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Viaggio tra i 5 stelle (di Andrea Dell’Aversano)

Il 21 aprile 2013, alle 18 circa, leggo un post di Beppe Grillo in cui invita tutti a Roma in risposta all’evidente inciucio politico con cui Pd-Pdl-Lista Civica, con la regia dell’ex-neo Presidente Napolitano, si spartiscono le poltrone.

Chiamo mia moglie, ne parliamo e infine decidiamo che nonostante il costo del biglietto del treno dobbiamo andare. In realtà andrò solo io perché abbiamo tre figli e qualcuno deve stare a casa con loro. Così provo a contattare un po’ di conoscenti, tutti in realtà per un motivo o per un altro mi sembrano poco disposti ad andare a Roma; non voglio guidare e quindi do’ un’occhiata agli orari del treno, il prossimo è alle 19.07 e quello dopo alle 20.17.

Ok, io vado, ma ho appena fatto 5 km di corsa e una doccia è doverosa. Dopo 10 minuti sono ripulito, bacio mia moglie che è dispiaciuta e vorrebbe venire con me, mi dispiace non poter salutare i bambini che in quel momento sono dai nonni, mi infilo nelle tasche solo il portafoglio, un pacchetto di sigarette e il cellulare.

Parcheggio la 500 a mezzo km dalla stazione di Modena per trovare un parcheggio non a pagamento anche nei festivi. Quando entro in stazione sono le 19.10, il primo è perso, è la seconda volta che prendo il treno e visto che ho tempo e per pigrizia non uso la macchinetta automatica per il biglietto ma faccio la fila alla biglietteria. Suona il telefono, è Massimiliano mio cognato: ”Sei già partito?… No?… Alle 20.17?… Aspettami vengo anch’io”. Massimiliano non è molto interessato alla politica e a questo genere di cose, ma l’idea di una fuga a Roma lo entusiasma. Arrivo alla cassa e prendo 2 biglietti per il frecciargento delle 20.17.

Ore 19.20 ho i biglietti in tasca insieme allo scontrino di 135€ della mia carta di credito e la pancia vuota, così penso che c’è tempo anche per un big-mac e una coca-cola.

Fumo una sigaretta che comunica al mio stomaco che il tempo dell’abbuffarsi è finito e mi telefona mia madre “lavorata” a dovere da mio fratello che si starà facendo 2 risate pensando alla telefonata… “dove stai andando? È pericoloso! Torna a casa! Mi ha detto tuo fratello che sta succedendo un macello si picchiano tutti! Ci sono dei feriti!…”

Nonostante mio fratello sia più vecchio di 8 anni è come un bambino.

Arriva anche mio cognato e come è tradizione emiliana lo chiamo per cognome “Ciao Lucchi!”

Il treno parte e constatiamo che i sedili sono comodi, a Bologna dobbiamo scendere e cambiare treno, “il Lucchi” che è un tipo molto socievole s’intrattiene con una suora missionaria diretta a Pesaro, è arrabbiata, il controllore le ha fatto la multa perché anche se ha il biglietto ed è su un treno che va in direzione Pesaro ha preso il treno sbagliato. “Su via non faccia così, porti la multa al suo capo vedrà che per lui non è un problema pagarla” ironizza Lucchi. Ha la franchezza e la stessa faccia innocente di un bambino mentre provoca la missionaria spinto dalla curiosità di scoprire cosa risponderà e dalla voglia di farsi una risata.

La donna di mezza età non gli da’ soddisfazione e lo guarda con un accenno di sorriso poi continua a lamentarsi come se lui non avesse detto niente. Dopo aver predicato per quindici minuti che il maligno sta facendo grandi opere e averci tirato in mezzo i grillini e chi li ha votati il treno arriva a Bologna e con la stessa franchezza di prima accompagnata da un ridolino misto cartone animato – pierino il Lucchi la saluta in questo modo: “Noi dobbiamo cambiare treno, faccia buon viaggio, noi andiamo a Roma per sostenere il M5S, siamo quelli che insultava prima… ( altro ridolino )… arrivederci”. Il cambio treno avviene con pochi minuti d’attesa e il nuovo frecciargento sembra più veloce di quello che prima.

Il controllore del treno ha un forte accento romano, rimango stupito perché tutti i passeggeri che mi stanno attorno hanno acquistato il biglietto via web e invece di tirare fuori un tagliando di carta impugnano uno smartphone. Sembra una specie di gioco televisivo, ad ognuno il controllore pone una domanda del tipo: “Eh se io te dico AJFK42 tu che mi dici?” la risposta che i passeggeri leggono sul touch-screen dei loro cellulari è un codice del tipo A7429… quando capisco il meccanismo mi scappa da ridere perché mi immagino il romanesco controllore che chiede a Lucchi “e se io te dico ACVR27 tu che mi dici?”  “Agli mortacci tua” sarebbe sicuramente la sua risposta. Ma a noi non chiede niente, sarà che ha visto che tengo in mano un biglietto “vecchio tipo” e m’immagino quel signore che ha quasi il doppio dei miei anni che pensa quanto sono indietro, senza dubbio ha ragione, in effetti se sostituissimo molta della carta che usiamo con il web avremmo più soldi e più alberi.

23.10 circa la suola delle mie timberland impatta con la banchina del binario 6 nella stazione di Roma Termini, avviso mia moglie che sono arrivato e le prometto di aggiornarla quando sarò davanti a Montecitorio.

Camminiamo per quasi 20 minuti per arrivare li, durante il percorso vediamo degli elicotteri girare su Roma e parecchie pattuglie ferme nelle strade, mi chiedo se sia in atto una rivoluzione.

Arrivato a Montecitorio il mio animo rivoluzionario si spegne del tutto perché davanti a me vi sono in tutto 50 persone tra cui 10/15 tra parlamentari e senatori a cinque stelle e un senzatetto sui 60 anni con cui non so come Lucchi finisce subito per intrattenersi.

Nonostante io segua con interesse questi ragazzi da sempre faccio fatica a distinguerli nella piccola folla, ognuno di loro ha veramente l’aria di uno di noi, riconosco Luigi di Maio e ne distinguo altri solo perché indossano abito e giacca o perché stanno parlando a gruppi di 6/7 persone, un po’ a turno ho il piacere di ascoltare tutti, Sergio Puglia, le sue parole sono semplici ma danno sicurezza e spiega a tutti cosa hanno fatto fino adesso, Giulia Sarti che ci spiega l’invito di Grillo a scendere in piazza e il successivo ritiro dell’invito partito proprio dai parlamentari a 5 stelle, poi addirittura ci da il suo numero di telefono per restare informati su cosa avrebbero fatto il giorno dopo, ce n’erano molti altri di cui con rammarico non ricordo i nomi, ci hanno raccontato della protesta degli elettori PD e di qualche giovane parlamentare del  PD come Civati che è andato a parlare con loro e hanno detto una cosa bellissima: “Si comportavano con i loro elettori proprio come noi”. Ripensandoci oggi mi accorgo di quanto siano lontani quei ragazzi dall’onorevole Gasparri che quello stesso giorno a quella stessa gente mostra il dito medio dall’entrata del parlamento.

Fatti i doverosi saluti chiediamo informazioni per cercare un posto dove dormire e cerchiamo un bar per farci un caffè, noto con curiosità che Mimmo il senza tetto nonostante i saluti continua a seguirci  e a parlare con Lucchi. Offriamo il caffè anche a Mimmo che continua a scortarci per Roma per un’altra oretta. Non appena Mimmo ci saluta e si allontana mi fermo e inizio a fissare Lucchi : “Ma spiegami, come fai ad impezzarti per ore con i personaggi più strani?” per risposta fa la solita risata in stile pierino poi mentre riprendiamo a camminare aggiunge: “Guarda che è un poeta, ha scritto una poesia bellissima, fa così..

Se lo stato se piglia il valore aggiunto

vuol dì che su un prosciutto se piglia la metà

Se poi ce levamo pure il grasso

Vuol dì che alla fine ce magnamo la metà della metà”.

Scuoto la testa e rido anche se in realtà Mimmo dice una grande verità.

Ci sono circa 8 gradi, quando sono partito ho pensato “capirai se a Roma non fa caldo” e mi sono vestito poco, sono pentitissimo. Passiamo davanti a un edificio con colonne altissime in granito e Lucchi mi chiede se è il Colosseo, gli rispondo di no, è il Pantheon, è la terza volta che vengo a Roma e non l’ho ancora visto il Colosseo, lui fa una riflessione più che giusta: “Pensa che questi edifici costruiti da millenni sono ancora qua e le case che facciamo oggi non durano un secolo”.

Ci incamminiamo verso la stazione termini facendo una sosta quasi subito per mangiare un panino in un bar. I primi ostelli e hotel 2 stelle che giriamo sono pieni, gli altri sono troppo cari, gli ultimi hanno già chiuso la reception, guardiamo l’orologio e notiamo che cammina cammina sono le tre di notte. La strategia è camminare tutta notte senza una meta per scaldarsi.

Decidiamo di tornare indietro a Montecitorio e siccome non possiamo dormire prendiamo due caffè prima che chiudano anche gli ultimi bar aperti.

Una cosa che mi ha colpito tantissimo nell’osservare Roma di notte è quante persone abbiamo incontrato che dormivano per strada, avvolti in una coperta o in un letto di cartoni. Siamo stanchi, ci sediamo su un gradino di marmo sporco davanti all’entrata di una pasticceria siciliana a Montecitorio, davanti al Parlamento ci sono un paio di carabinieri, Lucchi mi chiede se quelli con cui parlavo quando siamo arrivati sono quelli che stanno là dentro… ci metto qualche secondo a capire la domanda e gli rispondo di sì che sono parlamentari e quello è il parlamento, lui in modo stupito mi risponde “Si?” come se mentre parlava con Mimmo non avesse capito chi erano quelli con cui parlavano le altre persone. “Ma è quel posto che si vede in tv con tutte quelle poltrone in cerchio?”

“Si, è proprio quello, dentro c’è di ogni, la palestra, il barbiere, il bar, non si sono fatti mancare  nulla”.

“Ecco dove vanno a finire i 1300€ di trattenute della mia busta paga!” ancora una volta non posso dargli torto.

Mentre chiacchieriamo un uomo sulla cinquantina magro con il pizzetto, il cappello a cilindro e il capello un po’ lungo attraversa la piazza quasi ballando e quando è vicino ai carabinieri srotola una bandiera a cinque stelle. In pochi secondi i carabinieri da due diventano una decina e Lucchi è sbalordito “dove erano nascosti questi qua?”

“Non lo so”.

Tra il buffo personaggio e i carabinieri c’è una scaramuccia verbale  che però non riusciamo a sentire bene, poi l’uomo viene invitato ad allontanarsi dalla piazza con la sua bandiera. Quel personaggio curioso obbedisce, lega con qualcosa la sua bandiera alla ringhiera su cui il pomeriggio precedente gli elettori del PD si accalcavano per strappare le loro tessere di partito in faccia ad un parlamento che non li ascoltava e si dirige verso di noi.

È arrabbiato, come la maggior parte del paese, è un personaggio buffo nello stile e nel parlare ma ha una conoscenza dei fatti politici impressionante, una cosa è certa sarà anche strano ma stupido non è.

Decidiamo di alzarci di nuovo e camminare ancora per scaldarci così nel frattempo cerchiamo un bar aperto per bere un the caldo. In giro vediamo molti poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa che a loro volta vanno nei bar per la colazione o un caffè.

Quando torniamo gli unici nella piazza sono i carabinieri, i poliziotti e vari questori o vicequestori, poco dopo il nostro arrivo vediamo tornare il buffo uomo di prima che va ancora una volta a fare delle scaramucce con i carabinieri, e poi si dirige di nuovo verso di noi. “Avete visto chi ha rubato la mia bandiera?” sposto lo sguardo e vedo che la bandiera non c’è più.

