È dura essere la più grande potenza militare del mondo.
D’altra parte conosciamo bene la megalomania degli USA e a ragion veduta possiamo immaginare che per loro non sia affatto gravoso travestirsi da paladino della giustizia; specialmente se il denaro per comprarsi il costumino deriva ormai da estorsioni e ricatti morali, che ho brevemente illustrato nel capitolo precedente.
Noi modenesi nel nostro piccolo non sentiamo direttamente sulla pelle gli effetti nefasti delle spacconate statunitensi: a questo proposito se la passa peggio Vicenza, che nel 2007 ha dovuto chinare la testa di fronte al via libera del governo Prodi al raddoppio di Camp Ederle, la base militare americana lì in città. Più che finanziamenti, gli USA si aspettano da noi italiani collaborazione e finanche servilismo. Facciamo la parte dei lacchè, insomma, nei cui panni si trovava assai a suo agio mister B. quando alla Casa Bianca alloggiava G. W. Bush.
Le basi militari americane in Italia comunque sono 113, sparse un po’ dappertutto nel paese. Questo numero, che può sembrare enorme, in realtà include anche semplici stazioni radio (una sul Cimone, per esempio), ripetitori, magazzini, eccetera. Ad ogni modo l’Italia è il secondo paese europeo per presenza di militari americani sul territorio: poco meno di 10.000.
La ragione è semplice: durante la Guerra Fredda la cortina di ferro tagliava in due proprio l’Adriatico, separando il Bel Paese dalla Jugoslavia di Tito. L’Italia infatti vanta un’ottima posizione geostrategica, poiché si estende nel Mediterraneo e si trova a ridosso dell’Europa dell’est restando tuttavia protetta dal mare. Gli USA questo lo sanno bene e così durante le guerre nell’ex Jugoslavia (Serbia, Kosovo) e anche adesso durante il conflitto iracheno i raid aerei americani partono anche dal nostro paese.
A questo punto parlare dei raid aerei americani potrebbe far sorgere una domanda: perché gli Stati Uniti si avvalgono tanto dei bombardamenti aerei? La risposta può essere: perché la loro tecnologia militare glielo consente.
Tuttavia la faccenda non è così semplice.
Come ho detto nell’articolo precedente, gli USA hanno timbrato la geopolitica mondiale con la loro bandiera a stelle e strisce già nel secondo dopoguerra. D’altra parte i progressi in campo militare non solo hanno consentito agli Stati Uniti di guadagnare una posizione di estremo prestigio e potere agli occhi del mondo, ma sono stati anche il motore del loro sviluppo economico. Basti pensare che lo strumento primario della globalizzazione, internet, non è altro che il perfezionamento del vecchio arpanet, un network progettato negli anni ’60 dal DARPA, organo dipendente dal ministero della difesa americano, il cui scopo era creare un sistema di controspionaggio e di telecomunicazione a prova di attacco sovietico. Anche gli sforzi americani per la conquista dello spazio si inscrivono nella competizione con l’Unione Sovietica. L’azienda americana Lockheed Martin, quella che ha sviluppato la tecnologia stealth, quella che su una gamma di una quarantina di prodotti ne annovera solo 10 ad uso civile, ha registrato un fatturato nel 2008 pari a 42 miliardi di dollari, ossia circa lo 0,3% del PIL americano. Si potrebbe anche affermare che coi suoi centocinquantamila dipendenti la Lockheed possa in qualche modo influenzare scelte di senatori o membri del congresso. Se sei un politico americano eletto in zone ad alta densità di dipendenti della Lockheed, per esempio, potresti sentirti in imbarazzo al momento di votare la soppressione di un programma militare. Drastiche riduzioni negli introiti di un’azienda come la Lockheed potrebbero gettare in mezzo alla strada molti dipendenti, che poi non ti voterebbero più.
Ma non intendo approfondire adesso l’influenza che le lobby militari possono eventualmente esercitare sul governo degli USA. Quello che conta davvero è che la straordinaria forza militare americana non è assolutamente all’altezza degli enormi capitali che vi si investono. Anzi, dopo aver fatto la voce grossa con nazifascisti prima e russi poi, il potere militare statunitense sta lentamente ma inesorabilmente declinando.
