Piazza Alimonda si sveglia con un dubbio che ricopre ogni singola pietra dell’acciottolato: sarà celebrazione o protesta? Probabile che l’una si mischierà con l’altra. Facce diverse di una medaglia che nessuno, qui, avrebbe voluto tirare fuori di nuovo dal labirinto della memoria. Un labirinto fatto di strade strette e di ricordi assordanti, immagini di voci che chiedevano risposte e che invece hanno ottenuto solo nuove, dolorose, domande.
20 luglio 2001. La piazza che oggi attende silenziosa, quel giorno era piena di silenzi diversi: quello della gente, nelle case, che aspettava solamente che quell’ondata di giovani passasse in fretta per ritornare alla normalità; quello delle forze dell’ordine, in Questura e nelle camionette, mentre si preparavano ad affrontare tute bianche e black bloc. Perché il rischio ed il pericolo di quella giornata era chiaro e conosciuto da tempo e da tutti: quella città non poteva sopportare una manifestazione del genere.
Perché l’intrico di strade scende dalla collina verso il mare, un grosso imbuto che si concentra in piazza Alimonda. Da via Tolemaide, dove i manifestanti scendono a migliaia verso il tunnel di Marassi, lungo corso Torino con i suoi alberi che accompagnano lo sguardo verso il porto. Cominciano qui i primi scontri, inevitabili, perché voluti da pochi molto organizzati, attesi, perché facevano comodo a troppi.
Su corso Italia l’unica via di fuga percorribile: la scalinata e la risalita verso monte. Ma il corteo è un fiume senza controllo, la discesa verso il mare la più facile delle soluzioni. Sia per chi scappava dalle cariche e dalla violenza sia per chi, quella violenza, l’aveva consapevolmente scatenata. Su corso Buenos Aires i black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per potersi armare alla battaglia. Oggi ci sono nuove pietre ma gli stessi vecchi interrogativi, a cui nessuno darà mai una risposta.
Così come nessuna risposta accettabile si può dare all’episodio che oggi si celebra in piazza Alimonda. La morte di Carlo Giuliani. La fine di una vita e la rovina di altre. Per prima quella di Mario Placanica, il carabiniere che sparò quel proiettile calibro nove verso un manifestante che sollevava un estintore contro di lui. La pena per un ragazzo morto a 23 anni e la stessa pena per un altro che, salvando la propria vita, l’ha segnata per sempre.
Non ero a Genova quel giorno, così come non ci sarò oggi. Non ero alla scuola Diaz in quella notte di terrore, così come non ero in Val di Susa o in tutte quelle manifestazioni dove l’interesse di pochi cancella le motivazioni – giuste o sbagliate – di tanti. Ma quelle immagini mi sono rimaste dentro: un eco che si ripropone ogni volta che accadono episodi del genere. Paura, rabbia e vergogna. Sentimenti che si mischiano a tutte quelle domande che non avranno risposta.
Le operaie della Cotton, un’industria tessile di New York, iniziarono alla fine del febbraio 1908 uno sciopero impegnativo, snervante e fisicamente provante per chiedere migliori condizioni di lavoro. Per obbligarle a deporre le armi della resistenza, il proprietario bloccò tutte le porte dell’opificio imprigionando le manifestanti. Era l’8 marzo 1908, giorno in cui fu dato fuoco alla fabbrica e 129 donne trovarono la morte.
E’ straordinario pensare alla non-conoscenza che muove la festa della Donna. Basta voltare la testa e poggiare lo sguardo oltre la prima coltre del velo: eccole. Hanno tutte in mano una mimosa e sono cosi affossate nel contenuto sociale da non rendersi conto che questo fiore sa di morte. Le guardo, oggi, passeggiano e si dedicano auguri mossi da convenzione e non da credenza. Poi mi fermo e rifletto sull’essere donna, su questa categoria di genere che il mio essere antropologa tende a negare perché evidente conseguenza di una costruzione culturale piuttosto che di una autentica differenza biologica e naturale. E’ una posizione scomoda, la mia. L’Antropologia è una scienza straordinaria che ti permette di decostruire tutte le categorie fittizie e ti porta a creare nuove forme di approccio al reale. Se guardo le donne che passeggiano oggi, non posso non pensare al tributo di sangue versato contro lo sfruttamento e a favore dell’emancipazione sociale. E non posso, donna del 2011, non guardare al di fuori dei confini sociali imposti e celebrare le donne che hanno strappato questo appena trascorso decennio.
Penso alle donne che hanno creato una struttura stabile e propositiva rivolta verso l’esterno delle proprie dimore, struttura che ha spinto i mariti, i figli e i fratelli egiziani a detronizzare un dittatore.
Penso alle donne che si incontrano per le strade di Kabul, quelle con gli occhi velati dalle tragedie del mondo, le stesse che ti porgono i loro figli supplicandoti di donar loro un futuro migliore.
