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Articolo 18: Il gattopardo non muore mai, la Costituzione e i diritti, purtroppo, sì (di Mario Zaccherini)

All’interno del grande dibattito che appassiona gli italiani, relativamente all’articolo 18, forse sta sfuggendo un particolare molto importante. L’articolo 18 non è solo una norma a tutela dei lavoratori, ma qualche cosa di decisamente più importante e centrale per la nostra democrazia. È quello strumento che trasforma una visione del Mondo, sulla carta nel Mondo stesso.È lo strumento che permette all’art. 1 della Costituzione di prendere forma e vita.

Come tutti ricordiamo l’Art.1, comma 1, sancisce: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non servono traduzioni. I legislatori avevano ben chiaro un concetto, il primo concetto: democrazia e lavoro sono i due cardini fondamentali della nostra Repubblica nata, non dobbiamo mai dimenticarlo, sulle ceneri del fascismo, della guerra, delle ingiustizie ed anche dei rapporti di produzione di tale sistema.

È molto importante aver ben chiaro quanto sopra, perché democrazia non significa solo poter scegliere chi delegare come amministratore, ma anche avere la possibilità di vivere in un sistema che metta in condizione il cittadino di poter sempre esprimere liberamente il proprio pensiero in tutti gli ambiti della vita. Non a caso l’Art. 3 (comma 2) riprende con forza questi ragionamenti nell’affermare “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ed ancora l’Art 4 “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Siamo arrivati al punto: la Costituzione non solo individua Democrazia e Lavoro come le basi della nostra Repubblica, ma va oltre nel dare alla Repubblica il compito di creare le condizioni, affinché l’ordine economico non sia ostacolo al pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Per la Costituzione i cittadini hanno il DIRITTO al lavoro, e quindi alla democrazia ad essa associata, e, nel secondo comma dell’Art.4 afferma che ogni cittadino ha il DOVERE di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Abbiamo il DOVERE, non la sola possibilità, di concorrere al progresso materiale o spirituale della società.

Partendo da questo richiamo si comprende come noi cittadini non possiamo nasconderci su un tema che rischia di vanificare i dettami costituzionali ed indebolire la già fragile democrazia italiana. Dobbiamo ricordare che tutti i princìpi richiamati dalla Costituzione hanno trovato forma nei decenni successivi alla stesura, in particolare Lavoro e Democrazia si sono coniugati solo nel 1970 nella famosa legge 300 (Statuto dei Lavoratori), condensando nell’Art.18 i valori di giustizia e democrazia. La Legge 300 non nasce come ostacolo nei confronti del mondo imprenditoriale, ma per dare quelle tutele indicate dalla Carta. Nasce per impedire che i licenziamenti di massa politici, avvenuti negli anni ’50 e ’60, possano ripetersi nuovamente. Per i più giovani è giusto segnalare che in tali anni era sufficiente essere comunista, o iscritto ad un sindacato di sinistra, per essere espulso dall’unità produttiva. Su tutti i casi Cogne Imola o Ducati.

I detrattori dell’Art.18 sostengono che tale norma impedisca alle imprese di allontanate i “fannulloni” e, nei momenti di crisi economica/produttiva, di ridurre il personale. In realtà queste posizioni sono palesemente false in quanto, Art.18 o non Art.18, le imprese da sempre, avendo in mano documentazioni oggettive, possono licenziare i lavoratori che si macchiano per furto, rissa o per giustificato motivo soggettivo (i fannulloni). Prima di entrare nella nuova normativa ritengo giusto rendere la fotografia del paese, per collocare le modifiche e gli effetti, nelle logiche quotidiane della nostra vita. L’Italia è un paese che sta attraversando una profonda crisi morale, politica e produttiva. Anno dopo anno tutti gli indicatori internazionali posizionano il paese sempre più in basso e, giustamente, il nuovo Governo ha il compito di riportare l’Italia nelle prime posizioni delle varie “classifiche”. Prendiamo l’industria: per fare utili è fondamentale vendere (banale), per vendere devono esistere tre condizioni:

1) esistere un mercato dove allocare il bene prodotto

2) il bene deve, come prodotto, essere appetibile dal mercato

3) il costo del bene competitivo con quello dei concorrenti.

La Fornero conosce benissimo questa realtà e, partendo dalla constatazione che l’industria sta collassando, deve intervenire… lo sta facendo. Prendiamo l’esempio Fiat. Sul punto 1 non spendiamo parole in quanto è ovvio che esiste un mercato. Un mercato che per le aziende tedesche ha regalato un 2011 da favola con utili che rimarranno impressi a lungo negli annali; non così per la Fiat. Da qui la prima considerazione: il mercato esiste ed è vivo, ma per Fiat le soddisfazioni sono mancate. Perché? In fondo il costo orario del lavoratore Fiat è decisamente inferiore a quello dei tedeschi, ma tale risparmio non si riesce a riportarlo più di tanto nei modelli auto. Ci dicono che la “produttività” italiana è inferiore a quella tedesca. Ci dicono una verità, ma……..ma bisogna chiarire il concetto di produttività. Spesso questo termine viene inteso come “voglia” di lavorare o intensità del lavoratore nell’applicarsi nei compiti dati dall’azienda. Quindi i tedeschi lavorano più degli italiani? Balle, bugie, menzogne.

In realtà la produttività è legata a due variabili: all’investimento (impianto e ricerca) ed all’utilizzo dell’impianto. In sostanza le aziende più performanti investono cifre importanti nella ricerca e negli impianti produttivi (esempio macchine utensili più veloci, linee di montaggio che permettano cambi scocca in tempi minori rispetto alle precedenti ecc ecc), impianti che devono produrre il più possibile (turni che coprano anche 7 giorni su 7). Se l’investimento è stato azzeccato ogni ora/lavoro permetterà al lavoratore, a parità di fatica, di produrre un numero superiore di beni e quindi di ridurre il costo/bene. Al termine di questo processo la macchina tedesca sarà maggiormente competitiva rispetto alla vettura torinese che utilizza ancora, in larga parte, linee obsolete.

Non è solo il costo che incide su un prodotto, ma anche il valore aggiunto in esso compreso. Oggi vediamo vetture, anche le meno costose, dotate di tanti optional gratuiti oppure di strumentazioni tecnologiche che rendono maggiormente agevole l’utilizzo del mezzo. Non solo: le case, proprio per la crisi, hanno letteralmente invaso il mercato con nuovi modelli per riaccendere e stimolare un settore produttivo in “letargo”. Con queste poche righe mi sembra sia chiaro come, almeno per la Fiat, non si possa parlare più di tanto di un mercato in crisi, ma di un player che ha preferito non investire e scaricare i costi della crisi sui lavoratori, sapendo di essere assistito comunque dagli ammortizzatori sociali nazionali.

Questo è il punto: se non investo non riesco ad innovare l’offerta dei vari marchi, continuerò a sopravvivere grazie alla Panda, ma la mancanza di investimento mi impedisce anche di ridurre i costi per unità di prodotto. Quindi? Quindi rimane una sola strada, quella di ridurre i salari e stipendi dei lavoratori.