“L’ho chiesto ai carabinieri e loro mi hanno chiesto se stavo insinuando che me l’hanno rubata loro, ho detto che io non lo so chi l’ha presa ma voi eravate qua se non siete stati voi avrete visto qualcuno”. Pensai che si erano vendicati del battibecco precedente, do merito della pazienza che le forze dell’ordine devono avere tutti i giorni, ma questo gesto è veramente disonorevole.

Inizia ad arrivare un po’ di gente che viene invitata a non esibire bandiere dalla polizia, inizia un battibecco tra la digos e due signore manifestanti, mi adopero per calmare gli animi e faccio capire alle signore che condivido in pieno quello che pensano ma se vanno avanti hanno solo da perdere, per fortuna mi danno retta.

Sono circa le 9 quando arrivano alcuni parlamentari cinque stelle, rispondono alle domande della  gente, ci informano della conferenza stampa alle 12.00 in zona piramidi, e del corteo alle 15.00 in Piazza degli Apostoli.

Andiamo a prendere un caffè con Vega Collonese deputato del movimento poi insieme a lei e ad altri 7 ragazzi  di Napoli prendiamo 2 taxi per andare alla conferenza al prezzo di 3,50 € a testa.

La prima persona che incontro dopo essere sceso dal taxi è Claudio Messora il famoso blogger, senza pensarci gli do la mano e lo saluto come se fossimo vecchi amici con un “oh ciao Claudio”. Lui mi saluta con altrettanta naturalezza e solo dopo mi rendo conto di non averlo mai incontrato prima. Il posto è gremito di giornalisti, un ragazzo di Uno Mattina mi chiede chi sono penso che abbia il sospetto che io faccia parte dei rappresentanti ufficiali del M5S cosi gli rispondo che non sono nessuno, solo un elettore. Saluto più o meno tutti i ragazzi del parlamento e del senato, salto solo Crimi e la Lombardi perché mi sembrano parecchio impegnati e non voglio disturbarli, simpaticamente  Alessandro Di Battista mi stringe con le mani le braccia tra le spalle e i gomiti dicendomi “Siamo in guerra”.

Inizia la conferenza la sala è gremita, 1 metro davanti a me c’è Mastrangeli che mi mostra la nuca e un po’ mi piacerebbe approfittare dell’occasione per dargli un coppetto ironico e chiedergli che cazzo ci va a fare in televisione? Dalla D’Urso poi…

Beppe è un uragano la conferenza è bellissima, Vito Crimi quando prende parola è anche più bravo, c’è una giornalista americana  che dice che un suo articolo nella traduzione in italiano era stato cambiato in modo diffamatorio da non ricordo che giornale. Grillo ovviamente è inavvicinabile, bisognerebbe affrontare 3 file di giornalisti per riuscire a parlargli.

Lucchi mi torna a chiedere: “Ma questi sono sempre quelli che stanno là dentro, dove eravamo stamattina?”

“Montecitorio? Si sono sempre loro”.

Sulla faccia di Massimiliano si legge un espressione che potrebbe voler dire “strano non sembrano falsi e artefatti come quelli che  vedo in tv”.

Non riesco mai a dargli torto, questo ragazzo sembra avere sempre ragione anche quando non parla.

Siamo stanchissimi e non possiamo affrontare anche il corteo, così programmiamo di prendere la metro fino alla stazione, farci un altro big-mac e tornare a casa.

Il telefono è spento, la carica della batteria è bassa già da ieri e ho deciso di accenderlo solo per le emergenze ma penso sia il caso di avvisare mia moglie del programma di rientro così la chiamo, è un po’ delusa perché non parteciperemo al corteo ma noi siamo troppo stanchi e gli unici biglietti che abbiamo trovato sono per un treno lento che parte alle 15:17 e arriva a Modena alle 21:40 non possiamo tardare oltre il nostro rientro. Pensavamo di dormire in treno per tutto il viaggio ma in realtà i sedili sono troppo scomodi e la posizione in cui dormicchiamo è così innaturale che quando mi sveglio il mio braccio sinistro sembra morto, al punto che non posso spostarlo di un centimetro senza sollevarlo con la mano destra.

Lentamente il sangue riprende a circolare e il braccio a muoversi, Lucchi ovviamente è già impegnato in una conversazione che durerà fino all’arrivo a Modena.

La ragazza che parla con lui è bionda alta e robusta, ha un fortissimo accento napoletano, indossa una tuta ci offre un caffè che ha preparato prima di partire ben confezionato in una bottiglietta da succo di frutta ricoperta completamente di carta stagnola. Mi ricorda un po’ mia madre quindi mi aspetto che tiri fuori dallo zaino una tovaglia per apparecchiare una terrina con dei maccheroni al pomodoro e un’altra con delle braciole e l’insalata.

Sta andando da una zia a Milano, a Napoli lavora in una fabbrica di scarpe e ci dice che forse assumono anche sua cugina che adesso fa la commessa in un negozio 10 ore al giorno dal lunedì al sabato per 100€ a settimana più il panino per il pranzo.

Lucchi è stupito di come possano vivere con così poco e il suo stupore aumenta quando scopre che con il suo stipendio e la pensione del nonno ci vivono in sei.

Quando siamo quasi a Bologna il treno si ferma in mezzo al nulla e mi viene spontaneo di chiedere perché? Due signore che viaggiano abitualmente in treno ci dicono che si è fermato perché siamo in anticipo. Lucchi pone una domanda a cui tutti ridono ma nessuno risponde: “Ma perché fanno i treni ad alta velocità quando quegli vecchi arrivano in anticipo e li devono fermare? Forse ci siamo fermati per non creare un precedente?”

Finalmente arriviamo a Modena, le gambe sono a pezzi e quasi zoppico per arrivare alla macchina, saluto in fretta Lucchi perché tutti e due abbiamo voglia di tornare a casa il prima possibile.

Affronto la tangenziale come se fosse il circuito di Imola e la lancia Y che guida Lucchi mi sta a qualche decina di metri, ci fermiamo nella stessa pizzeria ma questa volta non mangiamo insieme, portiamo le pizze nelle nostre rispettive case.

Apro la porta e mia moglie mi viene incontro, ci baciamo e inizio a raccontargli tutta la storia e dei deputati e senatori cinque stelle, lei sorride e si stupisce di quanto siano realmente cittadini questi onorevoli.


Elezioni 2013: le proposte politiche in campo.

Il tempo scorre inesorabile e le elezioni politiche sono ormai alle porte. Il 24 e il 25 febbraio saremo chiamati alle urne ad eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento, e bisognerebbe avere le idee chiare su cosa andare a votare. Tuttavia, parlando con amici e conoscenti, mi sono accorto che sono ancora in molti a non aver deciso per chi votare. Di certo la consueta “politica televisiva” anche questa volta ha messo in primo piano i candidati e in secondo i programmi elettorali, non aiutando gli elettori a farsi un’idea precisa. Così ho pensato di scrivere questo articolo per provare a riassumere l’offerta politica in campo e dare la possibilità a chi non ha ancora deciso di basarsi su un quadro d’insieme il più attendibile e sintetico possibile. Di seguito potrete quindi leggere un riassunto delle più importanti proposte politiche dei principali partiti/movimenti assieme ad un’analisi di ciò che questi hanno fatto prima di oggi, in modo tale da confrontare le ricette con i comportamenti passati.

Il centro-destra: PdlLega NordFratelli d’Italia e Grande Sud

Il centro-destra si presenta alle elezioni senza indicare il premier, anche se Silvio Berlusconi agisce come se fosse lui e nessuno nel partito smentisce la leadership. La ricetta che la coalizione propone per uscire dalla crisi si basa principalmente su un abbassamento delle tasse:

-eliminazione dell’Imu sulla prima casa (e restituzione di quella versata nel 2012 dagli italiani).

-riduzione dell’Irap (l’imposta regionale sul reddito delle imprese), misura che finanzia direttamente la spesa della sanità pubblica sul piano regionale.

-accordo con Equitalia per la cancellazione di multe e riscossioni ingiuste che hanno danneggiato cittadini e imprese.

In tema di politica europea poi la linea di Berlusconi punta su un recupero di autonomia decisionale dell’Italia, sventolando suggestioni come l’uscita dall’Euro (proposta non confermata) e mostrando un atteggiamento ostile nei confronti della politica di austerità impostata dalla Merkel. Un altro tema utilizzato in campagna elettorale dal leader del Pdl è quello del condono tombale, che servirebbe a legalizzare situazioni non regolari in campo (anche se questa misura è stata smentita quindi non abbiamo la certezza che rientri negli obiettivi del centro-destra). In questo quadro la Lega Nord, con la nuova gestione Maroni, punta su un’accelerazione del federalismo fiscale proponendo che il 75% delle tasse versate dalle regioni del nord rimanga ai territori e promettendo di sostenere la piccola e media impresa oltre che l’occupazione giovanile. L’idea di fondo del programma del centro-destra pertanto si basa sull’ipotesi che abbassando le tasse alle imprese e ai cittadini possano ripartire i consumi e quindi la crescita dell’economia. La critica più frequente a questa ricetta, qualora venisse applicata, è che il momento di crisi e di incertezza in cui viviamo spingerebbe le aziende ad investire molto oculatamente la maggiore disponibilità economica e i cittadini a risparmiare il denaro per tutelarsi dagli imprevisti che ogni giorno possono verificarsi. In altre parole non si favorirebbe un aumento dei consumi e quindi la ripresa economica. Inoltre la coalizione viene spesso criticata dagli osservatori in quanto il programma descritto è all’incirca lo stesso da vent’anni, cioè da quando è nata l’alleanza che sostiene Berlusconi, quindi molti si domandano come si possa realizzare questa “rivoluzione liberale” proprio ora se non è stato possibile quando la coalizione di centro-destra aveva un’ampia maggioranza (elezioni del 2008). Inoltre queste promesse arrivano a fronte dei numerosi scandali che hanno colpito molti degli esponenti del centro-destra minandone la credibilità. Inoltre risulta difficilmente credibile la proposta della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni del nord, sia perché questo inciderebbe pesantemente sul bilancio dello Stato centrale costringendo ad una riorganizzazione massiccia l’intero apparato burocratico del paese, sia perché nella coalizione di centro-destra sono presenti forze come Grande Sud e il Movimento per le Autonomie (Mpa) che si opporranno certamente a questa proposta, dovendo tutelare gli interessi delle regioni meridionali. Infine l’abbassamento delle tasse coincide inevitabilmente con un taglio della spesa pubblica che non è stato specificato come si intenda realizzare, se non con un taglio ai costi della politica che però coprirebbe solo parzialmente la manovra messa in campo. Pertanto è facile comprendere che queste misure sarebbero sostenute con un ulteriore taglio alla spesa pubblica in materia di sanità, istruzione e sostegno agli enti locali.

Il centro: Scelta Civica, Udc e Fli.

