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Auschwitz non è mai esistito

Non riesci a toglierti via dalla pelle quella sensazione fastidiosa.

Sono quattro ore ormai che ti trovi immersa nella vasca da bagno, nell’acqua ormai fredda. Prendi in mano il sapone e cominci a sfregarti le spalle ed il collo per l’ennesima volta, mentre lo sporco sgocciola nell’acqua che ti sembra fango. Strofini violentemente i polsi, mentre cominci a passare la spugna sulle cosce sempre più freneticamente, i movimenti così veloci e le mani così arrossate che ti spaventi. Presa dall’angoscia lasci scivolare la saponetta, mentre avverti uno strano rumore che ti fa salire il cuore in gola.

Quello che senti assomiglia ad un verso spaventato, simile ad un miagolio. Appoggi la schiena contro le fredde piastrelle del bagno, con il fiato corto e i battiti cardiaci che ti rimbombano nelle orecchie: chi è che fa quel rumore? Chi è che si trova in quella stanza chiusa a chiave?
Senti i versi farsi sempre più acuti e piagnucolanti, fino a che non ti accorgi, sbarrando gli occhi, che escono dalla tua gola. Ti tappi la bocca istintivamente, disperata, il pugno serrato e le nocche livide.

L’acqua non è abbastanza sporca.

Come se niente fosse riprendi il sapone e cominci a passarlo sulle caviglie, e mentre allunghi il braccio bianco intravedi il tuo nome: 927119.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

L’avevi ripetuto così tante volte che ti era rimasto impresso come un marchio, scolpito nella memoria ogni volta che chiudevi gli occhi. Gli appelli erano due, uno al mattino e uno la sera, tutti i giorni. Le file erano serrate e i numeri urlati in rapida successione non avevano pietà: chi non si ricordava il proprio diventava cenere che usciva da un camino.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Cominci a strofinare con forza i polpacci.

Ti avevano chiamata cagna ebrea, ma si erano accorti che eri bella.
Dopo qualche mese, i capelli rasati avevano cominciato a ricrescere, e da sotto il fazzoletto da lavoro si intravedevano i tuoi riccioli neri. La pelle, nonostante il sudore e la fatica, era rimasta bianchissima; gli occhi verdi limpidi avevano continuato a vivere.
Ti avevano chiesto quanti anni avevi. Sedici? Bè, allora sicuramente avresti desiderato lavorare in un luogo più caldo. Non potevi credere che ti stessero offrendo una simile fortuna, così li avevi seguiti senza obiettare, i piedi nudi che affondavano nella neve, le dita viola ormai insensibili.
Ti avevano spogliata e ti avevano guardata a lungo, ma a te non importava: mentre eri nuda sotto il loro sguardo avido, per la prima volta dopo mesi ti trovavi in una stanza con un camino acceso. Non potevi desiderare altro al mondo. Ti avevano dato da mangiare, ti avevano permesso di lavarti.
Il tuo posto era sotto il tetto di una delle baracche private, e dalla finestra ogni tanto vedevi correre delle figure esili. Erano talmente simili ed insignificanti che dopo poco tempo arrivasti a pensare che fossero tutte la stessa persona.
Gli ufficiali venivano a trovarti svariate volte al giorno. Ti dicevano “bella”, ma quando ti domandavano il nome la tua pronuncia non poteva sbagliare:

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Ti è sembrato di vivere quei mesi come in un sogno. Stentavi a credere al dolore fisico che provavi, quando sfinita ti lasciavi scivolare a terra, i muscoli tremanti. Non facevi altro che ripeterti che eri al caldo e che potevi mangiare, e come un mantra ripassavi mentalmente le cifre del tuo nome.
Le ultime settimane non pensavi nemmeno più ai tuoi gesti: un uomo in divisa entrava nella stanza e mentre cominciava a sfilarsi gli stivali con l’aria esausta, come dopo una lunga giornata di lavoro, le tue mani automaticamente ti spogliavano, e prima che l’uomo avesse finito tu eri già nuda, pronta ad eseguire gli ordini.
Mentre diventavi di loro proprietà avevi imparato a non sentirti nel tuo corpo, eri riuscita a non vivere quello che stavi facendo, tutto grazie alla ripetizione spasmodica e incontrollata del tuo nome.

