Archivi tag: liceo

Principio di scarica elettrica (11° parte)

Baratro e Duke salirono su quell’altissimo ponte che è Rialto, ancora una volta facendo lo slalom tra i turisti. Appena il Saggio li vide accennò un sorriso e lì abbracciò serenamente: sembrava molto tranquillo, e questo a Baratro non tornava.

“Avete fatto un buon viaggio?”.

Duke rispose un sì sarcastico, poi continuò: “A parte questi rozzi turisti, che girano per l’isola come zombie attirati da qualcosa di magico; servirebbe un apripista per levarseli da davanti. Sono troppi ed insopportabili”. Baratro rideva dell’uscita dell’amico: tipico di Duke. Poi guardò il Saggio, contento di averlo finalmente ritrovato.

Erano le sette di sera ed il sole stava ormai calando, così andarono in un’osteria a mangiare e bere come facevano i marinai della Repubblica Veneziana di un tempo: lontani finalmente dalle urla scomposte dei turisti e dalle loro cene discutibili. Furono accolti dall’oste che, con un marcato accento veneziano, li fece accomodare e li servì rapidamente.

Il Saggio sembrava aver messo da parte quella sua inconsueta tranquillità iniziale: una luce strana e scintillante cominciava a balenare nei suoi occhi e Baratro, resosene conto, gli chiese: “Che facciamo questa sera?”. Lui si mise a ridere, cercando di dissimulare quell’incredibile pensiero che percorreva il suo cervello come un animale impazzito. Guardandoli dritti negli occhi chiese: “Avete mai sentito il suono di una chitarra rimbombare sulle onde del mare?”. Quella domanda, detta in quel modo teatrale dal Saggio, che era una persona incredibile, non poté che avere un effetto dirompente nella mente e nei cuori dei due. Duke preso dall’emozione e dalla curiosità lo prese per il bavero e, quasi minaccioso, chiese di cosa stesse parlando. Il Saggio, soddisfatto di aver infiammato i loro animi rise per un po’ tra sé e sé, poi aggiunse: “Questa sera uno dei più grandi gruppi mai esistiti suonerà in laguna dalle parti di Dorsoduro” poi estrasse dalla tasca tre biglietti e aggiunse “Questi sono i nostri lasciapassare”.

Baratro e Duke erano senza parole: guardavano il Saggio senza più capire niente. La loro razionalità si era fottuta, come dopo una corsa in macchina in una lunga notte di follie: con il cambio che, a forza di essere messo alla prova da mani stanche, si blocca inesorabilmente. Erano rimasti in folle. Ma poi si ripresero da quello stato e scoppiarono in un ringraziamento clamoroso, fatto di abbracci ed ovazioni, tanto che ogni persona del locale si voltò a guardarli, chi ridendo felicemente, chi considerandoli dei pazzi.

Ora camminavano per le calli, con la pancia piena e la mente sgombra. Il loro passo era lento ed inesorabile: superava i numerosi ponti ed aggirava le mille chiese.

La sera Venezia è uno spettacolo: attorno alle 8 la città si calma e sembra che le persone e i palazzi, i ponti ed il mare, tutto, stia bene assieme, come in un grande affresco idilliaco. Mentre vedevano tutto questo un leggero vento spirava dolce sulla laguna, incantata e sorpresa dalla sua stessa bellezza.

In questo quadro i tre arrivarono di fronte alla Facoltà di Architettura, che era stata costruita sulle ceneri di una vecchia fabbrica di cotone. Poi il Saggio li invitò a salire su una piccolissima collinetta lì davanti per assistere allo spettacolo che si estendeva sotto ai loro occhi: un palco, che sorgeva tra i canali e che sembrava incastonato nell’intricato disegno di quelle strade, era già assediato da centinaia di ragazzi e ragazze di tutte le età, che continuavano ad affluire da ogni parte.

Baratro, estasiato da quella visione, stava pensando “ragazzi e ragazze, come noi, qui a Venezia per vedere un concerto pazzesco… No va beh”, così si girò verso gli altri due e guardandoli negli occhi gridò: “Cosa stiamo aspettando!?”. Poi si voltò e scese dalla collinetta correndo verso quel mare di gente. Mentre scendeva si voltò diverse volte per guardare a che punto fossero gli altri. La terza volta inciampò su sé stesso e finì di slancio addosso ad un tipo che cadde clamorosamente per terra. I due si rialzarono subito. Baratro non ebbe neanche il tempo di chiedere scusa che l’altro, un ragazzo alto e ben piazzato, cominciò ad offenderlo in dialetto veneziano dicendogliene di tutti i colori. Lui per fortuna non aveva capito la maggior parte degli insulti e continuava a scusarsi dispiaciuto per l’accaduto, ma l’altro sembrava sordo e continuava a cercare in Baratro un senso di colpa che non avrebbe mai trovato. Nel frattempo Duke li aveva raggiunti e, stufo di assistere a quella scena patetica, si intromise nella discussione portandosi di fronte al veneziano e, a cinque centimetri dal suo viso, disse: “Ciao. Io sono un suo amico” indicando Baratro, poi continuò “Vorrei poterti offrire da bere per riparare al suo grave errore, che ne dici?”. Il veneziano indietreggiò di un passo, colpito da quell’inaspettata proposta, poi la sua espressione prese a cambiare lentamente fino a che non si fece mansueta e, ridacchiando qualcosa in dialetto con i suoi amici, indicò una strada vicina.

