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Il concerto del Primo Maggio

Il mio concerto del Primo Maggio è stato particolare ma non meno intenso. Una sinfonia di piattini e cucchiaini, assoli di gnocco fritto e brioches. Clienti, che spingevano contro il bancone per effettuare le ordinazioni, come spettatori che cercano la posizione migliore sotto il palco. Perchè in fondo il bancone è un po’ come un palco. Sopratutto se per 4 ore ti passano davanti 300-400 persone. Niente di strano se fai il barista e lavori anche il Primo Maggio.

Forse proprio perchè sono un barista, più probabilmente perchè non ho mai avuto una profonda coscienza politica, non ho niente di illuminante da dire e scrivere su questa giornata dedicata al lavoro e ai lavoratori – giornata purtroppo sempre più festeggiata proprio da chi un lavoro non ce l’ha – ma per queste cose in tanti avranno già detto la loro sui palchi più o meno importanti di tante piazze d’Italia.

Per questo l’unica cosa che voglio fare è augurare buon lavoro a tutti. Un lavoro che non sia solo stipendio a fine mese ma stimolo per migliorarsi e crescere. Qualcosa che riempie la vita e non solo la giornata.

 


Il posto fisso di Monti (di Stefano Grassi)

Mario Monti, posto fisso


Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù

Lunedi 7 maggio ore 17.30

Aula D, Facoltà di Lettere e Filosofia, Unimore

Largo Sant’Eufemia, 19

Presentazione del libro “Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù” con l’autore Andrea Staid

Nel libro l’autore sceglie un approccio sincero e propositivo alla questione migrante, offrendo uno spunto critico personale sia alle interpretazioni antropologiche classiche europee, sia alle conseguenze politiche e culturali delle quali si rendono complici o promotori gli Stati con la loro perversa articolazione di controllo dei flussi e repressione. La prima parte, più specificamente analitica, è rivolta ad evidenziare sia la confusione vigente tra multiculturalismo e interculturalismo, sia il loro intrinseco identitarismo. La seconda parte del libro è invece dedicata alle interviste non strutturate alle/ai migranti, che restituiscono con voce propria la cornice di un viaggio, spesso amaro, difficile, ma anche inaspettatamente ricco di incontri complici e solidali, utile per comprendere le nostre gabbie e l’unica voce di un’umanità meticcia.(dalla recensione di Martina Guerrini uscita per Umanità Nova)

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Proiezione del videodocumentario “24 su 24_donne lontane da casa” di Luca Baroncini

Il corto (12 min) prodotto nell’ambito del corso di formazione esperto di videodocumentazione sociale diretto da Daniele Segre,è stato realizzato all’interno del “Centro integrato servizi per donne straniere e famiglie” finanziato dall’Unione Valdera e pensato con la Cooperativa Sociale “Il Progetto” che ha sede a Pontedera. Quattro donne, protagoniste di una storia che riguarda milioni di migranti che scelgono di andare via dalle loro case, dalle loro famiglie, di lasciare mariti e figli, per venire nel nostro paese ad impegnarsi in un lavoro duro e a tempo pieno. Queste donne parlano del loro lavoro, costantemente a fianco di persone anziane, spesso con malattie gravi. Parlano della lontananza da casa, del loro poco tempo libero, di una vita che pare non essere più loro. Questo video tenta di dare loro voce…


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


Dialogo tra generazioni (di Luca “Bax” Bassoli)

Dopo l’abbondante cena uscimmo tutti dal ristorante per la consueta sigaretta. Un gruppo di motociclisti pronti a risalire in sella per tornare alle loro case. Era stata una bella giornata, fatta di pieghe e risate, piena di parole e sfottò, tra i veterani ed i più giovani centauri. Uno in particolare, soprannominato Musica dagli amici motociclisti, aveva calcato la mano per tutta la serata. E non sembrava voler mutare atteggiamento nemmeno ora…

