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Controscossa – viaggio di sola andata

Sognavo. Calle bianche e un giardino d’infanzia abbracciato da un sorriso che non posso vedere da troppo tempo. Poi, una voce metallica ha frantumato il sogno e, ancora nel dormiveglia, ho distinto solo tre parole: Modena, ancora, terremoto. Dieci giorni prima le mie colline avevano ballato sotto il mio letto e lì ti avevo sentito pulsare, mia terra, così tanto da farmi dubitare della mia ennesima partenza. Un altro aereo, altri mille chilometri tra me e il tuo verde brillante. Quella mattina ho impiegato secoli che erano attimi a realizzare che di nuovo avevi ricominciato a danzare e questa volta l’avevi fatto forte, spessa come una signora che muove i fianchi in una delle nostre balere. Ti ho guardata da lontano, da uno schermo televisivo troppo vecchio per poter appartenere al nostro mondo moderno. Ti ho sentita nelle ossa e ti ho sentita uscire da me, come quando si guardano i video dei bambini che eravamo e che, a volte, siamo ancora.

Ho sentito il sapore della polvere sulla punta della lingua, mentre fissavo la facilità con cui infiniti posti possono accartocciarsi su se stessi dopo questa tua danza. Ho avvertito la punta della paura partire dal cuore e dilatarsi nelle vene fino a rendermi schiava di un cellulare che riceveva soltanto interruzioni di segnale. E poi, con il telefono in mano, seduta al bordo del letto, ti ho guardata scomparire e dimenarti da lontano. Lo spazio tra me e te non è mai stato più grande di un battito di ciglia, nonostante i chilometri e le decisioni che hanno scandito i cucchiaini dei miei caffè. Ma ora, ora che ti vedo crollare da lontano sento questo mio viaggio come un tradimento. Dovrei essere lì, con te. Dovrei essere lì per riempirmi gli occhi dei tuoi campi che richiamano il sole e quel profumo di terra che soltanto tu sai emanare. Dovrei essere lì, con le mie persone. Intanto, le immagini scorrono implacabili e crudeli sullo schermo. Morti, campanili, capannoni, polvere e mattoni che si mescolano in quelle istantanee ripetute che mi strappano la pelle e continuo, meccanica, a chiamare senza risposta. Ho bisogno di sentire le voci che conosco, quelle che sono nelle mie orecchie sempre e di vedere le espressioni che continuo a cercare tra la folla anche qui, quando cammino sotto l’Orologio Astronomico. Voglio tornare a casa, non posso tornare a casa. Percepisco il sollievo delle persone che mi sanno lontana, sento divampare nel mio cervello l’urlo che rivendica il mio essere lì, per tutti quei sorrisi che ho incrociato sotto la tua torre, Modena, e che ora hanno bisogno di una mano per rialzarsi dalla terra. Mangeranno il fango nella loro storia. Bocche piene di polvere, mani che si rompono sotto i mattoni.

Ho sempre percepito il tempo senza mai misurarlo, credo che dopo quattro servizi e qualche parola scomposta qualcuno abbia risposto stiamo bene, non preoccuparti, resta lì, non tornare finché non smette il pericolo. Sospetto che nella mente del viaggiatore soltanto in quel momento possa scatenarsi la guerra eterna tra camminare o stare fermo. Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Il senso di appartenenza scava intorno a sé il buio della perdita e insieme la sensazione della non comprensione. Quante volte avevo visto tragedie naturali schiantarsi contro lo schermo televisivo, paesi così lontani da noi da sembrare irreali. Quante volte avevo sentito la mia incapacità di partecipazione a quelle tragedie, quel senso di non vissuto che mi faceva tenere il braccio teso per distanziare gli occhi degli stupri della natura e del mondo.

Ora sei tu, Modena, mentre ti spacchi e ti squarci su te stessa. E sono io, a mille chilometri di distanza, mentre ti guardo contorcerti come tante altre volte ho osservato distruggersi mondi così lontani da noi. Ma tu sei mia,  tu sei il mio verde e le mie colline e vorrei essere lì, per spaccarmi con te, ma darti i miei pezzi per ricostruirti.


L’angolo del barbone #11

Via Cannizzaro e via Aristotele: il neo-  assessore all’urbanistica Giacobazzi con voce camuffa e baffetti finti alla Sitta spiazza tutti: “I costruttori ci chiedono di costruire”

Rivogliamo Sitta, quello vero.


Ci siamo abituati

Qualcuno sostiene che ci siamo abituati. Quando uno è ancora vivo si abitua a tutto.

 

Nel 1996 facevo la prima liceo a Modena. Era circa mezzogiorno di un 15 ottobre insolitamente caldo e ci trovavamo nel bel mezzo del compito in classe di latino. Non ci ero abituato al terremoto, altrimenti non mi avrebbe sorpreso così. Riuscii ad applicare le poche regole di sicurezza impartiteci in qualche prova formale di evacuazione: fiòndati sotto il banco finché non passa, poi esci ordinatamente. I miei compagni furono altrettanto disciplinati (a parte uno di una classe vicina che saltò dalla finestra del primo piano), la nostra professoressa di latino un po’ meno: se la filò all’istante e ci mollò lì, ancora con la biro in mano e lo sguardo dubbioso sui verbi semideponenti. Si vede che lei c’era abituata, al boato e al tremore, e si vede pure che si fidava talmente tanto dei muri a norma di legge e dei piani di evacuazione che a costo di assecondarli preferì rimettersi alla rapidità delle sue gambette e delle scarpe coi tacchi da prof.