Così, uno stuolo di veneziani e due giovani modenesi, si mossero assieme alla ricerca di una birra.

Enrico Monaco


In viaggio verso l’isola (10°parte)

Il treno correva veloce disegnando una linea dritta nel cuore della campagna ferrarese. Nelle sue carrozze Baratro e Duke, inseparabili come Ulisse e Diomede, correvano alla volta di una nuova avventura. Il Saggio non era potuto tornare a Modena, così li aveva invitati a raggiungerli e loro non avevano potuto rifiutare: avevano un disperato bisogno dei suoi consigli.

Una strana luce illuminava quei canali di campagna, che come coltelli perfetti tagliavano le terre colte di quella pianura veneta, e già in lontananza si potevano vedere i colli euganei ergersi maestosi di fronte alla corsa testarda del treno. Così passarono Rovigo e poi Monselice per raggiungere Padova. Poi il treno continuò la sua corsa indifferente, fino a quando altissimi mostri dalle braccia di metallo invasero il paesaggio: le strutture della Fincantieri informavano i due viaggiatori che la Laguna non era lontana. E infatti sul treno andavano moltiplicandosi parlate venete e linguaggi duri e aspri, che raccontavano una storia dolorosa mai dimenticata, neanche dalla pioggia perpetua di denaro che aveva investito il Nord-Est.

Il treno stava per arrivare, e una voce meccanica annunciò ai passeggeri che erano nei pressi di “Venezia Santa Lucia”. Così Baratro e Duke agguantarono i loro cappotti e non appena il treno si fu fermato scesero sorridenti dal treno con una sigaretta in bocca.

Entrare a Venezia è come varcare la soglia di un altro mondo. Il ponte e il mare sono le uniche due porte che collegano l’isola a tutto il resto. Non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo secondo ragione, basta esserci stati nella città del Doge, per rendersi conto della sua alterità manifesta.

In quel momento i due amici muovevano i loro passi non senza un certo stupore tra turisti bardati di souvenir e nativi frettolosi di sbrigare i loro impegni. Si vedeva benissimo che loro due non appartenevano né all’una né all’altra razza: i primi venivano per quella Venezia kitch, fatta di bancarelle, famose opere d’arte e ristoranti ipercostosi; mentre quegli altri correvano così tanto che forse si erano dimenticati della bellezza di quella città. Baratro e Duke invece erano viaggiatori, in cammino sì per un obbiettivo personale e definito, ma pronti a cogliere quel valore e quella bellezza che la città non aveva smarrito, soltanto era nascosto dal mondo artificiale creato per il turista/consumatore.

Dopo una lunga marcia tra turisti distratti e calli di singolare bellezza, durante la quale più volte Duke aveva augurato la morte a non pochi che si trovavano sulla sua strada, arrivarono a Rialto: lì li aspettava sorridente il Saggio con il suo basco in testa. Il vento della laguna lo investiva dolcemente e i raggi del sole calante lo accarezzavano disegnandolo come un eroe romantico.

Allora Baratro capì che quella notte veneziana sarebbe stata incredibile e che lui non sarebbe mai più stato lo stesso.

Enrico


Il mostro greco e un’amicizia (9°parte)

Il giorno dopo Baratro si alzò come sempre: inveendo contro la sveglia. Mentre camminava verso la Cittadella pensava al Saggio e all’incontro che avrebbero avuto quella sera: riponeva molte speranze nei suoi consigli e lui non lo aveva mai deluso.

