Archivi delle etichette: Pd

Movimento 5 stelle: antipolitica oppure no?

“In America Obama ha sconfitto la destra unendo il ceto medio, le classi popolari e alcune élites attorno ad un programma di riforma presentato attraverso una narrazione”.

In questi ultimi giorni stiamo assistendo ad una campagna elettorale sotterranea e convulsa. I partiti maggiori sono legati da un problematico accordo che impone loro di collaborare al sostegno del governo Monti, e quindi non possono acuire lo scontro tra fazioni senza mettere a rischio la tenuta della maggioranza.  Per questo emerge drammaticamente l’inconsistenza della proposta politica dall’una e dall’altra parte: l’opportunismo di Casini che si allea con la destra e la sinistra a seconda di come tira il vento sui territori è l’emblema di questa realtà.

L’incapacità di queste formazioni di agire sull’esistente porta i cittadini a considerare tutte le forze politiche come simili, parti di un sistema-politica marcio, completamente incapace di riformarsi e quindi riformare il paese. Succede così che le proposte per tagliare i privilegi in Parlamento non vengono mai prese, le vicende Lusi e Penati si moltiplicano ogni giorno e il Movimento a 5 stelle, unica forza antisistema in campo, soffia sul vento della protesta usandolo come una clava contro la moribonda classe dirigente del Bel Paese. E le stoccate di Beppe Grillo fanno male, perché ormai molti commentatori e gli stessi politici di lungo corso si sono resi conto di quanto le vittorie crescenti di questa formazione possano minacciare il sistema del malaffare che ha condizionato fino ad oggi l’Italia.

Loro spaventati dalla possibilità di perdere il potere (e la poltrona) in uno spirito di conservazione contrario all’interesse comune, corrono ai ripari e lo fanno in un modo un po’ ambiguo: non ammettono che effettivamente serva un cambiamento serio nelle istituzioni a più livelli se vogliamo uscire dalla crisi; non propongono piani per la crescita o politiche industriali degne di questo nome, o per lo meno non sono in grado di farle comprendere ai cittadini (il che produce lo stesso risultato, visto che ciò che non viene mostrato nella nostra società non esiste); preferiscono continuare a vivacchiare e resistere, seguendo la massima andreottiana, senza fare scelte drastiche che permetterebbero a loro di diventare capaci di governare e all’Italia di risollevarsi.

In questo quadro il Movimento a 5 stelle che ha le mani libere da monopoli di potere diventa l’antipolitica; Beppe Grillo il demagogo di turno da paragonare a Mussolini, al primo Bossi o all’Uomo Qualunque. Grillo risponde che loro sono dei ladri, che hanno affossato l’Italia e devono andarsene e che non si può curare il malato con il virus della malattia stessa: difficile dargli torto.

Detto ciò io mi chiedo da cittadino se in un paese esasperato dalla crisi chi possa vincere in una simile contesa dicotomica: il Movimento a 5 stelle o la “politica istituzionale” (i partiti)? Chi può avvantaggiarsi se la contrapposizione si gioca su un piano così superficiale? Grillo ovviamente. Già Bossi con questi argomenti sfruttò l’onda di Tangentopoli, crisi solo italiana. E oggi che la crisi è sistemica e internazionale quanto carburante avrà il Movimento a 5 stelle da bruciare contro la vecchia politica? Illimitato.

Così si decide che è meglio mentire sostenendo che il Movimento a 5 stelle non ha proposte e vive di protesta. Una “stronzata universale” direbbe Al Pacino ne “L’Avvocato del Diavolo”. Anche la Lega aveva delle proposte (e sono ancora quelle e riscuotono ancora un certo successo): la devolution, la cacciata degli immigrati dall’Italia e l’attacco ai privilegi della Casta. Infatti la Lega nel giro di vent’anni ha conquistato una buona parte del Nord arrivando ad eleggere due governatori di Regione in Veneto e in Piemonte, due delle regioni più produttive d’Europa (con buon pace di certi grandi intellettuali di sinistra che li hanno sempre ritenuti degli imbecilli incapaci).

Il Movimento a 5 stelle -dico per tutti quelli che parlano a sproposito- ha un programma ben preciso, eccolo: http://www.beppegrillo.it/iniziative/movimentocinquestelle/Regolamento-Movimento-5-Stelle.pdf

Io penso da uomo di sinistra che questa formazione politica abbia molte idee innovative e condivisibili anche dal centro-sinistra, come la raccolta differenziata spinta che permetterebbe di costruire industrie del riciclaggio, quindi posti di lavoro (ricordate la green economy?); oppure l’idea di creare un sistema di autogestione dell’energia tramite il fotovoltaico, così forse saremo meno schiavi dell’acquisto di energia dagli altri paesi (politica energetica!); ancora le proposte atte a colpire il conflitto di interesse e ad abbattere privilegi e stipendi di parlamentari e dirigenti della pubblica amministrazione che gravano sul bilancio dello stato (tagli alla spesa pubblica!).

Questo per darvi un assaggio di ciò che questi cittadini propongono.

Secondo voi definire queste idee, di fatto trasversali, “ANTIPOLITICA” equivale ad una buona rappresentazione della realtà? Definire le migliaia di cittadini e di giovani (sono veramente tanti) che militano in questo movimento, che hanno contribuito, tra le altre, alla battaglia per il Referendum sull’Acqua, che attraverso i loro rappresentanti eletti hanno portato valide proposte politiche contro gli sprechi a livello delle amministrazioni locali, è giusto?

Secondo me no, è ingiusto e anche poco lungimirante. E chi etichetta come “antipolitica” questa espressione della democrazia  forse è troppo lontano da una realtà del Paese che dimostra di rispondere alla sofferenza della crisi in modo attivo e forse non condivide nei fatti così tanto il sistema “democratico”, come invece a parole si dichiara un fervente sostenitore della costituzione repubbicana.