“Neun – zwei – sieben – eins – eins – neun”

Pronunciando quei numeri all’infinito, nel disperato tentativo di rimanere in vita, eri diventata infine quello che loro avevano deciso, dimenticando la tua vera esistenza.

Mentre ti insaponi il ventre ed i fianchi guardi l’acqua, e all’improvviso ti sembra che il suo colore sia sufficientemente sporco. Hai anche smesso di gemere senza accorgertene.
Soddisfatta, prendi in mano l’asciugamano e ti alzi in piedi. Ti sei dimenticata quanto tempo hai trascorso chiusa in bagno. Ti asciughi lentamente, scorrendo le dita sul tuo marchio. Lo guardi quasi senza capire, poi lo leggi ad alta voce con un sorriso: “Neun. Zwei. Sieben. Eins. Eins. Neun.”

Ti basta sentire quei suoni per acquietarti totalmente. Ogni oscurità sparisce dai tuoi pensieri. Vai in cucina e comincia a preparare la cena, canticchiando.
La tua coscienza è pulita, la mente è serena, il corpo è sano, perché tu lo sai, e ne sei certa che Auschwitz non è mai esistito.

Valentina Camac


Andarsene

Avere paura del futuro, di ciò che potrebbe arrivare, di ciò che arriverà. Annebbiamo in nostro sguardo a furia di stropicciarci gli occhi, troppo in apprensione per osservare quanto avverrà. Ci torciamo le dita pensando a quello che dovremo fare domani; le nostre labbra sono livide per i morsi con cui le abbiamo torturate, tutto questo perché non sappiamo come dovremo comportarci. Vorremmo così tanto avere la certezza di non sbagliare, di non sbagliare mai.

“Se non sbagli mai puoi affermare di aver finito di vivere”

                “Perché, scusa? Almeno sei sicuro di qualcosa! Se ti perdi in un bosco cosa fai, cerchi la strada battuta o il sentierino nascosto tra le foglie? Se non sbagliassi mai saresti al sicuro da ogni inconveniente.”

“Sì, ma cosa rende la tua corsa la più vera ed emozionante di sempre? L’imprevisto.”

                “Sei uno sciocco. L’imprevisto è una perdita di tempo, un inutile errore.”

“No, no, ascolta! Facciamo che sei a Venezia..”

                “Io amo Venezia! Però ci sono troppi turisti..”

“Lo so, ascoltami! Tu sei lì che stai per perdere il treno per tornare a casa, e la stazione è sulla sponda opposta rispetto a dove stai correndo. Corri veloce, velocissimo, devi raggiungere il ponte più vicino che ti porterà dall’altra parte. E poi, giusto un metro prima del ponte, un muro ti si sbarra davanti. Tu sei disperato perchè non vuoi perdere quel treno, ma cosa puoi fare? Accetti l’imprevisto e sei costretto ad entrare nelle vie laterali per poter girare intorno al muro, e queste piccole stradine ti portano nel cuore della città. Nel cuore della città c’è anche la sua anima. Dimmi, avresti mai potuto sfiorarla se avessi attraversato quel ponte facilmente, se nessun ostacolo ti si fosse posto sulla strada? Magari avresti corso meno veloce, ti saresti stancato di meno. Ma avresti perso l’essenza di Venezia e le sue strette vie dove i turisti non osano perdersi.

Forse il percorso più battuto e facile può infondere sicurezza, e magari questa sicurezza può permettere di vivere felici. Io non lo so. So che mi sento angosciato e basta: non ho intenzione di rimanere in questa città ancora a lungo. Me ne vado da Modena.”