Quella mattina entrò a scuola come se fosse uno dei tanti: era stanco, camminava trascinandosi e il peso del vocabolario di greco, che portava in mano, gli ricordava il peso che avrebbe avuto nella sua media la versione che stava andando ad affrontare. Così per un attimo dovette mettere da parte le sue idee rivoluzionarie, i suoi istinti amorosi e i giuramenti di morte per calarsi totalmente nella realtà nuda e cruda. La scuola era tra le cose che più lo aiutavano a fare questa operazione di “ritorno sulla terra”: senza questa probabilmente Baratro sarebbe stato come un satellite anarchico, ma per fortuna lui faceva parte di una generazione che non era stata ancora del tutto esiliata dalla realtà cittadina. Arrivato in classe, il foglio protocollo estratto dalla sua borsa e il testo della versione sul banco gli ricordarono la sfida che andava ad affrontare. Scorse velocemente la versione per arrivare in fondo: Isocrate era stato designato quale mostro della giornata. Baratro appoggiò il foglio sul banco e guardò fuori dalla finestra come per cercare un segno divino che lo sostenesse: ma quel giorno pareva proprio che gli dei avessero voluto lasciare campo libero agli uomini per godersi lo spettacolo comodi dalle loro residenze celesti. Allora estrasse la sua spada (la penna) e batté il suo scudo (la mente) per testarne la resistenza e la prontezza e si preparò alla battaglia.

La versione andò bene, contro ogni aspettativa: Baratro non vinse il mostro, ma si batté onorevolmente: questo avvenne perché la sua vita era tutta una battaglia, e ormai stava diventando un veterano, così aveva imparato a cavarsela anche quando aveva pochi margini d’azione.

Nel frattempo era suonata la campana e Baratro era sceso in cortile a fumare. Proprio mentre era lì tranquillo, si avvicinò a lui Vanessa. Voleva sapere perché la sera precedente se n’era andato; così sussurrò composta al suo orecchio: “Mi è successa una brutta cosa a causa tua ieri sera, sai?”. Sperava di muovere a pietà Baratro, ma cascava male, infatti il suo ghigno malvagio stava già riaffiorando sul viso; così rispose: “E cosa ti è successo?”. “Sono stata fermata dalla polizia e portata in Questura per il riconoscimento…”.

Ma proprio in quel momento arrivò Nicolò, che vedendoli sia avvicinò subito a loro, ridendo sotto i baffi. “Ehi, ti sta raccontando della sua disavventura?” domandò ironico. Baratro fece cenno di sì col capo sogghignando. Allora Nicolò interruppe la narrazione di Vanessa con la scusa che dovevano mettersi d’accordo per una cosa importante. Vanessa era palesemente infastidita, ma aveva appreso quel detto latino legato al potere che recita ubi maior, minor cessat, così salutò i due e tornò dalle sue amiche. Nicolò ancora ridendo si rivolse a Baratro dicendogli: “Non ti ha detto perché l’hanno fermata, vero?” Baratro disse di no. E Nicolò ancora ridendo aggiunse: “Sai che quella sera era vestita… diciamo, da Vamp? I poliziotti hanno interpretato male: l’hanno scambiata per una prostituta!!!” si guardarono brevemente l’un l’altro e poi scoppiarono a ridere entrambi: sapevano tutti e due che la giustizia divina alla fine faceva girare la ruota della fortuna e questa volta aveva girato bene, Vanessa era stata punita.

Poi Nicolò disse a Baratro: “Oh, quando andiamo su in montagna? Ormai è da un sacco che non parliamo un po’ in tranquillità”. Baratro rispose: “Hai ragione Nick, ma io qui sono in guerra e a dirla tutta mi pare che tu ti stia defilando”. Allora Nicolò si fece serio come se dovesse pronunciare un discorso di vita o di morte; sembrava molto sicuro, ma in realtà dentro barcollava e Baratro lo sapeva benissimo: “Lo sai che sono amico tuo come sono amico di Andrea, cosa dovrei fare?”. Baratro non volle insistere, non era il momento giusto, così rispose: “Va bene Nick, appena ci saranno le condizioni andremo in montagna, ma ricordati il mio discorso e pensaci”.

In quel momento suonò la campana. Alcuni studenti cominciarono a correre come gli ignavi nell’antinferno verso le loro classi, mentre altri si dirigevano a passo svelto sicuri verso la loro meta. Solo Baratro e Nicolò tornavano lentamente verso le loro rispettive classi senza fretta: l’uno a fianco dell’altro riflettevano su quello che si erano detti e pensavano alle  prossime mosse che avrebbero fatto.