Prima di ritornare alle modifiche relative all’Art.18 dobbiamo inserire un ulteriore ragionamento che collega costo del lavoro, lavoratore, sistema produttivo. Ogni lavoro ha un tempo/costo di inserimento, un ciclo nel quale, per l’azienda, viene massimizzato l’investimento uomo e una uscita in quanto l’età non favorisce più l’ottimizzazione del lavoratore. Maggiormente il lavoro è usurante e prima viene a mancare l’ottimizzazione. È nella natura delle cose che certe mansioni come operaio turnista alla catena di montaggio, addetto alle fonderie, minatori, infermieri, fornai, pompieri ecc ecc abbiano una “vita operativa” relativamente breve in quanto estremamente usuranti. Tutte queste categorie di lavoratori richiedono un ricambio piuttosto veloce al fine di mantenere un servizio efficiente senza innalzare i costi.

Apparentemente, nel disegno del Governo Monti, queste condizioni non sono state tenute nella giusta considerazione, dal momento che è stata innalzata l’età per il raggiungimento della pensione. A questo punto abbiamo due elementi abbastanza chiari:

1) le grandi imprese non investono (non tutte chiaramente)

2) la vita lavorativa è allungata impedendo, per qualche anno, un forte turnover aziendale.

Questo vale per le aziende italiane, ma se volgiamo lo sguardo alle imprese straniere, ulteriori elementi ci fanno capire che i licenziamenti non sono l’unico motivo per cui il sistema Italia non sia attrattivo per loro. Costo delle materie prime altissime (gas, energia elettrica, benzina), tempi burocratici scandalosamente elevati rispetto all’Europa, giustizia dai tempi lunghissimi, rischio di dover competere con la mafia, tasse ai top mondiali, università e ricerca ormai abbandonate a se stesse. Solo un folle verrebbe in Italia per creare sistemi produttivi: infatti ormai sono mosche bianche gli imprenditori attratti dal nostro paese. Avendo ben chiaro tutti questi elementi possiamo comprendere la portata della riforma Fornero.

Il disegno, nel breve periodo, è molto chiaro:

1) allungare la vita lavorativa dei lavoratori (risparmio dello Stato perché le pensioni vengono posticipate)

2) permettere alle aziende di poter attivare licenziamenti individuali/collettivi, per motivi economici, con la scusa del “giustificato motivo oggettivo”. Questo è il vero punto centrale della contesa, infatti, già oggi è possibile attivare un percorso, in caso di crisi aziendale, di riduzione del personale e/o chiusura aziendale. Devono esistere le condizioni e si può attivare il percorso. Se il lavoratore licenziato ritiene che la situazione presentata dall’azienda non corrisponda alla realtà può appellarsi al Giudice, il quale valuterà se, dette condizioni, siano reali. In mancanza dei requisiti il lavoratore verrà reintegrato. Questo punto deve essere molto chiaro: anche con l’Art.18 se l’azienda va male può, di concerto con i sindacati, ridurre il personale.

Cosa cambia? Molto, anzi moltissimo. Il Giudice potrà valutare se le condizioni oggettive di crisi esistano o meno, ma nel caso non esistano non potrà più disporre il reintegro del lavoratore, ma solo una indennità tra le 15 e 27 mensilità a suo favore. Ecco il trucco, caro Governo Monti: allunghi la vita lavorativa, creando un danno alle imprese, ma metti le stesse imprese nella condizione di poter liberamente licenziare i lavoratori anche se non ne esistono le condizioni. Non è finita: già oggi, vedi la Marcegaglia, stipula contratti di inserimento per i giovani con salari, per i primi sei anni, inferiori di 300 euro al mese rispetto ai colleghi di pari funzione. Facile, vedendo questi comportamenti, immaginare cosa sarà l’Italia da qui a poco. Facili licenziamenti per anziani e lavoratori non omologati al pensiero aziendale, sostituiti da giovani lavoratori sottopagati per lunghi anni e poi si vedrà. Berlusconi ha provato per vent’anni a trasformare l’Italia nella Repubblica delle banane cercando di scardinare la Costituzione, Monti e i partiti che lo sostengono rischiano di riuscirci in pochi mesi.

Il gattopardo non muore mai, la Costituzione ed i diritti, purtroppo, si.

Mario Zaccherini

http://www.pensieridemocratici.it/

Ps

Sul caso stipendi ridotti in Marcegaglia

www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/19/pd-scarica-fiom-allea-marcegaglia-stipendio-ridotto-assunti/198713/

Sulla vera filosofia del Governo Monti

www.repubblica.it/economia/2012/03/20/news/commento_clericetti-31875612/


Il governo freddo di Monti: con lui o contro di lui?

Qualcuno potrebbe essersi chiesto perché il Rasoio, così abituato a fare il punto della situazione politica e sociale di questo paese, sia rimasto in silenzio fino ad oggi più o meno dall’epoca –che sembra oggi lontanissima- della caduta del governo Berlusconi. E’ presto detto. Dopo anni di rincoglionimento collettivo, sono serviti un paio di mesi per tornare “sul pezzo”, per tornare cioè in sintonia con la politica vera, quella cioè che si assume l’onere di scelte precise, a volte anche impopolari, per riorganizzare il sistema al mutare della marea. Sono trascorsi due mesi che potremmo definire “di decompressione”, come si fa dopo un’immersione subacquea. Oggi, siamo nuovamente riattivati e ci sembra opportuno, in questo momento cruciale, dare la nostra chiave di lettura di ciò che sta succedendo in Italia e soprattutto in Europa alla luce di una riflessione mai come in questo momento necessaria.

Iniziamo con un fatto positivo: il trauma, la nevrosi da crisi sistemica e l’immobilismo pssimista sembrerebbero essere lasciati alle spalle. Ci sono voluti 4 anni, dal 2008 anno in cui la grande depressione è dilagata ad oggi, per digerire l’idea che forse il nostro modello di sviluppo elaborato nel secolo scorso non è più sostenibile.

Si torna a parlare di crescita, di misure,  di riforme. Tutte queste parole riconducono ad una situazione di instabilità e cambiamento a larghissima scala. A noi del Rasoio –diciamocelo- piace cambiare, anche perché abbiamo ben poco da perdere, visto che il posto e lo stipendio fisso è una fissa di altri, e noi non abbiamo da difenderlo, né per il presente, né probabilmente per il futuro. Ma andiamo con ordine.

A molti i cambiamenti che il governo freddo di Monti sta apprestando non piacciono affatto: lotta all’evasione fiscale, pensioni contributive, revisione dei contratti di lavoro, aumento della pressione fiscale, taglio della spesa pubblica. Detti così alcuni dei provvedimenti emanano un pessimo odore soprattutto per la classe media, e figuriamoci poi per la terza classe. Ma Monti assicura che siamo solo all’inizio della fase 2, e i benefici di “Crescitalia” si vedranno a medio e lungo termine. Forse questo cambiamento annunciato dal governo fa indignare molti, che già erano indignati prima, figuriamoci adesso.