                 “Cosa? Ma dai, e per andare dove, a Venezia? Sei senza un soldo, senza niente… Non dire sciocchezze.”

“In verità non so ancora dove. Una cosa è certa: voglio andarmene. Vado via da qui perché ho bisogno di respirare, e soprattutto ho bisogno di costruirmi una vita con le mie mani. Non permetterò ai miei genitori di mantenermi, voglio fare fatica per ottenere il tetto che sarà sulla mia testa. Voglio che le mie spalle siano larghe abbastanza da sostenere il peso delle responsabilità che non ho mai avuto il coraggio di assumermi, solo perché la sicurezza di questa città era tanto comoda al mio vivere. Voglio essere io la causa del mio vivere, e Modena non può offrirmi questa opportunità.”

                “Questo, caro mio, si chiama fuggire.”

“Io credo di no. Non sto fuggendo, me ne sto andando. Se scappassi, non tornerei mai più qui. Io voglio tornare, ma voglio tornare diverso. Tornerò con l’esperienza che qui non sono in grado di acquisire, tornerò più forte. Non ho intenzione di ripudiare la mia città.

Silenzio.

                “Non hai paura?”

“E di cosa?”

                “Di fallire.”

“L’unica paura che ho è di non vivere.”

Valentina Camac


I sogni non lasciano profumi addosso

Un vestito rosso, per ricordarsi che l’amore esiste. Da qualche parte.
Ti ho incontrata per caso, anche se il caso è una coincidenza che vogliamo per forza vedere nei fatti di ogni giorno. Non parlavi di te ma volevi sapere tutto del mio passato. Ascoltavi rapita le mie parole, masticando lenta la pizza che forse nemmeno volevi. Provavo a non fissare i tuoi occhi, inutilmente. Avevo paura che capissi quanto mi sentivo fuori posto lì con te. Troppo bella. No. Troppo viva. No, nemmeno quello. Troppo in troppe cose. Che non sapevo esprimere a parole.
“Guardi tutte così?”.
“Ora non sono con tutte”.
“Non scherzare, parlo sul serio”.
“Anche io”.
Ti ho rubato un sorriso. Con una menzogna, lo so, ma ne è valsa la pena.

La verità è uno sbaglio senza voce.
Nonostante la timidezza sono riuscito a portarti a casa mia. Un bicchiere di vino per sciogliere gli ultimi nodi nella mia gola.
“Sembra che tu voglia farmi ubriacare”.
“Quando si conoscono i propri limiti si cerca di superarli con ogni mezzo possibile”.
Ancora un sorriso. Ma stavolta nessuna menzogna, purtroppo.
“Non sembri sorpresa della piega che ha preso questa serata”.
Per la prima volta sei senza parole: mi sa che ho rovinato tutto.
“Tu sei solo uno sbaglio in più in una vita piena di sbagli”.
“Non ti capisco”.
“Io invece sì. Per questo non ho bisogno di farti domande”.

L’amore è una scommessa persa in partenza.
“Si vede da come mi accarezzi che è tanto che non stai con una donna”.
“Perché?”
“Perché sei troppo dolce”.
“E ti dispiace?”
“Non è questo il punto”.
“Qual’é il punto?”
“Quando è stata l’ultima volta che hai fatto l’amore?”
“L’amore?”.
“Sì, l’amore. Non ti ho chiesto l’ultima volta che hai scopato”.
“Due anni fa”.
“E perché? Non dirmi che non hai trovato nessuno”.
“Non ho trovato nessuna per cui ne valesse la pena”.
“Stronzate”.
“É vero”.
“No, sei troppo perfezionista”.
“Perfezionista?”
“Sì. Cerchi la perfezione e così non riesci a cogliere le occasioni”.
“Non credo”.
“Ricorda che non è tutto o bianco o nero. Il mondo è fatto di sfumature e dobbiamo riuscire a scorgerle dietro alle ombre e ai sorrisi”.

