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Alleanze variabili: e Casini fece scuola al Pd.

Vi ricordate quando c’era il bipolarismo? Da una parte potevamo trovare il centro-sinistra, una lunga lista di partiti che andavano dagli eredi del comunismo fino a vecchi esponenti della Dc; dall’altra Forza Italia, insieme alla destra nazional-socialista (An) e alla rampante Lega Nord razzista e localista. Due coalizioni, con culture politiche differenti e programmi  distinti. Bei tempi. Poi Veltroni inventò il Pd, Berlusconi lo seguì fondando il Pdl e nacque un bipolarismo appiattito. Infine vennero le scissioni nel centro-destra: Casini per primo si rese conto di essere stato per troppi anni nelle mani di un despota (Berlusconi) che andava deposto; Fini, da buon ex-An, si inventò il pluralismo a destra che ebbe come unica soluzione la nascita di Fli; ed infine la Lega travolta dagli scandali del Pdl e messa in discussione dalla base, festeggiò di nascosto la caduta del Governo che poteva dargli l’occasione di rifarsi una verginità politica.

In questo quadro il Centro-Italia divenne meta di pellegrinaggi santi: a Todi le prove di una Democrazia Cristiana del terzo millennio vennero celebrate rievocando stagioni fortunatamente concluse (speriamo!). Poi il Governo Monti, in modo supremo, realizzò attraverso le nomine quel disegno nostalgico: una nuova balena bianca con una faccia tecnocratica prese a nuotare nella politica italiana tra lo stupore di alcuni e il silenzio di molti altri.

In tutto questo chi è stato fino ad oggi il politico italiano più furbo? Berlusconi? No, alla fine non gli resta molto da vivere (politicamente). Bossi? È finito come Berlusconi, ma crocifisso dall’intransigenza della base e dalla libertà d’azione delle Fiamme Gialle. Bersani? Lui ha sicuramente trovato un ottimo psicanalista che gli permette di gestire le personalità multiple che si attanagliano nel suo partito, ma al momento non ha ancora conquistato la leadership del paese.

La mente fine di cui sto parlando è l’ecumenico, sorridente e sempreverde Pierferdinando Casini!!!


Dove sta la sua genialità politica? Passato all’opposizione dopo la fuoriuscita dal centro-destra, è andato a collocarsi in un terreno politico puramente centrista, buono per tutti i moderati che non si sentissero più rappresentati dal Pd o dal Pdl. Questo ha scardinato il bipolarismo, sfruttando la crisi di identità politica a destra e a sinistra e la tradizionale natura trasformista dell’italiano medio (nu poc a cà e nu poc’allà per dirla alla partenopea, alla romana Francia o Spagna purché se magna!). Alle politiche del 2008 ha corso da solo, superando lo sbarramento al 4%, e attraverso un lavorio sapiente condotto in Parlamento ha ingrassato le sue fila con le fuoriuscite a destra e a sinistra, creando un condizionamento psicologico sia nel Pd che nel Pdl: entrambi spaventati dalla possibilità di subire emorragie nelle file cattoliche dei loro partiti, hanno avviato il loro corteggiamento ai centristi. Casini ha poi magistralmente disegnato una strategia andreottiana negli appuntamenti amministrativi: con la politica dei “Tre forni”, che significa andiamo con chi vogliamo a seconda dei territori, ha rinsaldato anche la classe dirigente a livello locale, ai danni e in accordo con Pd e Pdl. Al momento il suo partito veleggia quotato tra il 6% e l’8% su base nazionale e naturalmente non si sa con chi sarà alleato alle prossime politiche: potrebbe andare con chiunque.

La cosa incredibile è l’atteggiamento del Pd di fronte a tutto questo. Bersani con la caduta del Governo Berlusconi si è trovato un centro-destra in dissolvimento, una voglia di cambiamento sospinta dall’azione popolare verificatasi nelle amministrative del 2011 e nel referendum sull’acqua, e la possibilità di prendere in mano la situazione. Purtroppo la crisi internazionale ha messo in seria difficoltà il paese e le forze politiche, rendendo necessario un governo di larghe intese, pena un ulteriore stress per l’economia italiana.

Certo, sarebbe stato meglio non scegliere un tecnocrate come Monti. Ma la cosa incredibile è un’altra: il rapporto con l’Udc.  Il Pd spinto dalle teorie dalemiane e da una parte della componente cattolica (Letta, Fioroni, Gentiloni e non solo) -molto brava a strillare e creare problemi interni come sulle coppie di fatto, l’articolo 18 e le alleanze a sinistra (per dire solo le più famose), non altrettanto capace di raccogliere i consensi dei moderati (cosa che dovrebbe fare e fa poco, e per la quale è confluita nel Pd l’ex Margherita)- rincorre Casini alla ricerca di un’alleanza che ormai stanno provando forzatamente a far nascere da più di un anno. Il leader dell’Udc nicchia, da buon democristiano. Si offre a livello amministrativo quando c’è da conquistare degli assessorati e appena si scopre che l’alchimia funziona a fatica (vedi in Piemonte dove alle regionali ha vinto la Lega) ritorna al centro su posizioni ambigue: nel frattempo guarda a destra cosa succede, speranzoso di poter rientrare alla grande e giocare un ruolo se non da leader incontrastato, da leader irrinunciabile.

A causa del “preziosismo” di Casini, e della volontà ferrea dell’establishment del partito di Bersani di cercare un’alleanza con lui (che se la mettessero nella difesa del lavoro questa forza forse si raccoglierebbero più voti a sinistra e Franceschini sarebbe contento) abbiamo assistito alla nascita di un Pd plastico. A Milano, Bologna, Napoli e molte altre città (la maggior parte) si è presentato in coalizione principalmente con Sel e Idv, mentre in Emilia-Romagna (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/04/06/elezioni-caos-alleanze-emilia-romagna-pd-casini-stelle-alla-prova-decisiva/202812/ ) e in altri comuni delle Marche dove il centro-sinistra è al momento più debole spuntano alleanze con il Terzo Polo. L’insofferenza della base del Pd e dell’elettorato di centro-sinistra si è manifestata più volte nelle straordinarie vittorie di Pisapia, De Magistris, Zedda e ultimo Doria alle primarie di Genova. Il dissenso è arrivato a Comacchio con alcuni tesserati storici del Pci che hanno stracciato le loro tessere in faccia ai loro dirigenti: del resto non è facile accettare una coalizione che mette insieme ex-comunisti ed ex-missini.

L’Emilia-Romagna poi è terra di Resistenza, è roccaforte della sinistra da sempre. Pare quantomeno ardimentoso voler fare certi esperimenti qui. E a fronte dei sondaggi e dell’aria che si respira che indicano chiaramente che un vento di cambiamento spira su tutta l’Italia, le scelte del Partito Democratico risultano alquanto discutibili e pericolose: il Movimento 5 stelle scalda i motori per raggiungere un gran risultato, Sel e Idv sono pronte ad incamerare il consenso derivato da una linea intransigente verso le politiche liberiste montiane a scapito del Pd e le file dei delusi si ingrossano sempre di più.

Un’aria di incertezza pervade l’Italia per la felicità del furbo Casini e questo caos di certo non aiuta il centro-sinistra a mettersi in pole-position per conquistare il governo nazionale alle prossime elezioni politiche.


L’Italia, la cultura e la politica

Che cos’è la cultura? Quante volte ho sentito fare questa domanda, e quante volte me lo sono chiesto. Non è semplice dare una risposta, perché la cultura scaturisce dal sentimento umano, dall’immaginazione, dalla vita reale di una persona, delle persone, perciò ha un valore soggettivo e universale. Quante volte ho sentito dire nel mio paese che la cultura non serve, non ti dà da mangiare, non costituisce profitto. Effettivamente se ci chiediamo quale sia l’utilità immediata di una commedia shakespeariana, delle poesie di Leopardi, o di un film come Romanzo Criminale non è facile andare al di là degli incassi che la vendita di queste opere hanno consentito.

Spingendoci più avanti potremmo dire che il lavoro creatosi attorno a tali produzioni ha impegnato attori, direttori di teatri, editori, stamperie, garantendo una retribuzione a queste persone per un periodo più o meno breve; ma certamente tutto questo non ha dato loro un impiego duraturo sul quale basare la loro esistenza. Se invece volessimo spingerci oltre, superando questa prospettiva materialista ed economicistica un po’ riduttiva, potremmo vedere il valore immortale che la cultura è capace di produrre. I film, il teatro la musica, la letteratura sono un linguaggio che veicola sogni, sentimenti, desideri e che li rappresenta liberandoli dalla dimensione individuale o circoscritta in cui nascono. Così una canzone come l’inno di Mameli nacque come espressione musicale di un sentimento risorgimentale per poi trasformarsi in rappresentazione di una nazione; i Promessi Sposi videro la luce come romanzo per poi diventare un pilastro nella costruzione della lingua italiana; allo stesso modo una poesia o un manifesto letterario possono mutare da singola espressione artistica a prima pietra di un movimento destinato a cambiare la storia e la cultura di un paese o di un intero continente (penso al Romanticismo in Europa). La cultura è il linguaggio del sentimento, e questo spinge l’uomo alla creazione. Tramite questa il mondo cresce, cambia e prospera. Dove non c’è creazione, c’è staticità e decadenza.

