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Indwiloq. Una cosmogonia, una fiaba anarchica ed ecologica (a cura di Enrico Montaletti) Part II

A quel tempo, la più giovane creatura di Indwiloq veniva chiamata Umano. Umano era un animale  magnifico che camminava su due zampe e comunicava in tantissime affascinanti lingue diverse. Dato che era la creatura più giovane ed inesperta, Umano aveva ancora molte cose da fare e da provare davanti a sé, ma giunse anche per Umano il tempo in cui diventò adolescente, ed iniziò a ribellarsi al proprio genitore.

Umano visse per molto tempo una bellissima infanzia, curato da Indwiloq, amorevole Madre e premuroso Padre, ma in seguito Umano iniziò ad essere impaziente ed irritabile e, nei suoi capricci, imparò ad essere egoista. Umano piagnucolava, si agitava e si lamentava, ed iniziò a dire spesso ad  Indwiloq che lui era diverso, migliore rispetto a tutte le altre creature e forme di vita, che in realtà erano sue sorelle, suoi fratelli e suoi spiriti amici. Si senti sottovalutato, incompreso, ignorato. Questo causò un terribile fremito di paura tra tutte le altre creature in mezzo alle quali Umano aveva sempre vissuto, con le quali si era voluto bene, ed iniziò il periodo della Grande Diffidenza.

Cervo sparì, Elefante corse via per la paura di incontrare Umano. Aquila volò dove nessun Umano avrebbe potuto raggiungerla, Pesce iniziò a nuotare in acque più profonde.

Ape e Vespa iniziarono a volare e arrampicarsi sugli alberi, costruendo alveari come fortezze per proteggersi dall’esterno, mentre Orso, che già era molto esperto e saggio, si limitò a fare qualche smorfia di biasimo, andando ad accucciarsi nelle grotte più profonde e buie per farsi delle belle dormite. Anche Coccodrillo fece un sorrisetto e nuotò lontano, mentre Giraffa abbassò il suo nobile collo e trotterellò via con gli altri animali, e Ragno si nascose  sotto i sassi  e dietro le foglie.

Formica ritornò nel suo villaggio sottoterra, Pipistrello si tappò le orecchie ed iniziò a svolazzare da tutte le parti per non sentire. Pure le forme di vita invisibili fuggirono altrove, mentre le Piante, che poverine non riuscivano a muoversi abbastanza velocemente, tremavano tutte  dalla paura.

Per un po’ di tempo quindi Tutta La Vita su Indwiloq fuggì da Umano lasciandolo solo al suo destino. Il pianeta genitore provò in tutti i modi a consolare la sua creatura inquietata con parole d’amore,  d’incoraggiamento, con l’abilità che solo una madre sa avere e la saggezza che solo un padre sa avere. Ma Umano non ne voleva proprio sapere.

Diceva, “Io sono il migliore! Sono differente da tutti voi e so tutto molto meglio di voi!”

E anche, la cosa più dolorosa di tutte, “ Io non ho bisogno di voi!”

Indwiloq pianse per molte centinaia di anni, pianse di un dolore che solo un genitore rifiutato dalle proprie creature può sentire. Attraverso i suoi occhi lucidi e gonfi di lacrime, Indwiloq guardava come il suo figlio ribelle, Umano, si allontanava dal sentiero della conoscenza.

Fu così dunque che il mondo entrò nell’Era Scura dell’Umanità.

Umano iniziò a moltiplicarsi con una frequenza sempre maggiore. Uomo e Donna iniziarono a vivere in ogni parte del mondo, perpetuando il male e andando contro il loro genitore.

Un tempo, per quello che tutti possono ricordare, Indwiloq accudiva Umano con i frutti e gli strumenti che il suo corpo poteva offrire. Umano prendeva anche dai suoi fratelli animali e dalle sorelle piante, ma con la sicurezza di restituire sempre quello che aveva preso, in un modo o nell’altro.

Ora, Uomo e Donna non erano più soddisfatti di quello che Indwiloq dava loro liberamente, cominciarono quindi ad esplorare l’interno del mondo, dove nessuno aveva mai pensato di andare a cercare, e fu così che iniziarono a prendere quello che volevano da dentro il suo corpo. Iniziarono anche a strappare, lacerare e derubare la superficie del loro genitore per i loro fini, e a tormentare i loro spiriti amici con le loro continue richieste rifiutandosi di dare qualcosa in cambio.

Era l’Epoca dell’Egoismo e dell’Ignoranza.

Donna  e Uomo costruirono nuovi strumenti e inventarono la tecnologia. Iniziarono a svuotare le arterie di Indwiloq dal metallo, che era il suo sangue, e con questo metallo fecero martelli, aratri, falci e spade, lance, alabarde, asce, scudi e armature. Abbatterono grandi porzioni della pelliccia di Indwiloq, la foresta sacra e  antichissima che dava la casa a migliaia di creature. Se un tempo vivevano con i frutti della foresta, o al massimo con piccoli orti se quello che si poteva trovare nel boschi non era sufficiente, ora Uomo e Donna massacravano la foresta e la sostituivano con campi e pascoli, mangiavano e si espandevano e non si preoccupavano di dare niente in cambio a nessuno. Indwiloq e Tutta La Vita Sulla Terra si opposero a questa nuova esistenza di Umano, e glielo dissero come poterono, ma Umano fece semplicemente finta di non sentire.

Ma l’arroganza di Umano era solo all’inizio, e incominciò a dire:

“Il mio modo di vivere è l’unico modo possibile, piantatela tutti di rimproverarmi e di fare delle tragedie! C’è solo una maniera per vivere su questo mondo, tutte le altre sono sbagliate! Tutto o è una cosa oppure un’altra, tutte le cose o sono nere o sono bianche, non esiste nessuna via di mezzo, nessun terreno comune!”, e finì dicendo “Voi mi dite che sbaglio, ma il mio modo è l’unico modo giusto! Quindi siete voi che sbagliate, voi siete i miei nemici!”.