La felicità mi spaventa ma dopo un po’ passa. No, non la paura.
“Dimmi come ti chiami”.
“Lo sai, perché lo chiedi?”.
“Perché non riesco a credere a nulla di questa serata”.
“Troppo perfetta?”.
“Troppo facile”.
“Così mi offendi”.
“Sai che non lo farei mai”.
Un altro sorriso. Stavolta sei tu a mentire.
“Te l’ho già detto: Natalia”.
“Il tuo vero nome”.
“Natalia”.
“Dai”.
“Ma che ti cambia?”.
“Voglio dire il tuo vero nome mentre vengo”.
“Quando verrai non ti ricorderai nemmeno il tuo, di nome”.

La dolcezza dell’addio.
“Hai ancora paura?”.
“Ne avrò sempre”.
“Eppure ne vale la pena”.
“Perché?”.
“Per momenti come questo”.


La zona rossa dei ricordi.

Piazza Alimonda si sveglia con un dubbio che ricopre ogni singola pietra dell’acciottolato: sarà celebrazione o protesta? Probabile che l’una si mischierà con l’altra. Facce diverse di una medaglia che nessuno, qui, avrebbe voluto tirare fuori di nuovo dal labirinto della memoria. Un labirinto fatto di strade strette e di ricordi assordanti, immagini di voci che chiedevano risposte e che invece hanno ottenuto solo nuove, dolorose, domande.

20 luglio 2001. La piazza che oggi attende silenziosa, quel giorno era piena di silenzi diversi: quello della gente, nelle case, che aspettava solamente che quell’ondata di giovani passasse in fretta per ritornare alla normalità; quello delle forze dell’ordine, in Questura e nelle camionette, mentre si preparavano ad affrontare tute bianche e black bloc. Perché il rischio ed il pericolo di quella giornata era chiaro e conosciuto da tempo e da tutti: quella città non poteva sopportare una manifestazione del genere.

Perché l’intrico di strade scende dalla collina verso il mare, un grosso imbuto che si concentra in piazza Alimonda. Da via Tolemaide, dove i manifestanti scendono a migliaia verso il tunnel di Marassi, lungo corso Torino con i suoi alberi che accompagnano lo sguardo verso il porto. Cominciano qui i primi scontri, inevitabili, perché voluti da pochi molto organizzati, attesi, perché facevano comodo a troppi.
Su corso Italia l’unica via di fuga percorribile: la scalinata e la risalita verso monte. Ma il corteo è un fiume senza controllo, la discesa verso il mare la più facile delle soluzioni. Sia per chi scappava dalle cariche e dalla violenza sia per chi, quella violenza, l’aveva consapevolmente scatenata. Su corso Buenos Aires i black bloc fecero a pezzi la pavimentazione per potersi armare alla battaglia. Oggi ci sono nuove pietre ma gli stessi vecchi interrogativi, a cui nessuno darà mai una risposta.

Così come nessuna risposta accettabile si può dare all’episodio che oggi si celebra in piazza Alimonda. La morte di Carlo Giuliani. La fine di una vita e la rovina di altre. Per prima quella di Mario Placanica, il carabiniere che sparò quel proiettile calibro nove verso un manifestante che sollevava un estintore contro di lui. La pena per un ragazzo morto a 23 anni e la stessa pena per un altro che, salvando la propria vita, l’ha segnata per sempre.

 

Non ero a Genova quel giorno, così come non ci sarò oggi. Non ero alla scuola Diaz in quella notte di terrore, così come non ero in Val di Susa o in tutte quelle manifestazioni dove l’interesse di pochi cancella le motivazioni – giuste o sbagliate – di tanti. Ma quelle immagini mi sono rimaste dentro: un eco che si ripropone ogni volta che accadono episodi del genere. Paura, rabbia e vergogna. Sentimenti che si mischiano a tutte quelle domande che non avranno risposta.


