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Il mostro in prima pagina (di Pietro Terzi)

Alla luce della puntata di Chi l’ha visto? sul caso di Sarah Scazzi, andata in onda mercoledì 6 ottobre 2010,  e del suo prevedibile risvolto imprevisto, trovo necessario spendere alcune parole a riguardo, non con la speranza di fornire risposte, in quanto lungi dal padroneggiare una teoria della comunicazione tale da risolvere il dilemma tecnico sollevatosi, ma con quella di localizzare il valore concreto, che ancora rimane sepolto sotto le logore banalità spese circa la mercificazione dell’esistenza e l’audience conseguente – questo sulla scorta di nessuna competenza, ma della mia sola appartenenza all’umano, inteso come diversità (alterità, direbbero i filosofi che se la tirano) tra ciò che io sono e ciò che l’altro è nella vita e unità di ciò che insieme siamo nella morte.

Come ho già accennato, soffermarsi sull’audience e sulla mercificazione assoluta significa non essere all’altezza della questione. Sotto la coltre, la verità è diversa, meno intuibile perché riguarda il soggetto che la coglie, cioè noi stessi, che non siamo chiamati a chiederci solo se si poteva fare diversamente o dove sia il confine tra diritto di informare e privacy, ma anche come e perché si sia arrivati a questo punto. Si tratta di interrogarci su ciò che la resa mediatica di certi eventi produce in noi, e questo mi sembra tanto più importante quando leggo di tassisti linciati per aver investito dei cani o di gruppi su Facebook inneggianti alla pena di morte per Misseri, che mi fanno dare ragione a quello che si può leggere sulla provocatoria ma non così gratuita pagina di Nonciclopedia (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/NonNotizie:Risolto_l’omicidio_di_Sarah_Sticazzi).

Possiamo comunque affrontare il primo interrogativo, dicendo che sì, era possibile gestire la situazione in modo diverso, rinunciando al collegamento in diretta e facendo uso di interviste rilasciate in separata sede, così da ottemperare comunque al desiderio della madre di avvalersi del programma, oppure interrompendo il collegamento con un atto di coraggio che puntasse al fine di preservare la delicatezza della situazione attraverso il ricorso ad ogni mezzo.  Ma, ripeto, preferisco lasciare tali questioni a chi ha più competenze tecniche a riguardo. Per chiudere con la seconda domanda, posso solo dire che Chi l’ha visto? può essere considerato un programma con utilità sociale, come rivendica Federica Sciarelli, la sua coraggiosa conduttrice, ma si tratta pur sempre di un valore senza peso, dal momento che la trasmissione lo persegue attraverso la riproposizione di tutte le formule appartenenti all’estetica e alla retorica del dolore esibito, declassando il dramma a melodramma. Non esiste, in quello che è accaduto mercoledì, diritto di informare, dacché l’informazione scaturisce sulla soglia del pubblico e lì si ferma, non dilaga nell’interiorità, che è cosa ben diversa dal privato (il cui saccheggio è legittimo qualora abbia rilevanza pubblica).

Liquidate le prime due domande, fondate ma non decisive, puntiamo ora alla questione centrale. Si tratta di capire la verità di cui si parlava all’inizio: al di là del profitto e di tutte le teorie circa il medium divenuto messaggio, che lascio agli studiosi, possiamo dire che attualmente il meccanismo televisivo propina (consciamente o inconsciamente, questo non sono in grado di dirlo) modelli di Bene e Male, in perfetta sintonia con la modalità binaria di pensiero che, a discapito della problematizzazione che il reale esige, è preponderante nella società della tecnica, per cui anche la pietà o va a destra o va a sinistra e non si espande organicamente. Abbiamo quindi lo zio, l’orcus vulgaris, l’Orco, una definizione assolutamente aberrante, e la madre, il simulacro del dolore, con cui tutta la popolazione può soffrire in una catarsi collettiva quanto volgare.

C’è un’imposizione della dinamica del patire che è totalizzante, una creazione di modelli che dimostra come non siamo in grado di individuare riferimenti in noi stessi per ciò che ci accomuna tutti, ovvero la condizione umana e non la tanto inflazionata quanto infondata natura umana. Si è sottoposti noi tutti ad una manipolazione della sensibilità per cui ad evento deve corrispondere una reazione emotiva predeterminata, in un determinismo psicologico che impedisce di cogliere i problemi sottesi a noi e al mondo delle cose. Si propone insomma un modello à la Barbara d’Urso che consiste in ostentazione dello schifo ed emissione a raffica di sentenze e proclami.