Indwiloq allora si sentì spaventato e col cuore a pezzi: Umano voleva distruggere il mondo stesso che l’aveva generato. Uomini e Donne iniziarono addirittura a distruggersi a vicenda, molte popolazioni diverse pensarono che il loro modo di vivere fosse l’unico modo, il modo giusto, e vollero eliminare tutti quelli che vivevano in maniere differenti perché non erano più in grado di confrontarsi. Molti iniziarono a pensare come se tutto fosse una cosa contro un’altra, o bianca o nera. Iniziarono a pensare alle opposizioni e non alle composizioni, agli opponenti e non ai complementi.

Ciò comportò l’entrata nell’Epoca dell’Ignoranza, dell’Egoismo e dell’Oppressione.


Guerra finanziaria: il burlesque della rovina, il paradosso del Bel Paese

“Vendi tutto Giovanni, nel giro di un minuto le azioni della Parmalat saranno carta straccia”.

Urla scomposte e frasi disarticolate dalla fretta attraversano la borsa di Milano.

“Mio Dio, i pescecani di Taiwan si sono fiondati sulle Generali… E l’altro ieri hanno spolpato Alitalia. Vendi Giovanni… Anzi no, chiama aiuto, telefona a Silvio, la Lega, anche D’Alema e se lo trovi pure il Papa”.

L’Italia è sotto attacco, e la paura si diffonde veloce come la peste, sospinta da un catastrofismo italo-borghese. Tutti si chiedono chi siano i nemici invisibili che, tastiere alla mano, picconano il fragile Bel Paese.
Subito Tremonti assicura la stabilità dei Bond, e altrettanto velocemente un vaffanculo bipartisan lo raggiunge. La borsa di Milano sta crollando come un castello di sale divorato dalla speculazione di un esercito di privati mercenari assoldati dal Dio Pluto.

“Giovanni, prega Dio!!! Se esiste, è il momento buono per farcelo notare”.

Il silenzio cala sull’Italia, come quello che precede il grande salto. Non occorre una parola per capire che le antiche contrapposizioni sono annullate: un nemico più grande e invisibile minaccia il paese. Subito D’Alema e Berlusconi in video conferenza schierano i loro soldati, mostrando “un’insolita sintonia”; le Generali sfoderano i loro Eroi finanziari sulle Giulie. Marchionne fa il suo sul versante francese e dà battaglia in tutte le zone del mondo, creando grande instabilità: è in questo contesto favorevole all’Italia che vengono lanciati i gioielli Fincantieri, Ferrari e Fiom.

La Compagnia, motivata da un discorso appassionato di Marco Travaglio, si lancia sui mercati asiatici con fame e mancanza di pietà. Tuttavia il fronte mercenario resiste agli attacchi eroici dei nostri, e già lo sconforto si diffonde tra le nostre file. Quand’ecco la svolta: Michele Santoro riesce a trovare la strada di casa (si era smarrito nel tubo catodico della Rai) esce correndo dagli studi romani e lancia la volata finale alla volta di S.Pietro. Là il Papa sorseggia un Primitivo con aria decadente.
Il giornalista si ferma davanti a lui, lo guarda con aria circospetta e accusatoria, poi arringa un grande discorso che lascia il Pontefice spiazzato. “Ma Michele, non posso chiedere a tutti i fedeli di vendere le loro azioni in nome di Dio, ci sarebbe un grave conflitto d’interesse. Senza contare che le casse della Chiesa subirebbero enormi perdite.”
Santoro lo fissa con uno sguardo da mangiapreti, convincendolo all’istante. Migliaia di piccoli investitori si riversano così sul mercato come cavallette bibliche, stravolgendo le sorti della battaglia e i mercati del Nord America. Nell’impeto dei fatti, Mastella muore d’infarto liberando contemporaneamente uno scranno al parlamento europeo e quello di sindaco a Ceppaloni, scatenando una festa liberatoria che poi si estenderà in tutto il paese.

Così ebbe fine la suddetta storia.

Naturalmente il popolo non capì mai contro chi fu combattuta la battaglia, né gli altri paesi compresero da che parte ci fossimo schierati. Fu così che ne Bel Paese cambiò poco o nulla, senonché tutti, all’indomani del conflitto finanziario, si sentirono un po’ più italiani di prima.

Enrico Monaco


25 aprile 2010

Di sicuro faceva molto caldo a Fort Bliss il 25 aprile del 1945, nella contea di El Paso, al confine col Messico. Qui a Modena sarà stata una giornata primaverile fatta di vestiti leggeri e petali di ciliegio sulle strade bianche. La primavera sarà stata già di per sé una liberazione. In Texas c’era un caldo torrido, e i militari del campo sudavano tutti appoggiati alla radio per sentire l’annuncio della fine della guerra. A Modena invece l’annuncio sarà passato di voce in voce, di strada in strada, di piazza in piazza.

Mi concedo una piccola digressione: né io né voi, credo, vorremmo mai trovarci nel bel mezzo di una guerra. Già solo a dirlo sgomenta. Ma credo anche che non potrò mai provare la sensazione che pervase tutti all’annuncio della fine della guerra. Cosa fu? Gioia, sollievo, esaltazione, felicità, incredulità, trepidazione, euforia. Io, mi sa che quella cosa lì, non la so spiegare, a parole proprio non mi viene. Di sicuro era una cosa che non si poteva fermare.