Penso a Jessica Bertacchini e a Milena Nasi, le ricercatrici modenesi che con la forza della motivazione sono riuscite a portare talmente tanto contributo alla ricerca sul cancro e sull’HIV da meritarsi due premi prestigiosi come lo Scholar-in-Training-Award e lo Young Investigator Award di Boston.
Penso alle donne che si oppongono alla mercificazione del corpo, quelle che scendono in piazza per la propria dignità, per il rispetto, per i valori, per il futuro e non si fermano all’effimera opposizione di partito che tende a demonizzare un singolo invece di motivare una popolazione.
Penso a Kate Peyton, producer della BBC, freddata a Mogadiscio il 10 febbraio del 2005 per la ferma credenza nella libera informazione e penso ad Ilaria Alpi, giornalista italiana uccisa per aver scoperto un traffico di armi anomalo in territorio somalo.
Penso a Wangari Maathani, prima donna africana ad aver ricevuto il premio nobel per la pace nel 2004 per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace.
Penso a Liu Xia, attivista per i diritti umani, moglie di Liu Xiao Bo premio nobel per la pace del 2010, e alla sua perseveranza nel portare al di fuori del sistema chiuso cinese la forza della Charta 08 con impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina.
Penso a Shirin Ebadi, avvocato e pacifista iraniana che ha lottato una vita intera per difendere i diritti delle donne iraniane e che nel novembre 2009 è stata aggredita insieme al marito nel suo appartamento dalla polizia di Teheran e da allora esiliata a Londra.
Penso a Françoise Barrè-Sinoussi e alla sua vita dedicata alla ricerca, culminata nella scoperta del virus dell’immunodeficienza umana, causa dell’AIDS. E con lei, penso a Elisabeth H. Blackburn e alla sua collega Carol Greider, premi nobel per la medicina nel 2009.
Oggi, io canto la Donna Moderna… quella che nasce dalla modernità, epoca contraddittoria e ossimorica tanto nel suo perenne fluttuare quanto nella disperata ricerca di una stabilizzazione. Celebro la donna che ferma poggia lo sguardo lontano e dice parole e idee possono cambiare il mondo.
Modena, 13 febbraio 2011. Piazza Matteotti tinta di rosa fa un bell’effetto. Non è l’anteprima della festa degli innamorati: oggi sono tutti abbastanza arrabbiati, anche se è domenica. E le donne, in special modo.
Storicamente, non sono state tante le occasioni in cui le donne hanno dato la priorità alla piazza per rivendicare un diritto o denunciare soprusi ai loro danni o ai danni altrui. Qualcuno potrebbe dire che la posizione femminile di fronte alle dinamiche di massa sia per tendenza più conservatrice. Ma con altrettanta franchezza bisogna ammettere che quando si sono fatte sentire, le donne hanno trasformato radicalmente il corso della storia. Penso alle suffragette, che lottavano per il diritto all’elettorato attivo; penso alle “femministe” o alle donne che affrontando uno straziante dissidio interiore chiedevano la libertà di abortire o d divorziare. In definitiva, la percentuale di successo che le donne possono vantare per le loro battaglie pubbliche è di gran lunga maggiore a quella degli uomini. Forse perché gli incarichi di governo sono in gran parte maschili e un uomo, anche di potere, se può eludere la rabbia di un altro uomo, più difficilmente può eludere quella di una donna.
Oggi le donne erano in piazza a Modena come in tutta Italia per dire basta al mercimonio del loro corpo che come contropartita ha la conquista –qualcuno dice “facile”, ma è facile vendere il proprio corpo?- di una posizione sociale, della ricchezza materiale e del potere politico. Oggi la piazza era schierata sì contro gli “utilizzatori finali”, ma anche contro quelle donne che liberamente si avvalgono del diritto di promuoversi attraverso qualità meno nobili rispetto alla competenza e al merito. In quella libertà individuale di concedersi al miglior offerente risiede, però, il seme della disparità tra chi è disposto a vendere la propria dignità e chi invece intende mantenerla.
Quale messaggio è passato oggi? Chiedere ed esaltare le libertà individuali (anche quella di vendere il proprio corpo) non coincide sempre con la tutela del bene di tutti: a volte, come in questo caso, coincide con un’arrampicata politica che lede l’interesse pubblico da un lato e che affoga il diritto a vedere esaudite le proprie aspirazioni ad altre donne dall’altro, cioè a coloro che puntano sul merito e non su “tette e culi”, per citare uno slogan usato in piazza.
Nelle foto che presentiamo si può notare una massiccia affluenza maschile, segno evidente dell’appoggio dell’”altra metà del cielo”. Molto confortante.
Sconcertante, invece, è la scarsa partecipazione della fascia d’età femminile 18-30 anni, il “bacino di approvvigionamento dell’utilizzatore finale” appunto, proprio quella categoria che rappresenta oggi il motivo del contendere, proprio quella che oggi dovrebbe rivoltarsi con maggiore veemenza, la vera parte lesa. Foltissime, tra le donne, le fasce d’età successive.