Viviamo nel paese che forse più di ogni altro al mondo ha tributato alla cultura immense energie: siamo circondati da un patrimonio artistico grazie al quale molte persone vivono. E nonostante ciò lasciamo che i resti dell’antica città di Pompei cadano a pezzi; lasciamo che le università dove si studiano scienze umanistiche siano definite come “Scienze delle Merendine”; lasciamo governare persone che non sanno in che anno ha avuto luogo la rivoluzione francese o quando è stata scoperta l’America. Insomma ci lasciamo rappresentare da una forma culturale di bassa lega, che rincorre la volgarità, l’affermazione egoistica, il dominio della paura. Anche questa è cultura, o forse sotto-cultura, e anche questa è fatta di sogni e di sentimenti specifici: desiderio di potere e arricchimento personale.

Perché tutto questo? Perché la cultura deve poter fluire libera e deve poter essere pubblica. Se per stampare un libro di poesie come singolo cittadino devo disporre di molto denaro, sono libero? Se per poter studiare e farmi una cultura devo rivolgermi ad istituti privati e disporre di molti soldi, perché quelli pubblici vengono massacrati dai tagli, quanti liberi cittadini potranno formarsi? Se l’imperativo nella nostra società è trovare un lavoro ben retribuito e di responsabilità (come il medico e l’avvocato) e chi fa l’attore, lo scrittore e il giornalista viene considerato un precario sfigato o uno che può creare fastidi al potere, chi sarà invogliato a mettersi al servizio della cultura?

Tante volte ho sentito dire soprattutto a politici di sinistra, o centro-sinistra, “noi possiamo vivere di cultura in Italia, mettere in circolo i saperi ecc. ecc.”. Nel frattempo le scuole pubbliche e le università hanno subito tagli pesantissimi, gli isitituti culturali pubblici di ogni ambito sono stati condotti sull’orlo del disastro. Il centro-destra ha condotto il suo programma politico con passione e sentimento, inseguendo i suoi sogni: un paese fatto di una massa debole economicamente e facile da controllare, di una ristretta classe dirigente ricca e potente e di uno Stato sempre più ridotto e corrotto, dove l’evasore è la regola e l’onestà fiscale l’eccezione. Un disegno coerente.

Ora avremmo bisogno, per poterci riprendere, di poter immaginare un’altra Italia dove chi studia è guardato con rispetto, a prescindere dal campo in cui si applica; dove il dipendente pubblico non è un assenteista che pesa sui cittadini, ma un professionista al servizio dei cittadini; un paese dove chi paga le tasse fa solo il suo dovere e chi le evade deve fare i conti con una giustizia equilibrata e che funziona; un paese dove si pensa che il sistema di welfare non è un peso economico, ma una risorsa per il sistema produttivo e una conquista civile inviolabile; un paese dove i beni comuni come l’acqua, l’istruzione e la sanità devono essere garantiti a tutti non a prezzi di mercato e con un buon standard qualitativo.

Ma per immaginare e costruire questa Italia servono politici, scrittori, attori, operai ecc. ecc. che siano spinti da una progetto coerente e credibile, che siano disposti a distinguersi da quelli che inseguono sogni e desideri di potere personalistici, che abbiano voglia di lottare e alzare la voce per la libertà della cultura e per un salto di qualità prima di tutto culturale del cittadino italiano. Chi ha questa credibilità? Chi si può candidare a costruire quest’altra Italia?

Presto si apriranno i giochi e tutti potranno iscriversi allo spettacolo che più di tutti impegna il nostro paese (dopo il campionato di calcio): nel 2013 ci saranno le elezioni politiche.

Aspettiamo la nascita di una coalizione credibile che sappia schierarsi a fianco di quella società civile che troppo a lungo ha da sola interpretato queste richieste, occupando teatri avviati a diventare casinò (teatro Valle di Roma), lanciando referendum per difendere l’acqua come bene comune, opponendosi a treni ad alta velocità progettati per retribuire aziende in crisi con soldi pubblici, invocando un altro modello di sviluppo.

Se ai cittadini verrà offerta una proposta politica di alto livello capace di interpretare questa nuova cultura sono sicuro che il nostro paese riuscirà a rilanciarsi e a ritornare ad essere guardato con rispetto. Se invece dovessero prevalere logiche personalistiche e di potere simili a quelle condotte dalla classe dirigente per tutta la seconda repubblica, allora poco o nulla cambierà e sarà meglio prendere in considerazione l’emigrazione. Per evitare questa deriva c’è ancora molto da fare: chi ruba soldi pubblici deve essere allontanato dalla politica; chi ha contribuito attivamente al tracollo del paese in questi anni non può essere parte della soluzione; chi non incarna individualmente questi valori non può candidarsi a rappresentarli in un progetto collettivo.

Io spero che vinca la cultura, perché amo il mio paese e anche perché senza sogni nobili la vita è abbastanza triste.


Modena, la pericolosa (di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti)

Svelati i sorprendenti risultati dell’indagine sulla percezione della sicurezza in città da parte degli studenti.

di Eva Ferri e Claudio Cavazzuti

Recentemente sono stati pubblicati i dati di un’indagine effettuata in occasione di un percorso sulla legalità realizzato dal Ufficio Politiche per la Sicurezza, in collaborazione con l’Assessorato all’Istruzione del Comune, negli anni 2008 e 2009 all’interno Istituti d’Istruzione Secondari di Modena. Il campione è costituito da 694 studenti di ambo i sessi (con leggera prevalenza femminile) iscritti agli istituti professionali, tecnici e ai licei della città, e provenienti da Modena e provincia. I quesiti sono stati posti sia a studenti di origine italiana sia da studenti di origine straniera.

Andiamo quindi a vedere nel dettaglio i risultati.

Ebbene, oltre il 50% degli intervistati ritiene che Modena sia una città “poco” o “per niente” sicura, mentre solo il 42,6% la considera “abbastanza sicura”. Gli studenti di origine straniera propendono al contrario per “abbastanza sicura” (61,5%, contro 32,1% “poco sicura”).

La causa del pericolo percepito viene individuata dagli studenti di origine italiana principalmente nella “presenza di stranieri” (43,7%), segue la “presenza e spaccio di droga” (33,7%), la “presenza di tossicodipendenti” (28,1%) e di “gruppi che disturbano” (22%); il 18,7% dei giovani intervistati ritiene inoltre che non siano sufficienti i controlli da parte delle Forze dell’Ordine. L’impressione che non ci siano sufficienti controlli da parte delle Forze dell’Ordine riguarda prevalentemente gli studenti italiani (20,2%), rispetto a quelli stranieri (10,3%).

Nonostante la dominante percezione di insicurezza, la stragrande maggioranza degli intervistati (82,3% nel 2008 e 79,5% del 2009) dichiara di “non aver subito reati nell’ultimo anno”.

Solamente la metà degli studenti di origine italiana pensa che essi “debbano avere la possibilità di mantenere le loro tradizioni” (51,2%) e “possano avere loro luoghi di culto” (52,5%), e meno della metà sul fatto che “è giusto che dopo un po’ di anni l’immigrato che vive in Italia abbia il diritto di voto per il Sindaco” (48,6%); sui medesimi tre quesiti le percentuali aumentano di oltre venti punti quando gli intervistati sono di origine straniera.

Più di due studenti italiani su tre sono d’accordo sul fatto che “l’aumento dell’immigrazione favorisce l’aumento della criminalità” (67,3%), mentre una percentuale decisamente inferiore (44,6%) degli stranieri concorda su questo punto.

Confrontando infine quanto emerso dall’indagine di cui sopra con i risultati di una indagine analoga effettuata su intervistati adulti nello stesso periodo, si evince che la percezione di insicurezza è più diffusa tra i giovani modenesi (52,6%) di quanto non lo sia tra i concittadini adulti (37,7%).

Dai dati presentati (qui riassunti per esigenze di spazio), emergono tre principali elementi: il primo è che la maggioranza dei giovani di origine italiana ritiene Modena una città pericolosa, e attribuisce il sentimento di pericolo con forte prevalenza al fenomeno migratorio; il secondo punto fondamentale è che il pericolo è percepito ma non realmente sperimentato, poiché la stragrande maggioranza degli intervistati dichiara di non aver subito reati e quando subiti, trattasi di piccoli furti; infine risulta assai indicativo il fatto che l’insicurezza serpeggia soprattutto fra i giovani, mentre la generazione dei genitori si sente notevolmente più sicura.

