perso la coscienza. Noi dobbiamo continuare a far sentire la nostra rabbia, perché le condizioni in fabbrica sono sempre più dure, non ci sono garanzie di sicurezza, e non possiamo cedere ad altri ricatti, come a Pomigliano e a Mirafiori.”

Il fallito discorso di Falcone, ormai terminato, è seguito nuovamente dall’Inno di Mameli e da pochi applausi. Viene presentato Frankie HI-NRG MC, uno dei maggiori esponenti del movimento hip hop italiano che conclude il magro evento della mattinata. Le persone cominciano a disperdersi, e nel giro di un’ora la piazza è semivuota, mentre il palco e le bandiere sono stati sistemati frettolosamente. Io sento un po’ di vuoto dentro.

Mi aspettavo davvero entusiasmo e partecipazione, mi aspettavo che la giornata del Primo Maggio venisse vissuta veramente dalla città, sia con la testa che col cuore. Mi aspettavo di vedere fiumi di persone pronte a festeggiare e a ricordare, con la volontà di migliorare il presente, e invece ciò che ho visto è stata circostanza, mera presenza fisica, spaccature interne, rabbia -una valanga di rabbia- e quella speranza che pensavo, ormai appassita o comunque avvelenata dalle accuse e dalla sfiducia.

E dal momento che gli enti che dovrebbero rappresentare i lavoratori pare abbiano dimenticato la loro ragion d’essere, come possono i cittadini ritrovare il vero significato di questo Primo Maggio?

Valentina Camac

 


Brainstorming Mirafiori

Ora che vanno spegnendosi i festeggiamenti di Cisl e Uil per la (mezza) vittoria di Marchionne e la “sinistra” PD tira un sospiro di sollievo per esser riuscita a mantenersi coerente con se stessa – prima Calearo ora Marchionne, il pantheon del partito si allarga – vorrei provare a mettere assieme qualche pezzo di quanto accaduto in questi giorni. Senza pretese di approfondite analisi, solo un personale brainstorming.

Marchionne non ha inventato molto di nuovo, da anni nel mondo globalizzato dove capitali e merci si spostano facilmente (e con essi i mezzi di produzione) ma la forza lavoro no, viene utilizzata l’arma della minaccia di portar altrove la produzione se non saranno accettate dai lavoratori le condizioni dell’azienda. Il meccanismo è vecchio, ma evidentemente una cosa è se ad attuare il ricatto è un’azienda poco nota, un altro se è la Fiat, ed è per questo che quanto accaduto a Mirafiori getta un ombra inquietante sul futuro delle relazioni tra lavoratori e imprese. Se l’industria più importante del paese, sotto i riflettori più d’ogni altra e al centro di chissà quali intrecci con la Casta può permettersi di dichiarare cosi apertamente il ricatto, che problemi dovrebbero farsi domani tutti gli imprenditori italiani grandi e piccoli a ricorrer allo stesso metodo?

Davanti a questo rischio i sindacati dovranno sforzarsi sempre di più di trovare una risposta forte in grado di riequilibrare le forze contrattuali, che le delocalizzazioni facili hanno sbilanciato fortemente in favore degli imprenditori.

Trovo però che la Fiom abbia il grande merito di aver fatto capire, al di la del giubilo pubblico di Marchionne e Governo dopo il referendum, necessari per mascherare la tensione da disfatta sfiorata (per appena il 4%), che il tentativo di impostare le future relazioni sindacali su queste basi sarà tutt’altro che facile e indolore, perché tutti i Marchionne d’Italia sembrano non aver fatto i conti con un dettaglio, che è un bel macigno sulla strada dei turbo capitalisti selvaggi come lui: la dignità alla quale non tutti i lavoratori sono disposti a rinunciare. Soprattutto quando è chiaro che dopo essersi arresi una volta, sarà difficile resistere la seconda e impossibile la terza e non sarà più possibile arrestare la “cinesizzazione” delle fabbriche italiane. Questo rischio gli operai Fiat sembrano averlo fiutato, poiché se già il risultato dei “no” a Pomigliano sorprese tutti, oggi a Mirafiori il mirabolante esito mostra che il ricatto non spaventa più come la prima volta. Va ricordato infatti che in vari reparti metalmeccanici, dove i sacrifici imposti dall’accordo saranno più duri, i no hanno stravinto e in generale, il voto tra gli operai si è concluso con un deciso pareggio.