E’ stata una bella domenica modenese, finalmente la via Emilia è tornata a riempirsi, ma permane comunque un quesito già espresso in un precedente nostro articolo: ce la faranno le donne anche questa volta a vincere la loro battaglia che prima ancora che politica o morale è culturale?
Il giorno Mercoledì 17 Novembre 2010, giornata internazionale di mobilitazione studentesca, gli studenti italiani di molte città hanno lanciato al Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini un ultimatum: il DDL non s’ha da fare. Tutti coloro coinvolti in questo disegno di legge sono scesi in piazza per concedere ai politici l’ultima possibilità di ritirarlo, il giorno prima che venisse discusso alle Camere. Anche a Padova studenti medi ed universitari, precari e ricercatori hanno fatto sentire la propria voce, radunandosi in oltre un migliaio davanti alla prefettura e dando vita ad un corteo colorato e rumoroso, fatto di striscioni, slogan e musica sparata a tutto volume. Un cartellone molto caratteristico recitava: “Da Pomigliano a Londra, tutti in piazza per un’istruzione libera e democratica”. Altra peculiarità era costituita dalla folta rappresentanza di ingegneria, che ha scritto “Se siamo qui anche noi l’avete fatta davvero grossa”.
Mi reco nel luogo di ritrovo, piazza Antenore, alle 9 di mattina, l’ora prefissata. Trovo molti manifestanti, alcuni dei quali con bottiglie di birra in mano (a quest’ora!), un camioncino dotato di impianto audio su sui sono attaccati striscioni in dialetto e decine di poliziotti e carabinieri. Parte la musica: dopo qualche minuto di “Colpo di pistola” dei Subsonica e di “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-Nrg il dj mette su una serie di pezzi reggae ed hip-hop mai sentiti prima. Nel frattempo gli studenti provenienti dagli istituti più lontani arrivano. Alle 9.30 circa si parte in corteo.
Un ragazzo al microfono incita i manifestanti parlando di opposizione da parte del popolo minuto alla casta dei padroni che vogliono creare uno Stato basato sul sistema dei privilegi feudali: senza dubbio una retorica comunista e populista, che però rende bene l’idea del senso dell’iniziativa. Passiamo per il centro, quindi confluiamo in alcune delle arterie principali del capoluogo di provincia veneto. Strada facendo, trovo due delle mie compagne di corso e mi unisco a loro. Siamo davvero in tanti: il fitto schieramento oplitico di studenti si estende per circa duecento metri. A chiudere la fitta compagine, solo i camioncini della polizia. La musica è intervallata da uno speaker che lancia ritornelli più o meno ripetuti dalla folla come “Noi il bunga-bunga non lo vogliamo” o “Chi non salta è Berlusconi”. La sua voce diminuisce canzone dopo canzone: dopo un’ora sembra che a parlare sia un catarroso con problemi d’asma!
Raggiungiamo Piazza Insurrezione e poi ci dirigiamo verso piazza Garibaldi. Alle 11 devo andarmene a malincuore: mi aspetta una lezione che non posso perdere. Leggo dai giornali che i miei compagni di sventura “hanno chiesto e ottenuto il permesso di continuare la protesta fino all’ingresso del centro culturale San Gaetano dove è in corso un convegno con la neo-segrataria della Cgil Camusso. Alla Camusso i ragazzi hanno consegnato un documento in cui si chiede al sindacato di proclamare lo sciopero generale, indipendentemente dalla situazione politica del paese” (da “Il Mattino di Padova” online).
Insomma, anche questa volta i giovani hanno dimostrato di allontanarsi dallo stereotipo del bamboccione tristemente impersonato dal “Trota”: i Padovani si sono comportati con maturità e senso civico, dando vita ad una manifestazione pacifica e gradevole. Questa ulteriore opposizione all’involuzione dell’istruzione italiana darà un qualche frutto?
In data Martedì 9 Novembre 2010, ore 13.30 circa, arrivano in visita ufficiale a Padova il nostro stimato Primo Ministro Silvio Berlusconi, la cui popolarità è sempre più in salita grazie alla sua irruenza sessuale, il Fondatore della Lega Nord, il vichingo Umberto Bossi e quel genio iperlaureato di suo figlio Renzo, chiamato affettuosamente “trota”. I due big e il giovane squalo della politica italiana si recano presso la prefettura del capoluogo di provincia veneto per trattare il delicato problema delle alluvioni che hanno messo in ginocchio mezza Padania. Indubbiamente si tratta di una visita di facciata: ci sono città e province come Vicenza che sono davvero in una situazione disperata, in piena emergenza.