Primi segnali di cedimento si possono vedere già nella guerra di Corea del 1950. Il conflitto fu scatenato dai nordcoreani che invasero il sud del paese fino a conquistarlo quasi completamente. La risposta americana fu immediata e gli invasori furono respinti dietro il confine tra le due coree e oltre, fino alla frontiera con la Cina. A quel punto, temendo l’estensione della guerra sul proprio suolo, la Cina decise di intervenire, inviando un contingente di 780.000 soldati. L’esercito cinese era dotato di equipaggiamenti e preparazione irrisori rispetto ai nemici, eppure gli americani furono ricacciati a sud. Il fronte si attestò nuovamente sul 38° parallelo, senza che le forze USA riuscissero a sfondare la resistenza rossa: questa situazione non mutò fino all’armistizio firmato nel 1953, che sancì definitivamente la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud.
Non si può però considerare la guerra di Corea come una sconfitta riportata dagli USA: per questo si dovrà attendere ancora una decina d’anni.
Fu infatti in Vietnam che la forza militare USA ricevette il primo vero schiaffo, il cui dolore fu amplificato dal fatto che, sulla carta, la vittoria avrebbe indubbiamente arriso alla coalizione americana. Invece le tattiche di guerriglia vietnamite erano imbattibili e la fanteria americana si rivelò del tutto incapace di affrontare questa sfida. Nel 1973 Nixon firmò il trattato di pace e nel ’75 il Congresso approvò il taglio totale ai finanziamenti di questa guerra. Il Vietnam del Nord (sostenuto da Cina e URSS) poté perciò riunificare il paese sotto la bandiera comunista, non appena le operazioni americane vennero interrotte.

La guerra in Vietnam fu un tale smacco per gli Stati Uniti che costò loro l’immagine di egemone incontrastato, dipingendoli molto più come un bullo che crea guai in casa degli altri. Il terrore di bissare l’insuccesso e l’opinione pubblica contraria all’intervento diretto fecero sì che le guerre successive conoscessero una partecipazione americana sempre marginale, limitata al sostegno di una parte in causa con armi e capitali, al limite con bombardamenti aerei.
In particolare gli USA sostennero finanziariamente l’Israele contro il Libano in funzione anti-Siria, salvo poi inviare militari in Libano, dietro pressioni internazionali, per incoraggiare gli israeliani a ritirarsi. Gli americani tuttavia si dileguarono dopo un attentato ad una caserma dei marines che provocò 240 vittime a stelle e strisce. Gli Stati Uniti si impegnarono finanziariamente negli anni ’80 anche in Centroamerica e Africa contro le rivoluzioni comuniste a El Salvador, Honduras, Nicaragua, Angola e Mozambico.
Ma la più eclatante prova di questa presenza vigliacca degli USA si ha con la (prima) guerra in Afghanistan (1979-1989), quando il paese fu invaso dai russi. Gli americani sostennero le resistenze dei mujaheddin e del Pakistan con l’operazione Cyclone, aiuti vari ammontanti complessivamente a circa sette miliardi e mezzo di dollari (0,1% del PIL). Questo colossale stanziamento di denaro valse agli USA lo schiacciamento delle forze sovietiche, tuttavia non era certo stato ribaltato lo scomodo verdetto del Vietnam.
Le successive guerre del Golfo in difesa del petrolio kuwaitiano non fanno che alimentare le perplessità riguardo alla potenza militare USA. L’operazione Desert Storm non fu altro che una grandinata di bombardamenti aerei, consentita dall’insuperata tecnologia americana nel campo dell’aviazione. Le manovre terrestri perciò furono solo secondarie ed ebbero un fulmineo successo grazie alla preparazione del terreno e poi al sostegno incessante da parte dei cacciabombardieri stealth americani. La domanda che riempì le bocche di personalità militari e di governo USA fu: che senso ha disporre di un esercito superiore a qualsiasi altro, se poi non viene utilizzato?
La paura di ricacciarsi in una situazione analoga a quella del Vietnam impedì perciò agli Stati Uniti di avvalersi in larga misura della sua fanteria, paura che si ripresentò anche nel corso delle guerre jugoslave del 1991-95.
