Alla luce della puntata di Chi l’ha visto? sul caso di Sarah Scazzi, andata in onda mercoledì 6 ottobre 2010, e del suo prevedibile risvolto imprevisto, trovo necessario spendere alcune parole a riguardo, non con la speranza di fornire risposte, in quanto lungi dal padroneggiare una teoria della comunicazione tale da risolvere il dilemma tecnico sollevatosi, ma con quella di localizzare il valore concreto, che ancora rimane sepolto sotto le logore banalità spese circa la mercificazione dell’esistenza e l’audience conseguente – questo sulla scorta di nessuna competenza, ma della mia sola appartenenza all’umano, inteso come diversità (alterità, direbbero i filosofi che se la tirano) tra ciò che io sono e ciò che l’altro è nella vita e unità di ciò che insieme siamo nella morte.
Come ho già accennato, soffermarsi sull’audience e sulla mercificazione assoluta significa non essere all’altezza della questione. Sotto la coltre, la verità è diversa, meno intuibile perché riguarda il soggetto che la coglie, cioè noi stessi, che non siamo chiamati a chiederci solo se si poteva fare diversamente o dove sia il confine tra diritto di informare e privacy, ma anche come e perché si sia arrivati a questo punto. Si tratta di interrogarci su ciò che la resa mediatica di certi eventi produce in noi, e questo mi sembra tanto più importante quando leggo di tassisti linciati per aver investito dei cani o di gruppi su Facebook inneggianti alla pena di morte per Misseri, che mi fanno dare ragione a quello che si può leggere sulla provocatoria ma non così gratuita pagina di Nonciclopedia (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/NonNotizie:Risolto_l’omicidio_di_Sarah_Sticazzi).
Possiamo comunque affrontare il primo interrogativo, dicendo che sì, era possibile gestire la situazione in modo diverso, rinunciando al collegamento in diretta e facendo uso di interviste rilasciate in separata sede, così da ottemperare comunque al desiderio della madre di avvalersi del programma, oppure interrompendo il collegamento con un atto di coraggio che puntasse al fine di preservare la delicatezza della situazione attraverso il ricorso ad ogni mezzo. Ma, ripeto, preferisco lasciare tali questioni a chi ha più competenze tecniche a riguardo. Per chiudere con la seconda domanda, posso solo dire che Chi l’ha visto? può essere considerato un programma con utilità sociale, come rivendica Federica Sciarelli, la sua coraggiosa conduttrice, ma si tratta pur sempre di un valore senza peso, dal momento che la trasmissione lo persegue attraverso la riproposizione di tutte le formule appartenenti all’estetica e alla retorica del dolore esibito, declassando il dramma a melodramma. Non esiste, in quello che è accaduto mercoledì, diritto di informare, dacché l’informazione scaturisce sulla soglia del pubblico e lì si ferma, non dilaga nell’interiorità, che è cosa ben diversa dal privato (il cui saccheggio è legittimo qualora abbia rilevanza pubblica).
Liquidate le prime due domande, fondate ma non decisive, puntiamo ora alla questione centrale. Si tratta di capire la verità di cui si parlava all’inizio: al di là del profitto e di tutte le teorie circa il medium divenuto messaggio, che lascio agli studiosi, possiamo dire che attualmente il meccanismo televisivo propina (consciamente o inconsciamente, questo non sono in grado di dirlo) modelli di Bene e Male, in perfetta sintonia con la modalità binaria di pensiero che, a discapito della problematizzazione che il reale esige, è preponderante nella società della tecnica, per cui anche la pietà o va a destra o va a sinistra e non si espande organicamente. Abbiamo quindi lo zio, l’orcus vulgaris, l’Orco, una definizione assolutamente aberrante, e la madre, il simulacro del dolore, con cui tutta la popolazione può soffrire in una catarsi collettiva quanto volgare.
C’è un’imposizione della dinamica del patire che è totalizzante, una creazione di modelli che dimostra come non siamo in grado di individuare riferimenti in noi stessi per ciò che ci accomuna tutti, ovvero la condizione umana e non la tanto inflazionata quanto infondata natura umana. Si è sottoposti noi tutti ad una manipolazione della sensibilità per cui ad evento deve corrispondere una reazione emotiva predeterminata, in un determinismo psicologico che impedisce di cogliere i problemi sottesi a noi e al mondo delle cose. Si propone insomma un modello à la Barbara d’Urso che consiste in ostentazione dello schifo ed emissione a raffica di sentenze e proclami.
Cosa possiamo dunque imparare da quanto accaduto? Da un lato, abbiamo già visto, che la televisione non si limita alla scontata manipolazione del pensiero ma si spinge fino a controllare il nostro sentire, che, è bene ripeterlo, non ha nulla a che vedere con la nostra natura – essendo la natura luogo di indifferenza, sperpero e, come dicevano i Greci, innocente crudeltà –, ma tutt’al più con la nostra cultura, sede delle convenzioni sociali e delle differenze che fondano la dimensione individuale e collettiva dell’individuo; dall’altro, più radicale, ci spiega anche che abbiamo perduto la cultura della morte, che non siamo più in grado di riconoscerla ed affrontarla nel suo paradosso di evento accomunante e soggettivo al tempo medesimo e proprio per questo meritevole della più alta tutela.