Il centro candida come premier Mario Monti anche se questo non potrebbe avvenire in quanto il Professore è Senatore a vita e dunque non può essere indicato come tale. Uno dei tratti distintivi di Monti durante il suo governo è stata l’integrità istituzionale e la volontà di perseguire una politica di rigore, con i quali ha conquistato una credibilità internazionale. Veniamo al programma. Anche quello di Monti così come quello di Berlusconi si basa sull’abbassamento della pressione fiscale, proposto però in maniera diversa e graduale:

-riduzione dell’Irpef, cioè l’imposta sui redditi dei cittadini, dando la precedenza a quelli medio-bassi

-graduale abbassamento dell’Irap (come proposto anche da Berlusconi)

-riduzione dell’Imu sulla prima casa

-riforma del mercato del lavoro (la flex-security di Ichino) che punterebbe all’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato caratterizzato da una forte riduzione della spesa previdenziale (contributi) e una maggiore facilità di licenziamento (ulteriore depotenziamento dell’articolo 18)

-agevolazioni fiscali a chi assume giovani sotto i 30 anni

Anche in questo caso non è chiaro come si intende sostenere l’abbassamento delle tasse, quindi è intuitivo che ciò avvenga tramite un ulteriore taglio della spesa pubblica. Vengono poi contestate al Professore alcune scelte che fanno emergere delle contraddizioni tra le sue parole e le azioni che seguono. Perché durante il suo incarico ha promosso una politica di aumento della pressione fiscale, sostenendo che fosse inevitabile, e ora che è candidato ha cambiato linea? Inoltre la coerenza e l’integrità istituzionale traevano notevole forza dalla sua terzietà e dalla sua promessa che sarebbe rimasto al di sopra delle parti non candidandosi. Perciò la sua promessa, ripetuta durante tutto il mandato, che non avrebbe sfruttato la notorietà acquisita per scendere in politica, risulta fallace avendo lui scelto infine di candidarsi. Bisogna poi ricordare che la sua nomina a Senatore a vita vieta la candidatura come premier: quindi sorge spontaneo chiedersi se sia coerente chiedere agli italiani il rispetto delle regole e il loro inasprimento, quando chi lo chiede non è capace di rispettare la parola data e seguire esso stesso le regole esistenti.

Il centro-sinistra: Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, Centro-Democratico e Socialisti.

Questa coalizione si presenta alle elezioni puntando su una linea programmatica che si compone di due filosofie: da una parte l’investimento diretto dello Stato volto al rilancio dell’economia, dall’altra la politica di austerità già esercitata dal governo Monti. Pertanto le proposte del Pd sono di:

-ridurre gradualmente l’Irpef partendo dai redditi medio-bassi, anche agevolando le detrazioni per i lavoratori dipendenti. Questa misura sarebbe finanziata dalla lotta all’evasione fiscale.

-in tema di lavoro si punta a rendere più costosa un’ora di lavoro precario, rispetto ad un’ora di lavoro a tempo indeterminato al fine di disincentivare i contratti atipici e ad incentivare la detassazione sui salari di produttività, cioè abbassare le tasse sulle ore di lavoro straordinario, festivo e notturno per aumentare la produttività delle aziende, come deciso nell’ultimo accordo sindacale firmato da Cisl e Uil.

-sostegno al settore dell’istruzione attraverso un piano per abbattere l’abbandono scolastico; sostegno all’università aumentando le risorse per il diritto allo studio e investimenti in ricerca nei settori ad alto contenuto d’innovazione.

-dotazione per il paese di un sistema per la banda larga.

-piano nazionale di rilancio della crescita per il paese, attraverso un’investimento dello Stato per riqualificazione degli edifici scolastici e la messa in sicurezza del territorio (alluvioni, terremoti ecc.), misure che aumenterebbero la spesa pubblica, ma che permetterebbe di creare occupazione subito.

In questo quadro Sinistra Ecologia e Libertà propone:

-il taglio della spesa militare (ad esempio gli F-35) con la quale si intende finanziare l’irrobustimento del welfare state (istruzione, sanità e diritti) per anni oggetto di tagli e deterioramento dei servizi.

-introduzione di un reddito minimo garantito da erogare a tutti i cittadini. Questa misura aiuterebbe i cittadini a sostenersi nei periodi di disoccupazione e incentiverebbe la ricerca di lavori qualificati, liberando i precari dalla necessità di accettare contratti ricattatori.

-investimenti in cultura: risorse archeologiche, artistiche e paesaggistiche da integrare con l’attività turistica.

-tutela ambientale e difesa del diritto del lavoro attraverso un piano per la messa in sicurezza del territorio (avanzata fin dall’inizio da questo partito); avviamento di una politica industriale che aiuti le imprese attraverso linee guida per gli investimenti (difesa si alcuni settori pubblici strategici, come le reti energetiche e la gestione idrica); incentivi allo sviluppo delle energie rinnovabili.

Le critiche che spesso riceve questa coalizione sono di mancanza di unitarietà, in quanto esistono delle discrepanze tra l’ala di sinistra della coalizione rappresentata da Bersani e Vendola e l’ala moderata incarnata ad esempio da Fioroni e Renzi. Il processo delle primarie si è rivelato un buon collante per trovare un accordo che smorzasse le differenze, tuttavia bisognerà vedere quali saranno i rapporti di forza tra le componenti e le alleanze che si faranno nel dopo voto. Per quanto riguarda la visione generale proposta del centro-sinistra essa si basa su un moderato investimento da parte dello Stato che punti a riattivare il ciclo economico e su riforma dello Stato che punti a rinforzarlo e ammodernarlo. Le maggiori critiche che vengono rivolte a questo metodo sono l’impossibilità di aumentare la spesa pubblica in quanto già troppo alta e corredata da un forte debito pubblico e la difficoltà di mettere insieme la volontà di tagliare la spesa pubblica e di rinforzare la tenuta dello Stato. Tuttavia la proposta del centro-sinistra prevede di finanziare in gran parte la nuova spesa pubblica con un risparmio da realizzare rendendo più efficiente la macchina dello Stato e con una lotta alla corruzione e all’evasione fiscale che permetterebbe di avere un aumento delle entrate fiscali.

Movimento 5 stelle

Per quanto riguarda il Movimento 5 stelle occorre sottolineare due elementi: il primo è che nessuno dei candidati che entreranno in Parlamento ha mai avuto un’esperienza come onorevole; il secondo è che il Movimento non indica il candidato premier, così come avviene nel Pdl, mentre Grillo di fatto agisce come leader. Il programma punta sulla riduzione dei costi della politica e sulla riorganizzazione delle istituzioni dello Stato:

-abolizione delle province, dei rimborsi elettorali e taglio degli stipendi dei parlamentari sono tre delle proposte più rappresentative.

-No alle grandi opere come la Tav e lo Stretto di Messina. Sì alle piccole opere, come la messa in sicurezza del territorio.

-favorire un sistema più efficiente di distribuzione dell’energia che passi progressivamente da un modello in cui il cittadino attinge le risorse dai grandi gruppi (Eni, Edison ecc.) ad uno che preveda l’autoproduzione sulla base di tecnologie di micro-cogenerazione attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili.

-difesa e lo sviluppo delle piccole e medie imprese

-erogazione di un reddito di cittadinanza.

La visione generale del Movimento 5 stelle appare di difficile comprensione a molti osservatori in quanto comprende elementi programmatici propri della linea progressista e liberale. Tuttavia in linea generale sembra che il movimento intenda tagliare una parte di spesa pubblica per recuperare denaro e investirlo per rendere attive le sue proposte. Resta da capire in termini numerici e concreti come si intende dare attuazione a questo programma. Le critiche più frequenti sono indirizzate al suo leader(?) Beppe Grillo che interpreta una posizione ambigua, non essendo di fatto candidato in Parlamento né essendo formalmente capo del movimento. Inoltre viene spesso sottolineato il carattere generico del programma e il fatto che i militanti candidati per il Parlamento non abbiano nessuna esperienza alle spalle che li possa aiutare nel loro lavoro.

Rivoluzione Civile:

E’ un movimento che nasce dall’unione di alcune forze politiche (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Idv) e alcuni movimenti civici di cui il principale è il Movimento Arancione di De Magistris. L’operazione è stata condotta velocemente prima dell’appuntamento elettorale nazionale, anche se l’idea era nell’aria da un po’ di tempo anche per via della rottura tra l’Idv di Di Pietro e il Partito Democratico. Il programma si differenzia per la nettezza delle posizioni del movimento:

-ripristino dell’articolo 18

-affermazione di una politica legalitaria e antimafia che sconfigga la criminalità organizzata e che contrasti la corruzione

-scelta pacifista che prevede il disarmo e il ritiro delle truppe italiane dalle missioni di guerra in cui sono impegnate, oltre che il taglio delle spese militari come gli F-35

-laicità dello Stato e quindi l’approvazione di diritti civili come ad esempio le unioni tra persone dello stesso sesso.

Il candidato premier è Antonio Ingroia che ha voluto schierare in prima fila nelle sue liste esponenti della società civile, mettendo tra le seconde linee i capi di partito come Di Pietro, Ferrero e Diliberto. La visione generale su cui si basa il movimento è un aumento della spesa pubblica per far ripartire l’economia, tuttavia non è molto chiaro come si intende finanziare le proposte avanzate se non attraverso una generica lotta all’evasione fiscale e alla corruzione. Le principali critiche che riceve il movimento sono la sua nascita improvvisa e la necessità di sintetizzare diverse anime politiche radicali che potrebbero avere difficoltà a coesistere (Idv e Rifondazione Comunista ad esempio).

Fare per Fermare il Declino:

Il movimento nasce dalla volontà di Oscar Giannino, suo leader, di mettere al centro del dibattito pubblico una proposta liberale che in Italia è sempre stata alquanto debole. In questo senso il movimento di Giannino si pone come spina nel fianco del Pdl che avrebbe dovuto in questi anni realizzare la rivoluzione liberale, a detta di molti commentatori anche di centro-destra (come ad esempio Nicola Porro) rimasta incompiuta. Il programma verte sull’abbattimento del debito pubblico da realizzare attraverso:

-la cessione di una parte del patrimonio pubblico (immobili e imprese a partecipazione statale)

-la riduzione del carico fiscale finanziata da un abbattimento della spesa pubblica realizzata con una spending review più coraggiosa che colpisca i costi burocratico-politici e ripensi l’organizzazione di sanità, istruzione e pensioni

-liberalizzazioni complete di settori come trasporti, energia, poste ecc. per aumentare la concorrenza

-adozione di un reddito di cittadinanza che tuteli i lavoratori e non il posto di lavoro

Colpisce di questo programma la precisione con cui vengono indicati gli interventi, elemento che potrete constatare personalmente se vorrete approfondire da soli. La filosofia di fondo della proposta di Giannino (ora però dimissionario) è una radicale riforma del welfare state, che si vuole alleggerire per consentire più libertà d’azione alle imprese e agli individui. Insomma, una proposta all’insegna dello slogan “meno Stato e più Mercato” si tenta di mettere in campo la proposta che fu di Berlusconi e non venne mai realizzata. Le maggiori critiche che vengono mosse a Fermare il Declino sono la possibilità che il sistema Italia non possa reggere a questa cura dimagrante e che ceda sotto il peso dei debiti e dell’incapacità di autosostenersi. Soprattutto in un periodo di recessione praticare i tagli presenti in questo programma potrebbe dare luogo a conflitti sociali e disordini rilevanti come si è già verificato in Grecia o Spagna. Da apprezzare è tuttavia la competenza e l’onestà intellettuale che gli aderenti a questa lista mettono in campo (a parte il leader, visti gli ultimi sviluppi della vicenda Giannino) nel proporsi agli italiani.

A prescindere dalla propria opinione mi pare che ad oggi votando si possano incentivare tre elementi: continuità, cambiamento e stabilità. La coalizione di centro-destra si presenta agli elettori senza aver modificato sostanzialmente il suo personale politico e la sua offerta: il leader resta Berlusconi e il programma verte sempre sull’abbassamento delle tasse. Stessa cosa vale per la Lega Nord, eccezion fatta per il cambio di leader: Maroni al posto di Bossi. Pertanto votando in questa direzione si deciderebbe di promuovere la continuità con le politiche degli ultimi anni.

