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Movimento 5 stelle: antipolitica oppure no?

“In America Obama ha sconfitto la destra unendo il ceto medio, le classi popolari e alcune élites attorno ad un programma di riforma presentato attraverso una narrazione”.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad una campagna elettorale sotterranea e convulsa. I partiti maggiori sono legati da un problematico accordo che impone loro di collaborare al sostegno del governo Monti, e quindi non possono acuire lo scontro tra fazioni senza mettere a rischio la tenuta della maggioranza.  Per questo emerge drammaticamente l’inconsistenza della proposta politica dall’una e dall’altra parte: l’opportunismo di Casini che si allea con la destra e la sinistra a seconda di come tira il vento sui territori è l’emblema di questa realtà.

L’incapacità di queste formazioni di agire sull’esistente porta i cittadini a considerare tutte le forze politiche come simili, parti di un sistema-politica marcio, completamente incapace di riformarsi e quindi riformare il paese. Succede così che le proposte per tagliare i privilegi in Parlamento non vengono mai prese, le vicende Lusi e Penati si moltiplicano ogni giorno e il Movimento a 5 stelle, unica forza antisistema in campo, soffia sul vento della protesta usandolo come una clava contro la moribonda classe dirigente del Bel Paese. E le stoccate di Beppe Grillo fanno male, perché ormai molti commentatori e gli stessi politici di lungo corso si sono resi conto di quanto le vittorie crescenti di questa formazione possano minacciare il sistema del malaffare che ha condizionato fino ad oggi l’Italia.

Loro spaventati dalla possibilità di perdere il potere (e la poltrona) in uno spirito di conservazione contrario all’interesse comune, corrono ai ripari e lo fanno in un modo un po’ ambiguo: non ammettono che effettivamente serva un cambiamento serio nelle istituzioni a più livelli se vogliamo uscire dalla crisi; non propongono piani per la crescita o politiche industriali degne di questo nome, o per lo meno non sono in grado di farle comprendere ai cittadini (il che produce lo stesso risultato, visto che ciò che non viene mostrato nella nostra società non esiste); preferiscono continuare a vivacchiare e resistere, seguendo la massima andreottiana, senza fare scelte drastiche che permetterebbero a loro di diventare capaci di governare e all’Italia di risollevarsi.

In questo quadro il Movimento a 5 stelle che ha le mani libere da monopoli di potere diventa l’antipolitica; Beppe Grillo il demagogo di turno da paragonare a Mussolini, al primo Bossi o all’Uomo Qualunque. Grillo risponde che loro sono dei ladri, che hanno affossato l’Italia e devono andarsene e che non si può curare il malato con il virus della malattia stessa: difficile dargli torto.

Detto ciò io mi chiedo da cittadino se in un paese esasperato dalla crisi chi possa vincere in una simile contesa dicotomica: il Movimento a 5 stelle o la “politica istituzionale” (i partiti)? Chi può avvantaggiarsi se la contrapposizione si gioca su un piano così superficiale? Grillo ovviamente. Già Bossi con questi argomenti sfruttò l’onda di Tangentopoli, crisi solo italiana. E oggi che la crisi è sistemica e internazionale quanto carburante avrà il Movimento a 5 stelle da bruciare contro la vecchia politica? Illimitato.

Così si decide che è meglio mentire sostenendo che il Movimento a 5 stelle non ha proposte e vive di protesta. Una “stronzata universale” direbbe Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”. Anche la Lega aveva delle proposte (e sono ancora quelle e riscuotono ancora un certo successo): la devolution, la cacciata degli immigrati dall’Italia e l’attacco ai privilegi della Casta. Infatti la Lega nel giro di vent’anni ha conquistato una buona parte del Nord arrivando ad eleggere due governatori di Regione in Veneto e in Piemonte, due delle regioni più produttive d’Europa (con buon pace di certi grandi intellettuali di sinistra che li hanno sempre ritenuti degli imbecilli incapaci).

Il Movimento a 5 stelle -dico per tutti quelli che parlano a sproposito- ha un programma ben preciso, eccolo: http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

Io penso da uomo di sinistra che questa formazione politica abbia molte idee innovative e condivisibili anche dal centro-sinistra, come la raccolta differenziata spinta che permetterebbe di costruire industrie del riciclaggio, quindi posti di lavoro (ricordate la green economy?); oppure l’idea di creare un sistema di autogestione dell’energia tramite il fotovoltaico, così forse saremo meno schiavi dell’acquisto di energia dagli altri paesi (politica energetica!); ancora le proposte atte a colpire il conflitto di interesse e ad abbattere privilegi e stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione che gravano sul bilancio dello stato (tagli alla spesa pubblica!).

Questo per darvi un assaggio di ciò che questi cittadini propongono.

Secondo voi definire queste idee, di fatto trasversali, “ANTIPOLITICA” equivale ad una buona rappresentazione della realtà? Definire le migliaia di cittadini e di giovani (sono veramente tanti) che militano in questo movimento, che hanno contribuito, tra le altre, alla battaglia per il Referendum sull’Acqua, che attraverso i loro rappresentanti eletti hanno portato valide proposte politiche contro gli sprechi a livello delle amministrazioni locali, è giusto?

Secondo me no, è ingiusto e anche poco lungimirante. E chi etichetta come “antipolitica” questa espressione della democrazia  forse è troppo lontano da una realtà del Paese che dimostra di rispondere alla sofferenza della crisi in modo attivo e forse non condivide nei fatti così tanto il sistema “democratico”, come invece a parole si dichiara un fervente sostenitore della costituzione repubbicana.

Sono poi convinto che anche il Movimento a 5 stelle abbia dei difetti: il ruolo ambiguo di Beppe Grillo, che risulta essere un primus inter pares in un movimento che usa come slogan “uno vale uno”; la mancanza di un programma organico che dia risposte a temi come quello dell’immigrazione, della scuola, delle riforme istituzionali; l’eccessiva evanescenza che rifiuta il radicamento fisico sul territorio e la sua istituzionalizzazione (“noi non siamo un partito”); ed infine rapporti orizzontali fra i membri che rischiano di degenerare in anarchia se non c’è un controllo forte e democratico dal basso, o forte e verticale dall’alto (Grillo); infine il purismo e il populismo che spinge a definire tutti gli altri partiti uguali e corrotti: questo sarà funzionale per rubare consenso e puntare a rivoluzionare il sistema istituzionale, ma è un’approssimazione che produce il rischio concreto di delegittimare il ruolo della politica e delle istituzioni favorendo la distruzione totale dello Stato invece che il suo rinnovamento, come ha giustamente detto Di Pietro.

In ogni caso se la contrapposizione con il Movimento a 5 stelle viene giocata sul terreno dell’antipolitica, la perdita di consenso dei partiti tradizionali è quasi certa e queste amministrative potrebbero confermermarlo nuovamente, anche alla luce dell’astensionismo ai massimi storici in Italia. Nel caso di ballottaggi, poi, i candidati del Movimento a 5 stelle potrebbero addirittura far saltare il banco.

Mi auguro che il Pd, Sel e Idv capiscano prima o poi che il Movimento a 5 stelle non è un nemico da combattere a testa bassa, ma un avversario di tutto rispetto con cui dialogare, magari anche per sottrargli qualche buona idea e realizzarla.

Se invece prevarrà un testardo senso di appartenenza, come temo, che è quello che spinge i militanti di Sel ad attaccare indistintamente quelli del Movimento a 5 stelle, per difendere il loro leader (Vendola) dagli attacchi ricevuti, allora si favorirà come al solito il centro-destra e quella volpe di Casini, perdendo di vista i programmi e di conseguenza la politica reale. Se prevalessero queste spinte alla contrapposizione totale la sinistra italiana potrebbe rischiare di trovarsi nuovamente con una sconfitta pesantissima in tasca, nel caso in cui dall’altra parte riuscissero a ricompattarsi. Monti o Montezemolo sono lì in pole position per diventare il sistema di filtraggio della faccia sporca del berlusconismo.

Dunque il mio invito è quello di guardare meno alle contrapposizioni personali (Grillo/Vendola, Grillo/Di Pietro e Grillo/Bersani) e di più alle proposte politiche. Spero che i militanti del Movimento a 5 stelle riescano ad andare oltre certi slogan che generalizzano e semplificano troppo per cercare di capire le differenze che di fatto esistono tra gli altri partiti: il dialogo con la base dei partiti tradizionali è la cura migliore; invito poi Sel e Pd a valutare senza pregiudizi l’azione e il programma del Movimento a 5 stelle e a dialogare con loro: forse scoprirebbero che ci sono molte più cose che li accomunano di quelle che li dividono. Infine invito tutti a riflettere su quanto la minaccia di un ritorno al potere della destra trascinerebbe il nostro Paese ancor più verso il fondo del baratro, e a smettere di combattere battaglie intestine per costruire un’alternativa credibile, forte e unitaria che possa indicare una strada diversa per uscire dalla crisi del capitalismo contemporaneo.