Tutti sappiamo che il terreno sul quale si giocano la maggior parte delle campagne elettorali è da varie tornate proprio il tema della sicurezza.  Di minore impatto sono risultati di volta in volta gli altri punti proposti nei programmi elettorali: lavoro, tasse, diritti, sanità, istruzione, ambiente. L’asso nella manica (ormai anche abbastanza ritrito) per vincere le elezioni rimane sempre la sicurezza, basta giocarselo nell’ultima settimana di campagna per assicurarsi un seggio in giunta o in Parlamento. Proprio in virtù di questa considerazione i dati pubblicati si caricano di un’importanza cruciale, perché indirettamente essi rappresentano un sondaggio elettorale, oltretutto proiettato nel futuro prossimo, data l’età degli intervistati che saranno chiamati a votare in massa e –perché no- ad essere votati fra pochi anni. Ciò che sconcerta è il fatto che nessuno intervenga a ricordare un concetto banale, e cioè che la sicurezza non rappresenta una causa, ma la naturale conseguenza di un’economia florida, di rapporti di lavoro ben normati e funzionanti, di un sistema equo di tassazione, della più ampia estensione dei diritti, di una giustizia funzionante, etc… Pare invece che per i politici dall’occhio lungo e per i loro disinformati elettori lo stato di “sicurezza” dei cittadini non sia il punto di arrivo ma quello di partenza, come se si potesse tranquillamente vivere con un tasso di disoccupazione giovanile al 29%, ma l’importante è stare sicuri. I dati ci dicono che molti richiedono più polizia, come se lo stato di sicurezza dipendesse dallo stato di polizia e non dallo stato sociale.

Non so quanti come noi, indipendentemente dal colore politico cui si è legati (sempre che la politica abbia mantenuto un colore e non sia invece sbiadita in un desolante omogeneo grigiume), abbiano avuto questa sensazione negli ultimi anni, quella cioè di essere tutti su un aereo in volo instabile sopra all’oceano. La voce del capitano ogni tanto interviene a tranquillizzare i passeggeri che le turbolenze sono solo momentanee e che all’arrivo il tempo è ottimo. Le turbolenze però non si placano, anzi aumentano, finché un passeggero preoccupato ed esasperato apre la porta della cabina di comando e…è vuota! Fantozziano.

E’ possibile che questa metaforica cabina di comando ci sembri vuota, perché i temi con cui si vincono le elezioni non sono quelli che poi forniscono risposte reali e prospettive concrete per combattere e superare la crisi? Il tema della sicurezza viene accompagnato sistematicamente alla difesa contro l’immigrazione e la criminalità, come se i due fenomeni fossero in un rapporto assolutamente necessario.  Come è possibile che Paesi come la Germania, con un immigrazione decisamente più massiccia della nostra registrino un tasso minore di criminalità? Perché l’Italia deve subire continui richiami e delegittimazioni dall’UE su questi temi? Proprio di questi giorni è l’ultimo monito del Commissario del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, che esorta l’Italia a “sviluppare con vigore le disposizioni del codice penale relative ai reati di matrice razzista per arginare il continuo uso di slogan razzisti da parte dei politici”.

La nostra personale impressione su queste tendenze è che il concetto di insicurezza percepita venga spesso scambiato con quello di incertezza reale. L’incertezza di un futuro soprattutto, quando si parla di giovani. L’incertezza, per non dire la profonda sfiducia, cha accompagna la ricerca di un lavoro congruo alle proprie aspettative, l’incertezza di poter effettivamente migliorare la condizione propria e, più in generale quella del territorio di appartenenza. L’incertezza, così difficile da combattere proprio perché dipende da cause molto sovraordinate al singolo individuo, viene trasferita sul piano della ricerca di sicurezza, di difesa personale, di esigenza di legalità in una città che, se confrontata ad altre metropoli europee, è di fatto un morbido Eden. Complici di questo transfert sono i media, che –basta leggere i titoli dei quotidiani locali- sono inzeppati di cronaca nera, indipendentemente dalla gravità dei reati e dall’effettivo rilievo di altre notizie. L’incertezza di cui si parla è ciò che negli ultimi anni ha sostituito tutti i sentimenti di segno opposto che caratterizzavano la coesione sociale, storicamente forte in tutta l’Emilia, e che avevano come matrice la solidarietà, l’impegno politico, la partecipazione civile o religiosa. Come sostiene Zygmunt Bauman, recentemente intervenuto al Festival della Filosofia, viviamo circondati da individui insicuri e abbiamo tradotto questa insicurezza in indifferenza, irritazione e diffidenza.

Si può dunque cavalcare questo grande equivoco seguendo quei politici (la stragrande maggioranza, da ambo le parti)  che fanno leva sulle percezioni o sulla disinformazione piuttosto che sulla realtà provata dei fatti. Si può contribuire al contagio di questo modo di interpretare e vivere la realtà. Si può anche stare a guardare, sperando che qualcosa succeda.

In ogni caso, per chi volesse invertire questa assurda tendenza, il primo passo è acquisire una fondamentale consapevolezza: cominciamo a pretendere verità, risposte e soluzioni dalla politica; cominciamo a pretendere certezze, non sicurezza. Quella arriverà dopo, e arriverà matematicamente come in un’equazione, quando il maggior numero di persone, attraverso degli interventi strutturali sull’economia, avranno la possibilità di lavorare, di vivere dignitosamente la propria esistenza e magari di immaginare che sia possibile realizzare una o due delle proprie aspirazioni.

In questi giorni convulsi fra mercati, grandi manovre e tentativi di risanamento la domanda che è necessario porsi è: stiamo andando in questa direzione?


A noi piace cambiare

Come ha scritto -secondo me correttamente- Enrico Monaco nel commento ai risultati delle elezioni amministrative, le vecchie gerarchie del potere politico nostrano sobbalzano di fronte all’espressione della volontà popolare.

La macchina della propaganda ha cercato di indirizzare -e in alcuni casi di manipolare- la base attraverso sondaggi falsi e tendenziosi che davano ad esempio la Moratti vincente, de Magistris perdente al primo turno, il M5S sotto l’1%, etc.    Alla vista dei risultati sono sbiancati, consapevoli di aver fatto tutti una pessima figura, sondaggisti sodali e politici-veggenti. Il popolo italiano, invece, ha dimostrato su larga scala di essere profondamente diverso da come i vertici dei partiti maggiori spererebbero che fosse, cioè prono alle loro volontà e alla loro propaganda.

Questo, come detto in altre occasioni è il risultato delle modalità con cui i partiti effettuano la selezione della classe dirigente. Non per capacità, non per carisma, non per qualità intellettuali e morali, ma per clientelismo. La politica è vista dagli aspiranti politici come un’opportunità di lavoro privata non come una responsabilità pubblica. Non è un caso che queste amministrative si sono caratterizzate per il più alto quoziente tra numero candidati ai consigli comunali/numero elettori; in alcuni comuni di medie dimensioni è stato calcolato che ci fosse un candidato ogni 50 elettori, ossia circa uno per nucleo famigliare allargato al terzo grado di parentela.

Il sistema politico italiano rimane gentilizio-clientelare, come quello della Roma repubblicana e primo-imperiale: gentilizio, perché i rapporti di sangue contano sopra ogni altro tipo di legame nella scelta della successione al potere (vedi Bossi padre-Bossi figlio, la famiglia Moratti, la famiglia Angelucci, la famiglia Letta, la stessa famiglia Berlusconi, etc.) e clientelare perché queste famiglie gestiscono il potere attraverso la logica della clientela, un do ut des, in cui il cliens fa qualcosa di utile per il patronus e il patronus si occupa di trovargli un posto di lavoro, una sistemazione non sempre congrua alle sue reali competenze.

L’elettore attua nei confronti del politico una sorta di transfert: può quella persona realizzare le mie aspirazioni? Può dare a me, alla mia città, al mio paese quello che darei io se fossi al posto suo e anche di più? Ora, io capisco il transfert che si poteva mettere in pratica con personaggi del calibro di Einaudi, Togliatti, la Iotti, Nenni, De Gasperi, Moro, Berlinguer, Almirante, ma pensare un transfert su Berlusconi, D’Alema o Casini, per citare tre lider maximi e senza tirare in ballo molti discutibili sodali, non mi pare una garanzia per un futuro roseo, anche perché queste persone hanno più passato che futuro e ragionano con categorie vetuste. Non a caso i giovani sono sfiduciati, disillusi, emigranti. Finalmente una parte di quei giovani hanno trovato qualche riferimento politico, si sono espressi contro le gerarchie, contro i vertici, contro le logiche gentilizio-clientelari. Hanno intravisto, o sperano di vedere in quei rappresentanti qualcosa di sano, hanno cercato di eludere l’odore stantìo di un pesce che puzza dalla testa.

Gli italiani non sono antipolitici, anzi sono il Paese europeo con la più alta affluenza alle urne che, sebbene sia sempre più in calo elezione dopo elezione, è lo specchio di un impegno civico e sociale senza eguali. Quella di Pisapia, di De Magistris, del M5S, quella della Lega Nord (della prima ora) non è antipolitica. Sono candidature che raccolgono un sentimento popolare trasversale, da Nord a Sud. Basta andare alle feste della Lega o del M5S (V-Day, Woodstock a 5S) per comprendere che c’è voglia di cambiare, voglia di disfarsi di infiltrazioni mafiose, di viscose gerontocrazie, di torbidi rapporti cooperative-amministrazioni comunali.