36% a Pomigliano a giugno, 46% a Mirafiori in gennaio, Marchionne ne ha per non dormire tranquillo al prossimo appuntamento.

C’è anche un’altra questione che emerge dal dibattito di questi giorni, purtroppo passata in secondo piano: le condizioni di vita dei lavoratori che in cambio della propria forza lavoro si aspettano certo come prima cosa uno stipendio, ma anche la possibilità di organizzare la vita quotidiana in maniera dignitosa e sostenibile. E quindi orari decenti e programmati in anticipo, momenti di pausa sufficienti a non stramazzare, garanzie in caso di infortunio o malattia o in generale per qualsiasi impedimento che può sorgere nel corso della vita. Sono tutti elementi che insieme determinano le condizioni di vita della persona.

È ovvio che nel determinarle il salario ha una parte dominante, ma sarebbe assurdo pensare che il benessere dipenda esclusivamente dal reddito. Mi sembra una visione arcaica che vede l’uomo come un cavallo, a cui basta fieno e un po’ di riposo per lavorare di più, ma è esattamente quella fatta propria da personaggi chiave come Bonanni, che chiedono di votare si al referendum perché “il salario sarà più alto”, punto e basta. Che l’analisi di un sindacalista possa fermarsi a un metro da proprio naso è scoraggiante, ma quando questa coincide con quella di un imprenditore che in cambio di più soldi pensa di poter chieder qualunque sacrificio, fa gridar vendetta.

Le ultime righe per la Fiom e la sua capacità, sindacato operaio, di radunare attorno a se un movimento di realtà che con i metalmeccanici non parrebbero centrare un tubo. Le infinite dichiarazioni di sostegno in questi giorni confermano quella “alleanza” nata a Roma il 16 ottobre, dove a fianco del sindacato sfilarono gli studenti che si battono contro la pseudo riforma Gelmini, i terremotati dell’Aquila, il Popolo Viola, gli indipendentisti sardi, immigrati, pensionati, precari e decine di gruppi grandi e piccoli d’ogni forma e colore espressione della società civile, che non manifestavano per le rivendicazioni degli operai, ma per un modello di società contrario a quello che i Berlusconi e i Marchionne vogliono creare, di cui parole come lavoro, diritto, studio, dignità ne sono i fondamentali.

Perciò Giacomo Russo Spena può ben dire su Micromega che “Il referendum a Mirafiori non è solo una vertenza metalmeccanica, ma parla a tutti noi. Parla di difesa di dignità, di rispetto del lavoro, di diritti, di democrazia, di modello di società.”

l’opinione a 5 Stelle sui fatti**.

Chi è Alessandro Marmiroli (presentazione di Claudio Cavazzuti):

Alessandro Marmiroli, 23 anni, è consigliere di circoscrizione a Reggio Emilia per la Lista Civica 5 Stelle. Studente di Economia, è appassionato di storia contemporanea, storia locale e storia della Resistenza. E’ collaboratore della testa online reggio24ore.

Il suo blog 
http://alessandromarmiroli.wordpress.com/


**Nota dell’editore

Il Rasoio pubblica democraticamente opinioni provenienti da diverse parti politiche, allo scopo di favorire la discussione e il confronto civile. La redazione precisa che nessuno degli amministratori è iscritto ad alcun partito politico.



Da Pomigliano a Mirafiori: scontro nella roccaforte operaia.

A giugno dell’anno scorso cominciavano i mondiali di calcio e gran parte dell’Italia riscopriva l’entusiasmo azzurro: dopo aver vinto nel 2006 dovevamo quantomeno difendere ciò che avevamo conquistato di fronte al  mondo intero. Si riaccendeva così l’orgoglio nazionale, e si dimenticavano i problemi del paese per essere tutti più uniti in quella nuova sfida collettiva.