Cosa possiamo dunque imparare da quanto accaduto? Da un lato, abbiamo già visto, che la televisione non si limita alla scontata manipolazione del pensiero ma si spinge fino a controllare il nostro sentire, che, è bene ripeterlo, non ha nulla a che vedere con la nostra natura – essendo la natura luogo di indifferenza, sperpero e, come dicevano i Greci, innocente crudeltà –, ma tutt’al più con la nostra cultura, sede delle convenzioni sociali e delle differenze che fondano la dimensione individuale e collettiva dell’individuo; dall’altro, più radicale, ci spiega anche che abbiamo perduto la cultura della morte, che non siamo più in grado di riconoscerla ed affrontarla nel suo paradosso di evento accomunante e soggettivo al tempo medesimo e proprio per questo meritevole della più alta tutela.


Pomposa: terra di movida e violenza o terreno elettorale? (di Baldoni Fabio)

Lunedì 27 settembre, sulle prime pagine di tutti i quotidiani della nostra città (Gazzetta di Modena – Resto del Carlino – l’Informazione) una notizia ha colpito i miei occhi di barista: sabato scorso in un locale del centro storico, zona Pomposa, due nordafricani hanno picchiato i gestori di un locale. Ubriachi e molesti. Violenza gratuita verso una donna e suo figlio. Naturalmente ho pensato agli episodi – pochi per fortuna – in cui ho dovuto affrontare clienti ubriachi. Poi ho letto con attenzione gli articoli, praticamente uguali su tutti i giornali, ed ho chiuso “il caso” come balordi guidati sia dalla birra che dallo scarso rispetto per gli altri e per la legge.

Nei giorni seguenti ho continuato a seguire la notizia, che ha portato agli inevitabili interrogativi sulla sicurezza e sulla “movida” del centro. Concetti che muovono l’amministrazione cittadina e che indignano la cittadinanza, moventi per ordinanze e chiacchiere da bar. Sicuramente il caso è da stigmatizzare, e mi preoccupa come cittadino prima e come esercente poi. Però… C’è un grosso però che mi gira dentro da molti mesi, e lo sviluppo di questo fatto di cronaca non mi ha aiutato ad eliminarlo.

Violenti che rubano birre e che picchiano due persone. Concetto chiaro. Nessun dubbio su dove sta la ragione e dove il torto. L’amministrazione – nella persona dell’assessore Marino – che promette di intensificare la vigilanza nel quartiere, l’opposizione che lamenta di aver segnalato da tempo sia i problemi che le mancate soluzioni, i residenti che non si sentono sicuri sotto casa in certi orari della notte. Però… Però leggendo gli articoli è altrettanto chiaro che nel caso specifico si tratta di un piccolo gruppo (una decina di persone) conosciuto da tutti – abitanti, gestori di locali – che da tempo imperversa nella zona. Addirittura, sulla Gazzetta di Modena, è presente una testimonianza di un giovane che dice: “Vengono dall’altra parte della via Emilia; si trovano in via Carteria e nelle strade vicine. Arrivano qui ubriachi e gettano bottiglie e lattine vuote per la strada”. Questo non elimina il fatto in sé, certo, però se il problema è una decina di persone che, sempre parole de la Gazzetta di Modena, mette “paura nella zona invasa da una banda di nordafricani”, allora non servono soluzioni politiche – famigerate ordinanze o meno – ma una polizia più attenta. Stop.

Però… Però, mi sono detto in questi giorni, non posso permettermi di avere la certezza che tutti i problemi siano causati da un piccolo gruppo di persone: se i giornali scrivono in questa maniera deve esserci di più.

Se penso alle mie esperienze in quel quartiere, birra con amici sempre nello stesso locale – a due passi dal bar scenario dell’episodio di violenza – o chiacchiere mentre si passeggia in un centro deserto all’una del mattino, non posso dire di essermi mai sentito a disagio o poco sicuro. Però forse è minima la mia esperienza per dare delle risposte: fruitore del quartiere solo per poche ore. Allora ho continuato ad informarmi. Ho letto con attenzione gli articoli di questi giorni. Le soluzioni sbandierate dall’opposizione sono lineari e condivisibili – più controlli – ma poi, oggi, leggo che hanno istituito un corso per esercenti per poter affrontare i malintenzionati: capire chi può essere pericoloso e successiva autodifesa. E qui ho perduto del tutto la condivisione di vedute. Ma se il cittadino deve difendersi da solo, allora a cosa serve l’amministrazione? Se il balordo devo combatterlo io allora tanto vale prendere il porto d’armi e tenere la pistola dietro il bancone. Poi mi sono ricomposto. Mi sono ricordato di essere obiettore di coscienza – inutile quindi richiedere il porto d’armi – e di credere che in questi casi debbano essere le forze di polizia a dover affrontare questi problemi.