Sento che qualcosa sta cambiando, e lascio agli esperti commentatori l’interpretazione dell’attualità politica. A me interessa dove saremo fra 10-20 anni. Probabilmente in una Terza Repubblica, che mi auguro faccia una sintesi delle cose migliori della Prima (redistribuzione sociale della ricchezza, attenzione alla cultura, all’istruzione e alla cosa pubblica), e della seconda (maggiore alternanza al governo, pluralismo dell’informazione non televisiva), eliminando la miriade di cose che non vanno e che tutti conosciamo.

Per passare alla Terza Repubblica e diventare finalmente uno Stato Moderno e competitivo sul piano Internazionale, per far tornare i cittadini a credere in qualcosa di più alto, comune, duraturo occorre cambiare per prime le modalità di selezione della classe dirigente. Solo usando il voto per cambiare si attenuerà l’anomalia italiana che vede sempre gli stessi ultra-sessantenni occupare dopo ogni “trombatura” una carica diversa.

Ma volete andare in pensione o no?


C’è un Veneto migliore: Nichi Vendola a Padova (di Davide Delle Chiaie)

Natale, con il suo finto spirito di gioia e letizia e con la sua reale anima materialistica e consumistica, ormai è alle porte. Ultimamente si sono succeduti eventi straordinari, quali scandali, catastrofi naturali, fiducia al Governo, eppure siamo ancora qui, a rimpinzarci di Panettone o Pandoro e ad esibire un artefatto moralismo. Tutto sembra scorrere secondo il solito schema: stessi rituali, stesse abitudini, dal pranzo coi parenti al concerto di Natale a Montecitorio, ma sappiamo bene che in realtà versiamo in una situazione di incertezza e di ingovernabilità. Studenti e precari hanno manifestato spesso e continuano a farlo imperterriti: qualche settimana fa solo Padova contava quattro facoltà universitarie e numerose scuole superiori occupate. Ma sembra che funambolismo da parte dei ricercatori saliti sui tetti e assemblee e cortei di tutti non servano a nulla con i nostri politici, che si rifiutano di prestare attenzione ai bisogni delle persone, molte delle quali virtuali elettori: è risaputo che non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare. E allora ci si chiede: come uscire da questa situazione? Se l’Italia fosse ricca di petrolio e l’America fosse ancora governata da Bush, mi aspetterei una bella operazione di peace imposing nel nostro Bel Paese: tuttavia ciò è impossibile, e quindi l’unica speranza da coltivare consiste nelle elezioni politiche più prossime. Si vocifera che già in primavera si potrebbe andare al voto, si vocifera che ci saranno i famosi tre poli, ma nessuno sa con certezza se in marzo, aprile o maggio, né se Fini si alleerà con qualcuno o se correrà da solo. Decido di informarmi il più possibile, in modo da offrire al mio paese, attraverso il voto, una concreta possibilità di miglioramento. Leggo i giornali, seguo i discorsi dei parlamentari e un giorno, navigando sul sito de “Il Mattino di Padova”, scopro che Nichi Vendola, leader di “Sinistra, Ecologia e Libertà”, è atteso a Padova Sabato 18 Dicembre. Si tratta di un’ottima occasione per conoscere questo volto nuovo della politica, che in Puglia ha ottenuto un grande successo, ma che a livello nazionale è poco considerato. Le mie vacanze natalizie inizierebbero già dalle 18.30 di Venerdì, ma ritengo che un giorno in più di permanenza nella mia città di studi, per di più per un fine così alto e nobile, non possa certo nuocermi.
Sabato parto da casa con notevole anticipo, conscio che il luogo dove si tiene l’incontro è un po’ nascosto e che le strade piene di neve e di ghiaccio mi possono rallentare notevolmente. All’ingresso del complesso industriale sede del dibattito, un ragazzo con la bandiera del SEL indica alle automobili come parcheggiarsi. Io, sul mio bolide d’acciaio, seguo la scia. Entro e prendo subito posto a sedere, poi mi guardo intorno. Oltre ad un baretto allestito dai volontari, noto alcuni banchetti che pubblicizzano l’acqua pubblica, Amnesty International, la pace nel mondo e alcune frasi di personaggi quali Peppino Impastato e Pier Giorgio Pisolini. Dopo aver esplorato l’ambiente, raggiungo il mio posto e scopro che con me ci sono due mie amiche di Scienze Naturali. Noi tre giovani virgulti abbassiamo notevolmente l’età media: ad eccezione di qualche altro studente,
la maggior parte della platea è composta da signore e signori dai 55 anni in su. Da un maxi schermo partono le immagini di un documentario girato dalla Fabbrica di Nichi di Padova, in cui un operatore intervista i passanti al riguardo della politica da loro vissuta. Sono colpito da un giovane
africano, che per parlare dei problemi dell’integrazione si serve del termine “refrattario”, usando così un italiano nettamente più forbito di quello di molti parlanti nativi.
Verso le 11.20 inizia il dibattito: prendono la parola diverse persone sedute sul palco. Il presentatore pronuncia una parola-chiave e uno degli ospiti prende la parola al riguardo. Il primo termine è il verbo latino “studere”, che significa impegnarsi in qualcosa, dedicarsi a, desiderare, oltre che studiare: interviene un rappresentante universitario che si augura che la politica attuale tenga conto delle esigenze delle persone, senza disumanizzarle. Nel frattempo, verso le 11.35, accompagnato da uno scrosciare di applausi, entra Nichi Vendola. Alla parola “opera”, è il turno di un rappresentante degli operai FIOM, che testimonia che la sua azienda ha licenziato quasi la metà dei dipendenti nel corso degli ultimi anni. Il presentatore parla quindi del termine “gas”, inteso non solo come elemento chimico, ma anche come acronimo per “Gruppi di acquisto solidale”: un collaboratore di un imprenditore insiste sul rispetto delle norme etiche e sociali e sull’uso di materiali biodegradabili, nel rispetto dell’ambiente. Le parole “storia” e “archeologia” introducono una ricercatrice di 37 anni,
da 6 precaria, che punta il dito contro l’assenza dei diritti di rappresentanza negli organi collegiali e di avanzamento di carriera. L’ultimo a parlare è un assessore di Padova, che si rivolge a Vendola, dicendogli: “Ti prego, Nichi, non mollare mai nelle primarie: si tratta dell’unica possibilità che abbiamo per uscire dal pantano in cui siamo immersi, il Berlusconismo”.
A questo punto il politico con l’orecchino, chiamato in causa direttamente, prende la parola, tenendo un discorso di quasi un’ora, contraddistinto da ironia pungente e da metafore eloquenti. Vendola inizia il suo discorso prendendo spunto dalle attuali condizioni metereologiche: “Pioggia e neve sono epifania, cioè rivelazione, che il corpo del nostro territorio è stato cannibalizzato, stuprato e cementificato a tal punto che ora sprofonda: purtroppo per le nuove generazioni è assente qualsiasi prospettiva di cambio di stagione”. Poco dopo lancia la sua frecciatina contro la Gelmini, dicendo: “La sua idea del tinello domestico e la retorica disciplinare e familistica causano una dequalificazione degli apparati formativi e un apprendimento della precarietà”. Attacca poi la Lega Nord, regnante in Veneto con Luca Zaia, invitandola a ricordare quando gli immigrati in altri paesi eravamo noi Italiani. Quindi critica Berluisconi, responsabile di “una morfinizzazione e di un rincoglionimento di massa”; inoltre ricorda uno dei suoi slogan: “Berlusconi ha promesso una società fondata sulle tre i, inglese, impresa ed internet, mentre ha realizzato quella delle tre p, precarietà, povertà e paura, a cui si potrebbe aggiungere una quarta, ma in Italia si preferisce dire escort”. Sottolinea che la vita di un operaio è meno tutelata giuridicamente di quella di un feto e sostiene che l’Articolo 1 della Costituzione dovrebbe essere: ” L’Italia è una repubblica televisiva fondata sulla retorica dell’impresa”. Infine termina la sua arringa affermando che il primo obiettivo del suo progetto politico consiste nel riportare l’Italia alla democrazia, liberandola dalla piaga sociale del Berlusconismo. L’incontro termina alle 13.10 con una vera e proprio standing-ovation accompagnata musicalmente da “Bella Ciao”: la canzone non è casuale, in quanto stabilisce un contatto tra i liberatori dell’Italia della Seconda Guerra Mondiale e quelli attuali.
Me ne vado pienamente soddisfatto di aver passato una mattinata alternativa e di aver capito qualcosa in più sulla politica. L’incontro è stato interessante, comprensibile e tranquillo: al contrario di altre forze politiche di sinistra, che si nascondono, il SEL fa sentire la sua voce.