Enrico


La ricerca del saggio e l’incontro con Duke (8°parte)

La destinazione era stata raggiunta. Un rumore come un colpo di pistola risuonò nel parcheggio dietro allo Small Pub: Baratro aveva chiuso la portiera della macchina e si dirigeva veloce verso il locale. Ripensava a tutto quello che era successo, a lei, alla strategia di Andrea, che prima lo aveva sfidato pubblicamente e adesso non essendo riuscito a sconfiggerlo aveva adottato una nuova strategia: togliergli il terreno da sotto i piedi silenziosamente. Ma non era preoccupato più di tanto: vivere a Modena gli aveva insegnato fin da piccolo che quella conca in mezzo alla pianura padana era un covo in cui si annidavano parecchi serpenti. Così ben presto si era abituato a guardarsi le spalle da chi agiva pugnalando silenziosamente i nemici come gli amici, e anche se per lungo tempo era stato coinvolto in quel “gioco”, ora Baratro stava imparando ad usare un altro metodo, qualcosa che rendeva le sue azioni più limpide e che a fine giornata gli permetteva di guardare le sue mani e constatare con soddisfazione che erano pulite. Detto ciò rimaneva sempre soggetto agli impeti romantici del suo carattere: quella fonte che non smetteva mai di scorrere dentro di lui più volte lo portava a reagire di pancia, e anche quella sera era andata così. Aveva sbagliato con lei non doveva portare quella questione privata su un piano pubblico, ma tra l’opposizione di Andrea e tra la spinta titanica incontenibile era andata a finire che la questione ormai era diventata di pubblico dominio. In ogni caso in quel momento l’orologio del locale segnava le 3 di notte e gli avventori si adagiavano sulle proprie sedie cullati dall’alcool che avevano assunto. Baratro sembrava calmo, ma l’adrenalina scorreva in lui come il Panaro nel suo letto d’inverno, quando dopo le forti nevicate in montagna il suo livello lambisce minaccioso gli argini spaventando gli abitanti della città. Era lì perché sperava di trovare il Saggio, ma sembrava che quella sera non lavorasse. Il Saggio era uno dei baristi dello Small Pub, e a memoria d’uomo egli era lì da quando era sorto il locale (anche se non era così vecchio come raccontavano le leggende). In tanti chiedevano a lui consigli per diverse motivi, era un po’ come quegli anziani dei piccoli paesi del Sud che ricevono durante la giornata molte visite e tutti vanno a chiedere loro consiglio per la riconosciuta saggezza accumulata nel tempo. La serata sembrava volgere al termine, dal momento che il Saggio non si vedeva, ma quel simpaticone che ha creato il mondo (se esiste) volle riservare a Baratro un ultima emozione. Così estrasse due dadi, uno rosso e uno nero dalla sua tasca, e li lanciò dall’alto della sua residenza sulla Terra. Il risultato del tiro provocò un suo leggero sorriso che lo spinse a mettersi comodo e ad osservare la scena. Proprio in quel momento si aprì la porta del locale. Entrò dentro con un passo stanco e cadenzato che non perdeva un colpo: il suo incedere sembrava fatale come quello di un angelo della Morte. Un cappello da rivoluzionario copriva i suoi riccioli che folti e ribelli non ne volevano sapere di piegarsi ad alcun comando. Alcuni avventori sembrarono colpiti dai brividi alla vista di quel ragazzo, i brividi correvano sulle loro schiene come bimbi impazziti. Baratro invece lo guardava con un sorriso a trentasei denti aspettando di essere notato da lui. Quando i due sguardi si incrociarono Baratro e The Duke andarono l’uno verso l’altro per salutarsi. <> disse Baratro <> E Duke a lui <>. Baratro si sciolse dall’abbraccio e sorridendo disse :<> E risero assieme di guasto. Poi Duke disse :<< Comunque se cerchi il Saggio non lo troverai qui, è andato a suonare a Padova e tornerà domani. Anche io ho bisogno di lui, quindi se ti va possiamo andarci insieme, sono già d’accordo con lui>>. Baratro sorrise e gli disse :<< Sei impeccabile, Duke, come un vero settentrionale>> e risero ancora.
La Luna da lì a poco avrebbe lasciato il posto al Sole, così i due amici tornarono alle macchine per raggiungere il mondo dei sogni, come la Luna che da lì a poco avrebbe raggiunto il mondo dell’oblio.


L’esperienza del Male e la Redenzione (7°parte)

Mentre il freddo della notte modenese accarezzava docile chi tornava verso casa, una scintilla produsse uno scoppio che tutti udirono distintamente: Baratro aveva acceso la macchina e il motore ruggiva come una pantera nell’oscurità. Era bella ed elegante quella macchina. Era tedesca, con un motore perfetto, pronto a ripetere quel gesto all’infinito: la spinta dei cilindri non si sarebbe fermata fino alla loro usura. Era più di una macchina e chi è emiliano lo sa bene che questi mostri ruggenti hanno un’anima come le persone. L’anima di questa Mercedes era ambivalente e contraddittoria: elegante e borghese nella sua linea, ma vissuta e ribelle nella sua corsa; e in fondo a Baratro stava bene, perché rispecchiava abbastanza il suo carattere. Vanessa nel frattempo si era accesa una sigaretta, l’ultima, e per quanto Baratro fosse distratto da altri pensieri non poté non notare il movimento soave con cui la portava alla bocca. Le labbra carnose di quella ragazza sembravano accarezzare il filtro con eleganza: in quella breve serie di gesti fu chiaro a Baratro la sua provenienza piccolo-borghese , che come un incendio bruciava ansioso di divorare nelle fiamme la scala sociale.