Sono poi convinto che anche il Movimento a 5 stelle abbia dei difetti: il ruolo ambiguo di Beppe Grillo, che risulta essere un primus inter pares in un movimento che usa come slogan “uno vale uno”; la mancanza di un programma organico che dia risposte a temi come quello dell’immigrazione, della scuola, delle riforme istituzionali; l’eccessiva evanescenza che rifiuta il radicamento fisico sul territorio e la sua istituzionalizzazione (“noi non siamo un partito”); ed infine rapporti orizzontali fra i membri che rischiano di degenerare in anarchia se non c’è un controllo forte e democratico dal basso, o forte e verticale dall’alto (Grillo); infine il purismo e il populismo che spinge a definire tutti gli altri partiti uguali e corrotti: questo sarà funzionale per rubare consenso e puntare a rivoluzionare il sistema istituzionale, ma è un’approssimazione che produce il rischio concreto di delegittimare il ruolo della politica e delle istituzioni favorendo la distruzione totale dello Stato invece che il suo rinnovamento, come ha giustamente detto Di Pietro.

In ogni caso se la contrapposizione con il Movimento a 5 stelle viene giocata sul terreno dell’antipolitica, la perdita di consenso dei partiti tradizionali è quasi certa e queste amministrative potrebbero confermermarlo nuovamente, anche alla luce dell’astensionismo ai massimi storici in Italia. Nel caso di ballottaggi, poi, i candidati del Movimento a 5 stelle potrebbero addirittura far saltare il banco.

Mi auguro che il Pd, Sel e Idv capiscano prima o poi che il Movimento a 5 stelle non è un nemico da combattere a testa bassa, ma un avversario di tutto rispetto con cui dialogare, magari anche per sottrargli qualche buona idea e realizzarla.

Se invece prevarrà un testardo senso di appartenenza, come temo, che è quello che spinge i militanti di Sel ad attaccare indistintamente quelli del Movimento a 5 stelle, per difendere il loro leader (Vendola) dagli attacchi ricevuti, allora si favorirà come al solito il centro-destra e quella volpe di Casini, perdendo di vista i programmi e di conseguenza la politica reale. Se prevalessero queste spinte alla contrapposizione totale la sinistra italiana potrebbe rischiare di trovarsi nuovamente con una sconfitta pesantissima in tasca, nel caso in cui dall’altra parte riuscissero a ricompattarsi. Monti o Montezemolo sono lì in pole position per diventare il sistema di filtraggio della faccia sporca del berlusconismo.

Dunque il mio invito è quello di guardare meno alle contrapposizioni personali (Grillo/Vendola, Grillo/Di Pietro e Grillo/Bersani) e di più alle proposte politiche. Spero che i militanti del Movimento a 5 stelle riescano ad andare oltre certi slogan che generalizzano e semplificano troppo per cercare di capire le differenze che di fatto esistono tra gli altri partiti: il dialogo con la base dei partiti tradizionali è la cura migliore; invito poi Sel e Pd a valutare senza pregiudizi l’azione e il programma del Movimento a 5 stelle e a dialogare con loro: forse scoprirebbero che ci sono molte più cose che li accomunano di quelle che li dividono. Infine invito tutti a riflettere su quanto la minaccia di un ritorno al potere della destra trascinerebbe il nostro Paese ancor più verso il fondo del baratro, e a smettere di combattere battaglie intestine per costruire un’alternativa credibile, forte e unitaria che possa indicare una strada diversa per uscire dalla crisi del capitalismo contemporaneo.

La speranza e l’unità sono le uniche lanterne con le quali possiamo orientarci nel dibattito politico odierno se vogliamo costruire qualcosa che resti: se le spegniamo rimarremo da soli in una guerra di tutti contro tutti, agevolando il comando di un uomo forte come Monti. È questo quello che vuole il popolo del cambiamento?


Congresso Nazionale Gd: Giuditta Pini risponde

Lo scorso 17 aprile, sul sito di Pensieri Democratici è apparso un articolo del nostro Enrico Monaco sul Congresso Nazionale GD.

CONGRESSO NAZIONALE GD : COLTELLATE FRATRICIDE IN SALSA DEMOCRATICA di Enrico Monaco

Il Rasoio ha chiesto a Giuditta Pini, Segretario dei Giovani Democratici di Modena, una risposta all’articolo, che non è tardata ad arrivare:

Ho letto con stupore l’articolo di Enrico Monaco sul congresso GD, in primo luogo perché esce dopo un mese in cui finalmente si era tornati a fare politica e si era smesso di parlare di tesi in secondo luogo perché pieno di inesattezze.
Comincerò dalle inesattezze: il congresso in cui dai circoli fino al nazionale si eleggono i delegati è una forma alta di democrazia e partecipazione, al congresso erano presenti 320 delegati, in rappresentanza di 48.000 iscritti, la discussione congressuale è durata tre mesi e ha coinvolto ogni singolo militante fino al nazionale.
Inoltre non mi sembra scandaloso il fatto che in un’organizzazione politica si preferisca parlare di idee piuttosto che di leader, anzi mi sembra un bellissimo passo avanti, tra l’altro sentito da tutta l’organizzazione.
Benifei ha deciso di non candidarsi anche dopo che la presidenza aveva accolto la richiesta accorata che gli fosse data lo stesso questa possibilità, nonostante gli mancassero 6 firme per arrivare al 20% dei delegati nazionali.
Nel mio intervento mi sono permessa di dissentire (ma non serve forse a questo un congresso? Non è forse il momento politico in cui si discute e ci si confronta anche aspramente?) perché per mesi abbiamo rincorso persone in tutta Italia, ma non era quello il problema, il problema è stato che veramente ho assistito in prima persona a scene disgustose, fatte da persone che adesso vanno in giro a dire che i gd sono antidemocratici, mi hanno minacciato di denuncia, hanno fatto illazioni sulla mia vita privata, hanno fatto illazioni di trasparenza e di furti, sempre alle spalle, mai davanti.
E mi sarei aspettata che se per mesi si era così convinti di avere davanti dei delinquenti, ladri e di facili costumi, il congresso nazionale sarebbe stato un ottimo momento per discuterne.
Invece il nulla.
Nessuno ha detto niente,
La democrazia interna alla giovanile esiste più che mai, la direzione nazionale è stata votata con le proporzioni del 74 e del 26%, il resto sono baggianate.
Forse si era tentato di riproporre le mozioni del congresso pd di qualche anno fa all’interno della giovanile e si è fallito, e personalmente credo che sia una grande vittoria, non dobbiamo fare l’asilo del pd in cui si ripropongono vecchie divisioni di vecchi partiti, dobbiamo esser una giovanile con idee nuove, in cui certo esiste una minoranza e una maggioranza, ma in cui non esistono le proporzioni impacchettate dall’alto.
Su un’altra illazione, quella del congresso nazionale come un momento in cui si cerca una poltrona al parlamento non mi esprimo, noto solo un rancore personale, e dico che su queste cose bisogna stare attenti perché fare affermazioni così a persone che da anni si fanno il mazzo per creare un’organizzazione giovanile potrebbe far innescare meccanismi molto più grandi che un articolo su un blog.
Dopo quasi un mese dal congresso ritornare a parlare di queste cose mi sembra un po’ inutile, anche se credo che sia doveroso rispondere, preferirei parlare delle iniziative che facciamo per tutta la provincia, dell’incontro con i gd di roma picchiati da casa pound che faremo il 21 a modena, per imparare a combattere le nuove forme di fascismo.
Per citare un intervento del congresso nazionale
“Il problema non era la conta. L’abbiamo fatta. È finita”.