Nonostante non abbia mai rimosso quell’episodio, né la paura che provai, l’esperienza e l’età più matura non mi hanno aiutato a distanza di sedici anni. Il boato, il buio e il terrore. L’impossibilità di tornare a dormire. Una telefonata alla mamma. Da adulto a bambino, in un attimo.

 

Pur non avendo perso nulla, nei giorni successivi decisi come tanti di mettermi in moto. C’è chi la chiama “solidarietà emiliana”, ma non ne farei una questione genetica, sempre che non ci consideriamo una razza superiore; diciamo piuttosto che siamo abbastanza ricchi da permetterci di mandare donazioni via sms, di andare ai concerti per la raccolta fondi, di comprare libri il cui ricavato andrà alle popolazioni colpite. La solidarietà che si sporca le mani ed impiega il suo tempo sul posto al di là del portafogli è decisamente più costosa, specialmente in una temperie come questa, tempi indeterminati nei quali la lotta contro la precarietà del lavoro per qualcosa che somigli a un salario è quotidiana, interessa un’intera generazione e lascia poco spazio al sostegno reciproco. Se in un dramma e nelle perdite conseguenti non ci si trova coinvolti personalmente, bisogna essere dotati di una sensibilità superiore, oppure avere vicino qualche caro che lo vive sulla propria. A stimolare la mia sensibilità, del tutto ordinaria, furono i miei coinquilini.

 

Uno di mestiere fa l’archeologo ed è originario di Camposanto, dove vivono i suoi amici e la sua famiglia. Durante quelle settimane lavorava a Milano, sul cantiere dell’Expo. Ha dovuto assistere a quasi tutta questa vicenda da lontano, al confino per lavoro, perché bisogna continuare a lavorare, dopotutto, sennò come si riparte. Quando nel weekend tornava, si adoperava negli aiuti, andava a caccia di tende, sacchi a pelo e generi di prima necessità. Diverse volte i suoi amici di Camposanto, Finale, San Felice e Cento passarono da noi, un po’ per stare fuori dalla zona calda e distendere i nervi. Avevamo fatto entrare la bassa in casa nostra e la lasciavamo sfogare tra un bicchier di vino e una cronaca appassionata degli episodi più singolari. Così grazie a loro iniziai ad appassionarmi anche io.

 

L’altro coinquilino è di Ferrara e fa l’ingegnere di quello che una volta si chiamava il genio civile, per la Regione. Mentre scrivo, a più di tre mesi dalle prime scosse, è ancora impegnato in sopralluoghi e pratiche, torna sempre tardi a casa ed io, quando posso, gli preparo la cena. Il primo giugno mi disse: “ti porto un po’ in giro per la bassa così fai qualche foto per il Rasoio”. Non racconterò le mie impressioni di fronte alla distruzione, perché non sono così originali. Ma fu il suo entusiasmo a colpirmi: gli occhi di un ingegnere civile per anni incollati sulle pagine di Scienza delle Costruzioni che si cimentano con la fragilità delle strutture e la loro risposta all’eccezionalità dell’evento. “Un sisma di queste proporzioni per un ingegnere civile è un’occasione unica”, diceva. Gli stessi occhi eccitati che in alto misuravano tenute e crolli di tetti e travi, si abbassavano poi quando si parlava di normative, di come sono state redatte e applicate, in base a quali logiche ed interessi. Perizie tecniche, schede Aedes, ordinanze comunali, conflitti di competenze. Lui che era stato impegnato anche all’Aquila, manifestava qualche perplessità: “Vedrai la solidarietà emiliana, quando si tratterà di ottenere i rimborsi… Quando il tuo vicino li percepisce e tu no, quando il tecnico del comune ti risponde ‘non lo so’…”.

Documentammo fotograficamente la distruzione che avevamo di fronte a Mirandola, Medolla, Cavezzo, San Felice, e pubblicai le immagini sul blog.

Nei giorni successivi insieme ad altri amici partecipammo ai picchetti di sorveglianza della zona rossa di Concordia, a volte anche di notte. Un pomeriggio di inizio giugno vedemmo un troupe televisiva (erano in due, uno con la telecamera) che si aggirava abbastanza furtivamente per il centro storico del paese sprovvista di casco e giubbetto e soprattutto privi della scorta obbligatoria di Vigili del Fuoco. In base alle indicazioni che ci avevano dato, chiamai i Carabinieri per informarli della presenza e ci dissero che non avevano autorizzato alcuna troupe televisiva. Nel frattempo i due si erano già dileguati in qualche vicolo e i Carabinieri non li trovarono.

C’è chi entra e chi no. La stessa sera, ormai rimasto solo lì davanti al Teatro del Popolo nella cosiddetta postazione 4, mi si avvicinò un’auto privata da cui uscì una famigliola. Un uomo sulla quarantina, una donna e un bambino coi ricci biondi che avrà avuto sì e no quattro anni. Mi avvicinai alle transenne che ci separavano, io dentro la zona rossa, loro fuori.

“Possiamo entrare? Abitiamo lì”.

“Mi dispiace, non posso farvi entrare se non siete accompagnati dai Vigili del Fuoco”.

“Ci metto un attimo, devo prendere alcune cose in casa. Davvero, due minuti”.

“Non insista, la prego”.

“Tanto ormai ci siamo abituati”.

Non mi ero accorto, ma la donna piangeva. E il bambino: “Mamma, non piangere”.

“Come ti chiami?” gli chiesi io.

“Luca”.