Se non cerchi la luce del sole di mezzogiorno adatti lo sguardo alle ombre della sera (di Giulia Sala)

C’è un problema.

O meglio: un’enorme catasta, una discarica di problemi che minaccia di soffocare il breve tempo che passo – ho passato e passerò – su questa terra. Il fatto è che… ecco, io mi siedo, c’è un foglio bianco, anzi no, meglio un po’ scarabocchiato: del tutto bianco e disponibile mi fa paura, mi blocca piuttosto che aprire la mente. Ma ho perso il filo, come sempre.

Dicevo: mi siedo, prendo la penna, perché ho in mente come esprimere sulla carta qualcosa che poi non tornerà, ma poi suona il cellulare, mi chiamano o, sempre, in un qualche altro modo mi ritrovo a mediare con altri esseri umani; con gente che, in realtà, anche se considero amica non conosco davvero. Perché? Perché si passa la maggior parte della propria vita a ribadire agli altri che si esiste. Inconsciamente. Si parla solo di sé, le parole dell’altro servono solamente al cervello per preparare un’altra ondata di nulla carica di suoni. É così. O forse no, forse sono io che sono egoista. Ma intanto il pensiero se n’è andato, ed io con lui.. con nostalgia lo rincorro senza riuscire a ricordare. Poi torno, sconfitta.

Il problema è che io conservo le mie creazioni, anche se forse sarebbe meglio bruciarle. Ma il motivo di tutte queste divagazioni, di questo scrivere senza risultato, è il frutto dell’insostanza stessa. Le mie parole sono vuote. Basta con l’esuberanza priva di talento. Sì, lo ammetto: non so che dire del mondo. Non so che dire degli uomini, della mia nazione, della città in cui vivo, della scuola, perfino di questo foglio scarabocchiato e di questa penna. Avverto qualcosa, decadenza forse. Immagino che probabilmente in quest’epoca al crepuscolo non si può vedere con chiarezza ciò che siamo, ma si possono solo scorgere ombre. L’oscurità in fondo fa comodo a chi ha in mano le sorti di questo pianetuncolo.

Che cosa vuoi? Una casa? Un signor negozio, una signora moglie, una signora pistola nel cassetto? Perché coi tempi che corrono non si sa mai… Vuoi un nemico da odiare? Un leader da seguire, una star da amare? Vuoi una guerra da osservare? Eccoli qui, tieni. A qualcuno può sembrare tutta qui la vita. La felicità. Forse lo è davvero. In fondo chi dice che non sia meglio una bella illusione? Se non credi che possa esistere qualcosa di più, ti accontenti. Se non cerchi la luce del sole di mezzogiorno adatti lo sguardo alle ombre della sera. Non guardi oltre. Ma è tutto così sfocato, anche per chi prova a pensarci. E noi siamo così piccoli, ed io così insicura… C’è una soluzione, ma non la troverò. 

Sono al buio. 


Silenzio e sigarette (di Baldoni Fabio)

“Quelle sigarette ti fanno male”.
“Anche la vita fa male”.
“Ma ti uccideranno”.
“É vero, ma almeno loro lo faranno in silenzio”.
 
Mi aveva risposto così, con una smorfia che qualcuno avrebbe potuto interpretare come un sorriso. Invece era paura. Quella sensazione così dolorosa che voleva, doveva, cercare di nascondere anche a se stessa. Era di una bellezza appariscente senza volerlo: capelli cortissimi e labbra carnose, mani sfuggenti e lunghe gambe. Fumava una sigaretta dopo l’altra, quasi dimenticandosi di non aver finito la prima, mentre si accendeva la successiva. Aspirava con decisione – rabbia quasi – con le labbra che si facevano bianche per lo sforzo: di non sprecare nemmeno un grammo di nicotina e catrame, di non inalare alcuna molecola di ossigeno.
 