La speranza e l’unità sono le uniche lanterne con le quali possiamo orientarci nel dibattito politico odierno se vogliamo costruire qualcosa che resti: se le spegniamo rimarremo da soli in una guerra di tutti contro tutti, agevolando il comando di un uomo forte come Monti. È questo quello che vuole il popolo del cambiamento?


A quelli che studiano troppo e del resto se ne fregano

Rileggendo un magistrale articolo di un mio caro amico http://ilrasoio.wordpress.com/2011/04/11/a-quelli-che-rompono-i-vetri/ nel quale scrive ai ragazzi del Liceo San Carlo e lascia a loro qualche insegnamento che quel periodo e che quella scuola gli hanno portato, ho sentito il desiderio di scrivere anche io agli studente del Liceo Muratori.

E in particolare vorrei rivolgermi ad una categoria di questi che il titolo dell’articolo cerca di identificare.

Quando si esce da quella scuola e si entra nel mondo dell’Università cambiano molte cose, sicuramente muta il sistema di riferimento nel quale ti trovi a vivere. Può essere un momento di crisi; un momento di gioia per alcuni; per altri invece può trasformarsi nello smarrimento totale.

E se ti perdi dopo aver fatto una scuola come il Muratori, che tutti esaltano per le sue doti preparatorie- “Il latino e il greco ti aprono la mente”, oppure “chi esce di qui formerà la futura classe dirigente”, o anche “non c’è nessuna scuola superiore a Modena che possa competere con il Muratori”- allora il primo sentimento che ti prende è la rabbia.

Poi capisci, con il tempo, che la tua scuola è sopravvalutata. Non è che non sia all’altezza del compito formativo che si pone: riconosco io stesso che la preparazione che ti dà effettivamente garantisce una marcia in più in qualsiasi campo in cui uno voglia cimentarsi. Però la troppa retorica che avvolge e sospinge il nome del nostro istituto cela i suoi difetti. Infatti parlare male del Muratori al Muratori è un tabù che costa caro: provateci e scoprirete che è vero.

E cosa non ti insegna questa scuola? Non ti insegna a vivere in mezzo alle persone, non ti insegna a confrontarti con la sterminata quantità di differenze che il mondo globalizzato ci presenta ogni giorno. Non ti insegna la curiosità per ciò che non rientri nelle materie di studio (salvo qualche eccezionale insegnate che si riesce magistralmente a riattualizzare il pensiero classico). Non ti insegna ad essere un cittadino che oltre a sapere declinare bene l’aoristo fortissimo di baino, sappia anche distinguere la linea editoriale della Stampa da quella del Corriere della Sera. Non ti insegna che Modena è soltanto una città provinciale e non ti dice con onestà che il mondo latino e greco sono solo una parte del mondo della conoscenza.

L’elitarismo nel quale si formano i muratoriani, ostacola un confronto alla pari con i ragazzi e le ragazze che fanno altri studi. La supremazia del pensiero, svilisce la conoscenza della tecnica (il sapere fare): e poi ti trovi che non sai cambiare una lampadina se si rompe, ma in compenso sai cosa pensa Aristorele della metafisica.

Il Muratori sembra guardandolo sia dall’interno che dall’esterno una cittadella fortificata, un oppidum,  dentro cui vigono valori e criteri di selezione che non sembrano essere influenzati dal mondo esterno. Al primo posto c’è lo studio, nozionistico e attinente alle materie che il programma prescrive. Al secondo c’è la moderazione dello spirito: i comportamenti estrosi sono guardati con molta diffidenza, segni dell’eresia che può turbare l’ordine costituito e quindi da tenere sotto controllo. Infine c’è l’appartenenza identitaria: lo studente del Muratori nel bene e nel male si sente parte di un Noi (e questa è la cosa più bella che rimane a distanza di anni). Insomma sembra che lo spirito gesuità dell’istituto non lo abbia abbandonato.

Però poi il Muratori non dura tutta la vita, anche se ci sono i nostalgici della scuola che non riescono a rassegnarsi a questa realtà. E prima o poi bisogna andare nel mondo, conoscere quelli che andranno a fare gli operai, i ragionieri e quelli del tecnologico, che hanno un altro modo di ragionare.

E cosa succede in quel momento? Che le regole apprese lì dentro non valgono più in toto. Può succedere che qualcuno ti derida perché sei troppo erudito in conoscenze trascendenti, può succedere che tu non abbia l’elasticità adatta per studiare Lingue, o per confrontarti con Ingegneria. Può succedere che lo schema impostato e il sentiero che fino a ieri qualcuno aveva tracciato per te con precisione maniacale non ti consentano di sviluppare l’autonomia necessaria per camminare da solo: e allora sei alla ricerca di un nuovo maestro che ti dica cosa fare e tu da bravo scolaretto a dire sì, eccomi, con il sorriso sulle labbra. Finalmente, ecco ritrovata quella dimensione liceale perduta.

Quello che penso è che se si vuole essere veramente all’altezza delle aspettative che questa scuola crea negli studenti non si può studiare e basta. Non è sufficiente imparare la lezione a memoria. Non si può sapere a menadito i poeti alessandrini e non sapere che cos’è il welfare state o da chi è composta la coalizione di governo del momento. (Voi lo sapete?)

Insomma a tutti quelli che pensano di essere dei gran bravi studenti perché leggendo la pagella vedono scritti gli 8 e i 9 vorrei dare un avvertimento: usciti di lì quei voti vi serviranno relativamente e dovrete guadagnarvi la pagnotta in un mondo più difficile e spietato, dove molto spesso non esiste un ordine costituito come la Preside che ha potere di vita e di morte.

Quindi, posto che lo studio è la base fondante della conoscenza, chiedetevi anche a cosa serve quello che state studiando e cercate di finalizzarlo verso la vostra passione, ciò che vi rende vivi: perché ne ho viste tante di persone che sono andate a fare Economia e Giurisprudenza a Modena perché così erano convinte che avrebbero trovato il lavoro, e adesso non se la passano molto bene.

Dunque uscite di casa, girate per le vie della vostra città. Ogni tanto prendete il treno e andate fuori dall’Emilia. Coltivate passioni esterne non necessariamente utili o remunerative. Ampliate i vostri orizzonti.

Tutte queste cose vi saranno molto più utili un giorno quando dovrete scegliere che cosa fare nella vita, mentre il greco per quanto possa aprirti la mente rimane sempre una lingua morta (e questo lo ha decretato la storia).

P.s.

Se siete della categoria di quelli che se ne fregano leggendo questo articolo probabilmente starete sorridendo beffardamente e pensando a qualche vostro amico, perché sono sempre gli altri in difetto anche quando i mali ricordati ci sono molto familiari. Ma non preoccupatevi l’articolo non è dedicato solo a voi, voi cambierete difficilmente. In realtà ciò che mi ha spinto a scriverlo è quella minoranza che frequenta quella scuola con umiltà, fantasia e riusce a coniugare i suoi interessi con lo studio: a loro sono dedicate queste parole, perché gli siano d’aiuto nel percorso che vanno ad intraprendere.

A Valentina, Eugenia, Veronica, Caterina e Mariateresa.


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


Modena, la pericolosa (di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti)

Svelati i sorprendenti risultati dell’indagine sulla percezione della sicurezza in città da parte degli studenti.

di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti

Recentemente sono stati pubblicati i dati di un’indagine effettuata in occasione di un percorso sulla legalità realizzato dal Ufficio Politiche per la Sicurezza, in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione del Comune, negli anni 2008 e 2009 all’interno Istituti d’Istruzione Secondari di Modena. Il campione è costituito da 694 studenti di ambo i sessi (con leggera prevalenza femminile) iscritti agli istituti professionali, tecnici e ai licei della città, e provenienti da Modena e provincia. I quesiti sono stati posti sia a studenti di origine italiana sia da studenti di origine straniera.

Andiamo quindi a vedere nel dettaglio i risultati.

Ebbene, oltre il 50% degli intervistati ritiene che Modena sia una città “poco” o “per niente” sicura, mentre solo il 42,6% la considera “abbastanza sicura”. Gli studenti di origine straniera propendono al contrario per “abbastanza sicura” (61,5%, contro 32,1% “poco sicura”).