Avrà seguito?


L’arrivo del 2011 e la situazione politica dell’Italia

L’autunno dello scorso anno si preannunciava caldo dopo le tensioni estive caratterizzate dallo scontro istituzionale tra Berlusconi e Fini, dietro al quale i veri problemi del paese crescevano nel silenzio generale. Poi venne la crisi greca, e l’anarchia fece visita alla città d’Atene mettendo in allarme le banche in Europa. Poi venne la riforma delle pensioni di Sarkozy che portò al blocco della Francia per giorni, e la cacciata dei rom da quel paese. E ancora i forti tagli all’università in Gran Bretagna e in Italia ad opera di Cameron e di Berlusconi, che videro per le strade fiumi di studenti protestare anche con metodi violenti. Ed infine la crisi irlandese che tracciava il solco di un percorso nel quale potrebbero seguire la Spagna e l’Italia.

Oggi quell’anno è passato e se ci guardiamo indietro sembra di aver cominciato il percorso che Dante affrontò varcata la soglia dell’Inferno. 

Abbiamo visto il centro-destra sfaldarsi per l’ennesima volta tra conflitti di natura politica (come l’incompatibilità tra Lega Nord e la vecchia Alleanza Nazionale) e conflitti legati ad interessi personali (come l’incapacità di fare riforme urgenti anteponendo a queste problematiche di rilevanza personale per il premier e dei suoi amici, vedi Lodo Alfano e legge sulle intercettazioni). Abbiamo visto un governo approvare leggi, poche, a colpi di maggioranza, ricorrendo spesso alla fiducia o comunque sottraendosi al confronto parlamentare. Abbiamo visto un centro-sinistra caratterizzato da una doppia componente: una viva costituita da Sinistra e Libertà, Idv e pezzi del Pd che ha fatto opposizione e ha cercato di elaborare, se non un programma alternativo, una cultura politica differente dal berlusconismo; un’altra morta costituita dalla dirigenza del Partito Democratico che non è stata in grado di sviluppare una linea chiara, logorandosi in uno scontro interno improduttivo durante il quale sono state perse le elezioni Regionali, Amministrative e anche le Primarie (a Milano, per ora) sommando sconfitta a sconfitta.

Peccato che fino ad ora in questa opposizione abbia prevalso la parte morta, ma il futuro non è ancora scritto. Sintomo di questa incapacità di rappresentare un’alternativa concreta del Pd è stato l’emergere di movimenti autonomi di cittadini che, lasciati a se stessi, hanno deciso di reagire alla situazione in prima persona senza aspettare nessuno: mi riferisco al successo elettorale nelle elezioni amministrative e regionali del Movimento a 5 stelle, la vitalità del Popolo Viola, dei movimenti per l’acqua pubblica, del movimento studentesco (appoggiato indirettamente dal Pd), le proteste degli abitanti di Terzigno e di L’Aquila, e chissà quante altre componenti che mi sfuggono per mancanza di informazione.

Ora l’esecutivo dopo aver approvato una riforma sull’università in fretta e in furia portando alla rivolta buona parte del paese, (gli automobilisti a Roma dopo l’ennesimo blocco del traffico non erano più arrabbiati con i manifestanti) non ha più la forza per governare, perché alla Camera dispone di una maggioranza esigua. Si parla di elezioni anticipate, e infatti si respira già un clima da campagna elettorale e non si fa che parlare di alleanze e Terzo Polo.

Immagino che i media tenteranno di rintronarci come al solito esibendo in televisione l’eterno scontro tra Pdl e Pd, cercheranno cioè di semplificare il quadro, appiattendo il dibattito politico sia riguardo alla complessità delle forze in campo, sia riguardo i contenuti.

Allora l’appello è quello di non farsi prendere dalla paura, rifiutare quelle dichiarazioni secondo cui senza Berlusconi non avremo stabilità o le logiche del voto utile, che emergeranno sicuramente. Sono anni che sventolano queste bandiere e pare non servano a molto. Valutiamo secondo ciò che è stato fatto.

Se ci guardiamo alle spalle possiamo vedere che dalla nascita del Partito Democratico (2008) e del Popolo delle Libertà queste due forze politiche non hanno fatto altro che declinare, prova né è la crescita dell’astensionismo e delle forze politiche minori come Idv, Sinistra e Libertà e Movimento a 5 stelle a sinistra, e Lega Nord, Udc ed Fli a destra. La crescita in questi anni dei partiti “giovani” credo sia legata alla loro capacità di mettere al centro delle loro politiche temi come immigrazione e la legalità (Lega Nord), legalità e giustizia sociale (Idv e Movimento a 5 stelle) e giustizia sociale e difesa dell’ambiente (Sel). La loro forza-debolezza è questo concentrasi su alcuni temi importanti che danno loro la capacità di connotarsi chiaramente di fronte all’elettorato, ma che non permettono loro di elaborare una strategia politica a tutto tondo, come invece può fare un grande partito. In più l’Idv e la Lega Nord, basandosi su tematiche trasversali alla divisione politica destra-sinistra e ponendo l’accento sulla legalità come arma con la quale è possibile attaccare l’intera classe politica, hanno potuto attingere voti presso ogni tipo di elettorato. Di fronte a questa evoluzione del quadro politico i due maggiori partiti non sono stati in grado di elaborare una nuova identità e nuove strategie, che avrebbero implicato la necessità di scegliere chi tenere dentro e chi no, perché non si può fare un partito con dentro tutto e il contrario di tutto. Il risultato è che il Pd è logorato dagli scontri interni, con una dirigenza vecchia che punta al mantenimento del potere ostacolando le forze giovani presenti nel partito (vedi la neonata area Marino e i buoni amministratori locali come Renzi), mentre il Pdl è comandato dall’alto da una sola persona che distribuisce potere e denaro secondo logiche personali e di controllo, meccanismo che attenua le dispute interne. La domanda allora è questa: di fronte agli avvenimenti politici degli ultimi anni e in un contesto in cui  ci si prepara al voto con una legge elettorale che non permette di esprimere preferenze, quindi di incentivare un candidato particolare e una determinata cultura politica piuttosto che un’altra, ha senso votare per i due maggiori partiti presenti in campo?

Enrico Monaco


Ultimatum alla Gelmini: il DDL non s’ha da fare! (di Davide Delle Chiaie)

Il giorno Mercoledì 17 Novembre 2010, giornata internazionale di mobilitazione studentesca, gli studenti italiani di molte città hanno lanciato al Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini  un ultimatum: il DDL non s’ha da fare. Tutti coloro coinvolti in questo disegno di legge sono scesi in piazza per concedere ai politici l’ultima possibilità di ritirarlo, il giorno prima che venisse discusso alle Camere. Anche a Padova studenti medi ed universitari, precari e ricercatori hanno fatto sentire la propria voce, radunandosi in oltre un migliaio davanti alla prefettura e dando vita ad un corteo colorato e rumoroso, fatto di striscioni, slogan e musica sparata a tutto volume. Un cartellone molto caratteristico recitava: “Da Pomigliano a Londra, tutti in piazza per un’istruzione libera e democratica”. Altra peculiarità era costituita dalla folta rappresentanza di ingegneria, che ha scritto “Se siamo qui anche noi l’avete fatta davvero grossa”.

Mi reco nel luogo di ritrovo, piazza Antenore, alle 9 di mattina, l’ora prefissata. Trovo molti manifestanti, alcuni dei quali con bottiglie di birra in mano (a quest’ora!), un camioncino dotato di impianto audio su sui sono attaccati striscioni in dialetto e decine di poliziotti e carabinieri. Parte la musica: dopo qualche minuto di “Colpo di pistola” dei Subsonica e di “Quelli che benpensano” di Frankie Hi-Nrg il dj mette su una serie di pezzi reggae ed hip-hop mai sentiti prima. Nel frattempo gli studenti provenienti dagli istituti più lontani arrivano. Alle 9.30 circa si parte in corteo.

Un ragazzo al microfono incita i manifestanti parlando di opposizione da parte del popolo minuto alla casta dei padroni che vogliono creare uno Stato basato sul sistema dei privilegi feudali: senza dubbio una retorica comunista e populista, che però rende bene l’idea del senso dell’iniziativa. Passiamo per il centro, quindi  confluiamo in alcune delle arterie principali del capoluogo di provincia veneto. Strada facendo, trovo due delle mie compagne di corso e mi unisco a loro. Siamo davvero in tanti: il fitto schieramento oplitico di studenti si estende per circa duecento metri. A chiudere la fitta compagine, solo i camioncini della polizia. La musica è intervallata da uno speaker che lancia ritornelli più o meno ripetuti dalla folla come “Noi il bunga-bunga non lo vogliamo” o “Chi non salta è Berlusconi”. La sua voce diminuisce canzone dopo canzone: dopo un’ora sembra che a parlare sia un catarroso con problemi d’asma!