Ogni volta che arrivavo da lei la trovavo nella stessa posizione, davanti alla finestra sbarrata, ed io, le prime volte, le chiedevo il perché non l’aprisse per cambiare aria o per guardare il mondo di fuori.
“Non c’è nulla che mi interessi là fuori” rispondeva.
“Allora perché stai lì?”.
“Perché non c’è nulla di interessante nemmeno qui dentro”.
 
Mi aveva dato le chiavi perché così non doveva alzarsi per venire ad aprire; credo l’avesse fatto perché aveva capito che non me ne sarei andato, come tutti gli altri.
In effetti mi piaceva stare con lei: adoro la solitudine degli altri, forse perché mi fa dimenticare la mia. Tutto è cominciato grazie all’esperienza del servizio civile. Per 10 mesi ho fatto l’autista-accompagnatore di un gruppo di pazienti di una struttura cittadina: li portavo in piscina una volta a settimana, al parco nella bella stagione, e facevo la spesa per quelli che non erano obbligati a vivere in clinica. Così l’ho conosciuta. Tre volte a settimana le portavo due borse cariche di scatolette e cibi precotti; non usava altro che il microonde in cucina e non perché non ne fosse capace o altro: semplicemente non aveva voglia di cucinare. Mai. Spesso quando tornavo con nuove cibarie trovavo il frigo pieno ancora di quelle vecchie. Le uniche cose che non bastavano mai erano i biscotti.
“Perché non mangi nient’altro?” le chiedevo.
“Quando si invecchia si ritorna bambini”.
“Ma tu non sei vecchia”.
“Non lasciare che i tuoi occhi ti confondano: io sono morta ormai da tempo”.
 
Aveva quasi quarant’anni quando ci siamo conosciuti. E da più di 10 viveva dentro quell’incubo fatto di silenzio e sigarette. Sua figlia era morta in un incidente stradale: quattro anni, capelli biondi e una bara bianca come ultimo vestito. Il marito, dopo mesi di sofferenza condivisa, aveva capito che non avevano più alcuna possibilità insieme, e così l’aveva affidata alla clinica, che pagava per poter provare a ritornare a vivere. Almeno lui.
 
Si associa spesso ai malati mentali, alle persone disturbate, depresse, l’idea che sentano voci nella loro testa. Per alcuni è così senz’altro. Lei invece non sentiva nulla, più nulla: questo era forse il suo problema. Così, quando avevo finito di riempire il frigo, cominciavo a parlare; nelle due ore che passavo nella sua casa non smettevo mai di farlo. Nemmeno mentre cercavo di pulire alla meglio la stanza dove viveva, nemmeno quando mi rendevo conto che non mi stava ad ascoltare. Però continuavo. Chiacchieravo della mia giornata, di politica, di libri. Tutto. E a volte, rarissime volte, la sua mano non portava alla bocca l’ennesima sigaretta, che si consumava piano fra le sue dita. Lì mi ascoltava, ne sono certo: in quei momenti sapevo che era con me.
 
“É ora, coraggio, la tortura è finita” diceva, quando arrivava l’ora in cui me ne dovevo andare.
“Smettila, sai che non è una tortura per me”.
“Infatti parlavo da sola”.

 
Per quasi 6 anni ho continuato ad andare da lei dopo il servizio civile. Le visite erano sempre uguali. Io parlavo, lei fumava. Io pulivo, lei fumava. Io uscivo, lei, restava. Ho immaginato spesso le sue giornate, ma non ha mai voluto rispondere alle mie domande. A nessuna di davvero personale. Quando parlava lo faceva in un modo sferzante che mi faceva ridere e pensare. Non mi guardava però: i suoi occhi fissavano gli scuri della finestra, chiusi, o il tavolino accanto ad essa, alla ricerca del pacchetto e dell’accendino.
 