Mentre tutto ciò accadeva, nel silenzio e nell’ombra dove in pochi hanno il coraggio di guardare nasceva e cresceva il germe dell’azione Marchionne: le prime proposte di rinnovamento del gruppo Fiat venivano studiate ed esposte per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco (rimando ad un articolo scritto allora per chi volesse approfondire
http://ilrasoio.wordpress.com/2010/06/26/cosa-succede-a-pomigliano-darco/
). Per la prima volta dopo stagioni di conquiste si cercava di togliere diritti ai lavoratori in nome della produttività e dell’efficienza, valori che giungevano alle orecchie degli operai e degli italiani, accompagnati da una chimera che doveva spaventarli: la globalizzazione. “l’Italia è ormai inserita in nuovi scenari internazionali “, “le relazione industriali dovranno cambiare“, “dobbiamo competere con i salari dei cinesi e dei brasiliani“. Spesso i politici erano soltanto dei portatori di affermazioni generiche, che accrescevano la paura della popolazione, mentre il gioco veniva condotto ai piani alti dai vertici della Fiat e dai sindacati, che per la prima volta rompevano la tradizionale unità sindacale.

A Pomigliano ci fu il referendum per decidere le nuove condizioni di lavoro, e sappiamo com’è andata. Vinsero i sì, e il fronte dei no della Fiom fu consistente. Il sindacato metalmeccanico della Cgil predisse: “questo è l’inizio del metodo Marchionne che si estenderà anche agli altri stabilimenti”; e molti li denunciavano definendoli come “estremisti”, dicendo di essere troppo antagonisti, ideologici, sordi alle istanze della globalizzazione e delle altre parti sociali.

L’estate passava. Termini Imerese si dava per spacciato e nello stabilimento di Melfi crescevano delle tensione che l’azienda cercava di seppellire licenziando in tronco tre operai, stranamente iscritti alla Fiom. L’intervento di un giudice poi li reintegrava sul posto di lavoro.

Arrivava infine l’autunno. Le tensioni erano forti in tutto il paese, gli scontri si moltiplicavano in tutto il Vecchio Continente e non solo. E gli occhi erano puntati su Mirafiori, storico baluardo dell’industria italiana.

In questo stabilimento, nel cuore di Torino, lavorano 5.000 operai. Mirafiori è storia, un pezzo di Italia che è stato il centro del movimento operaio italiano, e il cuore dell’automobile italiana. Qui si sarebbe combattuta una grande battaglia, la più dura, tra Marchionne e la Fiom.

Veniva così presentato nell’autunno del 2010 un nuovo contratto di lavoro e approvato prima della fine dell’anno. Questo, sulla falsariga di quello presentato a Pomigliano d’Arco, richiede agli operai di lavorare di più, riducendo le pause di cui dispongono, ampliando il numero dei turni e richiedendo straordinari obbligatori. Inoltre ci sono provvedimenti restrittivi sulla malattia, sul diritto di sciopero e sulle regole della rappresentanza sindacale. Naturalmente per capire bene che cosa ci fosse scritto il quel contratto ci sono voluti giorni e giorni di giornali, telegiornali e approfondimento, e comunque non è stato facile arrivare a comprendere chiaramente la sostanza della questione, anche perché una netta contrapposizione tra le parti ha favorito più lo scontro frontale che la discussione: da una parte Marchionne, la Cisl e la Uil hanno chiesto la sottoscrizione senza se e senza ma, dall’altra la Fiom lo ha rifiutato in blocco. I primi hanno sostenuto che l’investimento è una condizione necessaria e indispensabile per mantenere aperto Mirafiori e quindi che il nuovo contratto di lavoro rappresenta un salto in avanti nei rapporti industriali; la Fiom invece sottolinea la volontà della Fiat di scaricare sugli operai il peso di nuove politiche che tolgono diritti acquisiti e che tutto questo fa tornare la fabbrica indietro di 30 anni. Chi avrebbe dovuto mediare la situazione è stato latitante o inconsistente, o è arrivato troppo tardi.  Il governo ha appoggiato la linea Marchionne senza intromettersi sostanzialmente nella questione; la segretaria della Cigl ha cercato una mediazione tra le posizioni della Fiom e della Fiat, fino a quando non si è resa conto di avere poco potere contrattuale di fronte all’azienda e così ha deciso di sostenere la battaglia di Landini (segretario della Fiom); il Pd, che già all’epoca di Pomigliano si era diviso esprimendo in parte posizioni a sostegno di Marchionne, in parte a sostegno della Fiom e in parte nell’interesse del paese, non è riuscito a trovare una sintesi e infine per non spaccarsi ulteriormente è rimasto su posizioni ambigue. Emblematiche sono le parole di D’Alema apparse in un’intervista del Corriere della Sera nelle prime settimane di gennaio “Non so se nel referendum di Mirafiori avrei votato sì o no, non sono un operaio della Fiat ed io quell’operaio lo rispetto”. Le uniche forze che sostengono con tenacia la Fiom per la tutela dei diritti dei lavoratori sono state l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia e Libertà. Il leader di Sel, Nichi Vendola, nei giorni più caldi dello scontro ha raggiunto gli operai di Mirafiori davanti ai cancelli dello stabilimento, azione criticata da tutto il resto della classe dirigente, forse perché se gli altri ci fossero andati avrebbero rischiato di ricevere insulti da una buona parte degli operai. 