“Eh, quando ero giovane io… Noi sì che ci facevamo in quattro per la famiglia: si lavorava anche 12 ore al giorno per dare un futuro ai figli. Lavoravo il sabato e non ho mai fatto mancare nulla alla mia famiglia. Tutte le estati li portavo al mare, anche per tre settimane. Negli anni 70 ed 80 mi sono costruito quel piccolo gruzzoletto con il quale, ora, ho comprato 3 case: una per me e mia moglie e due appartamenti per i miei figli. Gli ho dato un futuro io! E loro adesso non riescono nemmeno a pagare le bollette, mi tocca dargli una mano ancora oggi che hanno quasi trent’anni… Che generazione che siete! Volete studiare, paghiamo l’università e dopo una laurea non siete nemmeno buoni a farla valere. Se non ci fosse stata la mia generazione che ha imparato cosa vuol dire lavorare, risparmiare, tenere duro: oh, ma noi abbiamo conosciuto davvero la miseria, invece Voi state dilapidando i risparmi che con fatica e devozione la nostra generazione ha messo da parte. Sapete fare tutto con i computer, internet, mail e quelle cazzate lì… poi nemmeno riuscite trovarvi un lavoro che c’entri qualcosa con quello che avete studiato. Voi… voi… voi… se non ci fossimo stati noi… noi… ”.
“BASTA!”.
L’eco di quelle parole era irritante. Non riuscivo a sopportare oltre quelle ingiurie che, pur venendo da una persona anziana e rispettabile, mi suonavano come una beffa da mandar giù insieme alla sconfitta della mia generazione. Perché aveva ragione. Ma c’erano delle cose che non aveva preso in considerazione in quel suo bel discorso: anche Loro avevano delle colpe.
Musica ora mi guardava stupefatto. Di certo non si aspettava quella mia reazione: in fondo mi considerava uno senza spina dorsale come tutti quelli della mia generazione, almeno questo era il pensiero che aveva appena espresso così chiaramente. Aspirava la sua sigaretta in attesa delle mie parole. Forse era interessato al mio punto di vista, che di sicuro non aveva mai preso in considerazione…

“Se non ci foste stati Voi non saremmo nella merda adesso! Avete creato Voi questo sistema. La vostra generazione ha votato e fatto crescere quell’ammasso di gentaglia che siamo abituati a chiamare politici. Avete fatto del lavoro nero il vostro cavallo di battaglia e, senza pagare tasse, avete accumulato piccole ricchezze… ”.
E qui il volto dell’anziano si fece rosso di vergogna. Tentò di ribattere ma non gli concessi spazio…
“Forse era normale ai tuoi tempi fare lavori in nero, lo facevano tutti, perché tu no? L’Italia viaggiava bene negli anni 70 e 80, era una mucca piena di latte da mungere il più possibile, giusto? Bene. Adesso è arrivato il conto di quel latte. E chi c’è a pagare? Di sicuro non voi, che siete nello status di pensionati; una pensione che vi siete sudati, non lo nego. Ma è uno status che NOI nemmeno vedremo! E questo perché? Perché il mercato del lavoro offre solo posti precari, contratti co.co.co., contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi… ”.
Musica per la prima volta aveva abbassato lo sguardo: forse stava mettendo in discussione alcune delle sue certezze sulla mia generazione. Ma non voleva darmela vinta…

“Ora però è tutto in mano a Voi. Potete cambiare quando volete questa situazione”.
“Troppo facile dire così! Come prima cosa nulla è in mano a noi: nel sistema che avete creato tutto è in mano a persone dai 60 anni in su; non ci avete dato spazio, soffocando una generazione che ora è allo sbando. Voi che dite tanto, ma avete mai fatto autocritica?”.
“Ho lavorato tutta la vita per i miei figli e…”.
Lo interruppi subito: “Vi siete guardati le scarpe tutta la vita, lavorando senza pensare al sistema che si stava istaurando e, quando avete alzato la testa e visto il mostro da Voi creato, avete addossato le colpe alle nuove generazioni. Ma noi che colpe abbiamo?”.
Finalmente aveva capito: non c’erano ne vincitori ne vinti. Qui non si trattava di capire chi avesse più colpe, qui bisognava fare qualcosa per cambiare le cose.
Guardò la platea di amici motociclisti che aveva assistito alla conversazione e concluse…

“Allora prendete i frutti dei nostri sforzi ed usateli per correggere i nostri errori”.
“Così mi piaci. Ma a questo punto per cambiare questa situazione sai di cosa c’è bisogno?”.
Musica mi guardò, con lo sguardo compiaciuto di un brigante preso poco prima della frontiera, e rispose: “Ormai sono troppo vecchio per la rivoluzione”.


Primo Maggio: la rabbia tra le grida

E’ la prima volta che scendo in piazza per il Primo Maggio.

Sono le dieci del mattino, il centro di Modena è ancora abbastanza tranquillo, e mentre cammino verso Piazza Grande sento l’emozione salire: mi immagino di trovare tantissima gente.