A quel pensiero non poté trattenere un sorriso malvagio e tagliente e disse :<<Siamo arrivati, qui c’è il distributore. Ma prima voglio in cambio qualcosa per la mia gentilezza!>>. Vanessa lo guardò con il suo sguardo intelligente, aveva capito benissimo cosa le stava chiedendo Baratro. Così sciolse i capelli con un gesto sensuale e dopo aver liberato tutta la sua malizia rispose a Baratro:<< Chiedi ciò che vuoi e sarai accontentato>>. Baratro allora si avvicinò a lei e la baciò con una passione violenta: sembrava rapito da quella fonte malvagia, dalla quale stillava forte un’energia nera di cui Baratro sembrava nutrirsi insaziabile attraverso quei baci convulsi. Poi le disse <<Vai, ti aspetto>>. I suoi occhi scintillavano nella notte come quelli di un vampiro e il ghigno impercettibile brillava sul suo volto come la lama di un rasoio nel buio. La Luna assisteva silenziosa a questa scena, quando si alzò un vento fortissimo: come un messo celeste era venuto a risvegliare Baratro. Infatti si riebbe subito come fulminato dalla luce: sentiva la parte buona di sè riprendere possesso del suo corpo. Così pensò:<<Non mi farò fregare da una stronza, per quanto sia bella>>. Detto questo mise in moto la macchina e fece fischiare le gomme sull’asfalto in urlo di rabbia assordante. La macchina partì sfrecciando via in un lampo per una nuova destinazione, e Vanessa incredula e colpita nel suo orgoglio di donna, buttò la borsa per terra e si lasciò andare a delle gentili grida di rabbia. Baratro ora viaggiava sulla sua maledetta Mercedes come una scheggia, spinto dalle note di una canzone degli AC/DC. La carica rock’n'roll di Thunderstruck lo aveva convinto della necessità di ricorrere ad un consiglio di fattura superiore.


L’esito dello scontro e le nuove ombre.(6°parte)

Così caddero ad uno ad uno sia dall’una che dall’altra parte come soldati, i bicchieri di Rhum nello stomaco dei due sfidanti. Concluso lo scontro, la bottiglia rotolò riversa sul tavolo ormai vuota, come stravolta dai colpi sferrati. Gli sguardi di Baratro e Andrea erano confusi, ma fissavano l’un l’altro l’avversario, e come nei film i due non sentivano più il fragore e l’eccitazione della folla bestiale attorno a loro, ma vedevano solo davanti a sè il proprio nemico: stessi erano gli obiettivi, diverso sarebbe stato il metodo.

Andrea spezzò la tensione crescente con una sonora risata, ma non servì a stemperare gli animi, perchè un ghigno malvagio brillava sulla bocca di Baratro, tanto che il suo sguardo gelò il cuore di alcuni dei presenti: qualcosa di diabolico sembrava provenisse da lui. In ogni caso lui non se ne rese conto, si alzò barcollando dalla sedia e portandosi una sigaretta alla bocca, dopo averla accesa, fece un lungo tiro liberatorio.

La notte a Modena era diversa quella sera: passeggiando per le strade si poteva sentire nell’aria l’elettricità di sentimenti nati nel corpo di uomini che ormai non vi erano più. Tuttavia le loro passioni, troppo intense per svanire nel nulla, si erano fuse con i luoghi da questi vissuti: questa forza magnetica stava confluendo nel cuore di Baratro ed era questa forza immensa che lo rendeva diverso.

Lei intanto era scomparsa, e lui cominciò a cercarla frenetico nella confusione, ma inutilmente: qualcuno gli disse che era andata a casa. <<Cazzo>> pensò <<per quel coglione di Andrea ho perso di vista il vero motivo per cui ero qui. Adesso starà pensando che sono un coglione anch’io>>.

