In questi giorni la Procura di Roma ha emesso una sentenza con la quale viene condannata la Fiat a riassumere 143 operai della Fiom, precedentemente licenziati. Con il progetto Nuova Fabbrica Italia infatti l’azienda di Torino aveva riorganizzato la produzione licenziando una parte del personale riassumendo, dopo aver modificato le condizioni di lavoro, solo 2.300 operai. Di questi nessuno dei riassunti era iscritto alla Fiom. In un paese civile la logica condurrebbe qualsiasi persona intellettualmente onesta a pensare ad un atto discriminatorio: così l’ha infatti ritenuto Anna Baroncini, magistrato che ha emesso la sentenza. Inoltre il giudizio nasce dall’applicazione di due decreti legislativi (il 250/2011 e il 216/2003) recepiti da direttive europee: si potrebbe dunque dire, in linea con le mode linguistiche in voga nel nostro paese, che “la riassunzione degli operai discriminati ce l’ha imposta l’Europa”. Ma l’Europa è buona solo quando si tratta di togliere diritti e tagliare lo Stato sociale, non quando interviene per tutelare i suoi cittadini.
La Fiom vince così una battaglia importante. Una vittoria che segna un riscatto per i diritti nel nostro paese. Uno schiaffo all’arroganza di Marchionne, che con un referendum un anno prima aveva chiesto ai lavoratori di rinunciare a diritti basilari (malattia, pause di riposo, sciopero, rappresentanza sindacale democratica) nel nome di qualche soldo in più in busta paga e degli investimenti necessari per rilanciare lo stabilimento. In questo clima di arroganza e veleni in tanti a destra, ma tristemente anche a sinistra hanno tifato o tacitamente approvato l’operato di Marchionne acclamato come capitano coraggioso. E anche ora che una sentenza condanna il suo operato come comportamento antisindacale una parte del mondo della grande impresa e del centro-destra pur di difendere quel modus operandi anti-democratico si scaglia contro la magistratura, dichiarando dannosa una decisione che interviene per punire un comportamento discriminatorio. Gianfranco Carbonato, Presidente dell’Unione industriali di Torino, commenta prudentemente ” Non so dire se sia il capitolo finale del rapporto tra Fiat e Italia. Di certo non sono cose che aiutano a migliorare l’affezione verso il nostro paese”. Sacconi più netto dichiara ” Il provvedimento è emblematico dell’anomalia che contraddistingue la giustizia italiana”. Il Giornale e Libero sostengono questa linea sparando a zero sulla magistratura, dipingendo l’azione di questa come strumentale e politicizzata. Queste posizioni sono scandalose, in quanto il centro-destra sostiene che la sentenza in questione, che applica in sostanza l’articolo 3 della Costituzione (sull’uguaglianza), rappresenti un’ingerenza indebita del potere giudiziario su quello economico. La libertà di impresa e la volontà di arricchimento insomma non devono in alcuni modo essere ostacolate da leggi che difendono la dignità dell’individuo. Ma poi nell’interesse di chi si sostengono queste posizioni? Se si facesse nell’interesse del Paese si potrebbe anche capire. Ma la Fiat è un’azienda che negli ultimi anni non ha investito in Italia se non a Pomigliano a condizione che gli operai si trasformassero da cittadini in schiavi della catena di montaggio; i suoi operai sono tra i meno retribuiti in Europa; è un’azienda che è vissuta per anni sulle spalle dello Stato e se oggi è ancora in piedi in mezzo ai giganti globali lo deve agli italiani. Ed infine è un’azienda che vive in gran parte sul mercato italiano, perché il legame che ha creato con il paese la sostiene.
Alla luce di tutto ciò è inaccettabile la politica industriale di Marchionne, che intende investire in Italia a condizione che il “modello Pomigliano” sia esteso alle altre fabbriche. Una follia per un paese industrializzato come il nostro dove la sottrazione dei diritti e del salario dei dipendenti non solo mette in discussione quel che resta della nostra democrazia, ma accentua la crisi economica. Infatti ad una contrazione del potere d’acquisto dei lavoratori corrisponde una riduzione dei consumi che crea un blocco dell’economia: se il ceto medio e le classi popolari non comprano beni, si riducono i posti di lavoro. Questo meccanismo è deleterio per la stessa Fiat che ha nel mercato italiano un pilastro consolidato. Ma in Europa vanno di moda l’austerità e il rigore, così alle cure Marchionne in campo industriale si sommano le manovre economiche realizzate sulla pelle degli italiani dal governo Berlusconi prima e da Monti poi. E poi ci parlano di crescita senza mettere in campo misure concrete. Tuttavia coloro che difendono il metodo Marchionne potrebbero dirvi che Pomigliano ha aumentato la produttività, l’innovazione tecnologica e ha abbattuto l’assenteismo. Verissimo, ma anche molti despoti del passato sono stati capaci di creare formidabili macchine da guerra. Anche in Cina ci sono fabbriche iperproduttive, ma qual è il prezzo di questa efficienza? La libertà e i diritti dei lavoratori, insomma i sacrifici li fanno sempre gli stessi e i benefici vengono distribuiti verso l’alto. Che cosa ci guadagna lo Stato, che cosa i cittadini? La storia ci insegna che con la paura e con l’autoritarismo si controllano le persone: infatti ora gli operai di Pomigliano vivono in funzione del loro lavoro. Si è così ribaltato il loro rapporto tra vita e lavoro, non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare. Si può definire cittadino una persona che vive questa condizione? Io lo chiamerei schiavo, piuttosto, perché ciò che distingue lo schiavo dal cittadino sono i diritti. E’ accettabile per un paese come l’Italia, che vuole stare fra i grandi del mondo, che appende striscioni sui diritti dell’individuo lesi all’estero nelle sue piazze, una condizione tale per i suoi cittadini? No, la Costituzione lo vieta. E’ utile per l’Italia dal punto di vista economico l’estensione del “modello Pomigliano”? No, il precariato diffuso e la mancanza di regole democratiche per il mercato del lavoro lo hanno dimostrato in questi anni. Allora ci si aspetterebbe che la classe politica dicesse chiaro e tondo che rifiuta questo modello, perché è incivile, reazionario e sconveniente dal punto di vista economico. Aumenta a dismisura le diseguaglianze concentrando il potere e la ricchezza nelle mani di un’élite transnazionale spietata e incontrollabile, lo stesso 1% che ha contribuito a generare la crisi che stiamo ancora vivendo. Possiamo accettare una Fiat che intende sfruttare ancora i vantaggi del passato e che allo stesso tempo non fa nulla per coltivare tale rapporto, non restitusce niente al nostro Paese dichiarandosi azienda multinazionale con le mani libere quando le conviene? No, è inaccettabile per l’Italia. Piuttosto che mantenere un’azienda così, che si sta solo trasformando in esempio di inciviltà e di ingiustizia sociale meglio chiuderne gli stabilimenti. Oppure lavorare sul piano politico per cambiarne i padroni. I tedeschi hanno già dimostrato interesse. Se il proprietario italiano si dimostra uno schiavista, sempre meglio un padrone tedesco: almeno loro un senso del diritto del lavoro ce l’hanno.