Vi sono poi movimenti e partiti che si candidano per segnare un cambiamento: Fare per Fermare il Declino vuole rivoluzionare le politiche di centro-destra rendendole meno aleatorie e più liberali; Sinistra Ecologia e Libertà propone un’idea di sinistra senza ambiguità e allo stesso tempo al passo con i tempi, cioè post-ideologica e capace di governare; Rivoluzione Civile si candida poi per affermare un’idea civica, legalitaria e di sinistra netta, che rompa con le politiche di austerità montiane e berlusconiane anche a costo di perdere qualcosa nel campo della mediazione politica e rimanere minoritaria; vi è poi il Movimento 5 stelle che punta ad una rottura netta con il sistema della Seconda Repubblica. Queste forze politiche sono a mio parere quelle che cercano di rivoluzionare di più il sistema politico italiano per superare le vecchie logiche e costruire una Terza Repubblica diversa dalle prime due.

Infine vi sono le forze che puntano principalmente su un’idea di stabilità. Queste sono il Pd e Scelta Civica di Mario Monti. Il Partito Democratico vuole infatti, anche con la logica del voto utile, diventare la forza di governo centrale della prossima legislatura, e per fare questo è disposto a mediare sia alla sua sinistra con Sinistra Ecologia e Libertà sia al centro con Mario Monti. Quest’ultimo punta invece a diventare ago della bilancia e centro, a sua volta di una grande coalizione che persegua il più possibile l’Agenda Monti.

Non sarà facile scegliere, ma l’offerta politica rispetto agli anni scorsi è più ampia. Di certo queste sono elezioni molto importanti che stravolgeranno i vecchi equilibri e determineranno la direzione che l’Italia dovrà prendere nei prossimi anni. Quindi il mio consiglio è di andare a votare con coraggio e scegliere liberamente quali spinte incentivare nel futuro Parlamento.


Monti e il centrismo: nuova politica o vecchio bluff?

Si è ormai conclusa l’esperienza del governo Monti e prima di avviarci verso le elezioni politiche del 2013 è bene fare un bilancio di questa parentesi tecnico-politica, che probabilmente non scomparirà con l’uscita di scena del ex premier. In questi tredici mesi il governo dei tecnici ha cercato di ottenere credibilità agli occhi degli italiani presentandosi come governo al di sopra delle parti, capace di cogliere il meglio dagli schieramenti di centro-destra (Pdl,Udc e Fli) e di centro-sinistra (Pd) che lo avrebbero sostenuto. Insomma si è presentato come forza tecnica di centro, equidistante dalle due principali linee di azione politica (destra-sinistra) e quindi capace di praticarle entrambe. Il primo slogan del governo Monti era infatti “rigore, equità e crescita”, ovvero promessa di tagli (alla spesa pubblica), redistribuzione della ricchezza e sviluppo economico, una buona sintesi tra politiche di sinistra e di destra. Il rigore, cioè le politiche di austerità, è uno strumento tipico dei governi di destra che ha inciso profondamente in paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra con le politiche di taglio dei servizi dello Stato soprattutto a partire dagli anni ’80. L’equità, cioè politiche basate sulla redistribuzione della ricchezza e la costruzione di un Welfare State a difesa del cittadino, sono politiche tipicamente di sinistra realizzate ad esempio dai governi socialisti che si sono susseguiti in Europa tra gli anni ’60 e ’70, e particolarmente nei paesi scandinavi. Infine lo sviluppo economico senza una specificazione sulle modalità del suo raggiungimento non può trovare definizione, in quanto un governo di destra tenderà a conseguirlo con la riduzione della tassazione e della spesa pubblica assieme ad un investimento a favore delle imprese, mentre un governo di sinistra punterà ad ottenerlo tramite un aumento dei salari dei lavoratori, una redistribuzione della ricchezza e l’investimento nell’istruzione e nella ricerca (meglio se pubbliche) e tramite politiche attive per la creazione di posti di lavoro (aumento della spesa pubblica). Non specificare come si intende realizzare la crescita, come ha fatto il governo Monti, equivale pertanto a non spiegare come si intende perseguirlo.

Ma veniamo alle cose fatte dal governo per poter misurare sui fatti, le promesse da esso inizialmente realizzate.

Una delle prime riforme introdotte dal governo dei tecnici è stata quella sulle pensioni, dal ministro Fornero. Questa legge ha innalzato l’età pensionabile dei lavoratori portandola a 62 anni per le donne dipendenti (63 per le lavoratrici autonome) e a 66 per gli uomini, passando da un sistema retributivo calcolato cioè sulla reddito ad un sistema contributivo, stimato sui contributi versati. Nel realizzare questo passaggio sono stati penalizzati molti lavoratori con più di 40 anni di lavoro sulle spalle che avevano cominciato la loro attività molto presto (14, 15 anni), che nel passaggio al nuovo sistema si sono visti prolungare l’attività lavorativa e allontanare la pensione. L’allungamento del periodo lavorativo è stato calcolato sulla base dell’aspettativa di vita e non tiene conto delle sostanziali differenze che intercorrono tra un’operaio che lavora in fonderia e il dipendente che svolge le sue mansioni in ufficio. L’imprecisione nel passaggio al nuovo sistema ha anche portato alla nascita degli esodati, persone in età avanzata che avendo perso il lavoro durante la crisi non riescono a ricollocarsi sul mercato del lavoro, ma neanche a maturare la pensione, rimanendo in un limbo senza protezioni. Insomma questa riforma che voleva ottenere un risparmio considerevole sulla spesa pubblica è stata realizzata senza tenere conto delle differenze tra i lavoratori, senza prendere seriamente in considerazione il diritto di quest’ultimi di godere di una vecchiaia dignitosa dopo una vita di lavoro e penalizzando le giovani generazioni che con l’aumento dell’età pensionabile si trovano ad avere una minore possibilità di collocarsi nel mondo del lavoro.

La riforma del lavoro, sempre del ministro Fornero, ha poi introdotto la possibilità per un datore di lavoro di licenziare un suo dipendente, anche senza “giusta causa”, affidando poi al giudice in caso di esposto del lavoratore la decisione dell’eventuale reintegro (o di un equo indennizzo in denaro). Questo provvedimento ha determinato la manomissione dell’articolo 18, che tutelava il diritto del lavoratore a non essere licenziato per ingiusta causa, al fine di aumentare la flessibilità in uscita dal mercato del lavoro (licenziamenti). Non si è fatto lo stesso nella costruzione di un sistema di ammortizzatori sociali universale che favorisca la ricollocazione dei lavoratori licenziati, campo in cui l’istituzione dell’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego) è andata ad integrarsi con il sistema della cassa integrazione senza arrivare alla costituzione di un modello nuovo e organico capace di tutelare tutti i lavoratori. Inoltre la riforma non ha inciso sulla riduzione delle tipologie di contratto atipiche che sono rimaste 34, elemento che pone il lavoratore precario in una situazione di forte debolezza nei confronti del datore di lavoro. Tra le norme positivamente introdotte dalla riforma c’è il nuovo contratto di apprendistato che favorisce l’accesso dei giovani ad un’esperienza di lavoro formativa. Insomma una riforma che aumenta di fatto la flessibilità e la precarietà senza favorire la possibilità di riqualificazione del lavoratore. Ci si chiede, anche qui, dove stia l’equità di un governo che si è dichiarato di “moderati”.

La Speding Review (revisione della spesa pubblica) del governo poi si è caratterizzata come taglio lineare non realizzato con sufficiente attenzione per gli elementi di spreco e per quelli positivi. Ad esempio la riduzione delle entrate per i comuni e gli enti territoriali è stata realizzata riducendo alla fonte l’erogazione di denaro da parte dello Stato, senza tenere conto delle differenze tra i comuni virtuosi e quelli che negli anni avevano sperperato denaro pubblico. Unitamente al patto di stabilità, che ha bloccato l’accesso a fondi in eccesso per i comuni virtuosi, questa revisione della spesa ha messo in grave difficoltà anche le buone amministrazioni che al pari delle altre hanno dovuto intervenire anche tagliando servizi essenziali, come gli asili nido e i trasporti pubblici, colpendo direttamente i cittadini. Nel campo della sanità, settore già in sofferenza, si è agito allo stesso modo senza avviare riforme sostanziali, ma riducendo l’erogazione alla fonte. Dunque anche in questo caso, molto rigore e poca equità.

Un altro esempio in questo senso è rappresentato dall’IMU, la tassa sugli immobili che riprendendo l’impostazione dell’ICI ha ridotto le distinzioni tra le case (limitando le possibilità di detrazione), ha reso beneficiari dell’incasso della tassa oltre al comune anche lo Stato (mentre prima era solo un’entrata comunale) ed infine ha applicato delle aliquote sulla base delle quali i comuni possono alzare o abbassare il loro rendimento, cosa che unita al patto di stabilità e ai tagli già subiti ha spinto gli stessi ad alzare le aliquote. Questo meccanismo ha portato alla creazione di una tassa più salata rispetto alla precedente Ici, che ha colpito tutti i proprietari senza tenere in dovuto conto le distinzioni esistenti.

Veniamo poi al ddl anticorruzione,  che doveva contribuire a sviluppare un sistema più moderno e trasparente, soprattutto introducendo ostacoli alle candidature di soggetti con procedimenti penali in corso o condannati in via definitiva. Questo provvedimento, pur essendo stato spinto da una campagna mediatica favorevole, è stato depotenziato dall’azione del Pdl risultando infine decisamente annacquato:  prova ne è il fatto che in materia di falso in bilancio, auto-riciclaggio e sui tempi di prescrizione il governo non sia intervenuto e che l’esclusione dalla candindatura venga applicata solo ai condannati in via definitiva in processi penali con pene superiori ai due anni. Ciò appare quantomeno bizzarro, se si considera che uno dei requisiti necessari a qualunque cittadino che aspiri ad un normale posto di lavoro è proprio una fedina penale assolutamente pulita e spesso non gravata da processi in corso.

La legge di Stabilità, infine, partita da un budget di 15 miliardi per poi lievitare fino a 30 (e qui sarà l’imminente campagna elettorale, ma il rigore è proprio saltato) vede al suo interno il salvataggio del Monte dei Paschi di Siena con 3,4 miliardi di euro. Vi è poi la promessa e mancata riduzione dell’Irpef (imposta sui redditi alle persone fisiche) tassa divisa in 5 scaglioni sulla base del reddito. La riduzione era prevista sui primi due scaglioni, cioè per i contribuenti che percepiscono 15.000 e 28.000 euro l’anno (in maggioranza operai e dipendenti). Il taglio è stato “compensato” con l’aumento alle detrazioni sulle spese per le famiglie con più di due figli e ai disabili. In un paese come l’Italia che da anni è in calo demografico, la misura risulta essere per pochi. Vi è inoltre l’aumento dell’Iva, dal 22% al 23%, già salita di un punto a settembre, tassa indiretta che colpisce tutti indistintamente quindi altamente regressiva. Ed infine una riduzione dell’Irap (imposta regionale attività produttive) che favorisce le aziende, assieme alla detassazione dei salari di produttività (riduzione fiscale del 10%) grazie alla quale si riduce la pressione fiscale sul lavoro notturno, festivo e straordinario. Quest’ultima misura, in condizione di mancanza di investimenti fissi sull’innovazione, non si configura tanto quanto aumento di produttività quanto come aumento della spremitura dei lavoratori a beneficio delle aziende.