Ma tutti questi pensieri non danno una risposta alla domanda posta precedentemente: il quartiere è davvero pericoloso o no? L’episodio è un’inevitabile conseguenza di un trend o solamente un caso altrettanto inevitabile di piccola criminalità?

Oggi sull’Informazione credo di aver trovato una piccolissima traccia di risposta, almeno per me. Dico piccolissima perché in effetti era inserita nelle pagine centrali: piccolo articolo, poco appariscente, soprattutto dopo aver letto nelle pagine precedenti ancora parole di fuoco e titoli cubitali su sicurezza e soluzioni al problema. Era una lettera, firmata da una parte di gestori e residenti della zona: non posso sapere che percentuale di loro rappresenti, però posso farmi delle domande sul perché fosse così poco visibile e, soprattutto, sul perché fosse pubblicata solo su uno dei quotidiani della nostra città (non posso pensare che l’abbiano mandata solo a quello con meno copie vendute). Volevano dire la loro. Volevano alzare la voce. Perché trovano ingiustificate le voci negative sul loro quartiere. Dicono che non è mai stato così vivibile e bello – sì, bello – come negli ultimi anni. Che la movida ha portato vita sotto le loro case e, naturalmente, nei loro locali. Fermamente si chiedono perché sia in atto una campagna, non solo d’informazione – disinformazione a parer loro – contro quella zona del centro storico.

La verità spesso sta nel mezzo, almeno così mi ha insegnato la vita, però il problema è dove stai tu.

Se sei un barista di Maranello puoi chiudere il giornale e tornare a servire i tuoi clienti. Se sei un barista del centro storico potresti avere sempre meno clienti da servire (sempre di oggi le statistiche sulla drastica chiusura di locali nel centro rispetto alle altre zone della città, inutile dire che la cattiva pubblicità non fa bene alle attività commerciali). Se hai un appartamento in centro di certo il suo valore tenderà a calare nel tempo, visto che la richiesta non sarà delle migliori, sia che tu voglia venderlo od affittarlo. Se invece vuoi acquistare, allora basta avere pazienza ed aspettare che la situazione – vera o presunta – precipiti maggiormente.

Se sei un partito di centro-destra questo è il tuo ambiente: hai tutte le risposte e la faccia giusta per donarcele. Se sei il partito che governa la città questo è il campo sul quale – mi sembra – tu hai deciso di recuperare credibilità e voti: hai tutte le risposte ma, se ti guardo in faccia, non riesco più a riconoscerti.


Non è la Rai (di Tommaso Turci).

Rai per una notte, ma io vorrei che questa Rai fosse per mille e una notte. Questa serata è stata una di quelle cose Belle, che per la loro bellezza vanno raccontate, come le fiabe.

C’era una volta, in un paese lontano, un monarca arcigno, crudele e beffardo di nome S.B. Il suo popolo oppresso e frustrato sarà stato in continua rivolta, direte voi; e invece no, perché il grande S.B. era venuto in possesso, in tempi molto lontani, di uno strumento misterioso e potente, chiamato televisione. Questo aggeggio infernale era in grado di trasmettere immagini parlanti in tutto il regno contemporaneamente, esercitando un’influenza implacabile sulla coscienza di chi le vedeva. S.B. aveva ovviamente infarcito la televisione di personaggi della sua corte, in modo tale da poter mandare il suo messaggio persuasivo anche nei momenti (rari per la verità) in cui non poteva comparire personalmente. Ecco allora che i sudditi, come avvinti dall’immagine illusoria che la televisione dava del regno, non potevano osservare le nefandezze che quotidianamente il monarca perpetrava e, anche quando ne venivano a conoscenza, ne erano talmente assuefatti da lasciar correre la critica in un perpetuo magma di oblio.