Quel giorno io mi ritrovo in programma solo due ore di lezione di Letteratura Spagnola, durante le quali vediamo un interessante film di Almodovar, “Ma che cosa ho fatto per meritarmi questo?”. Finita la proiezione poco prima delle 12.30 esco dal cinema con una mia amica e mi dirigo in bicicletta verso casa. Non faccio in tempo ad iniziare a pedalare che mi ritrovo davanti automobili delle forze dell’ordine, furgoncini di televisioni varie e centinaia di manifestanti armati di cartelli e striscioni controllati a vista da decine di celerini. Raggiungo la mia conoscente e le chiedo delucidazioni: lei mi risponde che oggi sono in visita Berlusconi e Bossi. La notizia mi sorprende: è un evento di una certa entità e io non ne so nulla. È vero che non ho la televisione e che non leggo i giornali se non su Internet, e senza regolarità, ma credevo che un avvenimento del genere fosse sulla bocca di tutti, soprattutto in ambito universitario.
Ripresomi dalla forte emozione, cerco un pertugio dove infilarmi per andarmene, ma passare è difficile: i poliziotti schiacciano i manifestanti, che occupano per intero la strada, impedendomi di andarmene. Decido di parcheggiare il mio bolide d’acciaio e di aspettare che le acque si plachino, osservando. Ben presto arriva un carabiniere che mi invita gentilmente a passare dall’altra parte dalla strada per favorire il passaggio dei mezzi di trasporto. Finisco in mezzo ai “facinorosi”, ai criminali comunisti nemici del Presidente del Consiglio e del Paese intero. Sto davvero consegnando la mia anima a Lucifero, con tutte queste azioni riprovevoli e peccaminose!
Mentre raggiungo gli altri dannati, vedo che uno striscione è stato sequestrato dalle forze dell’ordine e gettato a terra. Mi sorprendo della fantasia dei manifestanti: ci sono cartelloni con la scritta “Non ti crediamo più, tu Ruby e Noemi, noi alluvioni e problemi!”, bandiere dell’Italia, e in particolare si distingue una ragazza con una maglia che riporta la scritta “Papi sono disoccupata, trovami un lavoro!”. Ogni tanto parte qualche coro o canto, ritmato da ritornelli orecchiabili: il repertorio delle offese è molto vario, si va da “porci” a “dimettetevi” a “mafiosi”, passando per “vecchio rincoglionito impotente” e lo strausato “Chi non salta è Berlusconi”. Sono disgustato dal comportamento dei manifestanti: come si permettono di offendere solo Berlusconi, Bossi per la par condicio merita un numero uguale di improperi! Mettetevi nei suoi panni, accompagna il Premier e sente che offendono solo lui: io ci rimarrei molto male!
La sorveglianza non è proprio impeccabile: si può passare al di là della barriera dei poliziotti, fingendo di volersene andare. Io e la mia amica, passando uno alla volta, ci apriamo uso spiraglio e ci avviciniamo indisturbati all’entrata. Al di là dell’ultima fila di celerini, solo fotografi e collaboratori che aspettano l’arrivo delle celebrità. A volte il baccano aumenta in modo esponenziale: sembra di essere in mezzo a un gruppo di suonatori di vuvuzelas, ma poi si scopre che i vip non si sono mostrati e tutto si acquieta. Ad un tratto passa un carro dei vigili del fuoco, applauditi ed acclamati come veri eroi.
Verso le 13.15 i manifestanti si stufano di essere schiacciati e vogliono farsi avanti. All’inizio a piccoli gruppi, facilmente controllabili, poi sempre in di più: i poliziotti sono costretti a lasciarli passare. A questo punto si presenta una scena molto particolare, che avrei voluto immortalare: i ragazzi alzano le mani, come per dire “non siamo armati”. In realtà qualche sobillatore qua e là si intravede: tra me e un carabiniere c’è una ragazza con un pacco da 6 uova nel casco, poste sotto i guanti. La posizione non è delle migliori: chissà se è riuscita a lanciarle. Spero di sì, si tratta di un cibo altamente proteico, magari con l’aggiunta di prosciutto, e Umberto mi sembra un po’ deperito: non vorrei che si sciupasse, dopo chi dà la caccia ai pericolosissimi stranieri mafiosi?