Il vigore del braccio militare americano era ancor più messo in discussione, specialmente a livello psicologico, da questa riluttanza ad intraprendere consistenti manovre terrestri. Questo e il contemporaneo caos finanziario, che ho riassunto nel capitolo 1, fanno apparire gli USA come una tigre di carta.
L’attentato dell’11 settembre allora fornisce a W. Bush l’occasione di riscattare la U.S. Army e l’egemonia americana in generale. Viene dunque varato il progetto del New American Century, una strategia di ampio respiro mirata a ripristinare la credibilità internazionale degli Stati Uniti e il loro controllo sull’andamento del mondo. Inizialmente dunque viene invaso l’Afghanistan con la prospettiva di catturare Bin Laden ed eliminare i Taliban in breve tempo. Tuttavia la missione non approda ad un esito felice nei tempi sperati, forse anche perché tra i Taliban che costituiscono la spina nel fianco delle truppe americane si trovano vassalli della guerra (es. Gulbudin Hekmatyar) armati e ingrassati dagli stessi americani, ai tempi dell’attacco sovietico al paese; ben presto dunque mantenere i finanziamenti e soprattutto il consenso dell’opinione pubblica a questa guerra inconcludente cominciò ad essere un problema serio per W. Bush.
Nel 2003 gli strateghi della Casa Bianca pensano di attaccare l’Iraq per appropriarsi del suo petrolio, rendere quindi la guerra autosufficiente dal punto di vista economico e distogliere l’attenzione dall’incapacità americana di sopprimere i ribelli afghani. La giustificazione degli USA che venne propinata alla comunità nazionale e internazionale affermava che Saddam Hussein detenesse armi atomiche e che fosse un accanito sostenitore del terrorismo internazionale. Questo è vero solo in parte: Saddam finanziava l’OLP contro Israele ma non sono stati affatto dimostrati i suoi rapporti coi seguaci di Bin Laden. Ad ogni modo l’annientamento dell’Iraq sarebbe stato un colpaccio per gli Stati Uniti: innanzitutto avrebbero depennato il paese dalla loro lista di stati-canaglia, facendo un figurone sulla cattedra della Nato; avrebbero alleggerito Israele dal loro peggior nemico; avrebbero dato un chiaro segnale ai circostanti stati arabi di quanto gli americani sappiano fare sul serio; avrebbero guadagnato un’ottima base geopolitica per i loro successivi interventi in Medioriente.
Le ragioni informali della deviazione in Iraq dunque erano piuttosto valide sul tavolo del Pentagono, peccato che la tradizionale fobia statunitense per le tattiche di guerriglia non sia stata smentita nemmeno stavolta. Il danno che le resistenze mediorientali hanno arrecato alla propaganda dello zio Sam è amplificato anche dal fatto che le forze afghane e irachene impallidiscono ancor più di quelle vietnamite di fronte al colosso militare americano.
Come diamine è possibile che il massimo signore della guerra del mondo si faccia mettere nel sacco da semplici ribelli e partigiani nascosti in grotte e villaggi?
Il sostanziale fallimento delle campagne militari in Medioriente, sancito dall’insanabile instabilità dei governi iracheni/afghani nati sotto occupazione americana, non può però risolversi con un normale ritiro delle truppe. La posizione finanziaria e politica degli Stati Uniti è sul filo del rasoio e i loro atti di bullismo cominciano ad essere sopportati malvolentieri dalla comunità internazionale, specialmente se questa possiede larghe quote del debito pubblico americano. Abbandonare il campo come avvenne in Vietnam trent’anni fa, firmerebbe una volta per tutte il tramonto del protagonismo statunitense. Barack Obama questo lo sa bene, sa di non potersi permettere un ulteriore affossamento del ruolo del suo paese, ed ecco dunque che, nonostante il preventivo Nobel per la pace, Obama deve procrastinare lo sgombero dall’Iraq al 2013, inviando nel frattempo nuovi contingenti.
Nemmeno la permanenza in Medioriente può tuttavia salvare la baracca a tempo indeterminato, perché gli obbiettivi prefissati all’alba delle invasioni (ossia sradicamento del terrorismo) non sono affatto stati raggiunti, come ha dimostrato il giovane Abdul Faruk Abdulmutallab pochi giorni fa.