“C’hai la faccia da monello, Luca” gli dissi scherzosamente “vedrai che tra un po’ tornerai a casa”. Un sorriso, altre due chiacchiere e se ne andarono. Mi chiedo ancora perché risposi così, magari a casa non ci sono ancora tornati o forse non ci torneranno nemmeno. Forse a Luca non ho detto la verità e potevo risparmiarglielo. Non avrebbe dovuto esserci un funzionario pubblico lì a rispondere? Un Carabiniere, un Vigile urbano dietro le transenne e dietro la divisa? Invece c’era un volontario “forestiero” in borghese che si era permesso di dire di no a una famiglia che lì ci abitava da sempre.

A seguito di questo episodio decisi che piuttosto del vigilante sarebbe stato meglio fare il mio mestiere.

 

Durante l’estate i miei colleghi archeologi mi coinvolsero nel mettere in piedi laboratori per i bambini nei centri estivi della bassa. E’ una parte del nostro lavoro fondamentale e forse la più appagante. Nei campi di Massa Finalese e Cavezzo facevamo con i bambini vasi di argilla, così come si producevano all’epoca delle terramare, circa 3500 anni fa. Poi se li portavano a casa, i loro vasetti, qualcuno forse l’avrà pure cotto e messo in camera o in tenda. Dopo aver tanto sentito gli adulti raccontare di terremoto, stare con i bambini è tutta un’altra musica. Li ho visti manipolare l’argilla, prendere confidenza con la stessa terra che li ha spaventati, con la quale si fanno e si sono sempre fatti mattoni e case.

La cosa strana, è che più mi interessavo al dramma della bassa, più la frequentavo, meno mi interessavano gli articoli pubblicati sui quotidiani locali. E oggi quando vedo un servizio alla tv dai territori colpiti, cambio dopo pochi secondi canale. Sono diventati un prassi, un’abitudine per chi li produce e per chi li manda in onda. Finito l’entusiasmo. Finite le storie sul maxischermo. Chiuso il sipario. Al contrario i racconti delle persone comuni, lontane dal giornalismo e dall’informazione istituzionale mi appassionano come agli inizi.


Interviste ai cittadini di Modena sul Piano Sosta


Questione asili a Modena. I sindacati uniti contro la giunta

Si apre una nuova fase di scontro tra i sindacati e la giunta sulla questione asili. Il Rasoio aveva seguito la vicenda si dai suoi esordi sulla scena cittadina:

 “Privatizziamo gli asili? E dopo gli asili…” (28 febbraio 2012)

  “Resoconto del confronto pubblico sull’emergenza asili a Modena” (7 marzo 2012)

Per dovere di cronaca, oggi pubblichiamo il comunicato congiunto dei sindacati uscito qualche giorno fa.

FP/CGIL           FP/CISL            UIL/FPL          CSA          DICCAP

MODENA

comunicato stampa 26/6/2012

FONDAZIONE CRESCI@MO: I SINDACATI CONTRARI A DIVERSO CONTRATTO E ALLE MODALITÀ DI ASSUNZIONE DEI DIPENDENTI

Dopo aver più volte negato che il passaggio di quattro scuole comunali dell’infanzia alla Fondazione Cresci@Mo serviva per risparmiare sul costo del lavoro e per avere mano libera sulle assunzioni, il Comune di Modena ha gettato la maschera!

Mesi fa, quando il Comune ipotizzava di appaltare le scuole, genitori e organizzazioni sindacali si opposero paventando lo scadimento della qualità per effetto della forte penalizzazione economica per gli assunti diretti della Fondazioni che il relativo trattamento contrattuale avrebbe comportato: quando la differenza di salario è ampia, è normale che il personale con più capacità cerchi di migrare verso diverse e più gratificanti realtà professionali, con buona pace della continuità didattica. Un dignitoso inquadramento economico è quindi la leva per garantire qualità e continuità. Le affermazioni del Comune di Modena facevano pensare che i lavoratori assunti dalla Fondazione avrebbero avuto il medesimo inquadramento dei dipendenti del Comune: parliamo di salari nell’ordine del 1100 euro netti al mese, tutt’altro che faraonici considerata la delicatezza del servizio che questo personale svolge.

Nell’incontro del 22 giugno scorso, l’Amministrazione ha comunicato alle organizzazioni sindacali il CCNL che intende applicare ai lavoratori della neonata Fondazione il CCNL scuole private Aninsei applicato da Confindustria, che oltre a creare disomogeneità con i colleghi comunali, prevede esattamente la metà delle ore (100 anziché 200) per formazione, programmazione attività didattica a rapporti con i genitori. Aggiungiamo che pur essendo il CCNL Autonomie Locali non particolarmente oneroso e fermo da anni, con il contratto Aninsei  a un’insegnante di scuola d’infanzia si garantisce appena la possibilità di arrivare a 900 euro al mese e saranno chiari gli scopi del Comune: risparmiare sulla pelle dei lavoratori, erogando salari non dignitosi.

Mesi di promesse sul mantenimento del modello educativo modenese, di impegni sull’omogeneità di insegnamento, di garanzie per il personale, si sono sciolte al primo sole dell’estate: personale  qualificato o con anni di esperienza, che garantisce per 8 ore al giorno educazione ed insegnamento ai piccoli modenesi, non merita nemmeno da lontano 1.000 euro al mese. Ed a poco vale la promessa di un sostanzioso contratto integrativo: per arrivare ai 1.200 euro scarsi di un’insegnante comunale servirebbe un aumento di oltre il 30%, cifra che il Comune evidentemente non intende certo mettere sul piatto.