Tre giorni fa mi ha chiamato l’infermiera della clinica.
“É successa una disgrazia”.
 
Davanti alla lapide lucida, cerco di riconoscerla in questa foto sorridente: in effetti è la prima volta che vedo il suo sorriso. Eravamo in pochi al funerale, ancor meno qui al cimitero. Il marito mi ha consegnato una busta, chiusa, che non ho avuto il coraggio di aprire subito.
“Le voleva bene” ha detto, guardandomi negli occhi.
Non ho saputo cosa rispondere: perché non sono sicuro che avesse ancora la forza per voler bene a qualcuno. Tornato alla macchina ho preso la busta dalla tasca interna della giacca, poi ho letto le sue ultime parole per me.
 
Era l’unico modo per farti stare zitto. Grazie di tutto.
 
 
Ha passato anni davanti a quella finestra chiusa, poi ha deciso che era arrivato il momento di raggiungere sua figlia, e l’ha aperta. Per sempre.

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Quel Giovane nella Torre D’Avorio

La greve luce feriva il suo viso mentre lui, ancora dormiente, si rigirava nel letto. Era tutta la notte che i demoni lo tormentavano: lo rincorrevano sussurrandogli all’orecchio la Verità che lui non voleva ascoltare. All’improvviso rinvenne. Si destò da quell’orribile incubo che gli aveva assediato la mente e si mise a sedere sul letto. Pensava. Pensava a quel sogno nero, quel sogno vero, che ormai aveva sconvolto la sua giornata. Poi si alzò e andò alla finestra, quasi a voler cercare qualcosa di confortante al di fuori della sua stanza, della sua mente. Errore. Un misto di pioggia e neve battente cadeva senza sosta sulla città: il cielo era di un grigio scuro, minaccioso come lo sguardo di un cane randagio. Dall’alto del suo palazzone guardava le strade e osservava le persone. Queste, sotto la bufera di nevischio incalzante, correvano chi in macchina chi a piedi, verso le proprie destinazioni. Non era la solita corsa tuttavia. Non era la fretta dell’uomo del Nord a scandire quei movimenti scattanti e discontinui. Sembrava, a lui che guardava dall’alto, di vedere in quelle persone una forza mostruosa spingerli in avanti, una forza non loro. Così tornò a pensare alla pioggia battente, al cielo e a tutte quelle forze che nel mondo spingono gli uomini a correre. Chi o cosa li stava spingendo dentro quella bufera? E se veramente correvano per una forza superiore in loro infusa, si trattava di una forza buona o di una forza malvagia? Poi pensò che forse a loro non interessava e forse neanche a lui. In definitiva loro volevano rimanere vivi: chiedevano solo di continuare a correre così, come cani nella tempesta o sotto il sole cocente. Che importava loro del perché corressero, contava solo poter continuare a farlo. Lui invece avrebbe sempre potuto stare là, nella sua torre d’avorio, ad osservarli, analizzarli e ad emettere giudizi, salvando e condannando arbitrariamente o meno per volontà di una forza superiore. Non si sarebbe mai trovato nella loro condizione, tuttalpiù sarebbe stato infastidito da quel contorno di anime in pena. Ma prima o poi ci avrebbe fatto l’abitudine. Avrebbe fatto finta di non vedere e sentire, e se un giorno questi avessero deciso di far valere le loro ragioni, qualcuno li avrebbe messi a tacere: momentaneamente o per sempre. Mentre questi pensieri si avvicendavano in lui, come in un’arena, si guardò allo specchio: era giovane, forte, intelligente. Era molto più forte di tanti altri che colpiti dal giogo dell’età continuavano a far valere il loro diritto, un diritto fondato sull’esserci prima. Sapeva sognare e creare dai sogni delle mète, degli obiettivi nuovi ed inaspettati. Sapeva amare, di un amore universale quasi evangelico, ma non cattolico. Sapeva lottare, perché era cresciuto combattendo e questa sua condizione gli aveva insegnato cos’era la giustizia che sentiva forte dentro di lui. Allora si chiese se tutti quelli come lui, che continuavano a rimanere celati nel loro mondo e nelle loro case, avrebbero dovuto rassegnarsi ad una vita a metà, fatta di agi e di bende sugli occhi: una vita vissuta tra la paura di essere colpiti da un fulmine e la voglia di uscire fuori, a gridare la loro rabbia, per lanciarsi finalmente nel mondo con i loro sogni e combattere fino alla fine. Sì, non poteva che essere questo il suo destino, era chiaro. Non era venuto al mondo per fare lo spettatore, per sedersi su una comoda poltrona e guardare quel triste spettacolo che ogni giorno veniva messo in scena. Lui voleva stare sul palco e voleva far parte di uno spettacolo di ben altro spessore, qualcosa che riprendesse la grandezza smarrita del suo paese, quella povera Italia, colpita meschinamente ogni giorno dai suoi figli. Ma per far questo occorreva mettersi in gioco e mandare via chi aveva fatto il suo tempo e non aveva avuto l’eleganza ed il buon gusto di abbandonare il suo ruolo di protagonista, continuando ad inscenare quella recita che era uguale da 30 anni. Erano loro che avevano fatto addormentare il pubblico! Che lo avevano fatto prima arrabbiare, poi piangere e che infine lo avevano reso indifferente allo spettacolo della vita. Erano colpevoli di un delitto gravissimo, questi signori, e dovevano quantomeno essere allontanati il più possibile da quel palco, perché con la loro insensibilità gli avevano tolto il suo sacro valore. Fu questo che pensò dall’alto del suo palazzone in quella grigia mattina. E per questo si vestì di fretta e scese correndo, sospinto da una forza immane: una forza buona proveniente dal suo cuore, che lo avrebbe portato chissà dove, ricordando a tutti quelli che avrebbe incontrato sul suo cammino che lui era vivo e che correva per sua volontà verso un fine alto. E che forse un giorno l’avrebbe raggiunto.