Nessuna speranza per loro, direte voi. E invece no. Nascosto nella fitta trama del gomitolo televisivo stava un personaggio particolare, tale Santorus, il quale non amava affatto il suo re. Convinto che anche là fuori, davanti alle televisioni del regno, stessero sudditi che la pensavano come lui e soffrivano quella terribile situazione, cominciò a diffondere un’informazione diversa. Sebbene in un primo momento cercasse di mitigare le sue idee per non incorrere in qualche guaio, accortosi che la sua azione poteva avere qualche fausto esito, prese coraggio e alzò il tiro, spingendosi frontalmente contro il re e le malefatte della sua corte. Non servì molto a S.B. per rendersi conto di quel che stava accadendo. – Stolto, pensò il re, crede di potermi battere sul mio campo da gioco! Si fece così una grassa risata, alzò la cornetta, e nel giro di due telefonate quel giornalista fu preso ed esiliato dal regno.

Santorus non si diede per vinto. Cavalcò molte miglia e si rese conto che tanta gente lo appoggiava ed era con lui. Tornò allora nel regno e, forte di questa nuova spinta, riprese il suo ruolo nella televisione. Questa volta puntò in alto: conosceva benissimo i loschi traffici di S.B., e volle spiattellarli in prima serata. Venuto a sapere delle sue intenzioni, il re montò su tutte le furie, e chiamò immediatamente i suoi scagnozzi più fedeli perché trovassero il modo di fermarlo ad ogni costo. Siccome qualcuno assistette alle loro conversazioni, sono in grado di riferirvi suppergiù come queste si svolsero:

-        Innocentius! Masibus! Non è accettabile che nel mio regno, nella mia televisione, vada in onda un programma che mi fa passare per un farabutto! Cribbio!

-        Stiamo provando di tutto Nostro Signore, ma pare che una parte del popolo lo protegga, non possiamo avvicinarlo senza scatenare un putiferio…

-        Incapaci! Cretini! Devo fare sempre tutto da solo! Ma cosa vi pago a fare, me lo volete spiegare?! *@!§*

Così Santorus va in onda, e la rabbia del re diventa esponenziale. E’ tempo di prendere una risoluzione perentoria. Editto del re: da oggi tutte le trasmissioni in cui anche solo il nome dell’Illustrissima Maestà vostra viene pronunciato sono bandite, pena la morte. Solo il Re in persona, quando e come lo riterrà opportuno, potrà intervenire all’interno della scatola parlante detta televisione. E infatti ciò non tarda a verificarsi: il faccione sorridente del re prende a comparire in ogni dove, e arringa la folla col suo solito stile, fatto di balletti e grevi battute. I fedelissimi gongolano.

Ad essere triste e rassegnato è invece il nostro Santorus: la guerra è persa. Va così errando nella foresta finché, esausto, si abbandona sopra una roccia piangendo a dirotto. Tutto sembra perduto, quand’ecco comparire zompettando un folletto molto strano, tutto cosparso di strani cavi ed apparecchi:

-        Chi sei tu?

-        Mi chiamo Asymmetric Digital Subscriber Line, e sono venuto per aiutarti. Caro Santorus, pensi ancora alla televisione? Quella ormai appartiene al re: smettila di cercare di sottrargliela e trova altri mezzi per comunicare.

-        Ahimè! Quale altro mezzo può essere altrettanto diretto ed efficace?

-        Tieni, ti regalo questo arnese di mia invenzione che ho chiamato Modem. Va in città, monta un grande schermo dove tutti possano vederlo e collegalo al Modem. Poi chiama quelle persone che, come te, hanno impugnato la lotta per la libertà d’informazione. Portali giovedì notte nella foresta dove ci siamo incontrati, alle 21.00 in punto.

Pur non avendo ancora idea di quel che sarebbe successo, Santorus fece ciò che aveva detto il folletto. Venne giovedì notte, e quando lui e i suoi colleghi furono radunati intorno al grande sasso nella foresta, ADSL accese le luci su di loro, e il grande schermo riportò le immagini in diretta. I folletti presero a suonare una musica di violoncello e pianoforte, come quella che Santorus usava nella sua vecchia trasmissione. Il popolo uscì dalle case ed accorse in massa per vedere quello che stava succedendo. S.B., affacciatosi alla finestra per conoscere la causa di tanto baccano, non poteva credere ai suoi occhi:

-        Innoceeeeeeeeentiuuuuus!!! Maaaaaaaaaasibuuuuuus!!! Che diavolo sta succedendo?! Fermate quel miserabile scellerato!