Ma non è tutto: al momento di assumere, trattandosi formalmente di un soggetto privato, la Fondazione non costituirà alcuna graduatoria in base al merito individuale, bensì assumerà di volta in volta la persona ritenuta più consona. Immaginiamo che giovani ragazze a “rischio maternità” o 50enni a “rischio mal di schiena” non saranno ritenute particolarmente consone…  Non è nemmeno previsto nessun meccanismo di valorizzazione in termini di punteggio di chi ha lavorato negli ultimi anni presso le scuole comunali di Modena, altro elemento che, secondo le promesse, si sarebbe dovuto tenere in considerazione in modo da garantire in modo chiaro e trasparente l’auspicata continuità didattica .

Pur essendo un soggetto interamente partecipato dal pubblico e pur utilizzando solamente denaro pubblico, la Fondazione non darà alcuna garanzia (al contrario di quello che gli enti pubblici sono obbligati a garantire) di merito al personale che parteciperà alle selezioni, in quanto, appunto, non vi sarà alcuna graduatoria pubblica. Adesso risulta anche più chiaro perché il riferimento a Confindustria sia stato ritenuto più idoneo, e non tanto per ragioni di efficienza, ma per la discrezionalità, da esercitarsi, non con proprio denaro come fa l’imprenditore privato, ma con quello dei cittadini. Per i Sindacati i meccanismi di selezione devono essere trasparenti, prevedere delle graduatorie che valorizzano i singoli!

Tutto questo è inaccettabile. Ed offusca anche l’unica buona notizia, e cioè l’assunzione a tempo indeterminato del personale insegnante. Sarebbe una bella notizia, ma quanto vale un posto fisso? 250 euro netti in meno al mese? 6 giorni di ferie in meno? Minori tutele sulla malattia? Meno trasparenza sulle assunzioni?

Abbiamo chiesto al Comune di Modena, e lo ribadiamo con questo comunicato, di rivedere la propria scelta, tanto del contratto di applicazione quanto delle modalità di assunzione. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad individuare insieme gli strumenti per garantire gli operatori cercando al contempo di non appesantire la spesa per le casse comunali.

Altrimenti sarà chiaro a tutti che non è iniziato un virtuoso esperimento di nuove e più moderne forme gestionali dei servizi all’infanzia (come è stato detto ai modenesi negli ultimi mesi) ma semplicemente una rozza privatizzazione della quarantennale storia delle scuole comunali sulle spalle di lavoratori e lavoratrici che già oggi faticano ad arrivare a fine mese. Con buona pace di chi a questo esperimento aveva creduto davvero.

Segreterie provinciali Fp/Cgil,   Fp/Cisl,   Uil/Fpl,   Csa,    Diccap     Modena


A quelli che studiano troppo e del resto se ne fregano

Rileggendo un magistrale articolo di un mio caro amico http://ilrasoio.wordpress.com/2011/04/11/a-quelli-che-rompono-i-vetri/ nel quale scrive ai ragazzi del Liceo San Carlo e lascia a loro qualche insegnamento che quel periodo e che quella scuola gli hanno portato, ho sentito il desiderio di scrivere anche io agli studente del Liceo Muratori.

E in particolare vorrei rivolgermi ad una categoria di questi che il titolo dell’articolo cerca di identificare.

Quando si esce da quella scuola e si entra nel mondo dell’Università cambiano molte cose, sicuramente muta il sistema di riferimento nel quale ti trovi a vivere. Può essere un momento di crisi; un momento di gioia per alcuni; per altri invece può trasformarsi nello smarrimento totale.

E se ti perdi dopo aver fatto una scuola come il Muratori, che tutti esaltano per le sue doti preparatorie- “Il latino e il greco ti aprono la mente”, oppure “chi esce di qui formerà la futura classe dirigente”, o anche “non c’è nessuna scuola superiore a Modena che possa competere con il Muratori”- allora il primo sentimento che ti prende è la rabbia.

Poi capisci, con il tempo, che la tua scuola è sopravvalutata. Non è che non sia all’altezza del compito formativo che si pone: riconosco io stesso che la preparazione che ti dà effettivamente garantisce una marcia in più in qualsiasi campo in cui uno voglia cimentarsi. Però la troppa retorica che avvolge e sospinge il nome del nostro istituto cela i suoi difetti. Infatti parlare male del Muratori al Muratori è un tabù che costa caro: provateci e scoprirete che è vero.

E cosa non ti insegna questa scuola? Non ti insegna a vivere in mezzo alle persone, non ti insegna a confrontarti con la sterminata quantità di differenze che il mondo globalizzato ci presenta ogni giorno. Non ti insegna la curiosità per ciò che non rientri nelle materie di studio (salvo qualche eccezionale insegnate che si riesce magistralmente a riattualizzare il pensiero classico). Non ti insegna ad essere un cittadino che oltre a sapere declinare bene l’aoristo fortissimo di baino, sappia anche distinguere la linea editoriale della Stampa da quella del Corriere della Sera. Non ti insegna che Modena è soltanto una città provinciale e non ti dice con onestà che il mondo latino e greco sono solo una parte del mondo della conoscenza.

L’elitarismo nel quale si formano i muratoriani, ostacola un confronto alla pari con i ragazzi e le ragazze che fanno altri studi. La supremazia del pensiero, svilisce la conoscenza della tecnica (il sapere fare): e poi ti trovi che non sai cambiare una lampadina se si rompe, ma in compenso sai cosa pensa Aristorele della metafisica.