Dalla mia posizione defilata purtroppo vedo molto poco e non capisco precisamente cosa accade ad un tratto: sono circa le 13.30, esplode qualcosa, la polizia, che già da un po’ farfugliava, carica. L’attacco è un semplice avvertimento, sembra innocuo, anche se gira la voce che a un ragazzo abbiano spaccato la testa! Scopro in seguito dalla lettura del giornale che in quel momento arrivano i politici e che i manifestanti lanciano un potente petardo, causa della carica della polizia: inizialmente io avevo pensato ad un lacrimogeno gettato dai celerini. La folla reagisce alla violenza con la provocazione: la massa di studenti tira fuori i proprio quaderni e li prende in mano, a suggellare il valore della cultura libera oppressa dalle armi, cantando a squarciagola:” Noi quaderni, voi manganelli” e “fascisti!”. Un’altra mia conoscenza giunta in quel momento mi informa che le offese non sono troppo fuori luogo: i poliziotti padovani si sono sempre distinti per essere non proprio dei volponi. Mi confida che una volta, in occasione di una retata nella zona della stazione, i poliziotti hanno cercato dappertutto, senza chiudere la via di accesso alle uscite secondarie e alle zone limitrofe: gli spacciatori sono scappati tutti senza lasciare alcuna traccia, mentre i poliziotti si guardavano intorno increduli! Mi auguro che si trattasse di pivelli o delle pecore nere delle forze dell’ordine, e non di un difetto congenito dei padovani: in caso contrario la ridicola “teoria scientifica” di Darwin secondo cui la mescolanza delle razze e delle etnie è positiva andrebbe rafforzata e le idee leghiste perderebbero credibilità! Dio non voglia mai!
Sento i morsi della fame: me ne vado, un po’ deluso. No ho visto Silvio, ma forse è meglio così: chissà cosa sarebbe successo se fossi rimasto ancora!
Non avevo mai partecipato a qualcosa del genere, con tanto di politici: mi sento quasi un privilegiato, anche se coi tempi che corrono immagino che milioni di persone ormai abbiano fatto parte almeno ad un corteo o ad uno sciopero. Ho provato sensazioni strane: mi sentivo pieno di rabbia e di energia, influenzato dagli altri ragazzi, con il testosterone a mille. Sono emozioni che ti segnano a pelle, rimanendoti impresse per molto.
Purtroppo non avevo la mia macchina fotografica: spero che almeno la mia memoria conservi per sempre queste scene
Venerdì 8 ottobre 2010 si è svolta la Manifestazione Nazionale contro la distruzione della Scuola Pubblica. In tutte le città d’Italia piazze gremite di studenti, che hanno fatto sentire la loro voce attraverso cortei, slogan e cori, per tutta la mattinata.
La domanda che spesso si sente fare (o si fa) è “Perché manifestare?”
Perché perdere il proprio tempo, saltare un giorno di scuola e andare in piazza? Tanto quelli che stanno là a governare non assistono e soprattutto se ne fregano di quello che facciamo noi. Tanto i metodi per cambiare le cose non sono mica questi! Non serve mettersi in mezzo a una strada a gridare… Così non si va da nessuna parte, non cambia niente… Noi non siamo in grado di fare qualcosa di concreto per cambiare le cose, meno che mai modificare un decreto che ormai è già stato approvato. Giusto?
NO.
Partiamo dal “fare qualcosa di concreto”: cosa c’è di più concreto che unire centinaia di persone accomunate dalle stesse idee in una piazza e dare loro la possibilità di parlare? Persone che non vengono a vendere le loro bandiere, che non sbraitano slogan di nessun partito, che non sono altro che studenti, uniti dalla volontà di sapere, prendere parte a ciò che li riguarda, a ciò che in definitiva è la loro vita.
Troppo spesso la gente se ne sta in silenzio tenendo per sé le proprio idee, troppo spesso non si presta attenzione alle parole degli altri, troppo spesso ci chiudiamo nel nostro guscio fingendo che ciò che accade intorno a noi non ci riguardi. La storia del “non cambia niente, non serve a niente, non ha senso” è solo una banalissima scusa, che lascia trasparire una grande e triste verità: chiudere gli occhi spesso è molto più facile di stare a guardare mentre ci distruggono la strada sotto i nostri piedi.
Ma questo non vuole essere solo un attacco al menefreghismo: in un momento come questo è meglio incoraggiarci, spingerci ad andare avanti, a pensare con la propria testa ed agire di conseguenza, senza troppe questioni ideologiche o preconcetti di varia natura.
Rendiamoci conto di quello che accade, di quello che ci riguarda e non facciamolo solo costretti dall’evidenza, non riduciamoci in situazioni estreme, non aspettiamo che ci tolgano la sedia da sotto il sedere, che ci tolgano le ore, ci modifichino il piano formativo così da non farlo più corrispondere a quello che noi, al momento dell’iscrizione, abbiamo sottoscritto. Non aspettiamo di avere una scuola deturpata delle sue funzioni essenziali, smostrata, resa più simile ad un’azienda che al luogo della “formazione dell’individuo e del futuro cittadino” come recita ogni Piano dell’Offerta Formativa che si rispetti.
Non aspettiamo più, perché allora molto probabilmente sarà troppo tardi.
Venerdì, a metà mattina, gli studenti delle scuole di tutta Modena e provincia (alcuni persino da Carpi) si sono riuniti in Piazza Grande per manifestare tutto il loro dissenso e la loro rabbia per il Decreto Gelmini.
E qui torniamo alla domanda di partenza, ossia: come possiamo noi, semplici studenti, pretendere che con questa manifestazione avvenga anche un minimo cambiamento?