A Fort Bliss il padre di mio padre faceva il cuoco ed era prigioniero ormai da più di due anni. Nel ’42, durante la sua ultima licenza, prima di essere spedito al suo terzo fronte, in Nordafrica, era tornato a Limidi in via dello Stradello Basso e aveva messo incinta la madre di mio padre. Poi era partito per Tunisi e dopo poco, era di nuovo in guerra a sparare addosso agli inglesi e ai francesi. Ma soprattutto a prenderle. Il resto della truppa era stato fatto a pezzi, e lui rimasto nel deserto solo con un ferrarese, era stato finalmente fatto prigioniero, portato a Casablanca e spedito negli Stati Uniti in un campo di lavoro per prigionieri, dove lo accettarono come cuoco (i prigionieri italiani andavano sempre a finire in cucina della mensa ufficiali).

Lo rispedirono a casa nel ’46. Mio padre conobbe suo padre a tre anni. E quando gli dissero “saluta papà, che è tornato a casa!” lui si mise a piangere perché chi fosse quell’uomo con i baffi e la camicia americana, proprio non lo sapeva.

Nel ’46 l’euforia della liberazione di un anno prima era difficile da mantenere, perché mancavano calorie. La festa era bell’e che finita. La ricostruzione era lenta perché la prima preoccupazione era il pane. Il primo 25 aprile del nonno Cavazzuti non portò le stesse emozioni di quello precedente. La commemorazione e l’originale si portavano dietro sentimenti diversi.

Racconto questa storia, per dire che ciascuno ha il suo 25 aprile. Nel ‘45 qualcuno c’era, qualcuno no. Qualcuno rideva, qualcun’altro piangeva. Qualcuno era felice e, di certo, qualcuno era molto arrabbiato e deluso. E anche oggi questo 25 aprile reca a ciascuno di noi qualcosa di diverso, ma non è questo il punto. Il punto è che ci troviamo in piazza di nuovo, per metterlo insieme, tutto questo tumulto, per rendere comune ciò che è per ciascuno privato.

Oggi il mio 25 aprile è di guerra, perché tutti i giorni è una battaglia che non vorrei: per il lavoro, per la famiglia, per conquistarmi un posto nel mondo e nella mia terra a cui so di poter dare un contributo forte, per contare qualcosa e far valere almeno due o tre delle mie idee. E allora avanzi, prendi un avamposto, poi tocca retrocedere per aver perso un presidio. Ti muovi circospetto o vai all’attacco come durante un blitz, a fianco dei tuoi compagni di battaglie.

Vorrei un po’ di pace, questo sì, ma è inutile abbattersi. Domani vado in piazza, come tutti gli anni, sebbene abbia il forte sospetto che al corteo saremo meno di un anno fa.

Perché ci vado, vi chiederete. Perché mi piacciono le liturgie. Mi piacciono le “parole valigia”, come resistenza, patria, memoria, quelle parole che come le valigie contengono tanti significati e te le puoi portare appresso ovunque tu vada, facendoti riconoscere per bene da chi intende dedicarti un po’ di tempo. Perché mi piace sentire la banda e camminare vicino a gente importante. Perché mi piace Modena, in questo giorno, e sono orgoglioso dello spirito combattivo dei modenesi.

Perché paradossalmente in questa vecchia storia vedo una speranza nel futuro: se c’è stato un 25 aprile sessantacinque anni fa, allora verrà domani un altro 25 aprile, per noi.


Le fosse della vergogna (di Baldoni Fabio)

(ascoltami)

Giovedì 23 marzo 1944
Ore 6,42

 

abbiamo passato la notte
svegli

mozziconi di sigaretta accesi
attaccati alle labbra
alle dita,
con il fumo
che non pizzica più
nemmeno nella gola

occhi arrossati
mani tremanti

stanotte abbiamo costruito una bomba

è tutto deciso
pianificato

oggi andremo ad uccidere
è la guerra

so che è giusto
so che è la cosa da fare
allora perché ho cosi tanta paura?

non di morire
ma di vivere

silenzio nella camerata
il sole mi sveglia
con il suo timido calore

la città è avvolgente
anche mentre dorme

questi muri, i palazzi
tutto mi parla di Storia
e noi stiamo riscrivendo quella Storia

è la cosa da fare
cosi hanno detto

almeno credo
almeno spero

 

Ore 12,15

 

mi hai salutato
con un bacio sulla bocca
casto e pieno d’amore

i tuoi occhi dicevano attento
chiedevano un ritorno
gridavano un addio

ti amo
perché hai saputo capire
perché hai saputo resistere
perché hai saputo tacere

sai che lottiamo per i nostri figli
quei figli che, forse
non avremo mai
ma è giusto morire
per la libertà
e forse è giusto anche uccidere

camminiamo
su strade grandi

sono mesi che la vedo
eppure, questa Roma
mi sorprende ancora
come la gente

hanno paura, lo vedo
ma non di me
non del mio fucile

assomigliano alla loro città

depredati
in rovina
ma fieri

antichi
sconfitti
ma vivi

 

Ore 14,53

 

sono in posizione
la divisa è troppo larga
e non riesco
a smettere di tremare

travestito da spazzino
spingo un carretto pieno
di polvere e tritolo

nessuno mi guarda
eppure mi sento osservato

fra poco saranno qui
loro passano ogni giorno
senza motivo
se non quello di ricordarci
chi è il nostro padrone

esercitazione al poligono di tiro
troppo lunga, come al solito
chissà  perché

siamo come la polizia ormai
e non capita spesso
di dover prendere la mira

per colpire un uomo al muro
ci vuole poca pratica,
serve soltanto la forza
di premere il grilletto

e di rifarlo ancora
e ancora

 

Ore 15,48

 

sono in ritardo
non lo sono mai

aspetterò
solo fino alle quattro
poi via
a casa, da te

le solite strade
poca gente in giro
occhi
che ci seguono dalle finestre socchiuse

il tenente cammina in testa
ha fretta di tornare
e noi dietro, in fila
che abbiamo voglia solo di mangiare

 

Ore 15,49

 

via Rasella
povera e stretta,
case vecchie
che non hanno niente da raccontare

qui nessuno ci osserva
l’aria è serena

siamo quasi a casa

 

eccoli

i primi soldati hanno svoltato la via
il momento è arrivato

dita sudate
su questa miccia artigianale

ne sarò capace?