Il Muratori sembra guardandolo sia dall’interno che dall’esterno una cittadella fortificata, un oppidum,  dentro cui vigono valori e criteri di selezione che non sembrano essere influenzati dal mondo esterno. Al primo posto c’è lo studio, nozionistico e attinente alle materie che il programma prescrive. Al secondo c’è la moderazione dello spirito: i comportamenti estrosi sono guardati con molta diffidenza, segni dell’eresia che può turbare l’ordine costituito e quindi da tenere sotto controllo. Infine c’è l’appartenenza identitaria: lo studente del Muratori nel bene e nel male si sente parte di un Noi (e questa è la cosa più bella che rimane a distanza di anni). Insomma sembra che lo spirito gesuità dell’istituto non lo abbia abbandonato.

Però poi il Muratori non dura tutta la vita, anche se ci sono i nostalgici della scuola che non riescono a rassegnarsi a questa realtà. E prima o poi bisogna andare nel mondo, conoscere quelli che andranno a fare gli operai, i ragionieri e quelli del tecnologico, che hanno un altro modo di ragionare.

E cosa succede in quel momento? Che le regole apprese lì dentro non valgono più in toto. Può succedere che qualcuno ti derida perché sei troppo erudito in conoscenze trascendenti, può succedere che tu non abbia l’elasticità adatta per studiare Lingue, o per confrontarti con Ingegneria. Può succedere che lo schema impostato e il sentiero che fino a ieri qualcuno aveva tracciato per te con precisione maniacale non ti consentano di sviluppare l’autonomia necessaria per camminare da solo: e allora sei alla ricerca di un nuovo maestro che ti dica cosa fare e tu da bravo scolaretto a dire sì, eccomi, con il sorriso sulle labbra. Finalmente, ecco ritrovata quella dimensione liceale perduta.

Quello che penso è che se si vuole essere veramente all’altezza delle aspettative che questa scuola crea negli studenti non si può studiare e basta. Non è sufficiente imparare la lezione a memoria. Non si può sapere a menadito i poeti alessandrini e non sapere che cos’è il welfare state o da chi è composta la coalizione di governo del momento. (Voi lo sapete?)

Insomma a tutti quelli che pensano di essere dei gran bravi studenti perché leggendo la pagella vedono scritti gli 8 e i 9 vorrei dare un avvertimento: usciti di lì quei voti vi serviranno relativamente e dovrete guadagnarvi la pagnotta in un mondo più difficile e spietato, dove molto spesso non esiste un ordine costituito come la Preside che ha potere di vita e di morte.

Quindi, posto che lo studio è la base fondante della conoscenza, chiedetevi anche a cosa serve quello che state studiando e cercate di finalizzarlo verso la vostra passione, ciò che vi rende vivi: perché ne ho viste tante di persone che sono andate a fare Economia e Giurisprudenza a Modena perché così erano convinte che avrebbero trovato il lavoro, e adesso non se la passano molto bene.

Dunque uscite di casa, girate per le vie della vostra città. Ogni tanto prendete il treno e andate fuori dall’Emilia. Coltivate passioni esterne non necessariamente utili o remunerative. Ampliate i vostri orizzonti.

Tutte queste cose vi saranno molto più utili un giorno quando dovrete scegliere che cosa fare nella vita, mentre il greco per quanto possa aprirti la mente rimane sempre una lingua morta (e questo lo ha decretato la storia).

P.s.

Se siete della categoria di quelli che se ne fregano leggendo questo articolo probabilmente starete sorridendo beffardamente e pensando a qualche vostro amico, perché sono sempre gli altri in difetto anche quando i mali ricordati ci sono molto familiari. Ma non preoccupatevi l’articolo non è dedicato solo a voi, voi cambierete difficilmente. In realtà ciò che mi ha spinto a scriverlo è quella minoranza che frequenta quella scuola con umiltà, fantasia e riusce a coniugare i suoi interessi con lo studio: a loro sono dedicate queste parole, perché gli siano d’aiuto nel percorso che vanno ad intraprendere.

A Valentina, Eugenia, Veronica, Caterina e Mariateresa.


caffèlungomacchiatointazzagrande.. echesiabello – Un caffè sui tetti

Perché desidero che il mio caffè sia anche bello?
Perché è un attimo di pace. E la bellezza a me aiuta, mi stupisce, mi dà speranza e coltiva i miei sogni.
Dalle grandi tele classiche alle sculture contemporanee, dal food design all’antiquariato, dal look di una ragazza alla haute couture, dal sole che dopo l’alba taglia i palazzi di Piazza della Pomposa fino al caffè. Tutto questo migliora le mie giornate.
La domenica mattina, quando in giro non c’è ancora quasi nessuno, puoi prendere il tuo tempo e riempirlo delle piccole cose che durante la settimana diventano solo virgole.
Compri il giornale, fai due chiacchiere col ragazzo che ogni giorno quando ti vede arrivare ti prepara il quotidiano sapendo che vai di fretta e ti siedi al tuo tavolino.
La colazione dura anche più di un’ora, spegni il telefono, leggi ciò che desideri, in silenzio e in quella solitudine dedicata solo a te, necessaria per ricaricare le bombole d’ossigeno. Pensando a quello che si potrebbe fare nel resto della giornata, chiedi il solito caffè, ti viene servito con un sorriso ed è anche bello, in una tazza bianca, grande, mai sbeccata e mai con una goccia fuori posto.
Oggi chi deve o vuole restare a Modena può far andare “lo spazio oltre l’orizzonte” gustandosi i Musei.

http://www.museimodenesi.it/page.asp?IDCategoria=282&IDSezione=5347&ID=99360

E per i viaggiatori incalliti ora si vola verso nord, con Giulia, si va a Praga.