-        Non possiamo Nostro Signore, non si trova nei nostri studi televisivi e non riusciamo a capire da dove trasmetta!

-        Idiooooooooooootiiiiiiiiiiiii!!! Cretiiiiiiiiiiniiiiiii!!!

Santoro, Floris, Iacona, Norma Rangeri, il pubblico stesso (dentro il Paladozza, nella piazza fuori – ma quanti sono? Sembra un fiume in piena –, in tutte le altre piazze, a casa davanti a milioni di schermi) si rendono conto che qualcosa è cambiato, e qualcosa di molto grande è successo. “La censura ha generato il suo antidoto” esordisce Gad Lerner con gli occhi grandi da bambino. Man mano che arrivano i dati sui collegamenti web, sulle piazze, ai protagonisti vengono i brividi e nell’aria si respira la commozione dei grandi rari momenti in cui un popolo si muove all’unisono.

Qualche tempo fa ho detto che, per uscire dallo stallo tremendo in cui si è cacciata la società civile, sarebbe occorso mettere in giro contenuti, solidi mattoni su cui costruire una nuova coscienza. Contenuti ne sono usciti tanti, tantissimi giovedì sera. Lontano dal garbo formale delle trasmissioni ufficiali, è parsa ancora più evidente di quanto pensassi la distanza fra come le teste pensanti di questo paese hanno potuto ragionare finora in TV, e come potrebbero farlo al di fuori di essa. Due sono pertanto i punti che voglio sottolineare:

  1. Il nuovo mezzo comunicativo impiegato, che apre orizzonti clamorosi. Non potrei parlare di questo in maniera più esaustiva ed elegante di Michele Serra, per cui vi rimando al suo meraviglioso articolo:

http://www.repubblica.it/politica/2010/03/27/news/serra_santoro-2932680/

  1. La quantità e la qualità degli spunti proposti a Rai per una notte. Non posso qui ora fermarmi a ragionare su ogni singolo tema toccato da ciascun protagonista; sarebbe altresì improduttivo farlo da solo. Invito perciò ciascuno di voi a dire la sua su ciò che ha sentito, perché sarebbe fantastico estendere l’atmosfera di quel salotto ad altri luoghi, rendendolo così un evento veramente produttivo. Chi non avesse assistito alla manifestazione, ha il mio più caldo invito a rimediare su:

http://tv.repubblica.it/copertina/raiperunanotte/44564?video

Il popolo così eccitato e soddisfatto fece ritorno nelle sue case, consapevole, per la prima volta dopo tanti anni, che non tutto era ancora perduto.

TO BE CONTINUED…


L’ITALIA HA BISOGNO DI PIU’ LIBERTA’ D’INFORMAZIONE: MANIFESTAZIONE IL 25 MARZO AL PALADOZZA DI BOLOGNA CON MICHELE SANTORO, LUTTAZZI E FLORIS

Gli spazi di libera informazione in Italia si restringono sempre più.

Le leggi-bavaglio sulle intercettazioni, le intimidazioni ai cronisti, le intromissioni della politica, l’enfatizzazione di continue emergenze mediatiche nascondono e tolgono la voce all’Italia più vera, quella impoverita ed alla prese con una grave crisi economica.

E’ una stagione politico-istituzionale che ormai mette a rischio anche i diritti costituzionali. E’ necessaria l’unità della opinione pubblica a fianco di chi chiede una informazione migliore e più libera.

Per queste ragioni la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi, il sindacato dei giornalisti) e l’Unione sindacale dei giornalisti Rai (l’Usigrai, che è un sindacato di base aderente alla Fnsi) si sono assunti la responsabilità giuridica e politica di organizzare giovedì 25 marzo, a Bologna, nel Paladozza (Piazza Azzarita, 3), una sorta di “trasmissione in piazza” che sarà condotta da Michele Santoro, gestita da quel gruppo di professionisti che con lui collabora alla realizzazione della trasmissione “Annozero”, ora interdetta a causa di una decisione del Cda della Rai che ha dell’incredibile. Alla iniziativa, dal titolo “Raiperunanotte”, prenderà parte il comico più censurato d’Italia, Daniele Luttazzi, ed un altro conduttore televisivo a cui il “governo” della Rai ha sottratto la trasmissione: Giovanni Floris. L’iniziativa al Paladozza sarà rilanciata da tante emittenti piccole e grandi ed il Tg di Sky ne garantirà la diretta. Sarà un tentativo di raggiungere la grande opinione pubblica, di far uscire le idee oggi censurate dalle “riserve indiane” nelle quali sono, di fatto, confinati tanti gruppi, movimenti democratici, per parlare al popolo nel suo insieme, nella sua generalità. Non è il momento di defilarsi, è il momento dell’impegno e della difesa di una conquista democratica fondamentale come è la libertà di informare e, soprattutto, di essere correttamente informati.