Ore 15,50

 

il boato, tremendo                                                                    il boato, tremendo

e mi ritrovo a terra                                                                           occhi sbarrati
vivo                                                                                                 polvere e grida

non mi sono allontanato abbastanza                               che non riesco a sentire

non sarò mai più                                                                        Roma è capovolta
abbastanza lontano                                                                                  caduta
                                                                                                  sotto ai miei piedi

 
                                                                                                                 sangue
                                                                                             e poi finalmente voci

                                                                                                         ci sono feriti
                                                                                                              ovunque
                                                                                                        e pezzi di noi
                                                                                               sui muri delle case

                                                                                                               perché?

                                                                                                               perché?

Ore 17,03

 

un bagno di sangue
dodici morti,
poi altri
ed altri ancora

il comando aveva mandato rinforzi
e gli ordini
per una rappresaglia
dura e necessaria
contro questa città
che aveva osato alzare la testa

dieci
per ognuno dei nostri caduti

e cosi facemmo

 

andavano a prenderli
casa per casa
tutti
anche le donne
mentre i bambini piangevano
per i fucili
e per il sangue tedesco

un rastrellamento indiscriminato
veloce e deciso
come il nostro attacco

Ore 18,21

 

portati a Regina Coeli
nessuna spiegazione
rinchiusi, senza motivo
buttati
nel buio di una cella

per vendicare un affronto

le ore passavano
(diciotto morti)
gli ordini erano sempre gli stessi
(ventidue morti)
ma i prigionieri non bastavano
(venticinque morti)

prendemmo i condannati a morte
i detenuti non ancora giudicati
alcuni ebrei

ma non bastavano
(ventisette morti)
non bastavano

servivano altri nomi
altri corpi
altri morti

 

Venerdì 24 marzo 1944
Ore 9,04

 

notte lunga
(trentadue morti)
l’ordine è arrivato

esecuzione immediata

non c’è tempo per gli scrupoli
non c’è spazio per le parole
non c’è motivo
di dubitare

 

nessuna comunicazione

mogli, sorelle
madri e figlie
davanti ai cancelli del carcere
e la polizia
che non mostrava nemmeno più i fucili
troppo occupata
a cercare innocenti

Ore 13,45

 

calcolai il tempo
per uccidere ogni uomo
un colpo a testa
e sarebbe tutto finito
(trentatre morti)

altri dieci
altro lavoro

ma dove prenderli?

nessun problema, disse il comandante
li prenderemo per strada

 

chiusi sui camion
silenzio, paura
e l’odore
di una notte insonne

dove ci portano?
dove ci portano?

Ore 15,18

 

ci hanno scaricati
urlando
poi tutti nella cava

ridevano, bevevano
e sparavano

vivi sopra i morti

strati di corpi
e di vergogna

uno dopo l’altro
a gruppi di venti
l’eco degli spari
nella testa e nelle mani

a turno si colpiva
e si beveva

si rideva
si beveva
e si sparava

 

Ore 17,44

 

abbiamo fatto saltare l’ingresso

nessuno dovrà sapere dove sono
nessuno dovrà sapere quanti sono

nessuno dovrà sapere
nessuno

 
n.d.r.

Il 23 marzo 1944 in un’azione di guerra a Roma in via Rasella, un gruppo di partigiani dei Gap uccideva 33 soldati del battaglione Bozen e ne feriva 38 facendo scoppiare una carica esplosiva e attaccando la colonna nemica con armi automatiche e il lancio di bombe da mortaio leggere. Accuratamente preparata, l’azione colpiva uno dei battaglioni specializzati in azioni di rappresaglia e faceva seguito a una serie di massacri perpetrati nei mesi precedenti dai tedeschi nelle zone intorno alla capitale ai danni di persone innocenti, spesso donne, vecchi e bambini: 18 vittime a Canale Monterano, 32 a Saturnia, 14 a Blera, 40 a San Martino, 14 a Velletri ecc.
In seguito all’azione partigiana Hitler comunicò che Roma doveva essere interamente distrutta e tutta la popolazione deportata, ma subito dopo rettificò che per la vendetta sarebbe stato sufficiente radere al suolo l’intero quartiere nel quale si era svolta l’azione. Infine Kesselring e il comandante della piazza di Roma, Kurt Maeltzer, stabilirono le modalità della rappresaglia: dieci italiani per ogni soldato tedesco ucciso. L’eccidio avvenne immediatamente e fu affidato al colonnello Herbert Kappler, coadiuvato dal capitano Priebke: il giorno dopo l’azione partigiana, 335 uomini furono uccisi alle fosse Ardeatine, ciascuno con un colpo alla nuca. La maggior parte delle vittime venne prelevata dal carcere di Regina Coeli e dal comando di via Tasso, cinquanta furono scelte e consegnate dal questore fascista Caruso.

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I consigli rivoluzionari di un’imprevedibile figura

 

Quando era piccolo lui c’era la guerra: aveva tredici anni, ma era alto e ne dimostrava più di quelli che aveva. I suoi sentirono che i tedeschi stavano facendo dei rastrellamenti da quelle parti e per paura che lo prendessero lo mandarono su in montagna. Lì sarebbe stato lontano da casa, ma al sicuro. Era il 23 aprile.