In questo quadro sono mancati, o sono stati marginali i provvedimenti per lo sviluppo economico (vedi decreto sviluppo e sviluppo 2) che passa attraverso l’impiego di investimenti per la crescita. È mancata l’equità che come visto nei passaggi sui provvedimenti è sempre stata messa da parte a favore del rigore, realizzato nella maggior parte dei casi sulle spalle dei ceti meno abbienti e su quello del ceto medio. Pertanto questo governo si è rivelato un governo di destra, altamente classista che ha scaricato il costo della crisi sulle fasce più deboli e sul ceto medio, colpendo il settore pubblico e non incidendo nel privato (lotta all’evasione, alla corruzione e ai privilegi). Non è riuscito a migliorare le condizioni per dare la possibilità ai ceti produttivi di rimettere in moto il processo di sviluppo, dal momento che ha continuato ad aumentare il gettito fiscale che colpisce chi produce (e non le rendite finanziarie e i patrimoni). Questa politica, in continuità con quella di Berlusconi, ha generato una sempre più stretta élite che beneficiando di un patrimonio finanziario enorme ha la possibilità di sfuggire al controllo dello Stato (evasori, detentori di capitali spostati all’estero, investitori finanziari) e dall’altra parte ha creato una larga fascia di popolazione che oscilla tra un ceto medio impoverito e una classe di lavoratori che scivola verso la povertà relativa e assoluta. Questa situazione ha determinato un blocco dell’economia reale, in quanto il flusso di denaro tende a circolare solo ai piani alti e trasformarsi in forme sempre più virtuali (derivati e prodotti finanziari): sempre meno persone investono nelle imprese e nell’economia reale perché i tassi di profitto sono ridotti rispetto all’investimento finanziario e le condizioni di sviluppo difficili. A fronte di tutto ciò assistiamo al riposizionamento di molti partiti che si dichiarano moderati o si spostano verso quest’area (interpretata secondo molti dal governo Monti): Berlusconi che vuole unire i moderati, Casini che si dichiara moderato e sostenitore del governo e il Pd che promette di continuare l’agenda Monti, aggiungendo un po’ di lavoro ed equità. In tanti si allineano ad un’area che di fatto non ha definizione, perché il centrismo in Italia non si caratterizza come politica dell’equidistanza tra destra e sinistra come visto, ma si tramuta in un modo per ritagliare una politica fatta sulle esigenze del leader e dei poteri che lo sostengono, prima di Berlusconi con il suo personalismo e ora di Monti con il mondo delle banche e dei mercati alle spalle. In questa corsa al centro si perdono di vista i contenuti e le differenze tra le forze politiche, e così finisce per emergere la coalizione guidata dalla personalità che più attrae gli elettori.

Potrebbe quindi essere utile tornare ad una distinzione più netta delle risposte politiche, in un quadro dove venga detto chiaramente come si intende uscire dalla crisi, se con un taglio dello Stato e con una maggiore libertà di impresa (uscita a destra) o con una maggiore redistribuzione della ricchezza e con politiche attive per il lavoro (uscita a sinistra). Lo schiacciamento al centro è solo un modo per non dire come si intende rispondere alla crisi e per nascondere ambiguamente la propria identità politica o gli interessi di cui si è portatori.


Il Passato: tra ostacoli e opportunità

In risposta a Giacomo Gullo.

Enrico Berlinguer per molti a sinistra rimane a distanza di anni uno dei più grandi leader politici del 900 italiano. Girando per le vecchie sezioni dei territori emiliano-romagnoli si trovano ancora grandi fotografie come questa che campeggiano su muri spogli o elegantemente ripensati.

Parlando con i vecchi militanti del Pci, delusi dalla politica odierna, il ricordo di Berlinguer accende ancora una luce nei loro occhi, che stimolano un salto nel passato alla ricerca del ricordo esaltante della loro vita di militanza.

Nei più giovani, che per motivi anagrafici non hanno vissuto quella stagione, invece la sua figura assume un chè di leggendario e la narrazione che ne fanno dipinge più un personaggio letterario che un politico del secolo scorso.

Di Berlinguer rimane in positivo la tensione morale e civile, celebre e attualissima è la sua intervista con Scalfari nella quale viene denunciato il sistema di scambio e corruzione che ammorbava l’Italia, prima della rinnovatrice stagione di Tangentopoli. Rimane l’integrità e l’autorevolezza di un uomo che parlava con competenza e passione.

Ma ad essere onesti esistono anche le ombre insite nel suo pensiero politico: lo stretto legame con l’Unione Sovietica e il regime comunista, molto lontano dagli ideali democratici e socialisti che il Pci italiano cercava singolarmente di incarnare. Esistono metodi di controllo politico fuori dal nostro tempo come il centralismo democratico; la fedeltà a tutti costi nei confronti del partito, pena l’espulsione, o la stigmatizzazione resa celebre da etichette quali “i compagni che sbagliano” o “gli eretici di sinistra”; e quella realpolitik che faceva da contraltare ad un sogno ideologico fantastico, contrappeso funzionale per un’azione politica concreta.

Oggi a sinistra facciamo fatica a riconoscere nuovi leader autorevoli come Berlinguer. Così quando la delusione e la frustrazione ci schiacciano siamo tentati di rifugiarci nel glorioso passato della Prima Repubblica, rischiando di trasformarci in ostaggi del passato: e in questo caso ci etichettano come “nostalgici”. E allora si cerca di replicare quell’entusiasmo e quei metodi in modo ortodosso, acriticamente, riproducendoli fedelmente, arrivando a coniare espressioni da compromesso al ribasso che suonano stonate come “l’usato sicuro che funziona”. (Ma funziona!?)

Oppure possiamo guardaci alle spalle con l’intento di recuperare ciò che di buono è stato perduto: l’entusiasmo fatto di comunità, quel sentimento che spingeva operai e contadini ad andare casa per casa a vendere le copie dell’Unità dopo la fine dell’orario di lavoro; possiamo recuperare quell’idealità e quella capacità di sognare che riecheggiava nei discorsi di Berlinguer e negli occhi dei militanti che davano seguito alle sue parole con l’azione; la capacità di collaborazione che supera l’individualismo e crea uno spirito di servizio verso un progetto più grande del singolo, un progetto collettivo e veritiero che possa rimanere intatto nel tempo.

Se pensiamo al centro-sinistra in questi termini è evidente la sua odierna inadeguatezza.

Per realizzare questa prospettiva bisogna quindi adattare quei valori e quei metodi al tempo in cui viviamo. Berlinguer ad esempio coinvolse “i compagni che sbagliano” ritagliando per loro il ruolo di “indipendenti di sinistra”: pattuglie di intellettuali e professionisti che venivano mandati in Parlamento e nelle amministrazioni locali per costituire un valore aggiunto all’azione politica del Partito.

Veltroni, con il quale non sono mai stato tenero, ha introdotto le primarie come strumento di selezione della classe dirigente, superando in parte le logiche di corrente che tante divisioni hanno creato nel centro-sinistra, e restituendo ai militanti e agli elettori quel potere di influenza che una volta esercitavano con l’impegno politico nelle sezioni.

Oggi la nuova frontiera potrebbe essere quella di fare politica limitando fortemente gli steccati di partito, a favore di quelli della coalizione, per dirla con uno slogan “Meno Pd, e più centro-sinistra”. Se ad esempio l’azione politica della base del centro-sinistra fosse unitaria, cioè condotta da iscritti del Pd, di Sel, dell’Idv e degli esponenti della società civile questo sarebbe un grande passo in avanti per costruire una visione politica coesa e alternativa a quella del centro-destra. E magari un domani anche un partito unitario e plurale.

Ma di fronte alla proposta di Scalfari di creare un listone civico nazionale, la risposta di Fassina, Orfini e Civati è picche: prevale la paura di essere spodestati dalla posizione di vantaggio che si sono costruiti con sangue e sudore, mandando giù tanti rospi e mordendosi la lingua più volte. L’esuberanza giovanile del resto viene bacchettata dal “saggio” Bersani quando le cose si mettono male.

Così i compagni “fedeli alla linea” rimangono asserragliati nelle loro convinzioni e “quelli che sbagliano” stanno fuori o rimangono marginali indebolendo il centro-sinistra o annullandosi, perdendo così l’occasione per mettere a pieno frutto le loro capacità all’interno di una grande progetto politico.

Le menti brillanti migrano verso territori più recettivi. La competenza tecnica abbandona la politica, per trasformarsi in consulenza retribuita, alle spese dello Stato e dei suoi organi, quando non commissaria la politica stessa. E il cittadino sempre più spaesato e incazzato non vede l’ora di imbracciare il forcone, scappare in un paradiso fiscale o iscriversi al partito dei cinici.

Chissà cosa accadrà. So solo che il vento che tira in Italia per essere sfruttato richiede audacia, cambiamento radicale e novità. Le idee ci sono, mancano o faticano ad emergere gli uomini e le donne che possano rappresentarle. Mancano i Berlinguer, i Pertini e i De Gasperi.

Ma i motori sono caldi, le armate di cittadini intransigenti si sono legittimamente organizzate fuori dagli steccati della politica tradizionale e la credibilità di chi è sulla scena da troppo tempo vacilla ogni giorno di più.

Senza l’energia degli eretici, dei diversi, degli arrabbiati, degli intellettuali isolati, i compagni edeli alla linea rischiano di non portare il centro-sinistra a diventare la maggioranza nel paese. E se anche ci riuscissero in Parlamento, un’azione politica approssimativa finirebbe per rendere quella maggioranza ingovernabile e poco credibile, come è già successo.

Quindi riflettete, perché a questo giro non si può sbagliare più, e rivoluzionatevi compagni perché il rinnovamento non deve arrivare necessariamente solo dall’alto. Fortunatamente sia io che voi siamo democratici.


Assurdo#2. Il teatro politico che non smette mai di stupire

In questo clima da teatro dell’assurdo siamo arrivati al voto amministrativo. I partiti tradizionali Pd, Pdl, Udc spaventati dalla forte richiesta di rinnovamento sono corsi ai ripari cercando alleanze inedite (Pd, Sel, Idv, Udc, Fli), celebrando primarie (o vietandole) oppure lasciando a candidati della società civile, più che a uomini di partito, l’onere di raccogliere il consenso.

Questo meccanismo ha dato spazio soprattutto a sinistra a nuove personalità, espressione dei territori e dei cittadini: le vittorie di Marco Doria a Genova (Sel), Simone Petrangeli a Rieti (Sel), Federico Pizzarotti a Parma (Movimento 5 stelle) rappresentano a pieno l’onda lunga della lunga stagione di rinnovamento cominciata con i successi di Pisapia e De Magistris l’anno scorso. Anche il Partito Democratico, molto spesso criticato a causa di una linea politica nazionale poco chiara e incisiva, a livello locale è riuscito a far emergere risposte più adeguate e candidati più rappresentativi di quanto non siano i leader nazionali, ottenendo vittorie storiche anche in feudi di centro-destra come Como e Monza. Tuttavia non è stato in grado di sfondare: in media ha perso il 2% dei voti raccolti nelle ultime consultazioni amministrative, ciò significa che non è riuscito a conquistare consenso nell’area moderata di centro-destra.

Emerge quindi, per l’ennesima volta, la distanza tra gerarchie e basi elettorali (mobili), tra poteri centrali e locali, tanto più visibile nelle grandi città che nei piccoli comuni. Queste dicotomie il più delle volte anziché risolversi in una sintesi positiva sfociano in una contrapposizione sterile, prova ne è il perdurare del clima di sfiducia che ha condotto ad una forte astensione. Il Pdl assieme alla Lega, esce da queste consultazioni come il grande sconfitto perché, venuto meno lo strapotere centrale esercitato dal suo ex-leader, si mostra incapace di autoriformarsi trovando una nuova guida: i leader locali, lasciati soli e disorganizzati si dividono andando incontro ad una sconfitta bruciante (vedi la frammentazione dell’alleanza nel centro-destra Pdl/Terzo Polo/Lega.)