La causa del pericolo percepito viene individuata dagli studenti di origine italiana principalmente nella “presenza di stranieri” (43,7%), segue la “presenza e spaccio di droga” (33,7%), la “presenza di tossicodipendenti” (28,1%) e di “gruppi che disturbano” (22%); il 18,7% dei giovani intervistati ritiene inoltre che non siano sufficienti i controlli da parte delle Forze dell’Ordine. L’impressione che non ci siano sufficienti controlli da parte delle Forze dell’Ordine riguarda prevalentemente gli studenti italiani (20,2%), rispetto a quelli stranieri (10,3%).

Nonostante la dominante percezione di insicurezza, la stragrande maggioranza degli intervistati (82,3% nel 2008 e 79,5% del 2009) dichiara di “non aver subito reati nell’ultimo anno”.

Solamente la metà degli studenti di origine italiana pensa che essi “debbano avere la possibilità di mantenere le loro tradizioni” (51,2%) e “possano avere loro luoghi di culto” (52,5%), e meno della metà sul fatto che “è giusto che dopo un po’ di anni l’immigrato che vive in Italia abbia il diritto di voto per il Sindaco” (48,6%); sui medesimi tre quesiti le percentuali aumentano di oltre venti punti quando gli intervistati sono di origine straniera.

Più di due studenti italiani su tre sono d’accordo sul fatto che “l’aumento dell’immigrazione favorisce l’aumento della criminalità” (67,3%), mentre una percentuale decisamente inferiore (44,6%) degli stranieri concorda su questo punto.

Confrontando infine quanto emerso dall’indagine di cui sopra con i risultati di una indagine analoga effettuata su intervistati adulti nello stesso periodo, si evince che la percezione di insicurezza è più diffusa tra i giovani modenesi (52,6%) di quanto non lo sia tra i concittadini adulti (37,7%).

Dai dati presentati (qui riassunti per esigenze di spazio), emergono tre principali elementi: il primo è che la maggioranza dei giovani di origine italiana ritiene Modena una città pericolosa, e attribuisce il sentimento di pericolo con forte prevalenza al fenomeno migratorio; il secondo punto fondamentale è che il pericolo è percepito ma non realmente sperimentato, poiché la stragrande maggioranza degli intervistati dichiara di non aver subito reati e quando subiti, trattasi di piccoli furti; infine risulta assai indicativo il fatto che l’insicurezza serpeggia soprattutto fra i giovani, mentre la generazione dei genitori si sente notevolmente più sicura.

Tutti sappiamo che il terreno sul quale si giocano la maggior parte delle campagne elettorali è da varie tornate proprio il tema della sicurezza.  Di minore impatto sono risultati di volta in volta gli altri punti proposti nei programmi elettorali: lavoro, tasse, diritti, sanità, istruzione, ambiente. L’asso nella manica (ormai anche abbastanza ritrito) per vincere le elezioni rimane sempre la sicurezza, basta giocarselo nell’ultima settimana di campagna per assicurarsi un seggio in giunta o in Parlamento. Proprio in virtù di questa considerazione i dati pubblicati si caricano di un’importanza cruciale, perché indirettamente essi rappresentano un sondaggio elettorale, oltretutto proiettato nel futuro prossimo, data l’età degli intervistati che saranno chiamati a votare in massa e –perché no- ad essere votati fra pochi anni. Ciò che sconcerta è il fatto che nessuno intervenga a ricordare un concetto banale, e cioè che la sicurezza non rappresenta una causa, ma la naturale conseguenza di un’economia florida, di rapporti di lavoro ben normati e funzionanti, di un sistema equo di tassazione, della più ampia estensione dei diritti, di una giustizia funzionante, etc… Pare invece che per i politici dall’occhio lungo e per i loro disinformati elettori lo stato di “sicurezza” dei cittadini non sia il punto di arrivo ma quello di partenza, come se si potesse tranquillamente vivere con un tasso di disoccupazione giovanile al 29%, ma l’importante è stare sicuri. I dati ci dicono che molti richiedono più polizia, come se lo stato di sicurezza dipendesse dallo stato di polizia e non dallo stato sociale.

Non so quanti come noi, indipendentemente dal colore politico cui si è legati (sempre che la politica abbia mantenuto un colore e non sia invece sbiadita in un desolante omogeneo grigiume), abbiano avuto questa sensazione negli ultimi anni, quella cioè di essere tutti su un aereo in volo instabile sopra all’oceano. La voce del capitano ogni tanto interviene a tranquillizzare i passeggeri che le turbolenze sono solo momentanee e che all’arrivo il tempo è ottimo. Le turbolenze però non si placano, anzi aumentano, finché un passeggero preoccupato ed esasperato apre la porta della cabina di comando e…è vuota! Fantozziano.

E’ possibile che questa metaforica cabina di comando ci sembri vuota, perché i temi con cui si vincono le elezioni non sono quelli che poi forniscono risposte reali e prospettive concrete per combattere e superare la crisi? Il tema della sicurezza viene accompagnato sistematicamente alla difesa contro l’immigrazione e la criminalità, come se i due fenomeni fossero in un rapporto assolutamente necessario.  Come è possibile che Paesi come la Germania, con un immigrazione decisamente più massiccia della nostra registrino un tasso minore di criminalità? Perché l’Italia deve subire continui richiami e delegittimazioni dall’UE su questi temi? Proprio di questi giorni è l’ultimo monito del Commissario del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, che esorta l’Italia a “sviluppare con vigore le disposizioni del codice penale relative ai reati di matrice razzista per arginare il continuo uso di slogan razzisti da parte dei politici”.

La nostra personale impressione su queste tendenze è che il concetto di insicurezza percepita venga spesso scambiato con quello di incertezza reale. L’incertezza di un futuro soprattutto, quando si parla di giovani. L’incertezza, per non dire la profonda sfiducia, cha accompagna la ricerca di un lavoro congruo alle proprie aspettative, l’incertezza di poter effettivamente migliorare la condizione propria e, più in generale quella del territorio di appartenenza. L’incertezza, così difficile da combattere proprio perché dipende da cause molto sovraordinate al singolo individuo, viene trasferita sul piano della ricerca di sicurezza, di difesa personale, di esigenza di legalità in una città che, se confrontata ad altre metropoli europee, è di fatto un morbido Eden. Complici di questo transfert sono i media, che –basta leggere i titoli dei quotidiani locali- sono inzeppati di cronaca nera, indipendentemente dalla gravità dei reati e dall’effettivo rilievo di altre notizie. L’incertezza di cui si parla è ciò che negli ultimi anni ha sostituito tutti i sentimenti di segno opposto che caratterizzavano la coesione sociale, storicamente forte in tutta l’Emilia, e che avevano come matrice la solidarietà, l’impegno politico, la partecipazione civile o religiosa. Come sostiene Zygmunt Bauman, recentemente intervenuto al Festival della Filosofia, viviamo circondati da individui insicuri e abbiamo tradotto questa insicurezza in indifferenza, irritazione e diffidenza.

Si può dunque cavalcare questo grande equivoco seguendo quei politici (la stragrande maggioranza, da ambo le parti)  che fanno leva sulle percezioni o sulla disinformazione piuttosto che sulla realtà provata dei fatti. Si può contribuire al contagio di questo modo di interpretare e vivere la realtà. Si può anche stare a guardare, sperando che qualcosa succeda.

In ogni caso, per chi volesse invertire questa assurda tendenza, il primo passo è acquisire una fondamentale consapevolezza: cominciamo a pretendere verità, risposte e soluzioni dalla politica; cominciamo a pretendere certezze, non sicurezza. Quella arriverà dopo, e arriverà matematicamente come in un’equazione, quando il maggior numero di persone, attraverso degli interventi strutturali sull’economia, avranno la possibilità di lavorare, di vivere dignitosamente la propria esistenza e magari di immaginare che sia possibile realizzare una o due delle proprie aspirazioni.

In questi giorni convulsi fra mercati, grandi manovre e tentativi di risanamento la domanda che è necessario porsi è: stiamo andando in questa direzione?