Proviamo allora a fare l’avvocato del diavolo, dove al posto del diavolo ci sta il diabolico ex-commissario Mario Monti.

In Europa veniamo da una stagione durata decenni di governi conservatori, che si sono sempre posti l’obiettivo di trovare la strada migliore per essere rieletti e per godere della rendita di due millenni di storia grandiosa e di mezzo secolo di buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America, motore trainante di tutte le economie occidentali del ’900. Sono stati governi conservatori, quelli europei occidentali, anche quando si presentavano come progressisti. Fra i casi più esemplari, quello piuttosto recente del whig Tony Blair, che in politica interna insistette convintamente sul solco di privatizzazioni (trasporti, energia, acqua) già tracciato dalla lady di ferro tory Margareth Thatcher sul finire degli anni ’80 (di lei fu celebre il motto anti-socialista “La società non esiste”), mentre in politica estera sancì un patto indissolubile con i repubblicani di G.W. Bush. Fu così che il partito di Blair si guadagnò l’appellattivo di New Labour che in sostanza di “new” aveva solo il fatto di essere una destra travestita da sinistra, tanto in patria quanto nei consessi internazionali. Una sinistra, quella del New Labour, imitata da molte sinistre del Vecchio Continente sull’onda del principio che bisogna privatizzare, trasferire risorse pubbliche in mano privata per creare concorrenza e mercato. Andate a chiedere agli inglesi se sono contenti delle ferrovie private, o dei servizi energetici, tanto più che i sussidi governativi ai colossi privati che hanno rilevato il capitale pubblico sono raddoppiati dopo le privatizzazioni.

Per un certo periodo essere progressisti ha significato aderire, senza mai affermarlo esplicitamente, ad un’idea di capitalismo morbido, ma col forte retrogusto di interessi propri, particolari o di partito, non certo della collettività.

Obama nel 2008 ha nazionalizzato le banche sull’orlo del fallimento causato dal coinvolgimento nella compravendita di prodotti finanziari spazzatura, come i subprime. La politica di quelle banche verteva sul fare soldi sui soldi prestati nei mutui, non su prodotti dell’economia reale, cioè le merce materiale che produce ricchezza, lavoro e stabilità sociale attraverso la loro circolazione. Il risultato che i soldi non possono produrre soldi all’infinito era piuttosto scontato, ma quello era diventato un gioco speculativo a cui le banche non risucivano più a sottrarsi. Ad un certo punto, diremmo dalle nostre parti, è tutto aria fritta e pezzi di carta. Così il piano di risanamento della privatissima Merrill Lynch, ad esempio, altro non era che una nazionalizzazione operata da Obama attraverso la pubblicissima Bank of America.

Lo stato capitalista per definizione quindi nazionalizza. E nazionalizza perché ha al suo interno una quota talmente alta di gestione privata del denaro pubblico dei cittadini che basta una banca “too big to fail” per mandare un’intera nazione in potenziale rovina. E sull’onda di un Obama obbligato al socialismo, anche le sinistre europee hanno ricominciato a cercare strade alternative al modello del buon capitalista, alle quali anche loro dagli anni ’80 in poi si erano ispirate con lo slancio di chi ha scoperto l’acqua calda, dimenticando in un battito di ciglia (o meglio nel tempo di caduta di un muro) il loro retroterra culturale di riferimento e insieme rompendo i rapporti con quelle classi di lavoratori che rappresentavano il loro bacino elettorale e la loro passata fortuna. (quando ci si chiede perché molti operai hanno votato Lega o Berlusconi, o nel resto d’Europa, destre populiste).

Di fronte alla crisi buona parte dell’Europa è retrocessa in serie B. Le agenzie di rating (S&P, Moody’s, Fitch) hanno declassato i titoli sul debito sovrano di Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Francia. Com’è noto, molti fondi assicurativi che operano sul mercato internazionale non investono nel debito di paesi che non godono di un rating da triple A, e il risultato è che molti capitali sono usciti dai confini europei per andare a pascolare in mercati che promettono margini di rendimento più sicuri, non a rischio default. In questo contesto di forte indolenza dei mercati, la classe Europa non si è mostrata un blocco compatto di fronte ai downgrades delle agenzie di rating, ma si è ingenuamente divisa in secchioni e inadempienti, come accade in una classe dove i rapporti sono già abbastanza instabili. L’Europa continentale da una parte e quella mediterranea, in pratica, dall’altra. Il conflitto tra politiche economiche comunitarie e sovranità nazionali ha segnato indelebilmente queste settimane, in particolare nel rapporto Germania-Grecia.

La Germania infatti possiede buona parte dei titoli di stato greci ed è quindi molto esposta nel caso di default elladico: per questo Angela Merkel ha spinto fino all’ultimo a Bruxelles per un commissariamento della Grecia, commissariamento che alla fine non ha trovato d’accordo gli altri partner europei.

Prima dell’arrivo di Mario Monti l’Italia veniva costantemente bacchettata come uno degli anelli deboli della catena, insieme a Grecia, Irlanda e Portogallo, con l’aggravante che l’Italia rappresenta proprio una di quelle economie “too big to fail”, ed ha quindi una maggiore responsabilità di fronte agli altri 27. Con Monti l’Italia ha riconquistato l’orgoglio e una voce autorevole e un posto d’onore nel vertice delle tre economie più importanti del continente. In poche settimane  il governo dei professori ha cercato di mettere in riga questo paese attraverso pacchetti di riforme radicali, nel tentativo almeno apparente di abolire privilegi, liberalizzare, combattere l’evasione fiscale. A che prezzo, lo vediamo dalle proteste che in queste settimane attraversato lo stivale da nord a sud.

Si può essere d’accordo o meno con i provvedimenti del governo meno tecnico e meno democratico (perché non eletto) della storia d’Italia, ma almeno non si può tacciare questo governo di immoblismo come il precedente.

Di fronte alle proteste di questi giorni pongo però un quesito: l’Italia ha una disoccupazione giovanile record al 31%, una generazione intera è stata quasi completamente ignorata dalla politica, una generazione tuttavia altamente competente, iperqualificata eppure esclusa non solo dal “posto fisso”, ma dalle condizioni minime di welfare che i paesi dell’Europa del nord specialmente garantiscono ai propri giovani da decenni. Abbiamo giovani lavoratori di tutti i settori che nella maggioranza dei casi occupano ruoli precari nel settore pubblico e privato subordinati rispetto a dirigenti che hanno meno della metà dei loro titoli accademici e di formazione professionale. Cosa dovrebbe volere questa generazione che ci piace tanto definire dei bamboccioni, dei mammoni, come nell’editoriale di Vittorio Feltri fresco di qualche giorno fa sul Giornale? Volete vedere i giovani scendere in piazza a fianco delle corporazioni per difenderle dal mostro delle liberalizzazioni, quando essa stessa manca di ogni minima tutela non del salario, ma finanche del posto di lavoro, pilastro fondativo della costituzione? Dovrebbero fare finta di non sapere che un buon welfare è loro negato dall’evasione fiscale più alta d’Europa operata con tanto gusto dalla generazione precedente?