Nella notte fra il 24 e il 25 lo svegliarono dicendo che erano arrivati gli americani. Gli dissero che li stavano liberando, che la guerra era finita. Che era tutto finito.  Poteva tornare a casa: era libero. Lui si vestì e scese di corsa attraverso i campi, velocissimo e  solo. Come un piccolo eroe delle fiabe, un re appena nato. Tagliando l’aria, con i capelli neri e folti spettinati dal vento. Corse più veloce che poteva, senza fermarsi, chilometri e chilometri. Senza pensare. Senza piangere. Senza gridare o ridere. Percorse i sentieri, scivolando, graffiandosi, ma continuando a correre. Non si fermò fino a quando le ripide discese non si addolcirono, e la montagna non diventò collina. Fino a quando non vide gli americani, i primi della sua vita, su una camionetta a pochi metri da casa sua.

Avrei voluto essere nata prima per poter correre con lui giù per le montagne a rotta di collo. Ma mi accontento di sentire i suoi racconti. Ed è bellissimo vedere due minuscoli bagliori che si accendono nei suoi occhi grigi.

Quando ero piccola io facevamo delle passeggiate: lui aveva le gambe lunghe e andava veloce, io avevo le gambe corte e trotterellavo solo per riuscire a stargli accanto. Lui teneva le mani intrecciate dietro la schiena, io correvo qua e là e mi fermavo a catturare gli insetti.

Mi ricordo che mi diceva sempre che le persone si potevano dividere in due categorie: quelle con gli occhi grandi e quelle con gli occhi piccoli. Diceva che chi aveva gli occhi grandi era una preda, come i cerbiatti, che devono sempre stare all’erta e guardarsi intorno. Invece quelli con gli occhi piccoli erano i predatori, come le aquile o le pantere.

Lui ha gli occhi piccoli, e mi diceva che anche se io avevo gli occhi grandi da cerbiatto (da piccola più che adesso) dovevo essere coraggiosa: così coraggiosa che un giorno i miei occhi sarebbero diventati piccoli. Una cosa abbastanza rivoluzionaria.

E io non me ne sono mai dimenticata.

Eugenia Carro


CHINA POWER – cap. 2, IL BULLO DEL QUARTIERE

È dura essere la più grande potenza militare del mondo.

D’altra parte conosciamo bene la megalomania degli USA e a ragion veduta possiamo immaginare che per loro non sia affatto gravoso travestirsi da paladino della giustizia; specialmente se il denaro per comprarsi il costumino deriva ormai da estorsioni e ricatti morali, che ho brevemente illustrato nel capitolo precedente.

Noi modenesi nel nostro piccolo non sentiamo direttamente sulla pelle gli effetti nefasti delle spacconate statunitensi: a questo proposito se la passa peggio Vicenza, che nel 2007 ha dovuto chinare la testa di fronte al via libera del governo Prodi al raddoppio di Camp Ederle, la base militare americana lì in città. Più che finanziamenti, gli USA si aspettano da noi italiani collaborazione e finanche servilismo. Facciamo la parte dei lacchè, insomma, nei cui panni si trovava assai a suo agio mister B. quando alla Casa Bianca alloggiava G. W. Bush.

Le basi militari americane in Italia comunque sono 113, sparse un po’ dappertutto nel paese. Questo numero, che può sembrare enorme, in realtà include anche semplici stazioni radio (una sul Cimone, per esempio), ripetitori, magazzini, eccetera. Ad ogni modo l’Italia è il secondo paese europeo per presenza di militari americani sul territorio: poco meno di 10.000.

La ragione è semplice: durante la Guerra Fredda la cortina di ferro tagliava in due proprio l’Adriatico, separando il Bel Paese dalla Jugoslavia di Tito. L’Italia infatti vanta un’ottima posizione geostrategica, poiché si estende nel Mediterraneo e si trova a ridosso dell’Europa dell’est restando tuttavia protetta dal mare. Gli USA questo lo sanno bene e così durante le guerre nell’ex Jugoslavia (Serbia, Kosovo) e anche adesso durante il conflitto iracheno i raid aerei americani partono anche dal nostro paese.

A questo punto parlare dei raid aerei americani potrebbe far sorgere una domanda: perché gli Stati Uniti si avvalgono tanto dei bombardamenti aerei? La risposta può essere: perché la loro tecnologia militare glielo consente.

Tuttavia la faccenda non è così semplice.

Come ho detto nell’articolo precedente, gli USA hanno timbrato la geopolitica mondiale con la loro bandiera a stelle e strisce già nel secondo dopoguerra. D’altra parte i progressi in campo militare non solo hanno consentito agli Stati Uniti di guadagnare una posizione di estremo prestigio e potere agli occhi del mondo, ma sono stati anche il motore del loro sviluppo economico. Basti pensare che lo strumento primario della globalizzazione, internet, non è altro che il perfezionamento del vecchio arpanet, un network progettato negli anni ’60 dal DARPA, organo dipendente dal ministero della difesa americano, il cui scopo era creare un sistema di controspionaggio e di telecomunicazione a prova di attacco sovietico. Anche gli sforzi americani per la conquista dello spazio si inscrivono nella competizione con l’Unione Sovietica. L’azienda americana Lockheed Martin, quella che ha sviluppato la tecnologia stealth, quella che su una gamma di una quarantina di prodotti ne annovera solo 10 ad uso civile, ha registrato un fatturato nel 2008 pari a 42 miliardi di dollari, ossia circa lo 0,3% del PIL americano. Si potrebbe anche affermare che coi suoi centocinquantamila dipendenti la Lockheed possa in qualche modo influenzare scelte di senatori o membri del congresso. Se sei un politico americano eletto in zone ad alta densità di dipendenti della Lockheed, per esempio, potresti sentirti in imbarazzo al momento di votare la soppressione di un programma militare. Drastiche riduzioni negli introiti di un’azienda come la Lockheed potrebbero gettare in mezzo alla strada molti dipendenti, che poi non ti voterebbero più.