Alla fine è stato indetto un referendum (13 e 14 gennaio) nella fabbrica per approvare o meno il nuovo contratto di lavoro, al quale sono legati gli investimenti che potranno garantire il futuro dello stabilimento. Molti hanno parlato di ricatto, a questo proposito, ed effettivamente credo che il ricatto ci sia stato. Spiego il perché. Non si è mai avuta la sensazione in questa vicenda che ci fossero possibilità diverse dall’approvazione dell’accordo o di un suo rifiuto, con conseguente morte di Mirafiori. E questo è avvenuto perché non c’è stato un dibattito concreto nel paese, che facesse emergere il problema e varie soluzioni praticabili. Inoltre le maggiori forze politiche se ne sono lavate le mani, contribuendo ad alimentare lo scontro a discapito di un confronto propositivo. Questa situazione ha indebolito i sindacati e li ha portati a spaccarsi, e così nessuno ha potuto contrattare con l’azienda soluzioni diverse da quelle da essa presentate. In tutto questo Sel e Idv sono state oscurate mediaticamente e ostacolate politicamente perché avverse alla politica di Marchionne, ed in ogni caso non avrebbero avuto la forza per poter mediare tra la Fiat e i sindacati. Così gli operai sono rimasti da soli.

Questo schema si ripete spesso in Italia, ed è legato principalmente alla mancanza di un’opposizione coesa a mio parere, che sia in grado di rappresentare una parte dei cittadini (di cui gli operai e la Fiat come azienda in questo caso sono l’esempio, altre volte sono gli studenti, i dipendenti pubblici, le piccole medie imprese ecc.ecc.). Sarà per questo che in molti miei articoli ritorna la critica al Partito Democratico, che dal momento che è il maggiore partito di opposizione, deve poi assumersi la responsabilità di quello che questo comporta. Giudicheranno gli elettori.

In ogni caso gli operai sono andati al voto in un contesto di tensione altissimo, che ha visto nelle settimane precedenti una fortissima contrapposizione tra i sindacati, con assemblee pubbliche, volantinaggi e discussioni accese davanti ai cancelli. A questo proposito riporto una serie di interviste che rendono bene l’idea della situazione nella quale si è andati a votare.



Ora ci si potrebbe chiedere come si fa a non votare sì a questo referendum in queste condizioni. Non è stata lasciata scelta ai lavoratori, e penso che molti che si sono espressi a favore lo abbiano fatto solo per paura di perdere il posto di lavoro. Ma vorrei sottolineare l’importanza della contestazione della Fiom. Questo sindacato ha dimostrato vitalità e coraggio, perché non si è sottomesso all’atteggiamento arrogante con cui Marchionne si è imposto nei confronti degli operai. Si è opposto, ha cercato altre strade, ha chiesto perché la Fiat in questi anni invece di investire gli incentivi pubblici in innovazione per costruire macchine dotate di migliori tecnologie (meno inquinanti, elettriche ecc. ecc.) abbia continuato con una produzione di bassa qualità. Se si fossero fatti questi investimenti forse oggi gli operai di Mirafiori non avrebbero dovuto affrontare queste condizioni di lavoro, forse sarebbero anche meglio retribuiti. In ogni caso la Fiom ha dimostrato di non avere un atteggiamento rinunciatario a differenza degli altri sindacati, di sapersi opporre a delle condizioni che rimangono in ogni caso alla luce della Costituzione ingiuste. Ha reagito alla situazione come gli studenti che non si sono arresi ai tagli, come quei politici che in mezzo a tanto schifo continuano a lavorare con senso di responsabilità, come tutti quei cittadini che ogni giorno lottano per affermare la loro dignità come uomini, e che rivendicano una vita degna di questo nome, che insomma non si arrendono.