Mentre la rabbia lo scaldava come un metallo fuso, Andrea nell’ombra gli stava scavando la fossa. <<Allora siamo intesi 50 subito e 150 dopo se ci riesci?>>. <<Sì Andrea, ho capito, e sarà una passeggiata>>. Dal bagno uscì una bella ragazza chiudendosi la porta alle spalle: il suo sorriso maligno nascondeva l’idea maligna, nata dalla mente di colui che stava dietro alla porta. Sapientemente aspettò che Baratro sbollisse attacata alla ringhiera del davanzale. Dopo aver fumato dieci sigarette e avendo capito che lui era tranquillo, si staccò da lì e fece la sua mossa. Baratro era di sotto, discuteva tra il disimpeganto e l’annoiato con un gruppetto di ragazzi, quando vide arrivare verso di lui una ragazza molto carina. Il suo passo era deciso ed elegante insieme e i suoi occhi erano ammalianti come quelli di una ninfa orientale. Si fermò davanti a lui e gli chiese con dolcezza e cortesia <<Baratro il mio pacchetto di Camel Blu è vuoto,  mi accompagneresti a prenderne uno nuovo?>>. Gli altri che erano uomini e non erano stupidi lo guardarono esprimendo stima nei suoi confronti e uno disse <<sì, accompagnala tu Baratro, Vanessa non ha la macchina!!!>>. Baratro rispose di sì indifferentemente e prese la giacca. Ma dietro la sua indifferenza c’era la stanchezza guardinga di uno che si muova in una polveriera pronta ad esplodere, con in mano una torcia accesa.


L’arrivo della notte e l’inizio della battaglia.(5°parte)

Quel sabato mattina non fu diverso dagli altri: eccetto che per i duri e puri che prendono appunti fino alla sesta ora. Gli altri seguivano la traduzione di Ovidio della prof e sembrava che stessero sognando; in realtà nelle loro teste c’erano progetti a breve e a lungo termine, più o meno puri, più o meno romantici. Insomma la classe era un guazzabuglio di irrazionalità degno del grande poeta romantico inglese Samuel Taylor Coleridge.

Baratro come gli altri e forse più degli altri sognava ad occhi aperti: tra poche ore sarebbe calata la notte e scortato dal buio dionisiaco si sarebbe diretto a casa di Nicolò, con una bottiglia di Rhum da sacrificare a Bacco, sperando così di ottenere un favore da Venere. Ma solo Ulisse era riuscito, pagando a caro prezzo, ad avere ragione sugli dei con le sue scelte. In ogni caso quella sera Baratro si sentiva se non più forte di Ulisse almeno al suo livello. Così giunto di fronte al campanello di Nicolò con 20 minuti di ritardo, suonò entusiasta. Una voce femminile rispose dolcemente <<Chi è>>? Era lei non c’erano dubbi. Lui rispose << sono un cercatore d’Ombra>> <<Allora sali, sei nel posto giusto>> disse lei ridendo. Era così carico che gli innumerevoli scalini si smaterializzarono sotto i suoi piedi nell’impeto della salita e arrivò su senza il fiatone.

Entrò e tutti ebbero qualcosa da dire, chi scherzando sul ritardo, chi sottolineando la gioia per la sua presenza, insomma fu ben accolto, soprattutto dal padrone di casa che gli lanciò uno sguardo che solo loro poterono capire: sapeva della sua guerra e aveva benedetto le sue armi. Così sì abbracciarono in modo fraterno. Poi Baratro salutò qualcuno frettolosamente, mentre si guardava in torno ansioso. Lei era lì in un angolo, parlava con le sue amiche e sembrava che stesse aspettando qualcuno. Baratro si avvicinò guardandola negli occhi le disse:<< Ciao come mai sei qui in un angolo nascosta?>> . E lei <<non amo i riflettori, preferisco stare nell’Ombra>>.

Baratro sorrise e facendo finta di niente le chiese :<< Prima al citofono mi ha risposto una ragazza con una voce bellissima, però non l’ho riconosciuta, per caso era la tua?>> Lei sorrise e disse facendo finta di niente :<< Non so, è tutta la sera che io, Valentina e Arianna rispondiamo al citofono, quindi è possibile>>. In cuor suo gioì per il complimento perchè sapeva di essere stata riconosciuta da Baratro.

In quel momento Andrea si intromise nel discorso, afferrò Baratro e gridò:<<Non vorrai tenerti il Rhum tutto per te? Dai vieni di là ti stiamo aspettando>>. Baratro cercò di smarcarsi dicendo :<<Tenetelo e bevetelo alla mia salute!!>>, ma non andò come voleva. Infatti Andrea ridendo aggiunse :<<Eh no. Devi bere con gli altri, anzi ti sfido all’ultimo cicchetto!!!>>. E gli altri nell’altra stanza già gridavano, come invasati dal Dio :<<SFIDA! SFIDA!SFIDA!>>. Baratro capì che non aveva vie di fuga, così si tolse la giacca e la gettò sul divano, poi si sedette in cucina. In 10 secondi Nicolò apparecchiò due bottiglie di Rhum rosso Havana Reserva con rispettivi bicchierini per i due. Gli altri erano tutti lì intorno decisi a non perdersi quel rito, pronti a partecipare con i bicchieri pieni in mano.