Di recente perciò i vertici del governo USA hanno cominciato a ventilare l’ipotesi di invadere lo Yemen, forse solo per confondere un po’ le acque, per strappare un qualche risultato da questo interminabile logorio militare che da otto anni vede le truppe americane vagare per il Medioriente senza ottenere nulla.
La domanda a questo punto si spinge oltre: cosa ci può essere sotto l’eventuale spostamento del conflitto in Yemen?
La risposta, a mio avviso, parte dalla Somalia. La Somalia è un paese lacerato da profondi conflitti etnici e religiosi, drasticamente aggravati da tutti gli interventi della banderuola americana nel corso degli ultimi vent’anni. USA e Europa già dagli anni ’90 finanziarono progetti fallimentari per contrastare gli estremismi islamici, il cui unico risultato fu rafforzarli, consentendogli di recitare la parte degli eroi contro le malvagità dell’Occidente. Anche gli interventi dell’Etiopia, istigata dagli Stati Uniti, si tradussero in un massacro della popolazione civile e in un incremento del consenso agli islamisti dell’organizzazione nota come Al Shabaab. La Somalia tuttavia non è mai stata per i bureau americani di interesse strategico pari a quello dell’Afghanistan, perciò il paese è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso.
Non che questo abbia costituito un grosso problema per i fondamentalisti somali, che hanno potuto crearsi una fitta rete di clienti e sponsor, tra i quali certi salafiti strettamente collegati con l’Iran, i pirati del Puntland e, per finire, le cellule di Al Qaeda di stanza in Yemen.
Ecco che l’intervento USA in Yemen può avere il senso di scongiurare la nascita di una metastasi del terrorismo islamico in Africa, mediante la testa di ponte della Somalia. Secondariamente, potrebbe trovarsi in questo cocktail geopolitico il controllo del canale di Suez. Gli USA potrebbero essere più o meno in buona fede e temere che il consolidamento delle posizioni di Al Shabaab in Somalia avvantaggi per transitività i predoni del mare che operano sul corno d’Africa.
Il canale di Suez infatti è uno snodo vitale per il commercio est-ovest: nel 2008 attraverso di esso sono transitate 21.000 navi, di cui 4000 petroliere, che costituiscono i due terzi dell’approvvigionamento europeo di petrolio e gas. In generale il canale di Suez accoglie l’8% dei trasporti mondiali via nave; il 28% del tonnellaggio totale in transito (sempre nel 2008) proveniva da Singapore e dalla Cina.
È evidente che la protezione del canale di Suez (o la sua gestione) può ravvivare a buon titolo l’attenzione degli Stati Uniti d’America. Anche il semplice controllo geopolitico del mar Rosso può bastare ad una forza militare americana al disperato inseguimento di risultati concreti.
Queste però sono solo supposizioni. Quello che è certo è che gli Stati Uniti hanno chiuso con il loro vecchio ruolo di campioni del bene. I loro fallimenti militari in Vietnam, Afghanistan e Iraq hanno sbiadito forse irreparabilmente la popolarità di cui godevano sulla scena globale. Da questo scenario però emerge sempre più un vincitore silenzioso, la Cina. Mano a mano che gli USA imponevano la loro autorità con la forza, increduli di fronte al loro lento ma vistoso declino, la Cina ha perseguito una politica sottile ma efficace di ricerca del consenso, erodendo la base politica degli Stati Uniti, insinuandosi nel loro sistema finanziario tramite l’acquisto del loro debito pubblico, stringendo legami coi paesi dimenticati dall’arroganza americana (ottobre 2000, primo Forum a Pechino per la Cooperazione Cina-Africa, incremento del volume degli scambi del 1000% in 6 anni) e prendendo parte a numerose leghe commerciali (zona di libero scambio Cina-ASEAN completata nel 2010).
In sostanza, mentre gli USA si affannano per evitare il loro collasso, l’astuta Cina si dedica indisturbata a costruire, mattone su mattone, le basi del suo impero economico mondiale.
Nel cap. 3 di China Power, una breve storia politica della Cina del ’900. La caduta del nazionalismo e la vittoria comunista, per arrivare poi a comprendere le radici del moderno socialismo di mercato che si rivela vincente sopra le speculazioni capitalistiche del mondo occidentale.
Gabriele Vaccari