Immagino i farmacisti protestare di fronte ad un ufficio dove si sta svolgendo un colloquio di lavoro.  Una venticinquenne laureata, con master, e lodi, tre lingue conosciute, esperienza all’estero, esperienza in mille lavoretti, non sposata è al terzo colloquio e non viene alla fine assunta perché di lì a poco sarà prevedibilmente incinta e bisognerebbe pagargli il sussidio di maternità…

Vediamo i parlamentari – rappresentanti delle professioni difendere gli albi, quando una direttiva europea li vuole aboliti da 23 anni! Precisamente dal 1989 (direttiva EU 1989/48).

Vedo tanti opporsi a questo cambiamento. E vi dirò, è difficile essere in completo disaccordo con chi protesta, specialmente se rischia il posto di lavoro, il salario, e specialmente quando richiede che a pagare in questo caso non sia la terza o la seconda classe. Bisogna pretendere che tutti paghino secondo ciò che posseggono o di cui usufruiscono e che agli evasori sia pignorato tutto come si fa negli USA, dove ti mettono pure in galera per diversi anni e la società non ti considera un furbo, ma un ladro e basta.

Ma il concetto è: o siamo tutti socialisti, protezionisti, tutelati, oppure siamo tutti capitalisti, europeisti, competitivi e concorrenti. Ogni forma intermedia è ambigua e almeno in questo momento, fallimentare. Primo, perché abbiamo un debito pubblico che accumulato in 70 anni di clientelismo e piazzismo politico è oggi al 120,5% del PIL (significa che su 5 che produciamo 6 dobbiamo dare indietro ai nostri creditori), mentre in Germania è all’81,7% e in Estonia al 5,8% (l’accordo stipulato dai 27 –Gran Bretagna e Repubblica Ceca escluse- prevede ce dal 1 gennaio 2013 il debito pubblico non potra superare il 60% del PIL, quindi dobbiamo mangiarne ancora di crostini duri…).

Se vogliamo godere di una moneta forte come l’Euro che ci consente di importare materie prime ed energia a prezzo vantaggioso senza le quali addio PIL e addio salari, dobbiamo per forza accettare una riduzione di tutte quelle tutele che hanno costi pubblici troppo elevati. Si rinuncerà a tutele solo però in cambio di opportunità.

Altrimenti falliamo, usciamo dall’euro, torniamo piccoli, ma forse più corrispondenti a ciò che veramente siamo, fuori dal G8, G20,GGG e vertici vari, ci facciamo costare di più gas, elettricità e benzina, e ci teniamo pure il posto fisso (a che salario poi, si vedrà), e tutte le tutele che ci piacciono di più.

Secondo perché ogni modello ambiguo significa che qualcuno è scontentato e qualcun altro lo è meno e dato che il governo non è certo un baluardo del proletariato, o se preferite delle classi di reddito medie e basse, valutate voi chi ne uscirà meno scontentato. La tensione sociale oggi è talmente forte che basta un nonnulla, basta una battuta tipo “il posto fisso, che monotonia!” a far saltare sulla sedia tutti.

Bisogna scegliere se stare da una parte o dall’altra, da quella del liberismo cosmopolita montiano o del protezionismo nazionalista e popolare. L’Italia è da sempre il laboratorio politico del vecchio continente e lo sta dimostrando una volta di più. Ma se Mario Monti dovesse fallire, se l’Europa unita e cosmopolita nata dalle macerie di due conflitti mondiali e di una guerra fredda dovesse  sfaldarsi oppressa dai debiti e dalle logiche del mercato, vedo un grosso pericolo all’orizzonte.

Sullo sfondo della vicenda euroeea si addensano vecchie nubi nere, cariche di distinzioni nazionalistiche, di populismo, di xenofobia, di chiusure. Voci di autarchia e rivendicazioni di supremazia morale non vengono più pronunciate sottovoce. Ripensando alle vicende del ’900, ai totalitasimi sorti da paesi in bancarotta, sappiamo che non è il momento di abbassare la guardia. Da qualunque parte di questo grande gioco si stia, è il momento di stare sul pezzo.

greece greek riots


Sfogo di una pensatrice: avere diciott’anni (di Veronica Botti)

Avere diciott’anni e amare le lettere.

Avere diciott’anni e pensare di fare economia perché “Le lettere non ti daranno mai il pane, Veronica”. Avere diciott’anni e l’esame di maturità.

Avere diciott’anni e… scusa, che cos’è la maturità?

Avere diciott’anni e voler studiare per dire “Si, non ho e mai avrò raccomandazioni, ma riuscirò ugualmente a dimostrare quanto valgo, sì ce la farò.”

Avere diciott’anni e pensare che i soldi non fanno la felicità, è vero, ma un colpetto ce lo danno.

Avere diciott’anni e trovarsi tra le mani il diritto di studiare, vederlo come un fiorellino semi-appassito che però io devo difendere come un giocatore di Rugby, fiore il cui seme pianterò.

Avere diciott’anni, volere studiare, avere la maturità e per questo fare il proprio lavoro partecipando alle lezioni. Lavoro per altro non retribuito, pensa.

Avere diciott’anni e non credere nello sciopero.

Avere diciott’anni e preferire mettere una firma su un articolo, nome cognome, piuttosto che l’urlo confuso in mezzo a tanti.

Avere diciott’anni e sentirsi dare della fascista nonostante il mio pensiero, i miei diritti, le mie opinioni, siano gli stessi di chi manifesta.

Avere diciott’anni e sentirsi dare della fascista,da persone che predicano l’apertura mentale, solo perché preferisco un metodo di protesta ad un altro.

Avere diciott’anni e vedere spaccature estremiste e infantili che invece della comprensione e del rispetto reciproco promuovono lo schierarsi a tutti i costi senza compromessi.

Avere diciott’anni e chiedersi cosa sia giusto o sbagliato.

Avere diciott’anni e chiedersi se sia normale il non sentirsi rappresentati da un governo che fa della morale una pallina di carta. Avere diciott’anni e non sentirsi rappresentati nemmeno da un’opposizione che critica il bambino capriccioso che ha fatto della morale una pallina di carta, ma non gli insegna che di un foglio si può fare anche un origamo.

Avere diciott’anni e dire che non avrò mai una tessera di partito.

Perché io ho diciott’anni, penso, mi sfogo, ripenso, cambio idea, mi ri-sfogo e torno a pensare.

Avere diciott’anni e credere di credere in Dio.

Avere diciott’anni e parlare di Dio con gente che ti guarda sorridendo come se fossi una fanatica visionaria, dice che esistono i preti pedofili, e quindi anche tu, a modo tuo, sei una pedofila, come se tu credessi nei preti pedofili, non in Dio.