Raggiungiamo Piazza Insurrezione e poi ci dirigiamo verso piazza Garibaldi. Alle 11 devo andarmene a malincuore: mi aspetta una lezione che non posso perdere. Leggo dai giornali che i miei compagni di sventura “hanno chiesto e ottenuto il permesso di continuare la protesta fino all’ingresso del centro culturale San Gaetano dove è in corso un convegno con la neo-segrataria della Cgil Camusso. Alla Camusso i ragazzi hanno consegnato un documento in cui si chiede al sindacato di proclamare lo sciopero generale, indipendentemente dalla situazione politica del paese” (da “Il Mattino di Padova” online).

Insomma, anche questa volta i giovani hanno dimostrato di allontanarsi dallo stereotipo del bamboccione tristemente impersonato dal “Trota”: i Padovani si sono comportati con maturità e senso civico, dando vita ad una manifestazione pacifica e gradevole. Questa ulteriore opposizione all’involuzione dell’istruzione italiana darà un qualche frutto?


AMCM R.I.P.

Ho sempre trovato parecchio affascinanti i luoghi abbandonati. Le rovine, i casolari diroccati, le fabbriche dismesse. Quando un luogo viene abbandonato significa che ha smesso di essere adatto ad adempiere alle funzioni per cui fu progettato e diventa così inutile. La bellezza si nasconde ben oltre le spalle dell’utilità, spesso nelle più assurde cianfrusaglie, come  in una vecchia chitarra dalle corde malconce, nel libro del primo esame dell’università ripetuto tre volte, o nella collanina rotta regalata dal primo amore.

L’ex AMCM era così: una cosa ormai inutile e bella. Azienda Municipalizzata del Comune di Modena. Prima di tutto era per me ed i miei compagni il luogo più underground della città, perfetto per bersi una birra al ritorno dalle vacanze, perfetto per suonare il blues, perfetto per parlare tra noi, di noi, di Modena e del mondo, perché l’ex-AMCM ricorda un po’ altri luoghi del mondo a me cari, come il quartiere di San Lorenzo a Roma, una delle stazioni metro sgangherate di Pest o il birrificio di Tampere in Finalndia. Il resto di Modena, invece, non mi ricorda altro che Modena e ciò non rende certo agevole viaggiare con la mente…

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Non ci siamo mai fatti notare, noi altri laggiù, mai nessun abitante del vicinale ha chiamato la polizia per schiamazzi notturni. Anzi una volta, durante la stesura di un graffito una volante della polizia si fermò, i due agenti scesero, dissero: “Bello.” e se ne andarono. Insomma, la città non si preoccupava di noi, e quando le capitava di sbirciare, apprezzava.

uno scorcio dell'ex-AMCM

Proprio in questi giorni i vecchi muri dell’ex-AMCM sono in corso di demolizione. L’ultimo luogo “franco” del centro di Modena, l’ultimo baluardo rimasto della “municipalizzazione” è in corso di demolizione. Era un’azienda del Comune, quella, o meglio della Comunità. Il monumento all’acqua pubblica (oggi più che mai sarebbe utile ricordarlo), all’energia elettrica pubblica, del gas pubblico. Questo monumento oggi è in corso di demolizione per fare spazio ad un palazzo signorile (privato), ad un delizioso minimarket (privato), ad un raro cinema multisala (privato) e ad ampi e utilissimi parcheggi, il vero e proprio fiore all’occhiello della nostra amministrazione e in particolare di un assessore di cui proprio non ricordo il nome (secondo me con i parcheggi è proprio fissato, non è che il vicino di casa gli fotte sempre il parcheggio sotto casa con un enorme camper? Dovrebbe fare come a a Roma ‘a Si’, se’a ggente vo’ ‘er posteggio je mette ‘a sedia, nun te preoccupà. Comunque, niente da dire, largo al progresso e alla (privata) utilità E la chiamano riqualificazione. E la qualità dove sta, nel minimarket e nella palazzina? Per favore… Ci avessero costruito una residenza per giovani lavoratori a equo-canone, una fontana d’acqua pubblica potabile, un’area verde con orto sociale annesso, un asilo con pannelli solari autonomo per l’energia elettrica, un monumento a personaggi importanti della comunità, un qualcosa di bello!  E poi, perché ho sentito parlare mille volte di “riqualificazione”? A qualcuno verrebbe da chiedersi, se non si è ammattito del tutto: se a Modena sono 65 anni che governano gli stessi chi è stato a de-qualificare? Mo’ tocca ri-qualficare! Ci fossero stati gli altri a comandare, ci saremmo quasi quasi cascati nel tranello retorico! E poi l’edilizia, si sa, se si blocca quella si inceppa l’economia, scende la catena dei consumi, si bruciano posti di lavoro, si azzoppano famiglie. Insomma, senza l’edilizia è una disfatta, un’ecatombe monetaria, un bollettino di guerra.

Quell’assessore dice testualmente: “Il progetto è stato approvato in consiglio comunale da chi è stato eletto, ed è dunque l’espressione della volontà dei cittadini. [...] Questi signori del “no” cercano di boicottarci, ma prima o poi dovranno arrendersi alla “politica del fare” ben diversa da quella dell chiacchiere. I depositari della verità non sono loro ma le istituzioni” (da il Resto del Carlino (21/08/2010).   Depositari della verità??? Abbiamo degli assessori “depositari della verità”? Ma pensa, se fosse veramente così, perché Del Bono a Bologna è sotto processo? Le istituzioni a volta si prendono libertà che non rispecchiano la volontà dei cittadini…

La “politica del fare” contro quella delle “chiacchiere”, “siamo l’espressione della volontà dei cittadini”, etc. Ma non vi ricorda proprio nessuno? Secondo me abbiamo un assessore che più che avere fatto scuola alla FIGC l’ha fatta ad Arcore!

Io non sono convintissimo che l’edilizia sia l’unica soluzione. Siamo proprio sicuri che l’edilizia sia la sola e più intelligente fonte di investimento utile alla comunità? Non ci sono esempi da cui trarre spunto per far girare al contempo l’economia, mantenendo spazi franchi e simbolici, sostenendo e sviluppando la memoria storica di una città?

Ferrara. Non c’è bisogno di andare in America, in Scandinavia o in Giappone. Fréra, lé dedlà dal Panér! (Ferrara, lì di là dal panaro n.d.a). Ferrara ha un centro storico, dal Po di Volano a via dell’Orlando Furioso (questa sì che è epica!) e dalla Stazione Ferroviaria all’Ospedale Universitario, che copre circa la metà dell’intera estensione urbana. Come dire: metà storia, metà progresso. Un’occhio al passato e uno al futuro. Gli architetti che dai tempi di Ariosto a oggi hanno lavorato su Ferrara hanno sempre tenuto ben presente questa banale regola. Non a caso Ferrara ha un’Università di Architettura tra le più importanti del Vecchio Continente. Modena no. A Modena, il centro, il cuore pulsante della città, è circa otto volte più piccolo della “Banlieu”, che vive in un eterno presente fatto di costruzioni, qualificazioni, demolizioni e riqualificazioni. E’ sotto gli occhi di tutti. La zona dell’ex-AMCM è centro storico, della nostra sotria recente! Ferrara invece, ma ne potremmo citare mille altre, è una città delicata, pacifica e allo stesso tempo viva, piena di manifestazioni (proprio in questi giorni si tiene lì il festival dei Buskers), e di giovani, di nuove idee, di intrattenimento e di ricerca (le discipline archeologiche, letterarie, biomediche, giuridiche ed economiche  sono eccellenze riconosciute della città e richimano studenti, ricercatori, indotto; insomma, denaro e idee). La loro amministrazione, che come la nostra è di centro-sinistra, ha investito molto sull’università, scommettendo su un cavallo vincente: giovani e sul futuro; mentre la nostra amministrazione investe sul cemento. Poi fra vent’anni tutti sappiamo perfettamente che ogni modenese, guardando quel palazzo e quel minimarket dirà “Mo ‘c lavòr…”, potevamo risparmiarcelo e invece è lì, e adesso mica si può evacuare un palazzo e un minimarket per far demolire tutto di nuovo! Potevamo fare diversamente come per molte altre storture edilizie. Potevamo… vabbè dài RIQUALIFICHIAMO!

C’è poco da fare a Modena continuano a costruire “servizi” senza che noi ne abbiamo bisogno. Siamo già ben serviti, basta cinema multisala, basta minimarket, basta negozi. I negozi chiudono e cosa costruiamo? Negozi. Ci sono case sfitte ovunque, e la popolazione di Modena è ferma a 180.000 abitanti dal 1991 e noi che facciamo? Palazzine. Abbiamo già tre multisala e che facciamo? Un cinema multisala. Non c’è che dire, noi modenesi siamo veramente geniali.