Appena arrivo, però, le mie aspettative vengono immediatamente deluse. Un gruppo non troppo grande di persone, riunito davanti ad un piccolo palco  –età media: 60 anni- sventola distrattamente varie bandiere, da quelle del PDI e della Cgil a quelle con Falce e Martello e con Che Guevara. Ci sono pochissimi giovani, si contano su una mano.

Penso che magari è ancora presto, che bisogna aspettare ancora. Sono molto paziente, ma dopo mezz’ora la piazza è piena a malapena per metà. Dal palco parte, solenne, l’inno di Mameli. Sono pochi quelli che muovono le labbra per cantarlo, ma almeno l’attenzione della gente è stata attirata. Le bandiere cominciano a sventolare più forte, si alzano cartelloni rabbiosi: frasi come “Padrone cacciatore non avrai le nostre teste” e “Sindacati al servizio dei Padroni? NO GRAZIE!” vengono sorrette con forza. Quando l’inno si interrompe un uomo si avvicina al microfono sul palco, e comincia a parlare.

Un gruppo, costituito da Rifondazione, studenti ed alcuni lavoratori (circa un terzo rispetto ai partecipanti) comincia ad agitarsi, a fischiare, ad urlare. All’inizio sono un po’ spaesata, poi mi rendo conto che tutta la loro rabbia, che si manifesta con sempre maggiore decisione, è rivolta all’uomo che sta parlando: Francesco Falcone, segretario generale della Cisl modenese.

Mentre lui inizia il suo discorso, il gruppo comincia ad urlare slogan e a ripetere parole come “venduto” e “fuori”. I fischi non si arrestano, le urla continuano imperterrite per tutta la durata del suo intervento. Lui prova ad ignorare gli insulti, va avanti, la voce ogni tanto vacilla, ma è perché si sta sforzando quanto più possibile di sovrastare le urla dei manifestanti. Mi avvicino al palco per guardarlo in viso: il discorso che sta pronunciando è scritto su un plico di fogli che tiene in mano, ogni tanto guarda la folla, cerca di trarre forza dalle prime file, che lo ascoltano sembrando sinceramente interessate. Dopotutto le sue parole sono cariche di ideali, di propositi, di idee. Ma mi chiedo, ha senso parlare di libertà, giustizia e democrazia alla luce delle attuali condizioni lavorative?

“Il nostro è un sindacato forte, libero e democratico. Non tolleriamo i comportamenti mafiosi, e combatteremo l’illegalità con tutte le nostre forze. Quello che noi vogliamo è uguaglianza, un futuro diverso e migliore per le nostre famiglie…”

“SINDACATO DELL’IPOCRISIA, CHE SOSTIENE LA FIAT E MARCHIONNE!!!”

“…E’ necessario, per ottenerle, avere una consapevolezza politica, sociale ed economica…”

“IL DIRITTO AL LAVORO CE LO STANNO MANGIANDO!!!”

“…Non bisogna mai vedere nero, in fondo c’è sempre una luce, e noi possiamo raggiungerla!”

“IPOCRITI! BUGIARDI!”

Belle parole. Sentire parlare di maggiori opportunità, di diritti che nessuno ci può negare e che dobbiamo far valere ad ogni costo, di speranza per il futuro e di interesse da parte dei giovani, e in particolare di unità tra i vari sindacati… Questo sì che è un discorso. Ma le sue parole sono come un sogno, e la sveglia, alle mie spalle, sta suonando con violenza per portarmi prepotentemente alla realtà. E la realtà è che l’unità tra i sindacati non esiste, e che sempre meno stanno facendo il loro mestiere, ossia tutelare i diritti dei lavoratori.

La parte peggiore della realtà è come questa giornata viene vissuta dai cittadini. Non c’è la soddisfazione di festeggiare la conquista dei diritti dei lavoratori, o sottolineare l’importanza del lavoro. Credevo che avrei trovato persone unite dal senso di speranza e di orgoglio, ma quello che ho visto nella gente è stata solo rabbia e delusione. Le parole di Modena si sono riversate sulle mie ingenue idealizzazioni con una brutale sincerità.

-“Vivo male questo Primo Maggio. Male perché vorrei far parte di un sindacato unito, mentre ogni giorno continua a perdere le forze. Io ho un lavoro sicuro, ma tantissimi altri che non sono nelle mie condizioni sono privi di speranza, perché le prospettive che ci offrono sono sempre meno. Ormai questa giornata sta perdendo di significato, con gli anni ha cominciato ad essere festeggiata per inerzia, perché il lavoro veniva dato per scontato. Solo adesso ci stiamo rendendo conto che non è così.”, dice la signora che urlava “vergogna” a Falcone.