Ah, queste sono sempre le persone che predicano l’apertura mentale.

Avere diciott’anni, credere di credere in Dio, nella propria religione, ma anche nel 2011 in cui si vive, nei tempi che cambiano, nel progresso.

Avere diciott’anni e abbassare lo sguardo e ridere quando la gente crede ancora nei profili canonizzati delle persone, nei volgari luoghi comuni.

Avere diciott’anni e credere ugualmente nel potenziale dei miei coetanei,

nella possibilità di migliorare sé stessi per migliorare un Paese,

nel ribaltamento di esempi negativi,

nel rispetto anche di ciò che non si condivide,

nel valore delle proprie capacità,

nell’intraprendenza,

nella curiosità e nella critica costruttiva,

nella convivenza di pensieri e persone. Diversi.

Avere diciott’anni e alla fine…

Avere diciott’anni.

Veronica Botti


Il mercato della politica

Il mercato parlamentare è sempre esistito, inutile negarlo, quindi non dobbiamo stupirci se in questo periodo di crisi – economica politica sociale morale – sentiamo ancora parlare di quest’usanza della politica.

In questi casi si pensa a deputati o senatori noti, i cui ruoli sono determinanti nell’ambito dei voti in Parlamento o nell’ambiente di partito. Ma non è sempre così. Spesso i personaggi sconosciuti ai più diventano i principali attori di queste delicate ma determinanti fasi, perché possono con una loro mossa rendere un grande beneficio ad una coalizione piuttosto che ad un’altra. E in quest’Italia, dove tutto ha un prezzo e, soprattutto, dove non esistono conseguenze per chi le leggi le fa, basta accordarsi e in quattro e quattr’otto si ammaina una bandiera per tirarne su un’altra.

Nel 2007, durante il governo Prodi, i casi di deputati che passavano dal centro-destra al centro-sinistra via gruppo misto era la regola, non l’eccezione. Come nel passato governo passare dal centro al Pdl era considerata prassi logica per far sopravvivere un Berlusconi scosso da una miriade di processi tra i membri del suo partito (in primis quelli del Presidente del Consiglio) e le disavventure interne alla maggioranza. E’ la politica della sopravvivenza, comprensibile, e finché esisterà il voto di scambio questa logica non cambierà.

Ma se è abbastanza normale passare da un gruppo all’altro per far sopravvivere un governo, è assolutamente abnorme pagare per chiedere di far cadere un governo avverso. Repubblica racconta la storia di due deputati del carroccio – Marco Pottino e Albertino Gabana – che si sono fatti pagare per votare la sfiducia al governo Prodi, e quindi farlo cadere.

 

Da Repubblica:

Come funziona il mercato da Transatlantico nel reame di Silvio Berlusconi, laddove tutto ha un prezzo, tutto una ricompensa? Lo ricostruiamo attraverso la storia di due oscuri peones, ligi ex onorevoli del Nord-Est. Transitati dalla Lega al gruppo misto alla fine del 2006, nel pieno del biennio ballerino del governo Prodi. Quando ogni singolo senatore diventa determinante per la tenuta dell’esecutivo e in tanti vengono contesi, corteggiati, lusingati. In qualche caso forse convinti con ragioni a cinque zeri. Dopo aver rotto con la Lega in Friuli per beghe locali, Marco Pottino, allora deputato, classe ’74, e Albertino Gabana, allora senatore, classe ’54 (entrambi di Pordenone) dopo un anno di navigazione a vista nel gruppo misto, vengono “convertiti” a fine 2007 al credo berlusconiano. Per essere acquisiti infine al gruppo forzista. Sono le settimane in cui l’esecutivo del Professore già vacilla. E il senatore Gabana in più di un’occasione vota con quella maggioranza, in un Palazzo Madama trasformato ormai in una casbah. Poco influente Pottino a Montecitorio, ma strategico Gabana per tentare la spallata. I due però camminano insieme. Inseparabili. I messi del Cavaliere sanno che il “pacchetto” va acquisito in tandem. Entrambi vengono avvicinati, lusingati, compiaciuti. Elio Vito, attuale ministro dei Rapporti con il Parlamento – rivela Pottino nel colloquio telefonico con Repubblica – è il più convincente.

La contropartita? Dentro il Pdl raccontano come in quegli ultimi giorni della Pompei prodiana, Berlusconi chieda all’alleato Bossi il via libera per tentare l’operazione aggancio. E di come la manovra sia stata accordata dal Senatur, a patto che i due “ex” del Carroccio non vengano poi rieletti. Clausola che il Cavaliere, o chi per lui, mette subito in chiaro ai due, nel momento in cui viene prospettato il passaggio e la fittizia candidatura alle successive politiche (poi precipitate da lì a tre mesi). Ma allora che interesse avrebbero avuto i peones ad accettare l’offerta? Transitare per poi perdere il seggio? È qui che scatta la rete di protezione. La garanzia per entrambi, qualora non eletti, di mantenere comunque lo status economico da parlamentare, magari con una consulenza ad hoc.

I fatti. Succede che, alle Politiche del 2008, tanto il giovane Pottino quanto il cinquantenne Gabana vengono candidati insieme alla Camera, lista Pdl, collegio del natio Friuli. Puntualmente non la spuntano: risultano primo e secondo dei non eletti. E accade che nel dicembre 2008, pochi mesi dopo l’inizio della legislatura, entrambi stipulino due distinti “contratti di lavoro a progetto” con il gruppo Pdl di Montecitorio, “in persona del suo presidente, Fabrizio Cicchitto”, con tanto di firma in calce. Durata (art. 5 del contratto): a partire dal gennaio 2009 e “fino al termine della XVI legislatura”. Compenso (art. 6): “Complessivi 120.516 euro annui al lordo delle ritenute”, da corrispondere “in dodici rate di 10.043 euro”. Né più né meno che l’indennità sommata alla diaria di cui godono gli onorevoli. Mancano all’appello solo i 4 mila del rimborso spese per portaborse. Bingo! Professionisti da gratificare per i servigi e la dedizione, consulenti meritevoli (“Considerevoli esperienze professionali nell’ambito delle comunicazioni istituzionali” è l’identica motivazione nei due contratti), da impiegare al gruppo. Il tutto, con soldi pubblici, i budget messi a disposizione dalla Camera, quattrini del contribuente.

Ma si dà il caso che a Montecitorio, al gruppo Pdl, di loro non vi sia traccia (se non al libro paga). “Non risultano nei nostri elenchi, è sicuro che lavorino qui?” risponde la segretaria interpellata. “Forse potete provare al partito”. Ma la risposta non cambia quando vengono contattati gli uffici di via dell’Umiltà. Repubblica rintraccia Gabana e Pottino al telefono a Pordenone. I due ex leghisti, oggi pidiellini militanti, forniscono nella sostanza la medesima spiegazione. Confermano di avere quel rapporto di consulenza ma negano la compravendita: “Non siamo stati affatto comprati, provenivamo già dal centrodestra”. E ammettono di andare poco a Roma: “Ma solo perché è meglio lavorare qui in Friuli, ci dedichiamo alla costruzione del partito. Proveniamo dal Carroccio e chi meglio di noi sa come si lavora sul territorio?”.