Il Pd prosegue nelle sue conquiste elettorali benché qualcuno malignamente sottolinei che vinca dove perde le primarie. In ogni caso il partito di Bersani guida il centro-sinistra ad una vera vittoria solo dove le primarie e le strategie politiche privilegiano alleanze coerenti (Pd, Sel e Idv) e dove si apre alla società civile come a Genova, Rieti e Piacenza. Perde dove archiviato il fallimento delle precedenti amministrazioni non rappresenta la volontà di cambiamento radicale richiesta dai cittadini e lascia questa incombenza o a membri della coalizione come Sel e Idv o addirittura al Movimento 5 stelle. La sconfitta in questo caso è il risultato di un compromesso al ribasso che riproduce divisioni personalistiche, l’autoreferenzialità del partito e la mancanza di apertura verso la società civile come a Parma, Palermo e Comacchio.

In questo presepe dell’assurdo, il Movimento 5 stelle che fa dell’analisi dell’assurdo il suo cavallo di battaglia, stravince, imponendosi prepotentemente su schieramenti radicati e collaudati e raggiungendo in molti comuni percentuali in doppia cifra.

Un’organizzazione avversata da tutti gli altri schieramenti che rifiuta i rimborsi elettorali, il radicamento sul territorio (preferendo alla pesante strutturazione tipica dei partiti tradizionali la forma liquida) e alleanze con altri soggetti politici, costruisce la sua vittoria ponendosi come unica vera alternativa al sistema opaco, per usare un eufemismo, dei partiti. Un colpo di teatro grandioso nel paese della conservazione a tutti i costi!

Alcuni motivi del suo successo:

1- Democrazia interna coniugata con un controllo rigido esercitato da un non-statuto e dal carisma di un non-leader come Beppe Grillo.

2- Personale politico giovane, competente e costituito da facce nuove.

3- Un programma politico essenziale che mira a colpire al cuore il sistema degli sprechi e a gettare le basi per di un nuovo modo di fare politica pulito, trasparente e partecipato.

Loro hanno prima costruito una narrazione dell’assurdo, cavalcando lo sdegno generato della corruzione diffusa della classe dirigente, l’anacronismo di visioni politiche che non riescono a superare un’idea novecentesca di austerità o di crescita a tutti i costi e proponendosi come soluzione di rottura totale. Inoltre, cosa fondamentale che in troppi negano, hanno mostrato agli elettori una direzione e un orizzonte da seguire: un’idea di bene comune, che era stata proclamata in modo retorico a lungo dai vecchi partiti, ma disattesa nei fatti; la politica come servizio temporaneo al proprio paese, e non come carrierismo egoistico; una nuova visione del mondo costruita sulle parole di premi Nobel come Stglitz, Krugman e Latouche (Decrescita Felice), che invito tutti ad approfondire prima di dare giudizi di pancia e privi di fondamento.

Ora il Movimento 5 stelle guida simbolicamente il cambiamento in Italia: esposto mediaticamente dai media internazionali e sostenuto da un cospicuo numero di cittadini appassionati sembra godere di una spinta che gli altri soggetti politici non hanno.

E il centro-sinistra? Il centro-sinistra ha la grande possibilità di essere il cambiamento, ma deve superare alcune contraddizioni assurde che perduranno da troppo tempo e fare delle scelte chiare. Deve decidere con quale coalizione si presenterà alle elezioni politiche; deve scrivere un programma innovativo, sintetico di diverse culture politiche e comprensibile; e deve infine decidere se vuole continuare nel suo processo di rinnovamento liberandosi delle zavorre del passato e del presente per diventare una coalizione credibile o se accontentarsi dei risultati raggiunti sperando di vincere per manifesta incapacità degli altri.

Non so come andrà a finire. So solo che lo spettacolo dell’assurdo non si è ancora concluso, rimangono sulla scena maestri del delirio organizzato come Berlusconi, D’Alema e Casini, che non sono intenzionati a mollare la presa sulla poltrona fino a quando qualcuno non li estrometterà con un deciso calcio nel sedere fuori dalla vita pubblica del paese.

Insomma la battaglia tra nuovo e vecchio è in pieno svolgimento, quanto mai sanguinosa e senza esclusione di colpi. Scegliete da che parte stare e scegliete il vostro ruolo su questo palcoscenico di inizio millennio. Scegliete liberamente e con il cuore, perché in questo momento si può e si deve fare. E soprattutto prima di tornare a votare chiedetevi se è meglio accettare una situazione assurda negandola per paura che uno scenario peggiore si affacci sulla vostra vita, o se forse è meglio cavalcare l’assurdità per superare le barriere della follia nella quale viviamo oggi e riscoprire quel buon senso dimenticato che sa di rivoluzione culturale.


Movimento 5 stelle: antipolitica oppure no?

“In America Obama ha sconfitto la destra unendo il ceto medio, le classi popolari e alcune élites attorno ad un programma di riforma presentato attraverso una narrazione”.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad una campagna elettorale sotterranea e convulsa. I partiti maggiori sono legati da un problematico accordo che impone loro di collaborare al sostegno del governo Monti, e quindi non possono acuire lo scontro tra fazioni senza mettere a rischio la tenuta della maggioranza.  Per questo emerge drammaticamente l’inconsistenza della proposta politica dall’una e dall’altra parte: l’opportunismo di Casini che si allea con la destra e la sinistra a seconda di come tira il vento sui territori è l’emblema di questa realtà.

L’incapacità di queste formazioni di agire sull’esistente porta i cittadini a considerare tutte le forze politiche come simili, parti di un sistema-politica marcio, completamente incapace di riformarsi e quindi riformare il paese. Succede così che le proposte per tagliare i privilegi in Parlamento non vengono mai prese, le vicende Lusi e Penati si moltiplicano ogni giorno e il Movimento a 5 stelle, unica forza antisistema in campo, soffia sul vento della protesta usandolo come una clava contro la moribonda classe dirigente del Bel Paese. E le stoccate di Beppe Grillo fanno male, perché ormai molti commentatori e gli stessi politici di lungo corso si sono resi conto di quanto le vittorie crescenti di questa formazione possano minacciare il sistema del malaffare che ha condizionato fino ad oggi l’Italia.

Loro spaventati dalla possibilità di perdere il potere (e la poltrona) in uno spirito di conservazione contrario all’interesse comune, corrono ai ripari e lo fanno in un modo un po’ ambiguo: non ammettono che effettivamente serva un cambiamento serio nelle istituzioni a più livelli se vogliamo uscire dalla crisi; non propongono piani per la crescita o politiche industriali degne di questo nome, o per lo meno non sono in grado di farle comprendere ai cittadini (il che produce lo stesso risultato, visto che ciò che non viene mostrato nella nostra società non esiste); preferiscono continuare a vivacchiare e resistere, seguendo la massima andreottiana, senza fare scelte drastiche che permetterebbero a loro di diventare capaci di governare e all’Italia di risollevarsi.

In questo quadro il Movimento a 5 stelle che ha le mani libere da monopoli di potere diventa l’antipolitica; Beppe Grillo il demagogo di turno da paragonare a Mussolini, al primo Bossi o all’Uomo Qualunque. Grillo risponde che loro sono dei ladri, che hanno affossato l’Italia e devono andarsene e che non si può curare il malato con il virus della malattia stessa: difficile dargli torto.

Detto ciò io mi chiedo da cittadino se in un paese esasperato dalla crisi chi possa vincere in una simile contesa dicotomica: il Movimento a 5 stelle o la “politica istituzionale” (i partiti)? Chi può avvantaggiarsi se la contrapposizione si gioca su un piano così superficiale? Grillo ovviamente. Già Bossi con questi argomenti sfruttò l’onda di Tangentopoli, crisi solo italiana. E oggi che la crisi è sistemica e internazionale quanto carburante avrà il Movimento a 5 stelle da bruciare contro la vecchia politica? Illimitato.

Così si decide che è meglio mentire sostenendo che il Movimento a 5 stelle non ha proposte e vive di protesta. Una “stronzata universale” direbbe Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”. Anche la Lega aveva delle proposte (e sono ancora quelle e riscuotono ancora un certo successo): la devolution, la cacciata degli immigrati dall’Italia e l’attacco ai privilegi della Casta. Infatti la Lega nel giro di vent’anni ha conquistato una buona parte del Nord arrivando ad eleggere due governatori di Regione in Veneto e in Piemonte, due delle regioni più produttive d’Europa (con buon pace di certi grandi intellettuali di sinistra che li hanno sempre ritenuti degli imbecilli incapaci).

Il Movimento a 5 stelle -dico per tutti quelli che parlano a sproposito- ha un programma ben preciso, eccolo: http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

Io penso da uomo di sinistra che questa formazione politica abbia molte idee innovative e condivisibili anche dal centro-sinistra, come la raccolta differenziata spinta che permetterebbe di costruire industrie del riciclaggio, quindi posti di lavoro (ricordate la green economy?); oppure l’idea di creare un sistema di autogestione dell’energia tramite il fotovoltaico, così forse saremo meno schiavi dell’acquisto di energia dagli altri paesi (politica energetica!); ancora le proposte atte a colpire il conflitto di interesse e ad abbattere privilegi e stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione che gravano sul bilancio dello stato (tagli alla spesa pubblica!).

Questo per darvi un assaggio di ciò che questi cittadini propongono.

Secondo voi definire queste idee, di fatto trasversali, “ANTIPOLITICA” equivale ad una buona rappresentazione della realtà? Definire le migliaia di cittadini e di giovani (sono veramente tanti) che militano in questo movimento, che hanno contribuito, tra le altre, alla battaglia per il Referendum sull’Acqua, che attraverso i loro rappresentanti eletti hanno portato valide proposte politiche contro gli sprechi a livello delle amministrazioni locali, è giusto?

Secondo me no, è ingiusto e anche poco lungimirante. E chi etichetta come “antipolitica” questa espressione della democrazia  forse è troppo lontano da una realtà del Paese che dimostra di rispondere alla sofferenza della crisi in modo attivo e forse non condivide nei fatti così tanto il sistema “democratico”, come invece a parole si dichiara un fervente sostenitore della costituzione repubbicana.

Sono poi convinto che anche il Movimento a 5 stelle abbia dei difetti: il ruolo ambiguo di Beppe Grillo, che risulta essere un primus inter pares in un movimento che usa come slogan “uno vale uno”; la mancanza di un programma organico che dia risposte a temi come quello dell’immigrazione, della scuola, delle riforme istituzionali; l’eccessiva evanescenza che rifiuta il radicamento fisico sul territorio e la sua istituzionalizzazione (“noi non siamo un partito”); ed infine rapporti orizzontali fra i membri che rischiano di degenerare in anarchia se non c’è un controllo forte e democratico dal basso, o forte e verticale dall’alto (Grillo); infine il purismo e il populismo che spinge a definire tutti gli altri partiti uguali e corrotti: questo sarà funzionale per rubare consenso e puntare a rivoluzionare il sistema istituzionale, ma è un’approssimazione che produce il rischio concreto di delegittimare il ruolo della politica e delle istituzioni favorendo la distruzione totale dello Stato invece che il suo rinnovamento, come ha giustamente detto Di Pietro.

In ogni caso se la contrapposizione con il Movimento a 5 stelle viene giocata sul terreno dell’antipolitica, la perdita di consenso dei partiti tradizionali è quasi certa e queste amministrative potrebbero confermermarlo nuovamente, anche alla luce dell’astensionismo ai massimi storici in Italia. Nel caso di ballottaggi, poi, i candidati del Movimento a 5 stelle potrebbero addirittura far saltare il banco.

Mi auguro che il Pd, Sel e Idv capiscano prima o poi che il Movimento a 5 stelle non è un nemico da combattere a testa bassa, ma un avversario di tutto rispetto con cui dialogare, magari anche per sottrargli qualche buona idea e realizzarla.