Dialogo tra generazioni (di Luca “Bax” Bassoli)

Dopo l’abbondante cena uscimmo tutti dal ristorante per la consueta sigaretta. Un gruppo di motociclisti pronti a risalire in sella per tornare alle loro case. Era stata una bella giornata, fatta di pieghe e risate, piena di parole e sfottò, tra i veterani ed i più giovani centauri. Uno in particolare, soprannominato Musica dagli amici motociclisti, aveva calcato la mano per tutta la serata. E non sembrava voler mutare atteggiamento nemmeno ora…

“Eh, quando ero giovane io… Noi sì che ci facevamo in quattro per la famiglia: si lavorava anche 12 ore al giorno per dare un futuro ai figli. Lavoravo il sabato e non ho mai fatto mancare nulla alla mia famiglia. Tutte le estati li portavo al mare, anche per tre settimane. Negli anni 70 ed 80 mi sono costruito quel piccolo gruzzoletto con il quale, ora, ho comprato 3 case: una per me e mia moglie e due appartamenti per i miei figli. Gli ho dato un futuro io! E loro adesso non riescono nemmeno a pagare le bollette, mi tocca dargli una mano ancora oggi che hanno quasi trent’anni… Che generazione che siete! Volete studiare, paghiamo l’università e dopo una laurea non siete nemmeno buoni a farla valere. Se non ci fosse stata la mia generazione che ha imparato cosa vuol dire lavorare, risparmiare, tenere duro: oh, ma noi abbiamo conosciuto davvero la miseria, invece Voi state dilapidando i risparmi che con fatica e devozione la nostra generazione ha messo da parte. Sapete fare tutto con i computer, internet, mail e quelle cazzate lì… poi nemmeno riuscite trovarvi un lavoro che c’entri qualcosa con quello che avete studiato. Voi… voi… voi… se non ci fossimo stati noi… noi… ”.
“BASTA!”.
L’eco di quelle parole era irritante. Non riuscivo a sopportare oltre quelle ingiurie che, pur venendo da una persona anziana e rispettabile, mi suonavano come una beffa da mandar giù insieme alla sconfitta della mia generazione. Perché aveva ragione. Ma c’erano delle cose che non aveva preso in considerazione in quel suo bel discorso: anche Loro avevano delle colpe.
Musica ora mi guardava stupefatto. Di certo non si aspettava quella mia reazione: in fondo mi considerava uno senza spina dorsale come tutti quelli della mia generazione, almeno questo era il pensiero che aveva appena espresso così chiaramente. Aspirava la sua sigaretta in attesa delle mie parole. Forse era interessato al mio punto di vista, che di sicuro non aveva mai preso in considerazione…

“Se non ci foste stati Voi non saremmo nella merda adesso! Avete creato Voi questo sistema. La vostra generazione ha votato e fatto crescere quell’ammasso di gentaglia che siamo abituati a chiamare politici. Avete fatto del lavoro nero il vostro cavallo di battaglia e, senza pagare tasse, avete accumulato piccole ricchezze… ”.
E qui il volto dell’anziano si fece rosso di vergogna. Tentò di ribattere ma non gli concessi spazio…
“Forse era normale ai tuoi tempi fare lavori in nero, lo facevano tutti, perché tu no? L’Italia viaggiava bene negli anni 70 e 80, era una mucca piena di latte da mungere il più possibile, giusto? Bene. Adesso è arrivato il conto di quel latte. E chi c’è a pagare? Di sicuro non voi, che siete nello status di pensionati; una pensione che vi siete sudati, non lo nego. Ma è uno status che NOI nemmeno vedremo! E questo perché? Perché il mercato del lavoro offre solo posti precari, contratti co.co.co., contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi… ”.
Musica per la prima volta aveva abbassato lo sguardo: forse stava mettendo in discussione alcune delle sue certezze sulla mia generazione. Ma non voleva darmela vinta…

“Ora però è tutto in mano a Voi. Potete cambiare quando volete questa situazione”.
“Troppo facile dire così! Come prima cosa nulla è in mano a noi: nel sistema che avete creato tutto è in mano a persone dai 60 anni in su; non ci avete dato spazio, soffocando una generazione che ora è allo sbando. Voi che dite tanto, ma avete mai fatto autocritica?”.
“Ho lavorato tutta la vita per i miei figli e…”.
Lo interruppi subito: “Vi siete guardati le scarpe tutta la vita, lavorando senza pensare al sistema che si stava istaurando e, quando avete alzato la testa e visto il mostro da Voi creato, avete addossato le colpe alle nuove generazioni. Ma noi che colpe abbiamo?”.
Finalmente aveva capito: non c’erano ne vincitori ne vinti. Qui non si trattava di capire chi avesse più colpe, qui bisognava fare qualcosa per cambiare le cose.
Guardò la platea di amici motociclisti che aveva assistito alla conversazione e concluse…

“Allora prendete i frutti dei nostri sforzi ed usateli per correggere i nostri errori”.
“Così mi piaci. Ma a questo punto per cambiare questa situazione sai di cosa c’è bisogno?”.
Musica mi guardò, con lo sguardo compiaciuto di un brigante preso poco prima della frontiera, e rispose: “Ormai sono troppo vecchio per la rivoluzione”.


Se la testa della Fiat va a Detroit.

Da quando ho preso la patente uno dei miei desideri  più grandi è stato comprare l’automobile dei miei sogni: un mostro meccanico versatile, capace di correre a velocità sostenute e di espellere carburante pulito. Una macchina non troppo grande e quadrata, con la quale si potesse arrivare ovunque e che soprattutto non mi desse l’ansia di pensare “Oddio, se si graffia!!! Oddio se si rompe!!!”.

Più volte ho sognato ad occhi aperti di guidare per le strade di Modena l’auto del commissario Montalbano; quella bestia elegante e semplice che nei film schizza nevrotica per i paesini siciliani o si aggira tranquilla come uno squalo su lungomari da mille e una notte.

Una Fiat. Certo, la comprerei subito. Così potrei sostenere l’economia italiana, contribuirei direttamente al lavoro di centinaia di famiglie italiane. Insomma sottolinerei economicamente e socialmente il legame che mi lega al mio paese.

Succede spesso che la parte sognatrice di me venga poi spesso raggiunta da quella realista, che malignamente la affianca sussurrandole informazioni ciniche all’orecchio, come ad esempio ” Ma quale contributo all’economia italiana!!? Ormai le Fiat le fanno tutte in Brasile e in Polonia. Hanno chiuso Termini Imerese, hanno ridotto gli stabilimenti storici, hanno distrutto il contratto nazionale di lavoro. Al massimo se compri una Fiat fai bene a Marchionne e alla famiglia Agnelli!!!”

Sì, è tutto vero. Quando compri una Fiat la maggior parte dei tuoi soldi li consegni all’amministratore delegato e al profitto dell’azienda. Solo una piccola parte va agli operai e viene spesa per tutte le tutele che è giusto che abbiano.

Se fossi cinico e individualista smetterei di desiderare una Fiat e comincerei a pensare a una Toyota. Ma siccome non lo sono continuo a pensare che valga di più Montalbano, gli operai di Mirafiori e Pomigliano, e quelli degli altri stabilimenti sparsi per il mondo, gli Agnelli e lo Stato che hanno investito un sacco di soldi in questa azienda. La Fiat è legata a doppio filo con l’Italia per migliaia di motivi, che le hanno permesso di non essere travolta dalle centinaia di ingiustizie subite dai suoi operai: l’appoggio avuto dalla società italiana ha consentito a quest’azienda di sopravvivere pur essendo in passivo e di trovarsi ad essere una delle più grandi case automobilistiche nel mondo. Legame che la rende un’azienda italiana, tanto da chiamarsi Fabbrica Italiana Automobili Torino; le sue radici quindi sono a Torino e in Italia. E come ad una figlia la propria madre permette i peggiori errori, così il Bel Paese ha permesso al Lingotto le peggiori porcate, perché non è conveniente per una mamma italica cacciare il proprio sangue da casa.

Ma cosa succederebbe se la Fiat volesse andarsene di sua spontanea volontà? La scusa della globalizzazione e della crisi finanziaria si è rilevata un ottimo argomento per informare la mamma della possibilità che questo avvenga. Del resto Marchionne ha puntato molto sul gemellaggio finanziario con Detroit, e gli Stati Uniti, che sicuramente usciranno prima di noi dalla crisi, offrono più garanzie di sviluppo ad un’azienda automobilistica candidata a sopravvivere nella Grande Tempesta che sta scuotendo le 4 ruote. Già si parla di avamposti americani e brasiliani come mutamento globalizzante, sempre assicurando agli italiani che la testa rimarrà in Italia.

Ma cosa vuol dire che la testa rimarrà in Italia? Di solito si dice che la testa di un’azienda sia dove ha sede legale e dove si fa ricerca. E al momento questo avviene in Italia. Però in un contesto in cui da un giorno all’altro gli operai di luoghi storici come Mirafiori si sono ritrovati con un contratto da secondo mondo, in spregio ad una vita dedicata al lavoro e alle conquiste per le quali sono morte migliaia di persone, mi chiedo quanto sia credibile garantire che la testa rimarrà in Italia? Cari cittadini vi informo che se la sede legale passa in America, le tasse la Fiat le pagherà là.

Quindi vorrei dire a tutti i fan da stadio della teoria Marchionne, la quale sostiene l’inevitabilità dello smantellamento del contratto collettivo in onore alle logiche globalizzanti, di smetterla di pretendere la resistenza alle stesse logiche di internazionalizzazione selvaggia, allo scopo di mantenere la Fiat in Italia. Questo è un atteggiamento tipico dell’italiano furbo o insicuro: un po’ di qua e un po’ di là. Così ci ritroviamo ad avere chi predica la bellezza della globalizzazione, salvo poi sottolinearne la mostruosità quando i suoi effetti ricadono negativamente sul proprio portafoglio.