Ma non intendo approfondire adesso l’influenza che le lobby militari possono eventualmente esercitare sul governo degli USA. Quello che conta davvero è che la straordinaria forza militare americana non è assolutamente all’altezza degli enormi capitali che vi si investono. Anzi, dopo aver fatto la voce grossa con nazifascisti prima e russi poi, il potere militare statunitense sta lentamente ma inesorabilmente declinando.

Primi segnali di cedimento si possono vedere già nella guerra di Corea del 1950. Il conflitto fu scatenato dai nordcoreani che invasero il sud del paese fino a conquistarlo quasi completamente. La risposta americana fu immediata e gli invasori furono respinti dietro il confine tra le due coree e oltre, fino alla frontiera con la Cina. A quel punto, temendo l’estensione della guerra sul proprio suolo, la Cina decise di intervenire, inviando un contingente di 780.000 soldati. L’esercito cinese era dotato di equipaggiamenti e preparazione irrisori rispetto ai nemici, eppure gli americani furono ricacciati a sud. Il fronte si attestò nuovamente sul 38° parallelo, senza che le forze USA riuscissero a sfondare la resistenza rossa: questa situazione non mutò fino all’armistizio firmato nel 1953, che sancì definitivamente la linea di confine tra Corea del Nord e Corea del Sud.

Non si può però considerare la guerra di Corea come una sconfitta riportata dagli USA: per questo si dovrà attendere ancora una decina d’anni.

Fu infatti in Vietnam che la forza militare USA ricevette il primo vero schiaffo, il cui dolore fu amplificato dal fatto che, sulla carta, la vittoria avrebbe indubbiamente arriso alla coalizione americana. Invece le tattiche di guerriglia vietnamite erano imbattibili e la fanteria americana si rivelò del tutto incapace di affrontare questa sfida. Nel 1973 Nixon firmò il trattato di pace e nel ’75 il Congresso approvò il taglio totale ai finanziamenti di questa guerra. Il Vietnam del Nord (sostenuto da Cina e URSS) poté perciò riunificare il paese sotto la bandiera comunista, non appena le operazioni americane vennero interrotte.
guerra del Vietnam
La guerra in Vietnam fu un tale smacco per gli Stati Uniti che costò loro l’immagine di egemone incontrastato, dipingendoli molto più come un bullo che crea guai in casa degli altri. Il terrore di bissare l’insuccesso e l’opinione pubblica contraria all’intervento diretto fecero sì che le guerre successive conoscessero una partecipazione americana sempre marginale, limitata al sostegno di una parte in causa con armi e capitali, al limite con bombardamenti aerei.

In particolare gli USA sostennero finanziariamente l’Israele contro il Libano in funzione anti-Siria, salvo poi inviare militari in Libano, dietro pressioni internazionali, per incoraggiare gli israeliani a ritirarsi. Gli americani tuttavia si dileguarono dopo un attentato ad una caserma dei marines che provocò 240 vittime a stelle e strisce. Gli Stati Uniti si impegnarono finanziariamente negli anni ’80 anche in Centroamerica e Africa contro le rivoluzioni comuniste a El Salvador, Honduras, Nicaragua, Angola e Mozambico.

Ma la più eclatante prova di questa presenza vigliacca degli USA si ha con la (prima) guerra in Afghanistan (1979-1989), quando il paese fu invaso dai russi. Gli americani sostennero le resistenze dei mujaheddin e del Pakistan con l’operazione Cyclone, aiuti vari ammontanti complessivamente a circa sette miliardi e mezzo di dollari (0,1% del PIL). Questo colossale stanziamento di denaro valse agli USA lo schiacciamento delle forze sovietiche, tuttavia non era certo stato ribaltato lo scomodo verdetto del Vietnam.

Le successive guerre del Golfo in difesa del petrolio kuwaitiano non fanno che alimentare le perplessità riguardo alla potenza militare USA. L’operazione Desert Storm non fu altro che una grandinata di bombardamenti aerei, consentita dall’insuperata tecnologia americana nel campo dell’aviazione. Le manovre terrestri perciò furono solo secondarie ed ebbero un fulmineo successo grazie alla preparazione del terreno e poi al sostegno incessante da parte dei cacciabombardieri stealth americani. La domanda che riempì le bocche di personalità militari e di governo USA fu: che senso ha disporre di un esercito superiore a qualsiasi altro, se poi non viene utilizzato?

La paura di ricacciarsi in una situazione analoga a quella del Vietnam impedì perciò agli Stati Uniti di avvalersi in larga misura della sua fanteria, paura che si ripresentò anche nel corso delle guerre jugoslave del 1991-95.

Il vigore del braccio militare americano era ancor più messo in discussione, specialmente a livello psicologico, da questa riluttanza ad intraprendere consistenti manovre terrestri. Questo e il contemporaneo caos finanziario, che ho riassunto nel capitolo 1, fanno apparire gli USA come una tigre di carta.

L’attentato dell’11 settembre allora fornisce a W. Bush l’occasione di riscattare la U.S. Army e l’egemonia americana in generale. Viene dunque varato il progetto del New American Century, una strategia di ampio respiro mirata a ripristinare la credibilità internazionale degli Stati Uniti e il loro controllo sull’andamento del mondo. Inizialmente dunque viene invaso l’Afghanistan con la prospettiva di catturare Bin Laden ed eliminare i Taliban in breve tempo. Tuttavia la missione non approda ad un esito felice nei tempi sperati, forse anche perché tra i Taliban che costituiscono la spina nel fianco delle truppe americane si trovano vassalli della guerra (es. Gulbudin Hekmatyar) armati e ingrassati dagli stessi americani, ai tempi dell’attacco sovietico al paese; ben presto dunque mantenere i finanziamenti e soprattutto il consenso dell’opinione pubblica a questa guerra inconcludente cominciò ad essere un problema serio per W. Bush.