Mi chiedo: che differenza c’è tra il nostro senso estetico (un po’ cementato, va detto) e quello dei mafiosi che hanno speculato sull’edilizia di molti quartieri catanesi ai piedi di quella meraviglia che è l’Etna? Ci piace il mattone, ecco tutto, anche a noi modenesi, diciamolo. Che volete voi retrogradi, voi ambientalisti, voi giovani rompicoglioni e vecchi rincoglioniti! Che vi ha fatto il mattone? C’era pure il ballo della Pavone! Bei tempi, quelli…Ma che, c’ avete dei problemi con il mattone? Perfetto nella sua geometria euclidea, confortante nel suo caldo colore di argilla cotta, sublime al tatto e rotondo come i fianchi di una bella signora, duro come…ah bé non bisogna seguire la Lega sulla sua retorica, che poi ci giochiamo la base…secondo me l’assessore ha un conto in Svizzera di mattoni. Un caveau di laterizi. Poggiolini c’aveva i lingotti, lui c’ha i laterizi. Se gli fai vedere una colata di cemento, un parcheggio sotterraneo, un cavalcavia ciclabile, quello si eccita, va in visibilio, rischia la cleptomania di cazzuole. Secondo me c’ha avuto un trauma infantile, tipo gli hanno rubato una betoniera giocattolo o l’hanno sfrattato o che so viveva a Comacchio nelle case di legno e paglia…c’ha l’invidia del mattone. Le donne c’hanno l’invidia del pene, lui c’ha l’invidia del mattone.

Questa mia verve satirica è esplosa da quando il mio amico Davide, ingegnere civile ferrarese, mi disse: “Ma Modena è proprio una città del C***O!”. Io ho cercato di stemperare, di difendere l’orgoglio modenese, ma avendo girato l’Europa in lungo e in largo e lavorando a Ferrara e Roma, ho visto altri esempi positivi e negativi perciò, messo da parte l’orgoglio come si fa coi veri amici, ho dovuto francamente dargli ragione. Modena potrebbe essere una città bellissima, perla dell’Emilia, fucina dei migliori artisti, scienziati, politici, esempio perfetto di equilibrio tra ragione e sentimento. Tra memoria e progresso. Invece rimane mediocre, perché pensa solo all’utile e al presente. Pensa e non prova. Non sente e non rischia. E come dice uno dei miei maestri che vive tra Roma e Modena “Modena è diventata una città asfittica. Noi Romani vedevamo l’Emilia Rossa come un paradiso negli anni ’70. Oggi sono cambiate molte cose”.

Quanto fa soffrire vedere sparire i luoghi della propria giovinezza, delle proprie avventure urbane, vederli tramutati in un minimarket. Puf! Scomparso. Smaterializzato. Come se quel luogo non fosse mai esistito.

Passateci finché tutta l’opera di distruzione non è terminata. Ci troverete ancora l’Insegna del Teatro delle Passioni e qualche coppietta infrattata in camporella urbana. Lì a fianco c’è una scritta sul muro “Vendetta”, accanto c’è una falce-e-martello, una svastica, poco più in là “Non ti dimenticherò”. Appunto: il “teatro delle passioni”.


1° Maggio: la verità e la speranza.

Ho appena letto questo grafico che riporta l’andamento dell’occupazione tra il 2007 e il 2010: la situazione è drammatica.

Aggiungo che ad oggi la disoccupazione in Italia è al 10% e fra i giovani è al 26%. La cosa incredibile è che nel giorno del primo maggio trovo queste cose su facebook di fianco a commenti demenziali. Che sia chiaro non sono contro i commenti demenziali, ma quando ieri un mio amico mi ha raccontato che una ragazza che conosceva aveva condiviso 63 link in una sola giornata sulla sua bacheca, allora dico a tutto esiste un limite e questo è disagio dilagante. Sembra proprio essere questo lo stato di cose: notizie fulminanti come questo grafico a volte trafiggono un’opinione pubblica allo sbando, direi sotto l’effetto di eroina o di acido, rintronata dai sorrisi del premier e dalle sue belle parole sulla ripresa economica. Ed infatti i giovani modenesi ieri e anche oggi erano e saranno tutti lì in Pomposa e invia Gallucci, con la loro birra in mano e lo sguardo annoiato. Io credo che se sapessero qual è la situazione del lavoro in Italia non sarebbero annoiati. Un terrore generale serpeggerebbe tra tutti, anche tra quelli che il lavoro ce l’hanno, perché qui stiamo assistendo alla de-industrializzazione del paese e nessuno fa niente di significativo e incisivo, neanche il Premier, che è un industriale a cui nemmeno più gli industriali credono. Dove sono le forze politiche di sinistra? In strada ad avvisare la gente, su internet a fare informazione? Alcuni giovani e altri virtuosi meno giovani lo fanno e li apprezzo e sono con loro, ma chi comanda no. Sapete a cosa stanno pensando quelli che comandano a Modena in questo momento? A chi dovrà sostituire Pighi fra qualche anno. Allora oggi nel giorno del primo maggio non basta più chiedersi se votare a destra o sinistra. Bisogna chiedersi prima di tutto quale persona voto, cioè chi voto. Perché nei partiti esiste chi fa politica per sé e chi la fa per la città, allora questa è la prima discriminante per avere credibilità.

Detto questo, cosa fare adesso nella situazione in cui ci troviamo? Siccome non lo dice nessuno (almeno di importante) cosa fare, io nel mio piccolo provo a dare dei consigli: informarsi per comprendere la propria realtà territoriale e di lavoro, criticare il marcio esistente ed elaborare alternative; condividerle nel confronto con persone fidate e affidabili, cercare nella classe politica chi fa politica veramente ed incentivarlo con il voto e con il sostegno, solo così saremo rappresentati; ed infine non arrendersi mai al cinismo perché è quello che vogliono le persone che continuano a comandare l’Italia in silenzio. In una parola: ricominciare a fare POLITICA.

In questo drammatico primo maggio del 2010 questo è quello che sento di voler dire ai tanti giovani che non trovano il lavoro, a quei cinquantenni che il lavoro lo hanno perso e a quegli immigrati che il lavoro ce l’hanno, ma sono sfruttati perché non hanno nessuna rappresentanza forte in Italia che li tuteli. Fate politica nel vostro piccolo! 10, 15, 30 minuti al giorno e cercate le persone che sono nelle vostre stesse condizioni per uscire dall’isolamento. Questa è la migliore benzina per spingere il motore del cambiamento. Buon primo maggio a chi se lo merita.

Enrico Monaco


Fini dei giochi (di Tommaso Turci)

Sperare che un ex Fascista ci salvi dalla dittatura, questa è l’Italia.

Commento di un lettore, da Il Fatto Quotidiano del 22/04/10

E’ il 22 aprile 2010. Sessantacinque anni fa Modena si liberava definitivamente dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista seguita, tre giorni dopo, dalla nazione intera. Gianfranco Fini – ex presidente di Alleanza Nazionale, ovvero l’evoluzione politica del Movimento Sociale Italiano, partito dei reduci di Salò come Giorgio Almirante, fino alla morte del quale è stato amato pupillo –, quello stesso Fini, in queste giornate così evocative, compie una nuova marcia su Roma. Una marcia sui generis, una retro-marcia rispetto a quella del 28 ottobre 1922. Sì, perché se allora quell’atto ci consegnò nella mani della dittatura, oggi quest’altro rischia invece di essere il primo sussulto di ribellione alla dittatura già in essere.

Ma che cosa è successo il 22 aprile scorso? Cercherò di dare una visione d’insieme. Quello che io ho sempre visto in Forza Italia è un branco di pasciuti pecoroni avvinti al carisma, al portafoglio, al potere di Silvio Berlusconi; una compagnia circense fatta di clown, nani barbuti, starlet impaiettate, raccolti col flauto magico dall’imprendi-incantatore tra le file di una politica sfilacciata da Tangentopoli e dal tramonto di Craxi, oltre che ovviamente dentro i suoi avamposti aziendali. Molte volte si sente dire: ma non poteva accontentarsi dei miliardi e continuare a fare l’imprenditore? Io ho sempre pensato che B. non fosse così smanioso di scendere in campo, in verità. Manie di grandezza, sì, sete di potere che più si asseconda più si accresce, certo, ma di fatto tra P2, mafia e soprattutto il succitato Bettino, il buon Silvio si trovava già in una botte di ferro. A diventare politico [o meglio: Presidente del Consiglio, dato che dal giorno della sua prima candidatura ha militato ben poco tra le file dell'opposizione e comunque senza particolari angosce, grazie al sodalizio con fìdati-del-baffo D'Alema ('96-'01) e all'harakiri dell'Unione ('06-'08)] è stato costretto dal crollo del perimetro difensivo del suo impero economico. B. non è un politico, e infatti nel suo partito non si è mai parlato di politica. Uno showman impegnato 24/7 a promuovere i capisaldi della strategia salva-chiappe a una platea festante, circondato da un entourage di politici sì, ma del calibro di Bondi, uno che nel 1990 è stato eletto sindaco col PCI e che ora, con quella faccia, è stato scelto come Ministro della Cultura perché abbina un sostantivo ad un aggettivo e poi va a capo (http://gamberorotto.com/miscellanea/sandro-bondi-poeta/).