 

 


Alleanze variabili: e Casini fece scuola al Pd.

Vi ricordate quando c’era il bipolarismo? Da una parte potevamo trovare il centro-sinistra, una lunga lista di partiti che andavano dagli eredi del comunismo fino a vecchi esponenti della Dc; dall’altra Forza Italia, insieme alla destra nazional-socialista (An) e alla rampante Lega Nord razzista e localista. Due coalizioni, con culture politiche differenti e programmi  distinti. Bei tempi. Poi Veltroni inventò il Pd, Berlusconi lo seguì fondando il Pdl e nacque un bipolarismo appiattito. Infine vennero le scissioni nel centro-destra: Casini per primo si rese conto di essere stato per troppi anni nelle mani di un despota (Berlusconi) che andava deposto; Fini, da buon ex-An, si inventò il pluralismo a destra che ebbe come unica soluzione la nascita di Fli; ed infine la Lega travolta dagli scandali del Pdl e messa in discussione dalla base, festeggiò di nascosto la caduta del Governo che poteva dargli l’occasione di rifarsi una verginità politica.

In questo quadro il Centro-Italia divenne meta di pellegrinaggi santi: a Todi le prove di una Democrazia Cristiana del terzo millennio vennero celebrate rievocando stagioni fortunatamente concluse (speriamo!). Poi il Governo Monti, in modo supremo, realizzò attraverso le nomine quel disegno nostalgico: una nuova balena bianca con una faccia tecnocratica prese a nuotare nella politica italiana tra lo stupore di alcuni e il silenzio di molti altri.

In tutto questo chi è stato fino ad oggi il politico italiano più furbo? Berlusconi? No, alla fine non gli resta molto da vivere (politicamente). Bossi? È finito come Berlusconi, ma crocifisso dall’intransigenza della base e dalla libertà d’azione delle Fiamme Gialle. Bersani? Lui ha sicuramente trovato un ottimo psicanalista che gli permette di gestire le personalità multiple che si attanagliano nel suo partito, ma al momento non ha ancora conquistato la leadership del paese.

La mente fine di cui sto parlando è l’ecumenico, sorridente e sempreverde Pierferdinando Casini!!!


Dove sta la sua genialità politica? Passato all’opposizione dopo la fuoriuscita dal centro-destra, è andato a collocarsi in un terreno politico puramente centrista, buono per tutti i moderati che non si sentissero più rappresentati dal Pd o dal Pdl. Questo ha scardinato il bipolarismo, sfruttando la crisi di identità politica a destra e a sinistra e la tradizionale natura trasformista dell’italiano medio (nu poc a cà e nu poc’allà per dirla alla partenopea, alla romana Francia o Spagna purché se magna!). Alle politiche del 2008 ha corso da solo, superando lo sbarramento al 4%, e attraverso un lavorio sapiente condotto in Parlamento ha ingrassato le sue fila con le fuoriuscite a destra e a sinistra, creando un condizionamento psicologico sia nel Pd che nel Pdl: entrambi spaventati dalla possibilità di subire emorragie nelle file cattoliche dei loro partiti, hanno avviato il loro corteggiamento ai centristi. Casini ha poi magistralmente disegnato una strategia andreottiana negli appuntamenti amministrativi: con la politica dei “Tre forni”, che significa andiamo con chi vogliamo a seconda dei territori, ha rinsaldato anche la classe dirigente a livello locale, ai danni e in accordo con Pd e Pdl. Al momento il suo partito veleggia quotato tra il 6% e l’8% su base nazionale e naturalmente non si sa con chi sarà alleato alle prossime politiche: potrebbe andare con chiunque.

La cosa incredibile è l’atteggiamento del Pd di fronte a tutto questo. Bersani con la caduta del Governo Berlusconi si è trovato un centro-destra in dissolvimento, una voglia di cambiamento sospinta dall’azione popolare verificatasi nelle amministrative del 2011 e nel referendum sull’acqua, e la possibilità di prendere in mano la situazione. Purtroppo la crisi internazionale ha messo in seria difficoltà il paese e le forze politiche, rendendo necessario un governo di larghe intese, pena un ulteriore stress per l’economia italiana.

Certo, sarebbe stato meglio non scegliere un tecnocrate come Monti. Ma la cosa incredibile è un’altra: il rapporto con l’Udc.  Il Pd spinto dalle teorie dalemiane e da una parte della componente cattolica (Letta, Fioroni, Gentiloni e non solo) -molto brava a strillare e creare problemi interni come sulle coppie di fatto, l’articolo 18 e le alleanze a sinistra (per dire solo le più famose), non altrettanto capace di raccogliere i consensi dei moderati (cosa che dovrebbe fare e fa poco, e per la quale è confluita nel Pd l’ex Margherita)- rincorre Casini alla ricerca di un’alleanza che ormai stanno provando forzatamente a far nascere da più di un anno. Il leader dell’Udc nicchia, da buon democristiano. Si offre a livello amministrativo quando c’è da conquistare degli assessorati e appena si scopre che l’alchimia funziona a fatica (vedi in Piemonte dove alle regionali ha vinto la Lega) ritorna al centro su posizioni ambigue: nel frattempo guarda a destra cosa succede, speranzoso di poter rientrare alla grande e giocare un ruolo se non da leader incontrastato, da leader irrinunciabile.