All’ultimo piano del Dipartimento di Lettere dell’Università di Modena, c’è una finestra che nessuno mai considera. Da li si vedono tutti i tetti di Modena, ma solo quelli. Niente persone, niente automobili, soltanto tetti. I tetti di Modena si assomigliano tutti, ma non si guardano mai. E quando per sbaglio sono rivolti uno contro l’altro, e ti assicuro che capita raramente, li chiamano Ghetto, qualcosa che deve essere guardato male, da lontano… chiuso da tutto il resto, non accessibile.

Nella mia Praga, i tetti sono le parole attraverso cui raccontarla. Oro e Verde che si scontrano contro il muro dell’orizzonte, bagnato da un fiume che riflette corallo nel tardo pomeriggio. I tetti della Città Vecchia raccontano la storia dimenticata dalle cronologie, quella di un popolo che si è creato e ha resistito alla Cupola. Austeri, spigolosi, spessi, come tutti i rivoltosi devono essere per far si che parole e idee possano cambiare il mondo. Sull’altra riva del fiume, la Città Piccola è l’ossimoro perfetto. Piccoli, colorati e con tanti abbaini da cui esplodono cascate di fiori coloratissimi. Sono i tetti degli alchimisti, i tetti della ricerca, della scoperta.. i primi tetti costruiti a Praga a dire il vero.  Dai tetti della Città Piccola si vedono le colline di Praga, ricoperte da una rete stradale convulsiva e l’eco dei presidi vicino al Museo Nazionale. Ma esiste un momento, nella mia Praga, in cui tutto si ferma. Alle 22.30, la cupola del Teatro Nazionale si accende e, se si ha la fortuna di passeggiare sul ponte Carlo in quel momento, una lenta ma progressiva danza di gabbiani frammenta lo Smeraldo che sorge, ogni sera, per tutta la notte.
Quello è il momento in cui il respiro rallenta, le gambe smettono di ascoltare muscoli tesi e gli occhi, stanchi per tutte le cose che sono loro scivolate davanti durante il giorno, assumono il profumo dell’anice e delle spezie. E’ il momento in cui la distanza geometrica diventa assenza, perchè i tetti ti riflettono nello specchio del mondo e svelano agli occhi di chi guarda, tutta la tua bellezza.


Il Sindaco contro Gabriele Veronesi.

Modena, 26 marzo. Gabriele Veronesi e i suoi legali in conferenza stampa rispondono alla querela per diffamazione dell’avv. Giorgio Pighi in merito ad un passaggio del documentario Modena3 – Una storia di ipertrofia urbana.

Passano i mesi da quella prima proiezione del 9 ottobre e la querela di Giorgio Pighi a Gabriele Veronesi fa fare un salto di qualità alla vicenda di Modena3. La storia assume sempre di più i tratti dell’affaire, e in alcuni punti sfiora perfino i toni del giallo. Ma cerchiamo di ricostruire la storia con un po’ di ordine.

L’antefatto. Gabriele Veronesi, giovane giornalista indipendente, organizza la proiezione del documentario autoprodotto Modena3 – Una storia di ipertrofia urbana al piccolo Teatro Tempio, gremito per l’occasione. Alla fine della proiezione scrosciano gli applausi per circa due minuti. Un applauso del quale chi era presente ha subito colto il retrogusto di liberazione, come se qualcuno avesse finalmente deciso di uscire allo scoperto e raccontare la storia dello sviluppo urbanistico di Modena senza timori, mettendo insieme dati, documenti e voci scomode abituate ad essere coperte dal silenzio o dal volume della retorica politica a cui giornali, quotidiani e televisioni ci hanno abituato.

Nella prima versione di Modena3 c’era un passaggio in cui si sosteneva che l’avv. Giorgio Pighi avesse rivestito il ruolo di legale difensore di William Braga, Presidente della Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi (CMB) in un procedimento penale per corruzione nel contesto più generale di Tangentopoli.

La querela per diffamazione dell’avvocato Giorgio Pighi si riferisce proprio a questo passaggio. In realtà all’epoca William Braga non era presidente della CMB, ma della Cooperativa Muratori Mirandola indagata dalla Procura di Modena, mentre Presidente della CMB era Cesare Rinaldi indagato invece dalla procura di Milano, poi assolto mentre i manager della CMB chiesero e ottennero di patteggiare la pena (v. documento di Gabriele Veronesi). Secondo Pighi, Veronesi avrebbe perpetrato un intento diffamatorio nei suoi confronti scambiando i nomi delle cooperative; un intento che secondo Pighi merita l’intervento della magistratura e un conseguente procedimento penale.

Veronesi, subito dopo la proiezione del 9 ottobre, fu informato dell’errore e provvide a rettificare il video e a smentire ufficialmente sulla Gazzetta di Modena la versione ufficiale del video per quanto concerneva quell’unico passaggio.

Sul web non è mai circolato il video originale. Quello che chiunque oggi può vedere su youtube, direttamente sul sito modena3.it o su quello del Rasoio, è la versione corretta dall’autore.

Il giallo del video scomparso. Alla proiezione del 9 ottobre non era presente Pighi come non era presente Daniele Sitta, assessore all’urbanistica al centro della critica di Veronesi, né erano presenti ufficialmente membri della giunta o del consiglio comunale. Qualcuno tuttavia riferì al sindaco il passaggio che poi ha scatenato la reazione per vie legali e l’ordinanza di sequestro del video originale emessa dalla magistratura.