Ma il centro di tutto erano loro due. Allora Baratro capì che gli dei lo avevano beffato: la guerra per Venere passava attraverso un altra battaglia indetta dal Dio della notte, Dioniso. Chi avesse vinto quella battaglia avrebbe fatto saltare il banco non solo di quella stanza, ma di tutto il liceo.


La mattina a scuola: il silenzio prima della battaglia.(4°parte)

Proprio mentre questi enigmi esistenziali lo accarezzavano come demoni smaniosi di possedere la sua anima Baratro incontrò sulla sua strada Nicolò, uno dei suoi più cari amici. <<Ehi Baratro, che ti succede?>> disse<<sembra che tu abbia appena assistito ad un dibattito tra Turigliatto e Andreotti>>. Baratro sorrise sia per la sua solita raffinata conoscenza politica sia per la sua innata capacità di strappare sorrisi, poi disse <<Magari!! Se fosse stato come dici tu forse ora sarei meno confuso>>. <<Oh, stasera c’è una festa a casa mia, vietato mancare>> disse Nicolò poi carico come una molla <<Chi hai invitato della mia classe?>> <<Andrea, Fillo, Zanna>>. Baratro imprecò fra sè poi chiese <<E delle ragazze?>> <<Tutte le più carine ci saranno, tranquillo… oh, io vado che alla prima ora ho quella di greco che se arrivo in ritardo mi interroga, a dopo!!>>. E scappò via come un fulmine. Baratro invece arrivato di fronte alla scuola alzò gli occhi e squadrò l’entrata: questa incombeva minacciosa su di lui, un po’ come quelle chiese medioevali gotiche che si sviluppano in verticale verso l’alto per ricordare all’uomo la sua infimità di fronte al divino. Siccome Baratro non era molto religioso e non era affatto spaventato da questa similitudine si accese una sigaretta in modo fatalista, prima di accettare di essere ingoiato da quella porta sinistra che a molti studenti più volte aveva ricordato quella descritta dal sommo poeta all’entrata degli inferi.
Mentre nuvole di fumo si alzavano verso il cielo con lenta regolarità, buttò un occhio verso la finestra della sua classe. Lei dall’alto lo stava guardando e mentre faceva finta di seguire la lezione gli sorrise come per dire <<come al solito sei in ritardo>>. Così si decise a salire le scale e lo fece di corsa, salutò frettolosamente i bidelli e si fermò di fronte alla porta della classe. L’aprì ed entrò cercando di fuggire lo sguardo della prof. di italiano, ma non ci riuscì. Lei lo guardava con un sguardo severo e rassegnato, sembrava volesse dire:<< Che te lo dico a fare!!>>. Poi si andò a sedere mentre gli altri ridevano. Mentre raggiungeva lentamente il suo posto si accorse che Andrea rideva assime agli altri, ma non era un riso disteso: un ghigno impercettibile imprimeva sul volto una sfumatura di sadismo che solo Baratro riuscì a cogliere e solo lui poteva comprendere. Cercò di non farci caso, così si sedette e si sforzò di seguire la lezione sull’Orlando furioso.

Enrico


Flusso di Coscienza. (3° parte)

Baratro parlava continuamente di rivoluzioni, di lotta contro le idee dominanti e conformiste, ma in fondo aveva un animo buono. Non amava il lato oscuro della politica, non amava infangare e sputtanare qualcuno soprattutto alle sue spalle, mostrandosi poi amico quando si era tutti insieme: anche se al contrario questo era un metodo ben consolidato nel suo liceo. Però Andrea era un suo nemico in quella faccenda, era l’ostacolo che lo separava da lei, così continuava a ripetersi “in amore e in guerra tutto è lecito”. Ma la verità era lui Andrea lo conosceva bene e che fino ad allora si era comportato bene nei suoi confronti. E poi se fosse uscito sconfitto da quella battaglia non avrebbe perso solo su quel piano: mettersi contro il simbolo di ciò che vi è di più bello e buono nel liceo agli occhi dei professori e di parte delle ragazze era una vera impresa titanica da scavezzacollo, una lotta di uno contro un esercito, e lui non voleva fare la fine degli spartani alle Termopili. Però ormai era in ballo il suo onore se avvesse accettato la resa incondizionata non avrebbe mai potuto perdonarselo e il risentimento lo avrebbe mangiato lentamente come le l’onda che divora lo scoglio. Così Baratro decise di mettere fine al suo flusso di coscienza quella mattina mentre camminava sulla via Emilia, pensando che i 300 spartani che morirono alle Termopili conquistarono fama immortale e salvando la Grecia da Serse resero possibile della cultura occidentale, che era anche parte del suo sistema di pensiero.