A causa del “preziosismo” di Casini, e della volontà ferrea dell’establishment del partito di Bersani di cercare un’alleanza con lui (che se la mettessero nella difesa del lavoro questa forza forse si raccoglierebbero più voti a sinistra e Franceschini sarebbe contento) abbiamo assistito alla nascita di un Pd plastico. A Milano, Bologna, Napoli e molte altre città (la maggior parte) si è presentato in coalizione principalmente con Sel e Idv, mentre in Emilia-Romagna (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/elezioni-caos-alleanze-emilia-romagna-pd-casini-stelle-alla-prova-decisiva/202812/ ) e in altri comuni delle Marche dove il centro-sinistra è al momento più debole spuntano alleanze con il Terzo Polo. L’insofferenza della base del Pd e dell’elettorato di centro-sinistra si è manifestata più volte nelle straordinarie vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda e ultimo Doria alle primarie di Genova. Il dissenso è arrivato a Comacchio con alcuni tesserati storici del Pci che hanno stracciato le loro tessere in faccia ai loro dirigenti: del resto non è facile accettare una coalizione che mette insieme ex-comunisti ed ex-missini.

L’Emilia-Romagna poi è terra di Resistenza, è roccaforte della sinistra da sempre. Pare quantomeno ardimentoso voler fare certi esperimenti qui. E a fronte dei sondaggi e dell’aria che si respira che indicano chiaramente che un vento di cambiamento spira su tutta l’Italia, le scelte del Partito Democratico risultano alquanto discutibili e pericolose: il Movimento 5 stelle scalda i motori per raggiungere un gran risultato, Sel e Idv sono pronte ad incamerare il consenso derivato da una linea intransigente verso le politiche liberiste montiane a scapito del Pd e le file dei delusi si ingrossano sempre di più.

Un’aria di incertezza pervade l’Italia per la felicità del furbo Casini e questo caos di certo non aiuta il centro-sinistra a mettersi in pole-position per conquistare il governo nazionale alle prossime elezioni politiche.


Una giornata di buona politica: Assise nazionale sulla corruzione e l’evasione a Canossa.

Dopo la caduta del governo Berlusconi e l’avvento del governo Monti l’Italia è passata da una fase politica fatta di annunci e manovre senza una rotta precisa, all’azione di un esecutivo repentina caratterizzata da politiche concrete che hanno il merito di aver condotto il paese fuori da un immobilismo distruttivo. Tuttavia la natura del governo Monti e le sue peculiarità ci hanno anche portati ad una sospensione di fatto della democrazia, nella quale i maggiori partiti che sostengono la maggioranza si guardano bene dallo schierarsi in modo attivo a favore dell’azione dei “tecnici”, limitandosi a contrattare segretamente sulle riforme e sulla definizione dei decreti. Questo ha condotto ad un notevole ridimensionamento del dibattito pubblico, che in democrazia precede sempre la fase decisionale, lasciando all’informazione ed ai cittadini l’onere di portare avanti tale processo.

In questa situazione di difficoltà per la politica e di fragilità dell’opinione pubblica sabato 3 marzo si è svolta una coraggiosa iniziativa che ha voluto mettere al centro dell’arena politica i temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Una pattuglia di dirigenti ed esponenti “eretici” del Pd (Pippo Civati, Debora Serracchiani, Salvatore Tesoriero, Cristian Vaccari e tanti altri) hanno dato vita ad una giornata di buona politica che ha ricomposto il rapporto tra partito, rappresentanti e cittadini in un confronto volto ad accrescere la cultura della legalità.

Colpisce la natura aperta, di alto profilo istituzionale e professionale dell’iniziativa, animata da dirigenti del partito e da esponenti della società civile come Stefano Rodotà, Marco Travaglio, Elio Veltri, Giovanni Tizian, Vittorio Borraccetti e Rafhael Rossi tra i tanti. Colpisce inoltre l’organizzazione trasparente dell’evento, alla fine del quale è stato spiegato per filo e per segno come è stato costruito, quanto è costato e chi l’ha finanziato e la concretezza politica, che dopo una serie di interventi capaci di fornire una visione d’insieme sul fenomeno ha prodotto un documento, il Protocollo di Canossa (http://www.prossimaitalia.it/news/2173/il-protocollo-di-canossa/), che fornisce proposte politiche concrete per incidere sul fenomeno della corruzione e dell’evasione fiscale.

In un paese troppo abituato ai talk show televisivi, che limitano l’approfondimento sui contenuti anteponendo logiche mediatiche castranti, la giornata di ieri è stata un esempio della buona politica di cui i cittadini hanno fame. E infatti il Teatro di Ciano d’Enza si è riempito dalle 10 della mattina alle 18 della sera.

A fronte del relativo silenzio dei mezzi di informazione tradizionali, i social network come Twitter hanno fatto da cassa di risonanza portando l’evento a realizzare 6000 contatti giornalieri, lasciando una traccia dei passaggi salienti dell’iniziativa che potete trovare cercando l’area tematica #corruzionezero.

Altra nota negativa, ma non sorprendente, della giornata è stata la mancanza di appoggio all’iniziativa del Partito Democratico nazionale. Come ricordato da Marco Travaglio -che ha esordito dicendo di essere sorpreso e felice dell’invito a partecipare ad un’iniziativa del Pd- da molti anni non venivano organizzate iniziative dal centro-sinistra nelle quali si discutesse apertamente sui temi della corruzione e dell’evasione fiscale. Questa mancanza di coraggio dei vertici del Pd e l’assenza di tanti amministratori locali, a cui avrebbe fatto bene confrontarsi con questi temi e con una platea di relatori di altissimo profilo, denota l’esistenza di “Uno, nessuno, centomila Pd” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/24/uno-nessuno-centomila-pd/193426/)  come sostiene in questo articolo Furio Colombo. Sabato però avreste potuto vedere quella parte del Pd relativamente giovane che dimostra di avere una maturità politica e buone idee per candidarsi a guidare il cambiamento di cui il paese ha tanto bisogno; gli altri, quelli che rispondono trasognati alle magie di Lusi e che preferiscono i tatticismi e i personalismi alla buona politica, non erano presenti.

Rimando perciò alla piattaforma (http://www.prossimaitalia.it/) , che integra il buon lavoro di Civati e degli altri, dove si può verificare concretamente il progetto e l’impostazione di una politica aperta al confronto che costituisce una valida alternativa ai discorsi anacronistici di Veltroni sull’articolo 18 e alle velleità di quelli che vorrebbero tornare indietro agli anni ’70 quando vigeva il centralismo democratico.


Primarie a Genova: scarsa credibilità del Pd o eccessivo centrismo? Tutti e due.