Nel 2003 gli strateghi della Casa Bianca pensano di attaccare l’Iraq per appropriarsi del suo petrolio, rendere quindi la guerra autosufficiente dal punto di vista economico e distogliere l’attenzione dall’incapacità americana di sopprimere i ribelli afghani. La giustificazione degli USA che venne propinata alla comunità nazionale e internazionale affermava che Saddam Hussein detenesse armi atomiche e che fosse un accanito sostenitore del terrorismo internazionale. Questo è vero solo in parte: Saddam finanziava l’OLP contro Israele ma non sono stati affatto dimostrati i suoi rapporti coi seguaci di Bin Laden. Ad ogni modo l’annientamento dell’Iraq sarebbe stato un colpaccio per gli Stati Uniti: innanzitutto avrebbero depennato il paese dalla loro lista di stati-canaglia, facendo un figurone sulla cattedra della Nato; avrebbero alleggerito Israele dal loro peggior nemico; avrebbero dato un chiaro segnale ai circostanti stati arabi di quanto gli americani sappiano fare sul serio; avrebbero guadagnato un’ottima base geopolitica per i loro successivi interventi in Medioriente.

Le ragioni informali della deviazione in Iraq dunque erano piuttosto valide sul tavolo del Pentagono, peccato che la tradizionale fobia statunitense per le tattiche di guerriglia non sia stata smentita nemmeno stavolta. Il danno che le resistenze mediorientali hanno arrecato alla propaganda dello zio Sam è amplificato anche dal fatto che le forze afghane e irachene impallidiscono ancor più di quelle vietnamite di fronte al colosso militare americano.

Come diamine è possibile che il massimo signore della guerra del mondo si faccia mettere nel sacco da semplici ribelli e partigiani nascosti in grotte e villaggi?

Il sostanziale fallimento delle campagne militari in Medioriente, sancito dall’insanabile instabilità dei governi iracheni/afghani nati sotto occupazione americana, non può però risolversi con un normale ritiro delle truppe. La posizione finanziaria e politica degli Stati Uniti è sul filo del rasoio e i loro atti di bullismo cominciano ad essere sopportati malvolentieri dalla comunità internazionale, specialmente se questa possiede larghe quote del debito pubblico americano. Abbandonare il campo come avvenne in Vietnam trent’anni fa, firmerebbe una volta per tutte il tramonto del protagonismo statunitense. Barack Obama questo lo sa bene, sa di non potersi permettere un ulteriore affossamento del ruolo del suo paese, ed ecco dunque che, nonostante il preventivo Nobel per la pace, Obama deve procrastinare lo sgombero dall’Iraq al 2013, inviando nel frattempo nuovi contingenti.

Nemmeno la permanenza in Medioriente può tuttavia salvare la baracca a tempo indeterminato, perché gli obbiettivi prefissati all’alba delle invasioni (ossia sradicamento del terrorismo) non sono affatto stati raggiunti, come ha dimostrato il giovane Abdul Faruk Abdulmutallab pochi giorni fa.

Di recente perciò i vertici del governo USA hanno cominciato a ventilare l’ipotesi di invadere lo Yemen, forse solo per confondere un po’ le acque, per strappare un qualche risultato da questo interminabile logorio militare che da otto anni vede le truppe americane vagare per il Medioriente senza ottenere nulla.

La domanda a questo punto si spinge oltre: cosa ci può essere sotto l’eventuale spostamento del conflitto in Yemen?

La risposta, a mio avviso, parte dalla Somalia. La Somalia è un paese lacerato da profondi conflitti etnici e religiosi, drasticamente aggravati da tutti gli interventi della banderuola americana nel corso degli ultimi vent’anni. USA e Europa già dagli anni ’90 finanziarono progetti fallimentari per contrastare gli estremismi islamici, il cui unico risultato fu rafforzarli, consentendogli di recitare la parte degli eroi contro le malvagità dell’Occidente. Anche gli interventi dell’Etiopia, istigata dagli Stati Uniti, si tradussero in un massacro della popolazione civile e in un incremento del consenso agli islamisti dell’organizzazione nota come Al Shabaab. La Somalia tuttavia non è mai stata per i bureau americani di interesse strategico pari a quello dell’Afghanistan, perciò il paese è stato sostanzialmente abbandonato a sé stesso.

Non che questo abbia costituito un grosso problema per i fondamentalisti somali, che hanno potuto crearsi una fitta rete di clienti e sponsor, tra i quali certi salafiti strettamente collegati con l’Iran, i pirati del Puntland e, per finire, le cellule di Al Qaeda di stanza in Yemen.

Ecco che l’intervento USA in Yemen può avere il senso di scongiurare la nascita di una metastasi del terrorismo islamico in Africa, mediante la testa di ponte della Somalia. Secondariamente, potrebbe trovarsi in questo cocktail geopolitico il controllo del canale di Suez. Gli USA potrebbero essere più o meno in buona fede e temere che il consolidamento delle posizioni di Al Shabaab in Somalia avvantaggi per transitività i predoni del mare che operano sul corno d’Africa.

Il canale di Suez infatti è uno snodo vitale per il commercio est-ovest: nel 2008 attraverso di esso sono transitate 21.000 navi, di cui 4000 petroliere, che costituiscono i due terzi dell’approvvigionamento europeo di petrolio e gas. In generale il canale di Suez accoglie l’8% dei trasporti mondiali via nave; il 28% del tonnellaggio totale in transito (sempre nel 2008) proveniva da Singapore e dalla Cina.