Sappiano tutte queste persone, che non si sono opposte allo stupro di diritti condotto da Marchionne, che si sono resi complici di quella logica selvaggia che vede tutto in funzione dell’ottimale svolgimento del mercato. Secondo questa lettura non è giusto nè possibile mantenere la Fiat in Italia, perché l’azienda può realizzare più utili altrove. Quindi non si lamentino nel caso la testa vada a Detroit, perché quando si accetta la globalizzazione e la si usa come panacea per ogni male, può succedere che si rimanga travolti (gli esempi sono migliaia). Se si accetta il libero mercato senza regole etiche non c’è spazio per gli aiuti permanenti dello Stato, non c’è spazio per la storia e l’appartenenza in nome delle quali si continua a vendere auto italiane nel nostro paese.

Non so come andrà a finire. Io spero da italiano che la Fiat rimanga in nel nostro paese, che si rinnovi completamente dalla testa ai piedi, cioè dall’amministratore delegato all’ultimo degli operai di Pomigliano. Perché i soldi non bastano a fare grande un’azienda, serve anche la stabilità che viene data dalla storia, dall’appartenenza e dal lavoro reale (non dai giochini in borsa che moltiplicano il capitale).

Se la Fiat sceglierà di distaccarsi dalla sua storia, sputando su due delle lettere che la compongono la I e la T, per entrare nel paradiso artificiale delle multinazionali che volano sopra i governi mondiali sarà sola a combattere tra giganti spaventosi. Se invece chiederà al suo paese umilmente di sostenerla in questa lotta, allora combatterà con un’arma in più che sul lungo termine potrà fare la differenza: il valore aggiunto di un intero paese.

Io per parte mia spero di poter arrivare a comprare una Fiat con i miei soldi, prima di dover ripiegare su una Toyota e accodarmi alle file già numerose dei fratelli italiani vendicativi che vogliono la morte dell’azienda.

Enrico Monaco


Il Peccato Originale cap.5: Sogno o son desto?

Un giorno capiranno, Gabriele.

Non sono sicuro, Signore, che questa punizione potrà mai essere compresa.

Il mio disegno non sempre può essere capito.

Certo, Signore, è il tuo ordine.. la prossima volta però potremmo essere meno crudeli?

Devi proteggerli dal mondo che Gli hanno concesso di creare, Gabriele, non da me.

I nostri figli, Eva…

Frasche e foglie di alberi morti. Il vento suona campi di prati al cloro. Si puo’ descrivere il sapore di un profumo senza cadere nell’abisso? ….Sono morti anche questi odori.

Salgo scale intermittenti che, ingannevoli, paiono già viste e percorse. Profumo di cedro e sensazioni offuscate trasportano davanti ai miei occhi immagini di qualcosa che ancora non esiste: corpi smembrati lottano per una causa a loro ignota, ma la fedeltà al loro Re li guida incondizionatamente; li vedo seguire bandiere che cambiano suono al modificarsi del vento.. vedo carni masticate dalla bramosia di possedere e mani che si alzano per ricadere sporche nel piatto vuoto; occhi che si volgono stanchi al sole e si abbassano quando ormai non c’è più luce sulle terre; vedo disordine e desolazione.. vedo dolore e imperfezione.. e di fronte a questo vedo indifferenza e rassegnazione.. ma quando si legge sulla roccia la parola silenzio vedo terrore e il mio fallimento..

Non è profumo di cedro questo, è profumo di sangue.

Sangue rappreso. Vecchio. Dimenticato. Abbandonato. Esiliato. Punito.

Rubini color fumo luccicano sotto la mia mano. Colori offuscati dalla polvere che zuccherina si scioglie sulla punta della lingua. Ebano e Cristallo suonano ora la danza arcana della mia dannazione. Ferro. Ferro e rame intorno a me, ne posso riconoscere il gusto. Cerco di aprire veloce le palpebre per abituarmi alla luce verde acido che mi avvolge. Sagome arancioni e voci.. voci ovattate che tentano di arrivare al mio udito invano.

I nostri figli, Eva… Hai ucciso tutti i nostri figli….


Dietro la mascherina – Part 2

Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati innocui giocattoli.

TEPCO, qualcuno di voi l’ha già sentito nominare? Probabilmente solo negli ultimi 15 giorni e molti di voi la penseranno come un’entità relativamente giovane.  Per quanto possa sembrare noioso a colpo d’occhio, credo che la storia di TEPCO (Tokyo Energy Power Company) possa rivelarsi straordinaria per comprendere meglio lo scenario che potremmo vivere in prima persona dopo il referendum del 12 giugno. TEPCO nasce nel 1985, prendendo subito piede e diventando una potenza nipponica nel campo dell’energia nucleare. Prezzi bassi, costi di manutenzione contenuti perché assicurati da controlli quasi giornalieri e soprattutto altissimo riguardo per i costi di raffreddamento della centrale. Questo almeno lo scenario che i dirigenti buttano fuori dalle 4 mura della struttura di Fukushima e fanno ingurgitare al popolo nipponico che resta sotto a bocca aperta come una massa informe di zombies. Ma nel 2002 accade qualcosa di grosso, che viene (notare le affinità fin da subito) minimizzato e oscurato da scandali e gossip tirati fuori ad hoc sulle altre compagnie energetiche. Potremmo chiamarlo il primo scandalo sicurezza, 4 dirigenti e molto personale tecnico vengono fatti sparire per aver falsificato i dati di ispezione degli ultimi 10 anni. Sento odore di Italia… Non finisce qui, ovviamente. Nel 2006 arriva in tutta tranquillità il secondo scandalo sicurezza che investe la qualità del lavoro stesso e la sicurezza dell’intera zona di Fukushima perché le temperature di raffreddamento vengono tenute dal 1985 al di sotto dei valori consentiti per risparmiare sui costi di gestione. Questo significa che per oltre 21 anni la centrale ha lavorato in condizioni di forte stress/rischio aumentando l’instabilità della struttura. Non passa molto tempo, siamo nel 2007, per arrivare al terzo scandalo sicurezza tramite il quale altra dirigenza e personale tecnico viene esiliato dalla compagnia per aver falsificato l’intero archivio dei dati storici della centrale dal 1985 al 2007. Vogliamo parlare di nuovo di trasparenza e di stabilità? Secondo me la questione ha già raggiunto lo step successivo che investe l’apatia della popolazione che oggi ancora crede incondizionatamente ai comunicati inviati da TEPCO. A poco serve che il segretario all’Energia Steven Chu venga smentito pubblicamente dall’amministrazione Obama e da Gregory Jazcko, presidente della United States Nuclear Regulatory Commission, e che l’iniziale fusione parziale del nucleo dichiarata si sia ora trasformata in una livello di radioattività letale nel reattore 4  e all’incapacità di fermare lo stesso futuro per il reattore 3.

Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo ove il suo effetto potrà essere massimo.

Fermi tutti. Vi siete accorti, vero, che stavamo parlando del Giappone e non dell’Italia? Perché capirei una qualche vostra confusione visto l’approccio nostrano che i nipponici hanno assunto.. Tranquilli, la Prestigiacomo ha detto a Radio anch’io:  “Abbiamo fatto una scelta molto consapevole nel definire l’agenzia di sicurezza sul nucleare e riteniamo di aver previsto criteri di selezione dei siti che ospiteranno le centrali molto attenti e che tengono conto della sismicità del territorio, caratteristica del nostro paese ma non paragonabile al Giappone. Mai come in questi casi è sbagliato fare allarmismo che crea paure irrazionali. L’Italia all’epoca di Chernobyl decise di uscire dal nucleare e per questo è stata fortemente penalizzata in questi anni” dimenticandosi di sottolineare l’inesistenza di un piano di sicurezza nucleare per l’Italia ma soprattutto il progetto ancora volante per la creazione dei siti di smaltimento delle scorie a lungo termine (quelle che impiegano miliardi di anni per intenderci). NOI PROSEGUIAMO. Tanto che  il 16 marzo è tornato in commissione il decreto nucleare. Il tempo stringe, entro il 23 marzo deve essere approvato, pena la decadenza. La Corte Costituzionale ha imposto correzioni che aumentino il peso delle singole regioni interessate dallo sviluppo di centrali nucleari. Ma già che c’era, il governo propone di togliere alcuni vincoli di pubblicità: nella vecchia versione i criteri in base ai quali saranno scelti i siti per le centrali venivano infatti pubblicati sui siti istituzionali e sui giornali. Nella nuova versione questi obblighi sono stati abrogati.