Qualche giorno fa a Genova si sono celebrate le primarie del centro-sinistra per scegliere il candidato sindaco. I principali protagonisti della competizione sono stati Marta Vincenzi (Pd) sindaco uscente di area Ds, personalità non esattamente inquadrabile nelle logiche di partito (e per questo mai completamente digerita dall’establishment locale del Partito Democratico); Roberta Pinotti (Pd) senatrice e insegnate proveniente da una tradizione di sinistra, ma legata a doppio filo con il mondo cattolico ed infine Marco Doria, il candidato outsider docente universitario sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà (nota: non l’unico dei candidati di Sel).

La corsa si è risolta con la vittoria di Marco Doria con il 46% dei voti e a seguire le due colonne portanti del Pd genovese, Marta Vincenzi al 27% e Roberta Pinotti al 23%.  Questa dinamica, come è stato detto su molti giornali e blog, ricalca i precedenti successi di Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, Zedda a Cagliari e tante altre sono le realtà locali dove il Pd perde a favore di alleati di minor peso politico. Bisogna poi sottolineare che il principale soggetto che ha beneficiato di questo processo è Sinistra Ecologia e Libertà, forse non a caso.

Le reazione dei vertici nazionali del Pd sono sempre state molto caute e diplomatiche, per usare un eufemismo, di fronte a quello che a parere di una larghissima parte di giornalisti e osservatori viene definita come la debolezza della classe dirigente del Partito Democratico. Bersani ha definito le primarie di Genova “un’ammaccatura”. Questo significa non vedere il problema, o fare finta che non esista, cosa che fa perdere ulteriormente di credibilità.

Il Pd ha perso a Genova perché non ha sostenuto un solo candidato, lasciando agire le correnti interne e quindi generando una lotta intestina. Inoltre le due prescelte non sono riuscite a raccogliere il consenso della base dell’elettorato. Marta Vincenzi non è stata capace durante il suo mandato di scardinare le logiche di potere sedimentate in un’amministrazione di partito che dura da 40 anni e non partiva da una posizione politicamente debole per le sue responsabilità nel disastro dell’alluvione (leggi espansione edilizia incontrollata). Roberta Pinotti invece ha cercato l’appoggio di esponenti importanti come Cofferati o degli ambienti cattolici, o l’alleanza con l’Udc piuttosto che puntare su temi politici concreti.

In tutto questo un docente universitario presentato simbolicamente dalle firme di un pugno di intellettuali, benedetto da Don Gallo e sostenuto da Nichi Vendola ha condotto una campagna elettorale low-cost in mezzo alle persone discutendo di programmi politici concreti, creando un processo partecipativo che si è tramutato in consenso elettorale. Società civile contro politica pura, questo è stato il paradigma dello scontro. E ha vinto la prima.

Penso che il Pd abbia perso per due motivi. Primo per non essere stato in grado di rinnovare la sua classe dirigente nel corso del tempo (e questo non succede solo a Genova). Secondo perché si è appiattito da tempo su posizioni moderate e centriste preferendo cercare il sostegno e il consenso di poteri forti piuttosto che proporre politiche più vicine ai lavoratori. La vittoria di Marco Doria rappresenta dunque:

1- la voglia di ricambio della classe politica.

2- la punizione inferta ai vertici locali del Pd dal suo elettorato.

3- il desiderio degli elettori di centro-sinistra di una politica fatta di temi concreti.

4- la voglia di sinistra.

5- una maggiore apertura verso la società civile.

L’elettorato sta mandando segnali evidenti ai vertici nazionali del Partito Democratico da tempo: vogliono una politica onesta, che metta al centro il lavoro realmente e che sia realizzata da nuove persone.

La risposta dei vertici è quella di chi si nasconde e prende tempo, ed infine cerca di aggirare il problema. Infatti a pochi giorni dalla sconfitta Bersani ha detto che il Pd deve sostenere un solo candidato preselezionandolo, nessuna autocritica. Franco Marini ha dichiarato che le primarie sono contro natura (mi chiedo che cosa ci stia a fare nel Pd dopo tale affermazione). E l’area moderata e centrista (Gentiloni e Letta) che una deriva a sinistra è incompatibile con il progetto del Pd.

Personalmente non penso che sia necessario trasformare il Pd in un partito social-democratico come qualcuno ha proposto: sarebbe anacronistico e non terrebbe conto della storia politica del nostro paese. Esistono culture politiche cattoliche che ben si integrano con i valori della tradizione comunista, ma non tutte possono stare all’interno del Pd. Bisogna scegliere. La cultura della solidarietà e l’attività di una “chiesa sociale” ben rappresentata ad esempio da persone come Don Gallo o Alex Zanotelli sono compatibili; non lo sono posizioni troppo liberali come quelle esposte da esponenti come Fioroni o Letta che vorrebbero candidare Monti alle prossime elezioni, e che non sono disponibili a stringere alleanze con soggetti politici troppo di sinistra come Nichi Vendola. In questo senso è evidente che non è stato fatto abbastanza per arrivare ad una sintesi che contempli il pluralismo, scegliendo culture politiche compatibili e superando le divisioni correntizie figlie dei personalismi e della politica di professione.

In ogni caso con le primarie il processo di cambiamento ha subito un’accelerazione che non può essere bloccata. Quindi penso che i dirigenti del Partito Democratico farebbero bene ad accettare i segnali che vengono loro dati dagli elettori, cambiando le cose che non vanno. Nel caso ciò non avvenisse assisteremo alla progressiva erosione del maggiore soggetto politico di centro-sinistra a favore di partiti come Sel e Idv, nonché della proposta politica anti-sistema del Movimento 5 stelle, cioè un’ulteriore frammentazione della composizione politica della sinistra.

Se i vertici non cambieranno politica, gli elettori prima o poi cambieranno i vertici dei loro partiti. E in tutto questo non è escluso che possa tornare a vincere il centro-destra, quindi è meglio cambiare davvero e con decisione.


Intervista a Gabriele Veronesi: il “backstage” di Modena³

Dopo la pubblicazione del documentario “Modena al cubo. Una storia di ipertrofia urbana”, la redazione del Rasoio, in collaborazione con la redazione di Sottobosco.info intervista l’autore, il giornalista Gabriele Veronesi.

Gustatevela…


Il moderatismo che affossa il centro-sinistra.