“Sto vivendo con grande dispiacere questo Primo Maggio, perché vedo che i sindacati sono contro di noi. Io non approvo le contestazioni di questo tipo, ma la mia posizione in questo momento è molto negativa: quando ci sono le assemblee  dei lavoratori non manco mai di intervenire con le mie critiche. Purtroppo credo che i sindacati in questo momento non siano all’altezza di affrontare questo governo, sono supini e sottomessi. Napolitano ha fatto un discorso per esortare l’unità tra i sindacati, ma questa unità non la vedo. Oggi sinceramente in piazza mi aspettavo molto più persone, considerata la crisi e la disoccupazioni, in particolare dei più giovani. Invece vedo che questa giornata è quasi interamente rappresentata dagli anziani.”, dice l’assessore comunale delle politiche giovanili.

“Io sono tra coloro che hanno organizzato le contestazioni contro Cisl e Uil, che non vogliono far altro che spodestare la Cgil. Loro stanno agendo sulla pelle dei nostri diritti, attaccando direttamente i diritti di malattia, smantellando lo statuto dei lavoratori, come il diritto allo sciopero. Questo è un diritto che i nostri genitori e i nostri nonni hanno conquistato duramente, e dopo anni vediamo togliercelo con due semplici firme: noi non ci stiamo.”, dice lo studente disoccupato di Lettere in Movimento.

“Sto vivendo molto male questo Primo Maggio. Non per l’idea della festa, ma per tutto quello che sta succedendo, per la situazione che ci circonda e sembra non cambiare. E’ un momento molto critico.”

“Però nonostante questo, continua a scendere in piazza”

“Assolutamente. La Piazza è la Parola, è il luogo dove possiamo portare tutti i nostri sentimenti, dove possiamo far sentire la rabbia. Bisogna che le persone tornino a scendere in piazza, bisogna che si informi come si deve: le persone hanno perso la coscienza. Noi dobbiamo continuare a far sentire la nostra rabbia, perché le condizioni in fabbrica sono sempre più dure, non ci sono garanzie di sicurezza, e non possiamo cedere ad altri ricatti, come a Pomigliano e a Mirafiori.”

Il fallito discorso di Falcone, ormai terminato, è seguito nuovamente dall’Inno di Mameli e da pochi applausi. Viene presentato Frankie HI-NRG MC, uno dei maggiori esponenti del movimento hip hop italiano che conclude il magro evento della mattinata. Le persone cominciano a disperdersi, e nel giro di un’ora la piazza è semivuota, mentre il palco e le bandiere sono stati sistemati frettolosamente. Io sento un po’ di vuoto dentro.

Mi aspettavo davvero entusiasmo e partecipazione, mi aspettavo che la giornata del Primo Maggio venisse vissuta veramente dalla città, sia con la testa che col cuore. Mi aspettavo di vedere fiumi di persone pronte a festeggiare e a ricordare, con la volontà di migliorare il presente, e invece ciò che ho visto è stata circostanza, mera presenza fisica, spaccature interne, rabbia -una valanga di rabbia- e quella speranza che pensavo, ormai appassita o comunque avvelenata dalle accuse e dalla sfiducia.

E dal momento che gli enti che dovrebbero rappresentare i lavoratori pare abbiano dimenticato la loro ragion d’essere, come possono i cittadini ritrovare il vero significato di questo Primo Maggio?

Valentina Camac

 


Riforma Gelmini: intervista al prof.Andrea Cossarizza (di Fabio Degli Esposti)

Per chi, come noi, ha scelto di frequentare il liceo, l’università è la strada obbligata. Con la riforma Gelmini saranno apportati cambiamenti fondamentali al sistema universitario, perciò è bene sapere quali saranno e come influenzeranno il nostro futuro.