Se invece prevarrà un testardo senso di appartenenza, come temo, che è quello che spinge i militanti di Sel ad attaccare indistintamente quelli del Movimento a 5 stelle, per difendere il loro leader (Vendola) dagli attacchi ricevuti, allora si favorirà come al solito il centro-destra e quella volpe di Casini, perdendo di vista i programmi e di conseguenza la politica reale. Se prevalessero queste spinte alla contrapposizione totale la sinistra italiana potrebbe rischiare di trovarsi nuovamente con una sconfitta pesantissima in tasca, nel caso in cui dall’altra parte riuscissero a ricompattarsi. Monti o Montezemolo sono lì in pole position per diventare il sistema di filtraggio della faccia sporca del berlusconismo.

Dunque il mio invito è quello di guardare meno alle contrapposizioni personali (Grillo/Vendola, Grillo/Di Pietro e Grillo/Bersani) e di più alle proposte politiche. Spero che i militanti del Movimento a 5 stelle riescano ad andare oltre certi slogan che generalizzano e semplificano troppo per cercare di capire le differenze che di fatto esistono tra gli altri partiti: il dialogo con la base dei partiti tradizionali è la cura migliore; invito poi Sel e Pd a valutare senza pregiudizi l’azione e il programma del Movimento a 5 stelle e a dialogare con loro: forse scoprirebbero che ci sono molte più cose che li accomunano di quelle che li dividono. Infine invito tutti a riflettere su quanto la minaccia di un ritorno al potere della destra trascinerebbe il nostro Paese ancor più verso il fondo del baratro, e a smettere di combattere battaglie intestine per costruire un’alternativa credibile, forte e unitaria che possa indicare una strada diversa per uscire dalla crisi del capitalismo contemporaneo.

La speranza e l’unità sono le uniche lanterne con le quali possiamo orientarci nel dibattito politico odierno se vogliamo costruire qualcosa che resti: se le spegniamo rimarremo da soli in una guerra di tutti contro tutti, agevolando il comando di un uomo forte come Monti. È questo quello che vuole il popolo del cambiamento?


Congresso Nazionale Gd: Giuditta Pini risponde

Lo scorso 17 aprile, sul sito di Pensieri Democratici è apparso un articolo del nostro Enrico Monaco sul Congresso Nazionale GD.

CONGRESSO NAZIONALE GD : COLTELLATE FRATRICIDE IN SALSA DEMOCRATICA di Enrico Monaco

Il Rasoio ha chiesto a Giuditta Pini, Segretario dei Giovani Democratici di Modena, una risposta all’articolo, che non è tardata ad arrivare:

Ho letto con stupore l’articolo di Enrico Monaco sul congresso GD, in primo luogo perché esce dopo un mese in cui finalmente si era tornati a fare politica e si era smesso di parlare di tesi in secondo luogo perché pieno di inesattezze.
Comincerò dalle inesattezze: il congresso in cui dai circoli fino al nazionale si eleggono i delegati è una forma alta di democrazia e partecipazione, al congresso erano presenti 320 delegati, in rappresentanza di 48.000 iscritti, la discussione congressuale è durata tre mesi e ha coinvolto ogni singolo militante fino al nazionale.
Inoltre non mi sembra scandaloso il fatto che in un’organizzazione politica si preferisca parlare di idee piuttosto che di leader, anzi mi sembra un bellissimo passo avanti, tra l’altro sentito da tutta l’organizzazione.
Benifei ha deciso di non candidarsi anche dopo che la presidenza aveva accolto la richiesta accorata che gli fosse data lo stesso questa possibilità, nonostante gli mancassero 6 firme per arrivare al 20% dei delegati nazionali.
Nel mio intervento mi sono permessa di dissentire (ma non serve forse a questo un congresso? Non è forse il momento politico in cui si discute e ci si confronta anche aspramente?) perché per mesi abbiamo rincorso persone in tutta Italia, ma non era quello il problema, il problema è stato che veramente ho assistito in prima persona a scene disgustose, fatte da persone che adesso vanno in giro a dire che i gd sono antidemocratici, mi hanno minacciato di denuncia, hanno fatto illazioni sulla mia vita privata, hanno fatto illazioni di trasparenza e di furti, sempre alle spalle, mai davanti.
E mi sarei aspettata che se per mesi si era così convinti di avere davanti dei delinquenti, ladri e di facili costumi, il congresso nazionale sarebbe stato un ottimo momento per discuterne.
Invece il nulla.
Nessuno ha detto niente,
La democrazia interna alla giovanile esiste più che mai, la direzione nazionale è stata votata con le proporzioni del 74 e del 26%, il resto sono baggianate.
Forse si era tentato di riproporre le mozioni del congresso pd di qualche anno fa all’interno della giovanile e si è fallito, e personalmente credo che sia una grande vittoria, non dobbiamo fare l’asilo del pd in cui si ripropongono vecchie divisioni di vecchi partiti, dobbiamo esser una giovanile con idee nuove, in cui certo esiste una minoranza e una maggioranza, ma in cui non esistono le proporzioni impacchettate dall’alto.
Su un’altra illazione, quella del congresso nazionale come un momento in cui si cerca una poltrona al parlamento non mi esprimo, noto solo un rancore personale, e dico che su queste cose bisogna stare attenti perché fare affermazioni così a persone che da anni si fanno il mazzo per creare un’organizzazione giovanile potrebbe far innescare meccanismi molto più grandi che un articolo su un blog.
Dopo quasi un mese dal congresso ritornare a parlare di queste cose mi sembra un po’ inutile, anche se credo che sia doveroso rispondere, preferirei parlare delle iniziative che facciamo per tutta la provincia, dell’incontro con i gd di roma picchiati da casa pound che faremo il 21 a modena, per imparare a combattere le nuove forme di fascismo.
Per citare un intervento del congresso nazionale
“Il problema non era la conta. L’abbiamo fatta. È finita”.

 

 


Alleanze variabili: e Casini fece scuola al Pd.

Vi ricordate quando c’era il bipolarismo? Da una parte potevamo trovare il centro-sinistra, una lunga lista di partiti che andavano dagli eredi del comunismo fino a vecchi esponenti della Dc; dall’altra Forza Italia, insieme alla destra nazional-socialista (An) e alla rampante Lega Nord razzista e localista. Due coalizioni, con culture politiche differenti e programmi  distinti. Bei tempi. Poi Veltroni inventò il Pd, Berlusconi lo seguì fondando il Pdl e nacque un bipolarismo appiattito. Infine vennero le scissioni nel centro-destra: Casini per primo si rese conto di essere stato per troppi anni nelle mani di un despota (Berlusconi) che andava deposto; Fini, da buon ex-An, si inventò il pluralismo a destra che ebbe come unica soluzione la nascita di Fli; ed infine la Lega travolta dagli scandali del Pdl e messa in discussione dalla base, festeggiò di nascosto la caduta del Governo che poteva dargli l’occasione di rifarsi una verginità politica.

In questo quadro il Centro-Italia divenne meta di pellegrinaggi santi: a Todi le prove di una Democrazia Cristiana del terzo millennio vennero celebrate rievocando stagioni fortunatamente concluse (speriamo!). Poi il Governo Monti, in modo supremo, realizzò attraverso le nomine quel disegno nostalgico: una nuova balena bianca con una faccia tecnocratica prese a nuotare nella politica italiana tra lo stupore di alcuni e il silenzio di molti altri.

In tutto questo chi è stato fino ad oggi il politico italiano più furbo? Berlusconi? No, alla fine non gli resta molto da vivere (politicamente). Bossi? È finito come Berlusconi, ma crocifisso dall’intransigenza della base e dalla libertà d’azione delle Fiamme Gialle. Bersani? Lui ha sicuramente trovato un ottimo psicanalista che gli permette di gestire le personalità multiple che si attanagliano nel suo partito, ma al momento non ha ancora conquistato la leadership del paese.

La mente fine di cui sto parlando è l’ecumenico, sorridente e sempreverde Pierferdinando Casini!!!


Dove sta la sua genialità politica? Passato all’opposizione dopo la fuoriuscita dal centro-destra, è andato a collocarsi in un terreno politico puramente centrista, buono per tutti i moderati che non si sentissero più rappresentati dal Pd o dal Pdl. Questo ha scardinato il bipolarismo, sfruttando la crisi di identità politica a destra e a sinistra e la tradizionale natura trasformista dell’italiano medio (nu poc a cà e nu poc’allà per dirla alla partenopea, alla romana Francia o Spagna purché se magna!). Alle politiche del 2008 ha corso da solo, superando lo sbarramento al 4%, e attraverso un lavorio sapiente condotto in Parlamento ha ingrassato le sue fila con le fuoriuscite a destra e a sinistra, creando un condizionamento psicologico sia nel Pd che nel Pdl: entrambi spaventati dalla possibilità di subire emorragie nelle file cattoliche dei loro partiti, hanno avviato il loro corteggiamento ai centristi. Casini ha poi magistralmente disegnato una strategia andreottiana negli appuntamenti amministrativi: con la politica dei “Tre forni”, che significa andiamo con chi vogliamo a seconda dei territori, ha rinsaldato anche la classe dirigente a livello locale, ai danni e in accordo con Pd e Pdl. Al momento il suo partito veleggia quotato tra il 6% e l’8% su base nazionale e naturalmente non si sa con chi sarà alleato alle prossime politiche: potrebbe andare con chiunque.

La cosa incredibile è l’atteggiamento del Pd di fronte a tutto questo. Bersani con la caduta del Governo Berlusconi si è trovato un centro-destra in dissolvimento, una voglia di cambiamento sospinta dall’azione popolare verificatasi nelle amministrative del 2011 e nel referendum sull’acqua, e la possibilità di prendere in mano la situazione. Purtroppo la crisi internazionale ha messo in seria difficoltà il paese e le forze politiche, rendendo necessario un governo di larghe intese, pena un ulteriore stress per l’economia italiana.

Certo, sarebbe stato meglio non scegliere un tecnocrate come Monti. Ma la cosa incredibile è un’altra: il rapporto con l’Udc.  Il Pd spinto dalle teorie dalemiane e da una parte della componente cattolica (Letta, Fioroni, Gentiloni e non solo) -molto brava a strillare e creare problemi interni come sulle coppie di fatto, l’articolo 18 e le alleanze a sinistra (per dire solo le più famose), non altrettanto capace di raccogliere i consensi dei moderati (cosa che dovrebbe fare e fa poco, e per la quale è confluita nel Pd l’ex Margherita)- rincorre Casini alla ricerca di un’alleanza che ormai stanno provando forzatamente a far nascere da più di un anno. Il leader dell’Udc nicchia, da buon democristiano. Si offre a livello amministrativo quando c’è da conquistare degli assessorati e appena si scopre che l’alchimia funziona a fatica (vedi in Piemonte dove alle regionali ha vinto la Lega) ritorna al centro su posizioni ambigue: nel frattempo guarda a destra cosa succede, speranzoso di poter rientrare alla grande e giocare un ruolo se non da leader incontrastato, da leader irrinunciabile.

A causa del “preziosismo” di Casini, e della volontà ferrea dell’establishment del partito di Bersani di cercare un’alleanza con lui (che se la mettessero nella difesa del lavoro questa forza forse si raccoglierebbero più voti a sinistra e Franceschini sarebbe contento) abbiamo assistito alla nascita di un Pd plastico. A Milano, Bologna, Napoli e molte altre città (la maggior parte) si è presentato in coalizione principalmente con Sel e Idv, mentre in Emilia-Romagna (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/elezioni-caos-alleanze-emilia-romagna-pd-casini-stelle-alla-prova-decisiva/202812/ ) e in altri comuni delle Marche dove il centro-sinistra è al momento più debole spuntano alleanze con il Terzo Polo. L’insofferenza della base del Pd e dell’elettorato di centro-sinistra si è manifestata più volte nelle straordinarie vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda e ultimo Doria alle primarie di Genova. Il dissenso è arrivato a Comacchio con alcuni tesserati storici del Pci che hanno stracciato le loro tessere in faccia ai loro dirigenti: del resto non è facile accettare una coalizione che mette insieme ex-comunisti ed ex-missini.