L’altro giorno stavo guardando su La7 l’ottimo documentario di Sabina Guzzanti, Viva Zapatero. Un’opera scomoda che analizzando i meccanismi di controllo dell’informazione spiega come abbia fatto Berlusconi a raccogliere un consenso così forte e a mantenerlo per anni, e come l’opposizione Ds/Margherita (ora Pd) non sia riuscita (o non abbia voluto) porre un freno a questa deriva. Seguiva un dibattito moderato da Mentana con quattro ospiti in sala, Alemanno (sindaco di Roma), Rutelli (presidente dell’Api), De Bortoli (direttore del Corriere della Sera) e Scilipoti.

La discussione si è concentrata molto sugli assetti istituzionali e sugli equilibri politici, probabilmente per la voglia di Mentana di comprendere quali potranno essere gli scenari futuri. Rutelli, che riesce sempre a stupirmi, ha sostenuto per sette volte la necessità di costruire un governo di responsabilità seguendo la tesi credibile secondo cui con questa legge elettorale e vista la debolezza del possibile schieramento di centro-sinistra (Idv-Sel e Pd) si rischierebbe di avere una maggioranza di sinistra alla Camera e una di diverso colore al Senato (perché al Nord la sinistra non raccoglierebbe abbastanza voti). L’altro concetto sul quale il leader dell’Api ha battuto il tasto è stata l’impossibilità di legare le forze riformiste con le culture di sinistra, definite estreme e ideologiche. Ha sostenuto che se il Pd si alleasse con Sel e Idv non potrebbe realizzare nulla di quello che ci ha imposto la Bce con la sua lettera, che non si potrebbe inviare il nostro esercito nelle missioni internazionali sostenute dall’Onu e che non si potrebbe riformare il mercato del lavoro assieme a chi sposa a precindere le posizioni della Fiom.

Rutelli incarna perfettamente quella cultura di centro che ricorda il partito laburista di Blair, ve lo ricordate al fianco di Bush? Solo che è in ritardo di qualche anno e infatti i suoi competitor a sinistra si sono evoluti. Dipingere Sel come partito ideologico e comunista, come una sorta di riedizione di Rifondazione Comunista, è ridicolo. Primariamente perché Vendola ha fondato questo nuovo soggetto politico uscendo dal Prc dopo la conquista della segreteria da parte di Ferrero, sostenuto dalle anime più ortodosse. Inoltre non ha un rapporto pregiudiziale con le istituzioni private, infatti ha finanziato la costruizione di un centro ospedaliero a Taranto in collaborazione con il San Raffaele di Milano. Infine ha superato la contrapposizione ideologica con i cattolici interiorizzando quei valori che ben si accordano alla cultura di sinistra. L’Italia dei Valori poi non viene neanche da una cultura di sinistra e non sono certo una forza estrema nei contenuti. Il loro unico peccato capitale è quello di difendere una cultura della legalità che se tradotta in pratica politica affosserebbe i due terzi della classe dirigente.

Rutelli sostiene l’incompatibilità tra queste due forze e la cultura politica che lui incarna. E qui veniamo al problema del Pd. Il moderatismo rutelliano è ben presente nell’area Modem del Partito Democratico (quella diretta da Franceschini, ma capeggiata da Veltroni) e anche in una parte degli ex-Ds. Questa componente minoritaria è sostenuta da quei poteri forti che hanno contribuito a determinare la crisi economica e politica del paese occupando la Rai, sconfinando nel campo della sanità, avversando la legge sul conflitto di interessi. Loro hanno apprezzato il lavoro di Marchionne, approvato la costruzione della Tav e frenato il sostegno dei referendum perché a favore di un sistema idrico privato. Ovviamente vengono attaccati da Sel, Idv e tutti i movimenti sorti in questi anni.

L’incompatibilità deriva dal fatto che questa componente minoritaria di moderati di sinistra vorrebbe costruire un nuovo equilibrio di potere portando al governo persone che hanno vissuto in questi anni sul sistema malato del belusconismo, che loro stessi criticano (contraddizione insanabile). Vedono di buon occhio un’alleanza con il Terzo Polo, i due terzi del quale in questi anni ha governato con Berlusconi; e pretendono che la spinta di cambiamento a cui aspirano Sel e Idv venga contenuta per non danneggiare il sistema di potere che conosciamo dal quale loro traggono forza.

Rutelli ha avuto la coerenza di andarsene dal Pd e di fondare un nuovo partito di centro. Invece i vari Fioroni, Follini, Letta, D’Alema, Veltroni, Bindi rimangono nel Pd costringendolo a cercare una mediazione tra due culture politiche incompatibili.

Ma quindi non è possibile l’alleanza tra le forze progressiste e quelle moderate? Sarebbe possibile se le forze progressiste fossero in grado di accogliere al loro interno la forza dei movimenti nati in questi anni, e per farlo devono poter essere libere di fare proposte forti come la tassazione delle transazioni finanziarie, il ritorno dell’Ici sulla prima casa, la tassazione dei patrimoni immobiliari, una riforma del lavoro che difenda i lavoratori e garantisca la flessibilità ecc. ecc. Dall’altra parte i moderati dovrebbero riuscire a liberarsi da questa cultura moderatista, che non vuole un cambiamento incisivo ma soltanto la conquista del potere. E questo è possibile solo se ci si libera di tutti quegli esponenti politici che hanno fallito.

Se all’interno del Pd dovesse invece prevalere la componente che vuole l’alleanza con il Terzo Polo, allora l’unica soluzione sarebbe una scissione che garantirebbe a Sel e Idv di rappresentare le istanze di cambiamento di una larga parte della popolazione. Allora il movimento che è cominciato con i girotondini e che oggi vede gli indignados scendere nelle piazze per occuparle tornerebbe ad avere una rappresentanza in Parlamento e l’Italia una speranza di cambiamento democratico.


“Modena al cubo”. Pubblicata sul web l’inchiesta scottante

L’inchiesta di Gabriele Veronesi, dopo aver infiammato gli animi dei presenti nell’antemprima ufficiale del 10 ottobre, viene pubblicata sul web. Il dibattito si è acceso poche ore dopo l’anteprima, tanto da scatenare una valanga di reazioni sui quotidiani locali e nazionali (su Il Fatto Quotidiano ad esempio). Ora sarà curioso vedere l’effetto che il brillante documentario di Veronesi produrrà sull’opinione publlica.