Giovanni Rossi, segretario generale aggiunto della Federazione nazionale della stampa italiana


Contro i corrotti.

E’ in atto un grosso gioco di potere in Italia e siamo nelle fasi finali ma non ancora più acute dello scontro. Al confronto delle cose del mondo globale, che per quelli come me -fino a prova contraria- è ancora solo virtuale, sembrano ben poca cosa i fatti  di cronaca politica e giudiziaria di questi giorni. Il Rasoio prova a ricostruire il puzzle degli eventi, per se stesso e per chi legge, senza preconcetti.

I fatti, quando li leggi, sono già storia; quindi questa è già storia, storia d’Italia, il paese da cui molti  che l’hanno ereditata vogliono fuggire e che forse meriterebbe, proprio per la storia che vanta, uno sforzo di tutti.

Tornando alla storia di questi giorni, voglio cercare di mettere insieme il puzzle.

Finché le “vacche erano grasse” per tutti, il sistema di corruzione diffusa che vigeva nel nostro Paese era tollerato, perché garantiva una redistribuzione accettabile della ricchezza. Tangentopoli, ossia la fine della Prima  Repubblica, scoppia infatti in un momento di crisi economica (’92-’93). Inizia la caccia al politico corrotto. La mafia fa fuori Falcone e Borsellino e riprende potere pieno. Lo Stato subisce, una parte dello Stato (forse) approva.

Reimpasto, nuovi soggetti politici, cambio al vertice. Inizia la Seconda Repubblica.

Ci si può aspettare che gli scandali giudiziari di questi giorni accompagnino la fine della Seconda Repubblica? A che livello della scala del potere riusciranno ad arrivare i magistrati per svelarne le zone d’ombra?

L’attività dei magistrati e della polizia va intensificandosi, mano a mano che ci si avvicina alla discussione sul “decreto intercettazioni”. E’ un delicatissimo scontro fra i due poteri dello Stato rimasti. Chi conosce le basi del diritto, sa che i poteri sono tre costituzionali più uno: quello legislativo (Parlamento), quello esecutivo (Governo), quello giudiziario (Magistratura), e l’informazione (Mass Media), il cosiddetto “quarto potere”. Oggi governo, parlamento e buona parte dell’informazione sono riferibili ad un solo soggetto, mentre solo la magistratura mantiene l’autonomia necessaria all’equilibrio dei poteri che è assioma della democrazia.

L’accentramento del potere in democrazia è allontanamento dal potere per il popolo. Infatti, il popolo, noi, che ruolo abbiamo in questo gioco di lodi, processi, prescrizioni e decreti?

Ma se la politica fosse (o è) in molte parti corrotta, perché sta ancora lì? Beh, i voti da noi vengono, non dalla cicogna. Dobbiamo allora dire che l’Italia è un paese i cui stessi elettori, la maggioranza del popolo è insofferente alle regole, alle procedure, ai patti che regolano la vita dei cittadini. Per questo elegge rappresentanti che sono espressione del proprio modo di essere. Chi è disposto a rinunciare a qualcosa per il bene del vicino e a rispettare le regole si trova in minoranza, oggi, in Italia.

Malcolm X, cinquant’anni fa diceva: “Non buttate via nemmeno un voto. Un voto è come una pallottola. Se il bersaglio è fuori portata, tenetevi in tasca la pallottola”.

Tradotto, oggi, in Italia, significa: “Se chi ha il potere non serve chi glielo concede in libertà, allora teniamo in tasca il voto, finché non ci sarà qualcuno degno di esso che darà valore a quel voto, a quella fiducia e a quella libertà”.