Allargando lo zoom all’Europa la situazione non è meno comprensibile. L’affare nucleare interessa principalmente due maxi potenze che sono la Suea-Ganz de France e la E.On con sede legale in Germania. Si è venuto a creare un asse franco-tedesco che detiene il monopolio della costruzione delle centrali nucleari e che si amplia in territorio italiano con la partecipazione di utility locali e degli energivori (coloro che consumano grandi quantità di energia). La multinazionale francese ha tentato di insinuarsi negli appalti italiani offuscando ENEL e EDF (altra società elettrica francese) ma il 7 giugno 2010, il mandato per la costruzione e la ricerca sul nucleare in Italia viene assegnato al consorzio ENEL-EDF e in secondo consorzio alla E-On che comunque è in collaborazione con la Suea-Ganz de France. Dunque la componente italiana in questa macchina monetaria dove risiede? L’Italia entra in gioco in modo sottointeso, quando taglia gli incentivi agli impianti fotovoltaici al 6% perché l’energia rinnovabile non fa guadagnare i grandi energivori e nell’insistenza a proseguire questo cammino verso il nucleare con propaganda di partito e silenzio sulle gravi lacune che gravano fin dall’origine di questo progetto. Ovviamente non può che entrare in gioco la macchina informativa pilotata, che vede l’esaltazione implicita del nucleare in alcuni spot pubblicitari che si guardano bene dal promuovere il referendum del 12 giugno. Questo perché, nonostante l’intervento e la fiducia della Prestigiacomo e del governo verso questa ghigliottina a lungo termine, i sondaggi assicurano ancora la totale contrarietà della popolazione.

Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.[1]

Vediamo uno scenario apocalittico dove la natura e il caso sovrastano l’evoluzione dell’essere umano. Dove l’uomo non riesce a rimediare a ciò che è stato provocato e ancora una volta la scienza diventa distruzione e non creazione. Dietro il vetro opaco della percezione ci sono persone che devono fidarsi di coloro che si auto-definiscono del settore e che ripongono fiducia anche nei dati che il governo continua a sputar loro addosso, creando una bolla di falsità che serve unicamente a proteggere un potere acquisito con lo sfruttamento non sicuro delle risorse energetiche. La sicurezza, la sicurezza non può diventare un metro di valutazione secondario, non può essere la cosa su cui le imprese possono risparmiare per rientrare in bilancio positivamente. Non possiamo credere che l’energia e l’utilizzo strumentale che se ne fa siano cose accettabili in una specie che si auto-proclama la più evoluta del pianeta. Potremmo mai fidarci, con una categoria storica mentale importante, della gestione energetica in Italia? Potremmo mai essere certi e sicuri che questo settore, come tutti gli altri, non cada nel baratro della produzione di ricchezza per pochi che poco si preoccuperanno della sicurezza nazionale? A me, scettica e promotrice delle energie rinnovabili perché conscia di vivere su un pianeta che respira, e a coloro che accettano il nucleare additando come motivazione predominante “ci sono centrali a 20 km dal confine italiano da cui compriamo energia, tanto vale fabbricarla noi stessi” rimando la riflessione su l’universo di tematiche che questo argomento si porta dietro e che non tutti sono disposti a palesare per mancanza di trasparenza.


[1] Le frasi in corsivo sono prese da un discorso di Italo Svevo sull’utilizzo del nucleare a scopo bellico

 


Homo faber fortunae suae

Anno 2033. Università di Harvard – le ricerche più improbabili della storia solitamente provengono da li -,  il Rettore annuncia in diretta mondiale l’invenzione della Macchina del Tempo. Dopo sicuri isterismi da stadio come prima conseguenza, ci sarà indubbiamente la corsa al primo viaggio… Nel 2033 avrò ancora abbastanza anni davanti per attendere la fine dell’euforia generale e aspettare che i prezzi diventino accessibili (come capita per gli LCD e le Tv al Plasma)… quanto? Dieci anni? Vent’anni? Mi tengo buona una via di mezzo e attendo consapevolmente il 2048, anno in cui finalmente potrò effettuare non un mio viaggio nel tempo, ma un rapimento di massa.  Non voglio andare a vivere in epoche diverse, conoscendomi verrei condannata per stregoneria nella metà dei periodi che mi vengono in mente e nell’altra metà ci sarebbero ancora i dinosauri, cucciolini simpatici ma grandi come dei grattacieli e questo potrebbe darmi un attimo da fare. Sono convinta che sarebbe interessante trasportare nella nostra epoca molti dei pensatori che hanno segnato la storia dell’Umanità e farli parlare con la popolazione.. Già mi vedo nell’organizzazione di questo Summit estemporaneo mondiale..

Il ratto estemporaneo

Tornando a noi, chi rapirei per primo? Probabilmente Socrate e gli chiederei gentilmente (ma anche no!) di contestualizzare quella dannatissima frase so di non sapere, perché non tutti hanno voglia di riflettere su questa affermazione ossimorica, tanto che oggi l’ignoranza paga specie se ammessa. Come poteva immaginare, il più grande camminatore di tutti i tempi, di creare una schiera di non-conoscenti tali da soppiantare completamente la perla della sua filosofia, ovvero il metodo dialogico d’indagine? Mi chiedo chi, sano di mente, potrebbe affermare che la comunicazione è un mezzo di conoscenza critica oggigiorno e non di esibizionismo… Socrate, oh Socrate.. il mio amico Friedrich lo scorso secolo ti ha già abbastanza bastonato nella sua tragedia ma tu devi vedere con i tuoi occhi ciò che hai seminato.

Una volta caricato Socrate a bordo, gli racconterei ciò che siamo ora: un mondo che di globalizzato ha soltanto il nome, ma in realtà è semplicemente omologato ad un modello pre-stabilito (da chi poi?) che si poggia sulle sue tanto amate etica e morale. Gli racconterei tutte le tragedie che gli occhi umani hanno visto e conosciuto, gli farei vedere qualche film, gli racconterei della bramosia di potere, del dolore, della differenza che serpeggia tra nord e sud del mondo. Gli mostrerei con parole chiare che l’Essere Umano di cui tanto ha tessuto le lodi, in  realtà si è arenato. Gli farei leggere il Rasoio e gli direi che c’è ancora speranza e che insieme possiamo cambiare le cose. Inizialmente sarebbe titubante, probabilmente mi tirerebbe dentro a qualche dialogo dei suoi, ma dalla mia gioco la carta “esame di storia della filosofia antica con Cavini” e potrei tranquillamente prevedere le sue mosse senza restarci troppo in mezzo.

-          Dove andiamo ora, Socry? Ti dirò… io avevo pensato di fare una puntatina a Costantinopoli intorno al 300 d.C… dovrei caricare un imperatore.

E cosi eccoci, due pensatori ossimorici, in viaggio verso quella perla architettonica e culturale bizantina. Il rapimento probabilmente richiederebbe più impegno, del resto Constantino mica poteva camminare a piedi parlando per strada come Socrate.. ma dovrei riuscirci e poi potrei sempre utilizzare la dialettica formidabile del mio compagno di viaggio per depistare le guardie reali. Che grande imperatore, Costantino. Un uomo giusto, corretto. Peccato che l’immagine fornitaci dai manuali di liceo sia leggermente travisata e che tutto questo liberalismo religioso l’ebbe poi in punto di morte quando si convinse a battezzarsi. Certo, nel 303 d.C. emise l’Editto di Milano per il quale noi oggi lo ringraziamo non tanto per la dittatura ecclesiastica cattolica sulle menti, quanto per quello spiraglio di libertà personale che nel tempo si sarebbe consolidato anche se per strade tortuose e non esattamente come aveva sperato.