Il Rasoio, dopo aver già reso nota in diverse occasioni la propria posizione sulla politica urbanistica della giunta Pighi per la città di Modena (“Modena-Legoland“, “Immigrazione, Sitta e Lega Nord“, “La città senza cuore“), oggi è lieto di diffondere “Modena al cubo. Una storia di ipertrofia urbana“.

Buona Visione


“Modena3. Storia di un ipertrofia urbana”. Un applauso di due minuti per Gabriele Veronesi.

9 ottobre, Modena, Teatro Tempio. Gabriele Veronesi presenta il documentario “Modena³ – Una storia di ipertrofia urbana”. Noi del Rasoio siamo andati a vedere di cosa si trattava, ormai convinti dalle notizie che da settimane rimbalzavano sui principali social network, blog e quotidiani.  Il livello di attenzione per questa proiezione, insomma, era alto. Risultato, al nostro arrivo la sala del teatro era gremita e non poteva contenere quell’afflusso poderoso di gente. Il documentario filava via per circa un’ora, al termine della quale, è scrosciato un applauso di circa 2 minuti tutto indirizzato all’autore.

Il documentario, come si evince anche dal titolo stesso, racconta (in stile Lucarelli, Blu Notte, quindi ben articolato nell’intreccio) la storia della Modena degli ultimi dieci anni, per gli aspetti che riguardano l’attuazione della politica urbanistica dell’assessore Sitta e del progetto “Modena Futura”. Sfilano, una dopo l’altra interviste a vari noti “oppositori” della giunta, Italia Nostra, ambientalisti, membri dei comitati. Proprio questi, suggerisce Veronesi, proliferati negli ultimi anni all’ombra di un Palazzo Comunale sempre più distante dalla volontà dei cittadini modenesi, testimoniano la discesa in campo di molti cittadini “comuni” come lui, nella bagarre che riguarda il futuro della città, l’utilità della cementificazione e le sue ricadute sull’ambiente e sulla salute dei cittadini.

Autodromo di Marzaglia, Parcheggio Novi Park, Piscina Parco Ferrari, edilizia residenziale Ex-amcm, tutte questioni che il documentario tocca indagandone i retroscena, gli accordi politici tra banche, cooperative rosse, comune, singoli imprenditori, professionisti e perfino pregiudicati. Più che un documentario, “Modena al cubo” è un inchiesta alla Report.

La tesi, non orginalissima, ma comunque  sacrosanta, è sostanzialmente che a Modena si cementifichino milioni di metri cubi l’anno in assenza di crescita demografica, e quindi di reale richiesta,  ma piuttosto allo scopo di fare girare denaro tra partito, cooperative e banche.

Il Rasoio in due articoli già  editi nel 2010 e nel 2011 (12) ha rilevato l’anomalia di costruire nuove abitazioni per una popolazione locale ferma a 180.000 residenti da ben 20 anni e cioè dal 1991. E, aggiungiamo, con un’emigrazione giovanile di circa 1200 unità all’anno (fonte: annuario statistico del Comune di Modena).

Dopo il documentario e i due minuti di applausi, Veronesi è salito sul palco ed è stato intervistato dal giornalista Stefano Aurighi, che poneva le questioni dell’”avvocato del diavolo”, poiché nel documentario non erano comprese “opinioni di regime”, cioè né Sitta, né altri esponenti del PD erano stati intervistati per cercare di difendere le proprie politiche urbanistiche. Alla domanda del giornalista “Perché non sei andato ad intervistare anche Sitta?“, Veronesi, benché emozionatissimo, risponde ironicamente “La sua opinione la leggete già tutti i giorni sul giornale“. Alla successiva domanda, scontata per chi appartiene al vecchio ritrito sistema, “Chi ti manda, chi hai dietro?”, Veronesi risponde che ha lavorato per fuori.tv, che non lo manda nessuno e che ha realizzato questo documentario perché come cittadino si sente coinvolto nella distruzione della sua città e che per questo intende reagire al pari di molti altri cittadini che a prescindere dall’orientamento politico, non condividono le scelte della giunta che peraltro -secondo Veronesi- non corrispondono carte alla mano a quanto compariva nei programmi elettorali del PD. Sul suo blog, effettivamente, si legge:

“Tornando alla merda, la questione è che sempre più ci troviamo a fare i conti con una deriva culturale, sociale, politica ed economica imbarazzante ed è proprio in questo caso che si rispolvera la classica frase: “Siamo nella merda”. Ormai però stiamo smettendo di ribellarci a tutto questo e cominciamo a credere che sia normale e a prenderci gusto. A tutti capita di dover ingoiare della merda ogni tanto, ma qui sembra di essere ad un banchetto matrimoniale. Cominciare a dire la propria opinione è un buon passo per liberarsi e sputare un po’ di merda nel piatto. Per questo il titolo ovviamente provocatorio, per questo il blog“ (titolo del suo blog “EATING SHIT, ovvero come smetter di lottare e diventare coprofagi”, n.d.r.).

Un’altra domanda: “Ma se questa, Gabriele, è la città che non vuoi, come ti immagini quella che invece voresti?” Forse qui, Veronesi ha sentito di avere valicato la soglia di non ritorno. In quel momento tutti i presenti probabilmente si aspettavano una risposta organica, quasi da programma elettorale, come se il documentario dovesse necessariamente rappresentare il preludio di una carriera politica, di una “discesa in campo” o di un lettera di presentazione per il costituendo PDL cittadino. Veronesi, ha provato a rispondere, credo più per puro impulso partecipativo e per sano opinionismo, ma l’emozione e la consapevolezza di “averla fatta grossa” gli hanno uno po’ strozzato idee e parole in bocca.

Se potessimo dare un suggerimento a Gabriele gli diremmo di non farsi trarre in inganno, gli diremmo di lasciare ai politici il lavoro di sredigere i programmi elettorali, almeno finché fa il giornalista.

Oggi leggeremo sui quotidiani se effettivamente Veronesi ha sollevato il polverone… io credo di sì, anche se cercheranno di insabbiare e delegittimare tutta l’operazione.

Caro Gabriele, dato che il documentario era ben “affilato”…complimenti dal Rasoio!

Pagine correlate:

http://modena3.it/

 

 

http://www.modenacome.com/?p=882

http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2011/10/10/news/modena-al-cubo-denuncia-i-potenti-di-cemento-ed-economia-1.1025393


La manovra camaleontica, lo sdegno dei cittadini e lo sciopero della Cgil.