C’è chi pensa che lo scopo di un corteo sia quello di far cambiare idea ai nostri cari politici, ma guardiamoci intorno: quante possibilità abbiamo di essere ascoltati? Dovrebbe esserci uno sciopero colossale! Gli studenti in piazza per il loro Futuro, i genitori per il futuro dei figli, gli insegnanti e tutto il personale scolastico per la loro dignità e per il futuro dei loro figli (e anche, particolare non da poco, per il loro posto di lavoro). La scuola è la base, la scuola detiene le redini del futuro, che sembra una frase ad effetto ma è tremendamente reale e concreta. Per questi motivi è estremamente difficile essere ascoltati, ma il primo grande passo per raggiungere un risultato è portare l’informazione e quindi la riflessione nelle teste e sulle bocche della gente, tutta la gente. Così si raggiungono i cambiamenti.
Quelli che venerdì erano presenti, in mezzo alla folla, circondati da persone che sventolavano bandiere, portavano striscioni, cantavano, davanti a studenti che parlavano ad un microfono su un palco improvvisato, insomma, quelli che erano davvero presenti, loro sì che hanno avvertito qualcosa di diverso.
Per loro, che erano lì non solo per manifestare, ma anche per capire, è cambiato qualcosa: si sono resi conto di non essere gli unici, si sono accorti che c’erano troppe cose lasciate in sospeso e che non potevano permettersi di ignorare, soprattutto hanno capito ancora una volta che l’unione fa la forza, sembra una frase buttata lì, ma quando sei in mezzo a centinaia di persone, allora è lì che davvero ti rendi conto dell’unità che può esistere tra perfetti sconosciuti con un ideale comune.
E per chi pensa che dopo due anni di manifestazioni, sit in e scioperi ormai ne abbiamo avuto abbastanza: l’alternativa è starsene buoni e fingere che vada tutto bene.
La discussione alla Camera del DL Gelmini slitta a venerdì ma la ragioneria dello Stato avverte la “mancanza di copertura finanziaria” a sostegno della riforma. Oggi i ricercatori protestano contro il DL davanti al palazzo di Montecitorio a Roma.
Perché i ricercatori protestano con questa manifestazione e con il blocco della didattica?
Per il blocco del turnover (ogni due docenti o ricercatori a tempo indeterminato che vanno in pensione solo una nuova assunzione è prevista), per la loro esclusione dai consigli di facoltà/senato accademico/consiglio d’amministrazione, per i tagli a tutto il settore dell’Università pubblica che inevitabilmente comprometteranno la loro capacità di raccogliere dati e produrre risultati.
L’attacco ai ricercatori è l’attacco all’Università, con un metodo che si è rivela sempre molto efficace: vuoi attaccare l’Università pubblica?
13 ottobre, Roma. I ricercatori in protesta alla Facoltà di Lettere alla Sapienza (foto Claudio Cavazzuti)
Attaccala nella categoria più vulnerabile (i precari), che non gode di tutele sindacali, e sulla quale si fonda larga parte della didattica e della ricerca (i professori ordinari oggi fanno soprattutto politica; i più illuminati lottano alla ricerca di fondi per mandare avanti i progetti di ricerca, mentre gli altri, i “baroni” intoccabili vivacchiano).
Insomma vuoi mettere in crisi un sistema? Attacca l’anello debole e più necessario.
Assomiglia in parte al metodo Pomigliano d’Arco messo in atto da Marchionne con il benestare del ministro Sacconi e di CISL e UIL: vuoi mettere in crisi il sindacato? Non attacchi a muso duro il sindacato, ricatti invece i lavoratori, che sono costretti ad accettare ogni condizione per non perdere il lavoro. Così smembri una classe, dividi gli interessi. Divide et impera.
Insomma questo governo ha un piano ben preciso, è chiaro come il sole. Attaccare tutte le istituzioni pubbliche su cui si basa la vita della Repubblica, ossia della Res PUBLICA: i Magistrati, il Parlamento a suon di decreti legge e voti di fiducia, il Sindacato, l’Università, la Scuola, i Comuni con i tagli al bilancio, le Province. Come sorprendersi? E’ un governo di centro-destra e perciò segue una linea anti-statalista. Perfetto nella logica del libero mercato globale. In effetti, una buona parte degli elettori di destra non può che approvare questa battaglia contro lo Stato in favore del privato. Come in America, come in Inghilterra, cioè nei paesi che una volta si chiamavano “capitalisti” e che oggi dimostrano di avere un welfare che noi nemmeno ci sognamo.
Sappiamo tutti che in Italia le istituzioni e le aziende un tempo statali (ferrovie, Alitalia, municipalizzate, la stessa FIAT etc.) erano l’ufficio di collocamento per i vari servi e faccendieri dei partiti. Ogni partito, ogni deputato, aveva un lotto di posti di lavoro da distribuire agli amici e agli amici degli amici.