A detta dello stesso ministro, il Ddl Gelmini si compone sostanzialmente di due parti: una volta ad effettuare tagli per recuperare fondi, e una che mira a limitare il “baronaggio”, (ossia l’influenza delle famiglie radicate nelle cariche universitarie) e ristabilire la meritocrazia nelle università. Ma come verrebbe raggiunto tutto ciò? Il cambiamento più incisivo prevede la trasformazione delle università in “fondazioni di diritto privato” soprattutto per poter risparmiare sul loro mantenimento. Questo significa che le università saranno in larga parte finanziate da privati cittadini che entreranno nei consigli di amministrazione (CdA), e potranno decidere come e dove spendere il loro denaro, scegliendo a quali settori di ricerca dare più fondi e a quali meno, secondo una logica di mercato. Facciamo un esempio: La ricerca scientifica nella facoltà di medicina verrà indirizzata su prodotti che “vendono” come le creme anti-rughe piuttosto che sulla cura delle malattie rare, o ancora, nelle facoltà umanistiche la ricerca intesa come speculazione filosofica raccolta in libri subirà l’influenza degli interessi degli editori che entreranno nei CdA, e che potranno decidere quali libri mettere in circolazione a seconda dei loro interessi. La figura del ricercatore subirà un importante cambiamento: i ricercatori a tempo indeterminato non esisteranno più, ci saranno invece ricercatori a tempo determinato che dopo aver presentato i loro proggetti avranno a disposizione 3 anni di prova per completarli, al termine dei quali, se saranno giudicati meritevoli, potranno continuare a fare ricerca SE ci saranno posti disponibili e SE l’università potrà (o vorrà, secondo la volontà dei “privati”) permettersi di pagarli, dal momento che non vi sarà più una quota stanziata dal ministero per la ricerca, ma ogni ricercatore dovrà farsi finanziare da enti esterni. A questo punto un ricercatore continuerà a essere tale solamente per quattro anni, dopodiché dovrà diventare professore associato o lasciare l’incarico. E se non ci sono posti disponibili come professore? A quanto pare a nessuno importa.

Potreste dire adesso: “ma cos’è che tocca direttamente noi studenti?” La riduzione dell’offerta formativa. Anche i ricercatori ne fanno parte: si sono visti eliminare i compensi e trasformare la propria professione in un “parcheggio” per novelli professori, dunque lasceranno ( molti hanno già lasciato) ogni impegno didattico, che tra l’altro avevano sempre svolto senza retribuzione. La riforma parla anche di eliminare il baronaggio e premiare i meritevoli,però i termini con cui lo fa sono molto generali, e per applicarla è richiesta la promulgazione di “decreti attuativi” che dovranno entrare in vigore 60 giorni dopo la riforma o rimanere per sempre sulla carta. La legge dice che bisogna premiare i migliori: ci vorrà un decreto che dica come farlo. La legge dice che non ci saranno più baroni: ci vorrà un decreto che dica come fare. I tempi per la formulazione di tali decreti sono molto lunghi, in media il parlamento dovrebbe dedicare un giorno alla settimana per un anno intero solo alla definizione dei decreti.Tanto per fare un esempio, la parte della legge Moratti (2005) che ridefiniva le regole dei concorsi per diventare professori non è mai veramente entrata in vigore, e i concorsi sono rimasti bloccati per anni, lasciando molti laureati in una situazione problematica e provocando grossi disagi.

Di ciò si è parlato col professore della facoltà di economia Alberto Rinaldi, venuto al San Carlo durante l’occupazione: ”la riforma è priva di qualsivoglia aspetto positivo: i punti della riforma che premiano la qualità e il merito sono sacrosanti, ma sono solo specchietti per le allodole, perché non ci sarebbe il tempo necessario per promulgare i decreti attuativi, che rimarranno carta morta. Inoltre ci sarà un peggioramento dell’offerta formativa a fronte di un maggior numero di studenti. La riforma parla di “tutela allo studio” ma gli emendamenti per la tutela allo studio approvati dalla commissione di cultura sono stati fatti abrogare dalla stessa Gelmini sotto richiesta della commissione di bilancio.”

Ma Vediamo quello che succede più vicino a noi, parliamo solo di Modena. A questo scopo ho intervistato Andrea Cossarizza, professore alla facoltà di medicina dell’università di Modena e Reggio Emilia.

-”Com’è la situazione dell’università qui a Modena?”

A.C: “ Il nostro ateneo è tra i migliori d’Italia, Modena è piccola, ma la qualità della vita è altissima ed è un ottimo posto per studiare. La nostra situazione è però critica dal punto di vista economico dal momento che ci sono grossi problemi nel reperire i fondi per pagare gli stipendi. C’è un aspetto preoccupante nel nostro lavoro: ci viene richiesto di aumentare l’offerta didattica nonostante il blocco del turn over.”

Il turn over è il ricambio generazionale del corpo docente, dei professori, che la nostra ministra a dispetto del motto “largo ai giovani”, ha bloccato.

A.C: “Ci viene richiesto di accogliere più studenti pur dovendo diminuire il numero degli insegnanti: chi va in pensione non può essere rimpiazzato. Si punta a mandare in pensione professori per avere i soldi necessari a pagare gli altri, ma così si liberano posti che non possono essere occupati. Questa riforma crea posizioni “murate” chiuse.”