Ma il DVD del video originale non si trova più. Veronesi non era in regia la sera della proiezione al Teatro Tempio. All’uscita, nella confusione generale, non si occupò di recuperarlo. Il giorno seguente modificò il file progetto in suo possesso e non salvò la copia originale. Giorgio Pighi non ha pertanto avuto modo di vedere la versione originale di Modena3, ma ne è stato informato da almeno uno dei circa 200 testimoni presenti quella sera. Il video originale pertanto non può essere sequestrato in questo momento, poiché non è più in circolazione né l’autore ne è più in possesso.

Le risposte politiche alle critiche di Veronesi. L’unica reazione ufficiale della giunta ad eccezione della querela da parte dell’avvocato Pighi fu quella del sindaco stesso, consegnata alla Gazzetta di Modena dell’11 ottobre (due giorni dopo la proiezione “live”, ma in presenza già della versione corretta sul web): “Rimango colpito dalla capacità di inventare storie senza fondamento frutto di pura fantasia, al solo scopo di denigrare chi ricopre una carica pubblica. Non conosco l’autore del film, ma le falsità che ha detto la dicono lunga. La mancanza di rispetto ha gravità e contorni che nella civilissima Modena non si erano mai realizzati”.

Anche senza prestare attenzione alla retorica, c’è una evidente discrasia tra le parole di Pighi alla Gazzetta e le sue azioni successive. Alla conferenza stampa i giornalisti della Gazzetta di Modena, di Trc, e delle altre testate giornalistiche ufficiali hanno posto alcune domande a Veronesi che avrebbero forse dovuto essere dirette al sindaco, più che a Veronesi stesso e ai suoi legali. Alcune delle domande più scottanti le riportiamo qui:

-         se Modena al Cubo è una storia tutta inventata, perché la querela verte su un passaggio così marginale del documentario?

-         se si tratta di “falsità” (al plurale) perché denunciare una singola informazione data nel documentario e non tutte le altre?

-         visto che l’autore sostiene pubblicamente di avere erroneamente scambiato CMB per CMM, si può dire che rappresenti un atto con lo “scopo di denigrare”?

-         il fatto che un sindaco di centrosinistra sia legale difensore di cooperative emiliane in processi per corruzione rappresenta una notizia che merita di essere chiamata diffamazione?

Forse qualcuno sarà d’accordo con l’avvocato Pighi: Modena, dopo la proiezione di Modena al Cubo non è più civilissima. Forse il sindaco ignora che la dimostrazione di tale e tanta inciviltà l’ha data anche il DJ Matteo Borghi all’OFF di via Divisione Acqui lo scorso venerdì sera, quando tra un brano e l’altro ha invitato tutta la platea danzante a fare un applauso di sostegno a Gabriele Veronesi, riscuotendo peraltro un notevole successo.

L’impressione è che la querela a Veronesi rappresenti più un monito a Modena, per rimanere “civilissima” e non si lasci andare a simili atti di ingloriosa inciviltà. Veronesi ha sbagliato, ha fatto ammenda, ha corretto il video. Quello che viene da chiedersi, e i posteri risponderanno, è se la civiltà di Giorgio Pighi, o di Daniele Sitta (civilissimo negli interventi pubblici riportati nel documentario), saranno state utili o meno a questa città. Di sicuro sono oggi un buon viatico per un seggio a Palazzo Madama o a Montecitorio, com’è prassi per i primi cittadini modenesi alla fine del loro secondo mandato.

Oggi si querela un giovane giornalista per un frase pronunciata davanti a duecento persone e prontamente rettificata. Ma se è vero quanto riportato da Veronesi e mai smentito da nessun membro della giunta o del Partito Democratico, quando i modenesi cammineranno solo sull’asfalto, quando saranno coperti e circondati da cemento e calcestruzzo, chi potranno avere il lusso di querelare?

LINKS…

Il sito di Modena al Cubo. modena3.it

Fuori Tv - Querela per “Modena al cubo”

Mumble – Libera querela libero cemento

Formìzine - Solidarietà a Gabriele Veronesi – Querelateci tutti!

Gazzetta di Modena, 26 marzo - “Modena al Cubo”, il mistero del video scomparso

Il Rasoio - “Modena3. Storia di un ipertrofia urbana”. Un applauso di due minuti per Gabriele Veronesi.

Il Rasoio - “Modena al cubo”. Pubblicata sul web l’inchiesta scottante

Il Rasoio - Intervista a Gabriele Veronesi: il “backstage” di Modena³

Il Rasoio - La scoperta dell’Indie. Il virus che cambierà il mondo?

Il documento a firma di Gabriele Veronesi distribuito oggi in conferenza stampa

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Resoconto del confronto pubblico sull’emergenza asili a Modena

Alle 21 passate in un’aula magna dell’Istituto Corni di via Leonardo da Vinci gremitissima comincia di fatto l’assemblea pubblica che vede sul banco dei relatori l’assessore con delega all’istruzione, politiche per l’infanzia e l’adolescenza e rapporti con l’Università Adriana Querzè insieme al sindaco Giorgio Pighi.

Il sindaco e l’assessore in due lunghi interventi espongono il problema. In quattro asili comunali non è possibile effettuare il reintegro degli insegnanti che hanno cessato la loro attività, a causa della riduzione del turnover al 20% sancita dal Patto di Stabilità (ogni 5 cessazioni di attività si può assumere un solo insegnante e solo a tempo indeterminato). Per questo motivo tali asili si troveranno impossibilitati a continuare ad erogare il servzio alle medesime condizioni finora garantite. La causa che Pighi e Querzè si dicono perciò costretti a perorare è quella della privatizzazione degli asili, attraverso l’istituzione di una (o più?) fondazioni con un CdA formato da membri del Comune e raprresentanti dei genitori. L’annunicio era piuttosto scontato per chi ha seguito la vicenda, e ricalca le dichiarazioni già fatte dall’assessore a più riprese. Ma procediamo con cordine.