Questo è il motivo per cui la sinistra non sa reagire. Perché anche la sinistra si è servita della lottizzazione e noi a Modena lo sappiamo bene. Il PCI, anche se fu poco toccata da Mani Pulite, come il MSI, oggi non può tirarsi fuori dal processo elettorale che i cittadini fanno alla politica con un’astensione sempre maggiore.
Però
Però siamo sicuri di non confondere lo Stato con i Partiti? E’ lo Stato che crea problemi ai cittadini o il sistema dei partiti e della lottizzazione?
Però abbiamo la certezza che lo Stato è un corpo malato curabile solo amputandone dei pezzi? Ma se il cuore dello Stato rimane lo stesso, puoi amputare a piacimento ma il cancro rimane.
Se un corpo è malato, non lo si uccide, lo si cura. Lo si cura piazzando i buoni ed eliminando, o arginando il più possibile il marciume. Bisogna curare le istituzioni senza delegittimarle, senza depredarle dei loro scopi, attraverso il taglio dei fondi e del personale. Si parlava di università? Bene, indirizzare l’Università e la formazione in generale verso il privato (le fondazioni) significa che solo le cose che fanno “utile” immediato vengono sostenute e sviluppate, le altre, no. Un farmaco sì, una teoria astrofisica no. Un nuovo tipo di cemento sì, uno scavo archeologico no. L’utile immediato può significare denaro subito (non necessariamente), ma non è un investimento nel futuro. E’ un investimento sul presente.
Quando Mikołaj Kopernik (Copernico) propose la teoria eliocentrica nel ’500, essa non aveva alcuna applicazione: era assolutamente “inutile” sapere se era la terra che girava intorno al sole o viceversa. Tuttavia grazie alla conoscenza delle orbite oggi a 500 anni distanza abbiamo i satelliti, con cui vedere la partita o il Gran Premio in TV, o per salvarci la vita se siamo dispersi in mezzo al mare.
Se Lorenzo dè Medici non avesse investito sul talento “inutile” di Leonardo da Vinci forse oggi il nostro Paese non sarebbe il più conosciuto, apprezzato e visitato al mondo per le opere del maestro.
Potrei insomma continuare per ore. La cultura italiana della ricerca pura e non solo applicata è alla base della grandezza del nostro paese. Se vogliamo assomigliare a inglesi e americani andiamo contro la nostra stessa natura. Questa grandezza, questa intelligenza nazionale, l’estro scientifico, filosofico, letterario, pittorico, architettonico, musicale, e chi più ne ha più ne metta è la cosa su cui l’Italia, lo Stato italiano, se ancora esiste deve investire.
I nuovi tipi di cemento e le nuove macchine movimento terra (con tutto il rispetto) possiamo lasciare che le inventino i cinesi, gli inglesi e gli yankees.
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Roma, piazza Montecitorio, 14 ottobre ore 11. La protesta di ricercatori e studenti (Foto di Claudio Cavazzuti).
Questo perché non è ancora troppo tardi, perché c’è ancora la volontà tra gli studenti e i cittadini di poter fare qualcosa per cambiare l’attuale situazione disastrosa in cui la scuola pubblica è stata portata.
La manifestazione è per tutti gli studenti e i lavoratori che ancora non si sono arresi, perché ora più che mai è necessario far sentire le nostre voci e non credere che ormai siano solo inutili tentativi: non è ancora stata approvata ogni proposta della nuova riforma Gelmini, proprio in questi giorni si sta discutendo di idee come quella di togliere la rappresentanza degli studenti negli istituti superiori.
In un momento critico come questo non possiamo permetterci di mollare.
Ci tenevamo a far sapere di questa iniziativa, pensiamo che bene o male riguardi tutti noi in quanto cittadini di questo paese.
Come dovrebbe essere in tutte le piazze – reali o virtuali – il Rasoio affronta oggi un argomento di stretta attualità, dando spazio al punto di vista di Federica che, come ogni splendida Finocchiaro o Meloni d’Italia, si alza in piedi ed alza la voce: per dare la possibilità a tutti noi di dire la propria. Approfittiamo dell’occasione – sullo spazio commenti – per aprire un dibattito costruttivo. In quest’ottica, il Rasoio spera di accogliere presto articoli che si ispirano a diversi schieramenti politici, per poter apprezzare la passione di altri giovani modenesi (militanti e non)
Come tutti saprete il 10 giugno il Senato ha ratificato “in seconda battuta” il Decreto-Legge sulle intercettazioni telefoniche (giustamente noto come Legge Bavaglio), dopo che il Governo vi aveva posto l’ennesima fiducia di questa Legislatura. Tutte le opposizioni hanno dichiarato il loro dissenso: hanno votato contro IDV e UDC, mentre il Partito Democratico, guidato da una splendida Finocchiaro, ha abbandonato l’aula per protesta.