Una volta caricato Costantino a bordo, gli presenterei Socrate e gli racconterei ciò che siamo oggi:  un mondo dove la diversità religiosa scatena guerre e massacri e che non crea, come dovrebbe essere, curiosità e condivisione. Gli mostrerei come la Chiesa Cristiana abbia sfruttato la sua benevolenza fabbricando ad hoc un documento che tutt’oggi chiamiamo Donazione di Costantino. Sono certa che resterebbe basito e incredulo, non riconoscendolo. Gli racconterei che la Christianitas ha preso terre e ricchezze con questa donazione diventando la potenza più forte nella storia, gli spiegherei cos’è l’Inquisizione e gli racconterei del genocidio che i sovrani cattolici compirono in Spagna nel XV secolo in nome di Dio… aggiungerei che in in nome di Dio si è compiuto nel tempo una vera e propria distruzione delle caratteristiche peculiari del soggetto umano, massacrando tutto ciò che non corrisponde ai canoni di un libro – la Bibbia – la cui composizione fu decisa a tavolino solo nel 325 d.C. anno del Concilio di Nicea.  Gli direi che la Chiesa è esattamente come l’ha lasciata lui, senza evoluzione né cambiamento nel corso del tempo. Ma gli parlerei anche di Lorenzo Valla, pensatore del XV secolo che con grande maestria riuscì a dimostrare la falsità della Donazione di Costantino e che oggi nessuno ricorda perché insabbiato, perduto, dimenticato volutamente dall’Europa Cristiana. Gli racconterei che la Chiesa si è macchiata di sangue per mantenere un’egemonia garantita da quel documento fittizio, ma gli farei vedere come il popolo sa risvegliarsi e chiedere cambiamento, come un solo monaco agostiniano (Martin Lutero) può cambiare le sorti di un intero continente. Gli mostrerei le religioni del mondo e gli farei vedere che il concetto di “natura” cosi amato dal Cristianesimo, in realtà non ha possibilità di essere spiegato perché non esiste una natura stabile e stabilizzatrice, ma un flusso continuo di intenzioni e cambiamenti che rendono grandi e diversi gli Uomini. E la diversità è il dono maggiore che ci è stato concesso perché prima causa di curiosità e meraviglia, due qualità che gli adulti solitamente sottovalutano, ma uniche nel creare nuove fonti di ispirazione e conoscenza. Ma gli direi anche che il mondo ha paura di ciò che non conosce e di ciò che è diverso e per questo lui è tenuto moralmente a parlare con il mio popolo per condividere con tutti il coraggio utilizzato nell’accettare il Cristianesimo nell’Editto di Milano, sebbene cosi diverso e sconosciuto. Non credo potrebbe ribattere, Costantino era un uomo molto riflessivo e probabilmente si ritirerebbe in silenzio in un angolo a pensare su come sia facile travisare un’intenzione e su come il potere accechi qualsiasi altra necessità dell’Uomo.

-          Compagni di viaggio, ora andrei a recuperare un signore Illuminato, un enciclopedista, un pensatore, un uomo che deve imparare ad avere il coraggio di sopportare sulle spalle le conseguenze delle sue azioni.

La Francia del XVIII secolo.. che immenso spettacolo dell’esistenza, cosi vario, cosi luccicante. Un secolo, quello del Settecento, che sicuramente mi ha messo in crisi quando ho dovuto selezionare la vittima prescelta: illuminismo, rivoluzione americana, rivoluzione francese, rivoluzione industriale.. Eppure dopo attenta analisi avrei valutato l’importanza che l’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers ha avuto su tutte le vicende successive. Manderei Costantino a prendere Diderot, questo perché uomini di quel calibro accettano comandi solo da coloro che ritengono propri pari. Ma conoscendo, seppur indirettamente, questo illuminista credo seguirebbe senza far tante storie la possibilità di vedere come la sua creatura ha influenzato il mondo.

Una volta caricato Diderot a bordo, gli presenterei Socrate e gli racconterei ciò che siamo oggi: persone oscurate da tutto che pongono la ragione in secondo piano, che preferiscono le cose che si sentono di pancia e che poco hanno a che fare con quell’ideale illuminato che lui ha descritto cosi amabilmente nel suo progetto. Ma su una cosa mi soffermerei per bene, una cosa a cui tengo molto: gli intellettuali. Gli mostrerei i giornali dell’11 febbraio 2011 e gli farei notare che per intellettuali qua indichiamo indistintamente cani e porci che si arrogano il diritto di sentenziare verità discutibili. Gli direi che l’Intellettuale del nostro tempo è una caricatura strana che parla di progresso tecnologico con Cosi parlò Zarathustra sotto il braccio,  che non porta informazione obiettiva, ma solo verità relative. Gli farei vedere come la cultura può vendersi al miglior offerente e se ciò non avviene, come viene facilmente sgretolata e dimenticata come le rovine di Pompei. Gli direi che l’Italia non ha prodotto ciò che loro speravano, non ha puntato sulla magnifica mescolanza genetica che le permette di partorire geniali sostenitori e creatori di arte, musica e lettere. Gli direi che il pensiero non è una fonte di merito, ma di discriminazione, che portare cambiamento e nuovi paradigmi significa esseri indagati per crimini mai commessi. Ma soprattutto.. e su questo credo resterebbe terribilmente deluso.. soprattutto gli farei vedere come la sovranità popolare sia unicamente una facciata per garantire un’oligarchia che si trasforma presto in tirannide e dittatura. Gli racconterei le storie dei grandi totalitarismi e gli dimostrerei che l’uomo non impara dai propri errori, semplicemente cerca strade diverse per commetterli nuovamente.  Ma dopo tutta questa distruzione, dopo tutta questa regressione, gli mostrerei che parole e idee possono ancora cambiare il mondo e che questo avviene nel posto più impensabile per un pensatore illuminato del XVIII secolo: in Africa. Quel continente sconosciuto e sfruttato solo come dimostrazione dell’uomo allo stadio primitivo per loro, oggi ci regala le battaglie e la forza delle idee. Ci da speranza e ci spinge a credere nella forza del dialogo e della comunicazione, e per questo deve venire e parlare con il mio popolo e far vedere loro quali meravigliosi intenti spingono la creazione e la pubblicazione della sua opera, creatura delicata che rischiara con la luce un oceano di tenebre dettate dall’ignoranza (e sicuramente Socrate qui si sentirebbe tirato in ballo e , speriamo, colpevole).

-          Amici, ho un’ultima persona da caricare. Non la carico perché può insegnare qualcosa, ma perché deve imparare e tanto prima di cambiare le sorti della bestia umana per sempre.

Le buone intenzioni e la Farfalla

Vienna, marzo 1907. Ho ponderato molto su questo punto e credo che sia proprio in quei mesi che ci separano dall’ottobre dello stesso anno che si giocano le sorti del mondo per i successivi 40 anni. Probabilmente impiegherei un po’ di tempo a trovare quel ragazzetto piccolo e bruno che vaga senza meta da un locale ad un altro arrivando sempre al limite del coma etilico ogni sera. Avrei bisogno di tempo per mettere da parte la violenza inaudita che questa persona mi provoca e tentare di dargli una diversa prospettiva di vita. Probabilmente troverei Hitler di fronte all’Accademia di Belle Arti di Vienna, rancoroso verso la facoltà di Architettura che ha rifiutato la sua domanda di ammissione per ben tre volte. E’ in questo periodo che Adolf decide di tentare l’ammissione all’Accademia di Belle Arti, anche se non fece mai molto per ottenerla seriamente. Tenterei un avvicinamento e coinvolgerei anche Wittgenstein che in quella stessa università ha studiato e in qualche modo comunicato con il Dittatore Tedesco. Lo aiuterei a studiare e starei con lui il tempo necessario per vederlo felice e iscritto all’Accademia di Belle Arti. Poi gli chiederei di seguirmi perché ho cose importanti da mostrargli.

Una volta caricato a bordo Hitler, gli presenterei i miei compagni di viaggio e gli racconterei non ciò che siamo ora, ma ciò che è stato di noi dal 1923 [1] al 1947. Non potrei parlare con obiettività e utilizzerei dei documenti fotografici e visivi per fargli scoprire l’orrore che investe l’Uomo. Alla fine sarebbe scosso, probabilmente tramortito dall’essere l’artefice della più grande e infondata battaglia culturale mai scaturita dalla mente umana. Gli direi che ha possibilità di cambiare le cose, gli direi che l’uomo è davvero come affermava Pascal, un mostro incomprensibile, un intreccio di angelo e di bestia e gli chiederei di dedicarsi ai suoi studi e di fare nuove tutte le cose. Non so ancora se lo porterei con me indietro, mi basterebbe semplicemente fargli capire quanto credo nell’Uomo e nelle sue potenzialità.

…eppure… eppure il 2048 è un anno che probabilmente non vedrei mai se davvero l’Università di Harvard ci regalasse la Macchina del Tempo. E’ la storia del battito d’ali della farfalla in Giappone che crea un uragano sulle coste europee.. chi sarebbe mai cosi accorto da non sfruttare questa invenzione a suo vantaggio? Chi, sano di mente, potrebbe comprendere il profondo senso storico che lega il racconto di un mammifero al suo percorso evolutivo? Credo che, come ormai ci viene mostrato ogni giorno, l’invenzione della Macchina del Tempo sarebbe sfruttata dai potenti della terra per invertire, modificare, cambiare le sorti dell’Uomo e non sempre questo istinto al miglioramento sarebbe fatto per il bene comune, quanto per il bene personale. In una nazione dove le nipoti fittizie di Presidenti di Stato esteri dettano legge in televisione monopolizzando l’opinione pubblica, siamo davvero sicuri che la Storia abbia un valore inestimabile e indiscutibile? O anche questa, una volta data opportunità, verrebbe modificata e plasmata a vantaggio del singolo? Ai posteri – e alla me stessa del 2048 – la conclusione di questa riflessione.