 

 

Ma torniamo ad oggi… Da inizio legislatura 91 parlamentari (69 deputati e 22 senatori) hanno cambiato gruppo. Chi per aderire ad un altro partito, chi per fondarne uno nuovo, chi per passare allo schieramento opposto. Alcuni, poi, si sono sbagliati e sono tornati sui propri passi.

I deputati che hanno cambiato gruppo:

       
 MANNINO Calogero     UDC > gruppo Misto  
BACCINI Mario    UDC > gruppo Misto > PdL    
PIONATI Francesco    UDC > gruppo Misto    
PISACANE Michele    UDC > gruppo Misto    
ROMANO Francesco Saverio    UDC > gruppo Misto    
RUVOLO Giuseppe    UDC > gruppo Misto    
TABACCI Bruno   UDC > gruppo Misto    
GIULIETTI Giuseppe   IdV > gruppo Misto    
MISITI Aurelio Salvatore   IdV > gruppo Misto    
PISICCHIO Pino   IdV > gruppo Misto    
PORFIDIA Americo   IdV > gruppo Misto    
TOUADI Jean Leonard   IdV > PD    
MERLO Ricardo Antonio   gruppo Misto > UDC    
RIA Lorenzo   PD > gruppo Misto > UDC    
BINETTI Paola   PD > UDC    
CALGARO Marco   PD > gruppo Misto    
CESARIO Bruno   PD > gruppo Misto    
GAGLIONE Antonio   PD > gruppo Misto    
LANZILLOTTA Linda   PD > gruppo Misto    
LUSETTI Renzo   PD > UDC    
MANTINI Pierluigi   PD > UDC    
MOSELLA Donato Renato   PD > gruppo Misto    
VERNETTI Gianni   PD > gruppo Misto    
CARRA Enzo   PD > UDC    
CALEARO CIMAN Massimo   PD > gruppo Misto    
ANGELI Giuseppe   PdL > FLI > PdL    
BELLOTTI Luca   PdL > FLI    
BOCCHINO Italo   PdL > FLI    
BONGIORNO Giulia   PdL > FLI    
BRIGUGLIO Carmelo   PdL > FLI    
BUONFIGLIO Antonio   PdL > FLI    
CATONE Giampiero   PdL > FLI    
CONSOLO Giuseppe   PdL > FLI    
COSENZA Giulia   PdL > FLI    
DELLA VEDOVA Benedetto   PdL > FLI    
DIVELLA Francesco   PdL > FLI    
GUZZANTI Paolo   PdL > gruppo Misto    
LA MALFA Giorgio   PdL > gruppo Misto    
LAMORTE Donato   PdL > FLI    
LO PRESTI Antonino   PdL > FLI    
MELCHIORRE Daniela   PdL > gruppo Misto    
MENIA Roberto   PdL > FLI    
MOFFA Silvano   PdL > FLI    
MONDELLO Gabriella   PdL > UDC    
MORONI Chiara   PdL > FLI    
NAPOLI Angela   PdL > FLI    
PATARINO Carmine Santo   PdL > FLI    
PERINA Flavia   PdL > FLI    
PROIETTI COSIMI Francesco   PdL > FLI    
RAISI Enzo   PdL > FLI    
RONCHI Andrea   PdL > FLI    
ROSSO Roberto   PdL > FLI    
SCALIA Giuseppe   PdL > FLI    
SILIQUINI Maria Grazia   PdL > FLI    
TANONI Italo   PdL > gruppo Misto    
TREMAGLIA Mirko   PdL > FLI    
URSO Adolfo   PdL > FLI    
BARBARESCHI Luca Giorgio   PdL > FLI    
BARBARO Claudio   PdL > FLI    
DI BIAGIO Aldo   PdL > FLI    
GRANATA Benedetto Fabio   PdL > FLI    
PAGLIA Gianfranco   PdL > FLI    
POLIDORI Catia   PdL > FLI    
RUBEN Alessandro   PdL > FLI    
SBAI Souad   PdL > FLI > PdL    
TOTO Daniele   PdL > FLI    
FINI Gianfranco   PdL > FLI    
CONTE Giorgio   PdL > FLI    
SCANDEREBECH Deodato   PdL > UDC    
           

I senatori che hanno cambiato gruppo:

ASTORE Giuseppe   IdV > gruppo Misto  
RUSSO Giacinto   IdV > gruppo Misto  
GUSTAVINO Claudio   PD > gruppo Misto > UDC  
POLI BORTONE Adriana   PdL > gruppo Misto > UDC  
FANTETTI Raffaele   gruppo Misto > PdL  
BIANCHI Dorina   PD > UDC  
BRUNO Franco   PD > gruppo Misto  
RUTELLI Francesco   PD > gruppo Misto  
SBARBATI Luciana   PD > UDC  
SERRA Achille   PD > UDC  
VILLARI Riccardo   PD > Misto  
BALDASSARRI Mario   PdL > FLI  
CONTINI Barbara   PdL > FLI  
DE ANGELIS Candido   PdL > FLI  
DIGILIO Egidio   PdL > FLI  
GERMONTANI Maria Ida   PdL > FLI  
MENARDI Giuseppe   PdL > FLI  
MUSSO Enrico   PdL > gruppo Misto  
PONTONE Francesco   PdL > FLI  
SAIA Maurizio   PdL > FLI  
VALDITARA Giuseppe   PdL > FLI  
VIESPOLI Pasquale   PdL > FLI  

 

Sicuramente tutti questi parlamentari hanno scelto liberamente di seguire la loro coscienza, come noi cittadini esprimiamo liberamente il nostro voto nella cabina elettorale per eleggerli ogni 5 anni – o 2 anni come accade ultimamente nel nostro Belpaese – ma pensando al prossimo 14 dicembre (data in cui si decideranno le sorti del governo Berlusconi) mi chiedo: quanti di questi – o altri parlamentari - cambieranno ancora partito?

Liberamente s’intende…


Perché manifestare?

Venerdì 8 ottobre 2010 si è svolta la Manifestazione Nazionale contro la distruzione della Scuola Pubblica. In tutte le città d’Italia piazze gremite di studenti, che hanno fatto sentire la loro voce attraverso cortei, slogan e cori, per tutta la mattinata.
La domanda che spesso si sente fare (o si fa) è “Perché manifestare?”
Perché perdere il proprio tempo, saltare un giorno di scuola e andare in piazza? Tanto quelli che stanno là a governare non assistono e soprattutto se ne fregano di quello che facciamo noi. Tanto i metodi per cambiare le cose non sono mica questi! Non serve mettersi in mezzo a una strada a gridare… Così non si va da nessuna parte, non cambia niente… Noi non siamo in grado di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose, meno che mai modificare un decreto che ormai è già stato approvato. Giusto?