È evidente che la protezione del canale di Suez (o la sua gestione) può ravvivare a buon titolo l’attenzione degli Stati Uniti d’America. Anche il semplice controllo geopolitico del mar Rosso può bastare ad una forza militare americana al disperato inseguimento di risultati concreti.

Queste però sono solo supposizioni. Quello che è certo è che gli Stati Uniti hanno chiuso con il loro vecchio ruolo di campioni del bene. I loro fallimenti militari in Vietnam, Afghanistan e Iraq hanno sbiadito forse irreparabilmente la popolarità di cui godevano sulla scena globale. Da questo scenario però emerge sempre più un vincitore silenzioso, la Cina. Mano a mano che gli USA imponevano la loro autorità con la forza, increduli di fronte al loro lento ma vistoso declino, la Cina ha perseguito una politica sottile ma efficace di ricerca del consenso, erodendo la base politica degli Stati Uniti, insinuandosi nel loro sistema finanziario tramite l’acquisto del loro debito pubblico, stringendo legami coi paesi dimenticati dall’arroganza americana (ottobre 2000, primo Forum a Pechino per la Cooperazione Cina-Africa, incremento del volume degli scambi del 1000% in 6 anni) e prendendo parte a numerose leghe commerciali (zona di libero scambio Cina-ASEAN completata nel 2010).

In sostanza, mentre gli USA si affannano per evitare il loro collasso, l’astuta Cina si dedica indisturbata a costruire, mattone su mattone, le basi del suo impero economico mondiale.

Nel cap. 3 di China Power, una breve storia politica della Cina del ’900. La caduta del nazionalismo e la vittoria comunista, per arrivare poi a comprendere le radici del moderno socialismo di mercato che si rivela vincente sopra le speculazioni capitalistiche del mondo occidentale.

Gabriele Vaccari


Opinioni e consigli pratici per affrontare la realtà.

Ho voluto seguire in questi giorni sui giornali e con altri mezzi la questione scatenata da Celli con la sua lettera aperta, per documentarmi prima di parlare, così da evitare di esprimermi per luoghi comuni come quelli che intendono parlare per sentito dire. Sono arrivato alla conclusione che questi individui come Napolitano, tutti quei giornalisti che in questi giorni hanno sostenuto le sue parole, ed in parte lo stesso Celli mi fanno incazzare perchè fanno delle analisi da un Palazzo. Elaborano cioè la propria idea in merito alla disoccupazione giovanile, il precariato, in qualche salotto romano, leggendo Repubblica o il Corriere della Sera. Non vanno nelle Università, nelle scuole superiori, nelle agenzie interinali, non parlano con i giovani, non hanno cioè un’esperienza diretta sul problema in questione. La loro conoscenza è mediata, ed in mezzo vi sono giornali discutibili, stipendi importanti, relazioni di un certo tipo, insomma tutto un mondo, un frame, che seleziona e semplifica la realtà di cui stiamo parlando. Come si sentirebbero i giornalisti, il Presidente della Repubblica e tutti gli altri come loro se ogni volta che dovessero entrare in contatto con la questione precariato e se ciò avvennise in modo NON MEDIATO? Dovrebbero rispondere continuamente alla loro coscienza del fatto che attraverso il loro RUOLO SOCIALE sono responsabili di questi problemi, o almeno conniventi, perchè legittimano il sistema-paese in cui viviamo attraverso l’esercizio passivo del loro ruolo. Così non sarebbe possibile per loro erigere barriere psicologiche difensive, rimozioni freudiane e quant’altro, perchè quando vivi a diretto contatto con i problemi, le ferite si riaprono ogni giorno e ogni giorno è guerra. Loro hanno inventato i Palazzi di potere, le redazioni autoreferenziali dei giornali per difendersi dalla lotta, per difendersi da questo tipo di politica, per difendersi dalla realtà. Così quando una cellula impazzisce (vedi Celli) loro rispondono che è vero che l’Italia sta svanendo giorno per giorno, ma che NOI dobbiamo rimanere qui per impedire questo e che le possibilità ci sono basta guardarsi intorno. Poi propongono un cammino legale e onesto a noi, quando l’unica cosa che non è possile oggi in Italia per un giovane che vuole ritagliarsi il suo spazio è un cammino legale ed onesto. Lo fanno perchè hanno dei RUOLI che il sistema-paese gli ha attribuito e quindi devono difendere il sistema-paese. La cosa più bella l’ha detta Michele Serra sull’Amaca, chi ha i soldi va all’estero e chi non ce li ha resta in Italia. Avere i soldi per un giovane non è un merito, perchè sono dei loro genitori, il più delle volte, eppure queste persone (tra le quali vi è anche gente di valore) possono scegliere, gli altri no. E questi che rimangono dovrebbero seguire il cammino della legalità e dell’onesta, del rispetto del sistema eretto dai loro padri e governato dai loro padri e dai loro nonni? Quando chi governa è il primo a disonorare parole come legalità e onestà tutti i giorni per mantenere il suo potere? Bhè, il mio commento non serve esplicitarlo, fin tanto che sarò qui mi riterrò in guerra, perchè la ritengo la mia unica arma contro chi non vuole cambiare questo paese. E invito tutti quelli nella mia situazione a svegliarsi di fronte a queste cose perchè prima o poi dovranno farlo, e a prendere delle decisioni (leggi lottare) perchè le decisioni quelle importanti sono azioni di guerra oggi. Quindi cari lettori DECIDETE, DECIDETE del vostro futuro della vostra vita e anche di quella degli altri se loro non decidono, perchè qui siamo in tanti (non tutti) sulla stessa barca e quando si schianterà finiremo tutti in mare sia chi ha deciso sia che non lo ha fatto.

Enrico Monaco


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