Questa legge è un atto gravissimo che avalla la criminalità organizzata e limita pesantemente la libertà di stampa e quindi il diritto dei cittadini ad essere informati. Essa prevede una forte limitazione della possibilità di effettuare intercettazioni telefoniche, che dovranno essere richieste solo davanti ad “evidenti indizi di colpevolezza” dimostrati da “specifici atti di indagine” e dovranno essere autorizzate da un Tribunale collegiale, ovvero da un “team” di tre magistrati. Inoltre non potranno più essere effettuate in luoghi privati (case, macchine, capannoni, per esempio), dove usualmente vengono consumati i reati gravi. Potranno poi essere intercettati solo coloro che stanno commettendo un reato che prevede almeno 5 anni di reclusione e le intercettazioni potranno durare al massimo 6o giorni. Sarà proibito ai giornalisti, e quindi ai loro editori, pena pesanti mute (fino 465mila euro) e, in alcuni casi, anche la detenzione, pubblicare integralmente atti di processi ed intercettazioni, anche solo in parte o per riassunto.
Con il Lodo Bongiorno, una delle modifiche che è stata inserita rispetto alla prima stesura della legge, sarà possibile pubblicare un riassunto degli atti giudiziari. Questo emendamento è stato fortemente voluto dall’area finiana del PDL, che si è dimostrata più volte dubbiosa nei confronti di questa legge. Inoltre una curiosa ed inspiegabile norma prevede che sia impossibile intercettare un sacerdote senza avvertire l’autorità ecclesiale (comma 24 – art. 1): visti gli scandali che stanno investendo il mondo della Chiesta in questo periodo questa norma appare decisamente inopportuna. Infine, emblema di quanto questo ddl sia l’ennesima legge “ad personam”, è il provvedimento simpaticamente noto come “Norma D’Addario”, che consiste nel divieto di registrazione e riprese senza l’ autorizzazione preventiva dell’interessato. Appare fin troppo evidente il riferimento ad alcune vicende ”private” del Premier.
Per tutte queste ragioni i Giovani Democratici modenesi si oppongono totalmente a tale legge e per questo, Giovedì dalle 15,00 alle 2,00 hanno tenuto un presidio in Piazza della Pomposa, proprio nelle stesse ore in cui tale provvedimento era in discussione al Senato. E’ stata una manifestazione vivace, a cui hanno partecipato oltre che tutta la Giovanile della Provincia di Modena, anche alcuni consiglieri comunali, segretari di circolo ed i segretari, cittadino, provinciale e regionale, del Partito Democratico. In quelle ore abbiamo anche proseguito la raccolta firme lanciata dal nostro Partito contro la Legge Bavaglio riuscendo a raccoglierne più di un centinaio.
Chiediamo a tutti i cittadini di ribellarsi a questo SCEMPIO e all’ennesimo attacco della LIBERTA’ DI STAMPA!
Gli spazi di libera informazione in Italia si restringono sempre più.
Le leggi-bavaglio sulle intercettazioni, le intimidazioni ai cronisti, le intromissioni della politica, l’enfatizzazione di continue emergenze mediatiche nascondono e tolgono la voce all’Italia più vera, quella impoverita ed alla prese con una grave crisi economica.
E’ una stagione politico-istituzionale che ormai mette a rischio anche i diritti costituzionali. E’ necessaria l’unità della opinione pubblica a fianco di chi chiede una informazione migliore e più libera.
Per queste ragioni la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi, il sindacato dei giornalisti) e l’Unione sindacale dei giornalisti Rai (l’Usigrai, che è un sindacato di base aderente alla Fnsi) si sono assunti la responsabilità giuridica e politica di organizzare giovedì 25 marzo, a Bologna, nel Paladozza (Piazza Azzarita, 3), una sorta di “trasmissione in piazza” che sarà condotta da Michele Santoro, gestita da quel gruppo di professionisti che con lui collabora alla realizzazione della trasmissione “Annozero”, ora interdetta a causa di una decisione del Cda della Rai che ha dell’incredibile. Alla iniziativa, dal titolo “Raiperunanotte”, prenderà parte il comico più censurato d’Italia, Daniele Luttazzi, ed un altro conduttore televisivo a cui il “governo” della Rai ha sottratto la trasmissione: Giovanni Floris. L’iniziativa al Paladozza sarà rilanciata da tante emittenti piccole e grandi ed il Tg di Sky ne garantirà la diretta. Sarà un tentativo di raggiungere la grande opinione pubblica, di far uscire le idee oggi censurate dalle “riserve indiane” nelle quali sono, di fatto, confinati tanti gruppi, movimenti democratici, per parlare al popolo nel suo insieme, nella sua generalità. Non è il momento di defilarsi, è il momento dell’impegno e della difesa di una conquista democratica fondamentale come è la libertà di informare e, soprattutto, di essere correttamente informati.
Giovanni Rossi, segretario generale aggiunto della Federazione nazionale della stampa italiana
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