NO.

Partiamo dal “fare qualcosa di concreto”: cosa c’è di più concreto che unire centinaia di persone accomunate dalle stesse idee in una piazza e dare loro la possibilità di parlare? Persone che non vengono a vendere le loro bandiere, che non sbraitano slogan di nessun partito, che non sono altro che studenti, uniti dalla volontà di sapere, prendere parte a ciò che li riguarda, a ciò che in definitiva è la loro vita.
Troppo spesso la gente se ne sta in silenzio tenendo per sé le proprio idee, troppo spesso non si presta attenzione alle parole degli altri, troppo spesso ci chiudiamo nel nostro guscio fingendo che ciò che accade intorno a noi non ci riguardi. La storia del “non cambia niente, non serve a niente, non ha senso” è solo una banalissima scusa, che lascia trasparire una grande e triste verità: chiudere gli occhi spesso è molto più facile di stare a guardare mentre ci distruggono la strada sotto i nostri piedi.

Ma questo non vuole essere solo un attacco al menefreghismo: in un momento come questo è meglio incoraggiarci, spingerci ad andare avanti, a pensare con la propria testa ed agire di conseguenza, senza troppe questioni ideologiche o preconcetti di varia natura.

Rendiamoci conto di quello che accade, di quello che ci riguarda e non facciamolo solo costretti dall’evidenza, non riduciamoci in situazioni estreme, non aspettiamo che ci tolgano la sedia da sotto il sedere, che ci tolgano le ore, ci modifichino il piano formativo così da non farlo più corrispondere a quello che noi, al momento dell’iscrizione, abbiamo sottoscritto. Non aspettiamo di avere una scuola deturpata delle sue funzioni essenziali, smostrata, resa più simile ad un’azienda che al luogo della “formazione dell’individuo e del futuro cittadino” come recita ogni Piano dell’Offerta Formativa che si rispetti.
Non aspettiamo più, perché allora molto probabilmente sarà troppo tardi.

Venerdì, a metà mattina, gli studenti delle scuole di tutta Modena e provincia (alcuni persino da Carpi) si sono riuniti in Piazza Grande per manifestare tutto il loro dissenso e la loro rabbia per il Decreto Gelmini.

E qui torniamo alla domanda di partenza, ossia: come possiamo noi, semplici studenti, pretendere che con questa manifestazione avvenga anche un minimo cambiamento?
C’è chi pensa che lo scopo di un corteo sia quello di far cambiare idea ai nostri cari politici, ma guardiamoci intorno: quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dovrebbe esserci uno sciopero colossale! Gli studenti in piazza per il loro Futuro, i genitori per il futuro dei figli, gli insegnanti e tutto il personale scolastico per la loro dignità e per il futuro dei loro figli (e anche, particolare non da poco, per il loro posto di lavoro). La scuola è la base, la scuola detiene le redini del futuro, che sembra una frase ad effetto ma è tremendamente reale e concreta. Per questi motivi è estremamente difficile essere ascoltati, ma il primo grande passo per raggiungere un risultato è portare l’informazione e quindi la riflessione nelle teste e sulle bocche della gente, tutta la gente. Così si raggiungono i cambiamenti.

Quelli che venerdì erano presenti, in mezzo alla folla, circondati da persone che sventolavano bandiere, portavano striscioni, cantavano, davanti a studenti che parlavano ad un microfono su un palco improvvisato, insomma, quelli che erano davvero presenti, loro sì che hanno avvertito qualcosa di diverso.

Per loro, che erano lì non solo per manifestare, ma anche per capire, è cambiato qualcosa: si sono resi conto di non essere gli unici, si sono accorti che c’erano troppe cose lasciate in sospeso e che non potevano permettersi di ignorare, soprattutto hanno capito ancora una volta che l’unione fa la forza, sembra una frase buttata lì, ma quando sei in mezzo a centinaia di persone, allora è lì che davvero ti rendi conto dell’unità che può esistere tra perfetti sconosciuti con un ideale comune.

E per chi pensa che dopo due anni di manifestazioni, sit in e scioperi ormai ne abbiamo avuto abbastanza: l’alternativa è starsene buoni e fingere che vada tutto bene.

Valentina Camac
Eugenia Carro


Contro i corrotti.

E’ in atto un grosso gioco di potere in Italia e siamo nelle fasi finali ma non ancora più acute dello scontro. Al confronto delle cose del mondo globale, che per quelli come me -fino a prova contraria- è ancora solo virtuale, sembrano ben poca cosa i fatti  di cronaca politica e giudiziaria di questi giorni. Il Rasoio prova a ricostruire il puzzle degli eventi, per se stesso e per chi legge, senza preconcetti.

I fatti, quando li leggi, sono già storia; quindi questa è già storia, storia d’Italia, il paese da cui molti  che l’hanno ereditata vogliono fuggire e che forse meriterebbe, proprio per la storia che vanta, uno sforzo di tutti.

Tornando alla storia di questi giorni, voglio cercare di mettere insieme il puzzle.

Finché le “vacche erano grasse” per tutti, il sistema di corruzione diffusa che vigeva nel nostro Paese era tollerato, perché garantiva una redistribuzione accettabile della ricchezza. Tangentopoli, ossia la fine della Prima  Repubblica, scoppia infatti in un momento di crisi economica (’92-’93). Inizia la caccia al politico corrotto. La mafia fa fuori Falcone e Borsellino e riprende potere pieno. Lo Stato subisce, una parte dello Stato (forse) approva.

Reimpasto, nuovi soggetti politici, cambio al vertice. Inizia la Seconda Repubblica.

Ci si può aspettare che gli scandali giudiziari di questi giorni accompagnino la fine della Seconda Repubblica? A che livello della scala del potere riusciranno ad arrivare i magistrati per svelarne le zone d’ombra?

L’attività dei magistrati e della polizia va intensificandosi, mano a mano che ci si avvicina alla discussione sul “decreto intercettazioni”. E’ un delicatissimo scontro fra i due poteri dello Stato rimasti. Chi conosce le basi del diritto, sa che i poteri sono tre costituzionali più uno: quello legislativo (Parlamento), quello esecutivo (Governo), quello giudiziario (Magistratura), e l’informazione (Mass Media), il cosiddetto “quarto potere”. Oggi governo, parlamento e buona parte dell’informazione sono riferibili ad un solo soggetto, mentre solo la magistratura mantiene l’autonomia necessaria all’equilibrio dei poteri che è assioma della democrazia.

L’accentramento del potere in democrazia è allontanamento dal potere per il popolo. Infatti, il popolo, noi, che ruolo abbiamo in questo gioco di lodi, processi, prescrizioni e decreti?