- “Ma se l’università verrà convertita in una “fondazione”, in un’azienda, il problema dei fondi sarà risolto, ma ci saranno delle conseguenze: quali?”

A.C: “ La riforma trasforma l’università da luogo di sapere e di cultura in aziende regolate da leggi di mercato e dalla volontà di terzi. Gli interessi privati di chi finanzia le università decreteranno gli argomenti di ricerca, crollerà l’autonomia di sapere e di pensiero.

- “Può farci un esempio?”

A.C:“in teoria se un settore di medicina è ricco e pieno di risorse può creare posizioni di ricercatore come vuole, ma chi fornisce le risorse deciderà su che cosa fare ricerca, seguendo il proprio tornaconto e non una programmazione didattica. Mentre la posizione di ricercatore così creata non offre sbocchi lavorativi né la certezza di mantenere il posto.

- “Sbocchi lavorativi? Spesso si parla di fughe di cervelli, di giovani che cercano lavoro all’estero. Come mai?

A.C: “Qui a Modena l’esempio più lampante sono i biotecnologi: persone su cui sono state investite delle quantità enormi di tempo e di risorse, che mettono il loro cervello al servizio di altre nazioni perché in Italia c’è una grande difficoltà nel trovare sbocchi lavorativi. All’estero vengono invece fatti investimenti importanti e programmazioni a lungo termine.”

- La fuga dei cervelli è costata finora 4.000.000 €, e con la riforma verranno tagliate il 50% delle borse di studio. Alcuni partiti italiani hanno proposto di abbassare il livello della scuola, dicendo che noi italiani abbiamo bisogno di più meccanici e operai che non di scienziati. Lei cosa ne pensa?

A.C.: “Abbassare il livello della formazione è un delirio, è come insegnare a risolvere i problemi usando la clava. Mi auguro sia una battuta.”

- Ha qualche idea?

A.C: “Se aumentassimo le tasse per i singoli studenti e creassimo delle borse di studio serie (quindi molto più dei risibili 500-700 € proposti su molti annunci) per gli studenti meritevoli, il problema sarebbe risolto. Pensateci: gli studenti eccellenti non pagherebbero niente, e quelli che non rientrano nella fascia di eccellenza punterebbero ad entrarvi, le valutazioni non sarebbero più regalate perchè avrebbero un riscontro economico immediato. Ci sarebbe molta più attenzione per le valutazioni dei singoli esami: vita dura per i raccomandati. Questo porterebbe ad un aumento della serietà e dell’efficienza del sistema universitario.”

A conti fatti, secondo il mio parere personale, la riforma potrà portare solo degli svantaggi agli studenti italiani, e se la trasformazione delle università in fondazioni private sarà completa la selezione non avverrà più in base al merito ma in base al censo, in base a quanti soldi potremo versare alla fondazione. Sarà la negazione del diritto allo studio, la morte della meritocrazia.

Sempre secondo il mio modesto parere eh.


Il ragno (di Alessandro Venturelli)

 

Il primo filo lo tese mia madre
col suo morboso amore per me creatura,

il secondo lo annodò mio fratello
talentuoso primogenito ribelle
ladro di ogni fatica dell’esser figlio,

il terzo lo stese la ricchezza
risparmiandomi il sudore
per la libertà;
grande e somma forma di prigionia.

Il quarto fu un vero amore
ma in me,
lei,
non trovò un vero uomo.
Mai più la vidi
da quando un Maggio
fuggì per l’Inghilterra,

il quinto fu un finto amore
abbandonato come i gatti
davanti al mio portone ,
su lei riversai come vomito
tutto il mio affetto
finendo per odiarla;

il sesto lo cucì dio,
smisi di credere in lui senza aver mai cominciato,
bestemmiai contro il suo potere
portando flagello
al mio nuovo candido capro espiatorio.

il settimo fu un lavoro
che chiuse il cancello ai miei sogni da studente
incatenandomi a un tavolo imbandito di dolciumi.
Divenni grasso.

il ragno che mi tese la trappola non lo conobbi mai..

“signora Bonanni le consiglierei un’investimento di larghe vedute
con un’interesse del 3%, i suoi soldi sono per noi un dovere!
per questa banca è importante il sorriso di un cliente”

così mi lamentavo mentre come una mosca venivo sbranato dalla vita.