[1] Anno di pubblicazione di Mein Kampf


Riforma Gelmini: intervista al prof.Andrea Cossarizza (di Fabio Degli Esposti)

Per chi, come noi, ha scelto di frequentare il liceo, l’università è la strada obbligata. Con la riforma Gelmini saranno apportati cambiamenti fondamentali al sistema universitario, perciò è bene sapere quali saranno e come influenzeranno il nostro futuro.

A detta dello stesso ministro, il Ddl Gelmini si compone sostanzialmente di due parti: una volta ad effettuare tagli per recuperare fondi, e una che mira a limitare il “baronaggio”, (ossia l’influenza delle famiglie radicate nelle cariche universitarie) e ristabilire la meritocrazia nelle università. Ma come verrebbe raggiunto tutto ciò? Il cambiamento più incisivo prevede la trasformazione delle università in “fondazioni di diritto privato” soprattutto per poter risparmiare sul loro mantenimento. Questo significa che le università saranno in larga parte finanziate da privati cittadini che entreranno nei consigli di amministrazione (CdA), e potranno decidere come e dove spendere il loro denaro, scegliendo a quali settori di ricerca dare più fondi e a quali meno, secondo una logica di mercato. Facciamo un esempio: La ricerca scientifica nella facoltà di medicina verrà indirizzata su prodotti che “vendono” come le creme anti-rughe piuttosto che sulla cura delle malattie rare, o ancora, nelle facoltà umanistiche la ricerca intesa come speculazione filosofica raccolta in libri subirà l’influenza degli interessi degli editori che entreranno nei CdA, e che potranno decidere quali libri mettere in circolazione a seconda dei loro interessi. La figura del ricercatore subirà un importante cambiamento: i ricercatori a tempo indeterminato non esisteranno più, ci saranno invece ricercatori a tempo determinato che dopo aver presentato i loro proggetti avranno a disposizione 3 anni di prova per completarli, al termine dei quali, se saranno giudicati meritevoli, potranno continuare a fare ricerca SE ci saranno posti disponibili e SE l’università potrà (o vorrà, secondo la volontà dei “privati”) permettersi di pagarli, dal momento che non vi sarà più una quota stanziata dal ministero per la ricerca, ma ogni ricercatore dovrà farsi finanziare da enti esterni. A questo punto un ricercatore continuerà a essere tale solamente per quattro anni, dopodiché dovrà diventare professore associato o lasciare l’incarico. E se non ci sono posti disponibili come professore? A quanto pare a nessuno importa.

Potreste dire adesso: “ma cos’è che tocca direttamente noi studenti?” La riduzione dell’offerta formativa. Anche i ricercatori ne fanno parte: si sono visti eliminare i compensi e trasformare la propria professione in un “parcheggio” per novelli professori, dunque lasceranno ( molti hanno già lasciato) ogni impegno didattico, che tra l’altro avevano sempre svolto senza retribuzione. La riforma parla anche di eliminare il baronaggio e premiare i meritevoli,però i termini con cui lo fa sono molto generali, e per applicarla è richiesta la promulgazione di “decreti attuativi” che dovranno entrare in vigore 60 giorni dopo la riforma o rimanere per sempre sulla carta. La legge dice che bisogna premiare i migliori: ci vorrà un decreto che dica come farlo. La legge dice che non ci saranno più baroni: ci vorrà un decreto che dica come fare. I tempi per la formulazione di tali decreti sono molto lunghi, in media il parlamento dovrebbe dedicare un giorno alla settimana per un anno intero solo alla definizione dei decreti.Tanto per fare un esempio, la parte della legge Moratti (2005) che ridefiniva le regole dei concorsi per diventare professori non è mai veramente entrata in vigore, e i concorsi sono rimasti bloccati per anni, lasciando molti laureati in una situazione problematica e provocando grossi disagi.

Di ciò si è parlato col professore della facoltà di economia Alberto Rinaldi, venuto al San Carlo durante l’occupazione: ”la riforma è priva di qualsivoglia aspetto positivo: i punti della riforma che premiano la qualità e il merito sono sacrosanti, ma sono solo specchietti per le allodole, perché non ci sarebbe il tempo necessario per promulgare i decreti attuativi, che rimarranno carta morta. Inoltre ci sarà un peggioramento dell’offerta formativa a fronte di un maggior numero di studenti. La riforma parla di “tutela allo studio” ma gli emendamenti per la tutela allo studio approvati dalla commissione di cultura sono stati fatti abrogare dalla stessa Gelmini sotto richiesta della commissione di bilancio.”

Ma Vediamo quello che succede più vicino a noi, parliamo solo di Modena. A questo scopo ho intervistato Andrea Cossarizza, professore alla facoltà di medicina dell’università di Modena e Reggio Emilia.

-”Com’è la situazione dell’università qui a Modena?”

A.C: “ Il nostro ateneo è tra i migliori d’Italia, Modena è piccola, ma la qualità della vita è altissima ed è un ottimo posto per studiare. La nostra situazione è però critica dal punto di vista economico dal momento che ci sono grossi problemi nel reperire i fondi per pagare gli stipendi. C’è un aspetto preoccupante nel nostro lavoro: ci viene richiesto di aumentare l’offerta didattica nonostante il blocco del turn over.”

Il turn over è il ricambio generazionale del corpo docente, dei professori, che la nostra ministra a dispetto del motto “largo ai giovani”, ha bloccato.

A.C: “Ci viene richiesto di accogliere più studenti pur dovendo diminuire il numero degli insegnanti: chi va in pensione non può essere rimpiazzato. Si punta a mandare in pensione professori per avere i soldi necessari a pagare gli altri, ma così si liberano posti che non possono essere occupati. Questa riforma crea posizioni “murate” chiuse.”

- “Ma se l’università verrà convertita in una “fondazione”, in un’azienda, il problema dei fondi sarà risolto, ma ci saranno delle conseguenze: quali?”

A.C: “ La riforma trasforma l’università da luogo di sapere e di cultura in aziende regolate da leggi di mercato e dalla volontà di terzi. Gli interessi privati di chi finanzia le università decreteranno gli argomenti di ricerca, crollerà l’autonomia di sapere e di pensiero.

- “Può farci un esempio?”

A.C:“in teoria se un settore di medicina è ricco e pieno di risorse può creare posizioni di ricercatore come vuole, ma chi fornisce le risorse deciderà su che cosa fare ricerca, seguendo il proprio tornaconto e non una programmazione didattica. Mentre la posizione di ricercatore così creata non offre sbocchi lavorativi né la certezza di mantenere il posto.

- “Sbocchi lavorativi? Spesso si parla di fughe di cervelli, di giovani che cercano lavoro all’estero. Come mai?

A.C: “Qui a Modena l’esempio più lampante sono i biotecnologi: persone su cui sono state investite delle quantità enormi di tempo e di risorse, che mettono il loro cervello al servizio di altre nazioni perché in Italia c’è una grande difficoltà nel trovare sbocchi lavorativi. All’estero vengono invece fatti investimenti importanti e programmazioni a lungo termine.”

- La fuga dei cervelli è costata finora 4.000.000 €, e con la riforma verranno tagliate il 50% delle borse di studio. Alcuni partiti italiani hanno proposto di abbassare il livello della scuola, dicendo che noi italiani abbiamo bisogno di più meccanici e operai che non di scienziati. Lei cosa ne pensa?

A.C.: “Abbassare il livello della formazione è un delirio, è come insegnare a risolvere i problemi usando la clava. Mi auguro sia una battuta.”

- Ha qualche idea?

A.C: “Se aumentassimo le tasse per i singoli studenti e creassimo delle borse di studio serie (quindi molto più dei risibili 500-700 € proposti su molti annunci) per gli studenti meritevoli, il problema sarebbe risolto. Pensateci: gli studenti eccellenti non pagherebbero niente, e quelli che non rientrano nella fascia di eccellenza punterebbero ad entrarvi, le valutazioni non sarebbero più regalate perchè avrebbero un riscontro economico immediato. Ci sarebbe molta più attenzione per le valutazioni dei singoli esami: vita dura per i raccomandati. Questo porterebbe ad un aumento della serietà e dell’efficienza del sistema universitario.”

A conti fatti, secondo il mio parere personale, la riforma potrà portare solo degli svantaggi agli studenti italiani, e se la trasformazione delle università in fondazioni private sarà completa la selezione non avverrà più in base al merito ma in base al censo, in base a quanti soldi potremo versare alla fondazione. Sarà la negazione del diritto allo studio, la morte della meritocrazia.

Sempre secondo il mio modesto parere eh.


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