Alleanza Nazionale era qualcosa di diverso. Non si può certo dire che i personaggi che la popolavano non abbiano mai alzato un braccio teso in vita loro, ma la sostanza è un’altra. Dopo la rottura con quelle radici che affondavano direttamente nel Fascio Littorio (manifestazioni di retro-struttura a parte, vedi saluti romani per l’elezione al Campidoglio di Alemanno), nel bagaglio del partito è rimasta quell’anima che ha nome di Destra Sociale. Negli ultimi 16 anni Destra è stato sinonimo di Berlusconi, e non nego che la fusione di AN e FI abbia contribuito a consolidare questa sensazione; ma non è così. La Destra Sociale viene da lontano e ha una storia, valori politici e morali da difendere e sui quali costruire una proposta di governo degna di tale nome. E non sorprenda il fatto che, adesso che Fini ha avuto il coraggio di dirlo forte e chiaro a B., il Partito Democratico abbia subito aperto, non dico una porta, ma almeno una fessura a una collaborazione fra la Sinistra moderata e la sua corrente. Pur partendo da due posizioni molto distanti, da presupposti divaricati, si vede molto bene come le due parti guardino due facce della stessa medaglia.

Innanzi tutto il riconoscimento assoluto e inviolabile delle Istituzioni, dello Stato, di quella Costituzione a cui appellarsi irrinunciabilmente e con cui B. e Bossi (uno perché gli ricorda che è un criminale, l’altro perché non è italiano) si pulirebbero volentieri il culo (il sedere).

La sussidiarietà come strumento di coesione sociale, la partecipazione come momento costitutivo essenziale della vita democratica (e non un rischio, come pensa B.); princìpi che soltanto derivano dall’educazione ai valori cristiani cattolici e non a quelli socialisti. Ma almeno è un’educazione, no?

Un’Italia che conta in Europa, che partecipa alla sua vita e alla sua costruzione, non che la ignora e la insulta come fanno B&B (uno perché gli ricorda che è un fenomeno da baraccone, l’altro perché non è europeo); soltanto, rispetto alla Sinistra, la Destra pone un accento più spiccato sui sostantivi patria e nazione. Ma almeno sono accenti e non quintali di sterco, no? Un’Italia che, certo, mantiene la propria identità e cultura, ma che si offre al mondo e al globale. Non di certo un paese dove un insegnante di Messina non può andare a lavorare a Milano perché dovrebbe richiedere un permesso di soggiorno.

Gianfranco, mi viene da chiedergli, ma che cosa pensavi allora? In quei giorni di fine marzo di un anno fa, mentre la primavera romana bussava alle porte della città, mentre un’altra coppietta chiudeva un lucchetto sul Ponte Milvio, mentre un altro gladiatore di cartapesta si guadagnava il pasto importunando Giapponesi, mentre la sinfonia dei clacson accompagnava il sorgere di un’altra mattina, e alla Fiera si costituiva il PDL; mentre tutto questo accadeva, tu che cosa pensavi? Non conoscevi abbastanza bene B. per renderti conto che avrebbe continuato con la sua politica, con la sua visione, con la sua vita autoreferenziale? Non avevi capito che avrebbe venduto anche i figli a Bossi pur di continuare a stare sulla cresta dell’onda? Gianfranco ma perché, in quella mattina di sole, non mi hai telefonato?

Ma a tutto c’è un limite. C’è un limite alle umiliazioni che un uomo dalla dignità politica di Fini può subire. (Non vorrei passare per un improvvisato fan di questo politico: semplicemente l’ho sempre rispettato, sentimento attualmente non molto diffuso nei confronti della categoria. Ricordo che persino mia nonna – contadina che al posto dei santini, sulla credenza, teneva la foto di Berlinguer – l’ha sempre definito “un profesòr, un sèrī…anc s’ l’è un fasìsta!”). Così, dopo aver dato diversi trattenuti segnali di inquietudine, Fini ha avuto un sussulto di lucidità, ha preso la parola e ha così parlato:

  • Il PDL doveva essere un organo ispirato alle logiche dei Partiti Popolari europei, dove tante anime differenti convivono. Dalle tante opinioni certo si trae infine una sintesi unitaria, ma non prima di avere ascoltato tutti. In un partito dove non può esistere un’ortodossia, non può esistere nemmeno un’eresia. Perché nel PDL non c’è un dibattito sull’azione politica?
  • Abbiamo lasciato il Nord in mano alla Lega, dove siamo diventati praticamente la sua fotocopia. Non abbiamo alzato nessuna delle bandiere proposte in campagna elettorale e che il Carroccio non gradiva, come l’abolizione delle Province. L’istruzione è nazionale, l’organizzazione è regionale: perché non abbiamo storto il naso, ma addirittura abbiamo accolto la proposta di permettere solamente agli insegnanti indigeni di insegnare in ciascuna regione? Perché non ci indigniamo quando gli effetti di certi provvedimenti fanno sì che i figli di un immigrato che perde il posto di lavoro, e di conseguenza il permesso di soggiorno, siano sbattuti fuori dalla scuola come fossero bambini di serie B? Oppure quando un medico è costretto a denunciare e a non curare un paziente che si rivela essere immigrato clandestinamente?La Lega è un grande, preziosissimo alleato; ma io ho contribuito a fondare il PDL, non una grande associazione Lega-PDL, poiché alcuni nostri valori sono molto distanti dai loro.

    [1° infarto del Premier]

  • Siamo un partito riformista, vogliamo fare le riforme? Perché non ne stiamo parlando? Sarà il caso di smetterla di sparare i grandi titoli “Riforma della Giustizia”, “Riforma del Parlamento”, e iniziare a comporre delle commissioni interne al partito per capire che cosa vogliamo veramente da queste riforme? Come si possono fare in maniera condivisa se non abbiamo neanche una nostra posizione?[2° infarto del Premier. Verdini si agita sulla sedia, cerca un defibrillatore ma trova solo il testone pelato di Bondi, che è lì immobile con gli occhi vitrei da 35 minuti buoni]
  • Fra tre anni gli elettori giudicheranno principalmente come il governo si è mosso attraverso la crisi e ci chiederanno il conto. E allora, Presidente, il tuo carisma non basterà. Vogliamo riflettere sul fatto che le riduzioni fiscali promesse nel programma elettorale non sono più possibili, e indicare una nuova strada da percorrere fino alla fine della legislatura?[3° infarto. Verdini apre lo sportellino sul petto di robo-Bondi, ne estrae il cuore e tenta un disperato trapianto con mezzi di fortuna. La situazione è critica.]
  • Legalità. Va bene lodare le Forze dell’Ordine quando arrestano i criminali. Ma legalità significa anche, quando si parla di Riforma della Giustizia, non dare la minima impressione che si vogliano creare sacche di impunità. Come quando abbiamo litigato in privato – ti ricordi, Berlusconi? Diciamolo anche in pubblico allora – sul processo breve: 600.000 processi cancellati in un batter di pupilla. [Miracolo: B. rinviene di colpo e sbotta: “SU 8 MILIONI!!!” – evidentemente il coma ha già leso parecchi neuroni: cosa significa? Se 600.000 criminali su 8 milioni se la cavano con una stretta di mano la legge funziona perché gli altri 7.400.000 saranno puniti? E chi li sceglie, questi 600.000? Bah...]. E’ ictus. Morte cerebrale.

E le conseguenze? E’ ancora presto per dirlo.

Bossi si è subito fregato le mani: dopo essersi reso conto di non avere più nessun bisogno di B. nel Nord, con due Governatori freschi di bucato eletti in Piemonte e Veneto, un pretesto per minacciare una rottura col PDL gli sarà parso una manna dal cielo. Ora potrà gridare forte e chiaro che il federalismo è il PDL che non lo vuole, che è il PDL ad ostacolare la corsa riformista, completando così la conquista del Nord che tutto intero dà quattro carri armati verdi in più ad ogni turno.

E l’opposizione, ah l’opposizione! Avrà esultato e sguainato le spade pronta a valersi delle debolezze dell’avversario politico per poter ribaltare la situazione elettorale. Macché. Qualcuno è andato a bussare sulla tomba del PD per sentire cosa succedeva, ma da dentro è arrivato solo un flebile: “Occupato…”. Di Pietro prova a contattare Bersani: “Pierluigi dobbiamo preparare una coalizione, potrebbero esserci elezioni anticipate!” [1° infarto di Bersani]. Proverò a fare come Nanni Moretti fece con D’Alema, anche se purtroppo non portò molto bene: BERSANI, DI’ QUALCOSA DI SINISTRA!!!

In molti attendevano le reazioni di Silvio dopo lo smacco subito. Non sono arrivate. E’ scappato subito a Mosca a stipulare un accordo con Putin per riportare il nucleare in Italia. Del resto si sa, quando la vita ti riserva qualche batosta, non c’è niente di meglio che ritrovarsi con qualche vecchio amico a sparare stronzate.


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