Le donne di Modena hanno le ossa grandi

Anna Magnani

Anna Magnani

Oggi vogliamo dimostrare, attraverso i dati statistici forniti dal comune, che anche a Modena, ricca città dell’Emilia produttiva, esiste tuttora una “questione femminile”. L’Italia, d’altronde, è piena di “questioni”, di problemi irrisolti, di zavorre che oggi più che mai ci appesantiscono nella rincorsa ai paesi occidentali più civilmente avanzati. Non pretendiamo oggi di dire nulla che già non si sappia, ma vogliamo, con la sintesi che questa piattaforma impone, dare una profondità storica al fenomeno di emancipazione femminile delle donne modenesi negli ultimi decenni.

Importante però è fare una premessa: chi scrive è uomo, perciò è giusto mettere in chiaro lo scopo di questo articolo. Sono fermamente convinto che la tendenza alla crisi demografica, economica, sociale e culturale di questo paese (fatto di uomini, donne e bambini) dipenda anche e in buona parte da una condizione femminile distinta e spesso discriminata. La transizione ad una condizione diversa e migliore rispetto al passato sta creando tensioni che occorre assolutamente superare, continuando nel processo di emancipazione che con le ragazze degli anni ’60 ebbe il colpo di reni decisivo, e che oggi sta – forse - prendendo una strada inattesa e pericolosa.

Furono quelle ragazze della fine degli anni ’60 a scardinare le abitudini delle madri e delle madri delle loro madri, abitudini sedimentate da tempo immemore nella cultura occidentale. Dio, patria e famiglia, diceva un vecchio motto conservatore. Dio per tutti (anche per bambini, single e vedovi), la patria per gli uomini, la famiglia per le donne. Come a dire che la divisione dei ruoli imponeva all’uomo la rappresentanza nella vita pubblica della famiglia e alla donna la gestione dell’ambito privato. Oggi questa formula è evidentemente superata: credo però, più nell’idea che nella pratica. I grafici che seguono cercheranno di dimostrare che c’è ancora molto da lavorare, ma bisogna capire esattamente dove si vuole intervenire e che metodo utilizzare.

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Cosa succede a Pomigliano d’Arco?

In queste ultime settimane varie vicende hanno attraversato il nostro paese e i suoi giornali. La tanto contestata manovra economica, messa in discussione non solo dalle opposizioni, ma dalla stessa maggioranza; gli scandali che via via vanno emergendo dall’inchiesta legata ad Anemone e Balducci, ultimi due nuovi acquisti di una più ampia vicenda italiana (quella dei Furbetti del Quartierino); il ddl sulle intercettazioni (sul quale il Rasoio ha pubblicato l’articolo “E adesso intercettateci tutti”); l’inizio dei Mondiali, che stanno monopolizzando l’attenzione degli italiani e non solo; ed infine la vicenda di Pomigliano d’Arco.

È facile perdersi in questo fitto susseguirsi di fatti, anche perché i giornali molto spesso riportano le notizie in modo frammentario e i siti internet rappresentano una foresta nella quale non tutti si sanno muovere. Tra le tante cose riportate credo sia importante fare una ricostruzione ed un’analisi politica della vicenda di Pomigliano d’Arco, che, seppure tanto descritta e sviscerata sui giornali, non penso sia passata al di là della schiera delle persone più attente. Pomigliano D’arco è un paese che si trova in Provincia di Napoli. Qui ha sede uno dei più importanti stabilimenti della Fiat, vi lavorano 5000 operai e se si conta l’indotto si può comprendere quale sia la rilevanza di questo pezzo di industria per l’economia del Meridione. La storia di questo stabilimento non è delle migliori: è sempre stato caratterizzato da un basso livello di produttività e da un alto tasso di assenteismo sul lavoro. Nelle scorse settimane Sergio Marchionne (amministratore delegato della Fiat) ha presentato un progetto di investimento sullo stabilimento di 700 milioni di euro, con il quale si intende trasferire la produzione della nuova Panda da un’industria polacca nella fabbrica campana. Questo consentirebbe di mantenere aperto lo stabilimento, che con la crisi è messo a dura prova, e di portare ricchezza in quella zona del Meridione: un potenziale schiaffo alla criminalità organizzata e al lavoro nero. Dove sta allora il problema, descritto questo scenario idilliaco? Il problema sta nei metodi con i quali è stata intavolata la proposta: Marchionne ha presentato il progetto agli operai chiedendo come GARANZIE ai sindacati di assumersi delle responsabilità relativamente ad una totale flessibilità, anche modificando norme del contratto nazionale e richiedendo esplicitamente la rinuncia a diritti costituzionali (diritto allo sciopero), legislativi (diritto alla malattia) e comunitari (condizioni di lavoro). Qui vi allego una chiarissima ricapitolazione del contratto proposto dalla Fiat per darvi un’idea di cosa significhi: la prima parte dell’intervista mi sembra valida, separatela dal giudizio politico successivo.