Enrico Monaco


L’uomo dello specchio (di Baldoni Fabio)

Accendo la luce
con la stessa naturalezza
di un battito di ciglia

Sfioro il viso
senza guardare
sfidando il tempo
che mi batte nel petto

Prendo in mano la schiuma da barba
la stringo con forza
colpito dalla verità dei pensieri
poi la appoggio
con dita bianche che piano
riprendono colore, calore

Ora mi guardo
lo vedo
quell’uomo che sfida se stesso
e sorrido
cazzo, sorride
sapendo che non sarà lui il primo
ad abbassare lo sguardo

Sollevo il rasoio
lentamente
sperando che non veda
il mio dolore accecante

Lo avvicino alla gola
ed ora non ridi
finalmente mi hai visto davvero

Resto fermo un secondo
tutta una vita
per godere dell’unico istante
in cui hai avuto paura di me

La lama è dolce
come il sapore della vendetta
che scorre piano
da te a me
da me a noi

Tremante e sconfitto
osservo il dolore
di un uomo qualunque
mentre gocce di soddisfazione
cadono sul lavandino immacolato

Impronte che non potrò cancellare
con scuse o bugie
perché ormai sono parte di me

Creative Commons License


Aveva (di Baldoni Fabio)

Aveva una risata leggera ma un passo deciso
Aveva occhi per tutti e dita sottili
Aveva troppo lavoro e racconti segreti
Aveva paura del buio ma sogni giganti
Aveva l’odore del pane e ferite passate
Aveva capelli in disordine ed il coraggio di sbagliare
Aveva le unghie mangiate e larghi vestiti
Aveva desideri inespressi in un piano scordato
Aveva una schiena da mordere e l’amore di un altro

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