In più occasioni il sindaco Pighi attribuisce la responsabilità di questa emergenza al governo Berlusconi. Definisce “inadempiente” e “inefficiente” lo “Stato”, per aver limitato l’azione dei comuni in “spazi normativi troppo angusti” che non permettono alla maggior parte dei comuni, specialmente quelli “più efficienti” come Modena, di garantire la continuità del servizio pubblico. Non è una questione di assenza di fondi per gli asili. Quelli ci sarebbero, ma non si può effettuare il reintegro degli insegnanti cessanti attività.

Il tono di Pighi, più che da assemblea pubblica è da foro. Sceglie accuratamente le parole in una veste che a tutti appare più di avvocato che di sindaco, ben consapevole del terreno irto che si trova a percorrere, ma forse non completamente preparato al grado di informazione che il pubblico, costituito di insegnanti, genitori, membri del Comitato “Giù le mani dagli asili”, dimostrerà di avere nel dibattito successvo. Pighi difende l’operato della giunta e dell’assessore Querzè, attorno al quale fa quadrato. Si dice contrario alla privatizzazione tout court e annuncia la soluzione della fondazione di cui anche il Rasoio ha trattatato in un precedente articolo che ha visto anche la partecipazione al dibattito di due consiglieri comunali del Pd, Giulia Morini e Giulio Guerzoni.

L’assessore Querzè prende la parola e torna a illustrare la problematica che definisce “tecnicamente complessa” e sottolinea l’eccellenza del modello modenese costruito quando le condizioni economiche e legislative erano favorevoli, ma ora difficilmente conservabile. L’unica soluzione percorribile, ribadisce l’assessore, è quella della privatizzazione. La privatizzazione va fatta “adesso”, aggiunge con enfasi, per evitare che molti bambini rimangano senza un posto all’asilo nel 2012. L’esternalizzazione comincerebbe da due scuole solo nelle classi dei 3 anni, limitata quindi alle situazioni in carenza di personale non reintegrabile.

Ma l’assessore non si ferma qui: invita a ripensare al modello generale di educazione e di gestione della cosa pubblica, in un momento storico di grandi mutamenti come questo. Un modello che secondo l’assessore deve essere superato attraverso il progressivo affidamento alle fondazioni, magari anche attraverso la promozione dell’azionariato popolare, cioè attraverso la partecipazione agli utili e alle decisioni delle fondazioni da parte di privati cittadini. Infine aggiunge che il Comune si impegnerebbe a bloccare istantaneamente il processo di privatizzazione nel caso di deroghe al patto di stabilità o di modifiche legislative in materia di assunzioni nel pubblico impiego.

Seguono numerosi interventi di genitori del comitato e di insegnanti delle diverse scuole d’infanzia. Una insegnante in servizio da 40 anni in un asilo comunale risponde all’assessore che perorava la cusa della fondazione: “Fondazioni, cooperative, eccetera non sono la stessa cosa del servizio pubblico. Alle cooperative diciamo: ricordatevi come siete nate”. Scattano gli applausi.

Un’altra insegnante accusa l’assessore di non  aver previsto  nei CdA delle fondazioni posti per gli insegnanti che in materia di didattica, gestione e organizzazione del servizio devono avere voce determinante in capitolo.

La tensione cresce quando un genitore chiede perché il Comune si presenti con una e una sola soluzione in tasca che va forzosamente accettata, pena l’esclusione di alcuni bambini dal servizio pubblico. Pighi, in risposta, rivendica di aver guidato l’Anci nella battaglia contro questa norma del patto di stabilità e promette di continuare a fare pressioni a Roma per apporre deroghe al decreto.

Altri interventi si sussueguono, in larga parte critici nei confronti della proposta “fondazione”. Il rischio denunciato dai genitori è il decadimento dei servizi, oltre alla possibilità che in 3 anni di asilo i bambini cambino più insegnanti, e siano soggetti di anno in anno a mutamenti di orario e condizioni di servizio. Gli insegnanti a più riprese paventano un peggioramento delle condizioni contrattuali col passaggio alla gestione privata che notoriamente applica contratti di gran lunga più svantaggiosi rispetto al pubblico impiego, sia dal punto di vista salariale che di tutele, come aveva affermato anche l’assessore Querzè in una intervista a Davide Berti della Gazzetta di Modena il 19 febbraio.

I toni sono rimasti accesi fino alla conclusione. La preoccupazione rimane tanta, perché chi è coinvolto nell’affare degli asili sa di trovarsi di fronte ad un bivio epocale. Accettare ciò che viene presentato come ineluttabile dal partito o come suggerisce qualcuno dal pubblico dar battaglia “anche fuori dalle regole”(per altro riscuotendo numerosi applausi)?

E se viene superato lo scoglio degli asili, quanti e quali altri servizi ed enti pubblici saranno privatizzati? A quanti lavoratori verrà chiesto di abbandonare il posto pubblico per entrare nella logica del mercato e del profitto? I costi dei servizi saranno abbattuti? E se sì, a spese di chi? La qualità del servizio verrà mantenuta dagli azionisti delle fondazioni che ad oggi sembrano essere l’unica soluzione percorribile? Esistono già imprese, banche, cordate che hanno espresso al Comune la volontà di entrare nel business degli asili? O i bandi rischiano di andare deserti?

Per le risposte definitive bisognerà ancora aspettare.


Siamo tutti Giovanni Tizian Part.3 (di Giulia Paganelli e Alessia Pedroni)


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