Ma se la politica fosse (o è) in molte parti corrotta, perché sta ancora lì? Beh, i voti da noi vengono, non dalla cicogna. Dobbiamo allora dire che l’Italia è un paese i cui stessi elettori, la maggioranza del popolo è insofferente alle regole, alle procedure, ai patti che regolano la vita dei cittadini. Per questo elegge rappresentanti che sono espressione del proprio modo di essere. Chi è disposto a rinunciare a qualcosa per il bene del vicino e a rispettare le regole si trova in minoranza, oggi, in Italia.

Malcolm X, cinquant’anni fa diceva: “Non buttate via nemmeno un voto. Un voto è come una pallottola. Se il bersaglio è fuori portata, tenetevi in tasca la pallottola”.

Tradotto, oggi, in Italia, significa: “Se chi ha il potere non serve chi glielo concede in libertà, allora teniamo in tasca il voto, finché non ci sarà qualcuno degno di esso che darà valore a quel voto, a quella fiducia e a quella libertà”.

Chiamo in causa Malcolm, un rivoluzionario, perché oggi, in Italia, la moderazione non sortisce alcun effetto. Tuttavia non dirò “Spariamo” o “Alziamo barricate”. Dirò invece: “Diciamo la verità. E pretendiamo verità. Niente verità, niente voto. Niente voto uguale niente fiducia. Niente fiducia uguale disprezzo”. Se chi comanda è corrotto, chi vota o chi semplicemente incita al voto automaticamente è sospettato di collusione o di votare per interesse personale. Si chiamerebbe voto di scambio.

L’alternativa? Noi facciamo il nostro dovere di cittadini. Voi, a Roma, in ogni regione, provincia, comune grande e piccole riconquistate la nostra fiducia e recuperate la vostra dignità.

Ora capisco perché ci hanno fatto credere che le ideologie sono finite. Perché se finiscono le ideologie, c’è spazio solo per l’interesse privato.

Purtroppo per voi, le ideologie non sono finite, e se alcune sono obsolete, noi siamo qui a costruirne una nuova.

Claudio Cavazzuti


PECCATI QUOTIDIANI – Avarizia, ovvero accumulo eccessivo, mancanza di generosità

Ma quale influenza. E’ stato un business – Otto mesi e mezzo dopo il primo caso di influenza A/H1N1 in Italia, la parola pandemia è scomparsa dall’agenda della paura della gente. Semplicemente perché gli scenari apocalittici che erano stati prefigurati sono evaporati. Duecento le vittime, secondo l’ultimo bollettino del Ministero della Sanità, con un tasso di mortalità dello 0,005%, ben inferiore allo 0,2% che si registra per la normale influenza. Passato lo spavento, a leccarsi i baffi sono i colossi farmaceutici, pronti ad annunciare al mondo utili da favola. Ricordate la corsa ai vaccini? Lo scorso 21 agosto il governo firmò con la Novartis un contratto di fornitura di 24 milioni di dosi per 184,8 milioni di euro. Ma le vaccinazioni, anche nel periodo di massima allerta, hanno fatto flop; nel frattempo la consegna dei prodotti alle Regioni è naturalmente proseguita, fino a raggiungere la quota di 10 milioni di dosi distribuite. Ecco perché ieri, entrata in vigore la class action contro la pubblica amministrazione, il Codacons ha notificato un’azione collettiva al Ministero della Salute, in cui chiede di risolvere immediatamente il contratto con la Novartis, di restituire l’esborso ai 60 milioni di cittadini iscritti al servizio sanitario nazionale. L’affare l’hanno fatto soltanto loro, i big del farmaco. Novartis ha stimato in 700 milioni di dollari le entrate per la vendita del vaccino, in quasi 40 Paesi: l’utile 2009 del gruppo, che aveva subito un calo dello’8% nei primi nove mesi dell’anno (rispetto allo stesso periodo del 2008) schizzerà verso l’alto. Alla borsa di Zurigo, il titolo è aumentato del 43% tra marzo e dicembre. (da la Gazzetta dello Sport, 16 gennaio 2010)

Fiat: “Termini chiude, non siamo il Governo” – La Fiat non cambia idea su Termini Imerese, e i lavoratori si fermano. L’amministratore delegato del gruppo torinese, Sergio Marchionne, conferma le intenzioni della Casa: “Siamo il maggiore investitore in Italia, siamo un’azienda e abbiamo le responsabilità di un’azienda: non abbiamo le responsabilità di governare il paese, questo è un compito del governo”. (da la Gazzetta dello Sport – 15 gennaio 2010)

Gli incentivi salvano l’auto, Fiat avanza a tutto gas – Ancora un mese positivo per il mercato dell’auto: in dicembre gli incentivi hanno continuato a spingere le vendite di nuove auto in Europa, che sono aumentate del 16%. Gli incentivi alla rottamazione messi in campo dai governi dei principali Paesi europei hanno così impedito un tonfo delle immatricolazioni nel 2009. (da il Resto del Carlino, 16 gennaio 2010)


La memoria in un giorno (di Baldoni Fabio)

Avevo scritto una poesia, ingenuo e timido tentativo per lasciare un segno sul blog nel giorno universalmente riconosciuto come quello “della memoria”. Poi l’ho cancellata, parola per parola: una lettera alla volta, premendo con l’indice destro sul tasto “delete” del mio portatile. Un gesto lento, ritmato, che ha scatenato dentro di me alcune domande a cui non sono ancora riuscito a rispondere.

Un solo giorno basta per ricordare?
É solo un modo per soffocare la passata e presente vergogna?

Perché non riesco a riconoscermi in una società, nei governi, che spendono belle e giuste parole nel giorno della memoria, per poi non attuarle negli altri giorni dell’anno.

Quando vedo immagini di immigrati africani ghettizzati e deportati (in Calabria come in altre occasioni) o leggo degli episodi di violenza contro gli omosessuali a Roma…
Quando sento l’odio nelle parole del Presidente iraniano contro Israele o quando il pensiero cade sul popolo palestinese, che sopravvive in quella terra di nessuno che si trova a metà tra la Terra Santa di altri ed il loro personale Inferno in Terra
Quando vedo i capannelli di marocchini, fuori dal bar, a fumare e parlare tra loro al freddo e poi sento i miei clienti italiani dire “dovreste fare qualcosa”
Quando leggo le teorie dei negazionisti o quando i giornali scrivono che ai giovani non si insegna la storia…
Quando la generosità (o la superbia e l’interesse economico a seconda dei punti di vista) spinge gli uomini a portare la democrazia con le armi…
Quando il Governo cinese blocca la libera informazione interna senza che vi sia un vero segnale da parte degli altri governi internazionali o quando si parla dell’Africa solo per i prossimi mondiali di calcio…

La lista è lunga, ed un solo giorno non basta secondo me.

Perché viviamo nell’era dell’informazione e la colpa è nostra se non utilizziamo gli strumenti che abbiamo per essere uomini e donne consapevoli.
Perché è inutile dire “dobbiamo ricordare ciò che è stato per evitare che succeda di nuovo in futuro”

Il futuro è già oggi, ed il nostro silenzio è complice.

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