Quando poi questo atteggiamento viene strumentalizzato e tacciato di antagonismo, estremismo, o di approccio ideologico, io penso che probabilemente chi sta usando queste categorie lo faccia perché non sa fare altro che prendere atto della realtà sulla quale non è in grado di agire, e arrendersi a chi è più forte. Forse queste persone confondono l’antagonismo con la contrapposizione, l’estremismo con la forza e l’ideologia con valore ideale. Landini e gli operai della Fiom hanno lottato e lotteranno per delle condizioni giuste, e sicuramente escono a testa alta da questo scontro, anche se questa battaglia è stata persa.

Enrico Monaco


PECCATI QUOTIDIANI – Avarizia, ovvero accumulo eccessivo, mancanza di generosità

Ma quale influenza. E’ stato un business – Otto mesi e mezzo dopo il primo caso di influenza A/H1N1 in Italia, la parola pandemia è scomparsa dall’agenda della paura della gente. Semplicemente perché gli scenari apocalittici che erano stati prefigurati sono evaporati. Duecento le vittime, secondo l’ultimo bollettino del Ministero della Sanità, con un tasso di mortalità dello 0,005%, ben inferiore allo 0,2% che si registra per la normale influenza. Passato lo spavento, a leccarsi i baffi sono i colossi farmaceutici, pronti ad annunciare al mondo utili da favola. Ricordate la corsa ai vaccini? Lo scorso 21 agosto il governo firmò con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi per 184,8 milioni di euro. Ma le vaccinazioni, anche nel periodo di massima allerta, hanno fatto flop; nel frattempo la consegna dei prodotti alle Regioni è naturalmente proseguita, fino a raggiungere la quota di 10 milioni di dosi distribuite. Ecco perché ieri, entrata in vigore la class action contro la pubblica amministrazione, il Codacons ha notificato un’azione collettiva al Ministero della Salute, in cui chiede di risolvere immediatamente il contratto con la Novartis, di restituire l’esborso ai 60 milioni di cittadini iscritti al servizio sanitario nazionale. L’affare l’hanno fatto soltanto loro, i big del farmaco. Novartis ha stimato in 700 milioni di dollari le entrate per la vendita del vaccino, in quasi 40 Paesi: l’utile 2009 del gruppo, che aveva subito un calo dello’8% nei primi nove mesi dell’anno (rispetto allo stesso periodo del 2008) schizzerà verso l’alto. Alla borsa di Zurigo, il titolo è aumentato del 43% tra marzo e dicembre. (da la Gazzetta dello Sport, 16 gennaio 2010)

Fiat: “Termini chiude, non siamo il Governo” – La Fiat non cambia idea su Termini Imerese, e i lavoratori si fermano. L’amministratore delegato del gruppo torinese, Sergio Marchionne, conferma le intenzioni della Casa: “Siamo il maggiore investitore in Italia, siamo un’azienda e abbiamo le responsabilità di un’azienda: non abbiamo le responsabilità di governare il paese, questo è un compito del governo”. (da la Gazzetta dello Sport – 15 gennaio 2010)

Gli incentivi salvano l’auto, Fiat avanza a tutto gas – Ancora un mese positivo per il mercato dell’auto: in dicembre gli incentivi hanno continuato a spingere le vendite di nuove auto in Europa, che sono aumentate del 16%. Gli incentivi alla rottamazione messi in campo dai governi dei principali Paesi europei hanno così impedito un tonfo delle immatricolazioni nel 2009. (da il Resto del Carlino, 16 gennaio 2010)


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