Chiamo in causa Malcolm, un rivoluzionario, perché oggi, in Italia, la moderazione non sortisce alcun effetto. Tuttavia non dirò “Spariamo” o “Alziamo barricate”. Dirò invece: “Diciamo la verità. E pretendiamo verità. Niente verità, niente voto. Niente voto uguale niente fiducia. Niente fiducia uguale disprezzo”. Se chi comanda è corrotto, chi vota o chi semplicemente incita al voto automaticamente è sospettato di collusione o di votare per interesse personale. Si chiamerebbe voto di scambio.

L’alternativa? Noi facciamo il nostro dovere di cittadini. Voi, a Roma, in ogni regione, provincia, comune grande e piccole riconquistate la nostra fiducia e recuperate la vostra dignità.

Ora capisco perché ci hanno fatto credere che le ideologie sono finite. Perché se finiscono le ideologie, c’è spazio solo per l’interesse privato.

Purtroppo per voi, le ideologie non sono finite, e se alcune sono obsolete, noi siamo qui a costruirne una nuova.

Claudio Cavazzuti


PECCATI QUOTIDIANI – Lussuria, ovvero, insana dedizione al piacere

Violentata e derubata, 42enne muore in un letto d’ospedale – Taranto. Derubata di 5 euro e poi violentata. E’ morta così, per le ferite riportate e l’emorragia, Filomena Rotolo, una donna senza fissa dimora di 42 anni, barese, trovata nei pressi della stazione ferroviaria di Taranto dove viveva di espedienti ed elemosine. Il suo assalitore le aveva prima sottratto pochi spiccioli e un telefonino. I fatti si sarebbero svolti domenica ma solo lunedì mattina, Filomena è stata accompagnata all’ospedale dove è spirata nella notte dopo aver dato indicazioni anche sul suo assalitore. Gli uomini della Polfer hanno fermato un bulgaro già espulso. (da l’Informazione, 20 gennaio 2010)

Bimbo violentato, arrestati anche i genitori – La prima volta l’adescò per strada riuscendo a portarlo a casa e qui ne abusò sessualmente, ricompensandolo con pochi euro. A quest’episodio ne sono seguiti molti altri, per tutto il 2009. Violenze di cui erano a conoscenza anche i genitori del ragazzino barese di 12 anni. Il calvario ha avuto fine con l’arresto del violentatore di 60 anni. Insieme con lui arrestati anche i genitori del piccolo. (da la Stampa, 16 gennaio 2010)


La memoria in un giorno (di Baldoni Fabio)

Avevo scritto una poesia, ingenuo e timido tentativo per lasciare un segno sul blog nel giorno universalmente riconosciuto come quello “della memoria”. Poi l’ho cancellata, parola per parola: una lettera alla volta, premendo con l’indice destro sul tasto “delete” del mio portatile. Un gesto lento, ritmato, che ha scatenato dentro di me alcune domande a cui non sono ancora riuscito a rispondere.

Un solo giorno basta per ricordare?
É solo un modo per soffocare la passata e presente vergogna?

Perché non riesco a riconoscermi in una società, nei governi, che spendono belle e giuste parole nel giorno della memoria, per poi non attuarle negli altri giorni dell’anno.

Quando vedo immagini di immigrati africani ghettizzati e deportati (in Calabria come in altre occasioni) o leggo degli episodi di violenza contro gli omosessuali a Roma…
Quando sento l’odio nelle parole del Presidente iraniano contro Israele o quando il pensiero cade sul popolo palestinese, che sopravvive in quella terra di nessuno che si trova a metà tra la Terra Santa di altri ed il loro personale Inferno in Terra
Quando vedo i capannelli di marocchini, fuori dal bar, a fumare e parlare tra loro al freddo e poi sento i miei clienti italiani dire “dovreste fare qualcosa”
Quando leggo le teorie dei negazionisti o quando i giornali scrivono che ai giovani non si insegna la storia…
Quando la generosità (o la superbia e l’interesse economico a seconda dei punti di vista) spinge gli uomini a portare la democrazia con le armi…
Quando il Governo cinese blocca la libera informazione interna senza che vi sia un vero segnale da parte degli altri governi internazionali o quando si parla dell’Africa solo per i prossimi mondiali di calcio…

La lista è lunga, ed un solo giorno non basta secondo me.

Perché viviamo nell’era dell’informazione e la colpa è nostra se non utilizziamo gli strumenti che abbiamo per essere uomini e donne consapevoli.
Perché è inutile dire “dobbiamo ricordare ciò che è stato per evitare che succeda di nuovo in futuro”

Il futuro è già oggi, ed il nostro silenzio è complice.

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