Baratro, il Sogno e il suo Nemico. (2°parte)

Sì la sognò, più bella che mai. Baratro passeggiava per le vie del centro. La città nata tra i due fiumi gli sembrava bellissima di notte, pareva che qualcosa che di giorno rimaneva nascosto agli occhi degli uomini la sera uscisse allo scoperto; e gli sembrava anche che questo “spirito della città” donasse qualcosa a chi passeggiava per le sue vie: una strana aura che rendeva la persona capace di ogni cosa, capace di realizzare ciò che soltanto nei sogni veniva realizzato. Infatti si sentiva così mentre passava attraverso una piazzetta accogliente, punto di incontro degli artisti della città. E quando svoltando l’angolo dopo un po’ si ritrovò sulla via Emilia, lei era lì, ferma in mezzo a tante persone. Sembrava che lo stesse aspettando, e infatti gli andò incontrò e lo salutò:<< Ciao, Baratro, che cosa fai di bello in centro?>> e lui che non sapeva cosa rispondere:<<Ah, niente…  stavo andando a trovare mia zia, abita da queste parti>> lei disse:<< Bhè, se vai verso Largo Garibaldi ti accompagno, io vado a prendere l’8 per tornare a casa>>. Baratro non poteva lasciarsi scappare questa occasione quindi anche se nessuna delle sue zie abitava a meno di 30 chilometri da lì accettò di accompagnarla. <<Di solito ci vediamo solo in classe è strano essere qui con te sola a passeggiare per  il centro, però mi fa piacere>>. E lui:<<Bhè se tu non fossi sempre con quelle arpie delle tue amiche farei volentieri due chiacchiere con te anche scuola, ma sembra che loro abbiano l’esclusiva>>. <<Sabato c’è una festa a Maranello in un circolo Arci, suonano gruppi rock underground italiani, molte delle mie amiche “arpie” come ben sai non amano questi posti così non ho quasi nessuna speranza di andare là con qualcuno che conosco…>> <<così mi chiedevo se poteva interessarti la cosa>>. Un attimo. Lo stava invitando ad un concerto rock a Maranello, lui e lei da soli, rivoluzioni, con una musica pazzesca di sottofondo ai loro discorsi,  notti fantastiche, era tutto così incredibile, sogni. Ma era sveglio? Cominciò a porsi questa domanda, ma intanto continuava a camminare e a parlare con lei senza svegliarsi. Così penso che fosse tutto vero, ma non voleva sbilanciarsi. Le disse:<<Ti confesso che avevo già in programma di andarci. Il fatto che ci sia anche tu è un ottimo motivo in più per andare a sentire le canzoni dei Marlene e dei Tre Allegri>>. Lei fece un salto di gioia ed i suoi occhi brillarono per un attimo:  non ci poteva essere niente di più bello per Baratro in quel momento.

Mentre continuavano a camminare per le loro presunte destinazioni, una Bmw serie 1  si fermò di fianco a loro. <<Ehi Baratro, cosa ci fate voi due insieme?>> Era Andrea un loro compagno di classe con la sindrome di Ulisse che Baratro conosceva particolarmente bene, cioè ne conosceva parecchi lati oscuri che Andrea sapientemente  riusciva a celare agli altri, ma che non sfuggivano ad un occhio attento. Lei inebriata ancora dall’idea del concerto rispose <<Niente, Baratro mi sta accompagnando alla fermata dell’8 perchè sto andando a casa>> Andrea colse la palla al balzo e prima che Baratro potesse aprire bocca disse:<< Io sto appunto andando da quelle parti  per un commissione, se vuoi ti posso dare un passaggio?>> L’espressione che si disegnò negli occhi di Baratro poteva assomigliare all’esplosione di una bomba H. Lei ingenua lo guardò cercando un consenso. Baratro rimase spiazzato dal suo sguardo gentile e non seppe dire niente, così lei lo prese per un sì. Salì sulla macchina di Andrea. <<Ehi Baratro, hai preparato Hegel per domani? Sai domani interroga!!!>> <<Avevo in programma di farlo oggi pomeriggio, Andrea>> <<Bhè adesso, a quanto pare, sei libero di dedicarti alla triade e a tutto il resto. Quindi buono studio, a domani>>. Detto questo partì. Baratro era infuriato, si voltò e fatti due passi vide un cartello di Stop, gli diede un calcio con tutta la forza che aveva…

…in quel momento si svegliò, con un piede dolorante. Cazzo, allora era solo un sogno pensò. Ma una cosa l’aveva capita: per arrivare a lei doveva vincere una guerra durissima contro un avversario dei più terribili, Andrea, uno di quelli che i difetti li portava sotto i piedi. Baratro in ogni caso non si sentiva da meno perciò non aveva paura e non si sarebbe cambiato con nessuno tanto meno con Andrea. Così tornato alla realtà cominciò affilare i coltelli pronto ad ingaggiare lo scontro.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 53 follower