Di fronte a questo aut aut, i sindacati si sono divisi: la Cisl e la Uil hanno firmato l’accordo sostenendo che sia meglio lavorare in queste condizioni piuttosto che non lavorare. La Fiom (il sindacato dei metalmeccanici che fa capo alla Cgil) invece ha rifiutato di firmare, in quanto il contratto proposto mette in discussione dei diritti fondamentali di tutela dei lavoratori e impone condizioni di lavoro umanamente non accettabili.

Le reazioni della politica:

Il governo ha subito appoggiato la proposta di Marchionne descrivendola, attraverso le parole di Tremonti e Sacconi, come un nuovo modello per rilanciare lo sviluppo nel settore industriale italiano. L’Idv, Sinistra Ecologia e Libertà e la Federazione della Sinistra si sono schierate in difesa dei lavoratori, sostenendo la scelta della Fiom di difendere il contratto nazionale di lavoro, mentre il Partito Democratico ha espresso una reazione articolata e ambigua (che solo per comprendere quella ho dovuto leggere 4 o 5 articoli): la posizione del maggiore partito di maggioranza sulla proposta è un Sì, con riserva (Bersani, appoggiato da Veltroni e Fassino). La posizione che esce in modo confuso è che sarebbe stato meglio arrivare ad un accordo tra le parti che garantisse la tutela ai lavoratori e che permettesse l’investimento. Questa posizione emerge da una dialettica sviluppatasi nel partito tra “riformisti” e “antagonisti”. I primi hanno sostenuto la necessità di appoggiare favorevolmente la proposta della Fiat, mentre i secondi caldeggiavano un intervento più importante a difesa dei lavoratori.

Il risultato è che in questi giorni gli operai di Pomigliano voteranno in un referendum per esprimere la loro posizione in merito.

Autorevoli penne come Eugenio Scalfari hanno scritto su Repubblica come questa vicenda (che a mio parere sta passando in sordina) rappresenti un punto di snodo cruciale per il nostro paese nello sviluppo dei rapporti di lavoro (articolo allegato in fondo “A Pomigliano comincia l’epoca dopo Cristo”). La proposta di Marchionne rappresenta un “nuovo” modello di cui Pomigliano vuole essere l’esempio che potrebbe portare ad una stagione di accrescimento delle disuguaglianze. Estendendo il ragionamento dalla fabbrica alla società italiana e alla società globalizzata, Scalfari spiega come le disuguaglianze nel nostro paese siano alla base di un sistema che blocca lo sviluppo. In questo panorama emerge implicitamente una forte critica al Partito Democratico, la cui storia nasce dal lavoro (sì dal lavoro operaio, ma in generale dal lavoro), che in questo frangente si mostra timido nel difendere gli operai di Pomigliano e tutto ciò che questi rappresentano in questa vicenda, per non accrescere i contrasti interni al partito sollevati dalla questione. Nichi Vendola, alleato del Pd, che viene dalla stessa tradizione, richiama i democratici su questo punto fondamentale, il lavoro, parlando di “morte della Costituzione” senza fare sconti.

In tutto questo la domanda che mi sorge spontanea è questa. Perché un partito che mette al centro del suo programma il lavoro e la difesa dei lavoratori, il cui leader ad Annozero fa un intervento molto deciso a difesa dei lavoratori tutti, riscuotendo un grandissimo successo nell’elettorato; un partito che viene da una tradizione che si fonda sulla difesa dei lavoratori subordinati e in generale delle fasce più deboli della società, in questo frangente descritto come cruciale da molti intellettuali non dà una risposta precisa? È chiaro a tutti quale sia la politica di questo Governo, i provvedimenti da esso presi in materia di Scuola, Regole ed Economia parlano chiaro. Non è chiaro invece quale sia la politica che il Partito Democratico voglia contrapporre a quest’ultima e ancora prima se sia in grado di elaborare degli strumenti per contrastarla, cioè per difendere tutte quelle persone che a sinistra chiedono aiuto.

Qualche articolo per approfondire:

http://www.repubblica.it/economia/2010/06/22/news/sofri_pomigliano-5043267/index.html?ref=search

http://www.repubblica.it/politica/2010/06/20/news/scalfari_pomigliano-4991542/index.html?ref=search

Enrico Monaco


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