L’Emilia-Romagna poi è terra di Resistenza, è roccaforte della sinistra da sempre. Pare quantomeno ardimentoso voler fare certi esperimenti qui. E a fronte dei sondaggi e dell’aria che si respira che indicano chiaramente che un vento di cambiamento spira su tutta l’Italia, le scelte del Partito Democratico risultano alquanto discutibili e pericolose: il Movimento 5 stelle scalda i motori per raggiungere un gran risultato, Sel e Idv sono pronte ad incamerare il consenso derivato da una linea intransigente verso le politiche liberiste montiane a scapito del Pd e le file dei delusi si ingrossano sempre di più.

Un’aria di incertezza pervade l’Italia per la felicità del furbo Casini e questo caos di certo non aiuta il centro-sinistra a mettersi in pole-position per conquistare il governo nazionale alle prossime elezioni politiche.


Una giornata di buona politica: Assise nazionale sulla corruzione e l’evasione a Canossa.

Dopo la caduta del governo Berlusconi e l’avvento del governo Monti l’Italia è passata da una fase politica fatta di annunci e manovre senza una rotta precisa, all’azione di un esecutivo repentina caratterizzata da politiche concrete che hanno il merito di aver condotto il paese fuori da un immobilismo distruttivo. Tuttavia la natura del governo Monti e le sue peculiarità ci hanno anche portati ad una sospensione di fatto della democrazia, nella quale i maggiori partiti che sostengono la maggioranza si guardano bene dallo schierarsi in modo attivo a favore dell’azione dei “tecnici”, limitandosi a contrattare segretamente sulle riforme e sulla definizione dei decreti. Questo ha condotto ad un notevole ridimensionamento del dibattito pubblico, che in democrazia precede sempre la fase decisionale, lasciando all’informazione ed ai cittadini l’onere di portare avanti tale processo.

In questa situazione di difficoltà per la politica e di fragilità dell’opinione pubblica sabato 3 marzo si è svolta una coraggiosa iniziativa che ha voluto mettere al centro dell’arena politica i temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Una pattuglia di dirigenti ed esponenti “eretici” del Pd (Pippo Civati, Debora Serracchiani, Salvatore Tesoriero, Cristian Vaccari e tanti altri) hanno dato vita ad una giornata di buona politica che ha ricomposto il rapporto tra partito, rappresentanti e cittadini in un confronto volto ad accrescere la cultura della legalità.

Colpisce la natura aperta, di alto profilo istituzionale e professionale dell’iniziativa, animata da dirigenti del partito e da esponenti della società civile come Stefano Rodotà, Marco Travaglio, Elio Veltri, Giovanni Tizian, Vittorio Borraccetti e Rafhael Rossi tra i tanti. Colpisce inoltre l’organizzazione trasparente dell’evento, alla fine del quale è stato spiegato per filo e per segno come è stato costruito, quanto è costato e chi l’ha finanziato e la concretezza politica, che dopo una serie di interventi capaci di fornire una visione d’insieme sul fenomeno ha prodotto un documento, il Protocollo di Canossa (http://www.prossimaitalia.it/news/2173/il-protocollo-di-canossa/), che fornisce proposte politiche concrete per incidere sul fenomeno della corruzione e dell’evasione fiscale.

In un paese troppo abituato ai talk show televisivi, che limitano l’approfondimento sui contenuti anteponendo logiche mediatiche castranti, la giornata di ieri è stata un esempio della buona politica di cui i cittadini hanno fame. E infatti il Teatro di Ciano d’Enza si è riempito dalle 10 della mattina alle 18 della sera.

A fronte del relativo silenzio dei mezzi di informazione tradizionali, i social network come Twitter hanno fatto da cassa di risonanza portando l’evento a realizzare 6000 contatti giornalieri, lasciando una traccia dei passaggi salienti dell’iniziativa che potete trovare cercando l’area tematica #corruzionezero.

Altra nota negativa, ma non sorprendente, della giornata è stata la mancanza di appoggio all’iniziativa del Partito Democratico nazionale. Come ricordato da Marco Travaglio -che ha esordito dicendo di essere sorpreso e felice dell’invito a partecipare ad un’iniziativa del Pd- da molti anni non venivano organizzate iniziative dal centro-sinistra nelle quali si discutesse apertamente sui temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Questa mancanza di coraggio dei vertici del Pd e l’assenza di tanti amministratori locali, a cui avrebbe fatto bene confrontarsi con questi temi e con una platea di relatori di altissimo profilo, denota l’esistenza di “Uno, nessuno, centomila Pd” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/uno-nessuno-centomila-pd/193426/)  come sostiene in questo articolo Furio Colombo. Sabato però avreste potuto vedere quella parte del Pd relativamente giovane che dimostra di avere una maturità politica e buone idee per candidarsi a guidare il cambiamento di cui il paese ha tanto bisogno; gli altri, quelli che rispondono trasognati alle magie di Lusi e che preferiscono i tatticismi e i personalismi alla buona politica, non erano presenti.

Rimando perciò alla piattaforma (http://www.prossimaitalia.it/) , che integra il buon lavoro di Civati e degli altri, dove si può verificare concretamente il progetto e l’impostazione di una politica aperta al confronto che costituisce una valida alternativa ai discorsi anacronistici di Veltroni sull’articolo 18 e alle velleità di quelli che vorrebbero tornare indietro agli anni ’70 quando vigeva il centralismo democratico.


Primarie a Genova: scarsa credibilità del Pd o eccessivo centrismo? Tutti e due.

Qualche giorno fa a Genova si sono celebrate le primarie del centro-sinistra per scegliere il candidato sindaco. I principali protagonisti della competizione sono stati Marta Vincenzi (Pd) sindaco uscente di area Ds, personalità non esattamente inquadrabile nelle logiche di partito (e per questo mai completamente digerita dall’establishment locale del Partito Democratico); Roberta Pinotti (Pd) senatrice e insegnate proveniente da una tradizione di sinistra, ma legata a doppio filo con il mondo cattolico ed infine Marco Doria, il candidato outsider docente universitario sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà (nota: non l’unico dei candidati di Sel).

La corsa si è risolta con la vittoria di Marco Doria con il 46% dei voti e a seguire le due colonne portanti del Pd genovese, Marta Vincenzi al 27% e Roberta Pinotti al 23%.  Questa dinamica, come è stato detto su molti giornali e blog, ricalca i precedenti successi di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e tante altre sono le realtà locali dove il Pd perde a favore di alleati di minor peso politico. Bisogna poi sottolineare che il principale soggetto che ha beneficiato di questo processo è Sinistra Ecologia e Libertà, forse non a caso.

Le reazione dei vertici nazionali del Pd sono sempre state molto caute e diplomatiche, per usare un eufemismo, di fronte a quello che a parere di una larghissima parte di giornalisti e osservatori viene definita come la debolezza della classe dirigente del Partito Democratico. Bersani ha definito le primarie di Genova “un’ammaccatura”. Questo significa non vedere il problema, o fare finta che non esista, cosa che fa perdere ulteriormente di credibilità.

Il Pd ha perso a Genova perché non ha sostenuto un solo candidato, lasciando agire le correnti interne e quindi generando una lotta intestina. Inoltre le due prescelte non sono riuscite a raccogliere il consenso della base dell’elettorato. Marta Vincenzi non è stata capace durante il suo mandato di scardinare le logiche di potere sedimentate in un’amministrazione di partito che dura da 40 anni e non partiva da una posizione politicamente debole per le sue responsabilità nel disastro dell’alluvione (leggi espansione edilizia incontrollata). Roberta Pinotti invece ha cercato l’appoggio di esponenti importanti come Cofferati o degli ambienti cattolici, o l’alleanza con l’Udc piuttosto che puntare su temi politici concreti.

In tutto questo un docente universitario presentato simbolicamente dalle firme di un pugno di intellettuali, benedetto da Don Gallo e sostenuto da Nichi Vendola ha condotto una campagna elettorale low-cost in mezzo alle persone discutendo di programmi politici concreti, creando un processo partecipativo che si è tramutato in consenso elettorale. Società civile contro politica pura, questo è stato il paradigma dello scontro. E ha vinto la prima.

Penso che il Pd abbia perso per due motivi. Primo per non essere stato in grado di rinnovare la sua classe dirigente nel corso del tempo (e questo non succede solo a Genova). Secondo perché si è appiattito da tempo su posizioni moderate e centriste preferendo cercare il sostegno e il consenso di poteri forti piuttosto che proporre politiche più vicine ai lavoratori. La vittoria di Marco Doria rappresenta dunque:

1- la voglia di ricambio della classe politica.

2- la punizione inferta ai vertici locali del Pd dal suo elettorato.

3- il desiderio degli elettori di centro-sinistra di una politica fatta di temi concreti.

4- la voglia di sinistra.

5- una maggiore apertura verso la società civile.

L’elettorato sta mandando segnali evidenti ai vertici nazionali del Partito Democratico da tempo: vogliono una politica onesta, che metta al centro il lavoro realmente e che sia realizzata da nuove persone.

La risposta dei vertici è quella di chi si nasconde e prende tempo, ed infine cerca di aggirare il problema. Infatti a pochi giorni dalla sconfitta Bersani ha detto che il Pd deve sostenere un solo candidato preselezionandolo, nessuna autocritica. Franco Marini ha dichiarato che le primarie sono contro natura (mi chiedo che cosa ci stia a fare nel Pd dopo tale affermazione). E l’area moderata e centrista (Gentiloni e Letta) che una deriva a sinistra è incompatibile con il progetto del Pd.

Personalmente non penso che sia necessario trasformare il Pd in un partito social-democratico come qualcuno ha proposto: sarebbe anacronistico e non terrebbe conto della storia politica del nostro paese. Esistono culture politiche cattoliche che ben si integrano con i valori della tradizione comunista, ma non tutte possono stare all’interno del Pd. Bisogna scegliere. La cultura della solidarietà e l’attività di una “chiesa sociale” ben rappresentata ad esempio da persone come Don Gallo o Alex Zanotelli sono compatibili; non lo sono posizioni troppo liberali come quelle esposte da esponenti come Fioroni o Letta che vorrebbero candidare Monti alle prossime elezioni, e che non sono disponibili a stringere alleanze con soggetti politici troppo di sinistra come Nichi Vendola. In questo senso è evidente che non è stato fatto abbastanza per arrivare ad una sintesi che contempli il pluralismo, scegliendo culture politiche compatibili e superando le divisioni correntizie figlie dei personalismi e della politica di professione.

In ogni caso con le primarie il processo di cambiamento ha subito un’accelerazione che non può essere bloccata. Quindi penso che i dirigenti del Partito Democratico farebbero bene ad accettare i segnali che vengono loro dati dagli elettori, cambiando le cose che non vanno. Nel caso ciò non avvenisse assisteremo alla progressiva erosione del maggiore soggetto politico di centro-sinistra a favore di partiti come Sel e Idv, nonché della proposta politica anti-sistema del Movimento 5 stelle, cioè un’ulteriore frammentazione della composizione politica della sinistra.

Se i vertici non cambieranno politica, gli elettori prima o poi cambieranno i vertici dei loro partiti. E in tutto questo non è escluso che possa tornare a vincere il centro-destra, quindi è meglio cambiare davvero e con decisione.


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