Alla fine di un’estate che non ha lasciato tregua agli italiani arriva l’ennesima manovra economica. O forse sarebbe più corretto dire arriverà, perché nel giro di una settimana abbiamo visto cambiare questo “insieme di provvedimenti” più volte, e con le divisioni interne alla maggioranza non possiamo dire quanto ancora dovremo aspettare per sapere di che morte dobbiamo morire.

Vista la natura caotica e la rapidità con cui cambia il testo, non è facile entrare nel merito, quindi mi limiterò a far notare quali categorie sociali intende colpire (o avvrebbe voluto) il governo.

Pensioni: inizialmente c’era l’idea di mettere mano al sistema pensionistico colpendo direttamente i redditi dei pensionati. Successivamente si è passati alla proposta di innalzare l’età pensionabile, per risparmiare soldi nel medio termine. Al momento però l’opposizione della Lega e dei sindacati ha portato all’accantonamento di questa proposta.

Lavoratori: il Governo punta al superamento del contratto nazionale di lavoro, proponendo di spostare la contrattazione sulle singole aziende e sui territori, con regolamenti che possono prevedere agili licenziamenti. Questo porterebbe alla balcanizzazione dei contratti di lavoro, mettendo nelle condizioni i lavoratori di trovarsi da soli davanti al datore di lavoro e senza un potere contrattuale collettivo. Verrebbe messo in discussione lo statuto dei lavoratori e si colpirebbe mortalemente il ruolo dei sindacati stessi. In questo modo si potrebbero generare migliaia di situazioni simili a quelle create a Pomigliano d’Arco e Mirafiori.

Giovani: un’altro provvedimento aveva reso impossibile riscattare gli anni di università e di leva ai fini contributivi. Ritirato.

Statali: il contributo di solidarietà inizialmente avrebbe dovuto colpire i redditi al di sopra dei 90.000 euro, ma siccome questo avrebbe danneggaito l’elettorato di centro-destra è stato modificato. Ora il “prelievo” ricadrà solo sui dipendenti pubblici, già massacrati dalle precedenti manovre: i magistrati hanno già fatto notare come sia incostituzionale tassare una sola categoria con un provvedimento di carattere generale. Staremo a vedere.

Enti locali: altra proposta è stata quella di tagliare ulteriormente (già ci aveva pensato la precedente manovra) le risorse destinate alle Regioni, ai Comuni e alle Province. Nessuno mette in dubbio che vi siano degli sprechi anche in questi contesti, ma tagliare le amministrazioni locali che hanno avuto storicamente un ruolo determinante nello sviluppo del nostro paese è quantomeno pericoloso. In ogni caso questa possibilità ha visto mobilitare velocemente sindaci di opposti schieramenti (manifestazione di Milano) e governatori di regioni anche di centro-destra (come Formigoni e Polverini). I tagli descritti al momento sono stati ridotti, ma permangono, come lo stato di agitazione delle amministrazioni locali.

Consumatori: non si è ancora capito se l’aumento di un punto d’Iva o di due sarà introdotto nella manovra. Permangono forti dubbi a causa degli effetti depressivi che potrebbe avere sull’economia.

Questi sono i principali provvedimenti che come si può notare colpiscono le fasce più deboli della popolazione, coloro che in questi giorni sono stati definiti “i soliti noti”. Mentre la Bce compra i nostri bond e chiede come contropartita riforme strutturali, in risposta dall’Italia arriva una manovra che si fa fatica a riassumere e dai tratti profondamente iniqui. A causa dello sdegno generalizzato, sono poi arrivate proposte per colpire le aziende fittizie create per nascondere capitali, la Tobin Tax che colpisce le grandi aziende e la promessa di una lotta senza quartiere all’evasione fiscale: il decreto e gli strumenti ci sono, anche se risulta quantomeno insolito immaginare il Governo in questa veste da “partito degli onesti”. Sarà felice Alfano.

Abbiamo assistito in ogni caso ad una serie di proteste in ordine sparso che hanno visto le varie categorie, contestare ila maggioranza sui punti che li riguardavano direttamente: sindaci, governatori e sindacati. Anche la Confindustria si è dichiarata insoddisfatta della manovra, pur avendo ottenuto l’impegno per la distruzione dell’articolo 18.

Questo è avvenuto a mio parere perché l’opposizione non riesce a raccogliere il dissenso e renderlo organico. In particolare il Partito Democratico, forza che si pone come perno del centro-sinistra, ha dimostrato di oscillare tra la piazza e i giochi di palazzo (il cui compagno preferito rimane Casini); perennemente in ritardo rispetto alla volontà della sua base e all’azione dei cittadini, non si è distinta neanche sulla proposta di raccolta delle firme per il ritorno al Mattarellum: ha lasciato libertà ai cittadini. Così è toccato alla Cgil, lasciata sola da Cisl e Uil,  porsi come punto di riferimento della protesta e dell’opposizione alla manovra e all’incapacità del Governo. La Camusso ha indetto lo sciopero generale per il 6 settembre, presentando una contromanovra: caratterizzandosi quindi per un sforzo propositivo, oltre che per la manifestazione di dissenso. Penso che vista la situazione lo sciopero raccoglierà una vasta adesione. Infatti  si sono già verificate delle defezioni tra le file della Cisl rispetto alla linea della segreteria nazionale: una parte dei lavoratori appartenenti al quel sindacato hanno dichiarato che parteciperanno allo sciopero. Sel e Idv hanno fin da subito appoggiato la scelta della Cgil. Il Pd invece, che si era dimostrato favorevole inizialmente per bocca del suo segretario, ha deciso di non appoggiare ufficialmente lo sciopero.

La giornata del 6 settembre si prefigura come l’inizio di un autunno che sarà decisivo nel modificare il quadro politico, economico e sociale del nostro paese. Sembra quindi arrivato il momento di rompere gli indugi e prendere decisioni nette e chiare, perché chi vuole tenere i piedi in più scarpe rischia di finire male o di diventare marginale, come sta succedendo ad un Governo logorato da uno scontro interno, a Cisl e Uil abbandonati e mal visti da una parte dei loro iscritti e alla dirigenza del Pd che nei fatti non coglie le innumerevoli occasioni per rappresentare il suo popolo, che sempre più autonomamente partecipa al processo di cambiamento del nostro paese.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 41 other followers